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Diario di un agosto popolare
1. Andare per strada e ascoltare la vita

ANDARE PER STRADA E ASCOLTARE LA VITA
Roma, 31 luglio 2019

Avevo cominciato bene, da ragazzo, imparando che il modo migliore per rendersi conto di ciò che si sta vivendo, fosse leggere libri e ascoltare il popolo.

All’epoca non usavo questa parola, che era il nome dell’organo della DC, mi piaceva di più il proletariato o al limite, i poveri.

Andavo in giro per quartieri a me sconosciuti (vivevo a Porta Metronia e i miei erano insegnanti) e con la scusa di dare un volantino entravo nelle case popolari o nelle baracche o davanti alle fabbriche e ascoltavo le vite e i problemi delle persone che mi aprivano la porta, tornando a casa ubriaco di Sambuca e Amaro Cora.

Poi vennero i tragici anni di piombo e i patetici anni ’80 e cominciai a conoscere il mondo solo attraverso la televisione e i giornali.

Nelle case non entravo più, nessuno si fidava e i volantini erano finiti.

Alla tv non parlava più il popolo ma la gente.

Dopo la caduta del muro le cose sono andate anche peggio. Mi restava solo il cinema e farmi amici che non fossero della mia stessa classe sociale.

Guglielmi aveva inventato i reality di Rai 3 e si cominciava a conoscere la gente comune nelle aule dei tribunali, nelle caserme dei pompieri e tra chi aveva smarrito un parente.

Ma a me più che la gente, mi piacevano gli strani, quelli che, immaginando di essere – chissà perché – tra i normali, venivano chiamati i diversi, semplicemente perché trovandosi a disagio con le norme predominanti, insistevano, con fatica, ad essere come si sentivano.

Poi è arrivato il cambio di millennio e da allora abbiamo deciso di chiuderci in casa davanti a uno schermo e vedere il mondo da lì.

Ho sospirato da solo, vedendo cadere le Torri gemelle in diretta. Ho protestato da solo vedendo le bombe cadere su Baghdad. Ho persino guardato alla tv “C’è posta per te” e “il Grande Fratello” incrociando mondi sconosciuti ma probabilmente fasulli.

Oggi, alla fine degli anni ’10, quello che so del resto del mondo, passa per tre quarti da Facebook o dalle notizie online.

Frugo commenti su Facebook nelle pause della vita, nelle file alla posta, in sala d’aspetto per un esame di salute, a una fermata d’autobus e purtroppo prima di addormentarmi, al posto di un bel libro o di una salutare scopata.

È un mondo pieno di notizie che si rimbalzano, che ruota attorno a conflitti monocordi, battutacce – a volte persino divertenti, ma col secondo fine di creare facili schieramenti e compattare le identità in modo sempre più settario. .Anche se per fortuna ho amici intelligenti, a volte mi pare che da Facebook non se ne esca vivi.

Perciò gli sforzi dell’amico Daniele Vicari, che ammiro moltissimo anche per la sua capacità di coniugare l’onesta volontà di indignarsi e al coraggio di autocriticarsi, con la capacità di fare bene il suo lavoro di autore e regista, mi sembra una delle cose più lodevoli di queste conversazioni digitali.

Ha ragione Daniele: bisogna parlare nelle strade, davanti a un bancomat con la vecchietta e alle poste dove brontola la gente. Bisogna uscire dalla tastiera, capire cosa sta succedendo: e non solo alla sinistra, al mondo del cinema o ai diritti umani calpestati.

Ma anche al nostro vicino di casa, nella fila al CUP, o al mercato.

Non possiamo lasciare il campo al contagio mediatico di slogan e contro-slogan.

Io non ho mai avuto una gran passione per essere gregario. Anche nei gruppi a cui ho aderito sono sempre stato (credo in modo civile) poco allineato.

E mi sono sempre piaciute di più le persone vere, anche le più rozze, rispetto al modo in cui vengono rappresentate per sommi capi.

Dunque, per non fare troppe chiacchere qua, andrò adesso in giro, (anche se ho scelto un periodo sbagliato) e da domani, se ho ascoltato qualcosa di nuovo, e se a qualcuno interessa, ve lo racconterò, proprio così come lo avrò sentito.

Domani è il primo di agosto.

(1 Continua:  domani e per tutto il mese di agosto)

Diario di un agosto popolare

  1. ANDARE PER STRADA E ASCOLTARE LA VITA
  2. STRANI STRANIERI
  3. CORPI DIMENTICATI
  4. NELLA CITTA’ DESERTA
  5. COCCIA DI MORTO
  6. FINCHÉ C’É LA SALUTE
  7. LA BOLLA SVEDESE
  8. STELLE CADENTI
  9. MEZZI PUBBLICI
  10. FREQUENZE DISTORTE
  11. CANNE AL VENTO
  12. L’OTTIMISMO DURA POCO
  13. LA TORBELLA DI ADAMO

CIO’ CHE IL COVID-19 CI HA PERMESSO DI VEDERE MEGLIO

Siamo in Novembre ed è arrivata la seconda ondata di Covid-19. La situazione è più o meno la stessa di questa primavera: ospedali in affanno, medici sotto stress, circa quattrocento morti al giorno. Rispetto a questa primavera il virus non è più solo delle regioni del Nord, ma sta attraversando tutt’Italia; nel frattempo i posti in terapia intensiva sono quasi raddoppiati, sono stati assunti più di 30.000 tra medici e infermieri.

Questa malattia ha accelerato alcuni processi di forte trasformazione sociale che stanno attraversando tutto il mondo occidentale e, più in generale, tutta la terra.
Tra le dirette criticità scoperchiate dal ‘maledetto virus’ mi viene da citare per prime:

1- Le disfunzioni del sistema sanitario.  La riforma del titolo quinto della costituzione (delega alle Regioni della gestione della sanità pubblica per il territorio di competenza) e la privatizzazione della sanità hanno determinato una situazione a macchia di leopardo in tutta la penisola. Si sono create alcune disfunzioni di sistema che ora vedono tutti: depotenziamento delle attività di prevenzione, depotenziamento della medicina di base, forte ricorso ai pronto-soccorso per qualsiasi evenienza, forte ricorso ad ambulatori privati.

Il sistema di accreditamento delle aziende private, che di fatto doveva movimentare il sistema d’offerta sanitaria e quindi migliorare la qualità dell’offerta complessiva delle prestazioni sanitarie erogate e garantite, ha incontrato tre grossi ostacoli:
il sistema di convenzioni attraverso il quale il sistema statale/regionale riconosceva al privato sufficienti requisiti per essere considerato alla stregua del servizio pubblico, e quindi erogare le stesse prestazioni attraverso i DRG (diagnosis-related group/raggruppamento omogeneo di diagnosi), non è riuscito a decollare con sufficiente rigore e trasparenza;
Le aziende private hanno continuato a considerarsi tali e, salvo rare eccezioni, ad erogare prestazioni ‘convenienti’ per loro. Ad esempio: ci sono moltissime cliniche private che non hanno il pronto soccorso (il rapporto costi/benefici relativo alla gestione dei pronto soccorso è molto sbilanciato sul versante costi, per non dire che in molti casi va in perdita);
– Il terzo tema riguarda l’aziendalizzazione delle ASL. Da quando le ASL sono diventate vere e proprie aziende (con tanto di pareggio di bilancio come obiettivo) hanno, da una parte ‘razziato il territorio’, deprivando, ad esempio, tutta le gestione dei servizi sociali che faceva capo ai Comuni; dall’altra hanno imposto al sistema una gestione dei servizi socio-sanitari di competenza quasi esclusiva dell’ASL, mentre il sistema prevedeva in origine una concertazione degli interventi e delle risorse attraverso delle cabine di regia ASL/Comuni.

Il sistema che vediamo ora ha iniziato la sua trasformazione circa 20 anni fa su impulso della Lega Nord di Bossi, dei forti interessi economici che nelle regioni del Nord riguardavano la gestione degli ospedali, delle spinte riformatrici dei legislatori (Nazionali/Locali) che, pur animate da buone intenzioni, hanno bucato l’acqua.

Ciò non toglie che: abbiamo ancora un sistema sanitario universale che garantisce le prestazioni di base a tutti, abbiamo ancora degli ospedali e dei reparti di eccellenza che ci invidia tutto il mondo, la nostra classe medica è molto preparata e competente. Dal nostro sistema sanitario (anche così com’è ora) gli altri Stati possono tutt’ora imparare molto. Anche questo fa riflettere.

2- La messa in discussione di una idea di ‘democrazia’ che ha dominato nel mondo occidentale per almeno 50 anni. Democrazia  (dal greco antico: δῆμος,  démos, “popolo” e κράτος,  krátos, “potere”)  significa “governo del popolo”, ovvero sistema di governo, in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dal popolo, generalmente identificato come l’insieme dei cittadini che ricorrono a strumenti di consultazione popolare (es. votazione, deliberazioni ecc..). Il sistema democratico è messo in discussione per due ordini di motivi:
– non ci si riconosce più nei sistemi di rappresentanza così come codificati, cioè non ci si sente più rappresentati da nessuno. Classica è l’affermazione: “Non voto nessuno, così se sbagliano io non centro niente”.
Non ci si riconosce più nell’idea che un “governo del popolo” sia una “buona” e auspicabile forma di governo. Da qui molte derive: dal riproporre le oligarchie dei nobili, alle forme di autoritarismo, in cui i poteri si concentrano su una sola persone. Questa ultima tendenza dà ragione dello stato di insicurezza e preoccupazione in cui si trova la popolazione. La storia insegna che in tutti i momenti di forte crisi ‘sociale’ riemergono in maniera prepotente le spinte all’autoritarismo.

