Tag: post verità

Ora i vecchi “no vax” come si chiamano?

Riapro la tesi della triennale. Parlo di post-verità. Giusto nell’introduzione, faccio qualche esempio per spiegare questo fenomeno, e includo nel discorso il movimento no vax.
Era la fine del 2020, e io avevo in mente un particolare scenario: la paura della correlazione tra vaccini e autismo, agitatori politici e ideologici che continuavano a battere su ipotesi ormai screditate dalla scienza, l’agitazione sui social (ma anche sui media tradizionali), l’aumento spaventoso di casi di morbillo nei bambini, ecc ecc.
Una cosa però era chiara: “no vax” significava “contro i vaccini”, erano coloro che rifiutavano categoricamente di far vaccinare se stessi e i propri figli.

Non pensavo che, pochi mesi dopo, avrebbe significato “chi non ha ancora ricevuto una dose contro il Covid19”.

Una conferma è arrivata alla fine del 2021, con l’approvazione da parte dell’EMA (European Medicines Agency) di Novavax.
Da allora fioccano articoli del tipo: “Novavax: il vaccino che piace ai no vax”, “Perché Novavax è il vaccino che piace ai no vax”, “Novavax, medico no-vax: «potrebbe essere più sicuro ed efficace» e così via. E come mai piace così tanto a questa categoria di persone? Semplice: perché questo è un vaccino tradizionale, perché usa una tecnologia già sperimentata da decenni.

Mentre scrivo questo articolo, sono molti gli Italiani che hanno ricevuto tutte le vaccinazioni, a parte una; che per aspettare Novavax (che sembra stia per arrivare, ma la cui data di arrivo è stata come un’oasi-miraggio che sembra sempre vicina, ma mentre la si sta per raggiungere si allontana) sono rimasti sospesi dal lavoro.

Sia chiaro, questo non vuole essere un articolo contro i vaccini che vengono attualmente somministrati in Italia; ma risulta chiaro il cortocircuito tra il significato che “no vax” aveva circa un anno fa rispetto ad oggi.
E dunque mi chiedo: ma i no vax puri, quelli di una volta, ora come si chiamano? E come si chiameranno in futuro?

