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Diario di un agosto popolare
6. FINCHÉ C’É LA SALUTE

FINCHÉ C’É LA SALUTE
Roma, 7 agosto 2019

Certo, andare a ‘sondare gli umori del popolo’ in una città deserta, è un’impresa già partita male. Il mercato ormai sembra una fila di anonime tombe di  famiglia, dai giardini sono scappati anche gli uccelli e perfino nell’Ospedale, dove mi trovo oggi per una visita medica, sembra che, in un eccesso di intolleranza, abbiano abolito i pazienti.

Bisognerebbe forse entrare nelle case ed entrare in empatia con la solitudine urbana, capire se l’aria condizionata ha migliorato le vite di chi è rimasto in città o se ancora, nei miasmi sudoriferi dell’intimità, cresce la rabbia e lo sconforto, o invece resiste qualche forma di reazione attiva, di gente che si organizza insieme agli amici e ai vicini per vivere un po’ meglio.

La mia visita in ospedale in realtà è un ripiego: dopo aver tentato di fissare una colonscopia al servizio RECUP (diventato, con una delibera regionale di una settimana fa, a pagamento per i telefoni cellulari- sic!) e constatato che la prima disponibile è tra un anno solare, mi informo sulla possibilità di effettuarla col servizio intra-moenia.

Naturalmente ora fioccano appuntamenti in ogni quartiere: le date? Quando vuoi. Le tariffe vanno dai 350 ai 450 euro, ossia una pensione sociale intera. Penso a quando Rosi Bindi ministro della Sanità ebbe l’ardire di obbligare i medici a scegliere tra la professione privata e quella nelle strutture pubbliche. Sembrava una proposta bolscevica (eppure lei era democristiana).

L’ospedale oggi è veramente vuoto e anche questo fa un certo effetto: è vero, a Roma d’agosto (e ormai un po’ dappertutto) è difficile fare una vita normale.

Ma che ci sia un mese in cui tutte le strutture pubbliche si disintegrano per le ferie, benché sia una vecchia storia, continua a farmi rabbia. Tanto più se funzionano solo come studi privati.

Mentre aspetto nel corridoio, dove non c’è neanche un addetto delle pulizie da origliare per il mio diario, mi viene in mente l’inverno di un anno fa, quando ero venuto qui per fare una piccola operazione.

Ci avevano convocato alle 7 ed eravamo una cinquantina, ed era ancora buio, perché era dicembre inoltrato. La temperatura era vicina allo zero e i cinquanta convocati per vari interventi, erano stati ammassati davanti all’entrata: la maggior parte anziana, qualcuno in carrozzella.

“Ma perché non fanno entrare?” dico io, ingenuamente.

“Arrivano alle 7.30“, mi dicono, “dobbiamo aspettare fuori“.

“Ma è assurdo, c’è gente malata”. E come se non bastasse, oltre la vetrata chiusa c’è una comoda sala d’attesa con le sedie vuote.

“Il fatto è che è tutta colpa nostra” mi dice un tipo dall’aria rassegnata. “E perché?” dico io, polemico.

“Perché qualche mese fa, dei pazienti che aspettavano, perdendo la pazienza, hanno riempito di botte le due infermiere di turno, che da quel giorno si sono rifiutate di aprire da sole.”

“Si vabbè, ma noi che c’entriamo se c’è gente manesca? Potrebbe esserci a qualunque ora!” “Però in altre ore hanno più colleghi a dargli manforte”.

La conversazione rasentava l’assurdo. Sembrava dato per scontato che ci fosse una guerra civile tra i pazienti e il personale sanitario. E che i pazienti siano per loro natura, impazienti. Il pubblico però era diviso: la maggior parte mi dava ragione, ma c’era anche chi diceva “E’ vero, siamo degli incivili, ce la meritiamo quest’Italia!”.

Sicuramente, entrando poi nei dettagli, la situazione si sarebbe rivelata più complessa. Ma ridotta così a discussione da bar, emergeva nella sua dimensione più drastica: noi (vittime o bestie) e loro (idem).

Poi, appena si sono aperte le porte, è cominciata una corsa scomposta per accaparrarsi il numeretto, passando avanti perfino a quello sulla sedia a rotelle.

Di nuovo siamo diventati nemici fra di noi e servili coi medici.

Il potere sul corpo ci rende vulnerabili a qualunque forma di sudditanza e, inermi come siamo, chiediamo solo di essere trattati con dolcezza.

Quando esco dalla visita, mi dicono che è tutto a posto.

Naturalmente sono sollevato, ma immediatamente mi domando se invece che una ragionevole iniziativa di prevenzione, il privilegio di poter saltare un anno di attesa non sia stato invece il frutto di una costosa ossessione ipocondriaca.

Scaccio via il dubbio e lascio spazio alla buona notizia. Nei corridoi vuoti cammino come se mi fossi appena comprato l’ospedale.
(continua domani, 8 agosto)

Diario di un agosto popolare

  1. ANDARE PER STRADA E ASCOLTARE LA VITA
  2. STRANI STRANIERI
  3. CORPI DIMENTICATI
  4. NELLA CITTA’ DESERTA
  5. COCCIA DI MORTO
  6. FINCHÉ C’É LA SALUTE
  7. LA BOLLA SVEDESE
  8. STELLE CADENTI
  9. MEZZI PUBBLICI
  10. FREQUENZE DISTORTE
  11. CANNE AL VENTO
  12. L’OTTIMISMO DURA POCO
  13. LA TORBELLA DI ADAMO

GLI SPARI SOPRA
Berlinguer è mio

Secondo il National Geographic il luogo ove si crea il vento è sito precisamente davanti al mio box ufficio, precisamente nel lembo nord dell’accantieramento tra il furgone della mensa e il container Morteo del refettorio. In estate il mio loculo ha la porta spalancata sul piazzale, la finestrella dietro la mia testa aperta e il clima acceso oltre la porta del mio collega, lo so che Draghi mi annovera tra i motivi della guerra in Ucraina, ma la nostra è un ricerca continua del benessere termico. Chiaro, nulla ho da lamentarmi rispetto ai colleghi che si ustionano tra le lamiere ed i grigliati d’impianto. Ma l’origine del vento è tre metri oltre la mia scrivania. Piccoli e simpatici twister arrovellano polvere e sabbia e me la sbattono in faccia ad ogni piè sospinto, iconici piumini dei pioppi svolazzano come farfalle cavolaie verso di me, la tastiera è insabbiata come un giocatore di beach volley, il cicchettìo dei piedi sembra una pasta allo scoglio con le vongole non lavate. Sulla plastica opaca della scrivania, assieme a carte sedimentate, penne rotte, calendario da tavolo arrotolato a causa degli sbalzi termici, un filtro polivalente per semi maschera scaduto, due bottigliette d’acqua aperte, un marsupio da nerds, il telefono cinese in carica, un paio di occhiali antinfortunistici scuri graffiati, il mouse traccia linee sulla sabbia come quando da piccoli si faceva la pista per le biglie coi ciclisti dentro.

Mi va la polvere in un occhio, ma è il phon che soffia a sei spanne da me, sull’asfalto rovente; svolazzano i fogli appesi con nastro da pacchi ai pannelli sandwich del bunker.

Attenzione prova poli acustici! Gracchiano gli altoparlanti del sistema Matra, utili solo quando le emergenze sono simulate. Oltre le mura della fabbrica, una vibrofinitrice suona il clacson ritmicamente ogni trenta secondi per far muovere il camion che contiene l’asfalto triturato, mentre un gradevole aroma di catrame salvifica l’aria.

Tra un piano per uno spazio confinato e un altro, un consiglio per occhiali bifocali antinfortunistici e un preventivo per guanti in gomma, penso a Berlinguer. Fra qualche giorno saranno cento anni dalla nascita e trentotto dalla sua morte, su quel maledetto palco, sforzandosi di terminare un discorso, premonitore, moderno, … andate casa per casa. A fare che? A parlare con le persone, con il nostro popolo, con il nostro mondo. Quello stesso mondo che oramai è estinto, evaporato, che non ha lasciato né eredità e tantomeno eredi. La deriva delle tue idee Enrico non ha lasciato nessun limo, dopo la tua scomparsa, repentina, ingiusta, che ci ha colto impreparati, non è nato nulla, ma è morto tutto.

Si riempiono la bocca di te, tutti, ti citano, raccontano della tua modernità, altri addirittura pensano che il tuo riformismo (positivo) sia stato troppo titubante. Ma cosa vogliono da noi? Perché non smettono di ciarlare, interpretare, togliere e aggiungere al tuo pensiero? Che ne sanno di te, che ne sanno di noi? Dice si, ci sono pure quelli che ti hanno conosciuto, che ti hanno amato e ora sono lontani da te anni luce, ora sarebbero tuoi avversari politici, ma si nascondono dietro allo scorrere del tempo. Dicono orgogliosi che non ci sono più le ideologie, che il mondo non è più diviso in blocchi, che non esistono sistemi antitetici e alternativi, esiste solo la democrazia e la dittatura.

Appunto.

Il mondo ora ha un solo padrone e tanti nemici, il capitalismo è percolato ovunque, in Russia, in Cina, dappertutto. L’imperialismo crea guerre, invade, stermina, bombarda, distrugge, nessuna traccia della tua terza via. Come possono parlare di te senza rendersi conto che ora, loro, sono contro di te.

Tutti.

I partiti sono agglomerati di potere fine a se stesso, lo dicesti tu e questo sono, la corruzione, la politica come mestiere da professionisti dell’accordo sotto banco, pure questo si è avverato nelle tue visioni di quaranta anni fa. Con che faccia continuamente ti portano ad esempio, loro che si vergognano di ciò che erano, loro che non sono coerenti con i propri ideali di gioventù.

La polvere soffia dentro al grigiume del box, una foglia di pioppo fuori zona mi sfarfalla sfacciata in ufficio. Ma la mia mente è lontana da qui, pensa a piazzale San Giovanni e a quei milioni di persone in lacrime e col pugno chiuso. Quanti di loro saranno ancora al mondo? Quanti non si vergogneranno di ciò che erano? Quanti saranno ottusamente ancora come allora?

Credo pochi. La volontà dei padroni di estinguere la sinistra, la loro rappresentanza, è oramai compiuta da anni, ma fra pochi giorni tutti ti celebreranno. Nessuna differenza di celebrazione fra ex compagni, ex fascisti, ex democristiani, ex socialisti, ex di ex. Secoli indietro rispetto al tuo pensiero, ma convinti di essere i tuoi eredi, addirittura ti annoverano quale fondatore morale di partiti e movimenti che tu riterresti a giusta ragione antitetici al tuo pensiero.

Quanto sono noioso.

“Noi siamo comunisti, lei lo dimentica. Lo siamo con originalità e peculiarità, distinguendoci da tutti gli altri partiti comunisti: ma comunisti siamo, comunisti restiamo. Siamo nati e viviamo per combattere il capitalismo, cancellarlo.” Queste parole non saranno lo slogan delle celebrazioni, queste non saranno citate dai democristiani-liberisti che rappresentano l’italico stivale, al limite, se qualche vetero (come me) le riporterà alla luce, un coro uniforme e monosillabico ricorderà che Berlinguer è morto nel 1984, il mondo è cambiato, il mondo è andato avanti.

No cari miei, il mondo è tornato indietro, fatevene una ragione e smettetela di celebrare la vostra antitesi.

Berlinguer è mio. E di pochi altri.

 

Graffiti in Shoreditch, London - Zabou

Privacy, perché proteggerla?
alcune pillole per l’autodifesa

 

1° Pillola Perché dedicare attenzione a mantenere i propri dati personali privati?

L’ho capito bene ascoltando un’intervista a Julian Assange, riportata nell’interessante documentario, girato su un periodo di oltre sette anni, intitolato Hacking Justice. Questa intervista mi ha portato a consolidare una serie di riflessioni.

Nella vita quotidiana abbiamo a che fare con molte persone, di cui incontriamo fisicamente solo una piccola parte. Di queste, la stragrande maggioranza ci influenza e viene da noi influenzata attraverso comportamenti mediati da terzi.
Ad esempio, nell’acquistare un paio di scarpe presso un’azienda di acquisti online, interagisco col fattorino che recapita il pacco (mediando la transazione), ma di fatto invio il denaro al distributore online, che gestirà la divisione tra se stesso, il produttore di scarpe, il fattorino.… Di queste persone, alcune sono potenti, in termini di mezzi finanziari e di influenza, mentre altre lo sono poco o niente.

Per persone con grandi mezzi finanziari, politici  e militari, conoscere significa poter influenzare il comportamento degli altri, che venga fatto in maniera brutale o meno.

Quando esponiamo i nostri percorsi abituali e le nostre attività a persone o organizzazioni con intenzioni di questo genere, stiamo informandoli sulle zone geografiche che percorreremo. Luoghi in cui potremo facilmente essere raggiunti da azioni di influenza più o meno dirette, siano esse pubblicità, messaggi politici, o strategie basate sulla manomissione di un servizio pubblico, atte a generare delle risposte specifiche da parte nostra (e della popolazione, come ad esempio sentimenti di sfiducia).

Quando esponiamo informazioni sui nostri acquisti e attività, stiamo raccontando i nostri gusti e attitudini. Questi possono essere usati per confezionare l’esca adatta ad attirarci verso un certo modo di pensare (indurre un’idea, generare qualunquismo nei più pessimisti, radicalizzazione nei più integerrimi) o una certa attività (acquistare un bene specifico in un luogo specifico, sobillare intolleranza, aderire a un credo a partire da informazioni false o estremamente parziali).
La conoscenza delle attività che si svolge lungo la nostra rete sociale informa su come le nostre idee potrebbero essere condivise attraverso questa stessa parte di società, su chi difficilmente saremmo in grado di influenzare (in particolare chi è poco collegato alla nostra rete), su quali leve insistere per indurre, a livello sociale, la formazione di gruppi isolati e incapaci di comunicare tra loro.

Influenze come queste sono difficili, se non impossibili, da riconoscere, per via del fatto che le informazioni fornite dai singoli cittadini (spesso loro malgrado), e poi aggregate, diventano proprietà privata della piattaforma informatica che le ha raccolte. Esse possono mostrare luoghi e dinamiche sensibili di una società, da influenzare per modificarne il comportamento.

Ma solo chi vi ha accesso e sia dotato di forti capacità analitiche avrà idea di come manovrare gli altri. E si tratta, nota bene, di soggetti privati o apparati statali coperti da segreto. Per tutti gli altri, la risposta a questo fenomeno non potrà che essere quella speculativa (l’immaginazione), con il rischio di  cadere nella paranoia (ma come si fa a saperlo?), oppure si gireranno dall’altra parte.

Questo descritto è tanto uno scenario distopico, quanto una realtà attuale.
L’unico mezzo certo per limitare questa sproporzione di potere e influenza è quello di trattenere le informazioni personali per sé, evitando di condividerle con elementi sociali notoriamente interessati alla collezione di dati e dagli interessi molto diversi dai nostri.

Una delle più concise ed efficaci frasi pronunciate da Edward Snowden, all’indomani delle sue rivelazioni sullo spionaggio di massa, è “Privacy is for the powerless”. Chi ha poco potere è bene che mantenga un certo livello di privacy nei confronti di chi di potere ne ha molto. Non farlo equivale a fornire ingredienti sostanziali a chi ha già abbondanti mezzi di manipolazione sociale, che vanno sempre più prendendo il posto del sistema democratico.
Concludendo la citazione “Transparency is for the powerful”.

2° Pillola Controllare l’attività delle proprie applicazioni – Messaggeria istantanea

Tra le cose da fare per ridurre la quantità di informazioni che rilasciamo online, una cosa sana è usare software Free Licence/Open-Source, piuttosto che software a codice proprietario. Si intende, strumenti i cui codici siano verificabili dal pubblico. Ciò dà la possibilità a specialisti terzi, esterni al fornitore del software, di verificare cosa questo software farà una volta installato sul vostro telefono o computer. Per esempio verificare che esso non trasmetta dati e metadati personali, o che la cifratura per comunicare su internet non sia fallata (come è stato documentato ad es. per Whatsapp).
Un esempio nel caso della messaggeria istantanea è quello di rimpiazzare il software WhatsApp con l’analogo, ma Open Source, Signal.

3° Pillola 5 criteri da considerare per un software – Un caso sulla messaggeria istantanea

In riferimento alla sostituzione di WhatsApp con Signal (vedi Pillola 1), qualcuno si chiederà: Telegram non va bene lo stesso?
In effetti Telegram è un altro software di messaggeria istantanea, Open Source, molto diffuso.
Ci sono però almeno altri 5 elementi da considerare quando scegliamo una applicazione Open Source.

1) Sia il Client che il Server sono Free licence/Open Source?
L’applicazione che installiamo sul nostro dispositivo (computer/smartphone) si chiama Client (ovvero si comporta come un cliente). I clienti si inviano/ricevono messaggi grazie all’intermediazione di un dispositivo speciale presente in rete chiamato server (sempre a disposizione per servire i client, sempre acceso e disponibile).
Sia client che server funzionano sulla base di un software che può essere Free licence/Open Source o meno.
Nel caso di Signal sia client che server sono Open Source, nel caso di Telegram, solo il client lo è.

2) Quali metadati sono raccolti?
Nel mentre che inviamo un messaggio, il nostro dispositivo elettronico può raccogliere una serie di metadati, vale a dire informazioni del contesto come ad es. il luogo in cui ci troviamo, la durata delle comunicazioni, i contatti presenti nella nostra rubrica.…
Telegram dichiara di condividere con il suo server una quantità di metadati molto più vasta rispetto a Signal (il quale tratterrebbe sul server solo l’informazione sul fatto che vi siate connessi o meno in un determinato giorno).

3) Il codice è stato testato a dovere?
I codici di buona parte delle applicazioni usate quotidianamente sono molto lunghi. Lunghi abbastanza da richiedere anni affinché i programmatori possano verificare che il programma sia ben scritto e che possano eliminare la maggior parte o tutte le falle (bugs) di sicurezza.
Buona parte dei blocchi di codice usati da Signal è stata usata e testata ampiamente, poiché gli stessi vengono usati in diverse altre applicazioni, da un’ampia comunità informatica. Il codice di Telegram, dal suo canto, è stato sviluppato servendosi meno di blocchi già testati in precedenza dalla comunità, per cui è più impegnativo, da parte della comunità informatica, verificarne la solidità.

4) Riponiamo fiducia in chi gestisce il nostro server?
L’uso di un servizio su internet implica una serie di passaggi di informazioni. Se le informazioni vengono trasmesse dopo adeguata criptazione, sarà difficile per qualcuno che intercetti la comunicazione, capirci qualcosa. Nonostante tutto, a un certo punto di questa serie di passaggi, sarà necessario riporre fiducia nell’attività svolta da qualche operatore. Per esempio: anche se il codice del server è OpenSource, dovremmo fidarci del fatto che esso non sia stato modificato prima di installarlo sul server, oppure del fatto che il server non sia compromesso a sua volta dal punto di vista hardware. In sintesi: non può esserci certezza assoluta del fatto che tutto vada come atteso. Quello che si può fare, è cercare di capire se il fornitore del servizio è affidabile e competente.

Nel caso di Telegram, il principale finanziatore della piattaforma è un magnate russo.
Nel caso di Signal, esistono molti finanziatori della piattaforma (non saprei dirvi quali e quanti). Soprattutto, il software e la sua equipe di programmatori sono riconosciuti come affidabili da giornalisti e informatici di fama mondiale impegnati nella difesa della libertà di stampa.

5) Il nostro client ha a che fare con un server centralizzato, decentralizzato o distribuito?
Il server in attesa di servire il client che è installato sul nostro dispositivo, è lo stesso che serve anche tutti gli altri dispositivi esistenti che usano lo stesso software (si intende tutti gli altri telefoni e computers)? In questo caso si parla di server centralizzato. Se invece diversi clients sono serviti da diversi server, si parla di server distribuiti o decentralizzati. E’ chiaro che, per terzi che volessero appropriarsi di informazioni presenti o in transito su un server, riuscire a manometterne uno centralizzato può essere più fruttuoso che investirsi nella manomissione di una moltitudine di server, il cui contenuto individuale è una magra quantità di informazioni personali. Naturalmente a tal proposito rientra la fiducia che possiamo riporre in coloro che gestiscono il server (4).

Sia Telegram che Signal usano server centralizzati. Un’alternativa decentralizzata Free Licence/Open Source è la coppia Element (il client) – Matrix (il server).

Maggiori informazioni in Mini-Guida alla Protezione dei Dati Personali: https://miniguide.minifox.fr/

In copertina: Graffiti in Shoreditch, London – Zabou (Wikimedia Commons)

Jeff Bezos: il nuovo dottor Stranamore

 

Evitare la morte è una cosa su cui devi lavorare. Se gli esseri viventi non lavorano attivamente per impedirlo, alla fine si fonderebbero con l’ambiente circostante e cesserebbero di esistere come esseri autonomi. Questo è quello che succede quando muoiono“.

Questa dichiarazione agli azionisti Amazon racchiude, in mirabile sintesi, la filosofia del superuomo postmoderno che l’ha rilasciata: Jeff Bezos da Albuquerque. La cronaca di questo progetto la potete leggere su diverse testate (per tutte, una: QUI). In sostanza, il patron di Amazon metterà un sacco di soldi dentro la società Altos Labs, che lavora sulla “riprogrammazione biologica”, ovvero la possibilità di rigenerare le cellule umane fino a rendere il medesimo essere umano non più umano, ma immortale.