3- Un individualismo smodato. Ogni persona pensa per sé. Non c’è più condivisione e poca solidarietà. All’origine di questo ripiegamento sul ‘sentire privato’, che sembra una brutta caratteristica del tempo attuale, ci sono ragioni e giustificazioni e, per fortuna, si registrano anche dei segnali in contro-tendenza che sono il nocciolo di tutte le nostre speranze. L’individualismo smodato è legato a una perdita di ‘valori’ e a una assoluta mancanza di ‘fiducia’, non solo nelle istituzioni Statali o sovra-Statali, ma anche in altre nostre istituzioni fondanti: i sistemi amministrativi territoriali, le Onlus, le Fondazioni, le Ipab, perfino la parrocchia e la famiglia. Un sentire di continua preoccupazione e continua incertezza per il futuro (non c’è più certezza di avere un lavoro, di avere chi ci cura, chi ci accudisce, chi pregherà per noi) hanno portato a questo ripiegamento sull’individualismo, che è all’origine di tutti i nostri mali. Senza un tessuto sociale solido che prevede disponibilità, altruismo e fiducia tutte le società sono destinate a scomparire. Trovo che il tema della fiducia sia sempre fondante. Senza una rete fiduciaria semi-stabile e riconosciuta/riconoscibile qualunque sistema relazionale naufraga nel mare dell’indifferenza e annega. Siccome la parola ‘fiducia’ è spesso usata a sproposito, credo sia necessaria una chiarificazione semantica, che ci permetta di circoscrivere dei comportamenti all’interno di una cornice di significato quasi-univoco, che possiamo utilizzare per ragionare anche in maniera ‘teorica’ su questo concetto (ma anche sentimento e comportamento), di cui si è persa la vera valenza e la conseguente consapevolezza dei suoi effettivi risvolti.

La fiducia è l’aspettativa di un atteggiamento/comportamento/evento ‘positivo’ messa in opera da un attore sociale. L’attribuzione di ‘positività’ può investire il comportamento di un singolo individuo, così come quello di un gruppo o di un sistema sociale.
La positività di tale atteggiamento/comportamento/evento è decisa dal soggetto che compie l’azione di attribuzione di fiducia ed è coerente con la sua aspettativa di riduzione della complessità sociale, con il suo orientamento etico, con la sua idea (in costante ridefinizione) dei corollari che può avere il concetto, di per sé astratto, di ‘verità’.

La fiducia può essere riposta nei confronti di una singola persona e nei confronti di un sistema sociale. La fiducia ha quindi una dimensione ‘personale’ che si concretizza nel fidarsi di un’altra persona. Questo tipo di fiducia presuppone due premesse: la ‘familiarità’ intesa come caratteristica di una relazione (in senso più olistico di un mondo) che conosciamo e di cui riusciamo, almeno in parte, a prevedere gli sviluppi e la ‘conoscenza della storia’ intesa come conoscenza di ciò che è successo come elemento esplicativo, anche se non meccanicistico, di ciò che succerà.

Oppure la fiducia ha una dimensione ‘sistemica’ dipende cioè dal fatto che dei sistemi sociali diventino stabili grazie alla comunicazione intersoggettiva. Sistemi stabili riducono la complessità del mondo e permettono alla fiducia di passare dalla personalità singola al sistema, riponendo aspettative sulla correttezza e prevedibilità delle regole di funzionamento dello stesso. Un tipico esempio di sistema stabile è la scuola. Tale sistema permette di passare dalla fiducia nel singolo (es: l’insegnante di matematica) alla fiducia nel sistema stesso (scuola), in quanto permette di prevedere ciò che succederà, grazie al fatto che esistono regole codificate, chiare e rigide che determinano in larga misura le conseguenze che molte azioni avranno (se un professionista impiegato a scuola si presenta ubriaco verrà allontanato; se uno studente presenta i sintomi di una malattia infettiva, verrà riaccompagnato a casa; se succede un incendio si evacuerà la scuola secondo il piano più volte simulato, se il preside va in pensione verrà sostituito da un altro, e così via …). L’eccezione alla regola è costituita da ciò che si considera anomalo o nuovo, cioè quel possibile dell’accadere che non è ‘riducibile’ in senso sociale.

Questo è un tema sul quale riflettere, questo è il tema centrale di questo nostro mondo confuso.

Oltre a tutto ciò che il Covi-19 ha scoperchiato con grande vigore, esistono anche alcuni problemi che riguardano tutto il mondo e che si interfacciano direttamente con quanto sopra-scritto: i cambiamenti climatici, la crescita demografica esponenziale, il “sistema finanza” che pervade tutto e che relega la politica in una dimensione locale, depotenziata, di grande insofferenza e litigiosità.

C’è quindi speranza per il futuro? C’è sicuramente ed è legata alla fiducia che sapremo creare, costruire, ricostruire e mantenere.

SCHEI
Senza infamia niente Lodi

Secondo me c’è ancora qualcuno che pensa che sbattere in prima pagina il curriculum degli illeciti del Vicesindaco di Ferrara possa far cambiare opinione a chi l’ha votato. Come se cercare di fottere schei al Fisco e non pagare l’avvocato fosse incompatibile con un incarico istituzionale.

Ma scusate. Un individuo diventato una specie di affettuosa macchietta dell’italiano di successo, al punto da essere chiamato solo col suo nome proprio (Silvio) sia dai sostenitori che dai detrattori, ha iniziato la sua carriera da imprenditore con fondi e garanzie della banca Rasini, dichiarata dagli stessi mafiosi come la banca che riciclava il denaro sporco (ci ha lavorato il padre, di Silvio); attraverso un suo plenipotenziario siciliano, collezionista di libri antichi e frequentatore di uomini della Cupola, ha stipulato un patto di reciproca protezione con la mafia corleonese, facendosi proteggere personalmente da un certo Mangano, ospitato come stalliere a casa sua ad Arcore e definito da Paolo Borsellino come una delle teste di ponte della mafia siciliana verso il Nord Italia; ha occupato abusivamente frequenze televisive, facendosele sanare ex lege; è uscito indenne da quasi tutti i processi a suo carico (tranne uno, per frode fiscale, per cui è stato condannato) perchè prescritto, amnistiato o perchè il reato è stato depenalizzato in Parlamento dall’opera delle sue squadre di avvocati/parlamentari; ha utilizzato le prestazioni sessuali di ragazze anche minorenni (non lo dico io, lo dice la sua ex moglie) allestendo le sue festicciole, pare, anche in sedi istituzionali; è stato uno dei primi tesserati alla loggia P2 di Licio Gelli, mandante della strage di Bologna. A guardare le accuse a cui è sfuggito – nel senso che non ha scontato la pena – altro che persecuzione giudiziaria delle toghe rosse, viene da dire che ha avuto dalla sua buona parte della magistratura giudicante. Costui è stato Presidente del Consiglio per complessivi dieci anni, superando Andreotti e superato per durata solo da Giolitti e Mussolini. Con il suo impero editoriale costruito su un colossale conflitto di interessi (a un certo punto agito direttamente, da capo del governo), costui è il personaggio che ha modificato in maniera più profonda, capillare e duratura il costume e la cultura di massa dell’italiano, con una notevole sagacia, oltre che con una inarrivabile disinvoltura. Il partito da lui fondato è stato sbeffeggiato dall’intellighenzia anzitutto per il nome scelto (Forza Italia, simile ad un coro da stadio), dopodichè è arrivato a prendere più del trenta per cento dei voti degli italiani, che sono andati direttamente a lui, perchè Forza Italia non esiste senza di lui.

L’Italia è il paese che, per una volta (di solito accade il contrario), ha anticipato gli Stati Uniti d’America, lanciando la moda del tycoon al potere. Anche negli USA molti lo ritenevano impossibile, eppure sono stati capaci di eleggere Presidente uno i cui hotel e casinò sono finiti per sei volte in bancarotta tra il 1991 e il 2009, in gran parte a causa dell’incapacità di saldare i debiti contratti o di rinegoziare i debiti con le banche, i proprietari e i piccoli creditori. Uno che al settimanale Newsweek nel 2011 dichiarò: “Ho sempre giocato con le leggi sulla bancarotta – vanno molto bene per me”. Uno che disse a tal proposito: “Ho utilizzato le leggi di questo paese per pagare i miei debiti… Be’, abbiamo una compagnia. Metteremo tutto a bilancio. Negozieremo con le banche. Faremo un grande affare. Sapete, è come al The Apprentice. Non è un fatto personale. Sono solo affari”.

Troppa gente continua ad ignorare la saggezza di Ennio Flaiano, che affermò: “nel nostro paese la forma più comune di imprudenza è quella di ridere, ritenendole assurde, delle cose che poi avverranno”. In un panorama simile, continuo a stupirmi del fatto che ci sia molta gente che non capisce come un sedicente disabile che corre dietro a disabili veri, che festeggia per piazza stile “è arrivato l’arrotino” in pieno lockdown, che parcheggia l’auto regolarmente sotto il Comune, che filma la Jacuzzi che si è fatto montare nella casa popolare che continua ad abitare, nonostante si attribuisca un lauto indennizzo come amministratore – pignorato dall’ Agenzia delle Entrate  – possa continuare a fare il Vicesindaco della città. Ma signori, quello è il suo posto. Avesse osato di più, a quest’ora sarebbe presidente di Regione, un Formigoni, un Galan. E’ questione di proporzioni.

Purtroppo stiamo tutti contribuendo a forzarle, queste proporzioni, attribuendo a questo individuo la forza che non ha. Noi gliela diamo, questa forza – ed io contribuisco con questo pezzo una tantum, promettendo a me stesso che non lo farò più. Lodi avrebbe preso tante preferenze: no, ha preso un migliaio di preferenze su centomila aventi diritto, circa un ferrarese su cento. Certo, è quello che ne ha avute di più, ma perchè tutti gli altri candidati ne hanno prese di meno. Un ferrarese su cento ha espresso la sua preferenza per il piccolo guitto da sagra paesana, e allora? Quando un signore di questa statura, dall’alto delle sue mille preferenze, si guadagna, di rimbalzo, articoli di giornale sulla stampa francese e inglese, monologhi pseudosatirici dei neopolemisti italiani alla moda (tendo a diffidare di chi costruisce la sua carriera esclusivamente sullo sputtanamento altrui), servizi di prima pagina sui magazine di approfondimento in prima serata, vuol dire che è proprio il mondo dell’informazione a fornire a questo soggetto il propulsore per lanciare i suoi “messaggi” più lontano di quanto potrebbe fare con le sue sole mani. E’ l’informazione malata e ridicola a conferirgli quei superpoteri da supereroe dei bar, e la cosa più grave è che uno dei megafoni più efficaci della sua “attività” glielo fornisce l’informazione “progressista”, amplificando le sue gesta a dismisura, come se questo potesse spostare minimamente l’opinione di qualcuno che gli ha espresso la sua preferenza. Nessuno che venga sfiorato dal sospetto che chi gli ha espresso la sua preferenza lo abbia fatto esattamente perchè costui è fatto così. Che senso ha, mi chiedo, dirsi tanto popolari quando si consegna, ingenuamente, nelle mani dell’avversario una delle armi mediatiche più basiche della pop art? Andy Warhol diceva che non devi leggere la stampa che ti riguarda, devi pesarla. In questa città ci sono almeno due personaggi che non hanno lo stesso spessore culturale, ma che accomuno per la capacità di volgere a proprio favore gli strali dei nemici, nutrendosi dell’ossessiva e scandalizzata attenzione altrui. Credo che chi si sente da un’altra parte dovrebbe dichiarare quali sono le sue ragioni e proposte alternative, per il presente e il futuro. Credo che chi è stato dall’altra parte, e ha perso, dovrebbe chiedersi se far saltare in aria ventunomila risparmiatori senza muovere un dito (e non parlo del sindaco Tagliani), anzi talora rivendicando la bontà dell’operazione, non sia stato il perfetto brodo di coltura del Masaniello della Bassa.