“Pensare positivo” per Trump

Nel 2016, Oxford Dictionaries proclamò post-truth (“post-verità”) parola dell’anno; il termine infatti ebbe un boom a causa soprattutto di due eventi di quell’anno: la Brexit e le elezioni presidenziali statunitensi, che hanno visto Trump come vincitore. Oxford Dictionaries definisce “post-verità” in questo modo: «relazione o denotazione di circostanze in cui i fatti obiettivi sono meno influenti nel plasmare l’opinione pubblica rispetto agli appelli all’emotività e al credo personale».
Secondo il sito di fact-checking Politifact, il 70% delle dichiarazioni di Trump in periodo elettorale è da ritenersi parzialmente o totalmente falso, e solo il 4% completamente vero. Trump ha spesso attaccato gli esperti, aderito a teorie del complotto e sostenuto tesi antiscientifiche. In un’intervista per il Time afferma: «ho predetto molte cose che hanno richiesto un po’ di tempo. […] Sono una persona molto istintiva, ma il mio istinto si rivela essere giusto». Sembra dire che il suo credere in qualcosa in qualche modo lo renda vero. E se afferma qualcosa di falso, cercherà un modo per confermare che esso sia vero.
Come durante un comizio dell’11 febbraio 2017: Trump fece un oscuro riferimento a «quello che è successo ieri in Svezia». Il popolo svedese rimase perplesso poiché, per quanto si sapeva, non era accaduto nulla. Poi si scoprì che Trump si riferiva ad una storia che aveva visto su Fox News sugli immigrati in Svezia, ma di fatto non era accaduto nessun incidente. Due giorni dopo la sua dichiarazione, forse come risultato dell’amplificazione di Trump della questione, scoppiarono delle rivolte in un quartiere di immigrati a Stoccolma. Nell’intervista al Time, Trump si prende il merito di aver avuto ragione: «Svezia. Faccio la dichiarazione, tutti danno di matto. Il giorno dopo hanno una rivolta massiccia, morte e problemi. […] Un giorno più tardi hanno avuto un tumulto terribile, terribile in Svezia, e si è visto cosa è successo». Ma ciò non significa che aveva ragione. La sommossa non era stata “ieri sera”, non era massiccia e non c’erano stati morti; ma secondo il presidente era «esattamente ciò di cui stavo parlando, avevo ragione su questo».
Questa fiducia nei propri poteri e capacità potrebbe essere ricondotta al suo interesse per una complessa filosofia conosciuta come New thought, Mental Science o “potere del pensiero positivo”. Il mentore di Trump è stato infatti l’uomo che ha reso popolare il “pensiero positivo”, ovvero il reverendo Norman Vincent Peale. Pubblicato per la prima volta nel 1952, il suo libro The Power of Positive Thinking riscosse un grande successo grazie ai suoi racconti su come ottenere il meglio dalla vita, ed è ancora oggi un caposaldo nel settore del self-help. Già da bambino, negli anni Cinquanta, Trump iniziò a frequentare i sermoni di Peale; è stato infatti per più di cinquant’anni un volto familiare nella comunità del Marble Collegiate Church di New York, di cui Peale era il pastore. Questa chiesa era un luogo di culto, ma anche una vetrina per gli imprenditori, l’alta società, i politici e la famiglia Trump.
Secondo Peale, è possibile raggiungere sia il successo spirituale sia quello materiale. Egli condensò gli insegnamenti del New thought in una semplice formula; oltre alla regola generale che prevedeva di tenere sempre a mente pensieri buoni, sani e orientati al successo, propose anche una strategia precisa composta da tre passaggi: “Preghierizzare”, “Visualizzare” e “Realizzare”. Per il reverendo, “Preghierizzare” significa avere costantemente in mente il problema e discuterne con Dio durante tutta la giornata. “Visualizzare” significa farsi un’immagine mentale del risultato desiderato, così da farlo sprofondare nell’inconscio e raggiungere la “Presenza” di Dio; visualizzare qualcosa di palesemente impossibile non serve, è di aiuto invece raffigurarsi qualcosa che Dio approverebbe. L’ultimo passaggio, “Realizzare”, avviene in maniera imperscrutabile; bisogna agire considerando ciò che hai affermato e visualizzato come vero: verrà da sé.
Trump apprese dal suo maestro il focalizzarsi sul successo e applicò a modo suo le lezioni ricevute. Senza modestia, ha sostenuto che Peale lo ritenesse «il suo miglior allievo di tutti i tempi». Il tycoon gli ha attribuito il merito di avergli insegnato a vincere pensando solo ai risultati migliori; come viene riportato nel libro Trump Revealed (Kranish e Fisher, 2016), egli afferma: «La mente è in grado di superare qualsiasi ostacolo. Non penso mai agli aspetti negativi».

