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Un caso di coscienza
…un racconto

Un caso di coscienza
Un racconto di Carlo Tassi

Il tizio è un’apoteosi di merda umana!
Capelli a spazzola biondo platino, pelle butterata e una cicatrice zigzagante tra guancia e mento, lobi anellati, collo taurino con uno scorcio di tatuaggio che corre giù sotto la maglia sudicia.
Mastica una gomma al sapor di fragola marcia e me la soffia addosso. Mi osserva sfacciato col suo feroce sguardo da ebete.
«Hai bisogno?» gli faccio.
Questo mi sorride aprendo una spelonca inguardabile con una sfilza di dentini color giallo canarino.
Mi si legge in faccia quanto mi fa schifo sto tizio, eppure ostento cortesia, falso come Giuda: «Non farti problemi, se hai bisogno dimmi»
Questo non parla e non smette di fissarmi e sorridere, con una ghigna da prendere a schiaffi e farci l’abbonamento. Così getto la maschera: «Beh, allora che vuoi che ti dica… Vaffanculo!»
Sono al limite, la trottola fotonica mi gira ormai senza controllo. Penso che se non me ne vado va a finire che lo meno, perciò alzo i tacchi e tolgo il disturbo. Tanto più che questo è un marcantonio di quasi due metri per oltre un quintale di ignoranza. Sì, meglio andare. Mi allontano dalla parte opposta quando sento una voce alle mie spalle.
«Scusa, non volevo farti incazzare»
Il tizio ha parlato finalmente!
Mi blocco e mi giro di nuovo verso di lui. La sua espressione è cambiata, ora sembra diverso, con uno sguardo tutt’altro che ebete.
Sembra che qualcosa l’abbia trasformato dandogli uno spessore che prima non aveva. O forse sono io stesso che, sentendo la sua voce, ho cambiato opinione.
Ora vedo due occhi profondi, animati da un certo non so che di pudore e incertezza che fino a un attimo prima non avrei mai sospettato. Persino quell’aspetto sgradevole fino all’insopportabile non è più tale.
Cosa sta succedendo?
«No scusa te per il vaffanculo… Ma se non vuoi che te lo ripeta mi devi dire perché sei venuto da me a fissarmi!» gli dico con una punta di rimorso.
«Beh, la verità è che non so come dirtelo»
«Dirmi cosa?»
«È difficile»
Lo guardo. La pressione mi si alza che ormai sistole e diastole sono in orbita scrotale. «Non capisco… Senti, fa lo stesso. Io me ne vado!»
«Non andare per favore!» sembra supplicare sul serio.
«Oh insomma, che cazzo vuoi?» Se non fosse così grosso gli avrei già sgrullato la faccia di schiaffi.
«Vorrei che parlassimo un po’» risponde calmo e controllato da far schifo.
«Ma di che cazzo vuoi parlare… io non ti conosco!»
«Oh… Sì che mi conosci!» insiste. Poi mi sorride di nuovo, stavolta senza aprire la fogna.
«Senti stronzo, se avessi già visto la tua faccia me la ricorderei… Fa così schifo che stanotte dovrò addormentarmi guardando il poster di Freddy Krueger per togliermela dalla mente e sperare di non avere incubi»
«In verità la vedi tutti i giorni, come adesso»
«Basta m’hai stufato!» trattengo il respiro e parto col cartone. Un ripieno di noccioline tostate a sangue per ricordarsi che se tiri la corda oltre l’orizzonte degli eventi poi questa si spezza.
Ma la manata va a sbattere contro un muro di vetro… Questo s’infrange in mille pezzi o forse più.
Mi guardo il pugno criccato di sangue, il mio sangue.
«Cazzo, lo specchio s’è rotto… Adesso sette anni di sfiga!» esclamo preso da improvviso buon umore.
Sorrido, ma è un sorriso incerto, non proprio convinto. I tagli sulla mano bruciano.

Capita, quando incontri la tua coscienza e non la riconosci.
Capita, quando questa ti parla e non la vuoi stare a sentire.

Ieri ho fatto un’altra cazzata, oggi me ne sto tranquillo e domani chissà.
La cicatrice mi fa prurito, forse domani pioverà.

Uncertain Smile (The The, 1983)

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Non arrenderti mai…
…un racconto

Non arrenderti mai…
Un racconto di Carlo Tassi

Ricordi tuo padre cosa diceva?
“Non arrenderti mai, qualunque cosa accada, non arrenderti ragazzo”
Lui non si è mai arreso, eppure ti ha lasciato solo.
Tuo padre non c’è più e la vita ti circonda indifferente, soverchiante come il cielo.
E guardi il cielo e vorresti essere altrove. Come polvere mossa dal vento, invisibile, libero.

“Non arrenderti mai” diceva tuo padre.
Ma ti ha lasciato solo, ed è questo il tuo solo pensiero.

Anche oggi un cielo color piombo, e oltre le nuvole il mistero di un sole da troppi giorni assente.
Il freddo resiste anche all’estate. E resta costante, sempre, dentro di te.
Il cuore, le pietre e il ghiaccio si mescolano spargendo poltiglia di vita e fango.
Dolore e vuoto in cerca di rimedio, invano. Ma il tempo è sovrano.

Ti butti nella mischia, lottando, imprecando, correndo alla meta.
“Non arrenderti mai” senti la voce di tuo padre. Ma la sua voce non basta, e vorresti di più.
Vorresti parlargli ancora una volta, poter incrociare il suo sguardo.
E contare le sue rughe, sentire l’odore di sigaretta dei suoi vestiti.
Ma resta solo un foglio bianco impossibile da riempire, ormai.
E rabbia e lacrime come una cantilena imparata a memoria, controvoglia.
La vita a volte brucia come una ferita aperta.
Sanguina, s’infetta, ma poi guarisce. Che il tempo è sovrano.

Perciò non arrenderti mai ragazzo!
Perché la strada è lunga e sparsa di pericolose meraviglie. Seducente e terribile, ti sfida ad ogni curva.
Corri e non fermarti. Certo, questa salita è una morsa che prende il respiro e spezza le gambe.
Ma oltre queste rocce nere, lo vedrai, le nuvole si scansano e finalmente incontrerai il sole.
E’ inevitabile, perché il sole c’è sempre, anche quando non lo vedi.

Ne vale la pena? Certo che sì: il tempo è sovrano.

Never Back Down (Novastar, 2006)

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Una gemma del passato
…un racconto

Una gemma del passato
Un racconto di Carlo Tassi

Bizzarra, carnale, gelosa, infedele, pazza. Questo era Sara.
Eppure l’amavo, l’amavo come non avevo amato nessun’altra. Senza sapere il perché.
L’inizio della vita. L’inizio dell’avventura. Le feste, le sere disperate, in riva al mare d’estate.
Camminare per le strade sconosciute del lido, la notte. La solitudine, in cerca di lei che se ne fotte. La voglia di fuggire e di morire. Poi ancora la voglia di riprovare. No, non può finire.
Ed eccola di nuovo davanti a me, sempre bella, sempre stronza, e piangeva. Esatto, piangeva di nuovo, ed ero fregato. Conoscevo il suo gioco, ma ero fregato. Sempre.
Quanto fossi debole non era un mistero per nessuno. Io e Sara, io lo zerbino e lei la regina. Schiavo del suo sesso e dei suoi capricci.

