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PRESTO DI MATTINA
Padre Silvio

Il chicco di grano caduto in terra

Padre Silvio Turazzi, missionario ferrarese nativo di Stellata di Bondeno, ci ha lasciato giovedì 26 maggio, memoria di san Filippo Neri, il santo della semplicità e della gioia cristiana che, come lui, visse gioiosamente in mezzo ai poveri, ai piccoli, agli emarginati.

Quel giovedì era pure la solennità dell’Ascensione, che ricorre a rigore quaranta giorni esatti dopo la Pasqua. Canta l’inno del mattino: «È asceso il buon Pastore alla destra del Padre, veglia il piccolo gregge con Maria nel cenacolo. Scende il crisma profetico che consacra gli apostoli araldi del Vangelo».

Così dopo una vita in sedia a rotelle, ma pur sempre da araldo del vangelo, pure lui, rialzato dal suo Gesù, è asceso presso il Padre, non senza la promessa di restare tra noi con il suo spirito di “fratello universale”.

Sì, quella della spiritualità di Charles di Foucauld [Qui], fratello universale, fu una delle luci che ispirò il suo stile missionario. Fratel Charles era per lui «il missionario che ascoltava Dio, che parlava condividendo la vita dei poveri nello spirito di Gesù di Nazareth».

Per questo fu molto presente nella vita di padre Silvio, anche se sentiva importante – sono le sue parole − partecipare a tutta la vita della gente: «Con questa prospettiva mi sento di vivere ovunque. Qui capisco che i sacrifici sono tanti: insicurezza, malattia, disagi, incomprensioni sono di casa. Soltanto la fede, l’appoggio su Gesù rende possibile un discorso completo sull’uomo … siamo tutti così limitati!»

Negli ultimi giorni, come la stessa consapevolezza che ebbe Gesù della propria fine, padre Silvio era entrato nei suoi tre giorni santi, nella sua Pasqua, ricordando a coloro che gli erano vicini il senso del suo soffrire e del suo morire. Lo ha fatto pronunciando le stesse parole usate da Gesù prima della sua passione.

È Edda, missionaria saveriana, che lo accompagnò per una vita, a raccontarcelo: «Martedì era voluto uscire. E davanti a un campo di grano, aveva richiesto una spiga e tenendola tra le mani aveva sussurrato: “Se il seme di grano non cade per terra e non muore non porta frutto”». È questa sua vita eucaristica, come un seme gettato nella terra, la sua vivente eredità.

Padre Silvio era entrato nei missionari severiani di Parma nel 1967, già prete, dal Seminario di Ferrara, e dopo soli due anni, nel 1969, fu vittima di un incidente stradale che gli compromise l’uso delle gambe. Ciò non gli impedì di iniziare la sua missione tra i baraccati di Roma all’Acquedotto Felice e poi a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo, dal 1976 al 1994; quindi a Vicomero in una piccola fraternità missionaria vicino a Parma.

«La missione è un profondo atto di amicizia tra gli uomini»

«Portavo come un seme, una speranza oscura, il desiderio forte di incidere sul cammino del popolo per realizzare il bene comune. Mi sono ritrovato piccolo e bisognoso di imparare a leggere e capire esperienze e risposte alla vita diverse da quelle che avevo sempre incontrato. L’idea della missione mi ha provocato e sostenuto in questo incontro.

Poiché ci si riconosce in un destino comune, si prova il bisogno di comunicare le notizie che portano gioia e colmare i vuoti che gli egoismi hanno creato. È missione annunciare Gesù, Parola e impegno di Dio per la pienezza degli uomini; è missione riconoscere che la sua presenza va oltre il visibile e oltre i segni importanti e liberatori che egli stesso ci ha lasciato.

Quello che conta è il quotidiano rimettersi in cammino perché Lui, che è venuto a dichiarare la liberazione dei poveri, ci trovi impegnati a costruire, con il suo aiuto, la famiglia umana».

Quella di padre Silvio è stata così sempre di più una missione intesa e intenta a costruire la fraternità tra gli uomini: «Un altro aspetto dell’essere fratello è il legame con i fratelli sofferenti − che porta alla solidarietà. Una solidarietà che cura le ferite e si fa carico degli squilibri che la provocano; quella virtù che “è ferma e costante determinazione di lavorare per il bene comune, di donarsi per il bene del prossimo, pronti nel senso evangelico del termine a ‘perdersi’ per l’altro invece di sfruttarlo, a ‘servirlo’ anziché opprimerlo”» (Sollicitudo rei socialis, 38).

È la scelta dei poveri. È la fraternità che diventa coraggio e si fa giustizia che illumina la vita sociale sulla proiezione della proposta di Cristo. “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…. Ogni volta che l’avete fatto a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt. 25,31-46).

Ne parlo come prospettiva. La mia esperienza è povera, con tanti silenzi e compromessi. Quando l’ho vissuta mi sono trovato nel Vangelo. Ricordo la risposta spontanea al direttore della prigione che aveva proibito l’entrata ai sacerdoti bianchi: “Direttore, il sangue mio e quello dei detenuti ha lo stesso colore; perché non posso vederli?”. Mi fissò, poi rispose: “Ingla (entra)”».

 

La fraternità planetaria, la sua ostinazione

Aperti e protesi verso una giustizia, una solidarietà, una cultura e comunità planetarie. Padre Silvio vedeva nell’unità del pianeta un segno dei tempi: «È tempo che l’economia, il diritto, la politica, la cultura, abbiano riferimento all’unico uomo: l’uomo cittadino del mondo.

L’umanità è cosciente dell’avventura globale della sua storia come dei suoi rischi, non altrettanto da dove attingere la forza per “crescere” in quella cultura dell’altro, chiunque e dovunque esso sia, che permetterà l’incontro, la collaborazione, la gestione comune della vita.

E’ in questo contesto che la missione, e in particolare le missioni nei vari Paesi del mondo, è chiamata ad essere segno e strumento della diaconia della Chiesa per l’unità del mondo. Noi nuovi discepoli dell’unico Maestro, lentamente impariamo ad accogliere questa nuova ricchezza del regno, la chiamata a essere e diventare figli del Padre e aprirci alla fraternità.

La vita mi ha insegnato che non c’è situazione in cui non possiamo aprirci “al di più”, alla bellezza del Regno. Se poveri impariamo ad essere capaci di vedere chi soffre, a diventare solidali con loro; ne potremo accettare passivamente che l’altro sia escluso, calpestato, privato della propria dignità. Ogni scelta, ogni relazione, perché sia umana, deve tendere alla fraternità, il frutto maturo della pace».

Così un corpo e una parola di fraternità si ostinano a procedere tra immobilità e silenzi ostili e peggio indifferenti: «Dammi l’acqua/ dammi la mano/ dammi la tua parola/ che siamo, nello stesso mondo» (Chandra Candiani [Qui]).

Come il respiro in salita, il battito del cuore in affanno, ostinati anche se le gambe non camminano e le parole sussurrate del vangelo cadono nel vuoto. Ostinazione è il carattere di chi fronteggia l’immobilità, la chiusura, il dolore, è pure lo stile di chi abita il vangelo e la vita della gente come fosse la sua scuola, la sua casa, la sua terra, il suo campo.

È l’ostinazione – aratro che solca i campi dell’umano, semina e li fa fiorire e fruttificare – un ostinato amore che va fino in fondo costi quel che costi. «Tutto è questione di fedeltà – scriveva don Primo Mazzolarie l’ostinazione è una fedeltà innamorata» (Pensieri dalle lettere, Vicenza 1978,170).

In queste parole ritrovo al vivo lo sguardo e i tratti del volto di padre Silvio, la sua fede ostinata e sorridente: “una fedeltà innamorata”.

 

«Sul Golgota il Regno di Dio non è finito»

«Il mio ritorno a Goma con Paolo ed Edda è stato come entrare in un profondo pozzo, in un tunnel buio: è ancora guerra, continuano le sparizioni di persone gli spari nella notte.

E tuttavia si percepisce in mezzo a queste realtà di morte che la gente sente il bisogno di vita. Ha fame, sete, chiede luce. Per questo Gesù ha inviato i discepoli. Quando ci uniamo nell’eucaristia gli occhi sono fissi su Gesù, non c’è altro maestro. Si annuncia l’attualità della sua persona in mezzo a noi. Noi come chiesa non viviamo appena di ricordi, ma ricordando il Gesù presente viviamo il presente e ci apriamo al futuro.

Resta la profonda angoscia delle immagini molto tristi della guerra e del dopoguerra, restano gli interrogativi del perché tanto male, anche se si sa che i motivi della guerra nella regione dei grandi laghi sono da individuarsi in una volontà di profitto, di accaparramento e sfruttamento di risorse economiche.

Ho imparato che è nella preghiera che vanno cercate se non le risposte immediate almeno una luce ed un senso che ti confermano nella certezza che sul Golgota il Regno di Dio non è finito, ma dal Golgota si è sparso nel mondo.

Nella sofferenza degli uomini il Regno di Dio non è finito. Questo pensiero mi ha illuminato ed è stato come una liberazione dall’oppressione dell’angoscia e degli interrogativi su tanto male che ancora continua.

A Goma ho visto i segni della guerra e della fame, però ho visto anche i segni di una chiesa viva. Abbiamo sentito fatti di morte, stragi e sparizioni e abbiamo sentito fatti di bontà e di donazione della vita. Tanti episodi in cui i cristiani accolgono e nascondono chi è ricercato.

Ed allora il Regno di Dio non è finito. C’è una storia di vita che continua a scorrere. È il Regno che continua, tanti hanno dato la vita per salvare quelli dell’altra tribù.

Anche i missionari che sono restati sono un segno che il Regno di Dio non si è fermato. Sono restati condividendo l’insicurezza della gente e questo restare è stato sentito come il restare stesso di Gesù.

Quando andiamo oltre le nostre paure e i limiti, quando si continua a perdonare, a credere e a condividere, anche quando le situazioni sembrano difficili, allora il Regno di Dio è presente e vivo. Un cristiano si riconoscere da come fa la “spesa” e da come è capace di accogliere la diversità, anche quando fa paura.

Tornando a casa si è rafforzata ancora di più l’idea di tenere viva la comunione con la chiesa d’Africa e chiederei anche a voi di fare altrettanto. L’eucaristia è condivisione, da essa dobbiamo trarre la forza per vivere vangelo con coerenza e continuità, perché è il vangelo che ci offre uno sguardo nuovo.

L’ascolto della missione ci porti a rinnovarci nella fede: la missione è quel dono che fa crescere la fede perché la si dona. La fede è la presenza del Signore, è lui che ci orienta, e ci apre gli occhi.

Ho celebrato la messa di Pentecoste nella cattedrale di Goma. Ho riascoltato i canti nelle diverse lingue: mushi, kinande, kinyarwanda, kiswahili, kirega. Abbiamo ascoltato esperienze di vangelo vivo, di amicizia fino a rischiare e a donare la vita per quelli dell’altra etnia.

Ci hanno raccontato la storia di due giovani (hutu e tutsi) rimasti insieme in prigione, decisi a uscire di prigione insieme, o a morire insieme. Davvero il Regno di Dio non è finito. È visibile tutte le volte che la gente sa aiutarsi, perdonarsi, condividere il poco che ha e conservare, nonostante tutto, il germe della speranza.

È accaduto sulla croce di Gesù, continua oggi nella Regione dei Grandi Laghi tra la gente semplice, nella vita di ogni giorno. È una dimensione della storia che non appare, ma è nel tessuto della vita che continua. Prego questa sera perché siamo uniti e si crei un legame con tutta la gente della terra. Per la città di Goma che è affamata io chiedo al Signore una pioggia di fagioli».

(Riflessione di p. Silvio alla veglia missionaria nel 1997, Archivio Cedoc SFR).

 

Essere una parola viva: «brace ostinatamente tesa al fuoco»

«Mi rimaneva poco della forza del mio corpo, ma avrei voluto ugualmente donare il massimo. Essere una parola viva di Dio per gli altri, in particolare per i poveri che avevo incontrato».

Sei tu parola
la mia nuda guerra,
notturna disciplina,
è tuo
lo scatto che sa
la sobrietà
della strada più lunga,
sei tu la risposta
alla pressione del cielo,
al batticuore del silenzio,
il rifugio esposto sei tu,
nell’esilio dell’anima
che non verdeggia,
non fa foresta,
tu sonaglio
in paesaggio di sola neve.
Che tu veda la mia fame
già mi sfama,
ti consegno la mia balbuzie
perché tu la dica
polvere d’ossa e semina.
Tu secchio e deriva,
tu impastata di silenzio
come acqua e frana,
parola che modella l’anima,
la istruisce
a irriducibile tenerezza,
tu brace ostinatamente tesa
al fuoco, fa’ di me memoria.
Di quale amore ho sete?
Ti amo
anche quando non so di amarti.
Parola di silenzio.
Veglia sulla mia mutezza
come il sole sull’uva
perché diventi vino
e voce.
(Chandra Candiani)

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api ronzanti lavanda

PRESTO DI MATTINA
L’infinito intrattenimento

 

«Pur di una cosa ci affidi,
padre, e questa è: che un poco del tuo dono
sia passato per sempre nelle sillabe
che rechiamo con noi, api ronzanti.
Lontani andremo e serberemo un’eco
della tua voce, come si ricorda
del sole l’erba grigia
nelle corti scurite, tra le case.
E un giorno queste parole senza rumore
che teco educammo nutrite
di stanchezze e di silenzi,
parranno a un fraterno cuore
sapide di sale greco».

In queste rime, tratte da una delle nove liriche di Mediterraneo, Eugenio Montale [Qui] ringrazia il suo mare per avergli fatto da levatrice, contribuendo a far nascere da sillabe scurite, da parole stanche e silenti, versi poetici come api ronzanti e sapidi ad un cuore amico.

Grato pure alla sua voce marina, di cui, onda dopo onda, l’eco della risacca ha serbato memoria, come l’erba avvizzita il ricordo del sole. Sì: grato al mare per averlo educato alla poesia, e ad essere lui stesso poeta di parole che «teco educammo» e mai si perderà questo resto di dono, come una consegna da trasmettere ad altri, anche se «noi non sappiamo quale sortiremo domani, oscuro o lieto; forse il nostro cammino» (Tutte le poesie, Milano 1996, 51).

‘Ricevere in dono’, ‘affidare’, ‘ricordare’, ‘allevare’, ‘svezzare’, ‘trasmettere’: sono verbi che richiedono la pratica permanente dell’attenzione, non solo per un poeta e le sue parole silenziosamente “ronzanti”, ma per ogni processo conoscitivo − come il leggere e lo scrivere − e per ogni cammino educativo.

Attenzione come capacità di spingersi fin dentro la realtà e innalzarla, portarla allo scoperto per farla camminare, coglierne i molteplici e segreti legami, accrescere la consapevolezza di sé e degli altri, muovere la decisione della libertà all’azione.

Non meraviglia dunque che per Simone Weil [Qui] obiettivi dell’educazione siano sviluppare la ginnastica dell’attenzione, suscitare motivazioni per continuare ad apprendere, alimentando il gusto del bello; ma anche trovare connessioni tra le parole e la vita, quale presupposto per la narrazione di nuove storie e conversazioni, intesa come trovarsi insieme, tenersi insieme in vita comune con continuità e convinzione.

Per dirla con il titolo di un libro di Maurice Blanchot [Qui] l’educazione non solo di chi legge e di chi scrive, ma al vivere stesso è «l’entretien infini» (la conversazione infinita), che è come dire anche “l’infinito intrattenimento”.

L’esigenza, la necessità di educare è come quella di scrivere o di leggere, un andare sempre oltre la lettura, la scrittura, oltre l’educazione stessa per spingersi più in là, oltre se stessi, verso l’incontro con l’altro, verso un sapere condiviso, una consapevolezza che scaturisce da azione trasformante.