Le piazze, le sardine, il populismo… e Salvini vince ancora

Il manifesto delle sardine, che non ha nulla a che vedere con il Manifesto del 1848, recita “Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita” e poi “Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”. Il loro leader si chiama Mattia Santori e in una delle tante interviste che ha concesso, diceva che le sardine vogliono parlare di cose pratiche, della vita reale. Tutte cose per le quali loro hanno già ricevuto attestati di merito.
L’attacco ai populisti che campeggia nel manifesto ittico svela già l’origine e la fine del mistero sulla provenienza e sulle intenzioni di questo “nuovo” movimento sorto proprio nel momento giusto. Elezioni regionali, riforma del Mes, governo in bilico sulla legge di bilancio, pignorabilità più facile dei conti correnti, Germania (con Finlandia e Olanda) all’attacco sul fronte banche e misure espansive. Insomma ci voleva una boccata d’ossigeno ed ecco che le piazze si riempiono. Ma non perché da solo il nuovo Mes rischia di trasformare l’Italia nella Grecia di qualche anno fa, piuttosto e semplicemente perché Salvini sta disturbando la “normalità” delle nostre giornate.
Il problema sono i populisti dunque, anche se loro si sentono popolo, forse. “Cari populisti”, cari voi che vi ispirate a quel movimento che idealizzava il popolo come portatore di valori positivi in contrasto con le élite. A quel movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra il 19° e 20° secolo, che si proponeva di raggiungere […] un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specialmente dei contadini e dei servi della gleba, insomma proprio per voi… “la festa è finita” (cit. Enciclopedia Treccani).
Ed è finita allora anche per il povero Chomsky, anche lui ovviamente un sovversivo della destra estrema, che dava la sua “faziosa” definizione di populismo quando diceva che questa parolaccia “significa appellarsi alla popolazione” e spiegava che “chi detiene il potere vuole invece che la popolazione venga tenuta lontana dalla gestione degli affari pubblici”. Vuole insomma che si occupi di mantenere la sua vita “normale”.
Casualmente occuparsi della cosa pubblica una volta significava anche “democrazia” e la democrazia si nutre anche di politica e in politica di solito si riempiono le piazze per protestare contro il governo o per proporre un’alternativa, magari proprio un manifesto che proponga soluzioni diverse rispetto a iniziative governative. Non tanto per rivendicare il proprio diritto alla normalità, cioè svegliarsi, andare a lavorare, tornare a casa, dormire e ricominciare modello George Orwell formato millennial ed oltre.
Rivendicare il proprio diritto alla tranquillità e alla normalità va bene ma non è un progetto politico degno di attenzione, da portare in piazza. A me personalmente piace vedere giovani impegnati in qualcosa che non sia video giochi on line o a seguire gli “amici di Maria”. Ma pretendere la normalità in tempi dove non c’è nulla di normale, dove si attenta al futuro delle persone, richiede qualcosa in più. Magari un Manifesto anche scopiazzato da quello del 1848, potrebbe funzionare meglio. Ma forse risulterebbe troppo populista “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”, figuriamoci. Roba vecchia come il Cynar e il mito del Che Guevara.
L’esercizio della democrazia richiede impegno e va al di là della capacità di riempire una piazza, bisogna anche far capire per cosa lo si fa in maniera chiara e spiegare se si sta scendendo in piazza per i diritti del popolo oppure per i bisogni della casta, che sono sempre gli stessi dai tempi di Marx, ovvero che la massa non si occupi di cose serie come oggi sono le questioni economiche. Non si occupi, ad esempio, della riforma del Mes che attenta ai principi di giustizia sociale, ai diritti acquisiti in anni di lotte sindacali e di quel popolo che voleva contare qualcosa.
La parola populista è diventata sinonimo di demagogia, si è accuratamente storpiata per oscurarne la radice popolare e antisistema. E con le piazze oggi vogliamo far vincere il sistema? Dargli ragione quando pretende che non dobbiamo occuparci del nostro futuro e ritornare alla nostra normalità? Oggi più che mai sta passando il concetto che sia inutile occuparsi di questioni più grandi di noi, che all’Unione bancaria devono pensarci gli esperti come hanno fatto fino a quando poi abbiamo scoperto che esisteva un caso Carife. Quante volte sono scesi in piazza i giovani per le banche fatte fallire da un sistema di potere che vuole addossare le responsabilità di ogni cosa al popolo in stile bail in?
Dobbiamo convincerci che gli interessi popolari, populisti, non siano di nostra competenza e per farlo dobbiamo confonderli con la demagogia. Dobbiamo convincerci che ci sono questioni talmente utopiche, oltre la possibilità di realizzazione, impossibili, come una volta era impossibile immaginare il voto alle donne e quindi cullarci nella nostra normalità, fare volontariato, parlare di accoglienza qui e ora, non preoccuparci del perché le cose succedono. Dobbiamo far diventare contemporaneamente affari seri e imprescindibili questioni come la paura del passato che non potrà mai più tornare, confortati in questo dalle statistiche appena sfornate. Tranne nelle piazze delle sardine e nelle trasmissioni di Lucia Annunziata, ovviamente.
E poi “Occuparsi di cose pratiche”. Il motivo del successo di Salvini sta proprio nel fatto che parla alla pancia della gente, gli parla della quotidianità, delle aziende che chiudono per mancanza di credito, dell’incapacità dimostrata dai vari governi sull’accoglienza, dei tetti delle scuole che cadono, delle difficoltà delle forze dell’ordine nel fare il loro lavoro, della svalutazione del lavoro causata dal sistema della moneta unica, delle ingerenze della Commissione europea, dell’impossibilità di proporre politiche economiche a causa di vincoli europei ritenuti oramai da tutti gli economisti obsoleti e troppo rigidi. E a dirlo sono addirittura Mario Draghi e Christine Lagarde, che scomoda persino San Tommaso per convincere i tedeschi che sono necessarie politiche fiscali espansive.
Ed è su questo che andrebbe contestato Salvini e la sua Lega a cui “l’Emilia non si lega”, sulle cose pratiche e sugli argomenti politici, sulle soluzioni che propone dicendo perché e come invece sarebbe meglio procedere, ma andava fatto quando era al governo. Ora al governo vuole tornare ed occupa le piazze in un gioco che si chiama democrazia e che vede chi è all’opposizione protestare contro il governo. Contro l’opposizione si protesta non andando alle loro manifestazioni. Che senso ha e quanto è democratico fare opposizione all’opposizione? Se ci si sente sulla stessa linea dei partiti che sono al governo li si sostenga, si aiuti il governo ad illustrare quanto bene stanno facendo nell’attuare le loro politiche economiche e sociali. Ve ne saremmo grati, a dir poco.

I ragazzi curdi

Un fermo immagine, un momento di pausa.
Giovani uomini e giovani donne in divisa. Parlano, sorridono e scherzano tra loro. Sguardi profondi, sinceri, sereni nonostante tutto. Nonostante la guerra tutt’intorno, la morte che incombe, le violenze subite, l’ingiustizia secolare.
Ragazzi fieri, coraggiosi, liberi, battaglieri. Amano la pace, la bellezza, la loro terra violentata. Difendono i loro vecchi e i loro bambini. Non si piegano, non scappano, combattono e muoiono!
Non sono come noi, sono meglio di noi. Sono eroi impavidi, gloriosi, eppure normalissimi. Hanno paura, amano, piangono la vita che fugge, cavalcano i loro incubi, non si arrendono!
Puliti nonostante la polvere, il fango e il sangue addosso.
Sono già morti, traditi dal resto del mondo, lasciati soli… Per questo saranno immortali!