Ora la rivedo dietro il carrello della spesa, scomparsa una sera d’autunno e riapparsa dopo trent’anni di vita, mille volte sfiorata e mai incontrata.
Alta, magra, sciupata, bella come sempre, come non immaginavo più. Mi guarda e mi sorride col suo solito sorriso triste. Leggo il suo imbarazzo e lei legge il mio. Non saper cosa dire, il desiderio d’andar via e la voglia d’essere altrove, da soli, che lentamente sale. La voglia di lei, di riprendersi il tempo perduto. Pensieri scabrosi a stento repressi.
“Ciao che bello rivederti… come stai?”
“Bene grazie, e tu?”
“Non male… Ma che fai da queste parti? Credevo fossi andata ad abitare lontano…”
Parole forzate, sorrisi tirati. La magia dura un attimo, giusto il tempo di un sussulto nel petto, di un lampo d’eccitazione. Poi vince il disagio, il fastidio.
“Beh, allora ciao… vado che sono in ritardo…”
“Ciao, mi ha fatto piacere rivederti. Stammi bene…”
“Anche a me, ci si vede…”

Un ricordo. Era solo un ricordo prezioso, un’idea, una gemma che illuminava una traccia di passato.
Guai al mondo trasformarlo in materia. Quanta leggerezza perduta, un cristallo magico caduto in terra, infranto. E ora, nella testa solo i cocci del presente.
Ma si tratta d’aspettare, e Sara tornerà a splendere nel mio mondo di nostalgie… sempre che non la incontri di nuovo.

Me And Sarah Jane (Genesis, 1981)

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Sabbia nelle scarpe
…un racconto

Sabbia nelle scarpe
Un racconto di Carlo Tassi

Nel mio cammino quotidiano, imprigionato nel suo tracciato, mi distraggo e libero il pensiero.
Mi fermo e riparto di nuovo. Sono in ritardo ma non m’importa.
Prendo tempo, mi nascondo e guardo fuori: il mondo corre all’indietro mentre resto immobile e osservo.
Illusione, distrazione, evasione. Giocare a mosca cieca, poi capire dove andare.

Martina dove sei? Ti ho lasciata in giardino che giocavi al malato e l’infermiera. Genitori distratti e la voglia di vedere ciò che ancora non riuscivi a capire.
Adele dove sei? Sei passata come un treno. Solo uno sguardo è bastato per cuocermi a puntino. Un’estate a fuoco lento, a ribollire nel vederti ballare.
Roberta dove sei? Il mio premio: baciarti una sola volta alla festa del tuo compleanno e soltanto questo. Eppure quanto tempo i miei pensieri ti hanno scrutata.
Bella dove sei? Piccola regina di cuori. Viso di perla e chioma corvina. Sfuggente e misteriosa sempre, tranne una vigilia di ferragosto regalata per scommessa.
Claudia dove sei? Cinque anni tra inferno e paradiso. Sublime coi tuoi vent’anni la prima volta a far l’amore. Selvaggia, romantica, lunatica. Dannatamente esperta… forse troppo.

Voci, colori, odori, sapori. Idee, impressioni, le passate stagioni…

Come sabbia nelle scarpe.
Restano briciole, rimasugli di vita sbiadita.
Brillano dentro gli occhi e pungono i miei passi. Vivono ancora, nonostante tutto.
Schegge di felicità, amori acerbi, istanti perfetti, restituiti a pezzetti al mio girovagare.
Sabbia nelle scarpe, soltanto sabbia e niente più.

Sand In My Shoes (Dido, 2003)

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Gli ultimi cinque minuti
…un racconto

Gli ultimi cinque minuti
Un racconto di Carlo Tassi

Scendo in cantina in cerca di conforto,
rovisto tra le cose messe da parte.
Forse troverò un po’ di miele,
un dolce rimpianto, per rivivere l’incanto.
Ma non basta… dura poco, fine del gioco!

Torno su.
Un cielo nero sopra la testa,
una strada infinita quanto il cammino.
Solo ricordi spenti.
Nessuna voglia, nessun domani,
niente.

Pensieri sfatti, corpi sfatti,
facce gonfie, occhi chiusi.
Ogni giorno un presente da dimenticare.
Monotonia, claustrofobia,
aria malata, il respiro fugge via.

Benvenute malattie!
Gli anticorpi son scaduti,
diritti e doveri decaduti.

Il vuoto s’allarga, mi sfiora tagliente, silente.
La carne è putrefatta, maleodorante.
La piaga affiora, il bruciore è ardente.
Vermi nella mente.

Giro le dita attorno la ruota,
sono dato per spacciato.
Lo so, lo sono stato e lo sarò.

Solo promesse, sempre le stesse.
Quotidiane come il pane.
Bugie, ipocrisie, false terapie.
Se rinasco, mi dispiace, non ci casco.

Questa vita m’appartiene?
E se magari vita non fosse?
S’accettano scommesse!

Esco fuori, cerco colore.
Raccolgo sassi e conto i passi.
Sfuggo al dolore ma ritrovo rancore.

La gente guarda tutto
e non vede niente.
Denti finti, cariati, turati,
sorrisi dipinti, mascherati.
L’aria è saccente, l’alito pesante.

Pioggia acida nel cervello.
Apro l’ombrello, stringo il cappio al collo.
Questo mondo non m’appartiene.
Solo avvoltoi, sciacalli e iene.

Come un salto senza rete,
niente più fame né sete.
Finisce l’inganno totale,
dalla nascita al funerale.
Poco male.

Sarà la storia che mi compete,
e mia soltanto l’eterna quiete.

Riot (Ruby Amanfu, 2019)

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Il cuore dov’è
…un racconto

Il cuore dov’è
Un racconto di Carlo Tassi

Primavera dell’ottantadue.
Festa a casa di Marianna. Serata senza genitori e batticuore a mille.
Manca poco.
L’incognita dei baci. Baci immaginati, sognati, temuti, vietati.
Io sono pronto: polo bianca, jeans, scarpe da tennis e cinquemila lire in tasca.
Adrenalina, mal di pancia e un goccio di rhum di nascosto per carburare.

Esco.
Vado da Andrea. Alla fine della mia via giro l’angolo e sono sotto casa dei suoi. Saluto sua madre e salgo le scale. Lui mi accoglie in camera sua, si veste per la festa e mi parla di Beatrice. Mi racconta della sera prima, della sua prima volta. Mi mostra un succhiotto, mi dice tutto.
È il mio migliore amico, è giusto così.
Io l’invidio, non l’ho ancora fatto. Lui mi dice: “Senti, se non ti togli Roberta dalla testa, arriverai a vent’anni ancora vergine!”, poi scoppia a ridere.

Ho con me i dischi che mi ha passato Marco. Sarà lui a stare in consolle, io gli darò una mano. A mixare e fare scalette è il più bravo di tutti, la banda si fida.
La banda siamo sempre noi: io, Marco, Andrea, Gepry, Sandro, Carion e tutti gli altri… I soliti insomma.
Poi ci sono le tipe della festa, ovvio.
A me piace Roberta… Sì, lo so che è cotta di Marco, il fatto è che non riesco a non pensarla. E poi chissà, magari le è passata. Magari alla festa succederà qualcosa.
Nella testa solo fantasie e desideri. Agitazione, eccitazione, voglia d’esserci, di sognare ad occhi aperti.
Tra poco saremo al centro del mondo. Gira il mondo e gira la testa.

Penso a Roberta di continuo, è inevitabile. Forse stavolta s’accorgerà di me.
Occhi scuri come notte di tempesta, capelli lucenti come ossidiana, pallore lunare. Il viso, un ovale perfetto con una piccola cicatrice sulla fronte che fa impazzire. Il sorriso, un faro che illumina il mio mare di sogni.
Ma alla fine di tutto, il pensiero indugia sui seni che bloccano il respiro, e scivola nel mistero celato sotto la gonna. Ultimo, sublime peccato mortale. Splendido arcano che mai riuscirò a scoprire… O forse sì.

Comincia la festa.
I genitori di Marianna sono fuori Ferrara. La taverna è diventata una discoteca affollata.
Questo sabato notte sarà completamente nostro. Siamo gli attori del nostro film preferito, siamo le star del tutto esaurito. La storia si ricorderà di noi, ne sono sicuro.

