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La telenovela del ponte sullo Stretto: piuttosto andiamo a nuoto

Per favore, no. Un altro dibattito sul ponte dello stretto di Messina no. Sento che stavolta non usciremmo vivi da una nuova strage di sondaggi, opinioni, cittadini in libera uscita (favorevoli e contrari), che telefonano alle trasmissioni tv e radio.
E poi gli esperti: alla fine salta sempre fuori che esistono anche cattedre universitarie di pontologia, e pure applicata.
Possiamo capire che il Presidente del Consiglio, per catturare l’elettorato in prospettiva referendum costituzionale, le provi tutte pur di ribaltare sondaggi che pare pendano per il momento sul “no”. Però aggiungere, come ha fatto Matteo Renzi in occasione dei 110 anni del colosso delle costruzioni Salini-Impregilo, che si possono creare 100mila posti di lavoro, in una terra nella quale la parola “lavoro” è stata in pratica cancellata dal vocabolario…
Stupisce che ci sia ancora chi si ostina a vedere una partita continuamente rinviata per nebbia.
È come la barzelletta di quel tale che va al cinema a vedere il film in cui due cavalli fanno a gara. “Scommettiamo che vince quello nero?”, dà di gomito al vicino di poltrona. Constatato che il primo ad arrivare al traguardo è il purosangue bianco, sbotta: “È la centesima volta che vedo questo film, eppure stavolta mi sembrava che il nero avesse uno spunto in più”.
Il problema non è tanto se si sia d’accordo o contrari, ma come si possa continuare a credere che un paese che con la Salerno-Reggio Calabria sta facendo da decenni una figura da pirla davanti a tutti, possa ora realizzare un ponte mai nemmeno tentato da nessuno al mondo.
Chi mai scommetterebbe un centesimo, per esempio, che un panzone che passa le giornate al bar a forza di spritz e olive all’ascolana possa di punto in bianco battere il tempo di Usain Bolt sui cento metri piani, senza nemmeno essere certi che durante il seppur breve tragitto non sia assalito da una crisi d’identità?

Già Silvio Berlusconi dette il via all’inutile telenovela del ponte sullo stretto. Inutile per tutti tranne che per lo studio tecnico di chi curò, pare non gratis, la progettazione di un’opera che al confronto la piramide di Cheope sembrerebbe un bilocale con vista deserto.
Oltre alla sinistra, che pure quando ha i suoi cinque minuti buoni di luna di miele col paese si domanda “Dove ho sbagliato?”; prima o poi anche la destra dovrà fare i conti col proprio passato (anche) recente e analizzare senza sconti (stavo per dire in modo onesto, ma…) un consenso – spesso adorante e genuflesso – a un signore che qualcuno ha osato chiamare statista, anche se, già al momento della sua discesa in campo, era chiarissimo a gente come Fedele (sic!) Confalonieri e Indro Montanelli come in cima alla sua scala di priorità non ci fossero gli interessi nazionali.
Se ce la raccontano tutta, nella città in cui si vorrebbero fare le Olimpiadi, salta fuori che l’azienda pubblica dei rifiuti ha speso attorno al miliardo di euro per lavori senza mai avere fatto una gara d’appalto. Senza contare che la bellezza di un orizzonte unico al mondo è arricchito di nuovi ruderi, concepiti in occasione dei mondiali di nuoto del 2009 (non avanti Cristo). Geniale e originalissimo omaggio alla classicità.
Cosa fa pensare che stavolta il cantiere olimpico sarebbe stato diverso? C’è un esempio negli ultimi decenni di opera pubblica di un certo rilievo nel cui iter le cose siano andate come Dio comanda, o giornali e tv si divertono a raccontarci una storia campata in aria?

L’Italia, come dice il sindaco di Messina (non so e non m’importa di che colore sia), è il paese nel quale da una parte e dall’altra dello stretto, a eccezione forse dei sentieri Cai, mancano le infrastrutture più elementari e si pensa di stupire urbi et orbi facendo il record del mondo senza avere mai fatto una (dico una) seduta di allenamento.
Se nel calcio si dice che per stare in campo servono i fondamentali, oppure nella musica che per suonare il pianoforte prima bisogna sputare sangue da un solfeggio all’altro, perché mai c’è ancora qualcuno nel 2016 disposto a prestare orecchio a chi dice che i somari volano?
Come diceva Totò: “È la somma che fa il totale” e basterebbe vedere che qui di addendi ce ne sono davvero pochini.

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