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Le parole chiave

Ho dormito a fianco del Velino con il Terminillo per sfondo. Ho percorso la città sotterranea che si snoda lungo il viadotto costruito nel III secolo a. C. dai Romani per consentire alla via Salaria, l’antica via del sale, di superare il fiume Velino e di raggiungere la città. Ho visitato il teatro Tito Flavio Vespasiano, unico per la sua acustica, e la Biblioteca Paroniana con la sua preziosa collezione di atlanti antichi come l’Atlas sive Cosmographicae Meditationes di Gerardo Mercatore, l’olandese Gerhard Kremer, e l’Italia di Antonio Magini, pubblicato a Bologna nel 1620.
Sono stato invitato a Rieti dall’associazione Nuovi Percorsi per parlare di Città della Conoscenza. Quando ci si interroga sul futuro, la prima cosa che una città oggi ha necessità di apprendere è quella di sapersi porre le domande giuste per evitare di sbagliare la strada nella ricerca delle risposte.
E le domande giuste le ho trovate nelle parole chiave con cui gli amici di Rieti hanno preparato il nostro incontro. Quattro: territorio, società, cultura, identità. Ma non perché siano nuove, semplicemente perché sono “le parole chiave”.
Cosa significa territorio, cos’è territorio? Una parola, preceduta dal suo articolo determinativo “il”, “il territorio”, di cui abbiamo abusato nel secolo scorso e che la globalizzazione anziché dilatare ha ristretto, fino a farlo scomparire. Il territorio si è ammalato. Il territorio è stato soppiantato dall’ambiente. Non dagli ambienti, ma dall’ambiente e ce n’è solo uno in tutto il mondo: l’ambiente. La sua difesa, la sua tutela, pena la sopravvivenza della specie umana.
E mentre il territorio si faceva “iper” per perdersi nell’ambiente, la storia, le migrazioni si appropriavano dei luoghi della nostra stanzialità. Così dal territorio siamo regrediti al luogo, da chiudere tra paratie per impedire che l’onda del fiume in piena di una umanità in movimento ci travolga. Col mutare della geografia degli spazi è mutata anche la geografia dei pensieri.
Le pietre che limitano gli spazi, che consentono di riconoscere le aree comuni sono state divelte. Società è parola destrutturata. L’abitare insieme tutti differenti per età, culture, occupazioni, redditi, stili di vita, l’interagire di ogni individuo continuamente con un numero di altri individui per le ragioni più disparate, tutto è stato ridotto ad un unico comune denominatore: il popolo. Socio, compagno, amico, alleato, relazione, organizzazione, interagire per obiettivi comuni inaspettatamente non appartengono più al lessico della polis, come se improvvisamente avessero bruciato i loro significati.
Non viviamo più entro i limiti dei nostri confini, vale a dire entro lo spazio dei fini condivisi, ma abbiamo innalzato le frontiere. La comunità che innalza le frontiere non è più “socievole”, “abile socialmente”, ma al contrario si fa “tribù”. Troppo difficile da reggere la società aperta e i suoi nemici, meglio la società chiusa con pochi amici.
La cultura, il coltivare insieme il sapere non si fa più. Non c’è un sapere comune, del sapere si è giunti a diffidare. La cultura è il passato. Dinamicità e processualità della cultura sono i nemici del sistema di senso dominante che ha soppiantato ricerca, cultura scientifica e competenze. La cultura è l’élite che si contrappone al popolo, che ha il sapere della pancia che va celebrato a folklore e salsicce. La cultura sono le radici ancestrali di un popolo da contrapporre alle culture dei popoli che lo vogliono invadere e ridurre alla fame.
La cosa peggiore che può accadere è perdere la propria identità, annullata dall’etichetta posticcia e indefinita di popolo. Cancellare l’identità di una persona è negarne l’esistenza, privarla del diritto di essere persona, con la sua storia, le sue emozioni, le sue memorie.
La riconoscibilità, cancellare la riconoscibilità che non sia l’identificarsi con il popolo o con il “cittadino” di lontano ripescaggio.
I nuovi soggetti al governo del paese hanno cassato significato e futuro di parole che sono la chiave della convivenza, della crescita, dello sviluppo, della democrazia: territorio, società, cultura, identità.
Parole rispetto alle quali abbiamo invece l’urgente bisogno di apprendere a dare risposte nuove, a indagarne la complessità e le sfide a partire da dove stiamo insieme, da dove condividiamo le vite: le nostre città. Fare delle nostre città i sistemi complessi che apprendono, l’opera della “rinascita” come è stato nella storia e nella cultura del nostro paese. In un sistema sociale maturo gli attributi che consentono agli individui di essere cittadini attori interagenti sono l’apprendimento, l’invenzione e l’adattamento. Non ciò che conosciamo ma ciò che ancora non sappiamo.
Si tratta di uno spostamento nel nostro modo di pensare che comporta la partenza verso terre non ancora esplorate, pertanto non possiamo permetterci di perdere la bussola dei quattro punti cardinali: territorio, società, cultura e identità.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
C’è in giro un potente odore di Stato pedagogo

Popolo è termine collettivo, ma quando viene in uso ai populisti perde immediatamente il suo carattere erga omnes, iniziando con l’escludere i nemici del popolo, che pure a quel collettivo appartengono, le élites e i radical chic, per fare un esempio, o chi nel populismo semplicemente non si riconosce.
Dunque, quando si parla di popolo occorre sempre circoscrivere l’area, ridurre l’abbraccio con un’apposizione. I populisti sostengono che il popolo è sovrano, intendendo che è sovrano solo il popolo che pretendono di rappresentare, perché tutto il resto si deve adattare a essere suddito, vale a dire messo sotto. Ecco svelato l’inganno.

La nostra Costituzione, all’articolo uno, non dichiara che il popolo è sovrano, ma che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Nonostante i tempi siano di inimicizia nei confronti della conoscenza, dovrebbe essere facilmente intuibile la sfumatura semantica che intercorre tra “sovrano” e “sovranità”. Pertanto al centro della nostra Costituzione non c’è il popolo, ma i diritti e i doveri di ogni persona.
Lo spirito primitivo dei pentastellati, aveva optato più robespierrianamente a riesumare il “cittadino” in salsa brumaio, tanto da aborrire per i suoi deputati il titolo onorevole di “onorevole”, già in questo tradendo la vocazione pedagogica dei nuovi inquilini di palazzo Chigi, pronti a pedagogizzare popolo e politica al grido di onestà, abolizione della povertà e decreti dignità.
Il popolo è comunque un artefatto, non di Dio come pretendeva Fichte, ma del potere e, dunque, è necessario in qualche modo fornirsi di una propria strategia didattica.

C’è in giro, infatti, un potente odore di Stato pedagogo. Pensare che il popolo debba essere educato è un vizio antico dei populisti che ben sanno che al popolo, per essere tale, è necessario fornire un’identità e un destino comune.
Così i leghisti si affidano ai modelli pedagogici più consolidati nei secoli, mentre i pentastellati puntano sul futuribile fantascientifico, modello Gaia della Casaleggio e associati.
Le due culture offerte alla nazione coesistono l’una nell’indifferenza dell’altra, senza essere né umanistiche né, tanto meno, scientifiche.
Dio, patria, famiglia, caramella e grembiulino dei raduni veronesi e dei comizi salviniani propiziano il ritorno agli edulcorati quadretti famigliari dei libri di lettura e dei sussidiari della mia infanzia, semmai con la benedizione del ripristino della religione cattolica “a fondamento e coronamento dell’istruzione”.
È la cultura degli esorcismi intesi a liberare dalla forza occulta e malefica del genitore uno e del genitore due, della libertà di insegnamento da sorvegliare e punire. Ignoranti del fatto che uno dei più accaniti sostenitori della libertà di insegnamento contro lo stato laico fu, agli albori del secolo scorso, un cattolico, non certo di vedute aperte, che potrebbe agevolmente trovare posto nel loro pantheon, come padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; si leggessero il suo “Lo stato pedagogo” e si troverebbero subito in sintonia.
Con zelo educativo nazionale, è pure caldeggiato il ripristino della leva obbligatoria per raddrizzare la schiena a questa gioventù sedentaria e obesa, affetta da digitalismo compulsivo.
Su tutto domina la cultura della Lega Santa. Ricordate la tela di Paolo Veronese ‘La battaglia di Lepanto’, custodita nelle gallerie dell’Accademia di Venezia? Ecco quella allegoria pervade di sé la predicazione pedagogica del leader leghista.
I santi e la madonna, la Vergine del rosario, quello che bacia nei suoi comizi, che ha propiziato la vittoria sui musulmani.
Come un pontefice alla Pio XII, sebbene non costruisca ponti e chiuda i porti, il nostro ministro degli interni firma la cambiale della sicurezza di fronte al popolo affidando l’Europa ai santi e l’Italia al cuore immacolato di Maria. E qui si ha il sentore della sua pedagogia popolare marcescente che va dai Segreti di Fatima alla consacrazione della Russia alla madonna. La promessa di un ritorno al passato a cui mancano solo le madonne piangenti e quelle fosforescenti con dentro l’acqua di Lourdes.

Per i Cinque Stelle, più giocherelloni, cresciuti a Commodore 64, Nintendo e Super Mario, la didattica populista della Lega è solo un’accozzaglia di stronzate e di Medioevo.
Loro, nativi digitali, ora hanno un nuovo giochino: la tv di Stato, grande e potente mass media divulgativo. Così tutte le sere quando le famiglie sono riunite intorno al desco per la cena con il televisore sintonizzato sul tg1, ambiente, salute, digitale e fantascienza entrano nelle nostre case. Un po’ di politica, notizie dall’interno e dall’estero, poi via con il telegiornale stile teleNature, teleFocus e con gli avanzi di teleQuark. Fioriture d’ambrosia, diete dna, conquiste dello spazio, navi stellari e connessione internet ultraveloce in ogni angolo del pianeta.
Dall’oscurantismo della Lega al futuro che non c’è. Se la Lega di Salvini coniuga la didattica del popolo al passato, i pentastellati la loro pedagogia popolare la recitano attingendo alle pagine di Gaia del visionario Casaleggio padre.
L’importante che i sottoscrittori del contratto di governo siano tutti concordi nell’evitare che il popolo possa presidiare il presente, in modo che a loro riesca di educarlo più facilmente.

Il declino del linguaggio

Le cause sono ben note. Prima l’avvento degli sms, poi l’uso massiccio dei social e di tutto ciò che consente una comunicazione immediata, hanno pervaso a tal punto la vita delle persone che l’uso della lingua italiana si è dovuto piegare: piegare al diktat della comunicazione veloce, ultra rapida, per cui non c’è più tempo per formulare una frase lunga, un pensiero articolato, per scegliere il termine più adatto all’occasione.
E allora via con concetti ridotti, un lessico banale se non addirittura inappropriato, ed un vocabolario dei sinonimi praticamente inesistente. Se non è bello è brutto, se non è buono è cattivo. Si sono perse le sfumature, la varietà, il piacere di saper tradurre il nostro pensiero in parole che lo sappiano fedelmente riprodurre.
Ma il circolo vizioso che si è innescato è tristemente pericoloso: il parlare stringato rende stringato anche il pensiero.

“Un popolo comincia a corrompersi quando si corrompe la sua grammatica e la sua lingua.”
Octavio Paz

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Riposizionamenti. Cosa chiede veramente la gente alla politica

Il nostro sistema di sviluppo, improntato alla (e sulla) crescita finanziaria, è profondamente sbagliato, crea disuguaglianze, funziona solo per pochi, non considera la condivisione, ignora la cooperazione e si basa su confusioni macroeconomiche e sul monopolio assoluto del sistema di informazione che ha il compito di oscurare qualsiasi notizia possa tendere a chiarire le dinamiche della creazione delle scelte politiche.
Fatta questa premessa, e considerato che siamo prossimi alle elezioni (europee e comunali), cosa si può pretendere da coloro che vogliano rappresentarci? Semplicemente che portino avanti delle proposte radicali, un cambio di prospettiva dal punto di vista antropologico, sociologico e culturale. Niente di particolarmente complicato, in fondo. L’importante è che non ci parlino del colore delle tende da attaccare alle finestre dell’edificio che sta crollando.
La gente comune si sta accorgendo che qualcosa non va nel rapporto che dovrebbe esistere tra promesse e realizzazione delle stesse. Nota che il sistema si sta avvitando su se stesso, che la crisi non passa, ma anzi si scorre da una recessione grave a una recessione meno grave, attraverso una recessione così così. La gente comincia a chiedersi se non ci sia qualcosa di sbagliato nelle ricette politiche ed economiche, e anche a interrogarsi sull’integrità di chi le ha portate avanti fino ad adesso. Addirittura (!) sta imparando a controllare su google se chi oggi promette sia già stato Presidente del Consiglio, Ministro o Sindaco, almeno dal 2008 a oggi.