“Pensare positivo” per Trump

Nel 2016, Oxford Dictionaries proclamò post-truth (“post-verità”) parola dell’anno; il termine infatti ebbe un boom a causa soprattutto di due eventi di quell’anno: la Brexit e le elezioni presidenziali statunitensi, che hanno visto Trump come vincitore. Oxford Dictionaries definisce “post-verità” in questo modo: «relazione o denotazione di circostanze in cui i fatti obiettivi sono meno influenti nel plasmare l’opinione pubblica rispetto agli appelli all’emotività e al credo personale».
Secondo il sito di fact-checking Politifact, il 70% delle dichiarazioni di Trump in periodo elettorale è da ritenersi parzialmente o totalmente falso, e solo il 4% completamente vero. Trump ha spesso attaccato gli esperti, aderito a teorie del complotto e sostenuto tesi antiscientifiche. In un’intervista per il Time afferma: «ho predetto molte cose che hanno richiesto un po’ di tempo. […] Sono una persona molto istintiva, ma il mio istinto si rivela essere giusto». Sembra dire che il suo credere in qualcosa in qualche modo lo renda vero. E se afferma qualcosa di falso, cercherà un modo per confermare che esso sia vero.
Come durante un comizio dell’11 febbraio 2017: Trump fece un oscuro riferimento a «quello che è successo ieri in Svezia». Il popolo svedese rimase perplesso poiché, per quanto si sapeva, non era accaduto nulla. Poi si scoprì che Trump si riferiva ad una storia che aveva visto su Fox News sugli immigrati in Svezia, ma di fatto non era accaduto nessun incidente. Due giorni dopo la sua dichiarazione, forse come risultato dell’amplificazione di Trump della questione, scoppiarono delle rivolte in un quartiere di immigrati a Stoccolma. Nell’intervista al Time, Trump si prende il merito di aver avuto ragione: «Svezia. Faccio la dichiarazione, tutti danno di matto. Il giorno dopo hanno una rivolta massiccia, morte e problemi. […] Un giorno più tardi hanno avuto un tumulto terribile, terribile in Svezia, e si è visto cosa è successo». Ma ciò non significa che aveva ragione. La sommossa non era stata “ieri sera”, non era massiccia e non c’erano stati morti; ma secondo il presidente era «esattamente ciò di cui stavo parlando, avevo ragione su questo».
Questa fiducia nei propri poteri e capacità potrebbe essere ricondotta al suo interesse per una complessa filosofia conosciuta come New thought, Mental Science o “potere del pensiero positivo”. Il mentore di Trump è stato infatti l’uomo che ha reso popolare il “pensiero positivo”, ovvero il reverendo Norman Vincent Peale. Pubblicato per la prima volta nel 1952, il suo libro The Power of Positive Thinking riscosse un grande successo grazie ai suoi racconti su come ottenere il meglio dalla vita, ed è ancora oggi un caposaldo nel settore del self-help. Già da bambino, negli anni Cinquanta, Trump iniziò a frequentare i sermoni di Peale; è stato infatti per più di cinquant’anni un volto familiare nella comunità del Marble Collegiate Church di New York, di cui Peale era il pastore. Questa chiesa era un luogo di culto, ma anche una vetrina per gli imprenditori, l’alta società, i politici e la famiglia Trump.
Secondo Peale, è possibile raggiungere sia il successo spirituale sia quello materiale. Egli condensò gli insegnamenti del New thought in una semplice formula; oltre alla regola generale che prevedeva di tenere sempre a mente pensieri buoni, sani e orientati al successo, propose anche una strategia precisa composta da tre passaggi: “Preghierizzare”, “Visualizzare” e “Realizzare”. Per il reverendo, “Preghierizzare” significa avere costantemente in mente il problema e discuterne con Dio durante tutta la giornata. “Visualizzare” significa farsi un’immagine mentale del risultato desiderato, così da farlo sprofondare nell’inconscio e raggiungere la “Presenza” di Dio; visualizzare qualcosa di palesemente impossibile non serve, è di aiuto invece raffigurarsi qualcosa che Dio approverebbe. L’ultimo passaggio, “Realizzare”, avviene in maniera imperscrutabile; bisogna agire considerando ciò che hai affermato e visualizzato come vero: verrà da sé.
Trump apprese dal suo maestro il focalizzarsi sul successo e applicò a modo suo le lezioni ricevute. Senza modestia, ha sostenuto che Peale lo ritenesse «il suo miglior allievo di tutti i tempi». Il tycoon gli ha attribuito il merito di avergli insegnato a vincere pensando solo ai risultati migliori; come viene riportato nel libro Trump Revealed (Kranish e Fisher, 2016), egli afferma: «La mente è in grado di superare qualsiasi ostacolo. Non penso mai agli aspetti negativi».

Fake news, verità e post verità: avvertenze per l’uso

Si parla molto di fake news e post verità, ma bisognerebbe forse ripartire proprio dal concetto stesso di verità e dalle ambiguità in esso contenute. Mettendosi in allerta laddove la verità sia intesa in senso dogmatico: è questo un abbaglio, perché la verità non è un monolite, ma un prisma dai mille riflessi; è un mosaico cui manca sempre un una tessera per essere completato; e quel tassello mancante ha la capacità di sovvertire la comprensione d’insieme della scena e dunque il suo reale significato.
Beati coloro che credono, perché si appagano e si nutrono delle loro certezze. La verità trascendente è un postulato che si accetta o si respinge. La verità di fede è rassicurante. Ma la verità dei fatti non è afferrabile e definibile una volta e per sempre: è un continuo percorso di ricerca con approdi incerti e potenzialmente sempre suscettibili di revisione. E’ la “verità sostanziale” a cui fanno riferimento i codici deontologici dell’informazione e alla quale dovrebbero attenersi non solo i giornalisti ma ciascuno di noi, con spirito libero da pregiudizi.