Sono arrivato.
Andrea e Beatrice si appartano in un angolo. Ruggy arriva con Elisa, stanno insieme da due mesi.
Carion mi saluta, è già mezzo ubriaco. Paola e Claudia ballano in coppia, come sempre.
Mi viene incontro Gepry. “Senti, Marco non s’è ancora visto. Ci pensi tu a mixare?” mi dice.
“Ok” gli dico.
Vado alla consolle, un tavolino per picnic apparecchiato hi-tech. Accendo le luci strobo e inizio a metter su dischi: The Police, Simple Minds, The Cure, The Clash…
Mi guardo attorno, Roberta non è ancora arrivata.
Queen, Dire Straits, Duran Duran, The Stranglers, Culture Club…
Do you really want to hurt me… Marianna mi porta da bere. “Ciao Mary, hai visto Roberta?” chiedo.
“No, non l’ho vista” dice. Poi si mette a ballare reggae con Paola e Claudia.
Madness, The Specials, Devo, Talking Heads, The Jam, Soft Cell…
Where the heart is… Gepry mi passa accanto, occhi luccicanti e birra in mano. Lo blocco, “È arrivato Marco? Non voglio restare tutta la sera a metter dischi da solo!” gli dico.
“Dev’essere fuori in cortile… Dai, vallo a chiamare che qui ci penso io!”
“Ok grazie, vado e te lo porto!”

Esco fuori.
È buio e fa fresco. Vedo due ombre dietro una siepe, mi avvicino.
Riconosco Marco, è di spalle e sta baciando una tipa. Tossisco di circostanza, non voglio rovinare il momento. Marco si gira, mi vede e sorride imbarazzato. Dietro di lui c’è Roberta, si sistema la camicetta e abbassa lo sguardo. “Ciao Carlo. Gepry m’ha detto che sei tu alla consolle, stai andando alla grande!” dice lui.
“Grazie Marco, ma vado a casa. Non mi sento un granché bene, devo aver mescolato troppa roba da bere”, mi trema la voce, “Gepry m’ha sostituito, se vuoi dargli il cambio… ti saluto, ciao!”
Affretto il passo, vorrei dare un ultimo sguardo a Roberta ma non ce la faccio.
M’allontano quasi di corsa, con la testa nel pallone.

Torno a casa.
Mi passo una mano sul petto.
Immobile, svuotato.
Il cuore dov’è…
È caduto nell’erba… Tramortito, disseccato.

Che resti lì per un po’, per questa notte almeno, a bagnarsi di rugiada.

Where The Heart Is (Soft Cell, 1982)

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L’ossessione del sei e balle spaziali varie
…un racconto

L’ossessione del sei e balle spaziali varie
Un racconto di Carlo Tassi

Mentre distrattamente raccolgo i miei pensieri sparpagliati, confortato da gradevoli rumori di fondo, di nuovo mi chiedo perché mai il tempo funzioni a multipli di sei. Ovviamente alludo a quei miserabili di un tempo passato che adesso non ricordo. Quelli che han deciso che il tempo dovesse misurarsi in questo modo, dagli orologi ai calendari, sempre sei.
Sei per dieci fa sessanta, come i secondi in un minuto, come i minuti in un’ora. Sei per quattro fa ventiquattro, come le ore in un giorno. Sei per cinque fa trenta, come i giorni in un mese. Sei per due fa dodici, come i mesi in un anno. Multipli di sei come dicevo.
E questo pensiero mi perseguita anno dopo anno, per tutti gli anni della mia esistenza. Sarà che la somma delle cifre della mia data di nascita fa trentasei, sei per sei per l’appunto!
Non c’è scampo all’ossessione del sei. Specie quando il mio numero preferito è otto. Per qualche tempo ho perorato invano la sua causa, essendo l’otto palindromo e simbolo d’infinito. Ma non c’è stato verso, dato che da più parti è stata sollevata l’obiezione relativa all’unidirezionalità del tempo e al suo ipotetico inizio.
Quindi niente da fare, l’otto resterà soltanto il mio numero preferito e nulla più.

Altra questione che mi tormenta è quella dei rumori nello spazio siderale. Un falso galattico, come dire.
Ma come si può ragionevolmente pensare che la gente possa credere che nel vuoto cosmico esistano rumori molesti o di ogni altro tipo? Ve lo immaginate? Il rumore di un vettore a protoni o di un raggio fotonico?
Wham! Booamm! Blam! Ka-pow…
O il baccano fatto da una supernova che esplode?
Broooommmm! Kratatoooommmm…
Com’è possibile se nello spazio i rumori non esistono? Se le onde sonore non hanno nulla a cui aggrapparsi?
Il buio, il freddo, il vuoto assoluto… nel più assoluto silenzio. Esattamente come la morte!

Per questo ho scelto di restarmene buono buono a casa mia, ad ascoltare i miei rumori preferiti, nel tepore del mio termosifone, nella luce calda e soffusa della mia abat-jour, nel tempo scandito dal ticchettio del mio orologio da parete. Le fusa della mia gatta, il respiro del mio cane, le chiacchiere con mia moglie. Poi le cazzate dette in tv, come i bang bang spaziali nei film di fantascienza, tanto improbabili quanto indispensabili.
Stupidaggini come queste aiutano, in un modo o nell’altro, in un mondo e nell’altro, rumore o silenzio che sia. Il pensiero fluttua libero nello spazio profondo, regolato da un tempo impalpabile, indefinibile.
I problemi restano irrisolti, ma noi sopravviviamo lo stesso… o almeno ci proviamo.

E fanculo al numero sei!

Bang Bang Bang (Mark Ronson, 2010)


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Una mattina partirò
…un racconto

Una mattina partirò
Un racconto di Carlo Tassi

Aria fresca nei polmoni questa mattina. Lascio il cuscino e mi vesto.
Un sole velato fa capolino dalla finestra. Ancora una mezzoretta e il cielo si ripulirà dalle scorie della notte.
Il mondo è più leggero… decisamente interessante!

Poi una nuova voglia: voglia di andare, di respirare, di assaggiare. Di scoprire ciò che non ho mai visto prima.
È il momento. Chiudo la porta e scendo. Uno zaino di ricordi sulle spalle e qualche carezza rimasta nelle mani.
La priorità è cancellare il tuo viso, i tuoi occhi dai miei, la tua voce dai rumori del silenzio.
Via da queste quattro mura, calde di certezze incartate, zuccherate. Basta mal di denti e mal di testa perenni, pillole e caramelle, acidità di stomaco e film già visti, commedie e commedianti.
Prendo la moto: il metallo è di razza, il motore è caldo e il serbatoio è pieno.
Sotto le ruote sento il ruvido e il secco della strada. Parto e via senza voltarmi!

Seguirò l’istinto del lupo, oltre la collina e il suo bosco. Poi altre colline e boschi fino alle montagne del nord. Attraverserò ponti e confini, la strada non finirà mai.
Il cielo sarà mio fratello e veglierà su di me.

Starò da solo, io e i miei segreti. Libero di perdermi e di scomparire.
Scamperò alle trappole del cuore. Nessun controllo, nessun programma, nessun orario, nessun appuntamento e nessun dolore.
Soltanto aria per respirare, acqua da bere e terra per riposare.

Ecco il mio viaggio: andare avanti, lontano e altrove.
Andare via e non tornare più.

Drops of Jupiter (Train, 2001)


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Rosa d’autunno
…un racconto

Rosa d’autunno
Un racconto di Carlo Tassi

Le illusioni volano via come il fumo di questa sigaretta.
La musica rende dolce questo mio esser solo.
La tua pelle, nuova come i tuoi sogni.
I tuoi occhi curiosi, maliziosi, confondono i miei sensi.
Ubriacato dal tuo ricordo che persiste nel tempo.
Sempre, ogni momento.
Come ora.

E rimani sempre tu a farmi compagnia.
Nonostante la mia età, la mia rassegnazione.
Il corpo della mia chitarra, come i tuoi fianchi.
La tua pelle tesa, come queste sue corde.

Due dita le sfiorano provocando vibrazioni.
Altre dita le premono togliendole il respiro.
Così la chitarra comincia a suonare.
Lieve, poi più forte e ancora di più.
Il volume è costante ma aumentano i toni.
Il ritmo è variabile, come l’umore.
Poi tutto tace, poi riprende lento e di nuovo veloce.
Un crescente coito armonico.