Quando mi riesce, cerco di iniziare a scrivere partendo da un testo poetico. Anche poche parole, perché esse catturano subito l’attenzione, consentendo di dimenticarmi. Devo leggere e rileggere parole altrui, concentrami sulle stesse fino a sillabarle, per immergermi in ciò che alla superfice non appare, per mettere in luce ciò che mi sembra oscuro, sconnesso a una prima lettura.

Attendo così alla porta senza fretta, come quando nella notte si aspetta il venire dell’aurora. Solo allora si fa un poco chiaro il mistero che contengono le parole ronzanti: tanto da scoprire a volte il nettare alla loro mensa.

Vi è così un legame molto profondo tra “attenzione e poesia”. Quest’ultima innalza l’attenzione, e l’attenzione conduce alla poesia: anzi poesia è la stessa attenzione al segreto stesso racchiuso nel reale.

Ce lo ricorda Cristina Campo [Qui] in un testo de Gli Imperdonabili (Adelfi eB, Milano 2014). La poesia come l’attenzione «è attesa, accettazione fervente, impavida del reale»; essa conduce alla sintesi ricomponendo in figure e simboli ciò che è sparpagliato nella vita.

«Poesia è anch’essa attenzione, cioè lettura su molteplici piani della realtà intorno a noi, che è verità in figure. E il poeta, che scioglie e ricompone quelle figure, è anch’egli un mediatore: tra l’uomo e il dio, tra l’uomo e l’altro uomo, tra l’uomo e le regole segrete della natura… L’attenzione è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero. Infatti è solidamente ancorata nel reale, e soltanto per allusioni celate nel reale si manifesta il mistero. I simboli delle sacre scritture, dei miti, delle fiabe, che per millenni hanno nutrito e consacrato la vita, si vestono delle forme più concrete di questa terra: dal Cespuglio Ardente al Grillo Parlante, dal Pomo della Conoscenza alle Zucche di Cenerentola», (I, 151-152)

Sono andato pure a spigolare nel libro di Simone Weil: L’ombra e la grazia. Investigazioni spirituali, (Rusconi, Milano 1996). Per lei l’insegnamento ha per fine quello di preparare all’azione trasformativa attraverso l’esercizio dell’attenzione.

Questa infatti «costituisce nell’uomo la facoltà creatrice», perché legata al desiderio che nella realtà cerca un consenso: convivialità. L’io quando si riempie di attenzione scompare, al pari di una pietra che cadendo in un recipiente d’acqua, lo svuota, trasformandosi da colui che ospita a colui che viene ospitato fuori di sé nella realtà, lasciando tutto il campo all’Altro/altri:

«L’attenzione, al suo grado più elevato, è la medesima cosa della preghiera. Suppone la fede e l’amore… Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me – questo basta, il resto vien da sé. I valori autentici e puri del vero, del bello e del bene nell’attività di un essere umano si producono mediante un solo ed identico atto; una certa applicazione della totalità di attenzione su di un dato obbietto», (ivi, 124-127).

Nel 2021 è uscita per i tipi della Marietti la ristampa del libro della Weil Piccola cara. Lettere alle allieve. In queste lettere viene alla luce il suo impegno pedagogico, lo stile, le dinamiche, gli orientamenti e le finalità del processo educativo. Lo scambio epistolare ripercorre il suo insegnamento in vari licei di storia e filosofia tra il 1931 e il 1938.

Il comprendere è per lei costituito da un movimento ascendente: di delocalizzazione. Un passaggio ad un altro piano, volto a cogliere tutte le interrelazioni e i rapporti che agiscono nella realtà, offrendo “moventi” a noi stessi per agire.

«Il primo dei principi pedagogici è che, per educare [innalzare] qualcuno, bambino o adulto, occorre anzitutto innalzarlo ai suoi stessi occhi; occorre fare in modo che egli possa sentire nell’intimo di avere un valore, perché è questo l’atto dirompente capace di sovvertire l’ordine esistente».

Tale innalzamento equivale ad un risvegliarsi alla realtà di sé, delle cose e degli altri. Questo risveglio rende altresì accorti a non essere dipendenti dal proprio immaginario e smaschera le pretese ideologiche della società, proprio perché fa emergere in tutta la sua verità che io non sono la misura di tutto e nemmeno gli altri lo sono; per me irriducibile e smisurata è l’esperienza della realtà: «la gioia altro non è che il sentimento della realtà», «la pienezza del sentimento del reale», (ivi, 23).

Anche educare alla fede implica questo processo di apprendimento. Di qui la necessità di risvegliare l’attenzione in vista di un agire trasformante: “nell’attenzione si ha una coscienza luminosa”; “l’attenzione è la forma più pura e più rara della generosità” (Weil, Lezioni di filosofia).

Il Documento base Il Rinnovamento della catechesi, redatto sotto la spinta del Concilio Vaticano II, pubblicato nel 1970 e riconsegnato nel 1988 alla Chiesa italiana e alle parrocchie, resta un testo autorevole per comprendere il senso profondo dell’imparare a credere.

Ai nn. 38-39 si afferma che educare alla fede significa «educare al pensiero di Cristo, a vedere la storia come Lui, a giudicare la vita come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo. In una parola, nutrire e guidare la mentalità di fede… la fede nasce dalla chiara conoscenza del disegno di Dio e dalla profonda coscienza del suo amore. C’è vera mentalità di fede, quando c’è capacità di comprendere e di interpretare tutte le cose secondo la pienezza del pensiero di Cristo».

Così nei vangeli vediamo più volte il Rabbi di Nazareth risvegliare l’attenzione sulla realtà. Lo fa sin dall’inizio quando alla domanda dei discepoli: “dove abiti?” egli risponde: «Venite e vedete». È sempre lui che innalza i suoi discepoli ai loro stessi occhi, li apre alla coscienza della loro chiamata e della loro dignità, dicendo loro: «non vi chiamo più servi ma amici».

Non diversamente accade nel discorso della montagna, quando ricorda a suoi e alla gente il valore che essi hanno agli occhi del Padre suo: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?… Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?»

O ancora «quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Per Agostino tre sono le parole che guidano il cammino della fede: Memoria Christi, expectatio Christi, Attentio in Christum. Si educa alla fede facendo memoria del Cristo; si educa alla speranza nell’attesa del Cristo; si educa alla prassi trasformante della carità se si pone attenzione al Cristo.

L’entretien infini, l’infinito convivio, è l’esperienza educativa, il perdurante invito a sedersi a mensa della Parola e del Pane franto nella vita per frangerlo con i poveri.

Simone Weil, scrivendo ad un allieva, le invia un testo poetico di George Herbert [Qui] dal titolo: Love. Si era intorno a metà novembre del 1938, e questi versi l’avevano segnata per sempre, innalzata ai suoi stessi occhi dallo sguardo del Cristo su di lei.

Scrive nella sua Autobiografia spirituale: «Né i sensi né l’immaginazione avevano avuto la minima parte in questa improvvisa conquista del Cristo; ho soltanto sentito, attraverso la sofferenza, la presenza di un amore analogo a quello che si legge nel sorriso di un viso amato».

Ecco il testo nella traduzione poetica di Cristina Campo

Amore

Amore mi diede il benvenuto; ma l’anima mia si ritrasse,
Di polvere macchiata e di peccato,
Ma Amore dal rapido sguardo, vedendomi esitante
Sin dal mio primo entrare,
Mi si fece vicino, dolcemente chiedendo,
Se di nulla mancassi.
Di un ospite, io dissi, degno di esse re qui.
Amore disse: Quello sarai tu.
Io, lo scortese e ingrato? O, amico mio,
Non posso alzare lo sguardo su Te.
Amore mi prese la mano e sorridendo rispose:
E chi fece gli occhi se non io?
È vero, Signore, ma li macchiai: se ne vada la mia vergogna
Là dove merita andare.
E non sai tu, disse Amore, chi portò questa colpa?
Se è così, servirò, mio caro.
Tu siederai, disse Amore, per gustare della mia carne.
Così io sedetti e mangiai.
(Piccola cara, 71).

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firmamento confidenze mare barca

PRESTO DI MATTINA
Tempo delle confidenze è l’Avvento

 

Tempo delle confidenze è l’Avvento.

La fede nasce dall’ascolto del cuore, al venire di una parola altra. Essa cresce poi poco a poco nel confidarsi scambievole, che crea uno slargo di ‘mutua interiorità’. Perché la fede è l’avanzare non senza ostacoli di un’intesa, di una comunanza che interpella, provoca e ricrea sempre di nuovo l’ambito della libertà che acconsente all’altro.

E si approfondisce così, nonostante dissonanze e diversità, l’intimità dell’alleanza: ambito di arrivo, di sosta e di ripartenza per nuove convergenze e consonanze imprevedibili e impensate: gaudium amicitiæ, la gioia nell’amicizia.

Nel silenzio dell’assemblea − era la prima a domenica di Avvento, ed anch’io ero in ascolto della Parola − risuonava solo la voce del lettore all’ambone, che intonava il salmo dell’alzarsi confidente in Dio del salmista.

D’improvviso furono gli ultimi due versetti del salmo ad aprimi per la prima volta alla chiara consapevolezza dell’Avvento come il tempo delle confidenze. Fu un’intuizione, un attimo fulmineo così singolare e intenso, quasi che quella scrittura parlasse proprio a me in quel momento preciso; e così di fronte a questa notizia gioiosa mi sono riproposto di vivere questo tempo, aprendomi alle confidenze che Dio ci fa attraverso la sua Parola.

«Il Signore si confida con chi lo teme: gli fa conoscere la sua alleanza» (Sal 24/25, 14).
All’udire sobbalzai interiormente ripetendo a me stesso: “Il Signore desidera confidarsi, si confida a chi in lui confida”.

Il termine ebraico sôd, il consiglio segreto, i misteri, indica il riunirsi e mettere a conoscenza i segreti, le confidenze l’uno dell’altro in un rapporto di coalizione e di alleanza. Letteralmente suonerebbe così: “Il segreto dell’Eterno è rivelato a coloro che lo temono”. La confidenza è così una via mistica che rende partecipi e uniti a un mistero di amore.

Occorre notare che con l’espressione ‘timore del Signore’ nei testi sapienziali si intende indicare nella sua globalità e articolazione la relazione della fede; si allude alla fede stessa di fronte al mistero dell’altro, del suo comunicarsi e svelarsi misterioso, imprevedibile, di fronte alla sua libertà, che si lascia interpellare solo da un’altra libertà che si affida.

Così ‘chi lo teme‘ è lo stesso di colui che confida in lui, di chi rischia con lui la propria libertà in un’impresa, amicale, amorosa, sapendo di stare di fronte a un alleato che è con te, ma è diverso da te, nella sua singolarità e libertà non manipolabili.

Così l’esperienza della fede è l’esperienza dell’irriducibilità dell’altro e al tempo stesso di una possibile comunanza: lo si perde se tentiamo di ridurlo alla nostra misura. L’altro non è un oggetto di cui disporre liberamente; non è opera delle mie mani.

Di fronte all’altro mi trovo di fronte al suo mistero e a quella ‘sacralità’, dignità della vita stessa i cui caratteri, direbbe lo storico delle religioni Rudolf Otto [Qui], sono tremendum et fascinas, tanto da intimorirti, fermarti a distanza e attrarti allo stesso tempo con il suo fascino irresistibile.

E tuttavia, colui che è il Totalmente Altro e Totalmente Indeterminabile nella sua libertà, viene a confidarsi e, venendo corrisponde la sua amicizia e apre la sua intimità là dove è accolto.

Il libro dei Salmi è il luogo privilegiato per scoprire e apprendere le confidenze di questa vita nell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Narra i momenti felici e drammatici, le separazioni e i ricongiungimenti, il confidarsi poi delle gioie e dei dolori, le difficili attese, i silenzi interminabili, i soliloqui, i dialoghi, il perdersi e il ritrovarsi, in forma di suppliche o rendimento di grazie o di mute, notturne confidenze. Si ritrovano in essi i lamenti di Giobbe e gli slanci amorosi e l’intimità mistica del Cantico dei cantici, così come quella profetica di Isaia, Geremia, Osea.

Gesù è il sacramento che ci fa incontrare le confidenze di Dio, la sua intimità più nascosta. “Io e il Padre siamo uno; chi vede me vede il Padre; chi ascolta me ascolta il Padre mio; non sia turbato il vostro cuore abbiate confidenza in Dio e anche in me, nella casa del padre mio, vi sono molte dimore per riposarsi e confidarsi”. Con le parabole Gesù narra le storie del confidarsi di Dio all’uomo, nel rivelargli la sua amicizia e il segreto del Regno dei cieli.

Nelle tue mani affido il mio spirito”: ecco le parole che rivelano il cuore della fede di Gesù, la sua massima confidenza nel padre, pur nell’esperienza dell’abbandono.

Salmo 10,14: “Eppure tu vedi l’affanno e il dolore, li guardi e li prendi nelle tue mani. A te si abbandona il misero, dell’orfano tu sei l’aiuto”.
Salmo 16,5: “Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita”.
Salmo 31,16: “I miei giorni sono nelle tue mani. Liberami dalla mano dei miei nemici e dai miei persecutori”.
Salmo 28: “Ascolta la voce della mia supplica, quando a te grido aiuto, quando alzo le mie mani verso il tuo santo tempio”.
Salmo 63,5: “Così ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani”.

Riportando un discorso di Paolo VI del Natale del 1971, papa Francesco ricorda che nella natività di Gesù «c’è stato da parte di Dio uno sforzo di inabissarsi, di sprofondarsi dentro di noi, perché ciascuno, dico ciascuno di voi, possa dargli del tu, possa avere confidenza, possa avvicinarlo, possa sentirsi da Lui pensato, da Lui amato…; da Lui amato: guardate che questa è una grande parola! Se voi capite questo, se voi ricordate questo che vi sto dicendo, voi avete capito tutto il Cristianesimo».

Così ho cercato altre traduzioni del versetto del confidarsi di Dio. Il suo segreto sta nel suo donarsi, nell’offrire l’intimità della sua amicizia: «L’amicizia di Jahweh è per chi lo teme, gli fa conoscere la sua alleanza».

Le parole di Gesù ai discepoli nel Vangelo di Giovanni confermano e rilanciano questa prospettiva anche per noi: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi». (15,15).

La traduzione della Vulgata del salmo usa un termine sorprendente, traducendo “segreto” con la parola “firmamento”, il cielo notturno: «firmamentus est Dominus timentibus eum», come a dire che, quando Dio si confida, è la stabilità e la vastità senza misura della sua fedeltà e del suo amore che ci confida, così come sconfinato e stabile è il misterioso firmamento.

L’etimologia della parola deriva dal latino firmare: rendere fermo, stabile. L’idea di firmamento è molto antica e risale a quando si riteneva che il cielo fosse una ferma e solida distesa a sostegno dell’oceano celeste, luogo e casa delle stelle, che orientavano i cammini dell’uomo.

Un monaco medievale, riferendosi al firmamento, immagine della santità ospitale di Dio, cominciò col riprendere il versetto del libro della Genesi dove si legge: «Dio disse: “Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo per illuminare la terra”» (1, 14-15) e commentò così: il firmamento è Cristo.

Al cuore del confidarsi di Dio all’uomo sta dunque il suo Cristo. Egli è l’Unigenito il confidente del Padre: «In quei giorni egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio» (Lc 6,12).

Al sepolcro di Lazzaro Gesù si rivolge al padre in questi termini: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato», (Gv 11, 41-42).

Nel salmo 19, 2 si dice «i cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento» (Sal 19,2). È da leggersi qui l’opera del Cristo, la sua missione. Gli incontri di Gesù, il suo dire e il suo agire con la gente.

Tutta la sua vita narra di questo dispiegarsi del firmamento, che è il confidarsi del Figlio nel confidarci il segreto del Regno dei cieli. Iniziando il suo ministero Gesù dirà nella sinagoga: “lo Spirito del Signore è su di me; egli mi ha mandato a confidare ai poveri il lieto annuncio, a svelare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, proclamare la grazia del Signore, grazia che è il suo confidarsi a noi”.