La verità è il frutto potenzialmente sempre mutevole di una indagine continua, inesausta. Alla verità ci si avvicina coltivando il dubbio e ponendo continuamente in discussione ciò che appare vero, per verificare se quella convinzione ha un senso oppure è infondata, fragile e cedevole. Vale in questo senso ciò che ha teorizzato Karl Popper: la ricerca della verità procede per congetture e confutazioni, si formulano ipotesi e le si pone in discussione continuamente, al vaglio della ragione e alla prova dei fatti: finché l’ipotesi regge la si può considerare atendibile, quando viene sconfessata diventa necessaria una revisione del modello o una rivoluzione integrale del paradigma.
In questo stesso senso, ha perfettamente ragione Gustavo Zagrebelsky quando afferma che si serve la verità coltivando il dubbio.
Questo non significa però accreditare qualsiasi fantasia come potenzialmente vera, perché ciò che si asserisce e che si definisce provvisoriamente vero deve aderire al reale, essere documentato, comprovato e verificabile. Le cosiddette post verità, laddove affermano il diritto di ciascuno di argomentare il proprio punto di vista sanciscono un sacrosanto principio, in ragione del fatto che dalla natura complessa e prismatica della verità si possono originare interpretazione difformi, ciascuna delle quali può essere specchio di un frammento di quella complessa realtà che non esaurisce il carattere di verità ma ne mostra una parte, secondo la logica del “d’altronde“… Ma ciò che si afferma deve essere comprovabile, viceversa è una pura fantasia senza fondamenta.

Se poi riferiamo il ragionamento alle fake news, oggi così di moda e al centro dei dibattiti, ritroviamo una vecchia conoscenza: un tempo le chiamavano più semplicemente “balle”! E sono sempre esistite, talvolta alimentate da ignoranza e superficialità, in altri – più gravi – frangenti, dalla volontà di strumentalizzare i fatti in funzione di precisi interessi precostituiti.
Ma il problema attuale è che ora, rispetto al passato, è molto più complesso il meccanismo della smentita. Il tradizionale sistema della rettifica, che sui giornali e nei sistemi tradizionali di informazione pur con qualche stortura almeno teoricamente poteva funzionava in maniera accettabile, nel mondo del web risulta del tutto inadeguato allo scopo, poiché non è in grado di ripercorrere a ritroso i nodi delle condivisioni che qualsiasi messaggio veicolato attraverso la rete è potenzialmente in grado di compiere in milioni di direzioni. E questo è un punto significativo che riguarda le fake news come pure le post verità e qualsiasi contenuto viaggi in rete.

E allora bisogna fare molta attenzione e maneggiare con cura l’informazione senza cadere in tranelli ed equivoci: il pluralismo delle opinioni è sacro e va tutelato da ogni tentativo di censura. Badando bene però al rischio che le post verità non si riducano banalmente e pericolosamente alle verità dei post, cioè di tutto ciò che – complice in primo luogo Facebook – circola sul web e che si considera vero per il sol fatto che qualcuno lo afferma.

L’APPUNTAMENTO
Riflessioni a margine del dibattito italiano su post verità, fake news, bufale in rete e libertà di espressione

da: organizzatori

Realtà virtuale e universi paralleli [nel paese della bugia la verità è una malattia*]
Riflessioni a margine del dibattito italiano su post verità, fake news, bufale in rete e libertà di espressione

Nell’ambito della rassegna Algorithmic di Andrea Amaducci

Porta degli Angeli – GATE
Giovedì 4 maggio 2017
dalle 18 [a seguire aperitivo]

Introduce Michele Travagli

Interventi confermati di:
Marco Contini
Daniele Oppo
Elisa Corridoni
Stefano Lolli
Alex Rossi
Francesco Altavilla
Alexandra Boeru
Sergio Gessi
Daniele Lugli
…altri da confermare