Sedotto dalla mia Stratocaster.
E ancor mi sorprendo a titillarla e farla urlare.
Gemiti elettrici, suoni liquidi, argentini.
Si sciolgono tra i polpastrelli indaffarati, arrivano al cuore.

Fossi tu questa chitarra, che ti farei di più e meglio?
Certo non raggiungeresti questi acuti di diamante.
Non potresti.
Non sarai mai la mia schiava e nemmeno lo vorrei.
Non come la mia chitarra!
Abbracciato al suo corpo di frassino,
faccio sesso con la musica.
Mani esperte, addestrate,
si muovono tra memoria e istinto.

L’unico omaggio che posso farti,
coi miei troppi anni e i tuoi troppo pochi,
è questo assolo di chitarra.
Accontentati, mia giovane, profumata rosa d’autunno.
E sii felice.

I Don’t Want to Know (Muki, 2000)


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Aspettando la notte
…un racconto

Aspettando la notte
Un racconto di Carlo Tassi

Mangio per noia.
Il grasso della pancia è un peso che accetto con filosofia.
Il tempo fugge, mi frega, s’allontana.
Lo inseguo, goffo come sono, coi miei biscotti in bocca.
Resto indietro come previsto, il tempo vince sempre. Lui corre, io mangio… non c’è partita.
Forse è la luce. Troppa luce mi disturba, mi distrae, m’acceca.
Resta il pensiero, lui è mio amico e gli chiedo aiuto.
Alla fine siamo sempre io e lui a fare i conti col mondo.
Quale mondo? L’altro mondo? La fine del mondo?

Il mondo fuori da queste mura e il mondo dentro la mia testa, i conti non tornano mai.
E il tempo? Il tempo corre, io rifletto e resto indietro.
Fuori la gente passa, vive, muore, m’ignora, non esiste…

Io non esisto per la gente ma non m’importa, nella mia testa c’è una gran folla che m’aspetta.
Ma questa luce mi danneggia, mi confonde, mescola i pensieri, li corrode, li dissolve.
Così aspetto. Il tempo passa e io aspetto.
E finalmente arriva!
Arriva la sera, fresca e leggera. Mi culla e mi coccola un’ombra giovane e calma.
Apro gli occhi lentamente, il mio dolce mondo di tenebre è qui.
Liberato, fuoriuscito, sconfinato. Fluttuante di pensiero, senza il peso del giorno.
Ora posso vivere come voglio, andare dove voglio, parlare con chi voglio.
Almeno per un’altra notte ancora.

L’una di notte, seduto ad ascoltare una vecchia canzone.
L’oscurità circostante espande l’orizzonte.

E il tempo?
Il tempo s’è fermato ad ascoltare, anche lui come me.
Per un istante, io e il tempo riusciamo anche a guardarci, a salutarci, rigorosamente al buio.
Poi l’istante, per incanto, diventa come eterno.
E rivedo un ragazzo di quarant’anni fa canticchiare la mia stessa canzone.
È a casa dei genitori in via Belletti al numero sei, in una taverna rustica con un caminetto acceso.
Gli amici, gli amori, la scuola, le serate al campetto. Cuori selvaggi, ingenui, in sella ai motorini a far castelli di carta.
Meravigliosi castelli di carta dissolti dal tempo.

Il tempo appunto. Me n’ero quasi dimenticato.
Il tempo non s’è mai fermato, anche se per un po’ ci avevo creduto.
Ho cantato quella canzone per tutta la notte, o forse per tutta la vita, non lo so, il tempo corre.

Tra poco tornerà la luce e un nuovo giorno per continuare a invecchiare.
Non rimane che aspettare la prossima notte per ascoltare un’altra vecchia canzone assieme a quel ragazzo di quella casa in via Belletti al numero sei.

Bring On The Night (The Police, 1979)

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La catena dell’amore
…un racconto

La catena dell’amore
Un racconto di Carlo Tassi

C’era una volta un tempo d’attrazione e sincerità, di passione e complicità.
Forgiammo la catena dell’amore, fatta di promesse, certezze e miele nel cuore.
Due anime pure, sedotte, ubriacate. La mia e la tua, dolcemente incatenate.

I giorni trascorrevano lieti, leggeri, colorati.
Dolcezza nel palato, il sapore d’un sogno realizzato.
Dare tutto per scontato: ogni storia è una torta con crema e cioccolato.

Poi qualcosa si rompe.
I giorni uguali ai giorni, la noia sopraggiunge, il silenzio corrompe.
È capitato. L’amore è consumato, eroso, rovinato. Un boccone masticato.

Una voce dice: Non piangere sul latte versato, svegliati che il sogno è finito,
esci e cammina finché non sarai guarito!

Ma la catena non si spezza.
Stringe il petto, toglie il fiato. Il pensiero resta appeso, malato, stremato.
Da rifugio a prigione. Crudele la lezione, continua forzata la comunione.
Incatenati per amore, schiavi volontari, pronti al sacrificio,
pazzi e felici, agnelli tra le braci.

Questo eravamo, questo siamo, questo saremo.

E ciò che fu dolce un tempo, amaro è diventato.
La catena che un tempo proteggeva, ora è filo spinato.

Perché il passato non si cancella, resta intatto nella memoria,
doloroso inno alla vana gloria.
E la catena resta intatta,
ci avvinghia, ci controlla: la volontà annulla, l’anima incolla.
Perché la catena è invisibile, invincibile.
I nostri cuori cattura, ferisce, consola e cura.
E rivive il ricordo sbiadito d’un profumo perduto,
struggente retaggio di ciò che s’è vissuto.
Perché sublime è il rimpianto, irresistibile l’incanto.

Tutto è racchiuso in questa nostra indistruttibile,
rassicurante, spietata catena.

Il tempo dirà se n’è valsa la pena.

The Chain (Fleetwood Mac, 1977)

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Mangiami!
…un racconto

Mangiami!
Un racconto di Carlo Tassi

Mangiami!
Mangia la mia carne.
Mangiane a sazietà. Condita col sugo del mio sangue!
Gusta il sapore del mio dolore. Congruo tributo per il tuo riscatto d’appetito.
Sacro cuore, sacre frattaglie, sull’altare del tuo piacere.
Sono nato per questo.

Partorito e allattato da mia madre che mai ho potuto sentire.
Inchiodato nella croce del volere naturale.
Eccomi, curato, purificato e macellato. Non serve che m’arrenda.
Perché tu, uomo, mangi solo carne innocente, esente da peccato.
Eccomi, sono io l’infante. Fai presto, prima che la paura mi prenda.

Ridotto a oggetto morituro, mangiato fresco e presto dimenticato.
Sono nato per non vivere, paradosso mercantile dell’umano procedere.
Non voglio tremare, non voglio urlare, non voglio morire, ma a qualcosa devo servire.
Sennò che senso avrebbe farmi nascere, farmi crescere, per tuo volere?

Eccomi, la vita che mi hai dato ti ho restituito. Fanne buon uso.
Pezzetti di vita tagliati fini fini, conditi con l’olio, salati di lacrime e spezie.
Pezzetti gustosi, nutrienti, senza occhi, senza sentimenti.
Sono stato mai qualcuno? Essere vivente, muto, implorante?
Sarò mai stato un figlio da amare? Qualcuno da crescere e rimpiangere?

Migliaia di me ti chiamano, numeri anonimi, spiriti invisibili.
Massacrati dalla prassi quotidiana, al riparo da sguardi sensibili.
Tra urla silenziose e macchine d’acciaio rumorose si compie il mio destino.
Così si consuma la mattanza. Inizia e termina l’atroce dolore.
Nessun senso di colpa, nessun rimorso, nessun rancore.
Saluto tutti col mio ultimo, disperato battito di cuore.
Perché alla fine tutto si cancella. Basta un mio piatto di pietanza e resta solo il buonumore.