Tempo della confidenza è stato quello di Gesù nei tre anni della sua predicazione. Annunciando il Regno a tutti, aprì la sua intimità per mostrare quella del Padre suo e così aprire i suoi uditori all’ascolto profondo, fraterno, dell’intimità delle persone.

Un’intimità rubata fu quella della donna che aveva perdite di sangue e che toccando il lembo del suo mantello di nascosto guarì del suo male e scoprì, scoperta da Gesù, la sua fede, tanto da ritrovare la libertà interiore, contro ogni forma di discriminazione religiosa e sociale.

Al pozzo di Giacobbe le confidenze di Gesù alla donna samaritana meravigliarono i discepoli, che si stupirono che parlasse con una donna. Eppure da quell’intimo dialogo sgorgò in lei il dono dell’acqua viva, lo Spirito sorgente stessa di ogni confidenza: quella che libera dai pregiudizi e genera il dono di sé “in spirito e verità”, secondo quel confidarsi proprio del Padre, che vede nel segreto e nel segreto della tua intimità si confiderà anche a te.

Il mattino di Pasqua è bastata un parola soltanto a Gesù per far risorgere in Maria di Magdala la confidenza che credeva perduta, rubatagli, per sempre sotto la croce. Le disse Gesù: “Maria!” e lei “Maestro mio”: «…si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!”» (Gv 20, 14-16).

Dall’annunciazione al Natale, il loro avvento, anche per Maria e Giuseppe fu tempo delle confidenze: quella singolarissima del portavoce Gabriele, dell’intimità svelata e gioiosa alla ragazza di Nazareth.

Quella pure dell’altro angelo che, donando a Giuseppe la confidenza di una parola di Dio, dissipa in lui ogni paura di prendere con sé Maria. Ma poi ulteriori confidenze tra loro due sempre in cammino da Nazareth a Betlemme; in fuga da Betlemme in Egitto e da lì di nuovo a Nazareth.

Confidenze ancora, come quando Maria va in fretta a visitare la cugina Elisabetta, anche lei incinta di Giovanni. Entrambe si scambiano le rivelazioni dei lori figli e la gioia nel sussulto di Giovanni nel grembo di Elisabetta e la lode di Maria con il canto del Magnificat, che proclama la gioia, perché Dio non solo guarda ma si confida con i poveri e gli umili e dona loro la sua beatitudine: “Beati, accolti voi poveri, accolti voi che piangete perché il Regno è confidato a voi” come consolazione dirà Gesù sul monte delle Beatitudini.

Sant’Ambrogio nell’Esamerone (I/I,5) raffigurava il respiro che saliva dall’assemblea liturgica della sua chiesa di Milano durante il canto dei salmi, come «il maestoso ondeggiare dei flutti dell’oceano». Ma il firmamento, il confidarsi di Dio nel Figlio per noi non è forse un vastissimo oceano, un mare senza sponde?

Ho pensato così che la confidenza di chi compie l’attraversata del Salterio e delle Scritture nei salmi è come un’andar per mare, confidandosi, nonostante la nostra barca come il vivere a volte sia ‘appruata’ (i.e. ‘immersa a prua’), ripiegata su se stessa e vada a scarroccio, deviando lateralmente dalla rotta per l’azione del vento.

Ciò nondimeno, sebbene l’equipaggio dorma, c’è chi veglia su di lui e nella notte si intrattiene come sul monte Gesù in muta confidenza. La stessa che Mario Luzi [Qui] seppe descrivere nella poesia Per mare:

Si naviga tra Sardegna e Corsica.
C’è un po’ di mare
e la barca appruata scarricchia.
L’equipaggio dorme. Ma due
vegliano nella mezzaluce della plancia.
È passato agosto. Siamo alla rottura dei tempi.
E una notte viva.
Viva più di questa notte,
viva tanto da serrarmi la gola
è la muta confidenza
di quelli che riposano
sicuri in mano d’altri
e di questi che non lasciano la manovra e il calcolo.

(Tutte le Poesie, Garzanti, Milano 1993, 361)

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falco volo distanza

PRESTO DI MATTINA
Dimorare nella distanza è l’Avvento

 

Dimorare nella distanza è l’Avvento. Uno spazio intermedio, una terra di mezzo della nostra stessa esistenza, oltre che del tempo liturgico. Uno stare nel mezzo ed insieme un ‘di-stare’; perché l’avvento non è compimento, ma ancora abitare una distanza; il movimento verso una meta, per noi un andare verso il solstizio d’inverno da cui, come da impenetrabile tenebra, sbucherà la luce.

Come la vita così l’Avvento è essere abitati da una promessa. Parola questa di prossimità che sta sotto i nostri occhi; parola rivolta a noi e che ci sta d’innanzi. Intime a noi stessi come sementi nella terra, sono le promesse. Ma è pure una parola di lontananza, ciò che è seme e non ancora frutto: è quel di più promesso verrà andandogli incontro.

Uno stare ad un tempo abbracciati ed insieme disgiunti, uniti nella distanza: questo è dimorare nelle promesse. Come quando si legge un libro, entrando in una pagina, si dimora già, a distanza, in tutte le altre: ogni pagina è promessa, un tempo di avvento, per quelle a venire.

O come quando si ascolta la musica, che ti fa sentire in presenza, in ogni nota, il lontano, l’infinito, l’oltre te, vicinissimo ma come orizzonte inafferrabile, intimo ed insieme sfuggente. O ancora come quando si osserva lo spazio in prospettiva, con uno sguardo: avvicini a te il punto più lontano cui può giungere il tuo occhio, e proprio dentro la tua pupilla dimora la lontananza.

Così è pure lo sguardo di chiunque crede. Gli occhi della fede vedono in prospettiva la distanza e le successive tappe dispiegarsi, per raggiungere la pienezza del suo credere che è la carità. Quel che le è promesso è l’amore.

Sono le promesse che ci fanno alzare il capo. È la fedeltà alla promessa data che ci rende vigilanti circa i segni del suo incessante progredire verso la meta. Essa dice sono qui, sono viva, alzati camminiamo insieme.

Per realizzare le sue promesse anche Dio si alza ogni mattina come ogni mortale. Non si stanca dice Papa Francesco di venirci incontro e per primo percorre la strada che ci separa dalla sua vicinanza, «si alza dal trono della giustizia per sedersi sul trono della misericordia».

La domenica, quando sento suonare all’organo di Santa Francesca la Ciaccona in Fa minore di Johann Caspar Ferdinand Fischer [Qui], di un crescendo incalzante e di un ritmo quasi inarrestabile, irresistibile, anche se la messa è finita non riesco a trattenermi dall’uscire dalla sacrestia e con passo svelto, al ritmo della musica, andare verso le persone ed invitarle a sentire in quelle note cosa significhi essere abitati dalla promessa, dimorando nel tempo della distanza.

In un testo della prima lettera di Pietro è lo stesso crescendo che incontriamo: le parole incalzano come lo scorrere delle note sulla scala musicale della tastiera: «Mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno l’amore» (1, 5-7).

Dimora della distanza è pure quella preghiera che cammina in mezzo, che ‘inter-cede’. La preghiera di intercessione rende presenti, mette sotto gli occhi coloro che sono lontani, distanti. Li incontra nonostante l’assenza, perché, come la promessa, questa preghiera dice: “sono qui, sono viva, alzati camminiamo insieme”.

«L’intercessione – scrive papa Francesco – esprime l’impegno fraterno con gli altri quando in essa siamo capaci di includere la vita degli altri, le loro angosce più sconvolgenti e i loro sogni più belli. Di chi si dedica generosamente a intercedere si può dire con le parole bibliche: “Questi è l’amico dei suoi fratelli, che prega molto per il popolo” (2 Mac 15,14)» (Gaudete et exultate, 154).

L’intercessione è dono dello Spirito, mozione, invito di colui che abita la distanza come casa sua; l’amore che tiene perfettamente uniti quando si è lontani, vicini, nonostante le divisioni.

L’intercessione è un intuito della fede ed un intento di amore. Se dono dello Spirito essa può essere raffigurata dall’unzione che congiunge nella distinzione. Per essa ci si tocca, e lo spirito di uno penetra nell’altro e viceversa; e in questo modo si dimora anche nella lontananza.

L’unzione battesimale e crismale, ma anche quella con l’olio dato agli infermi, attua la comunanza con la grazia di Cristo, con la sua vita e amicizia. Lo stesso avviene tra noi e coloro per cui preghiamo.

Si partecipa così al ministero di grazia dell’Unto del Signore, del suo Servo Gesù, il quale viene anche in questo nostro faticoso avvento «per dare agli afflitti una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto» (Is 61, 3).

Quando andando dai malati pronuncio le parole che accompagnano l’unzione: «Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito santo… e ti sollevi», penso sempre che io pure ricevo l’unzione che dono, perché anche le mie mani restano impregnate, compenetrare da quel medicamento fragrante, ma anche dell’umanità dell’altro attraverso il tocco della mano.

E a volte capita che qualcuno, a sua volta, mi segni in fronte la croce con l’olio della passione, come nel giorno del mio battesimo sono stato segnato con il crisma della risurrezione: crisma viene da Cristo. Così pure è di quell’unzione che è la preghiera di intercessione: si è resi partecipi della umanità di coloro per cui si prega.

Pregando per una madre nell’avvento del figlio, in un modo misterioso ma reale pur nella distanza, sono reso partecipe della sua maternità e umana amorevolezza. Ma anche dell’ansia, dell’attesa trepidante, vigilante, della propensione che muove verso la luce e della cura e dedizione materna, incomparabile, quella che manca alla mia umanità.

Se prego per un bambino che ho battezzato sono reso partecipe dell’innocenza sorgiva nascente della sua fede che purifica e rinvigorisce la mia. Quando prego per i malati e anziani sono segnato dalla loro debolezza e sfinimento, ma insieme ricevo la forza con cui lottano insieme al Cristo contro il male; dalla loro umanità tribolata discende il dono di non rassegnarmi al male, riconoscendo nelle loro ferite le stesse trafitture e battiture di Gesù benedetto.

Se prego per i miei confratelli presbiteri e i diaconi o per le mie sorelle oranti, nei primi ritrovo la luce e la bellezza di portare il vangelo insieme, ciascuno a suo modo e nelle sorelle il dono della contemplazione e di quell’intercessione che contempla nel volto di Cristo il volto dei fratelli e delle sorelle.

Lo stesso accade quando si prega per le famiglie, i carcerati, i poveri i migranti, per coloro che lavorano o i senza tetto, non trascurando di portare al Padre nostro le tribolazioni di tutte le genti, i pericoli dei popoli, le solitudini nascoste di tante persone.

Ma non è solo questo. Ho imparato dalle sorelle Carmelitane che la preghiera di intercessione ti fa incontrare, dona anche a te, quella umanità nuova presente e laboriosa in tutti che è l’umanità di Gesù.

Nel cuore di ciascuno infatti lavora invisibilmente la grazia dello Spirito santo per ‘con-sociare’ tutti, nel modo in cui Dio solo conosce, al mistero della Pasqua di Cristo, dono dell’umanità di Dio pro nobis.

Si narra che un fratello fece visita ad un anziano che aveva il dono del discernimento e lo supplicò con queste parole: “Prega per me, padre, perché sono debole”. L’anziano gli rispose: “Uno dei padri una volta ha detto che chi prende l’olio in mano per ungere un malato trae giovamento lui per primo dall’unzione fatta con le sue mani. Così chi prega per un fratello che soffre, prima ancora che questi ne tragga giovamento, lui stesso ha la sua parte di guadagno, a causa del suo intento di amore».

La visione teologica di Gerard Manley Hopkins [Qui], poeta e gesuita inglese vissuto nell’800, può essere accostata a quella di Teilhard de Chardin [Qui]: la sofferenza e la bellezza della natura, ma pure quella dell’esperienza di Dio nel libro di Giobbe e di certi salmi; un dimorare per entrambi nella lontananza, in Irlanda il primo, in Cina e in giro per il mondo l’altro.

Distanze interiori ed anche esteriori: «Sembrare straniero è la mia sorte, la mia vita/ tra stranieri» dimorando tra le messi in cui si può «spigolare il nostro Salvatore», lui per cui «le azzurre, sospese colline sono il suo òmero reggente il mondo».

Nella poesia Il gheppio (The windhover. To Christ our Lord 1877) – interpretata anche da Romano Guardini in: Linguaggi, Poesia Interpretazione (Brescia 2000) – la dedica che fa seguito al titolo, “A Cristo nostro Signore”, indica verso quale direzione sia orientata la sensibilità del poeta.

L’ascesa e il volo del falcus tinnuculus, che tintinna, sembrano raffigurare così due modi di dimorare del Cristo nella distanza: non solo quella simboleggiata nel gheppio, ma pure la successiva, quella dell’arato nel solco.

Dividendo il termine inglese wind hover, si può anche leggere come ‘sorvolare il vento’: una figura della distanza tra il cielo e la terra che attraversa entrambi, il fatto di sorvolare, soleggiare il vento e dunque dimorare al di sopra del cielo e della terra. Quel luogo che il Figlio non considerò come sua proprietà esclusiva, ma che volle condividere, dimorando straniero, lontano dal Padre, agli antipodi sulla terra, perché anche quelli della terra trovassero dimora in quella lontananza di cielo.

«Il mio cuore in segreto balzava per quell’uccello: perfezione, maestria di lui!». È la confessione della fede di Hopkins, che tuttavia non si meraviglia delle successive trasformazioni: quando il gheppio, come in un assalto, con lo slancio e la scivolata d’ala, e come cavalcandolo rintuzza il forte vento che vuole trattenerlo, o come fuoco che discende sulla terra, trasformando così quell’immagine iniziale che abita il cielo in un’altra terrestre: un aratro sprofondato nella terra e dimorando nel solco, nello sfaldarsi di una brace purpurea incastonata nell’oro, intravede in distanza la purpurea e dorata promessa, i papaveri e le spighe della messe futura.

Scrive Guardini: «repentinamente, senza transizione, si potrebbe quasi dire con la fulmineità del volo di un rapace, appare nelle terzine del sonetto il regno contrapposto al cielo: la terra, la zolla, il solco nella zolla» (ivi, 111).

L’aratro lavora in profondità e solcando la terra la sua lama diventa lucente e «la livida brace cade e si spacca», ma anche «spande oro vermiglio». È l’immagine del Cristo sofferente le cui ferite nella lotta si squarciano rosse, ma al tempo stesso sono anche le ferite gloriose del risorto dai morti, che risplendono come “oro vermiglio”, rivelandone la gloria.

Nascosta dentro questa poesia, a me pare, leggersi in dissolvenza l’inno paolino ai Filippesi. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù: «il quale, pur essendo di natura divina,/ non considerò un tesoro geloso/ la sua uguaglianza con Dio;/ ma spogliò se stesso,/ assumendo la condizione di servo/ e divenendo simile agli uomini;/ apparso in forma umana,/ umiliò se stesso/ facendosi obbediente fino alla morte/ e alla morte di croce./ Per questo Dio l’ha esaltato/ e gli ha dato il nome/ che è al di sopra di ogni altro nome» ( 2, 6-9).

Ed ecco il testo poetico di Hopkins:

Il gheppio.
“A Cristo nostro Signore”

lo sorpresi stamane il favorito del mattino, delfino del regno della luce,
il falco, emerso dall’alba iridata, cavalcando l’aria ruotante sotto di lui eguale
e ferma, guadagnare l’alto; oh, come torceva la redine di un’ala vibrante nella sua estasi!
poi via, avanti, in bilico, come il tallone di un pattinatore scivola liscio
sulla pista in curva; slancio e scivolata il forte vento rintuzzavano.
Il mio cuore in segreto balzava per quell’uccello: perfezione, maestria della cosa!
Bruta bellezza e valore e azione, oh, aria, fierezza, piuma
qui si allacciano! E che fuoco il fuoco che erompe allora più pericoloso da te,
contato un bilione di volte più bello, o mio cavaliere!
Non è meraviglia: più splende l’aratro in fondo al solco per la nuda zolla,
e la livida brace, o mio amato, cade, si spacca e spande oro vermiglio. 