Il CEO di Altos Labs è stato il direttore del National Cancer Institute degli Stati Uniti. Bezos sta reclutando inoltre, pagando loro ingaggi stratosferici, il miglior manager farmaceutico (Barron, dalla Glaxo), il miglior biochimico (Juan Carlos Belmonte), il premio Nobel per la Medicina 2012 (Yamanaka, scopritore delle cellule staminali “pluripotenti indotte”). E’ singolare il fatto che tutti questi scienziati abbiano un età che va dai 57 ai 60 anni. Bezos stesso è nato nel 1964. Verrebbe da pensare che stiano lavorando anzitutto per loro stessi, esattamente come Bezos. Tuttavia sarebbe semplicistico ridurre questo progetto al tentativo di trasformare una plurima crisi di mezza età in un elisir di lunga vita (se possibile, eterna). Perchè loro stanno invece lavorando per l’Uomo. Non ogni uomo, beninteso. Da questo punto di vista non c’è niente di rivoluzionario: gli eventuali benefici di questo faraonico sforzo saranno privati e riservati ai pochi che se li potranno permettere. Però l’idea che sta dietro a questo gigantesco laboratorio è racchiusa in quelle tre frasi.

Evitare la morte è una cosa su cui devi lavorare“. Non rinviare la morte, non curare la malattia, non migliorare la qualità della vita. No. Evitare la morte. Del resto, se l’obiettivo fosse meno ambizioso avremmo a che fare con quanto la scienza medica e biologica tentano di fare da sempre, cioè allungare la vita media del genere umano e se possibile renderne più piacevole (o meno sgradevole) la parte conclusiva. Qui si punta dichiaratamente a fare in modo che vi sia un’unica specie vivente che supera la natura, che la cambia, anzi, che oltrepassa le sue leggi e crea una propria natura, immortale per sè e gli altri eletti. Il fine sembra essere quello di poter diventare (chi potrà permetterselo) delle meduse immortali, l’unico organismo vivente avente una tale capacità di rigenerazione cellulare da essere considerato una vera e propria macchina del tempo, una concretizzazione dell’eterno ritorno: da medusa a polipo e così via per sempre, senza mai morire.

Se gli esseri viventi non lavorano attivamente per impedirlo, alla fine si fonderebbero con l’ambiente circostante e cesserebbero di esistere come esseri autonomi. Questo è quello che succede quando muoiono“. Capite qual è considerata la disdetta più grande, l’epilogo più disdicevole? Fondersi con l’ambiente circostante. Non c’è solo il rifiuto del “polvere sei e polvere ritornerai” della Genesi. C’è il sogno di porsi al di sopra della sola infinità filosoficamente concepibile, la sostanza, la divinità di Spinoza, il Deus sive Natura, unica realtà eterna ed infinita. Torniamo ad un antropomorfismo religioso, nel quale però non è Dio ad avere forma di uomo, ma è il Superuomo ad essere Dio, perchè quello che vale per l’universo non vale per lui. “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, il postulato di Lavoisier che fonda la legge di conservazione della massa, implica che dopo la trasformazione ciò che risulta dalla stessa non è l’individualità di prima. Invece no: Bezos vuole essere lo stesso di sempre, per sempre. Lui, e nessun altro. Lui non vuole diventare parte di un albero, di un seme, della terra, del mare. Non so nemmeno come pensi di esser stato concepito. Siamo oltre l’avidità, la smania di potere. Siamo alla trasformazione antropologica dell’imprenditore di successo in Superuomo.

La “cessazione dell’esistenza come essere autonomo” è l’altro orrore da superare, per Bezos e i suoi scienziati. E’ straordinario come voglia pervenire attraverso la ricerca scientifica all’estrema realizzazione, una realizzazione hardcore, dell’antropocene. Non gli basta più essere l’uomo più ricco del mondo, non gli basta più piegare la natura (anche la natura umana) ai propri interessi economici, non gli basta più avere tanti soldi da potersi comprare un’isola, un continente, un pianeta, per farci quel cazzo che gli pare. A questo tipo di uomo, tutto questo non basta più, perché, sfortunatamente, tutto questo presto o tardi finirà. E’ il concetto di finitezza che non può accettare. Tutto questo non può finire, e non finirà. Costi quel che costi, agli altri, compreso l’universo (non parliamo dei poveri topi da laboratorio).

Siamo al cospetto di un gigantesco disturbo narcisistico della personalità, che si autoalimenta del suo stesso successo. Mentre però un megalomane fallito è pericoloso per sè, un megalomane di successo è pericoloso per gli altri. Una manica di megalomani di successo apre prospettive che definire fantascientifiche è ottimista e riduttivo, a meno che non ci abituiamo all’idea che le nostre utopie saranno distopie, e iniziamo ad amarle, nostro malgrado. Un po’ come nel sottotitolo de Il dottor Stranamore di Kubrick: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba.

persone

EFFETTI COLLATERALI DELLA RIVOLUZIONE DIGITALE
meno democrazia, più diseguaglianza e altri inconvenienti sulle persone.

La nuova rubrica di ferraraitalia LA VECCHIA TALPA (Shakespeare, Marx) ospita testi, saggi, riflessioni, approfondimenti, supplementi di indagine. A questo contributo di Franco Mosca, e agli altri che seguiranno in questa rubrica, non abbiamo imposto i limiti di lunghezza che solitamente richiediamo ai nostri redattori e collaboratori. Una lunghezza limitata sicuramente facilita la lettura, ma in certi casi non è proprio possibile essere brevi.
L’invito ai lettori che, come tutti noi, vanno di fretta, è quello di prendere nota del titolo e dell’autore, metterli in attesa, e affrontare i testi della rubrica LA VECCHIA TALPA quando ci capita una mezz’ora buca (di giorno o di notte, al sabato e domenica), una frazione di tempo libero, uno spazio di silenzio per approfondire un argomento e soddisfare una curiosità.
(Francesco Monini)

In elettronica e in informatica, digitalizzazione è il procedimento per rappresentare/riprodurre le diverse caratteristiche fisiche di suoni, immagini e oggetti, che traduce in forma digitale un segnale analogico. La parola digitale viene dall’inglese e significa “cifra”. Spesso tale “cifra” è espressa attraverso un codice binario, ossia come una sequenza di 1 e di 0, quindi da stati del tipo acceso/spento. È opinione diffusa che con tale sistema si possa, non solo emulare, ma addirittura potenziare e ampliare in modo esponenziale le capacità del cervello umano che rischia di diventare obsoleto.

La questione è aperta, personalmente credo che oggi la diversità del pensiero, dei sentimenti e dell’azione degli oltre 7,5 miliardi di persone viventi oggi sulla terra non possa essere adeguatamente rappresentata. Una buca nella sabbia, come ricorda S. Agostino, non può contenere il mare.

Occorre considerare che attualmente il sistema digitale, nella stragrande maggioranza delle situazioni, viene implementato attraverso procedimenti semplificatori e riduttivi posti in sequenza da tecnici che agiscono secondo una logica (razionalità) limitata e intenzionale. Un’azione influenzata dai valori e dalle credenze più o meno diffuse e, soprattutto, dall’orientamento dei committenti che finanziano il prodotto digitale per venderlo sul mercato.
Gli obiettivi prioritari, i valori trainanti e che determinano le scelte di utilizzo sono di tipo economico (riduzione dei costi e aumento dei profitti). Chi progetta è un tecnico informatico che spesso non possiede un’approfondita conoscenza sia dei temi organizzativi, sia delle caratteristiche peculiari dell’azienda in cui il prodotto digitale andrà ad inserirsi. Il prodotto è standard anche se, in molti casi, può essere adattato alle richieste particolari del committente.

Se reifichiamo i processi di digitalizzazione perdiamo la ricchezza della diversità, dell’irrazionalità, dei sentimenti, dell’intuizione, della capacità/possibilità di deviare dagli standard che spesso aprono nuove opportunità.

Si può avanzare l’ipotesi che, attualmente, una delle modalità utilizzate per uniformare gli atteggiamenti umani, per portarli in sintonia con i processi di digitalizzazione, sia insita nei videogiochi diffusamente, forse anche morbosamente, utilizzati particolarmente dalle nuove generazioni. In essi, spesso con l’uso della musica, dei colori e di “effetti speciali” appropriati, si opera una netta distinzione tra negativo e positivo, tra male e bene, tra buoni e cattivi e si inducono identificazioni acritiche, lontane dall’analisi introspettiva del sé e degli altri e dall’analisi complessa e variegata del mondo che ci circonda. Si diffonde così una visione “infantile” della realtà, dicotomica, liquidatoria, semplificata [sulla rigidità mentale leggi qui].

Multimedialità, ipertestualità e interattività sembrano offrire un senso di ricchezza e di potenziale onnipotenza alle generazioni assuefatte all’uso di strumenti digitali e l’industria, probabilmente, può trarne vantaggio, almeno nel breve periodo.

Prima d’interrogarsi sull’impatto futuro delle tecnologie digitali, occorre riflettere sull’attualità ed osservare cosa accade oggi quando queste tecnologie vengono inserite nei contesti di lavoro.

Sulla base dell’esperienza e delle analisi svolte nei luoghi di lavoro, l’inizio del processo di digitalizzazione si presenta come una forma evolutiva dei ‘vecchi’ mezzi di comunicazione, delle procedure e dei flussi di produzione. Viene ‘fotografata’ in sequenza l’attività degli operatori per riprodurla con i sistemi digitali su macchine ed impianti; nella prima fase, superate le problematiche d’inserimento, sembrano ridursi le difficoltà e la fatica legate alle attività di acquisizione, elaborazione, diffusione delle informazioni e delle istruzioni operative. La procedura digitale le ha ‘incamerate’ in uno schema operativo; l’operatore le dà o le deve dare per acquisite e può/deve procedere senza indugi o perplessità. Non sono ammessi ‘rifiuti’ o atteggiamenti di diffidenza che possono rallentare la produzione.

Il ‘gioco’ deve essere accettato così come proposto a priori, compresi gli eventuali aspetti di limitata discrezionalità previsti o delineati dalla procedura, dallo schema, dagli standard dei flussi informativi già predisposti (magari con opzioni multiple codificate). A volte, anche per lunghi periodi, sono gli stessi committenti, i dirigenti o i semplici operatori – specialmente nelle aziende pubbliche – a nutrire diffidenza e a mantenere attivi e paralleli i tratti essenziali delle precedenti procedure analogiche, vanificando i presunti benefici dei sistemi digitalizzati introdotti.

Un aspetto che viene spesso trascurato è l’inserimento, sempre più massiccio, della tecnologia digitale (in genere acriticamente si assume una logica tayloristica) nel cosiddetto ‘lavoro d’ufficio’ e, soprattutto, nel lavoro incentrato sulla relazione tra le persone. Ad esempio, tra un tecnico del sociale e gli utenti che chiedono l’accesso ad un servizio o una qualche forma di aiuto.
Si vedano, in questo caso, i protocolli istituiti in campo sanitario che prevedono una codifica e una gerarchia dei controlli e delle cure, stilata in base ai costi, sottraendo autonomia e discrezionalità ai medici coinvolti nel processo di tutela della salute dei pazienti. O ancora, gli indicatori che stimano la ‘distanza’ dal lavoro delle persone disoccupate, distanza da cui dipendono gli interventi di sostegno/supporto standardizzato di tipo socio-economico.

Gli indicatori e i protocolli sono utilizzati per stilare graduatorie e procedure d’intervento, controllate con strumenti digitali standardizzati, a vari livelli dai vertici dirigenziali del sistema. In questi casi si toglie spazio alla relazione con l’utente, i rapporti si fanno meno umani, asettici, impersonali. La procedura ‘obbliga’ a seguire un percorso, aumenta la ‘distanza’, riduce il coinvolgimento tra operatore e utente. Si limita, o si evita, l’empatia relazionale utile a comprendere al meglio la condizione dell’utente, in un’ottica sempre più virtuale delle relazioni.

Si tenta di ricondurre dentro parametri standard l’estrema variabilità delle situazioni personali, l’uomo nella sua complessità deve star dentro alla procedura (il sistema non è più in grado di fornire risposte personalizzate adeguate, non consente progetti mirati sulle persone, di seguire nel tempo i cambiamenti psico-fisici ed economico/sociali degli utenti, in modo da adattare l’azione; nel migliore dei casi si interviene a posteriori seguendo le procedure standardizzate).

Ci si dimentica che gli oggetti e, in primo luogo le problematiche delle persone, affidate al sistema digitale, possono assumere una parvenza di “realtà” e si standardizza ciò che non è standardizzabile.

Sembra si stia affermando una crescente commistione tra ‘reale’ e ‘virtuale’ che riduce la capacità di discernere della mente umana; gli operatori si deresponsabilizzano sotto l’egida della procedura (come se questa fosse una norma di legge); si è portati ad accettare che le prescrizioni digitali conducano ad una “conoscenza oggettiva” delle situazioni, ad un trattamento equo e corretto dell’utente; anzi, a volte, l’appello alla procedura arriva a rappresentare per l’operatore una sorta di “difesa”, una sorta di barriera protettiva rispetto alla variabilità della situazione umana da esaminare e/o da tutelare.

Masse crescenti di persone sono e saranno indotte/costrette ad accettare l’utilizzo acritico della tecnologia digitale che ha permesso la definizione della procedura e la standardizzazione del problema. Per non rischiare l’emarginazione, al cospetto dei “valori” e dei “miti oggettivi” e virtuali imposti dalla digitalizzazione se ne deve accettare l’uso e la valutazione sintetica che essa produce.

Si vedano, in proposito, le difficoltà, l’imbarazzo, il rifiuto di molte persone, spesso non più giovanissime, verso l’utilizzo intensivo e quotidiano delle tecniche digitali (dal “semplice” pagamento dei ticket, all’imposizione del possesso di una e-mail personale per accedere ai servizi). E’ una specie di violenza indotta ogni giorno sulle loro “credenze”, sull’abitudine a tenere sotto controllo un mondo tangibile/relazionale che ha offerto per anni un quadro di certezze.

Chi attiva questo tipo di processi di digitalizzazione ha creato e crea dipendenza/sudditanza, soprattutto in chi non la conosce, non la usa o non la vorrebbe utilizzare. Si tratta di aspetti ritenuti trascurabili, tributi da pagare al “progresso”, alla modernità, ma dietro queste forme di imposizione si nasconde spesso arroganza, presunzione, indifferenza, spinte violente verso l’allineamento e l’omologazione.

Chi l’adotta punta a “semplificare”, parla di “oggettiva imparzialità” e nasconde i suoi obiettivi dietro una pretesa scientificità delle procedure digitalizzate, senza interrogarsi se esistono alternative più rispettose della situazione delle singole persone coinvolte, se un diverso approccio nella progettazione, nell’implementazione, nella verifica e nella regolazione della tecnologia digitale può condurre ad un’adeguata tutela del benessere umano.

La digitalizzazione appare sempre più un sistema di controllo e di “incameramento” standardizzato e funzionale dell’attività delle persone, mentre potrebbe rappresentare un supporto ai processi di decisione delle persone (di tutte le persone), qualora se ne valutassero correttamente limiti e potenzialità, riconsegnando il potere di scelta ai soggetti coinvolti e rifiutando qualsiasi forma di reificazione.

Con la crescente diffusione delle “tesserine digitali”, in genere accettate dal consumatore a fronte di futuri sconti sugli acquisiti, ad esempio, si viene censiti dalle catene di distribuzione che puntano a “fidelizzare” il consumatore; così, in tempo reale, chi le dirige viene informato sui nostri acquisti e, quindi, sui nostri gusti e sulle nostre preferenze. Per loro diventa possibile conoscere le caratteristiche dei nostri consumi, classificare i consumatori per target ed orientare i sistemi di produzione sparsi sulla terra; per il sistema virtuale (l’imprenditore senza fabbrica) è possibile scegliere i potenziali produttori presenti sulla terra in base al rapporto qualità/prezzo e rispondere alle tendenze dei consumi in un’ottica di costi/benefici/profitti, aumentando il potere di controllo sui vari contesti sociali.

Anche nel sistema industriale sembra riprodursi questo dualismo ‘integrato/marginalizzato’ (dentro o fuori) e il rapporto costi/benefici/profitti è e sarà, probabilmente, il principale criterio di scelta per l’eventuale introduzione/ammodernamento delle tecnologie digitali (in genere non saranno introdotte se il costo del lavoro per unità di prodotto risulterà inferiore ai costi di implementazione, di ammortamento/obsolescenza dei nuovi sistemi informatizzati). Laddove i salari sono molto bassi, infatti, i metodi di lavoro spesso rimangono “tradizionali”, in genere si riutilizzano tecnologie obsolete dismesse dai paesi a reddito più elevato (ne è un esempio il settore dell’abbigliamento).

Appare, quindi, legittimo porsi alcune domande: ci saranno ancora, in futuro, luoghi di produzione gestiti con tecnologie analogiche, con lavoratori più o meno emarginati dal cosiddetto “mondo evoluto”? Oppure sarà solo questione di tempo e la tecnologia digitale, così invasiva, cablerà tutto il pianeta? Le macchine digitali sostituiranno in tutto o in parte gli uomini nei vari luoghi di lavoro, arrivando persino ad auto progettare se stesse? Gli uomini sostituiti in tutto o in parte dalle macchine cosa faranno per assicurarsi un reddito? Senza un reddito adeguato come faranno a spendere e consumare? Crolleranno i consumi perché pochi se li potranno permettere? Che senso avrà realizzare un sistema produttivo che può produrre in modo continuo ed esponenziale se sarà scomparsa la platea dei consumatori? Avrà un senso, per chi comanda, esercitare il proprio potere su un sistema di macchine che si auto-progettano e si auto-producono? Forse avremo un pianeta con pochi uomini che si scambieranno macchine digitalizzate sempre più complesse o pezzi di ricambio delle stesse al fine di preservare una logica di onnipotenza?

Forse, guardando il futuro in modo positivo, se si verificasse una ‘vera rivoluzione’ grazie allo sviluppo di una ‘nuova’ tecnologia digitale, gli uomini liberati dal lavoro avranno più tempo per curare le relazioni interpersonali, per seguire le vicende politiche, per acquisire maggiore consapevolezza sulle questioni ecologiche, sui bisogni di preservare il nostro pianeta, sulla ricerca di altre forme di vita nell’universo, sulla ricerca di risorse naturali presenti su altri pianeti. E’ difficile ipotizzare come sarà la nostra vita futura, ma alcune tendenze sono già ben delineate e si possono brevemente descrivere.

Ad esempio, la ‘finanziarizzazione’ del pianeta (legata al modo con cui si sono progettati e diffusi i sistemi digitali) sta ampiamente condizionando le scelte economico-sociali di tutti i governi democratici e non. I centri decisionali delle varie nazioni si spostano dalle sedi istituzionali, si internazionalizzano, s’allontanano dai possibili controlli della cittadinanza, appaiono anonimi, spersonalizzati, virtuali.

Ad esempio, le agenzie di rating ed il numero ristretto dei multimiliardari scommettono sul successo e/o sul fallimento dei Paesi, orientano gli investimenti e le speculazioni, determinando spesso le condizioni di vita delle popolazioni. Viene, quindi, spontaneo chiedersi: se si va verso una concentrazione della ricchezza e del potere, come sarà progettata, introdotta e regolata, oggi e in futuro, la tecnologia digitale?

Appare evidente che l’accesso alle informazioni, quelle su cui si fondano le decisioni finanziarie e produttive della elite economica, è e sarà riservato a pochi (ai vari livelli della struttura verranno assegnate ed elaborate solo le informazioni/conoscenze necessarie a far funzionare il sistema). Alla stragrande maggioranza della popolazione terrestre probabilmente rimarrà l’illusione, legata alla facilità tecnica di accesso, alla presunta democrazia della rete, nel variegato magma delle informazioni, a cui tutti i possessori di un reddito adeguato potranno accedere, di essere “liberi” di scegliere tra le varie opportunità offerte dall’industria dei consumi digitalizzata.

L’attuale strutturazione sociale di accesso alla tecnologia digitale, infatti, distingue nettamente la massa dei fruitori dalla élite dei progettisti, i progettisti dai committenti, i committenti dai proprietari dei mezzi di produzione, i controllori del sistema finanziario dai finanzieri, in una logica gerarchico funzionale della gestione delle informazioni e del potere. La “rete di controllo” assomiglia alla ragnatela del ragno che si installa nei punti strategici per catturare informazioni ed elaborare eventuali risposte o procedere con indifferenza.

Si continuerà a confondere la velocità e la relativa facilità di accesso alla “rete” con la democrazia, la divulgazione con la conoscenza, l’informazione con le effettive capacità/possibilità di utilizzo della stessa, in un contesto sempre più difficile da interpretare e da affrontare/gestire nel quotidiano. Già oggi si avverte un senso di “impotenza” e di “inadeguatezza” di fronte a decisioni, definite “oggettive” o “logiche”, calate dall’alto; chi gestisce il potere di aprire o chiudere i luoghi di produzione è spesso un “soggetto virtuale”, anonimo che si avvale di manager e mira soprattutto all’aumento dei profitti.

Nonostante si abbia l’impressione che tutto sia a portata di mano (la cultura, lo spettacolo, l’informazione) ci si sente spossessati della capacità/possibilità di decidere del proprio destino; è sempre più difficile proiettarsi verso mete future, anche per l’insicurezza del “posto di lavoro” e delle fonti di reddito, l’instabilità delle relazioni interpersonali (si vedano i dati sulle separazioni matrimoniali e sulle convivenze). Sembra prevalere una visione edonistica della vita, si tende a non fare figli, a ridurre i vincoli, a fuggire le responsabilità. Si tratta di aspetti che andrebbero approfonditi e che certamente non sono riconducibili in modo diretto alle scelte di digitalizzazione. Queste, però, invece di aiutarci, sembrano contribuire a destabilizzarci.