Riscattami dalla pena del disegno prestabilito, liberami dalle catene dell’anonimato.
Mangiami e ricordami.
Mangiami e ricorda ciò che ero.

E che, anche se per poco, sono esistito!

Weird Fishes/Arpeggi, live from studio (Radiohead, 2007)

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Una sera per caso
…un racconto

Una sera per caso
Un racconto di Carlo Tassi

Quanto di quello che ci succede accade per caso? Probabilmente tutto, anche ciò che crediamo di poter controllare attraverso le scelte che facciamo ogni giorno.
Libero arbitrio o pia illusione? Fiduciosi artefici del nostro destino o felicemente in balìa di questa cosa caotica chiamata esistenza?
La verità è che viviamo perennemente in bilico, e quando fatalmente ce ne accorgiamo è sempre troppo tardi.

Viki era bellissima coi capelli neri e lisci che portava lunghi e sciolti sulle spalle, ed era ancor più bella quando tornava dall’ufficio coi capelli raccolti da un cerchio di madreperla verde e gli occhiali da vista ancora appoggiati sul naso. Il viso stanco dopo una giornata di lavoro le conferiva un’aria in qualche modo sensuale, e quando glielo facevo notare si scherniva dicendomi che non ero affatto obiettivo perché innamorato, in altre parole che ero rincitrullito.
Da buona italiana le piaceva la pizza e andava matta per il gelato alla nocciola e menta.
Viki era astemia, amava gli animali e odiava il fumo delle sigarette. Suo padre, accanito fumatore, aveva appena superato la quarantina quando morì per un carcinoma ai polmoni, lasciandola orfana all’età di dodici anni.

Avevamo molto in comune io e Viki: lei come me amava andare al cinema e come me preferiva il mare per rilassarsi nel weekend.
C’incontrammo la prima volta al compleanno di Michael, un comune amico. Quella sera i miei amici dovettero insistere parecchio per convincermi a uscire e fare un salto alla festa. Alla fine, mio malgrado, accettai.
Non stavo attraversando un bel periodo: avevo perso i miei genitori in un incidente d’auto appena tre mesi prima e dal giorno della loro morte ero profondamente cambiato. Ero convinto che la vita mi avesse punito con la più grande delle ingiustizie e non sopportavo di stare in mezzo agli altri. Mi sentivo come un guscio vuoto che non aveva più niente da dare, non credevo più in niente e non cercavo l’aiuto di nessuno.

Alla festa mi misi in un angolo a osservare la gente con l’aria di chi non vede l’ora d’andarsene. Fu allora che incrociai lo sguardo di Viki che dopo nemmeno un minuto mi venne incontro per parlare.
A dire il vero, tuttora non ho ben chiaro quale fu il motivo che la spinse ad attaccar bottone proprio con me, ma il fatto è che appena iniziammo ad aprir bocca fu come se ci conoscessimo da sempre.
Viki non mi fece domande sulle cause del mio malessere, io stavo accarezzando il border collie di Michael e lei, senza che le chiedessi nulla, iniziò a raccontarmi del suo cane, di quando ancora bambina raccolse quel cucciolo abbandonato per strada e di quando, dopo quindici anni di vita insieme, gli diede l’ultima carezza prima che un’iniezione del veterinario lo addormentasse per sempre.
Parlammo del mare e della burrasca che c’era stata la notte prima, poi di gite in barca e di libri gialli, dei film preferiti e della musica che ci piaceva ascoltare. Chiacchierammo tutta la notte fino all’alba.
Da quella volta continuammo a vederci regolarmente, finché capimmo che il nostro destino era quello di stare insieme.

Io e lei non smettemmo mai di scambiarci la vita. Lo facevamo in modo semplice: con le parole, coi gesti quotidiani, con gli sguardi, coi pensieri. Usavamo tutto quello che avevamo: i nostri corpi, la nostra immaginazione, gli oggetti che ci circondavano e anche i nostri silenzi.
Era il nostro mondo perfetto, fatto solo per noi. Fino a due anni fa.

E ora che ci penso, ora che finalmente rivedo tutto quanto con la giusta lucidità, in questo nuovo giorno dopo tutti i giorni passati a rimuginare e con tutto il tempo che mi resta per ricominciare…
È già troppo tardi, troppo tardi, troppo tardi.

It’s Too Late (Carole King, 1971)

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Natale altrove
…un racconto

Natale altrove
Un racconto di Carlo Tassi

Albero di Natale, pacchetti sparsi sul pavimento, caramelle confezionate, scartate e buttate…
Sala d’aspetto d’ospedale: luci al neon, sedie e tavoli vuoti, pulsanti alle pareti.
Vado a prendere un te caldo al distributore, cammino lungo il corridoio. Pareti e soffitto arancio per rallegrare, luci soffuse per non disturbare. Sulla sinistra un corrimano grigio, sulla destra una porta dietro l’altra e all’interno di ognuna involucri umani giacciono in penombra, immobili, intrappolati nei loro sudari computerizzati.
È tardi, l’orario di visita è finito, un infermiere con una busta di soluzione fisiologica in mano mi passa accanto sfiorandomi, forse sono invisibile, certo vorrei esserlo. Mi pesa quest’aria viziata di disinfettante, escrementi e candeggina.
La vita si scontra con la morte, di nascosto. Avverto uno strano pudore, mentre orgoglio e dignità sono definitivamente sconfitti da bisogni e necessità. Gli umori fuoriescono, lacerazioni e piaghe purulente infiammano corpi già martoriati, umiliati.

Continuo a camminare senza fare rumore, gli occhi indugiano irrispettosi e dispiaciuti nell’intimità altrui. Un fracasso di urla sommesse mi raschia i timpani: rantoli, ansimi, lamenti bisbigliati m’inseguono anonimi lasciando solchi.
Corpi collegati a cavi e sensori, attaccati a tubi e sacche, perforati da aghi e sonde…
Intravedo cicatrici, come cerniere richiuse sulla pelle, e nervi spezzati, come le speranze.
Si vive la giornata, il dolore è come il pane quotidiano: si mangia per sopravvivere.
È rimasta poca carne in quei corpi pallidi, avvolti nei pigiami comprati in offerta, all’occorrenza.
Impulsi vitali monitorati ogni secondo. Anime e circuiti elettronici coabitano in simbiosi. L’esistenza è sospesa in un sonno indotto. Il pensiero è rarefatto. Forse è un sogno profondo, lontano, perso in altri luoghi e tempi.

Altrove sembra tutto normale: fuori le luci brillano a festa, la gente si prepara per uscire. Pizza o ristorante? Cinema o pub? Poi la messa di mezzanotte, per scambiarsi un segno di pace e rimirare il presepe coi suoi effetti scenici. Ormai satolli di cibi e vino ma non paghi di baldoria.
È Natale dopotutto.

Il Natale è altrove, penso. Eppure l’albero e gli addobbi sono qui davanti a me, in questa saletta dove quei corpi troppo fragili non possono arrivare.
No, forse mi sbaglio, il Natale è qui!

Fragile (Sting, 1987)

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La droga no

Fa davvero un effetto straniante ritrovarsi nuovamente la bacheca di Facebook invasa dai meme di Salvini al citofono, è come se – complice anche altro – il 2020 non fosse mai finito per davvero.
O almeno: aumenta la sensazione che questi nuovi ruggenti anni ’20 possano essere un solo enorme pastone.
Posso però intuire che ci sia ben altro a bollire in pentola.
E non mi riferisco certamente alla fine dell’epoca della “Bestia”, l’ormai mitologica creatura che gestiva il gran battage salviniano su internet.
Forse la “Bestia” si è solo trasformata in qualcosa di diverso.
In fondo – oggi come ieri – Salvini è perennemente ovunque.
Anche altre cose sono perennemente ovunque e i problemi sono – oggi come ieri – sempre gli stessi.
Sono però diventati più grossi, proprio come Salvini.
Alla luce di questo nuovo scandalo all’interno della Lega – questa volta “a base di droga” – possiamo forse immaginare un Salvini che si lancia in una pannelliana svolta antiproibizionista?
Chi lo sa?
Ma soprattutto: CHI SE NE FREGA.
Come recitava una vecchia réclame: i problemi sono tanti, milioni di milioni.
E qualcuno li ha pure contati, aggiungo io: pare siano 49 e che si automoltiplichino per altri 49 milioni per l’eternità consentendoci freddure eterne su Salvini e la Lega.
Francamente: me ne infischio.
Me ne infischio non perché ho poco senso civico ma forse perché ne ho troppo e temo sempre il peggio quindi con quegli ormai mitologici 49 milioni – come si dice qui – ci ho dato su, come con i processi a Berlusconi o Andreotti.
Vedremo cosa succede e nel frattempo buona settimana a tutti.