(Poesie di Gerard Manley Hopkins, Guanda, Parma 1952, 55-56).

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chiesa alba lago

PRESTO DI MATTINA
Un andare nascendo

«Si richiede all’Aurora, anche senza saperlo, questo seguitare a nascere. Si richiede all’assoluto dell’essere, e alla pienezza della luce, e al dispiegarsi del tempo, di non cadere mai più» (Maria Zambrano [Qui], Dell’Aurora, Genova 2000, 54).

Si domanda loro di restare aurorali, senza tramonto: «L’aurora si reitera», si rinnova, pur restando nella propria notte «avanza a ogni apparire delle sue luci molteplici». Un camminare nascendo è l’aurora. Un andare nascendo è pure quel camminare insieme che ha nome sinodalità. Esperienza del vivere e del ri-cominciare insieme, cum-re-initiare.

«Si accende nei cieli l’Aurora come fosse una cosa della terra: come un fiore che, per la sua purezza e il suo ardore, ha raggiunto il confine dove terra e cielo si schiudono e si abbracciano. Quasi fosse l’abbraccio senza eguali tra cielo e terra, un abbraccio che perdura e non si scioglie facilmente. Non è un miraggio: è un’azione, o meglio un atto unico e, quindi, un essere. Un essere che in quell’atto vive insieme – nello stesso istante – la propria nascita e la propria trasfigurazione», (ivi, 148).

La sinodalità come l’aurora delinea l’orizzonte da cui il sole sorge: lo fa lievitare nel mondo. Lo ha ricordato anche papa Francesco ai cristiani della chiesa di Roma (18 settembre 2021): «Camminare insieme scopre come sua linea piuttosto l’orizzontalità che la verticalità. La Chiesa sinodale ripristina l’orizzonte da cui sorge il sole Cristo: innalzare monumenti gerarchici vuol dire coprirlo. I pastori camminano con il popolo: noi pastori camminiamo con il popolo, a volte davanti, a volte in mezzo, a volte dietro. Nel cammino sinodale, l’ascolto deve tener conto del senso della fede, ma non deve trascurare tutti quei “presentimenti” incarnati dove non ce l’aspetteremmo: ci può essere un “fiuto senza cittadinanza”, ma non meno efficace. Lo Spirito Santo nella sua libertà non conosce confini, e non si lascia nemmeno limitare dalle appartenenze».

Come l’umanità, così la chiesa e il suo vissuto che chiamiamo tradizione, assomigliano ad «una pasta lievitata, una realtà in fermento dove possiamo riconoscere la crescita, e nell’impasto una comunione» che si attua nel movimento. La sinodalità realizza la vera comunione perché è esperienza dello Spirito che, come lievito fa lievitare la pasta non in un punto, ma tutta insieme, nell’interezza: Spirito di crescenza nel suo abbassarsi umile, stabilità fedele che muove tutto, trasformante mitezza, esondante intimità.

Se nascere è per tutti l’accedere all’umano e rinascere è ritrovarlo ed accrescerlo ogni volta che lo si assume come dono e compito del vivere, allo stesso modo la sinodalità costituisce, nella forma di una responsabilità per tutti, la sfida ecclesiale dell’ora presente, uno spirito e un’azione da assumere per ritrovare e far rinascere il vangelo in mezzo a noi.

È reale opportunità di accedere di nuovo all’umanità di Dio fattasi incontro nell’umanità delle persone e rivelatasi nell’umana carne di Gesù di Nazareth nato da Maria, l’adombrata dallo Spirito, disceso poi in modo permanente sui credenti a Pentecoste.

Sinodalità è allora l’esperienza da viversi nel Corpo di Cristo, che è un popolo in cammino verso gli altri popoli; “vessillo” ricorda pure il concilio e anche papa Francesco attorno al quale i figli di Dio dispersi possano raccogliersi in unità (SC 2), cercando così di incontrare quel Gesù nascosto negli uomini e nelle donne del nostro tempo, al fine di testimoniare e di confermare, insieme allo Spirito del risorto, l’affidabilità della promessa contenuta nel Padre nostro e nelle Beatitudini: per tutti è il vangelo, per tutti la Pasqua, per tutti il Regno dei cieli.

Ricorda papa Francesco con una notevole arditezza di pensiero che «il Vangelo è disordine perché lo Spirito, quando arriva, fa chiasso al punto che l’azione degli Apostoli sembra azione di ubriachi; così dicevano: “Sono ubriachi!” (cf. At 2,13). La docilità allo Spirito è rivoluzionaria, perché è rivoluzionario Gesù Cristo, perché è rivoluzionaria l’Incarnazione, perché è rivoluzionaria la Risurrezione» (Discorso all’Azione cattolica del 30 aprile 2021).

Sinodalità dice lo scompiglio dello Spirito che sparpagliando riunisce; da lui viene il cambiamento che rivoluziona la vita ecclesiale. Sinodalità: perenne giovinezza dello Spirito suscitatrice del pensare e dell’agire cattolico, che papa Francesco traduce con l’espressione del “farsi prossimo”:

«La parola “cattolica” si può dunque tradurre con l’espressione “farsi prossimo”, perché è universale; “farsi prossimo”, ma di tutti. Il tempo della pandemia, che ha chiesto e tuttora domanda di accettare forme di distanziamento, ha reso ancora più evidente il valore della vicinanza fraterna: tra le persone, tra le generazioni, tra i territori».

Il farsi prossimo del cammino sinodale dovrà così iniziare «dal basso, dal basso, dal basso», iniziando dall’ascolto, insieme: «in ascolto dello Spirito e di quella voce di Dio che ci raggiunge attraverso il grido dei poveri e della terra».

In questo orizzonte di senso mi sembra che vada anche l’orientamento della chiesa italiana con la Carta d’intenti per avviare il cammino sinodale proposto nell’ultima assemblea della Conferenza episcopale italiana del 23-27 maggio 2021 che titola: Annunciare il Vangelo in un tempo di rinascita e nella Lettera alle donne e agli uomini di buona volontà, del fine settembre scorso si legge: «Sogniamo una Chiesa aperta, in dialogo. Non più “di tutti” ma sempre “per tutti”»; un cammino che comprende tre fasi temporali: narrativa (2021-2023); sapienziale (2023-2024) profetica (2025).

Si tratterà di far venire di nuovo alla luce ciò che era rimasto in ombra, lasciato dietro le quinte, al V° Convegno ecclesiale nazionale di Firenze, dal tema In Gesù Cristo il nuovo umanesimo, che si svolse nel 2015: l’ascolto delle narrazioni negli ambiti del vivere (vita affettiva, lavoro e fragilità, tradizione, cittadinanza); il discernimento comunitario poi e le scelte profetiche, evangeliche infine per una riforma anche strutturale del vivere ecclesiale.

Papa Francesco, allora, entrò in quell’assemblea in “punta di piedi”, parlando solo alla fine e ricordando che la comprensione dell’umanità di Gesù andava fatta a partire dall’Ecce homo, dal suo volto.

Disse quella volta: «Possiamo parlare di umanesimo solamente a partire dalla centralità di Gesù, scoprendo in Lui i tratti del volto autentico dell’uomo. È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il “misericordiae vultus”. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo».

Francesco al termine del convegno aveva pure invitato tutte le comunità ad un esercizio di sinodalità, riprendendo in mano gli orientamenti dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, dicendo ai presenti come lui vedeva e desiderava la chiesa italiana, il suo modo di sentirla viva, il sogno di vederla rinascere:

«Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà. L’umanesimo cristiano che siete chiamati a vivere afferma radicalmente la dignità di ogni persona come figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria e l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura. Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii Gaudium [Qui]».

Si tratta ora di togliere dall’archivio i pensieri e gli affetti, gli intenti e le pratiche generati a Firenze nel 2015. Si tratta di tornare a declinare quei verbi di allora, di cui sembra si siano troppo presto perse le tracce: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare, riappropriandosi di quel metodo sinodale.

Un mettere mano a quel sogno incarnandolo nella realtà di oggi, in nuove storie di chiesa. Sono passati cinque anni da allora e Francesco chiede di lasciarsi coinvolgere in un “sinodo globale”, universale a partire dalle chiese locali e da ogni battezzato per «ascoltarsi, parlarsi e ascoltarsi; non si tratta di raccogliere opinioni, no. Non è un’inchiesta, questa; ma si tratta di ascoltare lo Spirito Santo, come troviamo nel libro dell’Apocalisse: “Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”» (2,7)».

Egli domanda di ritrovare nello spirito profetico l’“eloquenza dei gesti”: «una Chiesa del dialogo è una Chiesa sinodale, che si pone insieme in ascolto dello Spirito e di quella voce di Dio che ci raggiunge attraverso il grido dei poveri e della terra. In effetti, quello sinodale non è tanto un piano da programmare e da realizzare, ma anzitutto uno stile da incarnare.

E dobbiamo essere precisi, quando parliamo di sinodalità, di cammino sinodale, di esperienza sinodale. Non è un parlamento, la sinodalità non è fare il parlamento. La sinodalità non è la sola discussione dei problemi, di diverse cose che ci sono nella società… È oltre. La sinodalità non è cercare una maggioranza, un accordo sopra soluzioni pastorali che dobbiamo fare.

Solo questo non è sinodalità; questo è un bel “parlamento cattolico”, va bene, ma non è sinodalità. Perché manca lo Spirito. Quello che fa che la discussione, il “parlamento”, la ricerca delle cose diventino sinodalità è la presenza dello Spirito: la preghiera, il silenzio, il discernimento di tutto quello che noi condividiamo. Non può esistere sinodalità senza lo Spirito, e non esiste lo Spirito senza la preghiera. Questo è molto importante», (ivi, Discorso Ac).

“Un luogo aperto, una Chiesa dell’ascolto, una Chiesa della vicinanza” sono le tre “opportunità” che il sinodo deve cogliere secondo papa Francesco, le tre parole chiave sono comunione, partecipazione, missione; i tre rischi che si corrono sono il formalismo, l’intellettualismo, l’immobilismo e citando il padre Yves Congar [Qui], uno dei teologi al concilio Vaticano, ricorda che «non bisogna fare un’altra Chiesa, bisogna fare una Chiesa diversa».

Come «l‘aurora non è il preludio, [alla luce] bensì il centro stesso del giorno nel mezzo della notte, il giorno-notte, la luce-tenebra che poi si separano senza perdersi l’una nell’altra. La vita stessa», così la sinodalità non è premessa, preludio alla comunione, ma ne è lo svolgimento, la sua forma sinfonica, la vita stessa della chiesa in movimento.

Il camminare insieme non è ouverture alla consonanza, ma la sua narrazione esistenziale, il suo pluriforme e permanente attuarsi e rinascere: è fede pulsante di tutti, è intelligenza e sentimento del credere in relazione con tutti, che spera per tutti che, quando è ancora notte, mette in cammino verso levante: una luce nascente: «Ho sempre camminato verso l’alba, non verso l’occaso; e ho sempre sofferto per tante albe precipitate nell’occaso!», (Zambrano, ivi, 53; 157).

Il sinodo è dei poeti e di chi prega” ho letto nel giornale del papa, forse perché la preghiera e le parole originarie sono luoghi di umanità, di rinascita e creatività perché privilegiati dallo spirito, il confine dove terra e cielo si schiudono e si abbracciano come poesia e preghiera si abbracciano in questo inno liturgico del mattino.

L’aurora inonda il cielo
di una festa di luce,
e riveste la terra
di meraviglia nuova.
Fugge l’ansia dai cuori,
s’accende la speranza:
emerge sopra il caos
un’iride di pace.

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francesco assisi

PRESTO DI MATTINA
Francesco d’Assisi, l’uomo del mondo futuro

Francesco d’Assisi: l’uomo che veniva dal futuro, perché come tutti i mistici aveva attraversato la frontiera dell’alterità, transitando dall’io al tu, e da questo al noi, e dal noi al tutti: una fraternità universale.

Francesco «uomo del mondo futuro», così lo chiamavano i suoi contemporanei, perché varcando quella soglia ebbe parte al mistero di Dio e a quello dell’umanità, incontrando nel primo la grazia di un paternità e nell’altro, in ogni uomo e donna, in ogni più intima fibra del creato, il dono di una fratellanza-sorellanza globale, anzi cosmica, così intima e mistica da chiamare fratelli e sorelle, il sole, l’acqua, la luna e le stelle, “vento et aere, nubilo et sereno”, un lupo e perfino la morte.

Fratello universale” è stato chiamato un altro mistico di vita apostolica: padre Charles de Foucauld (1858-1916) [Qui]. Fu l’uomo silenzioso del Sahara, uomo di adorazione e di preghiera, che si è fatto “fratello universale”, nell’accoglienza di tutte le diversità, attraversando le frontiere esistenziali, etniche religiose. Si proponeva di «gridare il Vangelo sui tetti con tutta la mia vita»; aggiungendo di voler «abituare tutti gli abitanti, cristiani, musulmani e ebrei e idolatri a guardarmi come loro fratello – il fratello universale».

La persistenza a tutt’oggi del fatto mistico ‒ che porta a sperimentare il mistero dell’Altro celato nell’umanità, quale dote di un patrimonio spirituale multiforme ed universale tanto dell’occidente quanto dell’oriente ‒ mi ha fatto ricordare ciò che scriveva Karl Rahner [Qui] nel 1966 a proposito del futuro del cristianesimo.

Questo gesuita teologo già preconizzava che il cristiano a venire non potrà che essere un mistico, uno che ha fatto l’esperienza di Gesù di Nazareth, crocifisso e risorto, nelle concrete realtà del quotidiano, oppure non sarà affatto un uomo religioso (Cfr.: Nuovi saggi II. Saggi di spiritualità, Roma 1968, 24-25).

Nel suo ultimo saggio l’amico Massimo Faggioli [Qui] scrive di papa Francesco: «Lo sguardo di Francesco sul mondo interconnesso di oggi non è un discorso per una cristianità comunitaria nostalgica della condizione premoderna, ma è consapevole delle sfide e delle opportunità per la fraternità e la solidarietà:

“Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la ‘mistica’ di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio.

In questo modo, le maggiori possibilità di comunicazione si tradurranno in maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti. (Evangelii Gaudium, 87)” Questa enfasi sulle periferie significa anche una ridefinizione dei confini e delle frontiere. Il confine è la linea lungo la quale due confini si toccano (in latino cum-finis, “che comprende la fine”). Il confine si distingue per l’unione, e stabilisce così una connessione.

Una volta determinato il confine, si stabilisce un contatto. Il confine non è mai solo limes (frontiera rigida) ma sempre anche limen (soglia). La liminalità del pontificato di Francesco sta nella sua reinterpretazione dei confini in quest’epoca di nuovi muri. Nessun confine può pretendere quindi di escludere “l’altro”, poiché il confine per definizione implica l’“altro”. Il confine, limitando, fa riferimento ad altro.

Qui troviamo il criterio per sfuggire al confronto manicheo che rappresenta una tentazione per la chiesa oggi. L’apertura e il rifiuto dell’apertura definiscono un rapporto che deve essere costantemente rinegoziato e riconquistato più volte… Nella tensione tra diversi poli e diverse forze di trazione, Francesco bilancia la dimensione istituzionale e spaziale della chiesa con una dimensione mistica e transfrontaliera.

Francesco continua sulla traiettoria del Vaticano II, che ha avviato il processo di dissociazione della cattolicità dalla sua comprensione geografica e geopolitica occidentale – un movimento verso il superamento dell’idea tridentina di cattolicità come spazio giuridico omogeneo» (Francesco, Papa di frontiera. Soglia di una cattolicità globale, Roma 2021, 89).

Questa prospettiva è inscritta nella stessa biografia di papa Bergoglio. Emigrato in Argentina, ha sperimentato più da vicino il trauma doloroso dei rifugiati, ed ha conosciuto la complessità e i problemi derivanti dal tentativo di conservare la propria identità declinandola però con le differenze dei luoghi in cui, da migranti, si è giunti.