Coordina Leonardo Fiorentini

A seguire dibattito con aperitivo

In collaborazione con la Società della Ragione ONLUS

Le post-verità e il trionfo del “secondo me”

Post-verità è la parola dell’anno secondo il dizionario di Oxford. Si tratta della tendenza a far prevalere emozioni e credenze nel giudizio sulla realtà. Il termine è stato usato per descrivere il linguaggio della politica che ha fatto grande uso di una comunicazione manipolatoria, coltivando l’arte del mentire, sollecitando emozioni, alimentando contrapposizioni viscerali, spostando l’accento sui protagonisti, banalizzando i contenuti. Sul carattere manipolatorio di molta politica odierna non vale la pena insistere, anche se l’etichetta abusata di populismo copre una crisi che non è solo di stili di comunicazione.

Ma ora il tema riguarda in modo preoccupante la diffusione di bufale sui social media, diffuse e viralizzate per ignoranza e insipienza. Quali sono le ragioni di questo fenomeno che ha serie conseguenze sull’opinione pubblica? Innanzitutto una dinamica implicita nei social che abbassa la soglia critica e spinge a convergere sulle opinioni di altri e a credere alle notizie che coincidono con le nostre rappresentazioni della realtà. Ma vi è un fatto più specifico: i social danno voce alla crescente sfiducia nelle fonti ufficiali, catalizzano il senso di frustrazione e di impotenza, coltivano lo spirito di opposizione a qualunque verità percepita come ufficiale. Di fronte alla drammatica e generale crisi di fiducia si genera il grande equivoco che i cittadini possano contribuire dal basso a ricostruire una corretta interpretazione dei fatti: dalla medicina alla scienza, dalla scuola alle questioni di politica internazionale. Il pericolo di tale tendenza è evidente in molti ambiti della vita quotidiana, uno di forte attualità riguarda l’opportunità dei vaccini, le origini del contagio, i cosiddetti rimedi alternativi per la salute (una pratica pericolosa come sottolineano molti scienziati). Si afferma il mito di una verità dal basso, la “verità delle persone comuni”.

È il trionfo del punto di vista, il “secondo me” scambiato per partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni. Opinioni costruite rovistando nella rete e scambiando per attendibili bufale di ogni genere diventano il metro con cui misurare ogni verità ufficiale: quella del telegiornale, quella dell’insegnante, quella del medico, quella del giornalista, tutti presunti prezzolati per coprire chissà quali interessi di casta. Una generale diffidenza dilaga in ogni campo: anni di cattiva amministrazione della cosa pubblica potrebbero giustificarla, se non vincesse l’esito catastrofico di esaltare la superiorità dell’ignoranza.

“La scienza non è democratica, non è attraverso un civile dibattito che si possono confrontare opinioni su fatti che richiedono anni di studio e di ricerca”. Con queste parole nette il virologo dell’ospedale San Raffaele Roberto Burioni ha sintetizzato con coraggio il degrado del dibattito pubblico che, nel caso specifico, riguarda la salute (Corriere, 5 gennaio 2017)
Ristabilire un confine tra fatti e interpretazioni e distinguere gli uni e le altre è una questione importante che riguarda anche la nostra idea della democrazia che non è esaltata dal mero diritto di parola. Sarebbe necessario che i fatti, in ogni ambito ritornassero centrali.

Sarebbe necessario ridare valore alla razionalità nei procedimenti discorsivi contro una retorica che sollecita emozioni; urgente disvelare i rischi di manipolazione impliciti nelle reti, le illusioni percettive per cui il numero di like fa sembrare più verosimile un’affermazione. Sarebbe necessario che la scuola educasse ad un confronto basato sui fatti e sul rigore, sollecitando solo dopo l’espressione di un punto di vista soggettivo. Di soggettività ne abbiamo fatto davvero una sbornia.

La pratica della post verità può essere contrastata solo con un’informazione seria, capace di proporre in modo accessibile le questioni, citando i dati e le fonti, distinguendo i fatti dalle interpretazioni degli stessi. Solo cultura diffusa e senso di responsabilità potranno arginare la deriva della post verità.

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