Anche a Ferrara, certo. Il Pd non ha funzionato sulle grandi questioni, non ha rottamato, non ha diminuito la disoccupazione, non ha frenato la chiusura delle aziende, non ha difeso il risparmio, ma durante il suo interregno gli amministratori delegati sono rimasti al loro posto, la ricchezza non ha smesso di crescere, ma si è accentrata sempre di più, le banche esistono ancora, mentre i risparmi si sono volatilizzati e ci si sente meno sicuri nel proprio Paese, nella propria città e persino nella propria casa.
E la gente se ne sta accorgendo, anche a Ferrara. Si accorge che qualcosa non sta funzionando e si traveste da leghista perché chi vuole mantenere il potere sulle scelte sta fingendo ancora, ma in maniera diversa e, se possibile, più articolata.
Per certe persone, dal 2008 ad oggi, non è mai venuto il momento di prendersi qualche responsabilità, di uscire dallo schema “ce lo chiede l’Europa”, “lo impongono i mercati”, “non ci sono soldi” e via discorrendo. E non c’è tempo di farlo perché, come al solito, il tempo sta finendo e il cielo sta crollando sotto i colpi giornalieri dei carri armati fascisti e della destra oscura che ha osato persino elargire un reddito di cittadinanza agli italiani fannulloni, come mettono in guardia Forza Italia e la Confindustria.
Il tempo è di nuovo finito, e allora chi può spinge sulla solita nuova vecchia strada. Si grida “al lupo al lupo”, che oggi è Salvini mentre nel 2008 era lo spread e domani chissà, magari il rivoluzionario cubano Di Battista. Bisogna allora affrettarsi a firmare l’appello di Calenda che invita a stringere il legame con l’Unione Europea (premio Nobel per la pace nonostante le bombe e gli interventi armati nel mondo, nonostante la Grecia e la Bce), in maniera tale che tutto rimanga uguale senza rischiare di cambiare qualche principio di base alla struttura dell’inganno.

E Calenda, addirittura, si presenta come il nuovo che avanza, un nuovo che sarà sicuramente in grado di tirare dentro i refrattari della ‘verace’ sinistra di Leu, amica del popolo e dei diritti (purché non siano diritti sociali ovviamente), e, quindi, se vogliamo continuare a tenere la testa ben conficcata nella sabbia, dobbiamo firmare il suo appello ovviamente sostenuto dal Pd sempre attento a non smentirsi (LEGGI QUI), ignorando quello di Malvezzi per una economia umanista (LEGGI QUI).
Ma mentre aspettiamo un appello a nome dei cittadini e il sistema si avvita su stesso, qualcosa comincia a scricchiolare e a seguire il sentimento popolare. IlSole24ore titola “Recessione alle porte, il modello ‘solo export’ non funziona più” e sapete cosa vuol dire? Che possiamo cominciare a segnare qualche punto sulla strada della chiarezza e delle scelte fatte da qualche governo del recente passato. La soluzione non era quella che Monti ci aveva propinato, ma l’esatto contrario, ovvero non doveva essere “distrutta la domanda interna” (https://www.youtube.com/watch?v=LyAcSGuC5zc), come aveva dichiarato, ma andava sostenuta. Perché la ricchezza per un Paese è quello che riesci a creare e a trattenere nel tuo circuito interno. Viene prima l’economia del territorio, della regione, del Paese e poi la tua capacità di esportare l’eccesso. Perché quando un Paese si sviluppa attraverso l’esportazione, necessariamente qualcun altro è costretto ad importare e a svilupparsi di meno.
Esportiamo più formaggi a spese di chi produce formaggi in un’altra parte del mondo, ma il progresso reale sarebbe produrre gli stessi formaggi preoccupandosi che il Paese che li produce li possa acquistare altrimenti sarebbe (anzi lo è) come dire che i paesi africani sono ricchi e felici perché si ammazzano nelle miniere per estrarre diamanti che non potranno mai regalare alle mogli.

Un cambio di prospettiva, appunto. Cooperazione e sostenibilità umana e ambientale, invece che concorrenza sfrenata e legge del più forte che, come sa chi ha studiato un po’ di storia, rende il popolo semplice ragioniere del benessere altrui.
Il sistema scricchiola e Monti, Visco, Radio24 con Giannino provano a riposizionarsi (poco poco, giusto per dire che loro sanno e sono bravi anche se non fanno) ed ecco che in fondo la spesa pubblica, in periodi di recessione, si può fare. Quindi lo Stato potrebbe intervenire adesso, compromettendo la divina neutralità dello stesso, e spendere. Probabilmente lo dicono perché se il sistema si avvita troppo, allora banche, finanza e industriali ci rimettono qualcosa, mentre ieri, quando bisognava aiutare i piccoli imprenditori e i risparmiatori, non si poteva fare.
Dunque sbagliato affidarsi alla crescita attraverso le esportazioni e sbagliato vietare allo stato l’intervento in economia, ma questo non cambia il fatto che abbiamo dovuto sopportare, per politiche sbagliate, consolidamento fiscale (aumento delle tasse) e diminuzione dei salari e delle pensioni (oops… aumento della produttività). L’unica cosa che ci resta è il ricordo, per non cadere negli stessi errori davanti ad una scheda elettorale.
Ma la gente (sempre la stessa) se n’è accorta. Sta capendo che questo sistema non funziona, e qui sta il fatto nuovo (dispiace per il compagno Fratoianni, ma era meglio Che Guevara). La gente sta capendo e ha poche persone a cui affidarsi per portare avanti le proprie istanze, e allora si affida a Di Maio e Salvini che rispondono alla testa delle persone parlando con la pancia. Rispondono ad un sistema di sviluppo sbagliato, certo con mille contraddizioni e con la strategia del gambero, ma la gente si aggrappa a loro perché le cassiere sanno che la domenica è meglio stare con la famiglia, piuttosto che tenere aperta la coop. Ma il Pd, il partito del popolo, risponde che tenendo aperta la coop di domenica si assicurano più posti di lavoro, perché meglio lavorare di più, fare i turni di domenica, accettare limature a salari e diritti che stare in mezzo alla strada.
Ed è qui che la sinistra si perde e perde, perché dimostra ancora una volta che non vuole capire ciò che altri, invece, stanno capendo, si stanno risvegliando dal torpore e pretendono una reale attenzione che tanti, in particolare al Sud, faticano a credere stia venendo dalla Lega (Nord).

Qualcosa non va nella narrazione e ce ne stiamo accorgendo. La gente si è accorta che anche cedendo su salari e diritti come gli è stato chiesto dai partiti della sinistra in sintonia con Confindustria e il guru della finanza Serra (l’amico e consigliere di Renzi), anche aggrappandosi all’Europa della Germania, la disoccupazione è all’11% (mentre lì tende al 3%), le scuole ci cadono in testa, i libri lo Stato non li passa nemmeno per lo studio dell’obbligo, la sanità peggiora e i servizi diventano una chimera… Ma come? Confindustria e Pd e Forza Italia e Più Europa parlano di “industria 4.0” e dell’Europa che assicura i diritti, ma la tecnologia toglie lavoro ed esistono ancora gli straordinari?
Ma dove sono i diritti che il sistema finanziario-capitalista ci doveva assicurare, insieme al benessere e alla crescita esponenziale? Abbiamo meno tempo libero, meno servizi e nemmeno sappiamo più cosa aspettarci dal futuro, in questo disastro contemporaneo dove ognuno grida, etichetta e confonde senza freni. Non è più un diritto il lavoro e nemmeno la famiglia. La ricerca della produttività ci impone di lavorare facendo gli straordinari per comprare l’iphone ai figli che però ci sfuggono comunque e nonostante il registro elettronico. In questo pluridecennale disastro, il problema sarebbe il governo M5s-Lega?

La gente ha capito che non c’è niente da capire e stanno firmando una cambiale in bianco a chi sta dimostrando almeno un po’ di empatia nei loro confronti. E questo per colpa di chi ha venduto fumo per decenni, conformandosi e consolidando un sistema ineguale e a sviluppo verticistico, addirittura considerando quasi una sciocchezza la richiesta di più attenzione alla realtà di tutti i giorni, alla fatica di vivere la quotidianità, preferendo sbracciarsi per affari più “mediatici” come la barca in mezzo al mare che non trova un porto sicuro.
Ed allora, quando parla Salvini si riempiono le piazze semplicemente perché dà l’idea di voler andare, insieme a Di Maio, verso la riaffermazione della presenza dello Stato, di voler ridare centralità alla spesa pubblica, alla direzione politica della cosa pubblica, difendere la democrazia e lo spazio democratico attraverso la sovranità politica ed economica. E la gente apprezza perché comprende che non esiste il pericolo di una destra estrema al governo, fiuta l’inganno dell’esagerazione di gridare ad un pericolo razzismo nel Paese, sa che in Veneto e in Lombardia non è stato ripristinato il sabato fascista ma che, anzi e purtroppo, anche lì è ancora imperante il sistema di sviluppo neoliberista. E che si potrebbe fare meglio, certo la luce è altrove e non siamo ingenui, ma che Monti, Cottarelli, Visco, Giannino e Ilsole24ore hanno fatto e detto molto peggio di così.