Di qui un diverso sguardo anche sul modo di concepire l’identità religiosa, l’essere cristiani e cattolici nella complessità di un mondo globalizzato e insieme segnato da molteplici divisioni, muri geografici ed esistenziali che fanno resistenza alla creazione di spazi nuovi per una convivenza nella pluralità diversificata (Cf.: ivi, 84).

Francesco: «Vir alterius saeculi», di un mondo altro, “uomo del mondo futuro”, così lo chiama Tommaso da Celano [Qui] il suo primo biografo. Narra Tommaso che egli «passava per città e castelli annunciando il Regno dei cieli, la pace, la via della salvezza, la penitenza in remissione dei peccati; non però con gli artifici della sapienza umana, ma con la virtù dello Spirito… Uomini e donne, chierici e religiosi accorrevano a gara a vedere e a sentire il Santo di Dio, che appariva a tutti come un uomo di un altro mondo» (FF382-383).

L’espressione ritorna altre volte nelle Fonti francescane; alterius saeculi può essere compreso sia come un ressourcement, un ritorno alle fonti del vangelo, a Cristo stesso che ha rivelato l’uomo secondo Dio, ma anche come apertura in avanti, verso il Cristo veniente dal futuro di Dio. Così Francesco è divenuto l’uomo che ha anticipato nel ‘già’ del suo tempo il ‘non ancora’ degli ultimi tempi, l’umanità nuova e la nuova creazione in Cristo.

Agli occhi della gente ‒ racconta il Celano ‒ «la presenza o anche la sola fama di san Francesco sembrava davvero una nuova luce mandata in quel tempo dal cielo a dissipare le caliginose tenebre che avevano invaso la terra, così che quasi più nessuno sapeva scorgere la via della salvezza… Splendeva come fulgida stella nel buio della notte e come luce mattutina diffusa sulle tenebre; così in breve l’aspetto dell’intera regione si cambiò e, perdendo il suo orrore, divenne più ridente. È finita la lunga siccità, e nel campo già squallido cresce rigogliosa la messe. Anche la vigna incolta comincia a coprirsi di fiori profumati e a maturare, per grazia del Signore, i frutti soavi di bontà e di bene» (Ivi, 383-384).

Il riconoscimento di Francesco come novus homo si specificherà ulteriormente in chiave cristologica nell’espressione che indicava Francesco come alter Christus. Fu questo che avvertirono più o meno chiaramente i suoi contemporanei e anche quelli che verranno dopo di lui.

Lo storico Giovanni Miccoli sottolinea che tale consapevolezza della gente fu anche di Francesco stesso, quella di vivere un’esperienza singolare e nuova anche per la vita ecclesiale di allora: «La volontà e la consapevolezza di Francesco sono di vivere e proporre un’esperienza religiosa assolutamente originale nel contesto della tradizione religiosa ed ecclesiastica contemporanea.

Ma non si tratta solo di volontà e consapevolezza soggettive. Francesco – mi pare lo si possa dire – vive effettivamente un’esperienza religiosa che,vive effettivamente un’esperienza religiosa che per ciò che riguarda il suo nucleo profondo ed essenziale, non ha collegamenti e riferimenti nella tradizione ecclesiastica del suo tempo» (Francesco d’Assisi. Realtà e memoria di un’esperienza cristiana, Einaudi, Torino 1991, 40).

Ancora dalle Fonti: «È impossibile comprendere umanamente la sua commozione, quando proferiva il tuo Nome, o Dio! Allora, travolto dalla gioia e traboccante di castissima allegrezza, sembrava veramente un uomo nuovo e di altro mondo.  A chi lo vedeva, sembrava un uomo dell’altro mondo: uno che, la mente e il volto sempre rivolti al cielo, si sforzava di attirare tutti verso l’alto» (FF 82: 1072; 1463).

Ma come conciliare questa via mistica, la vita contemplativa, sul monte di notte come Gesù orante, con la via apostolica e con la vita pastorale tra la gente? La questione era spesso ricorrente in Francesco prima e dopo l’approvazione della regola e discussa con i suoi frati della prima ora; ma si ripresentò anche dopo nell’ordine francescano, sotto la guida di san Buonaventura (come scegliere tra la vita apostolica o la vita contemplativa) al quale si pose un dilemma molto vivo anche oggi nei nostri cammini di fede.

Bonaventura da Bagnoregio [Qui] ribadì e rilanciò la soluzione trovata da Francesco. In lui, infatti, prevalse quella che fu la chiave di interpretazione di tutta la sua vita: l’esempio di Cristo, il quale dopo l’intimità orante con il Padre, al mattino discendeva dal monte nella pianura; la via allora era imitare lui anche in questo: “Cristo lasciò l’orazione per cercare gli uomini”, ma così facendo, stando tra i poveri, i malati si ritrovò ancora come presso il Padre perché scoprì che anche il Padre suo era sceso dal monte e lo aveva preceduto tra quella gente perché lui, il Figlio amato, lo rivelasse Padre nostro.

Con un racconto Buonaventura esplicita il percorso attraverso il quale Francesco giunse a tale interpretazione:

«A questo proposito, si trovò una volta fortemente angosciato da un dubbio, che per molti giorni espose ai frati suoi familiari, quando tornava dall’orazione, perché l’aiutassero a scioglierlo. “Fratelli domandava ‒ che cosa decidete? Che cosa vi sembra giusto? che io mi dia tutto all’orazione o che vada attorno a predicare?

Io, piccolino e semplice, inesperto nel parlare, ho ricevuto la grazia dell’orazione più che quella della predicazione. Nell’orazione, inoltre, o si acquistano o si accumulano le grazie; nella predicazione, invece, si distribuiscono i doni ricevuti dal cielo. Nell’orazione purifichiamo i nostri sentimenti e ci uniamo con l’unico, vero e sommo Bene e rinvigoriamo la virtù nella predicazione, invece, lo spirito si impolvera e si distrae in tante direzioni e la disciplina si rallenta.

Finalmente, nella orazione parliamo a Dio, lo ascoltiamo e ci tratteniamo in mezzo agli angeli; nella predicazione, invece, dobbiamo scendere spesso verso gli uomini e, vivendo da uomini in mezzo agli uomini, pensare, vedere, dire e ascoltare al modo umano.

Però, a favore della predicazione, c’è una cosa, e sembra che da sola abbia, davanti a Dio, un peso maggiore di tutte le altre, ed è che l’Unigenito di Dio, sapienza infinita, per la salvezza delle anime è disceso dal seno del Padre, ha rinnovato il mondo col suo esempio, parlando agli uomini la Parola di salvezza e ha dato il suo sangue come prezzo per riscattarli, lavacro per purificarli, bevanda per fortificarli, nulla assolutamente riservando per se stesso, ma tutto dispensando generosamente per la nostra salvezza. Ora noi dobbiamo fare tutto, secondo il modello che vediamo risplendere in Lui, come su un monte eccelso.

Per molti giorni ruminò discorsi di questo genere con i frati; ma non riusciva ad intuire con sicurezza la strada da scegliere, quella veramente più gradita a Cristo… Incaricò, dunque, due frati di andare da frate Silvestro, a dirgli che cercasse di ottenere la risposta di Dio sulla tormentosa questione e che gliela facesse sapere.

Questa stessa missione affidò alla santa vergine Chiara: indagare la volontà di Dio su questo punto, sia pregando lei stessa con le altre sorelle. E furono meravigliosamente d’accordo nella risposta – poiché l’aveva rivelata lo Spirito Santo – il venerabile sacerdote e la vergine consacrata a Dio: il volere divino era che Francesco si facesse araldo di Cristo ed uscisse a predicare.

Ritornarono i frati, indicando qual era la volontà di Dio, secondo quanto avevano saputo; ed egli subito si alzò, si cinse le vesti, e, senza frapporre il minimo indugio, si mise in viaggio. Andava con tanto fervore ad eseguire il comando divino, correva tanto veloce, come se la mano del Signore, scendendo su di lui, lo avesse ricolmato di nuove energie» (FF 204).

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gru crocifissione

DOV’E’ DIO.
LE RAGIONI DELLA LAICITÁ

 

Intervallo
I ragazzi si riversano nei corridoi.
Mi si avvicina Marco.
“Ciao prof, volevo dirle che l’esercizio, sa, gli esempi che dovevamo inventare per oggi? Beh, insomma non sono riuscito, quelli sul papà che ci accompagna da Tosano per vedere i contratti di acquisto, ricorda?”
“Certo Marco, come mai? Troppo difficile? Strano, di solito tu non hai mai problemi, anzi”
“No prof, insomma mi sono bloccato, ho cominciato a pensare che papà non c’è più, è stato l’anno passato”
Marco racconta tutto.
Il racconto per lui è devastante.
Non è giusto!
Si torna sempre lì.
Perché? Che senso ha?
Dio con tutta questa roba non c’entra. Non può c’entrare.
Questa è la vita.
La vita con le sue leggi, non guarda al grado di parentela, all’età, al numero.
Ma il discorso si allarga fino a comprendere tutta la vita, tutti i rapporti e tra questi il rapporto tra vita civile e quella spirituale.

Ancora oggi, dopo duemila anni di cristianesimo, dopo il Concilio Vaticano Secondo, a settantatré anni dalla Costituzione italiana, si gioca a far confusione sul rapporto tra il piano religioso e quello civile. La cosa sorprendente è che tale operazione non viene fatta da ‘superficiali interpreti’ in discussioni da bar sport, ma da studiosi, politici di professione, alti prelati.
Da un lato assistiamo, da parte di laicisti convinti, alla riduzione della religione cristiana a strumento di consolazione per poveri mentecatti in continua ricerca di ‘madonne che piangono’ e di miracoli prêt à porter.
Dall’altro all’utilizzo della religione come instrumentum regni da parte di un clero che non si vuole rassegnare alla perdita di un potere temporale di antica memoria.
Tutti accomunati dall’assoluta non considerazione di innumerevoli testimonianze di esperienze di vita religiosa, dove l’elemento spirituale, lontano anni luce da ogni rappresentazione clownesca di dio e ancor più lontana dalle tentazioni del potere, è stata messa al completo servizio dell’uomo senza altra finalità che il perseguimento della realizzazione della sua umanità.

La prima testimonianza scritta del valore assoluto della laicità è nel nucleo fondante del pensiero evangelico.
Basta leggerlo.
Dio nessuno lo ha mai visto.
Siamo noi che ce lo rappresentiamo proiettando su di lui i nostri desideri.
Vogliamo la forza? Ed eccolo messo sulle bandiere degli eserciti a proteggere la nostra parte!
Vogliamo il miracolo? Ed ecco il dio mago che in barba alla medicina guarisce.
Alcuni vogliono il sole… altri la pioggia…
Dio lo tiriamo di qua per allungare la vita agli amici e interromperla agli eretici.
E usiamo tutta una serie di liturgie per comunicare con Lui le nostre richieste.
E quando otteniamo ciò che abbiamo domandato, Dio ha ascoltato la nostra preghiera, quando questo non accade rimaniamo interdetti e muti di fronte al silenzio del nostro Creatore.
Una tradizione millenaria ci ha plasmato in questo modo.
Una tradizione che comunque ha confortato milioni di credenti, che ha aiutato tantissime persone a tirare avanti di fronte a disastri che annienterebbero un elefante.
Il Male è con noi.
Dentro di noi, in tutti.
Per sopravvivere va bene tutto, se può aiutare e non danneggia nessun altro.

Ma chi vuole arrivare al cospetto Dio ci arriva nudo.
Non ha nulla in mano.
Non ha formule magiche.
Non ha preghiere salvatrici.
Non ha corsie preferenziali in quanto credente.
Non ha meriti acquisiti per militanza religiosa.
È solo.

“È così duro ammetterlo, mio Signore!”
Ma è tutto così chiaro, è che non vogliamo vedere e rimuoviamo continuamente.
Quel Dio di quando eravamo bimbi, che dava sicurezza è evaporato di fronte alla Vita. Ma l’immagine del Male assoluto, come quella dei campi di sterminio, sono lì di fronte ai nostri occhi sempre.
“Dove sei?”
“Perché?”
Non è vero che Dio dà la Croce e la forza per portarla.
Dio non dà nessuna croce.
Dio dà la Vita.
E non dà nessuna forza.
Tanto che molti non gliela fanno.
Noi siamo sempre stati con Lui. Con l’Essere di Emanuele Severino.
Sin da prima della nascita.
E lo saremo dopo.
Per sempre.
In mezzo c’è la vita.
In questa vita.
Ma non siamo soli.
C’è il volto dell’altro.
Che è il volto di Dio.
Non può farci guarire, non può togliere il male, ma riempirci di bene sì!

Può farci vivere in un paradiso in terra e accompagnarci a morire tenendoci per mano fino all’ultimo, la mano di Dio.
Abbiamo questa enorme possibilità.
Questo dovevamo evangelizzare e non un Dio onnipotente!
Dovremmo essere lì come unguento per mille ferite, chini sul fratello.
Ci sono persone che non sanno a chi raccontare il loro dolore, o che possono solo farlo con una veloce telefonata.
Duemila anni di cattiva educazione hanno fatto disastri.
Tutto avviene col cuore, nel silenzio quotidiano della nostra vita.
Abbiamo gli occhi e non vediamo.
Non vediamo testimonianze quotidiane di persone che lavorano in casa nel silenzio, che amano il loro vicino, e chissà quante volte sono andate a letto stanche morte e il giorno dopo hanno affrontato i problemi della vita quotidiana senza Hegel o altra teologia, fino alla fine, fino a quella malattia che hanno affrontato sperando in un miracolo, certe che non sarebbe avvenuto. E lì hanno stretto le nostre mani per l’ultimo saluto.
Tutti fratelli.
Dio è qui dentro.

In copertina: foto di Roberto Paltrinieri

arco danza attenzione

PRESTO DI MATTINA
L’arco, la spada e la danza

L’arco, la spada e la danza, ovvero come imparare l’arte della ‘vigilanza spirituale’.

«Le vostre frecce non hanno sufficiente portata, osservò il Maestro, perché non arrivano abbastanza lontano spiritualmente. Voi dovete comportarvi come se la meta fosse infinitamente lontana. A noi maestri d’arco è noto e confermato dalle esperienze quotidiane che un buon arciere con un arco di media potenza tira più lontano di un arciere senza spirito col più forte degli archi. Non dipende dunque dall’arco ma dalla ‘presenza dello spirito’, dallo spirito vivo e vigile con cui tirate»
(Eugen Herrigel, Lo zen e il tiro dell’arco, Milano, Adelphi,1999).

Daisetz T. Suzuki nell’introduzione al libro di Herrigel [Qui], spiega che l’arte del tiro con l’arco o della spada sono praticate in Giappone primariamente come un ‘tirocinio della coscienza’. Lo scopo è di portarla sempre più vicino alle realtà ultime, all’essere presenti allo spirito, a ciò che di più profondo ci abita.

È ai “confini dell’io” che se ne intuisce sia l’affermazione che la negazione, dove il pieno si svuota e si riempie ciò che è vuoto; quell’attimo di concentrazione e piena attenzione per cui si è tutto nell’altro fuori di sé e l’altro si raccoglie tutto dentro di noi. È il luogo in cui “l’essere è divenire e il divenire è essere”; al contempo presenza e movimento dell’incontro: «così il tiro con l’arco non viene esercitato soltanto per colpire il bersaglio, la spada non s’impugna per abbattere l’avversario, il danzatore non danza soltanto per eseguire certi movimenti ritmici del corpo, ma anzitutto perché la coscienza si accordi armoniosamente all’inconscio», (ivi, 12). Non sono più due, il danzatore e la sua danza divengono senza più contrapposizioni una realtà sola.

È una condizione si potrebbe dire paradossale quella della “vigilanza spirituale”. Tuttavia è quella presenza di attenzione che porta all’azione, o meglio all’itineranza, per raggiungere la meta del sentire e dell’agire. La stessa che troviamo nell’attenzione di amore capace di tenere distinti e uniti insieme gli opposti. «Questo stato, in cui non si pensa, non ci si propone, non si persegue, non si desidera né si attende più nulla di definito, che non tende verso nessuna particolare direzione ma che per la sua forza indivisa sa di essere capace del possibile come dell’impossibile – questo stato interamente libero da intenzioni, dall’Io, il Maestro lo chiama propriamente “spirituale”. È infatti saturo di vigilanza spirituale e perciò viene anche chiamato “vera presenza dello spirito», (ivi, 53-54).