Baader Meinhof (Cabaret Voltaire, 1978)

The Unacceptable Face Of Freedom

Anch’io (come tutto il mondo occidentale) la scorsa settimana mi sono fermato e ho ascoltato “DONDA”, il nuovo capolavoro dell’autoproclamatosi GENIO Kanye West.
Che dire?
Una cosa così non succedeva dal giugno del 1967, da quella settimana in cui tutto il mondo si fermò per Sgt. Pepper.
Che aggiungere?
Gesù.
Perché?
Perché nemmeno in tutti i miei anni di catechismo ho sentito così tante volte il buon nome di ‘sto Gesù come in quelle due ore di CAPOLAVORO firmato Kanye West o come si fa chiamare adesso.
Si può quindi dedurre che “Donda” sia un gran bel disco o – meglio ancora – un capolavoro?
Boh, non lo so.
Perché?
Perché non sono riuscito ad ascoltarlo per intero.
Mi dispiace ma dopo “Jesus Lord” – pezzo che è già un classico della musica mondiale e che penso verrà mandato a breve in orbita dentro una chiavetta usb al prossimo volo spaziale marchiato Elon Musk – ho spento.
Niente di personale, niente contro Gesù (anche se ho purtroppo il vizio di bestemmiare spesso senza rendermene conto), niente contro i dischi che durano due ore.
Semplicemente: mi è venuta sete e allora sono uscito un secondo ad acquistare una bottiglia di vino.
Ed è stata quella la vera rivelazione perché poco dopo aver aperto la bottiglia, sorseggiando ciò che qualcuno chiamò “il mio sangue”, ho realizzato che la vita è troppo breve per farmi raccontare di Gesù e di divorzi e di lutti familiari da un annoiato miliardario – mi si passi la volgarità – del cazzo.
E questo mica perché – ci tengo proprio a precisare – io abbia di meglio da fare, anzi.
Anche se poi mi pare di ricordare che, bevendo il vino, ho pensato per svariati e persistenti istanti che avrei voluto dare fuoco a ogni miliardario sulla faccia della terra risparmiando giusto Paul McCartney, non so perché: bevevo vino rosso e sono fatti miei.
Probabilmente sono uno stronzo e il mio è solo odio di classe ma per me l’odio è sempre un sentimento più che di classe, elegante oserei dire.
Soprattutto se generato da un riccone rimbambito che nel tempo libero si abbuffa da McDonald’s.
Comunque gli auguro buona salute (cit.) e spero vivamente che al prossimo giro il nostro eroe si ricandidi alla presidenza magari vincendo perché: è proprio quel di cui ha bisogno – e che soprattutto si merita – il suo Grande Paese.
Buona settimana e speriamo bene.

Fuckhead (Test Dept, 1986)

Heroes and villains

Anch’io, come tutti, sono ancora (comprensibilmente) molto scosso dall’affaire Cristiano Ronaldo.
Mi chiedo cosa possa essere andato storto durante il colloquio telefonico fra il campione portoghese e il nostro campionissimo Mario Draghi: come ha potuto fallire il nostro miracoloso Primo Ministro nel tentativo di convincerlo a rimanere qui, per il bene socio/cultural/economico del Paese?
Francamente: non ho ipotesi.
Mario Draghi è un Uomo certamente poco avvezzo ai fallimenti ma vabbè, dopo la vittoria dei Maneskin all’Eurovision, la vittoria degli Azzurri agli Europei, la sportina di medaglie con cui i nostri Olimpionici son tornati dal Giappone e le altre Grandi Imprese in corso alle Paralimpiadi insomma: Mario Draghi ha già fatto molto, forse pure troppo per un Paese come il nostro che forse non merita tutto questo ben di Dio e quel moderno Dio che è Mario Draghi stesso sé medesimo.
Forse la risposta c’è: Mario Draghi ha lasciato partire egli stesso sé medesimo l’ingrato fuoriclasse ex-zebrato, è stato Lui a dargli l’ok.
E quando Mario Draghi dà un ok: vuol dire che è davvero ok.
Il nostro possente Premier si sarà seduto al Gabinetto con i suoi colleghi e avrà fatto in conti a mente insieme a loro, decidendo poi che questo CR7 poteva pur andare dove voleva perché questa nostra Italia nel pieno di un nuovo meraviglioso Rinascimento: non ha certo bisogno dei servigi e dell’indotto socio/cultural/economico di questo sgrammaticato campione un po’ egocentrico.
Va bene così, tutto regolare.
Anche questa settimana, oggi come ieri e come domani e nei secoli dei secoli: GRAZIE MARIO.
Buona settimana a tutti e come sempre: W MARIO!
Cordiali saluti e via col pezzo a tema.

Heroes and villains (The Beach Boys, 1967)

Buon appetito!

Come tutti sappiamo, il mondo là fuori non sembra promettere bene ma: proprio mentre sento già nell’aria le accuse di pessimismo/disfattismo un tanto al chilo – a cui sono comunque abituato – beh, dico subito che io mi fido moltissimo del Nostro Governo.
Non solo mi fido del Governo: mi fido anche di tutti gli altri enti che lavorano per noi, Confindustria in primis.
Tutte queste magnanime persone stanno lavorando giorno e notte (cit.) per permetterci un bellissimo ritorno alla normalità, quella normalità che io magari ingenuamente un tempo contestavo ma: adesso non lo farei mai ma mai mai mai.
Io voglio – come tutti – che tutto continui come deve continuare perché, davvero, di quest’incertezza proprio non se ne può più.
Dobbiamo continuare a spremere il pianeta com’è giusto che sia, anche perché siamo già belli avviati con la transizione ecologica e non c’è proprio pericolo di fare la brutta fine che tanti gufi ci spauracchiano così, con quel disfattismo gratuito.
Ad ogni modo capisco quei gufi, forse peccano solo di quella proverbiale voglia di lavorare che ha reso grande la razza umana non solo sulla Terra ma anche nel cosmo.
Ci sono persone intraprendenti che si lanciano con razzi falliformi nello spazio e questi sono segnali che ci invitano a prendere queste persone come modelli e a guardare fiduciosi verso un certamente aureo domani.
Qualche cattivone magari ha sperato che quel razzo falliforme potesse esplodere ma: certamente non io, nossignori.
Io mi sono sentito pieno di orgoglio – e soprattutto fiducia verso tutti – vedendo quel razzo al decollo.
Perché dico questo?
Perché so con certezza che fidandomi delle istituzioni e – soprattutto – dandomi da fare, anch’io un giorno potrò decollare con il mio razzo che però non vorrei così falliforme, bensì: a forma di iguana adagiata su un piatto decorato con una gradevole cornice vegetale.
Perché?
Boh, questa è un’altra storia e a essere sinceri non lo so nemmeno io.
Vabbè, buona settimana e buon appetito a qualunque ora del giorno e della notte.