Archivio: dichiarazioni di Mario Monti alla Cnn

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

La politica del caos

Adesso andate con la memoria al passato, soprattutto a quello della Prima Repubblica.
Pensate ai vari Andreotti, La Malfa, Fanfani, De Mita, Spadolini, Natta, Iotti, Intini, Amato…
Pensate a quelle interminabili tribune politiche sulla Rai, grigie, pallose e incomprensibili. Vecchi tempi: c’era la Dc eternamente al governo, i suoi alleati, il Pci eternamente all’opposizione, i sindacati incazzati come pantere nelle assemblee di fabbrica, gli scioperi, la lira, l’inflazione, la scala mobile, il compromesso storico, il politichese…

Poi, fuori dai nostri confini, c’era l’America e l’Unione Sovietica, punto. L’Europa era solo una comparsa importante, divisa dal famoso ‘muro’: da una parte le democrazie occidentali e dall’altra i regimi filosovietici, da una parte i capitalisti e dall’altra i comunisti. Il resto del mondo era ancora terreno di conquista degli uni e degli altri, anche dopo tanti decenni dalla fine del colonialismo. Pensate, in fondo, a com’era tutto prevedibile, preordinato, addomesticato dal deterrente di una possibile guerra nucleare tra le due superpotenze d’allora. L’incubo della guerra atomica, un suicidio globale che nessuno sano di mente ha mai voluto, ha di fatto inibito la naturale entropia politica del mondo intero per cinquant’anni.
Pensate ai vecchi film di 007, il super agente segreto britannico eternamente in competizione con l’inseparabile – sempre nemico e a volte alleato – agente sovietico, oppure alle prese col bieco miliardario di turno, tanto folle e megalomane quanto improbabile e grottesco. Film dalle trame semplici e lineari con finale scontato. Confrontateli coi film di spionaggio attuali: verosimili, caotici e ingarbugliati come teoremi di fisica quantistica.
Ebbene, oggi la realtà ha superato la fantasia!

Ormai lo stiamo avvertendo in tanti: la politica ha cominciato a rivelare il suo fascino perverso soprattutto da quando s’è fatta caotica. Da quando cioè sono saltati i vecchi schemi strategici, tutti quegli assetti geopolitici e quelle stesse ideologie che in qualche modo l’avevano resa prevedibile (e forse pure noiosa) per troppi anni.
L’ho appena ricordato: il mondo diviso in due blocchi, comunismo contro capitalismo, e tutti gli altri, che stavano fuori da questi due sistemi, costretti a ubbidire all’uno o all’altro.
Ora, dopo l’implosione e il disfacimento di uno dei due blocchi, l’illusione di quello vincente (?) che tutto il mondo ne seguisse l’esempio s’è dovuta scontrare con una inaspettata e sconcertante realtà che, come accennerò tra breve, semplicemente segue un’unica regola: quella del caos.
La verità è che siamo fatalmente e masochisticamente attratti dalle complicazioni… e cosa c’è di più complicato e masochistico di una politica caotica come quella odierna?
La gente è scontenta, esasperata da una crisi epocale di cui non vede una fine semplicemente perché non si tratta di una crisi ciclica ma sistemica, strutturale. Una crisi cioè che non avrà soluzione se non cambierà tutto il sistema
Ma voi ce le vedete le lobby economico-finanziarie mondiali che accettano di farsi da parte per salvare il salvabile? Per dare maggiore equità al mondo? Per rendere giustizia a tutti coloro che stanno pagando gli effetti delle disparità e delle disuguaglianze generate dal neoliberismo dilagante? A breve aspettiamoci delle sorprese gente… e non piacevoli!
Il modello neoliberista che dagli anni novanta in poi ha goduto di una diffusione senza precedenti sta scricchiolando, sta mostrando al mondo le sue prime crepe.
E ora, l’intera classe politica che ne ha fatto l’unico modello di riferimento – tutta la classe politica – dalla destra, da sempre allineata ai poteri forti e alle élite finanziarie, alla (fu) sinistra, che ha deciso di rinnovarsi sposando senza riserve (dovranno prima o poi spiegarci il perché) la stessa dottrina neoliberista, sta scontando questa scelta attraverso un calo di credibilità epocale. La gente non crede più nelle promesse, nelle dichiarazioni d’intenti, nei proclami. La gente è stanca della formula politica basata sulla rappresentanza, semplicemente perché la classe politica non rappresenta più la gente ma il potere economico.
Ma attenzione, l’attuale spettacolo della politica è desolante solo in apparenza. Soprattutto per chi fa informazione, questo spettacolo non è mai stato così attraente e stimolante.

Preambolo: cominciamo col dire che la politica, come ogni altra disciplina complessa, è composta di due aspetti, uno teorico (in cui, più o meno, siamo tutti bravi, quasi dei geni), e uno pratico (e qui la musica cambia). Nel secondo non basta fare due più due, perché nella realtà della politica due più due non fa mai quattro. C’è sempre una variabile di troppo, un segno invisibile, un’incognita imprevista che scombina i piani, stravolgendo un risultato che sovente (e a torto) si dà per scontato.
È un po’ come nelle teorie del caos. Una di esse, dell’illustre chimico premio Nobel Ilya Prigogine, sostiene, per esempio, che la realtà non segue strettamente il modello dell’orologio, prevedibile e determinato, ma ha aspetti caotici entro i quali instabilità e imprevedibilità sono la norma…
Pertanto, tutti gli elementi che abbiamo considerato, ordinato e che crediamo di avere sotto controllo, sperando di mantenerli in un equilibrio costante nel tempo, sono al contrario esposti a forze che vanno al di là della nostra capacità di comprensione. Questi elementi, spinti da simili energie, finiranno col tempo per attrarsi o respingersi fino a sovvertire l’ordine che avevamo con tanta fatica raggiunto (oppure soltanto auspicato), per sostituirlo con un altro non previsto, poi un altro, e un altro ancora. Ininterrottamente e in eterno.
Il fatto è che il caos trae origine da un fenomeno da cui nessuno di noi può prescindere, qualcosa che è un tutt’uno col concetto stesso di esistenza: il movimento.
Ma proviamo a capirne di più facendo qualche esempio pratico: cosa c’è di più dinamico, movimentato, ribollente, instabile, tellurico, di questo nostro tanto auspicato mondo globalizzato? Reso ancor più traballante da un neoliberismo ormai fuori controllo, responsabile di disequilibri e tensioni destinati solo ad aumentare?
Quando si elimina il controllo di un sistema, il disordine prende fisiologicamente il sopravvento: le forze che agiscono nello spazio si moltiplicano entrando prima in contatto e poi in conflitto. Le forze sono per definizione dinamiche e, una volta liberate, si attraggono e si respingono in un moto perpetuo dai meccanismi imprevedibili. In altre parole, il caos.

Questa è la situazione che l’attuale classe politica di tutto il mondo è chiamata a gestire e a risolvere. E il paradosso è che questa situazione è l’esatto risultato delle scelte fatte dalla classe politica tutta, indistintamente.
In un tale quadro non proprio esaltante, l’informazione è chiamata a svolgere un superlavoro! Ogni giorno vengono divulgate notizie vere e false, o notizie vere che racchiudono falsità e notizie false che sottintendono verità. Un fiume di notizie, di informazioni e disinformazioni, che sfruttano tutti i canali possibili: radio, televisione, internet. Si tratta di una vera e propria proliferazione monstre di dati nel quale è sempre più arduo distinguere il vero dal falso. Il caos porta anche a questo.
Tutto ciò per quanto riguarda la visione d’insieme del problema.

Poniamo adesso il discorso a una dimensione più vicina al nostro quotidiano. Anche se può apparire banale, consideriamo che la politica si rivela risolutiva soprattutto quando la si attiva per raggiungere risultati parziali, cioè per risolvere problemi limitati nello spazio e nel tempo. Sistemare le seccature di un condominio è probabilmente meno arduo che risolvere i problemi di un intero quartiere con la pretesa di rendere felici tutti i suoi abitanti.
Perciò, più l’azione politica è limitata nello spazio e nel tempo, meno saranno le variabili e le incognite in grado di mandare all’aria il buon esito di detta azione. Al contrario, più i problemi sono complessi e allargati nello spazio, più servirà tempo per affrontarli e risolverli, e sappiamo che il tempo, prima o poi, porta imprevisti.
Spesso non è neppure lontanamente sufficiente la durata di una legislatura (cinque anni, se si fa riferimento all’ordinamento italiano). Ed è per questo che quasi sempre la fine di una legislatura coincide col malcontento della gente che l’ha vissuta e subita. Se ci aggiungiamo che in Italia, per la cronica debolezza dei nostri equilibri politici, le legislature non arrivano quasi mai alla fine naturale del loro mandato, la probabilità che un governo mantenga tutte le promesse fatte in campagna elettorale si rivela un’autentica chimera (oggi ancor più che in passato).
E questo non tanto e non solo in ragione di una sua conclamata inefficienza (sarebbe bene che ognuno di noi lo capisse quando viene il momento di tirare le somme), ma soprattutto a causa degli intralci generati proprio da chi è governato, cioè dalla gente. Quella stessa gente che poi sarà chiamata a giudicare i risultati ottenuti o i risultati disattesi e i fallimenti. Gente costituita da un insieme eterogeneo di persone con interessi contrapposti, persone spesso non in grado di comprendere fino in fondo quanto e in che modo le proprie scelte e le proprie azioni individuali possano influire nel bilancio della collettività d’appartenenza.
Un governo non solo ha il compito e il potere di eseguire le decisioni politiche di uno stato, non è solo l’espressione della maggioranza di un popolo, ma diventa anche, suo malgrado, la principale speranza del cittadino nella ricerca di una soluzione ai suoi problemi individuali che non sempre coincidono coi problemi del paese nel suo insieme. È per questa ragione che i governi sono fatalmente soggetti a essere il capro espiatorio preferito dai cittadini quando le cose vanno male.

È così: La politica deve fare i conti con forze centripete (gli interessi individuali dei cittadini) e forze centrifughe (gli interessi strategici degli enti sovranazionali). Forze tra loro antitetiche che di fatto intralciano o addirittura compromettono l’azione politica di uno stato, generando risultati destinati a scontentare tutti con effetti collaterali imprevedibili.
La schizofrenia dell’attuale politica la porta a voler sedurre gli individui e al contempo a farsi sedurre dagli enti sovranazionali. Un atteggiamento contraddittorio che ha provocato una spaccatura coi cittadini sempre più profonda e destinata a peggiorare.
Per questo motivo servirebbe un radicale cambio di rotta della politica, una svolta epocale come epocale è l’entità dell’attuale crisi.
Il caos non è alle porte, il caos è ormai entrato nel nostro quotidiano. E sta già travolgendo tutto quanto, non soltanto il mondo della politica. Dal mondo del lavoro a quello più ampio della comunicazione, dal credo religioso alla sfera più intima dei rapporti umani. La sensazione è quella di una progressiva deregolamentazione imposta da un sistema globale che tuttavia sta rafforzando il proprio controllo su tutto. Una formula non nuova che si regge sull’enunciato che la progressiva debolezza dei controllati rafforza ulteriormente i controllori.