Molti uomini, anche di cultura, hanno fatto scelte di “limitare i danni”, tentando di contenere il più possibile l’utilizzo delle tecnologie digitali (ad ogni accesso si forniscono informazioni a chi controlla il sistema ai vari livelli), ma rischiano l’emarginazione. Spesso ricercano ambiti di “nicchia”, solidarizzano con altri uomini che hanno le loro stesse perplessità/sensibilità. Una sorta di resistenza che appare in bilico fra tolleranza/compatimento/marginalizzazione in rapporto alla massa crescente dei digitalizzati acritici, impegnati nei vari contesti sociali.

La rivoluzione digitale, così veloce e pervasiva, appare una rivoluzione nella continuità, non altera i rapporti di potere (anzi rafforza quelli esistenti), non sta portando ad una redistribuzione delle ricchezze, non sta rafforzando o ampliando il benessere delle persone, nonostante sia potenzialmente in grado di farlo. La velocità, con cui sembra auto-alimentarsi e la pervasività, con cui sembra diffondersi, in stretto collegamento con le scelte di investimento del sistema industriale e finanziario, hanno surclassato le capacità/possibilità di gran parte delle persone di “gestire il gioco” in modo consapevole.

Come nel caso dell’energia atomica, non si tratta di maledire coloro che l’anno scoperta, ma di progettarne e realizzarne un utilizzo adeguato ai fabbisogni delle persone. Basta un breve elenco per intravederne gli aspetti positivi: ridurre gli incidenti sul lavoro, garantire a tutti adeguate condizioni di vita, prevenire e combattere malattie, ridurre gli sprechi, ridimensionare l’inquinamento del pianeta. Credo che la tecnologia digitale possa dare un fondamentale contributo in questa direzione. Siamo noi che, singolarmente e/o insieme, dobbiamo imparare a governarla, mettendo al centro il benessere delle persone.

Per approfondire l’argomento segui il dibattito e i seminari su [questo sito]

Vaccini e Covid: la fiducia non si cripta

E’ curioso vedere che certi “rappresentanti eletti dal popolo” gridano contro l’attacco alle libertà solo quando la libertà di fare il cavolo che gli pare è la loro.
E’ di questi giorni la “rivolta” di alcuni europarlamentari (sei dei quali hanno indetto una conferenza stampa da guerriglieri, manco fossimo nel Chiapas) contro l’obbligo di Green Pass introdotto anche per loro dall’Europarlamento. L’episodio potrebbe essere rubricato come una manifestazione di folklore, se non fosse che il finale della dichiarazione ha richiamato un problema reale e niente affatto folkloristico: a fine conferenza,
i “ribelli” hanno mostrato le pagine, quasi completamente oscurate, che mostrano le clausole dei contratti stipulati tra Unione Europea e case farmaceutiche per la commercializzazione dei “vaccini” anti Covid-19. Ovviamente le clausole criptate non consentono di sapere quasi nulla delle condizioni economiche alle quali sono stati conclusi gli accordi, né sulle eventuali clausole di esonero da responsabilità delle case stesse per danni a lungo termine da vaccino.

Manon Aubry, copresidente del gruppo europarlamentare della Sinistra, già nel marzo scorso aveva puntato il dito contro l’esecutivo guidato da Ursula Von der Leyen (vedi qui), ipotizzando che la mancata trasparenza sul contenuto dei contratti celasse condizioni capestro per gli Stati (quindi la collettività) e favorevoli per le case farmaceutiche. Peccato che le case stesse abbiano ricevuto ingenti sovvenzioni pubbliche per le loro ricerche, che abbiano applicato prezzi differenziati e conseguenti forniture di favore agli Stati che pagavano di più (es.Israele) e di sfavore per gli Stati poveri.
Per non parlare dei brevetti, che continuano a non essere temporaneamente liberalizzati, nonostante la più grave crisi sanitaria mondiale dai tempi dell’epidemia di Spagnola. In questo modo si è autorizzati a pensare che lo Stato impone ai privati cittadini (ai privati “deboli”) le restrizioni delle libertà individuali più massive di sempre, almeno in regime di democrazia, e lo stesso Stato si fa imporre dai privati (i privati “forti”) le condizioni di utilizzo dei loro prodotti “salvavita”. E i cittadini non ne devono sapere nulla.

Il danno più grave che questa condotta omertosa produce nell’opinione pubblica è la sfiducia.
Sfiducia nelle dichiarazioni ufficiali, nelle notizie di fonte governativa, fino alla sfiducia nei confronti delle notizie provenienti dalla comunità scientifica. Non fidarsi del potere è sempre un buon esercizio critico, ma ci sono frangenti della storia in cui il “potere” dovrebbe capire che non può continuare ad essere opaco, pena la trasformazione dello spirito critico in complottismo.
Se qualcuno ti nasconde una cosa, pensi immediatamente che quello che ti racconta (coprendo il resto con una pecetta nera) siano un mucchio di balle. Questa non è una giustificazione per l’estremismo allucinogeno di alcune frange di invasati che giocano oscenamente coi parallelismi tra green pass e nazismo. La testa di costoro non la cambi, ci sarebbe voluta un’altra famiglia, un’altra scuola, forse un’altra testa. Quello che spaventa è la sfiducia delle persone perbene.
Ci sono individui preparati, dalla cultura strutturata, che non si fermano agli slogan, che sono cresciuti nutrendo lo spirito critico ma che sanno distinguere tra una fake new e una notizia vera: molti di costoro sono preoccupati per la piega che hanno preso le cose.

La radicalizzazione delle opinioni tra coloro che disprezzano gli scettici, e coloro che disprezzano gli ortodossi, accusandosi reciprocamente di attentare alla salute pubblica o di essere ciechi di fronte alla dittatura sanitaria, è un fenomeno di imbarbarimento del dibattito pubblico che produce solo veleno. E la causa è la sfiducia generalizzata nei confronti di quello che ci racconta il “potere”.

E’ appena stato pubblicato dalla rivista New Scientist (e ripreso da Internazionaleleggi qui) un interessantissimo articolo sulle possibilità che le tecniche basate sul Rna messaggero (tecnica utilizzata nella maggior parte dei vaccini contro il Covid) possano, in futuro, far produrre i medicinali al nostro corpo, con prospettiva di cura per tutto, dalle infezioni batteriche alle malattie autoimmuni, fino ai rari disturbi genetici e al cancro.

Quando il potere politico appone il “segreto di Stato” sui contratti stipulati con la cosiddetta Big Pharma, non fa altro che minare la credibilità di tutto, compreso quanto di buono viene dal mondo della ricerca scientifica.
Se questa epidemia mondiale (come abbiamo sentito ripetere fino alla nausea in uno stucchevole lockdown mediatico) deve far modificare alcuni paradigmi di relazione con i problemi, uno di questi paradigmi deve essere la fine della “ragion di Stato” come paravento per nascondere le cose ai cittadini.

Se si vuole che i cittadini accettino le restrizioni imposte dallo Stato, lo Stato deve essere autorevole, e la sua autorevolezza passa anche attraverso la trasparenza dei suoi atti, soprattutto quando vanno ad incidere sulla vita quotidiana dei cittadini.
Per far rispettare alla collettività con autorevolezza, e non con autoritarismo, i doveri legati ad uno stato di emergenza pubblica, i cittadini di questa collettività devono avere il diritto di essere informati in maniera trasparente e completa.
Solo in questo modo si può ricostruire un rapporto tra cittadini e autorità pubblica basato sulla fiducia.

bosco foresta alberi sentiero

PRESTO DI MATTINA
Si misero in cammino gli alberi

Si misero in cammino gli alberi.

Nella parabola biblica narrata nel libro dei Giudici (9, 8-15), gli alberi come gli uomini camminano dialogando. Essi parlavano tra loro per accordarsi e trovare un capo che potesse guidarli. A raccontare questo apologo è Iotam, il più piccolo dei figli Gedeone. Visse nel tempo difficile che seguì all’insediamento delle dodici tribù degli israeliti nella terra di Canaan, un’epoca in cui non vi era ancora la monarchia in Israele (cira 1000 aC).

I Giudici erano infatti come governatori inviati da Dio quando la situazione per la gente si faceva critica e invivibile. Spesso erano chiamati a liberare una o più tribù minacciate dalle battagliere popolazioni vicine.

Alla morte di Gedeone, che non voleva che i suoi figli fossero re ma continuassero a fare i giudici, uno dei figli, l’ambizioso e crudele Abimelec, trovando il favore degli abitanti di Sichem, si fece eleggere loro re. Solo Iotam, che si era nascosto, scampò all’agguato mortale che Abimelec tese ai suoi fratelli. Così Iotam, con l’allegoria degli alberi in cammino, mise in guardia i signori di Sichem dalle conseguenze che una tale loro decisione avrebbe portato.

Riunitisi in assemblea gli alberi prima chiesero all’ulivo se volesse regnare su di loro, ma questi non volle rinunciare al suo olio. Allora si rivolsero al fico ma anche questi non volle rinunciare alla sua dolcezza. Poi chiesero alla vite ma pure lei non volle rinunciare alla gioia che veniva agli uomini dal suo vino. Così, alla fine, la proposta fu girata al rovo il quale disse agli alberi: «Se in verità ungete me re su di voi, venite, rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e divori i cedri del Libano». Un apologo, questo, che Martin Buber [Qui] ha ritenuto il testo più antimonarchico della letteratura universale.

Viene allora a proposito il vangelo della domenica 17 ottobre, in cui tutte le chiese locali e le comunità cristiane, le parrocchie ed i battezzati sono stati invitati da Papa Francesco ad un sinodo globale; a camminare insieme dialogando con uno stile evangelico, itinerante e accogliente.

L’invito è a mettersi in ascolto non a partire dai vescovi, come era d’uso nei sinodi precedenti; ma iniziando la consultazione dalla base, dai battezzati, perché ciò che riguarda tutti deve coinvolgere tutti e anche includendo quelli extra-ecclesiae, che vorranno averne parte ed essere ascoltati, perché anche fuori dalla chiesa c’è salvezza.

Il Risorto precede infatti i suoi nella Galilea delle genti e il suo Spirito come «vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va» (Gv 3,8). In un momento di grande difficoltà nell’evangelizzare, come per i cristiani di oggi, si narra negli Atti degli Apostoli che a Paolo giunto a Corinto [Qui] – porto di mare e, per la sua posizione, città cosmopolita, frequentata da gente di differenti etnie, culture e religiosità – apparve in sogno il Signore che gli disse: «Non aver paura! Continua a predicare, e non tacere, perché io sono con te! Nessuno potrà farti del male. Anzi, molti abitanti di questa città appartengono già al mio popolo» (18,9-10).

Il vangelo domenicale di Marco dunque riportava le parole con cui Gesù mette in guardia i Dodici e i discepoli, come fece un tempo Iotam con gli abitanti di Sichem, dal potere esercitato come dominio e sopraffazione e non come umile servizio al bene comune, alla fede e alla crescita umana di tutti: «Gesù li chiamò a sé e disse loro: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”» (10, 42-45).

Meno male, ho pensato, che «la chiesa ha nome sinodo»; così la definì Giovanni Crisostomo [Qui], (Esposizione sui Salmi, 149,1) poiché la sua vocazione è quella del “convenire” e della corresponsabilità “camminando insieme”.

La sorgente della comunione ecclesiale infatti scaturisce nel convenire dell’assemblea attorno al vangelo e alla mensa eucaristica: è l’aspetto liturgico della sinodalità; nel camminare insieme poi si attua questa comunione: è la dimensione evangelizzante della sinodalità.

Il Crisostomo fu vescovo e patriarca di Costantinopoli nel IV secolo e lo zelo e la rettitudine pastorale gli furono causa di forti opposizioni e sofferenze da parte dello strapotere imperiale; subì infatti due volte l’esilio prima in Armenia, poi sulle rive del Mar Nero ed in esilio morì.

È con questo stile sinodale aperto all’intero popolo di Dio, medicina anche al clericalismo e al tradizionalismo, con lo stile del camminare ascoltando e riflettendo insieme per giungere ad orientare nuovamente la chiesa con decisioni comuni, che papa Francesco intende continuare il processo di riforma della chiesa in uscita missionaria, interagendo non solo con le aperture e le convergenze positive del processo di globalizzazione della società, ma pure ponendo sotto gli occhi di tutti le grandi esclusioni e le marginalizzazioni che si generano anche dentro la chiesa al fine di poterle affrontare.

Si tratterà così non solo di non escludere, ma di promuovere fattivamente la partecipazione, in vista di un consenso della fede di un maggior numero di battezzati, invitando per questo a “dare” e “prendere la parola” coraggiosamente, come una prassi sinodica permanente per la vita in Cristo e nella chiesa.

Ricordava il vescovo mons. Luigi Maverna a conclusione del nostro sinodo inter-diocesano (1985-1992): «L’esperienza del sinodo è stata altamente qualificante ed ha incoraggiato in molti la disponibilità ad una sinodalità permanente. Il sinodo può essere considerato un cammino sempre aperto e aperto ad una sempre più alta partecipazione. Se da una parte è un punto di arrivo, nel momento culminante della celebrazione, dall’altra è un punto di partenza, per una esplicitazione operativa dei temi trattati, per l’attuazione delle proposte e delle indicazioni emerse. Il sinodo ci affida una responsabilità: portare a maturazione la coscienza comunionale, missionaria, progettuale. Meta che implica un cambio di mentalità» (Archivio CedocSFR documento del 04/06/1993). Mi vien da dire allora che la sinodalità come «l’amicizia è una strada che scompare nella sabbia se non la si rifà senza posa» (proverbio africano).

«Gli alberi si misero in cammino»: e m’incammino anch’io sentendomi già in sintonia spirituale e simpatia con questi nostri fratelli e sorelle in cammino, pazienti, generosi, splendenti e carichi di mistero che sono gli alberi: «L’albero diventa figura del carattere simbolico delle cose e simbolo dell’esperienza del sacro, di come l’occhio umano deve rivolgersi al mondo e penetrarlo fino a coglierne il mistero» (Romano Guardini, Religione e rivelazione, Milano, 2001, 22).

«Un albero è una cosa primordiale – scrive ancora Guardini nel Diario – pieno di mistero e nel tempo stesso si attesta come una realtà sicura. E con quale forza quest’attestazione si compie in forme sempre nuove!». Così la sinodalità è esperienza primigenia della chiesa primitiva, fu strumento efficace per superare tendenze settarie e barriere ideologiche come accadde al primo sinodo di Gerusalemme riunitosi per aprire la chiesa al mondo.

È tuttavia pur sempre misterioso il cammino degli alberi, ma se il nostro sguardo mantiene le proprie radici nel cuore, l’occhio che vede dal cuore può scorgerne il cammino. Quando gli alberi in inverno si fanno più silenziosi e pensierosi ed il desiderio di correre li rende un poco tristi, pensano al cammino delle foglie attraverso il cielo, che il vento distacca e porta via. Le guardano, le rincuorano e, prima di partire, ad esse chiedono un piacere: “Raccontate al vento tutte le cose che vedete e sentite nel vostro viaggio così, quando lui ritornerà dalle nostre parti, noi sapremo delle storie nuove”.

Ma gli alberi camminano oltre che con le foglie, anche con le radici; non nel cielo, ma nelle profondità della terra: e quando ritorna l’inverno si raccontano le storie che hanno vissuto per scacciare la tristezza ed aspettare la primavera che farà crescere il tronco, allungherà i rizomi, rimetterà in cammino i rami che allargandosi sempre di più potranno abbracciarsi con quelli degli altri alberi. La sinodalità è esperienza pasquale come il passaggio dall’inverno ad una nuova primavera, così fu l’azione dello Spirito anche al Concilio Vaticano II.

Ciò che può far partire la sinodalità nelle nostre comunità e farci decidere di camminare insieme sarà un desiderio ardente, spirituale di vedere le proprie radici. Le nostre radici spirituali infatti continuano a narraci le parole di Dio che ci chiede: “Dov’è tuo fratello?”. Esse ci educano a porre, nei confronti del nostro prossimo, un’altra domanda; quella che dischiude la nostra coscienza al valore dell’alterità, della fratellanza: “Qual è il tuo dolore, quale il male che ti affligge?”

A questo punto stando in compagnia degli alberi, mi sono ricordato – pensate un po’ – della storia de Il Barone rampante di Italo Calvino [Qui] come a un buona metafora per rintracciare significati e immagini di cammini sinodali.

Come un sughero dalle acque profonde della memoria sono risalite alla superfice della coscienza le vicende di Cosimo Piovasco di Rondò raccontate dal fratello minore Egidio. Tutto iniziò dalla villa d’Ombrosa, in terra ligure, dimora settecentesca del Barone Arminio Piovasco di Rondò, complici le finestre aperte della sala da pranzo che inquadravano i folti rami del grande elce, il leccio del parco.

I due fratelli arrampicavano insieme, ed Egidio ci ragguaglia circa il senso del loro arrampicare: «Così Cosimo saliva per il nodoso albero, muovendo braccia e gambe per i rami con la sicurezza e la rapidità che gli venivano dalla lunga pratica fatta insieme. Ho già detto che sugli alberi noi trascorrevamo ore e ore, e non per motivi utilitari come fanno tanti ragazzi, che ci salgono solo per cercar frutta o nidi d’uccelli, ma per il piacere di superare difficili bugne del tronco e inforcature, e arrivare più in alto che si poteva, e trovare bei posti dove fermarci a guardare il mondo laggiù». Quel gioco di camminare sugli gli alberi si trasformerà in una esperienza di vita permanente.

Un giorno tutto mutò per Cosimo a causa di una ripicca che fu salutare. Per non cedere e sottostare ad una ingiusta punizione, costretto a mangiar lumache, egli scelse la libertà e l’andò a cercare in un altro mondo. Quel nuovo mondo inesplorato si trasformò per lui in un percorso di formazione e maturazione personale, un’educazione alle relazioni, alla socialità e all’impegno civile.

Stando su un albero nei pressi della cattedrale riuscirà persino a partecipare alla festa della “Messa grande d’Ombrosa”. In quel nuovo mondo, lui di nobile lignaggio, conoscerà i ragazzini popolani, si innamorerà pure, farà amicizia con il bandito Gian de’ Brughi; tra gli alberi costruirà un biblioteca che sposterà continuamente asserendo che i libri sono come gli uccelli e non devono essere impagliati, ma muoversi liberamente.

Studierà filosofia, guiderà un attacco contro i pirati turchi, aiuterà dei nobili spagnoli, i quali vivevano anch’essi sugli alberi in una città chiamata Olivabassa, e formerà perfino una squadra di vigili del fuoco per prevenire gli incendi boschivi.

Il giorno del distacco – narra Egidio – «con un balzo dalla finestra salì fino alla forcella d’un grosso ramo dove poteva stare comodo, e si sedette lì, a gambe penzoloni, Cosimo era sull’elce. I rami si sbracciavano, alti ponti sopra la terra. Tirava un lieve vento; c’era sole. Il sole era tra le foglie, e noi per vedere Cosimo dovevamo farci schermo con la mano. Cosimo guardava il mondo dall’albero: ogni cosa, vista di lassù, era diversa, e questo era già un divertimento».

La scelta di Cosimo non fu una fuga dalla realtà, ma il desiderio di assumere un punto di vista nuovo e più penetrante per scorgere un’opportunità nuova, un’alternativa che lo facesse uscire non solo oltre le mura di casa, ma da se stesso attraverso l’incontro con l’altro mondo.

Simile sarà l’esperienza della sinodalità: un guardare in modo diverso, perché “insieme”; con sguardi da più prospettive e contesti sulla complessità di oggi, per osare, passare oltre e scorgere il nuovo che lo Spirito già intravede per coloro che si ritroveranno nel suo nome. Se insieme sentiranno il suo soffio e guarderanno là dove si muoveranno le foglie al suo passaggio, essi seguendolo di ramo in ramo, da un albero all’altro, troveranno la via.

Narra ancora Egidio del fratello: «Era il mondo ormai a essergli diverso, fatto di stretti e ricurvi ponti nel vuoto, di nodi o scaglie o rughe che irruvidiscono le scorze, di luci che variano il loro verde a seconda del velario di foglie più fitte o più rade, tremanti al primo scuotersi d’aria sui peduncoli o mosse come vele insieme all’incurvarsi dell’albero. Mentre il nostro, di mondo, si appiattiva là in fondo, e noi avevamo figure sproporzionate e certo nulla capivamo di quel che lui lassù sapeva, lui passava le notti ad ascoltare come il legno stipa delle sue cellule i giri che segnano gli anni nell’interno dei tronchi».

A vivere connessi chiama la sinodalità, come gli alberi che cammino insieme congiungendosi con le radici e i rami, scambiandosi le loro storie i loro pensieri e desideri, attraverso le loro foglie portate dal vento: «Io non so se sia vero quello che si legge nei libri – annota ancora Egidio – che in antichi tempi una scimmia che fosse partita da Roma saltando da un albero all’altro poteva arrivare in Spagna senza mai toccare terra».

Vivere sugli alberi, non diversamente dall’esperienza della sinodalità, è come vivere nel luogo dell’altro. Non è certo un’impresa facile; implica il dono di sé in umiltà, la creatività che nasce dalla pazienza di abitare spazi esistenziali nuovi, stando un poco indietro, lasciandosi guidare, un modularsi poi sui ritmi e sui tempi degli altri provando ad intrecciare, come cesti di vimini, stili di vita diversi.