Si è presenti spiritualmente all’altro attraverso l’esercizio dell’abbandono, il distacco da sé stessi, come la foglia di bambù – dice il testo – sotto il peso della neve. Si piega, si lascia piegare in giù, sempre di più e, ad un tratto il carico di neve scivola via, senza che la foglia si sia mossa.

Con un’altra immagine viene raffigurato il restare dello spirito, il suo esserci presente pur non perdendo la sua originaria mobilità: «Simile all’acqua che riempie uno stagno ma è sempre pronta a defluirne, lo spirito può ogni volta agire con la sua inesauribile forza, perché è libero, e aprirsi a tutto perché è vuoto. Tale condizione è veramente una condizione originaria e il suo emblema, un cerchio vuoto, non è muto per colui che vi sta dentro», (ivi, 54).

Vigilanza spirituale è richiesta anche per il tirocinio alla preghiera. L’arco, la spada e la danza addestrano alla qualità dell’attenzione e da essa dipende la qualità stessa della preghiera. L’attenzione ne è l’essenza; come nel tiro dell’arco al di là dello scopo immediato, l’intenzione di fondo dell’orante dev’essere diretta unicamente ad aumentare la vigilanza spirituale in vista della preghiera che unisce:

«L’attenzione è uno sforzo, forse il più grande degli sforzi, ma uno sforzo negativo. Di per sé non comporta fatica. L’attenzione consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’oggetto, nel mantenersi in prossimità del proprio pensiero, ma a un livello inferiore e senza contatto con esso… il pensiero deve essere vuoto, in attesa; non deve cercare nulla ma essere pronto a ricevere nella sua nuda verità l’oggetto che sta per penetrarvi»
(Simone Weil, Attesa di Dio, Milano 1972, 75-76).

Molto più in là si spinge la Weil [Qui] riconoscendo che l’attenzione, non essendo legata alla volontà ma al desiderio, o meglio al “consenso”, non diversamente dalla preghiera è creatrice di realtà unificante le diversità: «L’attenzione, al suo grado più elevato, è la medesima cosa della preghiera, Suppone la fede e l’amore. L’attenzione estrema costituisce nell’uomo la facoltà creatrice», (Id., L’ombra e la grazia, Milano 1996, 124-125).

Addestrarsi alla preghiera non è soltanto apprendere una tecnica, compiendo uno sforzo muscolare della volontà. Non è un mirare all’esterno, ma all’interno di se stessi. È una via per raggiungere la meta; come per il tiro con l’arco «è una questione di vita e di morte, in quanto è lotta dell’arciere con se stesso».

È pure un cammino di avvicinamento, di affidamento alla realtà dell’altro, cercando la sua presenza. Come proteso alla sua parola è il mio silenzio, al modo del tendersi dell’arco; come freccia scoccata verso il bersaglio è la mia parola verso il suo silenzio: un accordo dell’uno all’altra al ritmo di una danza.

Come l’arco e la freccia divengono qualcosa di più che semplici strumenti o armi, così è della preghiera: entrambi divengono un tutt’uno con l’arciere/orante. Prega bene, come un buon tiratore d’arco, colui che raggiunge il centro del bersaglio prima della sua freccia, perché non è la freccia che deve trascinare il cuore, ma questo quella. Così è della preghiera: preceduta sempre d’un passo dal cuore desiderante e amante.

I salmi sono allora come la grande Dottrina del tiro dell’arco, una guida, per arrivare a raggiungere la meta: il risveglio della coscienza umana e cosmica, l’illuminazione per e nell’azione, il senso spirituale che rende uno, l’arciere e il suo bersaglio, l’orante e la sua preghiera. I salmi insegnano l’arte della vigilanza spirituale, il tirocinio della fede per vivere e agire nell’alleanza. Anche qui il Maestro interiore «addestra le mie mani alla battaglia, le mie braccia a tendere l’arco di bronzo» (Sal 18, 35); le sue lodi «sulla nostra bocca e la spada a due tagli nelle nostre mani» (Sal 149 6).

Presso i Padri della chiesa il tendersi dell’arco di bronzo è figura dei due testamenti. Il primo è l’asta dell’arco che si flette all’irrompere del nuovo testamento, che è la corda caricata del senso cristologico: il quale, come freccia che colpisce il bersaglio, rilegge le antiche scritture come profezia del Cristo, loro compimento.

Così pure la spada a doppio taglio è la parola di Dio nella sua oralità e nella scrittura; l’uso della spada a doppio taglio nelle mani ‒ entrambi i testamenti ‒ sono per un tirocinio di liberazione contro gli oppressori, ma anche amoroso apprendistato: il doppio taglio si spiega anche con le voci del doppio coro nel Cantico, e con le due posizioni di una figura danzante mentre si canta: «Coro: Ritorna, Sulamite, ritorna; affacciati, vogliamo contemplarti. Amato: Che cosa ammirerete in lei, danzando a doppio coro?» (Ct 7,1-2; 6).

Tutta l’armonia dell’amore. L’accordarsi della bellezza interiore con quella di fuori, la consonanza del corpo con lo spirito, che si manifesta in esso: «Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe! Le curve dei tuoi fianchi sono come monili… Il tuo capo si erge su di te come il Carmelo e la chioma del tuo capo è come porpora; un re è tutto preso dalle tue trecce, il tuo respiro come profumo di miele».

Per l’autore della Lettera agli Ebrei più dell’arco e della spada è la parola di Dio, viva ed efficace, a squarciare il cuore come uno scandaglio gli abissi del suo sentire e pensare: «È più tagliente di qualunque spada a doppio taglio. Penetra a fondo, fino al punto dove si incontrano l’anima e lo spirito, fin là dove si toccano le giunture e le midolla. Conosce e giudica anche i sentimenti e i pensieri del cuore», (Eb 4, 12).

Fin dall’infanzia, uno dei tratti fondamentali di Simone Weil (1909-1943) fu la compassione per gli sventurati. L’esperienza della guerra le fece scoprire la miseria e, nel lavoro condiviso con gli operai, sperimentò la sventura, le mahleur della loro condizione lavorativa. Una disgrazia tuttavia mai disgiunta da una scintilla di luce, di grazia che vedeva in ciascuno degli uomini e delle donne con cui, di volta in volta, condivideva la sorte.

Dalla famiglia agnostica non ricevette alcuna formazione religiosa, ma questo non le impedì di incontrare il vangelo. Nel 1938 assistendo alla celebrazione della Settimana santa nell’abbazia benedettina di Solesmes sperimentò la gioia del vangelo che cambiò la sua vita: «Il Cristo è disceso e mi ha presa».

Se non entrò mai a far parte della chiesa ufficiale con il battesimo, lo fece perché vedeva, profeticamente, nel mistero dell’incarnazione ‒ che lei visse con una dedizione inesausta agli sventurati fino ad esserne consumata – vedeva oltre la chiesa che aveva sotto gli occhi, una chiesa più grande veramente cattolica, universale in umanità capace di abbracciare anche gli esclusi.

Dirà, poi, mirabilmente il Concilio: «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo ha amato con cuore d’uomo» (GS 22).

Fu così anche il movimento del cuore, ne sono convinto, di questa mistica della croce: un abbandonarsi in attesa di Dio: «Spero che questo abbandono, anche se mi inganno, mi condurrà finalmente al buon porto. Quel che io chiamo buon porto, lo sapete, è la croce. Se non potrà essermi concesso di meritare di condividere un giorno la croce di Cristo, spero mi sia data almeno quella del buon ladrone. Fra tutti coloro di cui si parla nel Vangelo, al di fuori di Cristo, il buon ladrone è quello che invidio di più. Essersi trovato al fianco di Cristo, nella sua stessa situazione, durante la crocifissione, mi sembra privilegio molto più invidiabile dell’essergli stato alla destra nella sua gloria» (Attesa di Dio, Rusconi, Milano 1972, 20).

Per Simone Weil “portare attenzione” non fu semplicemente un vedere e passare oltre, ma accorgersi, “indirizzare il cuore” come suggerisce l’etimologia. Per lei l’attenzione fu creatrice, trasformatrice della realtà, per indirizzarla diversamente, là dove è la meta del cuore, anche di chi tira con l’arco con spirito orante. Il vero bersaglio è il vuoto dell’umano, come centro il pieno della sua dignità.

Attenzione samaritana è l’attenzione creatrice della Weil. Il suo maestro d’arte fu infatti il Buon Samaritano: «L’amore per il prossimo, essendo costituito di attenzione creatrice, è analogo al genio. L’attenzione creatrice consiste nel fare realmente attenzione a ciò che non esiste. Nella carne anonima che giace inerte all’orlo della strada non c’è umanità. Eppure, il Samaritano che si ferma e guarda; fa attenzione a quella umanità assente, e gli atti che seguono confermano che si tratta di un’attenzione reale», (ivi, 115). Non lo è anche quella del poeta un’attenzione creatrice? Attenzione alle parole che ancora non esistono? E poi attenzione di levatrice alle parole nascenti?

Ricordo di aver letto e riportato il suo commento al Padre nostro per un sussidio diocesano, ma solo da poco tempo sono riuscito a leggere come nacque l’incontro della Weil con questa preghiera, vero tirocinio della coscienza credente.

Una pagina commovente e bellissima:

«L’estate scorsa, quando studiavo greco con T., avevo fatto per lui una traduzione letterale del Padre nostro in greco. Ci eravamo ripromessi di studiarlo a memoria. Credo che lui non l’abbia fatto, e neppure io in quel momento. Ma qualche settimana dopo, sfogliando il Vangelo, mi sono detta che poiché me l’ero ripromesso ed era una buona cosa, dovevo farlo. E l’ho fatto. La dolcezza infinita del testo greco mi prese a tal punto che per alcuni giorni non potei fare a meno di recitarlo fra me continuamente. Una settimana dopo cominciò la vendemmia, ed io recitai il Padre nostro in greco ogni giorno prima del lavoro, e spesso lo ripetevo nella vigna.

Da allora mi sono imposta, come unica pratica, di recitarlo ogni mattina con attenzione totale. Se mentre lo recito la mia attenzione si svia o si assopisce, anche solo un poco, ricomincio daccapo sino a quando non arrivo a un’attenzione assolutamente pura. Mi accade talvolta di ripeterlo una seconda volta per puro piacere, ma lo faccio solo se il desiderio mi spinge.

Il potere di questa pratica è straordinario e ogni volta mi sorprende, poiché, sebbene lo esperimenti tutti i giorni, esso supera ogni volta la mia attesa. Talora già le prime parole rapiscono il pensiero dal mio corpo e lo trasportano in un luogo fuori dello spazio, dove non esiste né prospettiva né punto di vista.

Lo spazio si apre. L’infinità dello spazio ordinario della percezione viene sostituita da un’infinità alla seconda e talvolta alla terza potenza. Nello stesso tempo, questa infinità dell’infinità si riempie, in tutte le sue parti, di silenzio, ma di un silenzio che non è assenza di suono, bensì l’oggetto di una sensazione positiva, più positiva di quella di un suono. I rumori se ve ne sono, mi pervengono solo dopo avere attraversato questo silenzio.

Talvolta anche, mentre recito il Padre nostro oppure in altri momenti, Cristo è presente in persona, ma con una presenza infinitamente più reale, più toccante, più chiara, più colma d’amore della prima volta in cui mi ha presa…

Questa preghiera contiene tutte le richieste possibili: non si può concepire una preghiera che non sia già contenuta in questa. “Essa sta alla preghiera come Cristo all’umanità”. È impossibile pronunciarla una sola volta concentrando su ogni parola tutta la propria attenzione senza che un mutamento reale, sia pure infinitesimale, si produca nell’anima», (ivi, 34-35; 194).

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bambina maria lucciole farfalle

PRESTO DI MATTINA
Piccola Madre, Maria, Madre mia

 

Matuška, Maria, la “piccola madre” dormiente è assunta presso il Figlio; lei che lo aveva fatto nascere sulla terra, ora da lui è fatta nascere alla sua vita risorta. Domani, 15 agosto si ricorderà la Pasqua di Maria. Stamattina ancora dorme nel sonno della morte, nel silenzio del suo sabato; come quel sabato santo in cui, nel sepolcro fuori la città santa, si riposò suo figlio deposto dalla croce.

Nelle icone orientali della Dormitio sono rappresentati due spazi distinti che sembrano sfumare l’uno nell’altro, come una sola immagine: quello terreno della morte di Maria circondata dagli apostoli, dalla gente che piange intorno al suo corpo come dormiente, e quello celeste, mistico della presenza di Cristo davanti a lei, circondato da angeli, che tiene nelle mani un neonato fasciato di vesti splendenti di colore bianco come la neve, a simboleggiare l’anima della Madre accolta tra le braccia del Figlio.

Nella santa liturgia delle chiese orientali in questo giorno si canta: «La Sua morte promette la vita. Lei, che ha dato alla luce la vita, è stata trasportata alla vita» per questo la sua morte è chiamata ‘Dormizione immortale’ (Athánatos Koimesis).

Il 1° maggio 1946 un plebiscito unanime si sollevò nella chiesa cattolica da parte dei vescovi e dei fedeli, quando il papa Pio XII volle consultare il popolo cristiano sulla opportunità di definire solennemente l’assunzione di Maria in anima e corpo.

Lo stile sinodale che nella chiesa di oggi è invocato, auspicato, proposto da papa Francesco alle nostre chiese e comunità, perché ci sia riforma missionaria e nuovo stile nelle relazioni ecclesiali – una pratica sinodale capace di generare creatività e ampi consensi nelle decisioni sulle questioni che riguardano tutti i battezzati – ebbe allora una risposta concorde.

Fu «una pia gara scrisse allora il papa – i fedeli furono mirabilmente uniti coi loro pastori, i quali in numero veramente imponente rivolsero simili petizioni. In seguito queste petizioni e voti non solo non diminuirono, ma aumentarono di giorno in giorno per numero ed insistenza», perché si dichiarasse solennemente ciò che già si credeva e si onorava nella fede di tutti i credenti verso Maria. Era l’1 novembre 1950 quando avvenne la proclamazione.

Più volte papa Francesco ha ricordato il n. 12 della Lumen Gentium che dice: «Il popolo santo di Dio partecipa pure dell’ufficio profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva testimonianza di lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità. La totalità dei fedeli, avendo l’unzione che viene dal Santo,(cfr. 1 Gv 2,20 e 27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando “dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici” mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale».

Andrej Sinjavskij [Qui], in uno studio su paganesimo, magia e religione nel popolo russo, ricorda che la fede popolare russa è sotto molti aspetti una religione della maternità. Questa distingue tre madri, differenti ma al tempo stesso affini: «La prima Madre è la santissima Madre di Dio, la seconda madre è l’umida terra e la terza è quella che ha sofferto per te i dolori del parto ed è per ciascuno la propria madre».

L’immaginazione popolare ricordando i tre sepolcri del Cristo, di Maria e di Giovanni amplifica l’onore reso a quello della Matuška e un anonimo autore di inni lo arricchisce di particolari rispetto agli altri: «Piccola Madre, Maria, Madre mia».

“Sulla tomba di Gesù
Ardono ceri,
Su quella del Battista
Splendono lumi,
Su quella della Vergine
Un virgulto è spuntato
Su di esso
Tre uccellini son posati
Tre uccellini son posati
Cantano addolorati
Cantano addolorati
Annunciano alla gente
Il distacco imminente

Il canto e il virgulto sono preludio del sorgere di un nuovo paradiso, di una terra nuova, pure lei, la terra, madre dei dolori come Maria; ancora e di nuovo sarà benedetta: «La Madre-umida terra che davanti al Signore s’affligge e si scioglie in lacrime amare» e che dice «Mi pesa, Signore, lo stare/ Sotto tanti peccatori. Pesano talmente/ E vivon senza legge e senza onore»; anche a lei le lacrime saranno asciugate. Di più. Come c’era da noi l’usanza di bagnarsi gli occhi con la rugiada del mattino di Pasqua, così nella tradizione popolare russa vi era l’usanza, al primo tuono primaverile, di inchinarsi alla terra e, dopo essersi segnati, di baciarla.