True faith (New Order, 1987)

Riprendiamoci il gusto del futuro

È un mondo nel pieno di grandi mutamenti quello che ci ospita, tutti assieme in questa bella estate all’insegna dell’ottimismo.
Un mondo in cui qualcosa si muove, accadono cose fenomenali e noi tutti possiamo pensare con serenità al nostro futuro.
Ed è un futuro luminosissimo quello che ci attende.
Sempre più persone comprano le auto elettriche e sempre più aziende hanno a cuore la sostenibilità, quindi siamo a cavallo.
È quindi evidente: l’umanità è riuscita a risolvere tutti i casini in cui si è volutamente cacciata e – come si diceva poco più di un anno fa – “ne usciremo migliori”.
Alla faccia di chi ci vuole male.
Non facciamoci dunque spaventare dalla follia che serpeggia sempre più nella testa di quasi tutti noi.
Non pensiamo a quanto siamo sempre più stanchi e ancora (grottescamente) dopo secoli, così vincolati alla cessione del nostro tempo a chissà chi.
E soprattutto: non diamo troppo peso al caldo e al fuoco che stanno divorando il Canada.
Insomma, non cediamo a un disfattismo di bassa lega perché non ve ne è proprio motivo.
Restiamo ottimisti.
Buona settimana a tutti e forza Azzurri!

Strangers die everyday (Butthole Surfers, 1986)

Stiamo un po’ calmini

Prosegue, in tutto il Paese, la sconcertante ondata di euforia provocata dalle prestazioni della nostra Nazionale.
Si respira un clima degno della festosa Norimberga negli anni del Reich.
Si vedono a tutte le ore caroselli con bandiere, musicaccia, musica un po’ meglio, petardi, pistole, bazooka, bambini strafatti di popper, genitori ubriachi e nonni bombati di cocktail di farmaci.
Tutto questo fa certamente bene all’umore del Paese: ma non si può certo continuare così perché tutto questo è molto pericoloso in ottica assembramenti & covid-19.
C’è da essere sinceramente preoccupati per la sfida dei “nostri ragazzi” – in programma questo sabato – agli ottavi di finale.
Fortunatamente, la partita si svolgerà a Wembley e non all’Olimpico di Roma.
Questa casualità potrebbe sì alleggerire la situazione: ma anche peggiorarla sensibilmente, accentuando la follia serpeggiante iniziata dalle settimane di poco precedenti l’inizio della massima competizione continentale per squadre nazionali.
Che dire?
Intanto: Forza azzurri!
Ma anche: stiamo un attimino calmi, per Dio.
Comunque buona settimana a tutti e speriamo bene.

World in motion (New Order, 1998)

Gli straordinari d’aprile

Inizia oggi un’altra settimana, inizia un’altra settimana che però – ne sono certo – non potrà mai essere al livello di quella appena conclusa.
Anch’io, come tanti, ho seguito con trepidazione le folli 48 ore in cui il mondo impazzì per LA SUPERLEGA.
Quasi mi dispiace che questo dramma di caratura internazionale – pieno di interessantissimi spunti di riflessione – si sia concluso in un modo così brusco.
In cuor mio penso però che in futuro i nostri dodici apostoli riusciranno a vincere la loro Grande Crociata, realizzando questa loro fantasmagorica SUPERLEGA.
Lo so, sono un sognatore.
Sono anche arrivato a desiderare la paternità, io che l’ho sempre vista come un atto irresponsabile nei confronti di quei poveri disgraziati che vengono scaraventati al mondo ogni giorno così, senza poter dire la loro.
E perché mai io – che un tempo professai convintamente quelle cose orribili frutto delle mie deprecabili macchinazioni mentali – sono arrivato a volere dei figli?
Ma perché so per certo che un giorno mio figlio o i miei figli mi avrebbero chiesto di raccontare loro – più di una volta – le magiche 48 ore dell’aprile del 2021, quelle ore in cui il mondo fu in balia della magica SUPERLEGA.
I miei pargoli mi darebbero così molte occasioni in più per rivivere quel momento irripetibile nella storia della civiltà occidentale, un momento che può rivaleggiare – ma forse eh – giusto con la Beatlemania, la nave enorme bloccata là nel canale o boh, la prima esibizione del mai abbastanza celebrato Joseph Pujol, panettiere ma anche altro.
Insomma, questa SUPERLEGA a me ha fatto bene, mi ha ridato fiducia in questo mondo e so che non sono l’unico.
Guardiamo quindi al futuro con speranza, rafforziamoci nella nostra convinzione: questo mondo non è una terra desolata bensì un florido suolo meraviglioso da cui germogliano nobiltà e sentimenti.
Buona settimana a tuttə e cordiali saluti.

Opportunities (Pet Shop Boys, 1986)

Vecchia Emilia chitarra nera

Tante cose accadono in una settimana, tante altre ne accadranno.
Per com’è andata quella appena finita: io ho paura, paurissima, anche più del solito.
Un uomo saggio una volta ha detto che “la paura è la miglior amica dell’uomo” e ìo sono sempre stato d’accordo con lui ma un altro uomo saggio una volta ha detto “non voglio più amici, voglio solo nemici e basta alle vostre bugie, bugiEAH”.
Inizio paurosamente a essere d’accordo pure con lui.
Pensando alla settimana appena trascorsa potrei anche ridere e anche forte.
Nell’ordine: Mario Draghi ha pronunciato la parola “coscienza” (Mario Draghi!), Ursula Von Der Leyen si è dovuta sedere su un divano, il Principe Filippo se n’è andato (con lui se ne va anche il suo immenso talento comico, volontario o meno) e ultima – ma non meno importante – è tornato Vasco Brondi o almeno: io ho scoperto, forse in colpevole ritardo, che è tornato.
Non sono mai stato un fan di questo semi-eroe locale/nazionale, le cose che propone non sono esattamente la mia tazza di te.
Non capisco nemmeno il 99% dei cantautori italiani “classici”, figuriamoci se capisco la scarnificazione totale dei già troppo – musicalmente – scarnissimi cantautori italiani.
Quando anni fa era esploso il noto cantautore Calcutta, mi era sembrato di cogliere una sua vaga vena polemica nei confronti della “storica” posizione “di rilievo” della regione Emilia Romagna all’interno della produzione musicale italiana.
Mi sembrava di cogliere questa cosa da una sua intervista ma boh, chi lo sa, magari ero ubriaco o avevo semplicemente letto male.
Mi ricordo però che mi ero ritrovato a pensare al povero Vasco Brondi.
Avevo immaginato che – causa onda lunga di queste “nuove leve” – in breve tempo, il Vasco provinciale si sarebbe ritrovato soppiantato irrimediabilmente.
Disperso in un limbo tipo “troppo vecchio per la nuova scena indie-o-itpop-o-come-si-chiama-adesso/troppo alternativ* per Sanremo”.
Confesso che in impeto di bontà mi ero quasi sentito dispiaciuto per lui.
Questa mia bontà è però sparita – vanificando anni di sforzi – la scorsa settimana, circa al primo minuto di ascolto accidentale della sua nuova hit, l’ormai celebre “Chitarra nera”.
Durante quel primo minuto ho provato esattamente le stesse sensazioni di quel lontano 2008, anno in cui questo eroe indie a km zero era letteralmente ovunque e – soprattutto a Ferrara – con quei suoi soliti accordi zappati sulla chitarra e quel perpetuo recitato ansiogeno/apparentemente ricercato/con velleità letterarie, appestava l’aria della città estense peggio di quella “centrale elettrica” che l’aveva ispirato.
Quelle sensazioni – purtroppo – erano: dio, questo mi fa venir voglia di ammazzarlo con una bottiglia rotta, proprio come voleva fare quell’altro baffone ai tempi con James Taylor.
Quindi mi rendo conto perfettamente che ero e sono ancora cattivo.
Ma in realtà no, col tempo avevo provato a capire e a contestualizzare.
Avevo quasi rispettato, negli anni successivi, quei suoi timidi tentativi di evolversi almeno un minimo da quella roba lì che secondo alcuni era “il suo stile” ma per me era la bestemmia delle bestemmie: la sciatteria più insensata spacciata per “attitudine punk” per di più con quel piglio da frase sulla Smemoranda di uno che però LEGGE MOLTO E LEGGE BENE.
Ordunque ora mi chiedo: ma perché – dopo quei timidi tentativi di rimescolare le carte – uscirsene fuori così, con una roba del genere, così imbarazzantemente 2008, nell’anno del Signore 2021?
E mi chiedo poi: ma perché la gente ancora abbocca?
È forse perché in Italia, come sempre e da sempre, l’ipotetico ascoltatore medio tende sempre a farsi abbindolare più dalle parole che dalla musica?
E a proposito, mi chiedo: ma perché un testo del genere?
Ferrara è una città piccola dove tutti sanno tutto e quella lunga colata di parole sarebbe comprensibile persino da Mons. Negri anche se non abita più a Ferrara da anni e anzi, secondo me gli fischiano pure le orecchie perché ha abitato a Ferrara abbastanza e penso che in queste settimane si gli sia venuta una certa insonnia.
Dunque ancora: perché?
Sig. Vasco Brondi, perché?
Perché hai scaraventato me – e tanti altri perché so per certo che non sono da solo – in quel lontano 2008?
L’hai forse fatto per farci dimenticare il maggior caos in cui si sguazza in questi ruggenti anni ’20?
Se sì: grazie per il pensiero ma non serviva.
E ad ogni modo non funziona.
Mario Draghi è ancora qua, con quella sua epidermide così peculiare.
Sarebbe davvero bello se tu, Vasco Brondi, riuscissi a riportarci tutti a quel 2008 in cui la parola “retromania” era quasi sconosciuta nel nostro bel Paese.
Ma non penso sia fattibile.
Ad ogni modo buona fortuna.
È comunque divertente rendersi conto che – proprio come in quel 2008 – il concetto di fastidioso e sciatto rumore inascoltabile continui a non includere voi noiosi cantautori per la maggior parte delle persone.
Il rumore inascoltabile è e sarà sempre la roba che ascoltiamo noi che veniamo guardati storti perché mettiamo su i Throbbing Gristle o i Mars mentre beviamo il primo caffè al mattino, va benissimo così perché ormai siamo abituati
Tutto questo poi mi fa quasi sentire meno anni sul groppone, proprio come quella volta di tanti anni fa, quando un altro cantautore mi chiese di togliere i Flipper perché “troppo rumorosi per le ore 3 e 40 circa del mattino”.
Ma vabbè, non possono perseverare solo gli altri quindi anch’io rimango qui a perseverare e a urlare “Flipper” per strada e a caso, proprio come nel 2008.
Brindo allora a te, Vasco Brondi e anche al mondo intero con un bel bicchierino di Vecchia Emilia – Chitarra Nera perché è così che va il mondo, proprio come dicevano i Flipper.
Buona settimana a tutti e cordiali saluti.