Continuando la narrazione Egidio ricorda del fratello che «nei suoi giri solitari per i boschi, gli incontri umani erano, se pur più rari, tali da imprimersi nell’animo, incontri con gente che noi non s’incontra. A quei tempi tutta una povera gente girovaga veniva ad accamparsi nelle foreste: carbonai, calderai, vetrai, famiglie spinte dalla fame lontano dalle loro campagne, a buscarsi il pane con instabili mestieri. Dapprincipio, il giovinetto coperto di pelo che passava sugli alberi faceva loro paura, ma poi egli entrava in amicizia, stava delle ore a vederli lavorare e la sera, quando si sedevano attorno al fuoco, lui si metteva su un ramo vicino, a sentire le storie che narravano».

Sinodalità è allora come quando si è attorno ad un falò e si narrano storie dove a turno si va ad alimentare il fuoco; è un servizio chiesto a tutti che educa alla corresponsabilità, grazie a questo umile ministero i volti si illuminano al fuoco, si mostrano chiari uscendo dal buio e così si impara a fidarsi gli uni degli altri.

Ci saranno momenti gioiosi, ma ci sarà pure il peso della sinodalità; occorrerà ricordare allora che questo è un peso di amore, che portò anche Gesù in cammino con i Dodici. Quando si ama si porta anche la pesantezza di coloro che si amano. Il peso dell’amore non è tuttavia simile al peso di una pietra, questo porta verso il basso mentre quello di amore è simile al peso di un fiamma, che porta verso l’alto.

Guardando ancora attorno ad un fuoco notturno ti accorgi che non c’è una fiamma uguale all’altra, né per colore, intensità o forma; esse, distinte ma mai disgiunte, vivono una singolare comunione in movimento, a volte sembra una lotta impetuosa che aggroviglia, a volte invece una gioiosa danza che attrae e incanta, facendo convenire in dono ciò che portiamo dentro.

Fiamme che si alzano, si abbassano, si spengono, si riaccendono, sfavillano e fumano, crepitano, scoppiettano come in un’assemblea ora burrascosa ora mite. Tutte però sono concordi in una cosa: nel voler riscaldare la notte e illuminare i camminanti in ricerca di una destinazione sconosciuta e pur sperata.

Un testo di Yves Bonnefoy [Qui] ci indica la soglia dell’ignoto che sempre dobbiamo attraversare e il luogo irriducibile dell’altro in cui dobbiamo entrare con le scarpe in mano: «L’albero esiste senza di me. La vita sotto tale forma è libera da me, senza che da me dipenda o sulla quale io abbia progetti. Davanti all’albero la mia possibilità è quella di entrare direttamente in contatto con il non conosciuto, il diverso da me» (in A. Corbin, La douceur de l’ombre, Fayard, Dunont 2021, 7).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

frattale complessità

Uscire dalla dualità giusto-sbagliato:
lo scontro sul green pass e la lezione della complessità.

Ho riflettuto sull’assegnazione dei premi Nobel per la Fisica in associazione al tema della complessità. La commissione che assegna il Nobel, oltre a riconoscere la qualità scientifica, usa  questo premio anche per dare al mondo un’indicazione di ciò che in quel momento occorre all’umanità per lo sviluppo della cultura e della civiltà. Quest’anno, in particolare, ha indicato che occorre osservare la realtà con uno sguardo improntato alla complessità e non alla specializzazione, per non soccombere al rapporto di forze che spinge le nazioni a competere anziché a collaborare per la soluzione dei problemi che coinvolgono l’intero globo terrestre e tutta l’umanità.

I tre premi per la fisica, pur nella diversità delle loro ricerche, hanno in comune la consapevolezza del fatto che i problemi complessi si risolvono se si collabora per giungere alla loro soluzione. E’ un messaggio politicamente importante: l’umanità si salva soltanto se riesce ad individuare un obiettivo comune e non perde tempo, forze ed energie in battaglie localistiche e settoriali che hanno come finalità l’imporre la propria ragione.

Come afferma Giorgio Parisi nell’intervista pubblicata da La Stampa: “Occorre accettare che la soluzione di problemi complessi può richiedere approcci non semplici e azioni collettive e che l’umanità è più di un gruppo di individui dove ognuno fa per sé”.

Colgo l’occasione di sottolineare il messaggio del premio Nobel per offrire una strada che consenta agli schieramenti favorevoli e contrari al vaccino di uscire dalla dualità del giusto-sbagliato, del “ho ragione io”, di uscire da questa situazione divisiva e di incamminarsi su una strada che porti ad un’auspicabile soluzione. Perché la divisione dà al potere spazio per esistere ed esercitare la propria potenza. Il potere non è una persona o un gruppo, ma un modo di pensare ed è sempre ottuso perché anziché badare al bene comune, mira solo a perpetuare sé stesso e a riempire il vuoto di senso (che è la sua essenza) con l’esercizio del dominio e il possesso.

L’attuale situazione di spaccatura relativa alle posizioni sul vaccino e il green pass ha origine nel passato e riguarda principalmente tre ambiti: la qualità e il fine ultimo della ricerca di base, la dimensione economica-produttiva e la dimensione culturale-politica, dove l’informazione dovrebbe essere funzionale alla democrazia.

  • Per quanto riguarda la ricerca, vediamo due posizioni contrastanti: da una parte c’è la delega incondizionata alla scienza, dall’altra il presupposto stesso sulle finalità della ricerca. La scienza, proprio perché nasce dall’uomo, è un valore, però non deve diventare un assoluto; infatti, non basta a descrivere la complessità dell’umanità perché riguarda solo ciò che colpisce i sensi e l’umanità è molto più di questo. Il suo opposto, dall’altra parte, è l’antidoto all’onnipotenza della scienza che, se esasperato, toglie l’uso della ragione e riporta alla superstizione.
  • L’industria, il settore produttivo in genere, ha smarrito la finalità come espressione della creatività umana per il raggiungimento del benessere come obiettivo comune e ha privilegiato la scelta del profitto individuale, che è sì un elemento intrinseco al funzionamento dell’industria, ma posto come unica finalità ha portato al consumismo che è l’origine dello squilibrio in cui ci troviamo. Un esempio ne è l’industria farmaceutica.
  • La terza dimensione è la conquista della libertà da tutte le necessità (fame, malattie e potere), e si esprime nella dimensione della democrazia, ma quest’ultima è un processo graduale che deve sempre mediare tra il personale e il comune. Per realizzarsi necessita di strumenti di informazione che sappiano fornire conoscenze complesse e non specialistiche. Occorre altresì un’informazione che rispetti i tempi della comprensione: ora l’informazione viene pubblicata prima di essere verificata, prima di essere compresa nel suo valore, nelle sue implicazioni, quindi, invece di essere funzionale alla formazione della società, la disgrega.

E’ per questi motivi che la spaccatura della società oggi ha raggiunto il suo culmine nella contrapposizione tra favorevoli e contrari al vaccino e al green pass, perché individuando come elemento di scontro il vaccino, che è l’epilogo di questa situazione, pretendono di risolvere problemi dalla storia ampia e complessa e che con il vaccino hanno a che vedere solo marginalmente, come i monopoli delle case farmaceutiche, il dominio della finanza e la supremazia delle nazioni.

Il richiamo dei premi Nobel alla visione della complessità richiede una capacità di distinguere la scala su cui nasce il problema e quella su cui si sviluppa il dibattito. Non solo la scala deve essere la stessa (universale, mondiale, locale…), non si devono confondere neppure i piani: non ha senso rispondere a un problema culturale con una visione morale, scientifica o politica.
E’ anche un errore di prospettiva: non si dovrebbero fare denunce che non lascino una via d’uscita o che costringano all’emarginazione, all’incomunicabilità tra parti della società, perché questo è il preludio ad una guerra. La forza dell’umanità è la relazione, l’avere una prospettiva comune: dove c’è emarginazione c’è la sconfitta dell’umanità.

Proprio perché entrambe le posizioni sono legittime, ma parziali, ed hanno la propria ragione d’essere, è indispensabile che trovino come obiettivo comune la soluzione ai problemi che hanno creato la crisi. L’esercizio della propria personale libertà, ciò che ci consente di non essere pedine in mano altrui e non mettersi in una situazione di impotenza da cui si esce soltanto con la contrapposizione o addirittura la violenza, è il trovare una soluzione valida per tutti e ciò può essere fatto soltanto ascoltando le ragioni degli altri e usando la creatività.

Il Sindaco, Naomo e il cavallo di Caligola

 

Una delle vicende di folklore che accompagnano la storia degli imperatori romani riguarda Caligola, che fu ad un passo dal nominare console il suo cavallo prediletto, Incitatus. Si narra che Incitatus fosse nutrito a frutti di mare e pollo, coperto di porpora e pietre preziose e che dei servi si dedicassero esclusivamente a lui; che vivesse in stalle di marmo con mangiatoie d’avorio. Che mangiasse spesso alla stessa tavola dell’imperatore e, quando Caligola brindava in suo onore, il resto dei commensali dovesse fare lo stesso se non voleva essere ucciso.

Del vice sindaco di Ferrara avevo scritto una volta sola su Ferraraitalia [Vedi qui]
Mi ero ripromesso di non farlo più, per non alimentare nel mio piccolo l’amplificatore mediatico di vaccate che ha condotto la fama di costui fino alle pagine della cronaca anglosassone e transalpina. Una trappola, un cortocircuito dell’informazione nel quale sono caduti tutti, ognuno conferendo il proprio mattoncino nella costruzione del personaggio di Naomo, in una ingenua, dissennata e collettiva eterogenesi dei fini.

Ho cambiato idea. Il potere consegnatogli a Ferrara non ha solo a che fare con una (abile) strategia di comunicazione, basata sullo spregiudicato sfruttamento del potenziale dei social media, evoluzione trash ma poderosa della “società dello spettacolo” di Guy Debord. Ero convinto di questo, fino a quando l’imbarazzante sequela di fatti che lo coinvolgono non è diventata direttamente proporzionale all’accumulo crescente di cariche e deleghe amministrative nelle sue mani. Anzi, più aumentano le magagne che lo vedono protagonista, più aumenta il credito ed il potere che il Sindaco stesso gli concede. E’ per questo che, rispetto a un anno fa, la mia visione è cambiata: fino a un anno fa, potevo pensare che le mille preferenze ricevute per la sua cafona ma efficace strategia comunicativa fossero un credito politico che Alan Fabbri dovesse saldare; che saldarlo facendolo diventare vice sindaco fosse anche una mossa astuta, secondo la regola per cui, se dai una carica importante al clown del paese, negli spettacoli farà ridere per te: se lo tieni fuori, negli spettacoli potrebbe far ridere contro di te.

Invece mi sbagliavo. Non è solo questo, non può essere solo questo. Il curriculum del soggetto in questione, notorio al punto da renderne stucchevole la ripetizione, si è arricchito di due nuove recenti tacche. La prima: ha minacciato di togliere ad una storica cooperativa di servizi alla persona la possibilità di continuare a lavorare con il Comune di Ferrara, se la Coop stessa non si fosse liberata di un suo dipendente, reo di avere pubblicamente criticato la figura di Lodi. La seconda tacca è sulla bocca di tutti da alcuni giorni: le lettere anonime di minaccia arrivate a Lodi erano scritte in casa, fabbricate e spedite nientemeno che dalla sua fedelissima Rossella Arquà, (ex) responsabile organizzativa della Lega provinciale, alla quale, dopo la scoperta (divenuta immediatamente una ammissione perchè le indagini della Digos, evidentemente, mostravano già l’inequivocabile), un solerte presidente del Consiglio Comunale, tal Poltronieri, fa firmare delle precipitose dimissioni da consigliera comunale “in itinere”, lungo la strada, vicino ai bidoni della spazzatura di via Spadari.

A questo punto ci sono diversi derivati giudiziari del filone principale di indagine, compresa la liceità di dimissioni carpite in tale modo. E possiamo stare certi che sul fronte giudiziario ne vedremo delle belle, visto che la Arquà ha appena nominato come suo avvocato Fabio Anselmo, legale anche dell’altra ex consigliera della Lega Anna Ferraresi, la prima ad essere imbrattata dalla macchina del fango leghista in salsa ferrarese. Peraltro, Arquà stessa ha affermato: “Finché il vicesindaco Naomo Lodi continuerà a mantenere il suo ruolo istituzionale, non vedo il motivo per cui io debba lasciare il Consiglio comunale”, frase che non ha bisogno di essere interpretata.

Dell’aggiornamento dei casellari si occuperanno il Tribunale, gli avvocati ed i cronisti di giudiziaria. Un cittadino ha invece il diritto di occuparsi del rapporto tra il Sindaco e il suo vice, quando rileva che l’anomalia supera il livello di guardia. Sul sito del Comune [Vedi qui] è possibile leggere quante e quali sono le deleghe conferite a Lodi, di professione barbiere: Sicurezza, Protezione Civile, Frazioni, Mobilità, Urbanistica, Edilizia, Rigenerazione Urbana, Palio. All’atto del conferimento delle due ultime deleghe all’edilizia e all’urbanistica, il Sindaco Alan Fabbri ha spiegato: “poiché Lodi è già incaricato per la mobilità e le frazioni, potrà aggiungere a queste due settori coerenti, che gli consentiranno di avere una visione di insieme sugli aspetti riguardanti la progettazione ‘logistica’ dell’intero territorio”. Il Sindaco di Ferrara ha fatto questo nella città di Biagio Rossetti: sarebbe come se la municipalità di Barcellona affidasse la manutenzione delle opere di Gaudì ad un venditore di tapas.

Nemmeno per se stesso Alan Fabbri ha riservato deleghe di tal numero e rilievo: ha infatti Sanità, Agricoltura, Affari Generali, Affari Legali, Relazioni Istituzionali, Comunicazione. Nemmeno Vittorio Sgarbi, assessore alla cultura di fatto, presidente di Ferrara Arte, l’uomo al quale, piaccia o non piaccia, si deve la attuale politica culturale di Ferrara, ha in mano tanto potere quanto Nicola Naomo Lodi. La domanda sorge spontanea: perchè?

Alan Fabbri aveva una sua reputazione. La sua figura di amministratore, assoggettabile a critiche come quella di chiunque faccia quel mestiere, era però ben distinta da quella del suo vice sindaco, un’altra categoria in termini di capacità amministrativa e decoro della funzione. Le elezioni sono ormai abbastanza lontane per considerare assolto un debito di gratitudine nei confronti del (piccolo) accumulatore di preferenze Lodi, il cui modo di interpretare il ruolo sta travolgendo la reputazione di Alan Fabbri. Eppure lo stesso Fabbri non solo non se ne cura, non solo non ne prende le distanze, ma addirittura continua ad assommare poteri in capo al suo vice, oltre a mostrare un palese nervosismo nei rapporti con la stampa (non riesco a definire in maniera più eufemistica la condotta di un sindaco che, parole del direttore di estense.com Zavagli, gli telefona di notte per insultarlo).

Alan Fabbri non sembra libero. Ormai lui e il suo vice sono accomunati dalla medesima reputazione istituzionale, ma lui non fa nulla per liberarsi del fantasma che lo sovrasta, e che sta trasfigurando anche la sua immagine. Credo che i cittadini ferraresi abbiano il diritto di sapere come stanno le cose. Non c’è bisogno di arrivare al commissariamento di un Comune per fare strame del decoro di un’istituzione, e questo purtroppo sta già avvenendo. Ci auguriamo che Fabbri non voglia essere ricordato, come successe a Caligola, per l’idolatria verso il suo cavallo.

Cover: elaborazione di Carlo Tassi

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DIARIO IN PUBBLICO
Scarpe e balene

 

Vorrei iniziare l’articolo titolandolo ‘Scarpe e balene’. Si tratta di configurare il ‘ritmo’ delle scarpe dei leaders che in Cornovaglia si apprestano alla foto di gruppo dei potenti del mondo e, accanto a questa indicazione visiva, l’incredibile vicenda della balena che a Cape Cod in Massachusetts ha ingoiato un pescatore e lo ha risputato, perché forse ritenuto da lei stessa indigesto.

Commenta La Repubblica: “IN BOCCA alla balena! La crasi fra due dei più celebrati esclamativi beneauguranti di cui tradizionalmente disponiamo, è riuscita a un americano che si chiama Michael Packard. Ha cinquantasei anni, vive al nord della East Cost, nei paraggi di Provincetown, (Massachusetts), sulla punta adunca della baia di Cape Cod, dove impiega il suo tempo nel settore aragoste. Più precisamente è considerato un espertissimo pescatore subacqueo, forse l’ultimo veterano di un mestiere attualmente considerato un po’ troppo duro e pericoloso.”[Qui]

Come Giona o Pinocchio – quando si dice che la ‘realtà’ inventata è più vera di quella cronachistica! – il pescatore viene espulso dalla bocca del cetaceo, che non gradisce l’intrusione di un umano nella sua bocca. Ho vissuto in quei luoghi e so quanto quel paesaggio riesca a trasformare la capacità cronachistica in utopia e letteratura.

Dunque. La più straordinaria immagine è quella dei capi di Stato che, con passo marziale, tenendo per mano le loro compagne, salvo la brava Merkel che cammina da sola, vengono ritratti in atteggiamento guerresco, come se dovessero affrontare chissà quale lotta per la sopravvivenza e si dirigono tutti verso la linea del mare. Importante è seguire la sequenza delle scarpe. La severità di quest’ultima è ribadita dal lucore delle scarpe degli uomini accompagnati dalle vezzose scarpette delle mogli e fidanzate. Una, da sola, avanza con qualità e stile: la Merkel.

Dove sta allora il riferimento simbolico dell’avanzata delle scarpe? Probabilmente dalla visibilità di un particolare fisico, che assume significato simbolico. L’idea che il potere possa esprimersi anche con la lucidità delle scarpe e con l’uso di ciò che i piedi sanno dire, attraverso il loro abbrancancarsi al suolo esprime il senso della radicamento al suolo.

Tutto questo è bene espresso da un articolo apparso sull’Espresso della settimana scorsa, in cui si rimarca che il piede rappresenta il momento di agganciamento al suolo e quindi in qualche modo esprime la possibilità di riuscire a dominarlo. Le scarpe dei leaders sono dunque l’immagine di un dominio che si esercita sulla terra.

L’altro momento è rappresentato dalla incredibile avventura del pescatore del Massachusetts ingoiato dalla balena. Qui l’immagine simbolica propone pena e salvezza per chi osa scontrarsi col mostro. I riferimenti a Moby Dick sono talmente evidenti da suscitare il sospetto di una colossale bufala. Non a caso i luoghi sono quelli dove si svolge l’immane lotta tra il mostro e l’uomo, ma evidentemente la realtà dell’immaginazione coincide con quella della cronaca.

Ecco allora penso quanto sia mediocre la cronaca cittadina che ci parla di lettere minatorie, di espressioni di amore, intellettuali o meno, che agitano il campo politico, così come ancor di più la violenta polemica che ha coinvolto il critico Vittorio Sgarbi, l’assessore Marco Gulinelli e alcune tra le associazioni culturali ferraresi. Queste ultime si erano offerte di aiutare a comprare i disegni di un pittore settecentesco, un tempo appartenuti alla Biblioteca Ariostea e poi scomparsi; contestavano al critico l’acquisto dei disegni, ora ricomprati dal presidente di Ferrara arte, che li collocherebbe all’interno del rinnovato Museo di Schifanoia. Tuttavia le infelici e mediocri dispute ci rendono purtroppo compartecipi di un clima assai poco credibile per il concetto stesso di una città, che è vissuta e dovrebbe vivere d’arte e di cultura.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

SUPERLEGA: il nuovo “cartello” ha perso una battaglia. Vincerà la guerra

La bugia e l’ipocrisia sono due cose diverse. La bugia, nel bambino, è considerata parte del suo processo evolutivo. Attraverso la bugia il bambino costruisce un proprio spazio segreto, che si riempie di sentimenti o emozioni che ha paura di mostrare. La manifestazione della malizia nel bambino che mente genera una specie di benevola meraviglia, di quando si scopre il mondo immaginario che è riuscito a creare dietro la bugia.

L’ipocrisia è l’atteggiamento di una persona che volontariamente finge di possedere ideali, principi, sentimenti che in realtà non possiede. Essa si manifesta quando la persona tenta di ingannare altre persone con tali affermazioni. In questo caso l’inganno è adulto, perchè ha perduto ogni innocenza.

Nella vicenda del fallito golpe del calcio europeo siamo al cospetto di attori che non sono semplicemente bugiardi, ma ipocriti. Gente che dichiara di difendere principi e ideali di purezza e sportività, quando in realtà sta difendendo i propri lauti guadagni. Tale Alexander Ceferin, presidente dell’Uefa, nel 2020, in piena epidemia mondiale da Covid, si è aumentato lo stipendio di 450.000 euro. Adesso si mette in saccoccia 2,2 milioni di euro l’anno, senza premi perchè, in pandemia, è immorale percepire premi (prima gigantesca manifestazione di ipocrisia: trasformo un compenso variabile in fisso facendo finta di seguire un principio morale). Ceferin infama l’ex amico Andrea Agnelli, presidente della Juventus e coautore del tentato “colpo di stato” della Superlega Europea, dicendo cose enormi: tipo che siccome Agnelli spegne il telefono per non farsi trovare mentre prepara la dichiarazione secessionista dei 12 club fondatori del golpe, il suo comportamento è peggiore di quello dei criminali di guerra che Ceferin si è trovato a difendere nella sua carriera di avvocato (complimenti). Ceferin è a capo di un organismo che introduce la regola del fair play finanziario, e poi permette a Manchester City, Paris Saint Germain ed altri di spendere l’inimmaginabile per creare squadre invincibili (che comunque non vincono sempre, perchè l’imponderabile nel calcio continua ad esistere, malgrado tutto e malgrado l’Uefa). Sempre Uefa è precisamente l’organismo che ha, di fatto, creato una Superlega di ricchi e potenti che detengono il monopolio del calcio professionistico, pagando cifre indecenti per ingaggiare i migliori allenatori e giocatori (non crederete mica che i migliori calciatori del mondo vengano a giocare in Europa perchè ha i migliori monumenti, vero?).
Poi succede l’imponderabile, stavolta un imprevisto planetario, non sportivo: il mondo è costretto a fermarsi a causa di una moderna peste chiamata Covid-19. Fine degli incassi da pubblico allo stadio, perchè gli spalti devono rimanere vuoti, per ragioni sanitarie. Fine di buona parte dell’indotto da merchandising, perchè la battaglia sportiva è meno attraente senza un’arena di tifosi urlanti. Riduzione dell’appeal televisivo, che inevitabilmente porta ad una contrazione dei guadagni da incasso dei diritti televisivi, della pubblicità e delle sponsorizzazioni. Le 12 società secessioniste non fanno altro che cercare di massimizzare i profitti di un circo che spende tanto, ma non incassa, secondo loro, abbastanza per quelle che sarebbero le sue potenzialità (e soprattutto non incassa abbastanza per ripianare i soldi già spesi). La NFL (lega nordamericana di football, quella del Superbowl) ha firmato nuovi accordi sui diritti tv con Cbs, Nbc, Fox, Espn e Amazon per un valore complessivo di 110 miliardi di dollari. La NBA (basket statunitense) fattura 8 miliardi l’anno.