Ne I Fratelli Karamazov così parla lo starec Zosima: «Non cercare mai ricompense, poiché anche senza di esse è già grande la ricompensa che ti tocca su questa terra: la tua gioia spirituale. Non aver paura dei grandi, dei potenti, ma sii saggio. Ritrovandoti in solitudine, prega. Ama prostrarti a terra, e baciarla. Bacia la terra, e senza posa, senza mai saziartene, ama, ama tutti, ama tutto, cerca l’estasi e l’esaltazione. Bagna la terra con le lacrime della tua gioia e ama queste tue lacrime. Non vergognarti di questa esaltazione, che ti sia cara, poiché è un dono di Dio, grande, e non a molti è dato, ma solo agli eletti».

Nel racconto del suo discepolo Aleksej Fëdorovič sarà proprio in questo modo che morirà il monaco Zosima: «Tutti allora s’alzarono dal loro posto e si precipitarono verso di lui; ma lui, pur sofferente, continuava a contemplarli con il sorriso, si lasciò scivolare lentamente dalla poltrona al pavimento e si mise in ginocchio, quindi si chinò col volto a terra, stendendo le braccia e, come in preda a un’estasi di gioia, baciando la terra e pregando (come lui stesso aveva insegnato), rimise quieto e gioioso l’anima a Dio», (ivi, Milano 2016, 480; 484).

L’immaginazione popolare racconta in un inno Il sogno della Madre di Dio. Maria vede il destino che l’attende e che attende il suo Figlio e dice al Figlio: «Mi lasci sola – me tua Madre?/ E chi consola – i giorni della mia vecchiaia?». Nel sogno Cristo stesso prova a consolarla rivelandole la sua glorificazione, mostrandole la sua Dormizione/Ascensione e la chiama teneramente Matuška, mammina.

“Verrò io stesso, Mammina a trovarti,
Sarò io stesso, Vergine pura, a confessarti,
Io stesso la tua anima santa raccoglierò
Io stesso le tue reliquie sante seppellirò,
Il tuo volto su un’icona dipingerò,
Il tuo volto sull’altare appenderò
In tutte le chiese cattedrali del Signore.
Davanti al tuo Volto pregherò
E il tuo Santissimo Volto bacerò.
Mi congedo da te, mammina cara,
Le tue reliquie venererò,
Lasciandole mi inchinerò,
Io stesso la tua anima accoglierò
Con me nel regno dei cieli …”
(Cfr. A. Sinjavskij, La Madre-umida terra e la Madre di Dio, in Ivan lo Scemo, Guida Editori, Napoli 1993, 227-238).

Non so come, né perché, ma è andata proprio così, come ora vi racconto. Preso da questi testi poetici ho sentito il desiderio di onorare questa festa della Matuška dormiente e accompagnarla poi nel suo transito verso il Figlio con un dono. Ma quale? Il grazie della preghiera? Una liturgia cantata? Certo, ma quella era scontata. Serviva qualcosa in più.

Così, passando per il cuore, il desiderio ha preso la forma di una intuizione: il dono di un vestito – ecco l’idea – un vestito nuovo per il suo viaggio. Sì, un vestito per Maria; ma non uno normale di tessuto. Piuttosto un “vestito di poesia”: tessuto di parole sulla soglia di finito e infinito, quelle desolate dei poeti che scendono giù nel pozzo dell’esilio e risalgono pregne di mistero; lucciole appena, in una notte senza luna; briciole su una tavola senza pane.

Ho sperato così che là dove sarebbe giunto quel “vestito di poesia”, trapuntato di lucciole e briciole di pane, una parte di noi, della nostra umanità sarebbe arrivata prima di noi già al sicuro a quel termine ultimo di ogni umana e cosmica attesa. Così rivestita del dono di una umanità migrante, impoverita, affamata e stanca, la terrà con sé, avvinta alla sua innocente umanità, nell’abbraccio senza fine di una madre con un Figlio che perduto è stato ritrovato.

La cosa ancor più strana in questa storia, da non crederci, è che cercando, le parole stesse mi sono venute incontro lasciandomi senza parole:

“Ti cucirei un vestito
fossi capace
ti cucirei un vestito di poesie
mie.”
(Guido Catalano [Qui]).

“La stoffa è delicata
e non si trova in giro.
La trama è complicata…
si tesse con l’età.
(Eduardo De Filippo [Qui])

“Così per la lor via vanno le stelle,
Incomprese, immutabili!
Tu, mentre noi ci dibattiamo in vincoli,
di luce in luce ascendi.”
(Hermann Hesse [Qui])

“Beati quelli che nascono farfalle
o hanno luce di luna nel vestito!
Beati quelli che portano la rosa
e raccolgono il grano!
Beati quelli che non temono la morte
perché hanno il Paradiso
e l’aria che corre dietro a ciò che vuole
certa d’infinito!
Beati i gloriosi e i forti,
quelli che non furono compatiti mai,
quelli che frate Francesco esultando
benedisse e rallegrò!
(Garcia Lorca [Qui])

“Bambina mia,
Per te avrei dato tutti i giardini
del mio regno, se fossi stata regina,
fino all’ultima rosa, fino all’ultima piuma.
Tutto il regno per te.
E invece ti lascio baracche e spine,
polveri pesanti su tutto lo scenario
battiti molto forti
palpebre cucite tutto intorno.
Ira nelle periferie della specie.
E al centro,
ira.
Ma tu non credere a chi dipinge l’umano
come una bestia zoppa e questo mondo
come una palla alla fine.
Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e
di sangue. Lo fa perché è facile farlo.
Noi siamo solo confusi, credi.
Ma sentiamo. Sentiamo ancora.
Sentiamo ancora. Siamo ancora capaci
di amare qualcosa.
Ancora proviamo pietà.
Tocca a te, ora,
a te tocca la lavatura di queste croste
delle cortecce vive.
C’è splendore
in ogni cosa. Io l’ho visto.
Io ora lo vedo di più.
C’è splendore. Non avere paura.
Ciao faccia bella,
gioia più grande.
L’amore è il tuo destino.
Sempre. Nient’altro.
Nient’altro. Nient’altro.
(Mariangela Gualtieri [Qui]).

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sguardo bambina brasile

PRESTO DI MATTINA
Francesco, “pastore degli sguardi”

 

Cerco il tuo felice volto,
Ed i miei occhi in me null’altro vedano
(Ungaretti, Vita d’uomo, 206).

A questo ermetico verso, che ci ricorda come il linguaggio degli occhi sia il più istantaneo, ‘primordiale’, nel riflettere l’altro e il suo mistero, è sembrato a me fargli eco un’espressione non meno ermetica e profonda, «Nei tuoi occhi è la mia parola», di quel “pastore degli sguardi” che è papa Francesco, specie quando sollecita la chiesa ad essere capace di tessere sguardi di attenzione, di prossimità e tenerezza. Egli infatti è convinto che «lo sguardo di Gesù ridoni dignità ad ogni sguardo. Gesù li aveva guardati e quello sguardo su di loro è stato come un “soffio sulla brace”; hanno sentito che c’era “fuoco dentro” e hanno anche sperimentato che Gesù li faceva salire, li innalzava, li riportava alla dignità», (Santa Marta, 21/09/2013).

E lo sguardo d’altri poi.

Dai loro occhi silenziosi scaturiscono parole nuove, vere. Un incontro di sguardi che fa rinascere le nostre parole logore; che feconda le nostre parole sterili, ripetitive, senza gioia, rendendole parole di affezione, prossimità e condivisione: e dunque credibili per annunciare la gioia del vangelo. Lo stesso che si cela nello sguardo altrui: un vangelo nascosto dentro la vita degli altri, come un tesoro nascosto una perla preziosa, dal quale occorre lasciarsi evangelizzare.

Uno sguardo evangelico lo riconosci subito. Non è uno sguardo anonimo: vive in relazione all’altro, da persona a persona, tramite sguardi di reciprocità, che si voltano quando chiamati per nome. Da loro passa la grazia e il mistero della Parola e delle parole nostre, quelle capaci di generare. Non per caso Nei tuoi occhi è la mia parola è il titolo di un libro che raccoglie le omelie di Bergoglio quando era vescovo a Buenos Aires. Ed esprime l’attenzione di papa Francesco a cercare negli occhi dell’altro le parole da rivolgergli, affinché esse ne riflettano la realtà e non già l’idea che abbiamo di lui. Più grande dell’idea che abbiamo di lui, infatti, è la realtà che parla attraverso i suoi occhi.

Questo sguardo inclusivo, che alimenta e trattiene la presenza dell’altro dentro di noi, è capace di generare parole così autentiche da diventare ‘preghiera di intercessione‘. Tanto che, anche quando non hai più l’altro davanti agli occhi, o perché egli e lontano, o perchè non lo vedi da tanto tempo, quelle parole ne ricordano la presenza accanto a te. Quando chiudi gli occhi nella preghiera, come se chiudessi, evangelicamente, la porta della tua stanza, si apre uno sguardo interiore, che continua a vedere i luoghi, i volti, gli sguardi; a sentire le parole di coloro che hai incontrato nel tempo e nello spazio. E proprio lì non si è più soli, ma vi è anche il Padre tuo che vede nel segreto ed ascolta. L’intercessione, in tutte le sue molteplici forme ed espressioni, situa te e gli altri nella sorgente della preghiera di Gesù al Padre – nei tuoi occhi di Padre le parole mie – e quelle ascoltate fermandosi con le persone incontrate lungo la via.

Durante la discussione sul documento finale di Aparecida alcuni vescovi volevano inserire all’inizio del primo capitolo l’espressione “con uno sguardo crudo sulla realtà”. Fu invece approvata la mozione di Bergoglio che sottolineava la dimensione contemplativa del discepolo missionario di fronte al mondo. Quello che non affronta in modo anonimo la realtà, che si affida a uno sguardo generalizzato privo d’anima e di relazionalità con i volti e persone reali e situazioni concrete, ma ascolta  nel profondo le narrazioni delle storie di ciascuno.

Lo sguardo della fede è sguardo in relazione, che nasce dalla contemplazione. Cresce ogni volta contemplando la Parola e praticandola nell’intreccio, o meglio nell’abbraccio con le parole altrui. Contemplativa e poetica insieme, la parola della fede si origina negli occhi del vangelo e si incarna nelle parole e negli sguardi della gente per poter “vedere”, “discernere” ed “agire” nella realtà, nella storia, aprendo strade per la condivisione dell’annuncio.

«Lo sguardo che voglio condividere con voi è quello di un pastore che cerca di approfondire la propria esperienza di credente, di uomo che crede che “Dio vive nella propria città”. Perché lo sguardo di fede scopre e crea la città. Le immagini del Vangelo che più mi piacciono sono quelle che mostrano ciò che Gesù suscita nella gente quando la incontra per la strada. Lo sguardo della fede ci porta ad uscire ogni giorno e sempre di più all’incontro del prossimo che vive nella città. Ci porta ad uscire all’incontro, perché questo sguardo si alimenta nella vicinanza. Non tollera la distanza, perché sente che la distanza sfuma ciò che desidera vedere; e la fede vuole vedere per servire e amare, non per constatare o dominare. Uscendo per strada, la fede limita l’avidità dello sguardo dominatore e aiuta ogni prossimo concreto, al quale guarda con desiderio di servire, a focalizzare meglio il suo “oggetto proprio e amato”, che è Gesù Cristo fatto carne».

Lo sguardo della fede che spera «non discrimina né relativizza perché è misericordioso. La misericordia crea la maggiore vicinanza, che è quella dei volti e, poiché vuole davvero aiutare, cerca la verità che più fa male – quella del peccato – ma per incontrare il vero rimedio. Questo sguardo è personale e comunitario. Si traduce in agenda, segna tempi più lenti di quelli delle cose (avvicinarsi ad un ammalato richiede tempo) e genera strutture accoglienti e non repulsive, cosa che esige anch’essa del tempo».

Lo sguardo della fede che ama «non discrimina né relativizza perché è sguardo d’amicizia. Gli amici si accettano così come sono e gli si dice la verità. È anche questo uno sguardo comunitario. Porta ad accompagnare, a riunire, ad essere qualcuno in più al fianco degli altri cittadini. Questo sguardo è la base dell’amicizia sociale, del rispetto delle differenze, non solo economiche, ma anche ideologiche. È anche la base di tutto il lavoro del volontariato. Non si può aiutare chi è escluso se non si creano comunità inclusive. Lo sguardo dell’amore non discrimina né relativizza perché è creativo», (Incornare Dio nella città, Omelia, 2011).

Papa Francesco riprenderà questo tema anche nell’Esortazione Evangelii gaudium del 2013: «In una civiltà paradossalmente ferita dall’anonimato e, al tempo stesso, ossessionata per i dettagli della vita degli altri, spudoratamente malata di curiosità morbosa, la Chiesa ha bisogno di uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro tutte le volte che sia necessario, per rendere presente la fragranza della presenza vicina di Gesù ed il suo sguardo personale».

“Arte dell’accompagnamento”, la chiama Francesco nello stile di Mosè che si toglie i sandali di fronte a quel roveto ardente, che è ogni persona. Uno sguardo, dunque, «rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo che sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana», (EG 169).

Così Francesco riconosce ammirato come innumerevoli siano le risorse offerte dal Signore e i carismi suscitati dallo Spirito, per dialogare con il suo popolo e renderlo partecipe della missione e del Regno: «Credo che il segreto si nasconda in quello sguardo di Gesù verso il popolo, al di là delle sue debolezze e cadute: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32); Gesù predica con quello spirito. Benedice ricolmo di gioia nello Spirito il Padre che attrae i piccoli. Il Signore si compiace veramente nel dialogare con il suo popolo e il predicatore deve far percepire questo piacere del Signore alla sua gente» (EG 141).

A una chiesa in stile sinodale e in riforma missionaria Francesco chiede anzitutto una “conversione dello sguardo”, capace dire sì alla realtà e riconoscerla come più importante dell’idea. Sì al tempo come superiore allo spazio. Sì all’unità che non si rassegna alle divisioni, ma cerca vie per ricomporre i conflitti. Sì alle diversità sapendo che le parti formano e vivono nell’orizzonte e nell’interesse del tutto che è superiore alle parti, il bene comune al di sopra degli interessi di parte.

Alla conclusione del Sinodo sulla famiglia nel 2015, che ha determinato una discussione libera tra i vescovi e per questo non priva di contrasti e conflittualità, è seguita l’esortazione di Francesco Amoris laetitia del 2016. Che si prefigge di portare avanti un processo di riforma pastorale capace di guardare con realismo alla situazione delle famiglie nel mondo attuale, così da ridare ai pastori uno sguardo e tempi lunghi per continuare ad approfondire con libertà le questioni ancora aperte. Nel documento si chiede una “conversione dello sguardo” sulle abitudini familiari, sulla dottrina matrimoniale, sul conseguente agire pastorale. Lo stile di questo discernimento è all’apparenza molto semplice: occorrerebbe adottare lo stesso sguardo che Gesù riservava alle persone che incontrava in Palestina. Ma farlo con coerenza è tutt’altro che semplice, esigendo una conversione del cuore e della vita al vangelo.

Anche per il recente sinodo regionale Pan-amazzonico del 2019, l’esortazione apostolica di Francesco, Querida Amazonia del 2020 [Qui] riprende lo stesso stile aperto, proprio di chi è consapevole di esser di fronte a un processo di coscientizzazione delle questioni problematiche emerse. La sua è un’esortazione, che incoraggia a proseguire un cammino. Non si pone come chiusura del documento finale dei vescovi, quasi fosse l’ultima parola, ma si mette accanto ad esso. È lo sguardo del Papa sull’Amazzonia, che si unisce ad altri sguardi anche non coincidenti.