Una destra che parla di uguaglianza, che va nei quartieri poveri e nelle periferie a parlare con la gente. Una sinistra che si siede a fianco di industriali e banchieri. Un nuovo razzismo di pancia, emergente certo, ma fortunatamente orfano delle ideologie aberranti del passato. Una classe operaia che vota Lega, perché abbandonata a se stessa e incazzata più che mai con una classe politica di sinistra considerata (a ragione) traditrice e voltagabbana. Una élite intellettuale di sinistra, appunto, con maglioncini di cashmere e Tod’s che abita gli attici nei quartieri bene e che considera gli operai… anzi non li considera proprio più!
Dicevo, un’Europa falsamente unita che predica l’accoglienza e la pace, ma vende armi ai paesi in guerra e svuota l’Africa delle sue risorse. Un terrorismo non più soltanto circoscritto a un territorio o a un’ideologia, ma motivato da ragioni esistenziali, religiose ed economiche, e con una diffusione più che mai internazionale e capillare.
Infine la favola della globalizzazione, la cui propaganda parla di mescolanza tra i popoli, di interscambio senza più barriere, di fratellanza e di abbattimento delle distanze… mentre la realtà è fatta di povertà e di disuguaglianze in aumento.
Ma la vera notizia sta nella trasversalità. E già… una volta la povertà era appannaggio esclusivo del proletariato e del sottoproletariato, ora si è aggiunta anche la piccola/media borghesia. Quella impiegatizia, dei piccoli imprenditori che non ce la fanno, degli statali senza carriera, dei nuovi disoccupati, dei pensionati con pensioni da fame…
Come si dice: mal comune mezzo gaudio!
Sappiamo però che la realtà è cosa ben diversa di un semplice proverbio, perché questo mal comune ha invece partorito un implacabile comune denominatore: la paura.
Una paura folle di perdere tutto quello che ci è rimasto, quello che ancora non ci è stato tolto.
Adesso, il sistema che ha provocato la crisi, invece di mettersi in discussione, esige ulteriori sacrifici dalla gente, lo fa instillando paura, insicurezza e sensi di colpa. Lo fa con la complicità dell’informazione, quella istituzionale, quella collegata alle lobby finanziarie che, attraverso il sistema del debito, controllano risorse e servizi. Centri di potere che non potrebbero mai concepire un sistema diverso da quello in cui si sono generati. Un sistema folle, fondato su quel colossale gioco d’azzardo sulla pelle dei popoli, chiamato economia finanziaria.
Il caos è il suo habitat, solo nel caos questo sistema è in grado di ordire le sue trame per sopravvivere e continuare ad arricchire quel solito uno per cento della popolazione…
Questa politica del caos non ci riguarda. Questi revisori dei conti, queste guardie giurate in completo grigio con un occhio alle borse e un altro alle poltrone non ci rappresentano.
La politica, quella vera, si dia una mossa!

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Le strade che portano alle piazze

Dall’anonimato dei non luoghi all’anonimato delle non persone. Uno vale uno, perché tutti uguali, replicanti della mediocrità in una società di mediocri. Tanto vale sorteggiare, comunque il risultato non cambia.
Ma l’anonimato delle non persone è la tragedia del nostro tempo, viaggia sui barconi dei migranti e sul numero dei morti nel mare che si fa luogo delle vite mancate. Persone alla ricerca di sé, della propria realizzazione. Le persone non si possono annullare.
Quello che è accaduto segna il passaggio dai non luoghi della globalizzazione alle non persone del populismo, l’incapacità dell’uomo di riscoprire se stesso, di un nuovo umanesimo, di un nuovo illuminismo contro l’oscurantismo dei novax, delle sentinelle in piedi, dei ministeri della famiglia.
Privare dell’identità comporta svotare le persone di ogni significato. Il multiculturalismo, l’intercultura hanno posto sullo stesso piano semantico dell’altro venuto da via la patria, la nazione, l’identità, le radici e per questo nessuno era preparato, allevato dalla parrocchia e dalla pubblica istruzione alla fedeltà alla sua chiesa e alla sua patria. Di qui il recupero dell’usato sicuro: il sovranismo, prima il popolo della mia tribù.
Il tribalismo di ritorno, il neo-tribalismo postmoderno con i suoi riti celebrati nell’ecumene dei social, un tessuto cerebrale di post e di like cucito da non persone che hanno barattato la propria identità in cambio di un piatto di account e di nickname.
L’umano troppo umano ci spaventa, è una sfida che non sappiamo sostenere. La cultura superiore, l’abbondanza dei bisogni ci portano ad indietreggiare, a plasmare il senso del regressivo, con la rinuncia alle nuove esigenze del sapere, all’esplorare, fino ad addomesticare la nostra civilizzazione sulle matrici ammuffite, corrose, aggredite dalla ruggine di un passato già guastato dal tempo e dalla storia. Vorremmo poter percorrere i sentieri del futuro senza vento, ben riparati dalla pioggia, possibilmente in penombra, senza che il futuro si accorga di noi.
Ecco le non persone che si sono perdute per strada, uomini e donne mediocri di una cittadinanza mediocre. Intanto le intelligenze fuggono dove coltivare se stesse o tacciono in attesa di comprendere.
Lo sforzo da fare è superare noi stessi, recuperare la pretesa di essere noi stessi, pienamente, senza compromessi. Quell’uno tra miliardi, uguale nella diversità che fa la differenza, ed è solo la somma delle differenze che può funzionare da motore, da propulsore per continuare a percorrere la strada dell’umanità, insieme e diversi, che significa le opportunità al plurale, la ricchezza della somma delle parti che è più del tutto.
C’è invece una umanizzazione cannibalesca che si nutre di umano. La necessità di assimilare a sé, di assorbire, di contenere dentro i propri riferimenti culturali, il forgiare l’altro come siamo stati forgiati noi fino ad annullarlo. È la capitolazione rispetto a quel compito per cui l’umanità si è affaticata da almeno trentamila anni.
Il popolo è massa, è collettivo dove la storia di ognuno si annulla nella storia del popolo che è quella che si scrive sui libri. Ma la vita è l’esistenza di ogni soggetto che è unico e da unico va coltivato, che non può piegarsi al popolo che pretende di farne il suo oggetto.
Il tempo e la storia hanno preso le distanze da noi, quel tempo e quella storia dobbiamo tornare a scandirli, riprendere a scrivere come persone senza cancellare l’identità propria e l’identità dell’altro dalla lavagna della nostra coscienza. Farsi carico gli uni degli altri responsabilmente, non perdersi nell’anomia dei populismi e dei sovranismi, continuare a pretendere il primato dell’intelligenza e della ragione, della competenza sull’improvvisazione, del sapere e della conoscenza sull’ignoranza.
Questa è la sfida per una nuova cittadinanza non di populismi ma di persone in carne ed ossa, donne e uomini che si incontrano e si parlano vis a vis, non pc a pc, che si conoscono come corpi e non come avatar, con la forza delle parole pronunciate dalle bocche e non digitate sopra una tastiera, non il popolo ma le persone delle piazze, le persone delle idee, dei ragionamenti, delle intelligenze e della creatività.
Questo luogo è la città dove abitano e dove vivono le persone, dove ci sono le strade che portano alle piazze per incontrarsi e dialogare.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La cultura del contratto

A sentire Rousseau per scrivere un contratto non occorre essere principi e neppure legislatori. Al negozio giuridico bilaterale in politica ci aveva introdotti, dagli studi televisivi di Porta a Porta, l’imprenditore milanese del mattone e dell’etere, una sorta di Wanna Marchi che pubblicizzava le qualità del suo prodotto qualora fosse stato acquistato dagli italiani.
Salvini e Di Maio il negozio invece l’hanno fatto tra loro per poter andare al governo e da lì piazzare la loro merce.
A tale scopo hanno accettato di sottomettersi vicendevolmente alla volontà dell’altro, di rinunciare ciascuno a parte della propria libertà, pur di acquisire i vantaggi oggetto della negoziazione. Quei benefit declinati dalla trama della narrazione che ciascuno aveva raccontato al proprio popolo. Autori della novella, il contratto doveva servire a renderla credibile, a sottrarla al sospetto della affabulazione propagandistica che accompagna ogni promessa politica.
Accedendo alla stipula, i due leader sceglievano di autolimitarsi in funzione di un bene maggiore, quello di essere architetti della propria parte del concordato sottoscritto, senza che l’altro contraente ne possa ostacolare la costruzione, dando per acquisito che ciascun sottoscrittore è sottomesso solo alle leggi e agli obblighi che derivano dal contratto stesso.
La perdita della propria sovranità e della propria autodeterminazione, sta nelle cose, perché una volta siglato il negozio, non v’è spazio alcuno per tutto ciò che potrebbe contraddire gli impegni assunti nel convenuto tra le parti.
Ne è conseguito che le comunità di elettori, rappresentate dai due leader, abbiano perso di “rappresentatività” per tutto quanto non contemplato dalla scrittura. Il post pubblicato per offrire approdo all’Aquarius, e poi ritirato, dal pentastellato sindaco di Livorno Nogarin, per timore che potesse danneggiare l’accordo di governo, ne è la dimostrazione.
Così il potere torna a tradire chi l’ha eletto. Prende le distanze, si fa sovrano al di sopra delle promesse, ora vincolate ai vincoli di un rogito. Tutte le aspirazioni e le attese restate fuori dalla stipulazione, lasciano ora il popolo privo di voce, perché chi dovrebbe renderla propria non è più tenuto a raccoglierla in quanto non previsto dal contratto.
Il governo è un organo, non è i contraenti e neppure è il contratto. Un organo creato non da un atto notarile, ma per opera di una legge che al governo affida il “potere esecutivo”, che vincola il governo al potere del sovrano che è il popolo nelle sue forme di rappresentanza diretta o indiretta, da cui comunque riceve un mandato imperativo.
L’inganno del contratto, abbaglio del populismo, è tutto qui. Quello di aver tagliato fuori dal tavolo della contrattazione il popolo e tutte quelle aspirazioni che il contratto non poteva recepire e che dovranno attendere il prossimo giro.
Il fatto è che un popolo non funziona a contratto. Un popolo ha una storia e una cultura, ha sofferenze e generosità, ha visioni del tempo e della vita. È vero, vota e sceglie, è soggetto alle ondate, come agli sbandamenti, a innamoramenti e delusioni, interessi ed egoismi, ma il popolo vive la vita di tutti i giorni ed è la vita di tutti i giorni che va governata. La vita di tutti i giorni se ne infischia di stipule e di rogiti, perché nei margini dei contratti non può starci dentro.
L’ambivalenza delle vicende umane costringe ad affrontare le contraddizioni, a scegliere tra il nero e il bianco, cosa di cui un contratto non può rendere ragione, perché non può servire a quello sforzo quotidiano di passaggio continuo da una condizione incerta e precaria a una “società civile”, che è il compito di ogni governo, di ogni governo che intenda garantire le condizioni basilari per una convivenza ordinata.
La società non ha bisogno dei bottegai della politica che tirano sul prezzo dello stare insieme, della crescita comune, della condivisione.
Per questo il governo di un paese non dovrebbe mai nascere per atto notarile. Il governo di un paese, qualunque colore abbia, dovrebbe essere in grado di respirare del respiro del popolo per cui amministra, ha bisogno di una finestra con vista sugli orizzonti della politica, non sui prodotti da smerciare in nome di un contratto.
La differenza tra programmi e contratti è tutta qui, è uno scarto di respiro, di visioni, di prospettive.
È una questione di cultura e di morale. Nel primo caso si assiste al tramonto di ogni weltanschauung, di ogni visione della vita, dello zeitgeist, dello spirito del tempo, per lasciare il posto agli oggetti del negoziato. Nel secondo, alla voce “dovere” non corrisponde più un’idea di giustizia, un’idea di società per la quale valga la pena servire il paese nell’esercizio della cosa pubblica, il posto è lasciato al sopravvento dell’impulso, del diritto del desiderio, scritti nero su bianco nei commi della stipula.
Il presidente del consiglio da politico della polis assume le vesti del notaio che vigila sull’aderenza al negozio, non sul destino della comunità e della sua gente, la sua responsabilità si limita a quanto scritto nella redazione delle intese. Cancelliere delle parti che prestano ascolto alle inclinazioni degli impegni contrattuali ancor prima di interpellare la ragione, sostituendo ai principi e agli ideali, arnesi di altri tempi e di altre democrazie, le clausole del contratto da onorare.
Il legame sociale è fragile, perché la comunione degli interessi realizzata con il contratto non è il prodotto di visioni concordanti ma solo il frutto di faticose giustapposizioni, la somma dei diversi.
Se la direzione d’orchestra non è comune, ognuno suona la sinfonia del suo spartito. Non c’è governo della società se la “raison publique”, la ragione pubblica, la ragione sociale, anziché essere generale è sopraffatta da quella particolare di ciascuno dei convenuti al tavolo delle trattative.
Un contratto di ausili per garantire l’accesso al governo di Lega e Cinque Stelle, un matrimonio d’inganni, plaudente il popolo che come sempre ci rimette in libertà e giustizia.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