La Champions League nel triennio 2018-2021 ha fatto entrare nelle casse dell’Uefa 1,5 miliardi di euro, pari a 1,8 miliardi di dollari. Il calcio in termini di spettatori ha il triplo dei numeri dell’NFL e il doppio dell’NBA. Ma i diritti tv e gli introiti da pubblicità rendono molto meno. Inoltre l’UEFA retrocede ai club una quota dei ricavi ben lontana dal totale.  Non capisco cosa ci sia di strano, dentro questa logica drogata, se le società che producono lo spettacolo più visto al mondo decidono di mettersi in proprio. La stranezza casomai è che non ci abbiano pensato prima. Adesso è diventato inevitabile non solo pensarlo, ma farlo, dal loro punto di vista, perchè la pandemia ha distrutto i bilanci dal lato delle entrate, e i prossimi introiti servirebbero anzitutto a ripianare debiti destinati altrimenti a diventare inesigibili. In questa situazione, l’appoggio finanziario di JP Morgan al progetto Superlega rivela più di tante chiacchiere.

La spettacolarizzazione spinta all’eccesso che sta dietro a questa idea persegue lo scopo di perpetuare la folle macchina degli ingaggi faraonici. Lo scopo, candidamente dichiarato (e qui Florentino Perez è molto meno ipocrita di Ceferin), è anche quello di poter continuare a dare 12 milioni di euro a Pep Guardiola, 16 milioni a Jurgen Klopp, 31 milioni a Cristiano Ronaldo. Quando sento Klopp dichiarare che non si fa una cosa del genere “contro i tifosi”, o Guardiola affermare: “lo sport non è sport quando non c’è un rapporto fra sforzo e ricompensa: tutti pensano a loro stessi”, francamente mi viene la nausea. Tutti pensano a loro stessi? Certo, e i primi sono loro. Fossero intellettualmente onesti, dovrebbero avere la decenza di tacere, perché questo putsch mira a tutelare anche le loro tasche, dalle quali tracimano milioni di sterline, euro, o franchi svizzeri. Invece si ergono a paladini del “calcio pulito”, competitivo, nel quale conta solo il merito sportivo.

La fiera mondiale dell’ipocrisia. Ce ne fosse uno, di questi paladini del calcio pulito, che dichiari di essere disposto a diminuire il proprio ingaggio, come sta succedendo a qualunque persona normale con uno stipendio normale in tempi di Covid. La scelta di una maggiore sobrietà sarebbe l’unico modo per conferire un briciolo di credibilità a certi discorsi ammantati di purezza. Invece, col piffero: molto meglio tuonare contro gli ammutinati e salvarsi coscienza e portafoglio.
Non vi bastano gli esempi citati? Sapete cosa guadagna Diego Simeone per allenare l’Atletico Madrid? 22 milioni netti. Sapete cosa ha dichiarato? “Considero il dietro-front e le scuse dell’Atletico Madrid dei grandi gesti. Il presidente ci ha spiegato i propri dubbi, credo che alla fine abbia fatto bene, sia nei nostri confronti che davanti ai tifosi”. Peccato che Florentino Perez, presidente del Real Madrid, abbia appena ricordato che tutte le 12 società non si sono accordate al bar dopo una sangria di troppo, ma hanno firmato un regolare contratto per aderire alla Superlega. Peccato che Joan Laporta, presidente del Barcellona, abbia appena dichiarato che “la Superlega esiste ancora”, e che “è assolutamente una necessità”. Sono i presidenti delle due società che fatturano più ricavi al mondo, e hanno assoluto bisogno di rientrare per non fallire. Come la mettiamo?

La cosa più maleodorante è il continuo richiamo al “rispetto per i tifosi”. Se i tifosi, così innamorati della tradizione (la gloriosa Coppa dei Campioni cui accedeva solo la vincitrice del campionato) e del merito da gettarsi a capofitto su una Champions League che imbarca la seconda, la terza e la quarta classificata del campionato nazionale, volessero davvero farsi rispettare, dovrebbero smettere di spendere fortune per il calcio. Smettere di abbonarsi, smettere di sottoscrivere pacchetti satellitari o streaming, smettere di pagare cifre scellerate per un biglietto.
Ma i tifosi non lo faranno, esattamente come è successo per il passaggio dalla Coppa alla Champions. Perchè i tifosi si sono trasformati in clienti, consumatori, e la loro è una dipendenza, esattamente come il tossico dipende dal suo spacciatore. E quando sei dipendente da una cosa, sei disposto a tutto per averla. Florentino Perez, Joan Laporta, Andrea Agnelli e gli altri secessionisti (ora pentiti per finta), lo sanno benissimo. Quello che vogliono fare è sostituire il loro cartello a quello di Ceferin, che non rende abbastanza. Prendere direttamente in mano la gestione dello spaccio, e controllare il territorio senza intermediari.

“IO CREDO NEL MISTERO DELLE PAROLE”
Un ‘Uomo di Lettere’ e il destino di essere solo

 

di Rosario Castelli

«Ce ne ricorderemo di questo pianeta»: questa frase Leonardo Sciascia l’aveva letta probabilmente da giovane in un libro de Il Borghese di Leo Longanesi. Nei folgoranti frammenti di Parliamo dell’elefante, diario dei tumultuosi anni della guerra, dal 1938 al ’46, si legge infatti: «Usciamo. Nella piazza deserta stride una civetta e i nostri passi risuonano sul selciato come quelli di un’antica ronda. La luce dell’osteria si spegne e nelle larghe pozzanghere la luna lascia riflessi d’argento. “È triste il mondo, signori miei”, disse Stefano. “Non so chi, ma qualcuno ha detto: Ci ricorderemo di questo pianeta. Sì, ce ne ricorderemo!”».

Il racalmutese, che dell’Omnibus era stato precoce e assiduo lettore, e che all’insegna di Longanesi aveva fatto nascere le sue Favole della dittatura, di quella frase si sarebbe ricordato per tutta la vita. Tanto più al tramonto e quando, al di là della sua attribuzione a una precisa fonte letteraria, gli sarebbe risuonata in testa, con il senso del rimpianto di chi affida alla memoria del proprio passaggio sulla terra la delega in bianco di un’effimera sopravvivenza: il ricordo da un lato, dunque, l’hic et nunc dall’altro a illuminare una concezione che fa del mondo una necessità e una fatalità, l’approdo di un percorso che ha salde radici nel passato e investe, nel presente, tanto l’autore che i propri contemporanei. Ovvero come l’ultima deliberata contraddizione di un uomo dalla vocazione eretica e anticonformista e che, piuttosto, avrebbe voluto che sulla propria lapide campeggiasse la frase: «contraddisse e si contraddisse».

Questa condizione lo scrittore la incarna in Voltaire, prima di volgersi all’haiku di quel Villiers de l’Isle-Adam cui un altro degli auctores sciasciani – Jorge Luis Borges – aveva dedicato un volume della Biblioteca di Babele, definendolo uno specialista in «orrori morali».
Nel 1979, in un articolo per il Corriere della Se­ra, Sciascia definiva lo scrittore argentino «il più grande teologo del nostro tempo. Un teologo ateo. Vale a dire il segno più alto della contraddizione in cui viviamo» e che suona come una sorta di auto-definizione per il tramite di uno schermo, quello del letterato sudamericano che incontrerà a Roma l’anno dopo e che è un altro polo fondamentale in cui inquadrare la vocazione del siciliano al paradoxe di diderottiana memoria, al rovesciamento cioè di ogni verità accettata in verità che appaiono inaccettabili.
Un autore che gli apparirà come un ‘classico’, il «più significativo del nostro tempo, delle nostre vertigini», tornando frequentemente a citarlo e chiosarlo, elevandolo a modello di «filologiche e filosofiche in­dagini», di «misteriose ricostruzioni di dissepolti frammenti della storia e del pensiero umano», quali erano peraltro quelle di Sciascia stesso. E tuttavia analoghe e ben più forti sollecitazioni potevano giungere da altri scrittori come Luigi Pirandello e Alberto Savinio, trovando semmai un comune denominatore nell’idea, questa sì borghesiana, della Letteratura come unica forma di conoscenza possibile della realtà, di quella realtà i cui confini con la scrittura sono labili fino al punto di confondersi.

Era questa fiducia a fargli preferire la definizione di “uomo di lettere” a quella d’intellettuale, categoria quest’ultima segnata da una sostanziale indistinzione che finisce con l’accomunare figure eterogenee, legate tra loro da un malinteso senso di compromissione con la realtà. “Intellettuale” è vocabolo che si adatta al philosophe dell’epoca dei Lumi come al poeta romantico dalle pose titaniche, all’autore compagno di strada di un partito come al militante organico a un’ideologia. Ma Sciascia non era né Voltaire né Byron né Vittorini e nemmeno uno dei tanti corifei dell’imperante intellettualità liquida profetizzata da Zygmunt Bauman.
Se a un archetipo volessimo guardare, allora, il nome che ci viene in mente è semmai quello di Émile Zola, strenuo apostolo del primato della letteratura come strumento di smascheramento dei lati occulti della retorica dominante, assertore del principio secondo cui solo le lettere «regnano eternamente […] sono l’assoluto, mentre la politica è il relativo»: lo scrittore che usa le parole per diagnosticare i mali, senza pretendere d’imporre i rimedi che competono invece a chi governa, alieno da ogni fanatismo e detentore di un capitale simbolico che è unicamente quello della parola letteraria, con il proprio bagaglio di valori universali ed eterni.
Il modello che si afferma, a partire dall’affaire Dreyfus, mira a escludere la coazione all’impegno e a restituire al letterato una funzione, la stessa che saprà incarnare Pasolini, prima di Sciascia, ma con un sovrappiù di compromissione fisica ed energica eloquenza. È il privilegio di una Verità congetturale che detiene lo scrittore che, come scrisse nel famoso Romanzo delle stragi che si legge negli Scritti corsari, «cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero».

La concezione della letteratura come intatto serbatoio cui attingere per trovare un senso anche all’insensatezza della Storia, Sciascia l’aveva formulata nel racconto Il Quarantotto laddove riconosceva nella scrittura «un modo di trovare consolazione e riposo; un modo di ritrovarmi, al di fuori delle contraddizioni della vita, finalmente in un destino di verità», un’accezione che traluce anche nelle parole del protagonista dell’Antimonio quando afferma: «Io credo nel mistero delle parole, e che le parole possano diventare vita, destino; così come diventano bellezza».
La letteratura non solo conosce la verità e la rispecchia, ma la redime, pacificandola nelle sue contraddizioni sicché «l’uomo, col suo cuore vivo, per la pace del suo cuore, può legare in armonia pietra e luce, ogni cosa alzare ed ordinare al di sopra di sé stesso».

È della capacità di opporsi al conformismo, di rinunciare al balsamo delle certezze accomodanti, di smascherare le imposture del Potere, di denunciare le funamboliche piroette del trasformismo, attraverso il contravveleno dei libri e di uno scrivere non compromissorio che parlano tutte le opere di Sciascia e di cui dicono le sue prese di posizione pubblica.
È questa prerogativa che lo accomuna ad autori come Pasolini con cui sconterà, soprattutto negli ultimi anni di vita, il destino di essere ‘solo’, non assoggettato al Potere, ma in grado di attingere all’«intatta e appagata musica dell’uomo solo», come si legge in Todo modo, dell’individuo cioè capace di valutare le cose nella loro immediata e semplice evidenza, interamente scevra dal pregiudizio ideologico, come il protagonista di Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia, il cui candore non ha solo una valenza etica, ma soprattutto epistemologica.
Una virtù che accomuna un’ampia genealogia di sciasciani confréres letterari: dal professor Laurana di A ciascuno il suo al don Cecè Melisenda del Quarantotto, dall’avvocato Di Blasi del Consiglio d’Egitto all’eretico Diego La Matina di Morte dell’inquisitore o al bargello Matteo Lo Vecchio della Controversia liparitana. Tutti uomini di «tenace concetto», il cui candore divinamente incauto si realizza nella fede nelle proprie idee, nella pervicace resistenza al Potere, indipendentemente dal volto che può assumere, sia esso quello del fascismo, dello stalinismo, dell’Inquisizione o della semplice e metamorfica vischiosità dell’italico trasformismo.

Sarà per questa via che Sciascia potrà rivendicare alla letteratura la capacità di farsi documento del vero, di ergersi come valore superiore in un mondo in cui imperversano sterili disvalori e fallaci utopie, e nella sua ricerca pagò alla fine il prezzo di essere, come Pasolini, un uomo ‘solo’, isolato per le scomode prese di posizione che assunse in tema, per esempio, di terrorismo o antimafia.
Uno scotto necessario, un prezzo che, dirà lui, si dev’essere sempre pronti a pagare, come fu per i suoi più alti modelli d’impegno: il cattolico Georges Bernanos che scrisse contro il franchismo e l’André Gide di Ritorno all’URSS che anticipava di vent’anni quello che avrebbe detto Kruscev. Isolati, ma in un isolamento che, pur pesante, poteva riuscire persino redentorio e che gli faceva dire: «Ecco, a momenti io mi sento preso da questa specie di allegria. Sono criticato da destra e da sinistra. Segno che non servo né la destra né la sinistra».

Rosario Castelli è professore associato di “Letteratura italiana” presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Catania

Sulla figura e l’opera di Leonardo Sciascia leggi su Ferraraitalia:
Sergio ReyesUN ILLUMINISTA IN SICILIA : Attualità di Leonardo Sciascia a 100 anni dalla nascita [Qui]
Giuseppe TrainaDENTRO IL GIALLO : I personaggi di Sciascia e Simenon davanti al potere [Qui]
Roberta Barbieri
, RICORDANDO SCIASCIA : Una storia semplice [Qui]
Rosalba Galvagno
IL MAESTRO E IL GIOVANE ESORDIENTE : La corrispondenza tra Leonardo Sciascia e Vincenzo Consolo [Qui]
Giuseppe Giglio“Ce ne ricorderemo, di questo pianeta” [Qui]

In copertina:Totò Bonanno: Ritratto di Leonardo Sciascia,1986 (wikimedia commons)

“Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”

di Giuseppe Giglio

«Ce ne ricorderemo, di questo pianeta». Più volte le ho accarezzate con gli occhi, queste parole dello scrittore francese ottocentesco Villiers de l’Isle-Adam, sulla tomba di Leonardo Sciascia, a Racalmuto: incise sul bianco e nudo marmo, insieme al nome e alle date di nascita e di morte, così come Leonardo aveva fermamente voluto.

La tomba di Leonardo Sciascia a Racalmuto

«Ce ne ricorderemo, di questo pianeta»: un’iscrizione che, dice Gesualdo Bufalino, «non conta tanto come pezza d’appoggio d’una ipotesi di sopravvivenza, ma ribadisce un sentimento di distacco ironico e dolente insieme. Questo pianeta, cioè, con le sue abiezioni e dolcezze, quanto dovrà apparirci estraneo, da una remota nuvola, e tuttavia oggetto d’una insopprimibile volontà di memoria…».
Ecco, la volontà di memoria, il pensare, il voltarci indietro: è questo l’ineludibile richiamo che ci resta, dopo un incontro con la pagina di Leonardo, sia essa di un romanzo, di un saggio, di un articolo di giornale. E da quella pagina sempre balzano la gioia, la felicità dello scrivere: anche quando si tratti di cose terribili, se non angosciose. «Non faccio nulla senza gioia», diceva Montaigne. La stessa gioia di Luciano, di Stendhal, di Savinio. La stessa gioia di Leonardo Sciascia: che è poi la gioia degli scrittori veri, dei cercatori di verità.
C’è un’immagine di Sciascia, che amo più di altre: questo ritratto fotografico di Nino Catalano, che di Leonardo custodisce un’espressione (lo sguardo acutissimo, di profonda serenità, così pieno di dolcezza) tra le più emblematiche, tra le più cariche del suo destino – e del suo cammino – di uomo e di scrittore. L’uomo e lo scrittore meravigliosamente coincidenti, in un’instancabile, ostinata, gioiosa ricerca di verità e d’amore, nel vivere e nello scrivere. O, meglio, e pirandellianamente, nel vivere scrivendo e nello scrivere vivendo. Delle verità della vita, e dell’amore per l’uomo, ben oltre il tempo che gli è toccato in sorte: a lui che era già un classico da vivo, con le sue storie che dal tempo narrato si affacciavano, e si affacciano, sulle menzogne e sulle inquietudini, sulle ferite e sugli inganni di sempre, quelli cioè che appartengono all’umana natura. Uno scrittore è memoria, ripeteva Sciascia: la memoria individuale, cioè, che tenendosi in esercizio si salda alla memoria collettiva, alla Memoria. E il ricordare, per lui vigile e volontario, si faceva proficua ossessione, lanterna preziosa: a mostrare da dentro il mistero del vivere, la sua bellezza, la sua miseria.

C’è ancora molto da dire su questo Sciascia, che ha in sé tutti gli altri (il polemista, il moralista, il palombaro dei mali italiani, il difensore della giustizia giusta, del diritto, della ragione).
Su questo Sciascia che nel 1961, scrivendo di Simenon, tirava in ballo Gogol e Čechov  (tutti e tre a lui, a Leonardo, molto cari): «Gogol e Cecov: lo scrittore che vede e lo scrittore che ama. E il vedere gli uomini e l’amarli si possono considerare come qualità peculiari di Simenon: qualità che permettono allo scrittore di giungere alle verità dell’uomo come a Maigret permettono di giungere alla soluzione di un caso. Il metodo di Maigret per giungere alla soluzione di un mistero poliziesco praticamente si ripete in tutti i romanzi di Simenon: è la tecnica narrativa di Simenon, il suo modo di ordinare la realtà, di darle un senso, di collegare le cause agli effetti, di far scaturire dal mistero la verità. Maigret vede: vede perché ama. Non c’è personaggio, nella letteratura contemporanea, che ami la vita e gli uomini quanto Maigret. Non c’è, dopo Čechov, scrittore che ami così profondamente, così minutamente, così religiosamente la vita e gli uomini come Georges Simenon. Ci sarà magari in lui qualcosa di mancato: sarà un Gogol mancato, un Čechov mancato: ma è certo uno degli scrittori del nostro tempo più vicino alle ragioni umane, all’uomo così com’è».
Parlava di Simenon, Sciascia, del suo vedere e amare la vita e gli uomini. E le pagine – da A ciascuno il suo a La scomparsa di Majorana, da Todo modo a Il cavaliere e la morte, fino a Una storia semplice, per non dire delle narrazioni saggistiche, o di quelle in forma di articolo di giornale -, le pagine che egli, Leonardo, ci avrebbe lasciato inverano il sospetto che lo Sciascia di allora, tra le righe, dicesse anche di sé. E se i libri sciasciani resistono al tempo, se essi continuano a cercare e a trovare nuovi lettori in tutto il mondo, lo si deve proprio alla loro innata, sobria, affilata classicità: a quella capacità, cioè, di restituire lo spirito del tempo e contemporaneamente il tempo di tutti, quello dell’uomo di sempre.

Ne viene fuori, insomma, dalle tante storie sciasciane, la vita, il suo complicatissimo cruciverba: del quale il loro autore ha incessantemente scandito le intricate ascisse e ordinate. Non tanto a trovarne un’improbabile soluzione, quanto ad illuminarne le latenti ambiguità, le verità non visibili; e impegnato, piuttosto, a dissolvere il caos del reale (non di rado prevedendolo) nel cosmo della letteratura, in quella nitida e ordinata «sintassi della vita, del mondo, dell’uomo, di tutti gli uomini». Ben consapevole, manzonianamente, della complessa, spesso oscura natura del vero, e insofferente delle banalizzazioni, dei dogmi, delle pietrificazioni ideologiche; oltre che della natura inquisitoriale del Potere. Chiedendo aiuto (senza restarne prigioniero) alla ragione e al cuore, e sempre sorretto dal dubbio, dal rovello. Contraddicendo e contraddicendosi, insomma, tra le irreprimibili apprensioni del vivere. Sciogliendo il rigore dell’intelligenza nella gioia della scrittura.
Di quello scrivere, di quell’italiano che era per Sciascia un incessante ragionare: «l’italiano non è l’italiano: è il ragionare», fa pronunciare Leonardo al vecchio professor Franzò (che tanto gli somiglia: nelle parole scarne e affilate, come nei borbottii e nei silenzi, con quella sua acutissima vista sull’uomo e sulle cose), in Una storia semplice.
E il «ragionare» si fa prezioso scrigno di memoria, di pensiero, di stile: scendendo e risalendo lungo una tradizione linguistica profonda di secoli, che ha dentro popoli e civiltà, scrittori di parole e scrittori di cose, per dirla con Pirandello; il cui ritratto fotografico Sciascia sempre teneva sulla scrivania, a Racalmuto come a Palermo. Di quello scrivere, ancora, che era anche per lui, per Leonardo, un desiderio, un sogno; come lo era stato per Giuseppe Antonio Borgese: «aspiro, per quando sia morto, ad una lode: che in nessuna mia pagina è fatta propaganda per un sentimento abietto e malvagio».