Way of the world (Flipper, 1982)

Alla fine di tutto

 

Prima che si distrugga lentamente la tua voglia, sbrigati e fai altro
fai tutto quello che possa sembrarti niente di fronte a quella sola voglia,
prima che vi succeda fate altro, un qualcosa che non c’entri affatto
con tutta quella roba innata e maledetta che chiamate ancora voglia,
allontanatevi drasticamente da tutto quello che credete debba far parte
di quel mondo vicino o affine, perché non c’è un mondo abbastanza giusto,
un mondo abbastanza corretto per esprimere la voglia, e tutto quello che pensi
non ne faccia parte può invece farla crescere, la tua strana, estrema voglia
che sia di cantare, dipingere, recitare, scrivere, ammazzare o procreare
la tua unica voglia, prima che svanisca nel nulla o che si perda proprio
quando non volete per nessun motivo perderla, cercate di diluirla per bene
in mezzo a quelle cianfrusaglie varie che non c’entrano niente con un microfono,
una galleria zeppa di gente mal vestita, una tuta fucsia elasticizzata, un palco
con davanti un pubblico che fa finta di essere vivo o una recensione uscita
male sul giornale di cultura locale, salvala la tua voglia, da tutto quel mondo
che pretende di essere quello esatto, non imbavagliarla, lasciala venire su
così dal nulla, da una giornata passata a fare cassa in un piccolo supermercato
dimenticato da dio, fatela riempire di ore passate a sistemare cibo scaduto
su scaffali impolverati, non curatela per giorni, che non è mica una pianticella
del vostro orto, quella roba lì che chiamate voglia è tutto diverso da quello
che vi spacciano come fiori al posto della cruda realtà, che non c’è proprio modo
per coltivarla, nessun modo per farla crescere o attecchire meglio se non ce l’hai,
se non c’è in questo momento, è così che va e se c’è, sarà sempre l’unica per te
quando lo vorrà, e le volte che si farà viva all’improvviso, saranno le migliori,
ricordati di pregare per quelle volte e anche per tutte quelle in cui sarà al posto di
ore interminate in mezzo al traffico per arrivare a lavoro, poltrone sdrucite
al cinema per vedere un film remake degli anni ’90, giornate spezzate
a recuperare soldi non goduti all’inps, cazzate dette tra colleghi di lavoro
pronti a scappare alla fine del turno, orgasmi inaspettati tra le lenzuola e risate
del vostro compagno, zuppe di ramen mangiate al ristorante fusion per sentirsi
in Giappone e strani sogni mai avverati, che voi lo sapete benissimo che alla fine
saranno le migliori e anche le più vere, quindi davvero evitate di fare tutto quello
che credete possa far parte di quella strana, dolce, maledetta voglia che vorreste
non vi abbandonasse più, perché dovrai farne a meno, quando lei non vorrà
essere scoperta, quando vorrà nascondersi dietro una pagina di un manga
letto nelle ore di buco o persa tra i panni sporchi durante le ore in una lavanderia
a gettoni o nei sorrisi regalati a primavera in un parco assolato, quella voglia prima
che si autodistrugga per sempre, fate conto di viverla senza vergogna, né ansia,
perciò allontanatevi da tutto quel mondo che credete possa essere come un profilo
facebook di quelli inventati, l’identità di quella voglia non la perderai mai, neppure
se ti deciderai alla fine, inesorabilmente, di non averne davvero mai più voglia.

Se ti potessi dire (Vasco Rossi, 2019)

Old ego is a too much thing

Com’è possibile spiegare l’esistenza di Matteo Renzi?
È possibile spiegarla forse con l’episodio della sua querela al noto cantante Piero Pelù?
È possibile spiegarla scorrendo un campionario della sua acrobatica mimica facciale?
È possibile spiegarla consultando la sua pagina Wikiquote?
Non lo so e forse in realtà non lo voglio neanche sapere.
La mia non è tanto paura, forse è solo stanchezza.
Mi sembra ieri ma è passato già così tanto tempo dalla notte di (ormai) tanti anni fa in cui – con il suo consueto stile sobrio e misurato – annunciò che si sarebbe finalmente levato dai maroni dopo aver perso quel famoso referendum che tanto coinvolse anche il sopracitato e noto cantante Piero Pelù.
Qualcosa torna e qualcosa non torna, come sempre in questo Paese.
Non è certo questione di matite, probabilmente non è nemmeno questione di magheggi propiziati dal sempre attivo Licio Gelli.
Forse, per citare un saggio conclamatamente pazzo ma – almeno a sprazzi – talmente lucido se non luminescente, è solo questione di ego.
Proprio così, sembra stupido e banale ma la vita, spesso – proprio come Matteo Renzi, Licio Gelli e a volte anche il noto cantante Piero Pelù – è proprio stupida e banale.
A questo punto non è il caso di scomodare Hannah Arendt, nessuno dei personaggi citati merita tanto.
Le questioni e i personaggi in ballo richiedono qualcosa di più diretto, semplice, apparentemente stupido e banale ma – proprio come la stupidità e la banalità – a volte illuminante.
Cordiali saluti e via col pezzo della settimana.

Firenze sogna (Litfiba, 1993)

L'INFORMAZIONE VERTICALE
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