L’opinione pubblica e il potere

di Francesca Ambrosecchia

Mi piace definire l’opinione pubblica come parte del patrimonio comune. Ogni cittadino libero ha il diritto di avere ed esprimere la propria opinione. Si tratta di un concetto complesso che riguarda tutti. Una modalità di espressione della nostra opinione, con riferimento all’ambito politico è quella del voto: con esso prendiamo una decisione. Il nostro sistema politico è quindi fondato sul volere del popolo in quanto è proprio l’opinione pubblica che modella e condiziona lo scenario politico del paese.
Ma le opinioni pubbliche e di conseguenza le scelte che effettuiamo sono sempre razionali? O per meglio dire, corrispondono a ciò che in maniera unanime si considera giusto?
Il discorso diventa ancora più complesso se teniamo conto del rapporto, talvolta problematico, che sussiste tra cittadini e potere: questione di non poca importanza già ai tempi di celebri pensatori “illuminati”.
La libertà di pensiero è quindi inviolabile, come sancisce la nostra Costituzione nell’articolo 21: nessuno ha il diritto di privarci di essa in quanto qualsiasi potere prende forma dal consenso popolare e quindi da medesime opinioni costituenti la maggioranza.

“Nessun ministro si è mai messo, o può mettersi, contro l’opinione pubblica”
Robert Peel

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

senato

FILO DI NOTA
Vico, Caligola e il ritorno dei cavalli senatori

di Massimo Maiarelli

La storia non sempre è la rappresentazione veritiera e corretta della realtà. Spesso la storia e la leggenda si intrecciano, si confondono e altrettanto spesso la leggenda si trasforma in verità storica. La storia ci tramanda che il terzo Imperatore romano fu Caligola, noto per essere stato un despota stravagante e depravato. Gli aneddoti che lo riguardano non si spingono ad analisi precise , quindi non è dato sapere se fra i suoi comportamenti rientrasse anche il “bunga bunga”. La storia è invece più precisa sulla sorte di “Incitatus”, il cavallo di Caligola, che dallo stesso Imperatore fu nominato Senatore. Quindi un quadrupede entrò di pieno diritto nel Senato di Roma, un affronto per tutta l’istituzione senatoriale. Sono passati ormai oltre duemila anni dalla leggenda del cavallo dell’Imperatore Caligola assunto a Senatore, ma pare che la tesi di Giambattista Vico sui corsi e ricorsi storici sia estremamente attuale e purtroppo corretta. Vico è un saggio e, con la sua teoria, ha saputo predire il futuro. Apparentemente viviamo in democrazia, non soggiogati dalle decisioni di un despota. Se fosse vera democrazia spetterebbe al Popolo Sovrano nominare i propri rappresentanti alla Camera, al Senato, nei Consigli Regionali, scegliendoli liberamente fra coloro che si candidano. Nella prima Repubblica era così. Poi la fantasia italica ha partorito il Mattarellum, il Porcellum ed ora l’Italicum. Sembrava che la nuova legge elettorale fosse una priorità, occorreva cancellare una legge che si definiva da sola, occorreva ripristinare un sistema corretto e democratico, occorreva ridare dignità al Popolo. Forse non sarà così. Il Popolo davanti alla scheda elettorale spesso si deve turare il naso e votare nomi che non voterebbe mai, nomi decisi dai tanti piccoli despoti che reggono le segreterie dei partiti e che hanno consentito nuovamente l’ingresso dei quadrupedi in Senato. Purtroppo, nei giorni nostri, nessun cavallo di razza è assunto a Senatore, quando va bene, ma spesso va male, si tratta di qualche ronzino. Un affronto per tutto il Popolo civile. Uno schiaffo alla democrazia, un despotismo avvilente come ai tempi degli imperatori dell’antica Roma. Oggi siamo circondati da tanti Caligola, spesso stravaganti e depravati, in ogni caso sempre e comunque comodamente seduti sul dorato scranno del comando. Tanti piccoli imperatori, circondati da fedeli quadrupedi raglianti. L’augurio è che i loro nomi si soffermino solo nelle nostre menti e nella nostra memoria e che non passino sui libri di storia.

politica-populismo

Eletti ed elettori, una pericolosa alternanza di diffidenza e populismo

Dopo l’ultimo incontro del ciclo Passato Prossimo con Piero Ignazi [vedi-link all’articolo] ci eravamo lasciati con il punto fermo della crisi del modello del partito di massa novecentesco e alcune domande sul processo di personalizzazione dei partiti italiani. Proprio dall’indebolimento del modello novecentesco di partito e dal tema del leader e del suo rapporto con gli elettori è partita l’analisi dell’appuntamento conclusivo di Passato Prossimo: “Populismo. Crisi della rappresentanza politica e partiti carismatici”, ospiti d’onore lo storico Giovanni Orsina, dell’Università Luiss di Roma, e il suo volume “Il berlusconismo nella storia d’Italia” (Marsilio, 2013).
Orsina sembra pensarla come Ignazi, la nostra peculiarità non sta nella crisi dei partiti del ‘900 o in un rapporto fra leader ed elettorato filtrato ormai quasi totalmente dai media, “l’unicum italiano è che in nessun altro Paese occidentale si ha una crisi politica, o meglio di un regime democratico, negli anni Novanta”: in altre parole Tangentopoli. È Tangentopoli, secondo Orsina, a far balzare improvvisamente il sistema italiano da una forma ancora molto basata sull’organizzazione e le strutture dei partiti a una basata sul “leader mediatico”.
Ma se Mani Pulite è la causa immediata della nascita politica di Berlusconi e del berlusconismo, Orsina è convinto che le radici di questa retorica antipolitica siano più profonde e necessitino di un’analisi di lungo periodo dei rapporti fra élite e popolo in Italia. La tesi di fondo del volume, infatti, è che il nostro Paese si caratterizzi per una profonda sfiducia reciproca fra élite politiche e istituzioni pubbliche da una parte, e ‘popolo’ dall’altra. La responsabilità di tale sfiducia andrebbe attribuita a élite sempre in cerca di soluzioni “ortopedico-pedagogiche”, come le definisce lo storico romano nel volume, per riformare le masse e costringerle ad accettare la modernità: un tentativo che accomunerebbe le classi dirigenti risorgimentali, il fascismo e la ‘repubblica dei partiti’ instaurata nel 1946. Nel 1994, l’imprenditore di Arcore avrebbe perciò avuto successo non solo per le sue risorse finanziarie o per il suo talento comunicativo, ma perché ha detto alla società italiana ciò che questa voleva sentirsi dire: che il problema italiano non era il popolo ma lo Stato e perciò era possibile e necessaria una nuova classe dirigente, formata di persone competenti ed estranee ai vecchi partiti. Il berlusconismo ha insomma ribaltato il paradigma di D’Azeglio “fatta l’Italia occorre fare gli italiani”, valido dall’Unità fino a quel momento, asserendo che la politica “non deve pretendere di essere migliore del Paese e di cambiarlo”. E forse questo è ciò che lo accomuna agli altri populismi italiani descritti nel volume “Il partito di Grillo” curato da Piergiorgio Corbetta e Elisabetta Gualmini dell’Istituto Cattaneo: quello moralizzante di Di Pietro, quello terrigno della Lega e quello delle reti web del comico genovese.
Secondo Orsina il problema è che le classi dirigenti italiane, piuttosto che pensare a come strutturare i meccanismi istituzionali, si sono sempre chieste ‘chi deve stare al potere’, perché le cose sarebbero funzionate e i problemi si sarebbero risolti solo con le élite giuste. Da qui la tendenza all’eticizzazione del discorso politico, con la divisione non più fra opinioni diverse, ma fra opinioni giuste e sbagliate, con queste ultime delegittimate ed estromesse dal dibattito: il che rappresenta il fallimento nella costruzione della dialettica politica.

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