«Ce ne ricorderemo, di questo pianeta». E non poteva che essere la memoria, la memoria che si fa verità viva, l’ultima parola di un eretico come Leonardo Sciascia, del quale quest’anno ricorre il centenario della nascita, con non poche iniziative (alcune già svolte, molte altre in programma) per celebrare Sciascia, tra cui  quelle organizzate dalla Fondazione a lui intitolata e coordinate da Fabrizio Catalano, uno dei nipoti di Leonardo, anch’egli scrittore, oltre che regista.
La memoria, dicevo: quella stessa – sempre pronta a scoprire e riscoprire – che riecheggia nel titolo dell’ultimo (l’ultimo che Sciascia approvò, e il primo dei postumi) libro: A futura memoria (se la memoria ha un futuro); laddove in epigrafe risuonano le parole di Georges Bernanos che il grande intellettuale e scrittore siciliano ed europeo sentiva, e profondamente, anche sue: «preferisco perdere dei lettori, piuttosto che ingannarli». Quella stessa memoria, ancora, che innerva Il cavaliere e la morte, il giallo (genere da Sciascia prediletto: per scrutare l’uomo, e perché «presuppone l’esistenza di Dio») più di altri testamentario, e anche oggi di vivida attualità. Per quel terribile rigenerarsi dell’indegnità del mondo – del mondo umano: con i suoi veleni, le sue corruzioni, le sue guerre – di sé stesso, della vita, come anche per la fiducia e la speranza (di un mondo umano diverso, migliore, che ritrova e rinnova la sua umanità) che proprio nella scrittura e nella memoria continuano a risiedere, a germogliare.
«Ce ne ricorderemo, di questo pianeta». E intanto leggiamolo, o rileggiamolo, Sciascia: perché ci dice chi siamo.

NOTE
L’articolo con il titolo Ce ne ricorderemo di questo pianeta, in forma più ridotta,  è stato pubblicato l’ 8 gennaio 2021 (giorno del centesimo anniversario della nascita di Leonardo Sciascia) sulla rivista Letteratitudine

Giuseppe Giglio vive a Randazzo, sull’Etna. È scrittore e critico letterario. Collabora con quotidiani e magazine: da “La Sicilia” a “Letteratitudine”, a “Succedeoggi”. Si occupa soprattutto del Novecento, nel segno di un’idea di letteratura come conversazione sull’uomo e sul mondo, e di una critica letteraria come critica della vita.
Ha pubblicato, tra gli altri: I piaceri della conversazione. Da Montaigne a Sciascia: appunti su un genere antico (Salvatore Sciascia Editore, Premio “Tarquinia-Cardarelli” 2010 per l’opera prima di critica letteraria). Nel 2014 ha partecipato al volume Dieci registi in cerca d’autore. Cinema e letteratura: un amore difficile, di Amedeo di Sora e Gerry Guida (Cultura e dintorni Editore). È tra gli autori di Letteratitudine 3. Letture, scritture e meta narrazioni (LiberAria), a cura di Massimo Maugeri, uscito nel 2017: un manuale sulla lettura, un viaggio dentro le storie e le scritture di oggi

Sulla figura e l’opera di Leonardo Sciascia leggi su Ferraraitalia:
Sergio ReyesUN ILLUMINISTA IN SICILIA : Attualità di Leonardo Sciascia a 100 anni dalla nascita [Qui]
Giuseppe TrainaDENTRO IL GIALLO : I personaggi di Sciascia e Simenon davanti al potere [Qui]
Roberta Barbieri
, RICORDANDO SCIASCIA : Una storia semplice [Qui]
Rosalba Galvagno
, IL MAESTRO E IL GIOVANE ESORDIENTE : La corrispondenza tra Leonardo Sciascia e Vincenzo Consolo [Qui]

In copertina: Ritratto di Leonardo Sciascia – Foto di Nino Catlano 

DENTRO IL GIALLO
I personaggi di Sciascia e Simenon davanti al potere

 

di Giuseppe Traina

In una bellissima lettera del 1939 Georges Simenon descrive ad André Gide, il suo massimo sostenitore in campo letterario, il suo corpo a corpo con la scrittura e la necessità di calarsi totalmente nella realtà dei suoi personaggi. È noto che questa fase di scrittura durava ben poco, un paio di settimane al massimo: il che consentiva allo scrittore belga di sfornare romanzi a getto continuo, ma, in compenso, questo rapporto “fisico” col testo finiva per svuotarlo d’energie. Ben altro era il modo di scrivere di Leonardo Sciascia, segnato da una distanziata razionalità che lo portava a concepire un libro in inverno e a scriverlo concretamente nell’estate successiva, nella tranquillità della sua casa di campagna.
Così diversi nel processo di scrittura, i due scrittori finiscono però per presentare interessanti somiglianze (ma anche alcune differenze), per esempio, nel loro modo di costruire i personaggi.

Vediamo il rapporto tra il protagonista e i personaggi di contorno. Come ha scritto Jacques Dubois a proposito di Il borgomastro di Furnes (1939), uno dei migliori romanzi “duri” (quelli di cui non è protagonista il commissario Maigret), lo stile di Simenon «si fonda sull’alternanza tra il discorso della riflessione interiore e il dialogo»: se alcuni personaggi si scambiano qualche parola, ecco che il protagonista reagisce interiormente all’ascolto di questi dialoghi. Questo procedimento “contrappuntistico” permette all’autore di scandagliare l’animo dei protagonisti tanto nei romanzi “duri” quanto nelle storie di Maigret; si pensi a come il commissario conduca i suoi interrogatori come vere e proprie “conversazioni” con testimoni ed imputati, senza l’incalzante dialettica di un Hercule Poirot o la violenza di un ispettore da hard boiled school.

Nei “gialli” di Sciascia questo procedimento contrappuntistico è raro: manca nel Giorno della civetta, dove Bellodi è un protagonista-portavoce ma sta poco sulla scena; scarseggia in A ciascuno il suo; è quasi assente nel Contesto, dove le riflessioni dell’ispettore Rogas, un vero e proprio poliziotto-intellettuale, sono per lo più solitarie (ma va ricordato, tuttavia, che Rogas interroga i sospettati con la discrezione e il rispetto tipici di Maigret); è impossibile in Todo modo, che è narrato in prima persona; è invece assai presente nel Cavaliere e la morte, forse il più simenoniano dei romanzi di Sciascia, almeno da certi punti di vista.
Insomma, il carattere dei protagonisti di Sciascia emerge spesso dall’esterno, con pochi tocchi informativi, per esempio sulle loro doti intellettuali. Soltanto il carattere del Vice (l’altro poliziotto intellettuale creato da Sciascia nel Cavaliere e la morte) viene presentato per somma di elementi, ognuno dei quali è legato a profonde risonanze interiori. E le modalità con cui il Vice (e il lettore con lui) procede verso la conoscenza più profonda di sé sono molto simili a quelle che Simenon usa per scandire il processo autoanalitico del “Presidente”, il protagonista dell’eponimo romanzo (1958), ossia un anziano uomo di potere che si è sempre visto come coerente e monolitico ma solo all’approssimarsi della morte scopre sentimenti e debolezze che ignorava di avere, e scopre soprattutto che le armi con cui pensava di potere influenzare, fino all’ultimo, l’andamento della politica nazionale sono ormai inefficaci. Anche il borgomastro di Furnes scopre aspetti ignoti del suo carattere in coincidenza col declino politico e nell’imminenza non della sua morte ma di quella della moglie.

Ho insistito su questi due romanzi perché sono, insieme a Le finestre di fronte (1933), forse quelli di Simenon in cui la dimensione politica, così cara a Sciascia, è più presente. Nel Presidente e ne Le finestre di fronte in forme più simili a quelle che Sciascia predilesse: i grandi scenari del potere nazionale e internazionale, controllati con inflessibile durezza da un self made man che ha governato direttamente o indirettamente le sorti della Francia; e soprattutto il contesto di poteri apparentemente diversi, ma strettamente intrecciati, da cui il console turco Adil Bey viene schiacciato nell’opprimente e vischiosa città sovietica di Batum in Le finestre di fronte, il «breve capolavoro» scritto, a giudizio di Goffredo Parise, in «uno stile metafisico, così coincidente al clima metafisico del potere».
Nel Borgomastro di Furnes, invece, lo scenario politico è di ambito locale e Simenon lo tratteggia con una minuziosa resa delle implicazioni economiche e amministrative frutto di un accurato lavoro di documentazione sulla storia amministrativa del circondario di Ostenda. Malgrado la sua concezione personalistica del potere, il borgomastro Terlinck amministra secondo un rigorismo morale che ricorda, per certi versi, la critica al “progresso senza sviluppo” di cui avrebbe parlato, decenni dopo, Pier Paolo Pasolini e che troverà consenziente lo Sciascia di certe pagine di Nero su nero e del Cavaliere e la morte.

In Sciascia agiscono altre suggestioni tematiche, ideologiche o di atmosfera che si possono ricondurre all’opera di Simenon: la parcellizzazione e acutizzazione percettiva che l’approssimarsi della morte provoca nel protagonista, negli ultimi capitoli del Presidente, e che Sciascia avrà tenuto presente, accanto alla più evidente Sonata a Kreutzer di Tolstoj, per costruire tutto Il cavaliere e la morte; l’identificazione assoluta fra la propria persona e il potere che si rappresenta (il potere esecutivo del Presidente di Simenon, e il potere giudiziario del magistrato Riches nel Contesto); il convincimento fanatico di essere nel giusto, comune a Riches e al borgomastro di Furnes; il grandeggiare del Presidente e del borgomastro sia nell’ascesa al potere sia nel momento del declino e che trova riscontro, in Sciascia, nel don Gaetano di Todo modo, mentre negli altri suoi testi il potere può essere anche invincibile ma è incarnato da figure di rara meschinità; infine, l’occiduo illimpidirsi del desiderio erotico provato dal borgomastro e anche dal Vice.

Nell’universo sciasciano, ha scritto Claude Ambroise, il Potere equivale al potere di dare la morte, come nell’archetipico orizzonte del potere mafioso: prova ne siano le uccisioni della maggior parte dei suoi investigatori protagonisti, dal professor Laurana di A ciascuno il suo all’ispettore Rogas, fino al Vice. Ma le cose, in Simenon, stanno diversamente: forse soltanto il console Adil Bey potrebbe diventare vittima di un potere omicida (lontano e misterioso come in Kafka, ma anche magmatico e interconnesso come nel Contesto), mentre il Presidente o il borgomastro, che detengono il potere, non uccidono né fanno uccidere, semmai uccidono per omissione perché contemplano la morte altrui senza intervenire, anche là dove un loro intervento potrebbe essere risolutivo. Viceversa, chi uccide – nei romanzi di Maigret o in un romanzo duro come lo splendido L’uomo che guardava passare i treni (1933) – lo fa per motivi che oscillano tra la disperazione e la casualità e che, in ogni caso, ispirano piuttosto pietà che sdegno morale. Il che non avviene in Sciascia, con l’eccezione parziale dell’omicida seriale del Contesto: ciò succede per il valore allegorico-politico del delitto in Sciascia, per la sua dimensione astratta e intellettualistica che rimane quasi ignota a Simenon. I protagonisti del quale non sono intellettuali o “lettori forti”, come Bellodi, Laurana, Rogas e il Vice: il Presidente legge sì i classici della memorialistica, ma solo per prenderli a modello della sua autobiografia; Joseph Timar, lo sventato protagonista di Colpo di luna (1933), è un buon lettore ma si comporta in modo tale che la communis opinio lo giudichi implicitamente un cretino, come poi capiterà al professor Laurana – anch’egli, come Timar, sedotto ed inguaiato da una femme fatale di paese. Non sarà una spiegazione troppo facile chiamare in causa l’anti-intellettualismo proprio dell’artigiano Simenon («era il contrario dell’intellettuale. Aveva un approccio animale con la vita», afferma il suo biografo Pierre Assouline) e contrapporlo al rigoroso profilo da intellettuale che Sciascia si è costruito col passare degli anni.

Tutto questo ha una ricaduta sulle rispettive rappresentazioni del potere: di taglio ancora balzacchiano, o stendhaliano, quella di Simenon, attenta alle ragioni “umane troppo umane” che guidano le ascese del singolo verso la ricchezza o le massime cariche politiche; di taglio già post-foucaultiano quella di Sciascia, attenta all’analisi delle manifestazioni più occulte e metastatiche del potere. Le due prospettive convergono, suggestivamente, là dove l’uomo di potere viene rappresentato nella sua dimensione fragile di pirandelliano “uomo solo”: da Sciascia, con squisito esercizio della pietà, nell’Affaire Moro; da Simenon nel Presidente, rappresentazione grandiosa, eppure in sordina, del momento in cui l’uomo solo diventa uomo al punto e della sua capacità di ingannarsi fino al disinganno estremo.

Nota: [una versione più ampia di questo saggio è stata pubblicata, col titolo Sciascia e Simenon: i personaggi, il potere, la morte, nel volume Per un racconto dello scacco. Simenon e Sciascia venticinque anni dopo / Pour un récit de l’échec. Simenon et Sciascia vingt-cinq ans après, a cura di Danielle Bajomée e Luciano Curreri, Cuneo, Nerosubianco Edizioni, 2015, pp. 32-38]

GiuseppeTraina è professore associato di letteratura italiana all’Università di Catania

Su Leonardo Sciascia, in occasione del centenario della nascita, potete leggere su Ferraraitalia l’intervento di Sergio Reyes  [Qui]

UN ALTRO ANTROPOCENE
“Non coglierai i fiori. Solo il fiore che lasci sulla pianta è tuo.”

Le epoche geologiche non durano più come una volta. Credevamo di stare nell’Olocene (ὅλος καινός: assolutamente recente), cominciata poco più di 11 mila anni. Un’inezia in geologia.
Invece negli ultimi secoli, decenni, anni, mesi giorni, ore abbiamo fatto il disastro e ci siamo intestati l’epoca: Antropocene.

Consumiamo tutto quanto, vivente e no, e produciamo oggetti a un ritmo crescente. Già ora la Terra è artificiale. La natura è residuale. Ci sono più manufatti artificiali che esseri viventi. Pesano già di più. Solo la plastica (8 miliardi di tonnellate) pesa il doppio di tutti gli animali presi assieme. A una diversa Epoca umana, a un’altra Antropocene pensava Aldo Capitini. Qualche citazione come puro invito alla lettura.

Fin dai suoi primi scritti Capitini si pone il tema della relazione uomo-natura e il compito di migliorarla. Elementi di un’esperienza religiosa, 1937: “La concezione per cui tutto si collega, il cadere di un fiume, un’officina elettrica, un treno che corre, una catasta di legname, e la natura unita alla tecnica è tutta una sola cosa, un perenne lavoro, si integra e si eleva nella concezione che ogni affermazione è lavoro, è esprimersi, è personalizzarsi: attraverso l’affermazione, attraverso l’espressione, l’atto nobilita tutti”.

Alla base è il rispetto nonviolentoAtti della presenza aperta, 1943: “E non coglierai i fiori. Solo il fiore che lasci sulla pianta è tuo. Mostrerai che tu non sei figlio del torrente che scava, usurpa e fugge”. Così pure l’umanizzazione, storicizzazione della natura. Prime idee di orientamento,1944: “Del resto guardate quello che avviene nel modo di concepire la natura. La natura noi la umanizziamo, la tiriamo dentro la storia. Nella più autentica tradizione europea il sentimento della natura non prende una forma tumultuosa e oltreumana: la giungla, il polo, il deserto ci sembrano meno armonici”.
Lo scrupolo nonviolento si può spingere oltre. Il problema religioso attuale, 1948; “Per il carbone fossile stare nell’interno della terra o muovere una locomotiva può essere indifferente, come per la pietra che sta nel monte, in un monumento o come polvere sulle strade. Può darsi che un giorno il nostro occhio scopra altro e diventi possibile ridurre il campo delle cose, stabilendo con alcune di esse un rapporto di collaborazione meno imperioso e meno antropocentrico…”.

Non che la natura sia in sé buonaColloquio corale, 1955: “Dilagarono le inondazioni, ed io ho portato nel mio intimo i bimbi travolti”. Va trasformata dunque, resa migliore. Religione aperta, 1955: “la realtà dei fatti, dove il pesce grande mangia il pesce piccolo, dove pare che la morte chiuda l’essere, e dove il peccato chiude la persona, non merita di crescere eterna, anzi mi apro a che si trasformi. Che ceda, e renda possibile quella prima e vera e autentica realtà di tutti”.

È compito delle donne e degli uomini persuasi della nonviolenza. Rivoluzione aperta,1956: “Trasformiamo i nostri animi usando mezzi nonviolenti verso tutti; e questo amore e sacrificio ci dà la garanzia che ciò che non potremo cambiare noi con le nostre forze umane, sarà cambiato dal futuro, dall’infinito, dalla natura dalla storia, da Dio (secondo le varie fedi: qui non importa; ciò che conta è questa apertura oltre le nostre forze attuali, in nome dell’amorevolezza per tutti, della rettitudine, della purezza nei valori di cui la coscienza si alimenta). Noi vogliamo, dunque, una trasformazione totale del potere, dell’economia, della natura…”.
L’aiuto invocato, necessario e decisivo viene dalla “compresenza”. La compresenza dei morti e dei viventi, 1966: “così possiamo tracciare qualche schema per l’aggiunta di una realtà liberata, e lo schema che tracciamo è quello di una realtà in cui ogni singolo essere sia un centro autoproduttore in eterno, un’unità che crea una sua realtà adeguata, al posto di una natura unitaria ed esterna, che uccide i singoli e impedisce ai vivi di vedere i morti nel loro far parte della compresenza. Questa natura se ne andrà come una nebbia al sole, anzi facendosi notare anche meno”.

In Omnicrazia: il potere di tutti, 1968, Capitini indica come la nonviolenza possa giungere a liberare dai condizionamenti nei quali viviamo. “L’individuo si trova in gruppi di condizionamenti, che per semplificazione abbiamo ridotto a tre: lo Stato, l’Impresa, la Natura. Egli si sente individuo che lotta là dentro, per migliorare la sua condizione: per esser cittadino con certi diritti garantiti; per essere lavoratore non sfruttato dai proprietari dell’impresa; per mantenere la propria vitalità: tre sforzi continui, che durano finché riescono… Secondo una mentalità, che si è formata nel passato, più difficile si presenta il piano di investire con un’aggiunta la terza ‘istituzione’, il mondo della Natura con i suoi condizionamenti. Qui il compito di agire è affidato al lavoro dell’uomo in generale che trasforma e adegua all’umanità la Natura, e, in particolare e in modo eminente, a persone che impediscono i mali che essa potrebbe produrre nell’individuo, con il suo funzionamento”

L’aggiunta di gran lunga più difficile è dunque quella nei confronti della Natura, non poi così labile come nebbia al sole. “Quella contrapposizione assoluta tra le due posizioni, della compresenza come salvezza degl’individui e della Natura come distruzione degl’individui (che essa produce, secondo il detto leopardiano: «madre in parto ed in voler matrigna»), si attenua se viene visto nella compresenza un dinamismo, alla cui punta estrema sta la trasformazione della Natura ‘secondo la compresenza’. Ciò che si può fare attualmente è anzitutto mantenere questa apertura, e riaffermare sempre la scelta della compresenza come superiore alla Natura, il valore dell’apertura agli esseri di contro al fatto che il pesce grande mangi il pesce piccolo. La persuasione della nonviolenza si rifiuta di accettare come insuperabile l’ordine della Natura, nel quale la vita dell’uno risulti dalla morte dell’altro, e sconnette quest’ordine imprimendo un moto verso un altro ordine, e cercando senza tregua nella Natura stessa esseri individui, da vedere collegati nel nesso della compresenza, allargando questa agli esseri detti ‘subumani’, portando l’amore e il rispetto della vita il più possibile nel profondo della stessa Natura, come esempio, orientamento e speranza che lo spazio e il tempo nulla tolgano al rapporto con ogni essere, che la malattia, la morte, la separazione, siano vinte dall’unità e interdipendenza di tutti”.

Anche a chi non condivide la “persuasione” di Aldo, quindi anche a me, propongo la lettura di Finitudine di Telmo Pievani. La debbo alla segnalazione di Marianella Sclavi. C’è un punto da ricordare, assieme a molti altri. “Anche se ognuno di noi finirà, anche se la vita finirà, anche se la Terra finirà, anche se le galassie si raffredderanno, anche se l’universo in un gran botto finirà, anche se tutto cadrà in una notte perpetua, nulla potrà cancellare il fatto che, in un angolo marginale del cosmo, è esistita una specie in grado di comprendere la propria finitudine e di sentirsi libera di sfidarla”. Io sono lieto di avere conosciuto la mite, peculiare, irriducibile sfida e aggiunta di Aldo Capitini.

Questo articolo è recentemente apparso sull’edizione in rete della storica rivista del Movimento nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

SCHEI
Il Diavolo veste Prada (e paga coi soldi del Vaticano)

All’uscita della cresima, suggello di anni di catechismo, coi parenti in ghingheri e nell’atmosfera ecumenica, cerimoniosa e festante del sagrato, alla domanda su cosa questa esperienza gli aveva lasciato, mio figlio rispose: “Mi sento agnostico”. Mutuo la (involontaria?) genialità di questa sua affermazione preadolescenziale: anch’io voglio essere agnostico sul caso del cardinale Becciu, numero due della Segreteria di Stato vaticana, dimissionato da Papa Bergoglio per un utilizzo disinvolto delle finanze vaticane, tra cui cento milioni di sterline per operazioni immobiliari a Knightsbridge, il quartiere più caro di Londra (fonte Financial Times); nonchè per il mezzo milione di euro non contabilizzato finito nella disponibilità della sedicente filantropa Cecilia Marogna, titolare di una società slovena (Logsic) che finanzia operazioni umanitarie e, pare, anche l’acquisto di poltrone Frau, borse Prada e scarpe Tod’s. Intervistata dal Corriere della Sera, Cecilia Marogna si difende dapprima con orgoglio nazionalista (“ho acquistato solo prodotti italiani”), poi dice che le operazioni del Vaticano non sono contabilizzate per definizione, che lei non poteva certo emettere delle fatture, che doveva “pagare delle persone in Africa, gestire delle crisi, fare dei bonifici”. Viene in mente quella scena di “Ecce Bombo” in cui la ragazza risponde a Nanni Moretti che le chiede cosa fa nella vita: “Mah, te l’ho detto: giro, vedo gente, conosco, faccio cose”.

Questo “scandalo” sta riempiendo le pagine dei giornali anche per la pozza pruriginosa nella quale sempre si tuffa la stampa quando di mezzo c’è una donna, immancabilmente soprannominata “Dama Bianca”. In realtà, la guerra di papa Bergoglio contro la corruzione e il riciclaggio di denaro nella Chiesa ha conosciuto atti ben più pesanti: fra tutti, ricordiamo l’azzeramento dei vertici dello IOR, che nonostante l’acronimo (Istituto Opere Religiose) è passata alla storia come la banca lavatrice delle più luride masse di denaro mai transitate dal sistema finanziario ufficiale, altro che opere religiose. Quando la parte conservatrice della Chiesa ed i suoi Socci di corte tuonano contro la sua presunta eresia, l’ignoranza dottrinale, uno schiaffetto dato in diretta tv ad una fedele troppo invadente (scandaloso atto di violenza in una Chiesa squassata dagli abusi sessuali ai danni di minori); quando addirittura lo accusano di essere “comunista” e di voler aprire le frontiere agli infedeli straccioni o fanatici, quando lo accusano di considerare un valore il “meticciato”, cosa che in effetti afferma nella sua recentissima enciclica “Fratelli tutti”, più che un novello manifesto comunista una declinazione ramificata dei concetti ritrovabili in sintesi nel testo di “Imagine” di John Lennon (con la significativa eccezione della “imagine no religion too” che sarebbe stato eccessivo aspettarsi dal Papa); quando lo accusano di tutte queste nefandezze, dovete tradurre. Quando i nemici ti attaccano sui princìpi, sull’ortodossia, sulla morale, sui dogmi, devi tradurre simultaneamente: ti stanno attaccando sui soldi, sui vizi, sul potere. I loro soldi, i loro vizi, il loro potere, che vedono messi in pericolo.

Papa Bergoglio ci sta provando, con inevitabili errori (soprattutto di politica interna) ma con una premura ed una fretta inversamente proporzionali al tempo che gli resta da vivere: più si avvicina la sua fine (spero naturale), più fretta ci mette nel cercare di restituire un minimo di dignità ad una istituzione che perde progressivamente presa proprio perchè ha fatto strame della sua etica, della coerenza tra i princìpi e le azioni, della propria autorità morale. Pochissimi sono i leader che, una volta assurti ai vertici di uno Stato o di una organizzazione, manifestano quell’indipendenza rispetto alle cambiali da onorare, ai debiti da pagare, alle mani da baciare (quelle mani che li hanno sostenuti e appoggiati nella rincorsa alla vetta) necessaria per tagliare le corruttele, interrompere i ladrocinii, punire i violentatori. Tra quelli che hanno intrapreso questa gigantesca iniziativa dal secondo dopoguerra, a me veniva in mente Gorbaciov.  Adesso mi viene in mente anche Papa Francesco, e quindi, come lui spesso chiede, prego – agnosticamente – per lui.

in copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

PRESTO DI MATTINA
Il segreto del tempo

Il segreto del tempo l’ho imparato in montagna, soprattutto al Passo della Passo della Mendola dove ci recavamo quand’ero in seminario. Ogni giovedì c’era l’appuntamento con la gita lunga; si dormiva anche in rifugio. Civetta, Catinaccio, Brenta, il Sentiero Orsi e la Ferrata Tridentina e le sue sorelle sul Sella, la Grande Fermeda nel gruppo delle Odle. Ma un’analoga esperienza l’ho sperimentata anche con i campi estivi della parrocchia; percorsi meno impegnativi, ma pur sempre su sentieri impervi, ripidissimi, a Dobbiaco e nella zona del Ortles.

Salire per incontri, mi dicevo ogni volta alla partenza. Si va a scuola dalle montagne a imparare il segreto del tempo. Un momento ti libera, e poco dopo ti imprigiona, ti rallegra e ti impaura, t’avvicina e t’allontana; sei legato e sciolto, sotto sopra, come in una lotta. Come Giacobbe ferito, rimani nello scontro e impari così la pazienza, il segreto del tempo: una ferita d’anca, ma più ancora il dono di una presenza, uno scambio: nel volto dell’altro il tuo, dalla sua libertà la tua.

Salire per incontri che non si dànno mai che per un istante lunghissimo. Che fanno la coscienza profonda di una profondità finissima, sigillo messo sul cuore, sigillo di un abbraccio (Ct 8, 6).

Salire per incontri, e subito non sai che entrando in ogni passo crei la distanza, misura del tempo con l’altro. Come attraversando il Polo, l’ago nella bussola si volge indietro e tu invece di seguirlo ti allontani. Eppure, salendo più in alto, il vento tra le rocce ti sussurra piano: è il tempo del disgelo degli affetti, del dono di un incontro che trasforma. E una volta giunto, è il tempo di sottomettergli il cuore, perché il tempo, non diversamente dall’amore, dischiude in modo promettente le potenzialità della libertà. «Dammi il tuo cuore e i tuoi occhi prendano piacere nelle mie vie» (Pr 23,26); si dice ancora nel Cantico: «Un ricordo è l’inverno e, caduti i piovaschi, torna la terra coi fiori a sorridere. Alzati, amica mia, mia bella, e vieni. O mia colomba, che stai nelle fenditure delle rocce, nei nascondigli dei dirupi, fammi vedere il tuo viso, fammi udire la tua voce, perché la tua voce è piacevole, e il tuo viso è leggiadro» (2, 11; 14).

Ecco: il segreto del tempo va riconosciuto come il ‘poter essere dello scambio’, come poter essere ‘della relazione e della stessa libertà’. Lo coglie con icastica efficacia il monaco Ghislain Lafont secondo cui «Il tempo fa emergere la simbolica dello scambio e quella dell’altro». In ogni tempo infatti ci è data la possibilità di far nascere e avviare relazioni in cui la libertà si rischia nell’incontro, come dono di sé, come amore appunto. È il darsi del tempo ‘qualificato’, ‘di qualità’, che riscatta il ‘tempo qualunque’. Kronos è salvato dalle acque dell’oblio, dell’inutile e dell’evanescente, da Kairos, il tempo opportuno, propizio per un evento: «sorpresa dopo tanto di un amore»; incontro che trasforma; passaggio di soglia, dimora provvisoria, ma necessaria per realizzare passi di comunione.

Questa economia del tempo, dell’avanzare e del ritrarsi, segnata dalla discontinuità e dalla ripresa, ci rassicura che anche nei momenti di rottura, nelle fasi di perdita, che rendono la vita stanca, insignificante e vuota si nasconde novità, l’apparire di qualcosa simile ad un nuovo inizio, una «rottura instauratrice» ‒ direbbe Michel de Certeau ‒ che mette di nuovo tutto in movimento.

E come non pensare, parlando di “rotture instauratrici”, al Concilio Vaticano II: una “discontinuità nella continuità” per l’officina bolognese della Storia del concilio in cinque volumi; per Benedetto XVI una continuità nella riforma. Che Papa Francesco ha voluto riprendere con l’Evangelii gaudium, esortando le comunità cristiane ad essere chiese in uscita, con stile sinodale per una riforma missionaria. Egli ci invita a «prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare e festeggiare….Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia» (n. 27).

Per realizzare questa conversione Francesco indica quattro principi generativi di prassi pastorali, in contesti di tensioni bipolari proprie di ogni realtà ecclesiale e sociale (EG 221). Tra di essi, vi è l’affermazione, sulle prime oscura ma in realtà pregna di implicazioni, secondo cui il tempo è superiore allo spazio. «Vi è una tensione bipolare tra la pienezza e il limite. La pienezza provoca la volontà di possedere tutto e il limite è la parete che ci si pone davanti. Il ‘tempo’, considerato in senso ampio, fa riferimento alla pienezza come espressione dell’orizzonte che ci si apre dinanzi e il momento è espressione del limite che si vive in uno spazio circoscritto. … Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo».

Se anche nella Chiesa si privilegiano gli spazi di potere, invece che la pazienza dei tempi necessari al divenire dei processi, si cade nella corsa all’autoaffermazione, si dimentica il bene comune in favore di quello individuale. Quando è lo spazio a prevalere sul tempo, si finisce per arraffare il più possibile, rincorrendo l’attimo fuggente per escludere ogni concorrenza. In questo modo, tutto si congela, dalle riforme ai processi di trasformazione, scadendo nel tradizionalismo del ‘si è sempre fatto così’, che mortifica sul nascere ogni spinta innovatrice. Così ci si ripiega sull’assistenzialismo che genera dipendenza spirituale, liturgica, sacramentale, invece di attivare processi di lungo periodo, di favorire una conversione dello sguardo: dalle strutture alle relazioni e ai volti delle persone e alle loro storie. «Dare priorità al tempo – dice Francesco ‒ significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci».

C’è un passaggio nel documento della Congregazione del Clero uscito un mese fa sulla “conversione pastorale della comunità parrocchiale”, che si riferisce a un territorio esistenziale in cui devono ripensarsi e ricollocarsi le parrocchie, anche quelle riunite in “unità pastorale”. Ciò mi ha richiamato alla mente il pensiero di Padre Yves Congar, uno dei padri dell’ecclesiologia conciliare, il quale parlava, oltre che del vangelo della gioia, di una “Chiesa della soglia“, dai confini più fluidi, abitata anche da persone con una fede in ricerca di speranza.

Un’immagine, quella di una Chiesa in uscita e in ascolto, che ben ritrovo in due haiku giapponesi, che suscitarono il benevolo sorriso dei miei confratelli quando glieli riportai durante un incontro: «La campana del tempio tace,/ ma il suono continua/ad uscire dai fiori». Matsuo Basho (1644 – 1694); «Spuntano i germogli/ al tronco di un grande albero/ Poggio l’orecchio». Ozaki Hosai (1885-1926). Con queste immagini, allora come adesso, vorrei sottolineare l’importanza di ripartire dalle relazioni, sia a breve come ad ampio raggio, e la necessità dello stare insieme, di perdere tempo con le persone, creando narrazioni vitali e reti di comunicazione sensibili ad un territorio divenuto prevalentemente esistenziale.

«Nelle trasformazioni in atto ‒ così l’istruzione della Congregazione ‒ nonostante il generoso impegno, la parrocchia talora non riesce a corrispondere adeguatamente alle tante aspettative dei fedeli, specialmente considerando le molteplici tipologie di comunità. È vero che una caratteristica della parrocchia è il suo radicarsi là dove ognuno vive quotidianamente. Però, specialmente oggi, il territorio non è più solo uno spazio geografico delimitato, ma il contesto dove ognuno esprime la propria vita fatta di relazioni, di servizio reciproco e di tradizioni antiche. È in questo “territorio esistenziale” che si gioca tutta la sfida della Chiesa in mezzo alla comunità. Sembra superata quindi una pastorale che mantiene il campo d’azione esclusivamente all’interno dei limiti territoriali della parrocchia, [pastorale] che appare segnata dalla nostalgia del passato, più che ispirata dall’audacia per il futuro».

SCHEI
Splendori e miserie sabaude del gioco del calcio

La battuta più fulminante l’ha scritta Gene Gnocchi sulla Gazzetta dello Sport: “Dopo poche ore dall’investitura alla Juventus, Pirlo è stato chiamato da Cristiano Ronaldo: <Sono molto contento di averti come secondo>”. Ronaldo, Chiellini, Buffon e Bonucci hanno detto la loro, e alla fine è arrivato l’esonero per Maurizio Sarri, toscano ruvido, tabagista incallito, lingua tagliente, propugnatore del gioco flipper ammirato a Napoli, un retroterra sideralmente distante dal padronato sabaudo. Sembra chiaro tuttavia che l’opinione più influente sia stata quella del portoghese. Per dire a Ronaldo, il Semidio, che deve giocare a due tocchi, devi essere stato un Semidio del calcio, o almeno un ottimo pedatore. Ancelotti e Zidane si portavano dietro una storia di grandi calciatori, e venivano di conseguenza degnati della sua divina attenzione. Mourinho era uno che il pallone lo sapeva a malapena toccare. Sarri, non ne parliamo. Infatti questi due non se li è mai cacati, il semidio. Sacchi sostiene che Agnelli avrebbe dovuto insistere su Sarri, come fece Berlusconi con lui. La squadra a metà del primo anno non lo tollerava, Berlusca disse ai giocatori “fino alla fine dell’anno lui resta, voi non so”. In effetti in quel Milan c’era gente come Gullit, Van Basten, Rijkard, Baresi. Fortissimi, ma non erano ancora pieni di trofei. Cristiano Ronaldo quando è arrivato era già, da solo, un brand più forte della Juve, nel mondo. Non è la stessa situazione. Se qualcuno avesse il coraggio di dirgli: “Sarri resta anche l’anno prossimo, se non ti garba quella è la porta”, dopo quello che è stato pagato e quello che costerebbe la sua partenza, in Exor (la holding che possiede la Juve) con l’effigie di Andrea Agnelli ci giocherebbero a freccette.

Il vero azzardo non è Pirlo allenatore, (quasi) senza patentino e senza esperienza. Quella è una conseguenza del rischio assunto, due anni fa, spaccando verticalmente la dirigenza: infatti Marotta, che osteggiava l’operazione, se n’è andato all’Inter. Il vero azzardo è stato prendere la macchina da gol e schei marchiata CR7. Solo lui costa come ingaggiare tutta la Juventus, e il ROE dell’investimento non procede come sperato. Se continui a vincere solo scudetti (che per la Juventus sono un pane talmente quotidiano da essere festeggiati con sufficienza, e un sabaudo calcio nel sedere al mister) il volano di ritorno di uno che è stato preso apposta per vincere in Europa non ripaga le risorse impiegate. Nè in termini economici (sponsor, merchandising), nè in termini sportivi (fuori agli ottavi). Il bello è che allo smisurato Ronaldo fai fatica a rimproverargli qualcosa. Lavora come un maniaco, segna a ripetizione, batte record (personali). Ed ha un potere contrattuale superiore a quello della sua società. Dite che non è il solo?  A parte Messi, è il solo. La sensazione di queste settimane è che Ronaldo sia un investimento molto, molto ingombrante. Tira tutte le punizioni, batte tutti i rigori, ribalta le partite. Risolve problemi (a carissimo prezzo). Eppure c’è un problema che non è riuscito a risolvere: far vincere la Coppa dei Campioni alla Vecchia Signora, nel frattempo invecchiata ulteriormente, satolla di scudi ma a digiuno di Coppe Europee – 1996 è l’anno dell’ultimo, ormai lontanissimo, trionfo. Ronaldo dentro il Real Madrid (e Messi dentro il Barcellona, basta vedere il suo rendimento nella nazionale argentina) è una cosa, Ronaldo in una squadra diversamente attrezzata è un’altra cosa. Temo che l’ossessione per la Coppa abbia fatto fare un passo troppo lungo per la austera gamba sabauda: potente, non onnipotente. Il bilancio soffre, le perdite dovranno essere ripianate e non credo che John Elkann ci metta del capitale senza che la società Juventus ci metta del suo. Alias, se Ronaldo deve restare e dettare legge, e se lo stipendio di Sarri resta a libro paga finchè non avrà un’altro team da allenare, la Vecchia Signora deve risparmiare e incassare.

Pirlo allenatore è quindi anzitutto una scelta al risparmio. Parlare di risparmio quando un coach alla prima esperienza becca 1,8 milioni l’anno suona offensivo, lo so. Tuttavia lo è, paragonandolo a quanto sarebbe costato l’ennesimo santone della panchina. Inoltre, meglio Pirlo che conosce l’ambiente ed è organico alla galassia Agnelli (le rispettive nuove compagne degli Andrea sono molto amiche, una di quelle amicizie con solide fondamenta patrimoniali che fanno la fortuna dei negozi del centro) piuttosto che un promettente outsider pescato da fuori. Detto questo, il sospetto che ad allenare la squadra sarà un pericoloso microteam di allenatori – giocatori è legittimo, nonostante l’enorme ammirazione che ho per il Pirlo giocatore e per la sua silenziosa leadership.

Sull’incassare: temo la cessione dei giocatori più in carriera e, tra questi, in particolare di Paulo Dybala, il vero tesoro della società, il giocatore sul quale la Juventus potrebbe capitalizzare la plusvalenza maggiore, oltre a liberarsi di un ingaggio di cui la piccola star reclama un incremento. In sintesi: vendere e risparmiare per tenersi Ronaldo assomiglia a cedere tutta l’argenteria per poter continuare a esporre in vetrina il diamante più pregiato, l’unico rimasto, quello acquistato per vincere finalmente il premio della miglior vetrina del pianeta. Con dentro un solo gioiello.

Sono juventino da quando avevo sei anni. Rintuzzo le ironie che vedo piovermi addosso aggiungendo che tutte queste malattie, se le si prende in maniera sana, si prendono da bambini; inoltre, ormai in termini di proprietà societaria il più pulito c’ha la rogna. Detta in altre parole, ho la sensazione che le società di calcio siano (anche) diventate contenitori buoni per ripulire e allocare flussi di provenienza opaca. Sotto questo profilo, essere per la Juve non è nè meglio nè peggio che essere per il Milan, l’Inter, il Toro o il City. Anzi, in alcuni casi almeno si sa ancora chi è il padrone. Però questo cul de sac ferragostano Andrea Agnelli, per altri versi artefice di scelte illuminate, se lo è andato a cercare. Lo considero una vendetta del destino per le sue grevi affermazioni sul “diritto” della “piccola” Atalanta di accedere alle finali di Champions League. Agnelli non dovrebbe mai scordare il nucleo pulsante del suo business, che è pur sempre la passione per il calcio, la quale prevede l’imponderabile, la vittoria di Davide contro Golia, come elemento essenziale del suo fascino. L’imponderabile, non la ricchezza. Infatti per l’Atalanta alle prese con la lussuosa vetrina degli sceicchi parigini abbiamo tifato tutti, ma proprio tutti, fino alla fine.

La visione collaterale

Del diritto e della legge ci si riempie la bocca, ma non la pancia. Dell’essere buon cittadino, fedele servitore, contribuente preciso e votante diligente, altrettanto. La rivoluzione neolitica non portò solo la domesticazione dei cereali, ma la sopraffazione dell’Uomo sull’Uomo, stratificata nei millenni con un unico scopo: il mantenimento dell’ordine costituito. A qualsiasi latitudine. A qualsiasi costo. La volontà di controllo del potere costituito, ha espresso nei secoli una moltitudine di opzione legate all’unico scopo di perpetuazione dello scopo, scoprendo che la migliore è una sola: far credere le masse libere di decidere. Il resto è pura storia non dell’ideologia, ma dell’idiozia.

“Essere governato significa essere guardato a vista, ispezionato, spiato, diretto, legiferato, regolamentato, recintato, indottrinato, catechizzato, controllato, stimato, valutato, censurato, comandato, da parte di esseri che non hanno né il titolo, né la scienza, né la virtù. Essere governato vuol dire essere, ad ogni azione, ad ogni transazione, ad ogni movimento, annotato, registrato, censito, tariffato, timbrato, squadrato, postillato, ammonito, quotato, collettato, patentato, licenziato, autorizzato, impedito, riformato, raddrizzato, corretto. Vuol dire essere tassato, addestrato, taglieggiato, sfruttato, monopolizzato, concusso, spremuto, mistificato, derubato, e, alla minima resistenza, alla prima parola di lamento, represso, emendato, vilipeso, vessato, braccato, tartassato, accoppato, disarmato, ammanettato, imprigionato, fucilato, mitragliato, giudicato, condannato, deportato, sacrificato, venduto, tradito, e per giunta schernito, dileggiato, ingiuriato, disonorato, tutto con il pretesto della pubblica utilità e in nome dell’interesse generale.”
Pierre-Joseph Proudhon

Il consenso senza buonsenso

Che cos’è il buonsenso? Giudicare secondo rettitudine, suggerisce l’opinione corrente. Rettitudine quindi, poi logica, giustizia, moderazione, cautela, e ricerca della verità sono i tanti ingredienti del buonsenso. E tutti noi dovremmo impegnarci a farli nostri e lasciare che il buonsenso guidi le nostre scelte e le nostre azioni, di qualunque cosa si tratti.
Eppure ci sono periodi della storia umana in cui il buonsenso è stato spesso e volentieri messo da parte per appoggiare e promuovere posizioni estreme, grossolane, disumane. La galleria degli orrori è vasta e desolante, e tutti più o meno possono dire d’aver conosciuto, osservando il passato, le tragiche conseguenze dell’enorme consenso dato a personaggi folli e immorali. Individui assetati di potere, arrivati al potere grazie al consenso di milioni d’altri individui che hanno sposato ideologie senza preventivamente filtrarle col giusto buonsenso.
Ma dopotutto non c’è da stupirsi, perché la convenienza spicciola e partigiana spesso prevale sul buonsenso. La convenienza del momento e l’effimero vantaggio che ne deriva vincono e convincono quasi sempre la maggior parte della gente. E la gente non impara mai che le promesse ricevute vanno giudicate con prudente lungimiranza, non con infantile entusiasmo.
Non abbandoniamo mai il buonsenso di guardare oltre il nostro naso e, soprattutto, non svendiamo il nostro consenso per due soldi!

“È difficile far capire qualcosa ad un uomo se il suo stipendio dipende proprio da questo suo non riuscire a capire.”
Upton Beall Sinclair

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

L’ignoranza non ha più scuse

Il dilemma tra l’essere ignorante e l’essere colto è questione vecchia come il mondo se persino gli egizi ne discutevano. Il fatto è che dai tempi che furono a pochi decenni fa l’ignoranza della gente semplice era un fatto, come dire, fisiologico. La gente, il popolo, non poteva accedere alla conoscenza semplicemente perché la conoscenza era appannaggio di pochi privilegiati. La cultura, lo studio dei fenomeni naturali, delle arti, delle scienze e della filosofia, era pratica consentita solo agli abbienti e ai potenti. E se studiare era roba da ricchi, lo è stata fino all’altro ieri. Almeno finché l’inesorabile avanzare del progresso sociale e della tecnologia non ha consentito a tutti di potervi accedere.
È ormai assodato come la cultura permetta all’uomo di comprendere meglio i meccanismi complessi che muovono il mondo attorno a lui. E certamente un popolo più colto e consapevole sarà senz’altro meno controllabile e manipolabile da chi detiene il potere. Per questo la cultura dovrebbe considerarsi, oltre che un traguardo individuale, una conquista sociale volta all’emancipazione.
È infatti la conoscenza l’unica vera arma dell’individuo, ciò che lo rende intimamente libero e sufficientemente preparato a difendersi dagli eventuali trabocchetti del potere.
Ma allora perché, in un’epoca come quella attuale, in cui la conoscenza è diventata accessibile a tutti, c’è ancora chi si ostina a snobbarla, a vantarsi persino della propria incultura?
Oggi non si tratta più di impossibilità ma di rinuncia consapevole. E chi rinuncia scientemente alla conoscenza e alla cultura non può più essere considerato soltanto un semplice ignorante ma un vero e proprio imbecille!

“La vera saggezza è meno supponente della stupidità. L’uomo saggio dubita spesso, e cambia la sua opinione; lo stupido è ostinato, e non ha dubbi; egli conosce tutte le cose ma non la sua stessa ignoranza.”
Akhenaton

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L’infamia del potere

Cosa accomuna questi leader mondiali tra loro? Domanda sciocca si potrebbe dire! L’ovvia risposta potrà senz’altro essere: il potere.
Certo, è naturale che sia così… ma non basta! Perché occorre ribadire con forza che chi ambisce al potere non lo fa per altruismo, ma sempre per ambizione personale. Poi la si può rigirare come si vuole, ma l’ambizione può portare al successo solo se si antepone senza scrupoli se stessi agli altri. Egoismo, egocentrismo, scaltrezza, tanto cinismo, una buona dose di falsità ed il gioco è fatto!
Gli ingredienti ci sono tutti, ma se ci aggiungi anche la spietatezza puoi addirittura ambire a giocare alla guerra e persino far credere ai tuoi contemporanei d’esser nel giusto… Ma non sai che la memoria dei posteri ha già prenotato per te un posto d’onore tra gli infami della storia!

“Il drago, la bestia, l’essere infame è prima di tutto l’avidità, la sete di denaro e di potere.”
Annalena Tonelli

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Fabbri a un passo dall’investitura, il fanatismo e l’intolleranza della Lega fanno paura

La notte si fa buia. Le elezioni sono andate come si temeva e diversamente da come invece auspicava chi a cuore ha l’interesse collettivo e la concezione di una comunità solidale, aperta al confronto, accogliente, non rinserrata in se stessa. A Ferrara, Alan Fabbri si è fermato a un passo dallo storico successo, ha raccolto circa 36mila voti e gliene sarebbero bastati altri 1.500 per diventare sindaco al primo turno. E’ velleitario pensare che in 15 giorni la situazione possa essere ribaltata. Per Ferrara dunque si profila un’inedita stagione politica in cui le tradizionali forze di governo (che tali sono nelle istituzioni di diretta emanazione municipale e in quelle in qualche modo condizionate o comunque riflesso del potere) dovranno farsi da parte per lasciare spazio a una nuova classe dirigente, che preanuncia una decisa svolta. Ciò che accade, in sé è effetto di una sana dinamica democratica che si basa sull’alternanza, garantisce il ricambio dei gruppi dirigenti e delle lobby che ruotano attorno al Palazzo, evita l’incrostarsi di insane abitudini e il sedimentarsi di improprie rendite di posizione. Ma nutriamo molte riserve sulle competenze dei nuovi governanti e sugli indirizzi politico-amministrativi che intendono perseguire. E più ancora spaventano le parole d’ordine della Lega, spesso pronunciate con virulenza e in forma di invettiva, le ostentate e ripetute esibizione muscolari, il fanatismo, l’intolleranza, la mancanza di rispetto per chi la pensa in modo diverso. Però, a voler vedere la situazione anche sotto una differente prospettiva, in una comunità di medie dimensioni come Ferrara, è plausibile (e auspicabile) che, aldilà degli eccessi propagandistici, nei fatti si possa giungere ad accettabili livelli di convivenza. E lo choc – in tal senso – potrebbe risultare salutare per chi, in parte, ora mostra di avere esaurito ‘la spinta propulsiva’ e smarrito l’ingegno che dovrebbe esser proprio del grande timoniere. Ma ciò avverrà solo se i vincitori mostreranno ragionevolezza e gli sconfitti sapranno seriamente riflettere sugli errori e sulle cause della disfatta, cominciando da subito a definire un percorso di ripartenza nutrito di grandi idee, coraggiosi e innovativi progetti, senza sprecare energie in sterili polemiche, in futili rivendicazioni o in stucchevoli faide interne.

Diverso è il ragionamento se si considera la prospettiva sul fronte del voto europeo e dei conseguenti risvolti nazionali. Sono in molti a ritenere che il governo si trascinerà fino all’autunno, quando – acclarata l’impossibilità di varare una finanziaria che non implichi lacrime e sangue – Lega e Cinquestelle scioglieranno l’unione e si sfideranno per la resa finale dei conti.
Al riguardo, personalmente, penso invece che – forte dell’esito di questo tornata – Salvini forzerà presto la mano, cercando il ‘casus belli’ per tornare presto alle urne, sfruttando un vento che si è rivelato ancora più favorevole del previsto, per anticipare la prevedibile tempesta di sabbia del caldo autunno politico. Il leader del Carroccio potrebbe, fin d’ora, puntare su un’alleanza con Fratelli d’Italia, senza Berlusconi e quel che resta di Forza Italia, confidando sul meccanismo elettorale confezionato da Renzi, che garantisce con il 40% dei consensi il controllo della maggioranza del Parlamento. Se l’operazione riuscisse, un’estrema destra di governo incardinata nell’asse Lega – Fratelli d’Italia (partito che accoglie molti reduci o epigoni dell’ex Msi) svolgerebbe i compiti istituzionali, con l’ausilio dei facinorosi di Casa Pound e Forza Nuova, un passo a lato, formalmente fuori dal perimetro dell’intesa parlamentare, ma pronti ad attivarsi nelle piazze e sul terreno della movimentazione sociale. Una prospettiva inquietante, sotto un cielo dominato dalla luna nera.

La politica del caos

Adesso andate con la memoria al passato, soprattutto a quello della Prima Repubblica.
Pensate ai vari Andreotti, La Malfa, Fanfani, De Mita, Spadolini, Natta, Iotti, Intini, Amato…
Pensate a quelle interminabili tribune politiche sulla Rai, grigie, pallose e incomprensibili. Vecchi tempi: c’era la Dc eternamente al governo, i suoi alleati, il Pci eternamente all’opposizione, i sindacati incazzati come pantere nelle assemblee di fabbrica, gli scioperi, la lira, l’inflazione, la scala mobile, il compromesso storico, il politichese…

Poi, fuori dai nostri confini, c’era l’America e l’Unione Sovietica, punto. L’Europa era solo una comparsa importante, divisa dal famoso ‘muro’: da una parte le democrazie occidentali e dall’altra i regimi filosovietici, da una parte i capitalisti e dall’altra i comunisti. Il resto del mondo era ancora terreno di conquista degli uni e degli altri, anche dopo tanti decenni dalla fine del colonialismo. Pensate, in fondo, a com’era tutto prevedibile, preordinato, addomesticato dal deterrente di una possibile guerra nucleare tra le due superpotenze d’allora. L’incubo della guerra atomica, un suicidio globale che nessuno sano di mente ha mai voluto, ha di fatto inibito la naturale entropia politica del mondo intero per cinquant’anni.
Pensate ai vecchi film di 007, il super agente segreto britannico eternamente in competizione con l’inseparabile – sempre nemico e a volte alleato – agente sovietico, oppure alle prese col bieco miliardario di turno, tanto folle e megalomane quanto improbabile e grottesco. Film dalle trame semplici e lineari con finale scontato. Confrontateli coi film di spionaggio attuali: verosimili, caotici e ingarbugliati come teoremi di fisica quantistica.
Ebbene, oggi la realtà ha superato la fantasia!

Ormai lo stiamo avvertendo in tanti: la politica ha cominciato a rivelare il suo fascino perverso soprattutto da quando s’è fatta caotica. Da quando cioè sono saltati i vecchi schemi strategici, tutti quegli assetti geopolitici e quelle stesse ideologie che in qualche modo l’avevano resa prevedibile (e forse pure noiosa) per troppi anni.
L’ho appena ricordato: il mondo diviso in due blocchi, comunismo contro capitalismo, e tutti gli altri, che stavano fuori da questi due sistemi, costretti a ubbidire all’uno o all’altro.
Ora, dopo l’implosione e il disfacimento di uno dei due blocchi, l’illusione di quello vincente (?) che tutto il mondo ne seguisse l’esempio s’è dovuta scontrare con una inaspettata e sconcertante realtà che, come accennerò tra breve, semplicemente segue un’unica regola: quella del caos.
La verità è che siamo fatalmente e masochisticamente attratti dalle complicazioni… e cosa c’è di più complicato e masochistico di una politica caotica come quella odierna?
La gente è scontenta, esasperata da una crisi epocale di cui non vede una fine semplicemente perché non si tratta di una crisi ciclica ma sistemica, strutturale. Una crisi cioè che non avrà soluzione se non cambierà tutto il sistema
Ma voi ce le vedete le lobby economico-finanziarie mondiali che accettano di farsi da parte per salvare il salvabile? Per dare maggiore equità al mondo? Per rendere giustizia a tutti coloro che stanno pagando gli effetti delle disparità e delle disuguaglianze generate dal neoliberismo dilagante? A breve aspettiamoci delle sorprese gente… e non piacevoli!
Il modello neoliberista che dagli anni novanta in poi ha goduto di una diffusione senza precedenti sta scricchiolando, sta mostrando al mondo le sue prime crepe.
E ora, l’intera classe politica che ne ha fatto l’unico modello di riferimento – tutta la classe politica – dalla destra, da sempre allineata ai poteri forti e alle élite finanziarie, alla (fu) sinistra, che ha deciso di rinnovarsi sposando senza riserve (dovranno prima o poi spiegarci il perché) la stessa dottrina neoliberista, sta scontando questa scelta attraverso un calo di credibilità epocale. La gente non crede più nelle promesse, nelle dichiarazioni d’intenti, nei proclami. La gente è stanca della formula politica basata sulla rappresentanza, semplicemente perché la classe politica non rappresenta più la gente ma il potere economico.
Ma attenzione, l’attuale spettacolo della politica è desolante solo in apparenza. Soprattutto per chi fa informazione, questo spettacolo non è mai stato così attraente e stimolante.

Preambolo: cominciamo col dire che la politica, come ogni altra disciplina complessa, è composta di due aspetti, uno teorico (in cui, più o meno, siamo tutti bravi, quasi dei geni), e uno pratico (e qui la musica cambia). Nel secondo non basta fare due più due, perché nella realtà della politica due più due non fa mai quattro. C’è sempre una variabile di troppo, un segno invisibile, un’incognita imprevista che scombina i piani, stravolgendo un risultato che sovente (e a torto) si dà per scontato.
È un po’ come nelle teorie del caos. Una di esse, dell’illustre chimico premio Nobel Ilya Prigogine, sostiene, per esempio, che la realtà non segue strettamente il modello dell’orologio, prevedibile e determinato, ma ha aspetti caotici entro i quali instabilità e imprevedibilità sono la norma…
Pertanto, tutti gli elementi che abbiamo considerato, ordinato e che crediamo di avere sotto controllo, sperando di mantenerli in un equilibrio costante nel tempo, sono al contrario esposti a forze che vanno al di là della nostra capacità di comprensione. Questi elementi, spinti da simili energie, finiranno col tempo per attrarsi o respingersi fino a sovvertire l’ordine che avevamo con tanta fatica raggiunto (oppure soltanto auspicato), per sostituirlo con un altro non previsto, poi un altro, e un altro ancora. Ininterrottamente e in eterno.
Il fatto è che il caos trae origine da un fenomeno da cui nessuno di noi può prescindere, qualcosa che è un tutt’uno col concetto stesso di esistenza: il movimento.
Ma proviamo a capirne di più facendo qualche esempio pratico: cosa c’è di più dinamico, movimentato, ribollente, instabile, tellurico, di questo nostro tanto auspicato mondo globalizzato? Reso ancor più traballante da un neoliberismo ormai fuori controllo, responsabile di disequilibri e tensioni destinati solo ad aumentare?
Quando si elimina il controllo di un sistema, il disordine prende fisiologicamente il sopravvento: le forze che agiscono nello spazio si moltiplicano entrando prima in contatto e poi in conflitto. Le forze sono per definizione dinamiche e, una volta liberate, si attraggono e si respingono in un moto perpetuo dai meccanismi imprevedibili. In altre parole, il caos.

Questa è la situazione che l’attuale classe politica di tutto il mondo è chiamata a gestire e a risolvere. E il paradosso è che questa situazione è l’esatto risultato delle scelte fatte dalla classe politica tutta, indistintamente.
In un tale quadro non proprio esaltante, l’informazione è chiamata a svolgere un superlavoro! Ogni giorno vengono divulgate notizie vere e false, o notizie vere che racchiudono falsità e notizie false che sottintendono verità. Un fiume di notizie, di informazioni e disinformazioni, che sfruttano tutti i canali possibili: radio, televisione, internet. Si tratta di una vera e propria proliferazione monstre di dati nel quale è sempre più arduo distinguere il vero dal falso. Il caos porta anche a questo.
Tutto ciò per quanto riguarda la visione d’insieme del problema.

Poniamo adesso il discorso a una dimensione più vicina al nostro quotidiano. Anche se può apparire banale, consideriamo che la politica si rivela risolutiva soprattutto quando la si attiva per raggiungere risultati parziali, cioè per risolvere problemi limitati nello spazio e nel tempo. Sistemare le seccature di un condominio è probabilmente meno arduo che risolvere i problemi di un intero quartiere con la pretesa di rendere felici tutti i suoi abitanti.
Perciò, più l’azione politica è limitata nello spazio e nel tempo, meno saranno le variabili e le incognite in grado di mandare all’aria il buon esito di detta azione. Al contrario, più i problemi sono complessi e allargati nello spazio, più servirà tempo per affrontarli e risolverli, e sappiamo che il tempo, prima o poi, porta imprevisti.
Spesso non è neppure lontanamente sufficiente la durata di una legislatura (cinque anni, se si fa riferimento all’ordinamento italiano). Ed è per questo che quasi sempre la fine di una legislatura coincide col malcontento della gente che l’ha vissuta e subita. Se ci aggiungiamo che in Italia, per la cronica debolezza dei nostri equilibri politici, le legislature non arrivano quasi mai alla fine naturale del loro mandato, la probabilità che un governo mantenga tutte le promesse fatte in campagna elettorale si rivela un’autentica chimera (oggi ancor più che in passato).
E questo non tanto e non solo in ragione di una sua conclamata inefficienza (sarebbe bene che ognuno di noi lo capisse quando viene il momento di tirare le somme), ma soprattutto a causa degli intralci generati proprio da chi è governato, cioè dalla gente. Quella stessa gente che poi sarà chiamata a giudicare i risultati ottenuti o i risultati disattesi e i fallimenti. Gente costituita da un insieme eterogeneo di persone con interessi contrapposti, persone spesso non in grado di comprendere fino in fondo quanto e in che modo le proprie scelte e le proprie azioni individuali possano influire nel bilancio della collettività d’appartenenza.
Un governo non solo ha il compito e il potere di eseguire le decisioni politiche di uno stato, non è solo l’espressione della maggioranza di un popolo, ma diventa anche, suo malgrado, la principale speranza del cittadino nella ricerca di una soluzione ai suoi problemi individuali che non sempre coincidono coi problemi del paese nel suo insieme. È per questa ragione che i governi sono fatalmente soggetti a essere il capro espiatorio preferito dai cittadini quando le cose vanno male.

È così: La politica deve fare i conti con forze centripete (gli interessi individuali dei cittadini) e forze centrifughe (gli interessi strategici degli enti sovranazionali). Forze tra loro antitetiche che di fatto intralciano o addirittura compromettono l’azione politica di uno stato, generando risultati destinati a scontentare tutti con effetti collaterali imprevedibili.
La schizofrenia dell’attuale politica la porta a voler sedurre gli individui e al contempo a farsi sedurre dagli enti sovranazionali. Un atteggiamento contraddittorio che ha provocato una spaccatura coi cittadini sempre più profonda e destinata a peggiorare.
Per questo motivo servirebbe un radicale cambio di rotta della politica, una svolta epocale come epocale è l’entità dell’attuale crisi.
Il caos non è alle porte, il caos è ormai entrato nel nostro quotidiano. E sta già travolgendo tutto quanto, non soltanto il mondo della politica. Dal mondo del lavoro a quello più ampio della comunicazione, dal credo religioso alla sfera più intima dei rapporti umani. La sensazione è quella di una progressiva deregolamentazione imposta da un sistema globale che tuttavia sta rafforzando il proprio controllo su tutto. Una formula non nuova che si regge sull’enunciato che la progressiva debolezza dei controllati rafforza ulteriormente i controllori.

Una destra che parla di uguaglianza, che va nei quartieri poveri e nelle periferie a parlare con la gente. Una sinistra che si siede a fianco di industriali e banchieri. Un nuovo razzismo di pancia, emergente certo, ma fortunatamente orfano delle ideologie aberranti del passato. Una classe operaia che vota Lega, perché abbandonata a se stessa e incazzata più che mai con una classe politica di sinistra considerata (a ragione) traditrice e voltagabbana. Una élite intellettuale di sinistra, appunto, con maglioncini di cashmere e Tod’s che abita gli attici nei quartieri bene e che considera gli operai… anzi non li considera proprio più!
Dicevo, un’Europa falsamente unita che predica l’accoglienza e la pace, ma vende armi ai paesi in guerra e svuota l’Africa delle sue risorse. Un terrorismo non più soltanto circoscritto a un territorio o a un’ideologia, ma motivato da ragioni esistenziali, religiose ed economiche, e con una diffusione più che mai internazionale e capillare.
Infine la favola della globalizzazione, la cui propaganda parla di mescolanza tra i popoli, di interscambio senza più barriere, di fratellanza e di abbattimento delle distanze… mentre la realtà è fatta di povertà e di disuguaglianze in aumento.
Ma la vera notizia sta nella trasversalità. E già… una volta la povertà era appannaggio esclusivo del proletariato e del sottoproletariato, ora si è aggiunta anche la piccola/media borghesia. Quella impiegatizia, dei piccoli imprenditori che non ce la fanno, degli statali senza carriera, dei nuovi disoccupati, dei pensionati con pensioni da fame…
Come si dice: mal comune mezzo gaudio!
Sappiamo però che la realtà è cosa ben diversa di un semplice proverbio, perché questo mal comune ha invece partorito un implacabile comune denominatore: la paura.
Una paura folle di perdere tutto quello che ci è rimasto, quello che ancora non ci è stato tolto.
Adesso, il sistema che ha provocato la crisi, invece di mettersi in discussione, esige ulteriori sacrifici dalla gente, lo fa instillando paura, insicurezza e sensi di colpa. Lo fa con la complicità dell’informazione, quella istituzionale, quella collegata alle lobby finanziarie che, attraverso il sistema del debito, controllano risorse e servizi. Centri di potere che non potrebbero mai concepire un sistema diverso da quello in cui si sono generati. Un sistema folle, fondato su quel colossale gioco d’azzardo sulla pelle dei popoli, chiamato economia finanziaria.
Il caos è il suo habitat, solo nel caos questo sistema è in grado di ordire le sue trame per sopravvivere e continuare ad arricchire quel solito uno per cento della popolazione…
Questa politica del caos non ci riguarda. Questi revisori dei conti, queste guardie giurate in completo grigio con un occhio alle borse e un altro alle poltrone non ci rappresentano.
La politica, quella vera, si dia una mossa!

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