Scrive: «Tanti drammi sono stati legati ad una falsa “mistica amazzonica”. È noto infatti che dagli ultimi decenni del secolo scorso l’Amazzonia è stata presentata come un enorme spazio vuoto da occupare, come una ricchezza grezza da elaborare, come un’immensità selvaggia da addomesticare. Tutto ciò con uno sguardo che non riconosce i diritti dei popoli originari o semplicemente li ignora, come se non esistessero, o come se le terre in cui abitano non appartenessero a loro. Persino nei programmi educativi per bambini e giovani, gli indigeni sono stati visti come intrusi o usurpatori. La loro vita, i loro desideri, il loro modo di lottare e di sopravvivere non interessavano, e li si considerava più come un ostacolo di cui liberarsi che come esseri umani con la medesima dignità di chiunque altro e con diritti acquisiti», (QA 12).

Francesco invita così ad una mistica degli sguardi e delle relazioni che faccia entrare nei propri occhi il mistero di Dio rivelato negli occhi dell’altro. In contemplazione dei volti delle persone concrete, che incontriamo ogni giorno. Esorta al senso della contemplazione che per lui è senso “sinodico”, che cammina insieme e insieme si intona “sintonico al senso della poesia.

«Poesia: intendendo con questa bella parola proprio il senso della contemplazione, del fermarsi e donarsi un momento di apertura verso se stessi e gli altri nel segno della gratuità, del puro disinteresse. Senza quel “di più” della poesia, senza questo dono, senza la gratuità, non può nascere un vero incontro, né una comunicazione propriamente umana. Gli uomini “comunicano” non solo perché si scambiano informazioni, ma perché provano a costruire una comunione. Le parole devono essere quindi come dei ponti gettati per avvicinare le diverse posizioni, per creare un terreno comune, un luogo di incontro, di confronto e di crescita». In Fratelli tutti si afferma la possibilità di un cammino di pace tra le religioni perché «il punto di partenza dev’essere lo sguardo di Dio. Perché Dio non guarda con gli occhi, Dio guarda con il cuore» (FT 281).

Nello sguardo poetico e contemplativo di papa Francesco, la profezia del Regno e la realtà storica devono nuovamente incontrarsi come narra il salmo 85: «La sua salvezza è vicina a chi lo teme e la sua gloria abiterà la nostra terra. Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno». L’incontro inizia sempre di nuovo quando donne e uomini alzano lo sguardo per vedersi l’uno nell’altro.

Querida Amazonia ha anche inserito nel testo parole di poeti e scrittori; Francesco è convinto che l’arte della parola poetica abbia la capacità di comunicare una più alta visione del reale. «Le parole devono divenire come dei ponti gettati per avvicinare le diverse posizioni, per creare un terreno comune, un luogo di incontro, di confronto e di crescita», (Nei tuoi occhi è la mia parola, Rizzoli Milano 2016).

Dove abitò la tortura

Molti sono gli alberi
dove abitò la tortura
e vasti i boschi
comprati tra mille uccisioni.
(Ana Varela Tafur, Timareo, in Lo que no veo en visiones, Lima 1992)

Esiliano i pappagalli

I mercanti di legname hanno parlamentari
e la nostra Amazzonia non ha chi la difenda […].
Esiliano i pappagalli e le scimmie […]
Non sarà più la stessa la raccolta delle castagne.
(Jorge Vega Márquez, Amazonia solitária, in Poesía obrera, Cobija-Pando-Bolivia 2009).

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PRESTO DI MATTINA
Donna Teresa

 

“Donna eccezionale”: così Papa Montini definì Teresa d’Avila in occasione della sua proclamazione a Dottore della Chiesa. Un’espressione ripresa e rilanciata oggi nel 50° anniversario di quell’evento da papa Francesco nel messaggio al Congresso internazionale dell’Università cattolica della città castigliana. In esso risuona l’invito a evidenziare alcuni tratti di un’eredità spirituale e di uno stile ecclesiale tutto al femminile, decisivo anche per la chiesa di oggi nel suo processo di riforma e ripresa delle istanze ancora incompiute avviate dal Concilio Vaticano II come la sinodalità e la ministerialità delle donne.

Riformatrice della spiritualità carmelitana, fondatrice di nuove comunità, Teresa scrisse la storia della sua vita (Libro de mi vida) e del suo itinerario spirituale e mistico (Cammino di perfezione e Il Castello interiore) tra censure, sospetti, contrasti e difficoltà. Tutto ciò non le impedì però di testimoniare la sua esperienza di fede e lo stile innovativo della sua preghiera fondata e vissuta sulla scoperta dell’umanità di Cristo nella propria vita come viatico, pane del cammino, per raggiungere lui e «trasformarsi in lui», pane vivo, pane spezzato, pane eucaristico, pane dei poveri.

Tale lo ebbe a sperimentare nella forma dell’ “orazione mentale” di cui ne indicò le tappe come dimore, attraversando le quali raggiungere una graduale e vieppiù profonda intimità unitiva, sponsale e mistica al Cristo: «Per me l’orazione mentale non è altro se non un rapporto d’amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama», (Vida, 8,5). Ma non meno tenace fu l’azione di Teresa nel far valere la sua dignità femminile nella società e nella chiesa del suo tempo, in cui alle donne veniva persino proibito la lettura di libri spirituali e ogni genere di formazione culturale: «Pensino a filare, girando la ruota… e si contentino dell’Ave Maria e del Pater noster»: “Que hilen” e “tomen su rueca” erano infatti gli stereotipi per definire la posizione culturale e sociale della donna nella Spagna conservatrice del XVI secolo.

L’orazione resta dunque il fondamento e la chiave della sua vita, del suo magistero e della sua lotta come donna. Se lei si è battuta era proprio perché le sue figlie potessero avere il diritto di pregare “mentalmente”, liberamente cioè, senza formule, colloquiando con Dio, come lo Spirito suggerisce poiché ciò che veniva messo in questione era proprio la capacità di questa attitudine al pensare spirituale.

Non meraviglia allora che Teresa sia stata una «lettrice autodidatta» che «non apparteneva al gruppo selezionato di puellae doctae, bensì alla massa popolare di donne avide di cultura. Non scrive in latino e nemmeno in uno spagnolo elitario per colti. È in relazione con la letteratura spirituale “romanza”. Lei stessa scrive in “spagnolo popolare abulense” e promuove, all’interno del Carmelo, un movimento di cultura femminile», (T. Alvarez, Gli orizzonti di Teresa di Gesù, Roma 2012).

Ma non fu per questa ragione che negli anni venti dello scorso secolo, in piena rivalutazione dei mistici e teologi spirituali, il titolo di ‘dottore della chiesa’ concesso a Giovanni della Croce venne negato a Teresa: «Obstat sexus», fu semmai il motivo del rifiuto opposto da Pio XI. Un’autentica discriminazione, dunque, che lo spirito del Concilio vaticano II, mettendo a tema l’universale vocazione alla santità nella chiesa (LG 40) e il riconoscimento di un ‘magistero della santità’ presente in tutto il popolo di Dio, senza distinzioni di sesso, consentì di superare: «la totalità dei fedeli  ‒ infatti ‒ avendo l’unzione che viene dal Santo, non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici» (LG 12).

Grazie a questa nuova coscienza di chiesa, che riconosceva in tutti i battezzati il triplice munus di Cristo, il dono/carisma sacerdotale, regale e profetico, fu quindi possibile ritenere accanto a un ‘magistero dei pastori’ anche un ‘magistero carismatico’, frutto delle grazie, delle ispirazioni e dei carismi suscitati dallo Spirito nel popolo di Dio per edificare la chiesa nella sua missione di evangelizzazione. Ogni ostacolo era rimosso affinché Teresa ‒ già proclamata beata nel 1614 e poi santa da papa Gregorio XV nel 1622 ‒ potesse essere annoverata tra i dottori della Chiesa nel 1970 da Paolo VI, insieme a Caterina da Siena.

La Vida, quella della mistica di Ávila, narra di come una donna, Teresa Sanchez de Cepeda y Ahumada, (1515-1682), nata in una famiglia benestante (il padre era figlio di un ebreo convertito), che diceva di essere «senza cultura», e soffrendo molto di non essere «letrada» (fu scrittrice tardiva, tanto che gli scritti appartengono all’ultimo periodo della sua vita) divenne “donna eccezionale”. «Eccezionale come religiosa scrisse papa Paolo VIche, tutta velata di umiltà, di penitenza e di semplicità, irradia intorno a sé la fiamma della sua vitalità umana e della sua vivacità spirituale, e poi come riformatrice e fondatrice d’uno storico e insigne Ordine religioso, e scrittrice genialissima e feconda, maestra di vita spirituale, contemplativa incomparabile e indefessamente attiva; com’è grande! com’è unica! com’è umana! com’è attraente questa figura!» (Omelia, 27 settembre 1970).

Ai piedi del Maestro, in ascolto come Maria della sua Parola, lì acquisì la docenza evangelica. Quella apostolica l’ottenne invece per amore della chiesa vissuta nella forma di una itineranza di discepola per tutta la Spagna ad infiammare di nuova profezia una chiesa paga della sua dottrina, del suo sapere e del suo potere. Instancabile come Marta nel servire al processo di rinnovamento e riforma della chiesa, non tanto nelle strutture, ma nel tessuto più profondo della sua coscienza, della sua spiritualità e umanità: “sentire cum Christo per sentire cum e in ecclesia”.

«Quando si proibì la lettura di molti libri in lingua volgare, io ne soffrii molto, perché la lettura di alcuni mi procurava gioia, e non potendo ormai più leggere perché quelli permessi erano in latino, il Signore mi disse: “Non darti pena, perché io ti darò un libro vivente”. Io non riuscivo a capire che cosa quelle parole potessero significare, non avendo ancora avuto visioni», (Vida 26,5). Quel libro era il Cristo stesso che le parlava. Così proprio lei, cui tutti volevano imporre obbedienze, censure, divieti, divenne un “Dottore” per tutta la Chiesa e, diversamente dai molti teologi ed ecclesiastici suoi contemporanei, lei salì sulla mistica cattedra, ai piedi del suo Maestro, mentre gli altri rimasero dimenticati, seduti nei banchi per essere citati, di tanto in tanto, solo da qualche storico. Questi si illusero di rinchiudere lo Spirito del risorto nuovamente dentro il Cenacolo, sprangando porte e finestre alla sua chiesa, senza rendersi conto dell’inutilità e della sofferenza provocata da quei diktat non negoziabili pronunciati in nome di Dio, mentre il suo spirito spirava altrove.

A lei, rinata dallo spirito e completamente trasformata dall’umanità del Cristo, inviata a una chiesa da riformare accadde allora ‒ come anche oggi non di rado accade con i piccoli, i poveri, gli umili, gli illetterati ‒ di essere visitata da quello spirito che Gesù descrisse come «il vento che soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,8).

La sua esperienza spirituale storicamente si colloca nella Spagna del XVI secolo nel contesto di una cristianità in riconquista e di una chiesa in controriforma. Il che non impedì ma anzi favorì il fiorire di molti movimenti spirituali che contribuirono al nascere della ‘devotio moderna’: una spiritualità che attingeva alle fonti bibliche e patristiche, fondata, non già sulle devozioni comandate, ma sul colloquio personale con Dio pervaso di affettività e incentrata sull’imitazione di Cristo.

“Nelle sue mani”: ricorre spesso questo invito nei suoi scritti a testimoniare la fiducia che lega coloro che si amano. «In me cerca te e in te cerca me», proprio ad imitazione del Figlio unigenito che si consegna con pieno abbandono nelle mani del Padre. Le mani di Gesù sono così luogo simbolico dell’incontro, dello scambio, mistico e insieme profondamente umano, il luogo in cui il Padre consegna l’umanità e l’intera creazione al Figlio e questi fa risplendere in essa l’immagine e la somiglianza infinitamente risplendente sul suo volto: «Un giorno, mentre stavo in orazione, egli volle mostrarmi solo le mani: erano di così straordinaria bellezza che non potrei descriverla. A tale vista rimasi molto sconvolta, come avviene sempre in principio, di fronte a qualsiasi nuova grazia soprannaturale concessami dal Signore. Dopo pochi giorni vidi anche quel suo divino volto e credo di esserne rimasta completamente rapita» (Vida, 28,1).

Nel vangelo di Giovanni, 3, 36 Gesù dice: «Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa», e in 13,3 è detto: «sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita». Ma che cosa, il Padre, gli ha veramente consegnato nelle mani? La riposta segue subito dopo: «Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto». Il Padre ha messo nelle mani del Figlio i nostri piedi, ciò che caratterizza l’essenziale dell’umano, dell’homo viator, il suo essere in ricerca, in cammino, pellegrino dell’assoluto, errante in questa vita come Abramo e come anche Teresa. Nel gesto della lavanda dei piedi si rivela il gesto di una comunione e fraternità da attuarsi nel servizio vicendevole, profezia di umanità e comunità nuove.

Nel Cammino di perfezione Teresa dice alle sorelle: «Cercate sempre il più perfetto. Vi scongiuro per amor di Dio di pregare il Signore affinché ci esaudisca. Da parte mia, non ho mai cessato di farlo, nonostante la mia grande miseria: si tratta della sua gloria e del bene della sua Chiesa, ed è qui che convergono tutti i miei desideri». Il desiderio di Teresa era che si testimoniasse la pienezza di vita sperimentata nel suo cammino di fede e che venisse riconosciuta la dignità delle sue sorelle e del loro servizio nella chiesa: «No, o Creator mio, Voi non siete ingrato, e sono sicura che esaudirete le loro domande. Quando eravate su questa terra, lungi d’aver le donne in dispregio, avete anzi cercato di favorirle con grande benevolenza». (Cammino di perfezione, 3,7).

Anche oggi Tersa d’Avila avrebbe scelto la clausura come forma di vita? Posso supporre di sì, anelando essa ad una esistenza tanto intensamente fraterna e allo stesso tempo tutta centrata su un’intima amicizia con Gesù, quale difficilmente si potrebbe pensare in altri contesti. E, anche se nascosta, con una sua efficacia apostolica che non ha bisogno di essere legata alle parole per essere lievito evangelico e vivissimo fermento per la Chiesa del nostro tempo.

Il nostro Carmelo, di via Borgovado 23, e le sorelle che l’abitano è lì a testimoniare che è ancora e proprio così. Fray Luis de Leon nel 1588 scriveva: «Io non conobbi né vidi la santa Madre Teresa di Gesù mentre viveva, ma ora che vive in cielo la conosco e vedo, quasi sempre, nelle due immagini vive che ci lasciò di sé e che sono le sue figlie e i suoi libri, che a mio giudizio sono i maggiori testimoni fedeli e di singolare rarità della sua grande virtù».

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PRESTO DI MATTINA
Il pastore, gli agnelli e il pungitopo

 

«Considerato nella sua spirituale preparazione, il concilio ecumenico, a poche settimane dal suo radunarsi, sembra meritare l’invito del Signore: “Vedete tutti gli alberi, quando già rimetton le foglie, voi conoscete da voi stessi, solo a guardarli, che s’appressa l’estate; e allo stesso modo anche voi, quando vedrete avverarsi queste cose, sappiate che è vicino il regno di Dio”», (Lc 21,29-31). In questo testo del settembre del 1962 papa Giovanni XXIII vede il concilio e la chiesa radunata in esso, come una primizia e un segno dell’approssimarsi del regno di Dio. L’averlo desiderato ardentemente ‒ “giorno desiderato” lo chiama ‒ diviene pure invocazione, fiducia nello Spirito che sempre opera nella storia umana attraverso gli uomini e le donne di buon volere; ma anche un dono pasquale alla chiesa perché ritorni ad amare con cuore pastorale e s’avvicini alla vita della gente.

Un analogo desiderio, quello di fare Pasqua con i suoi, arde in Gesù lungo il cammino verso Gerusalemme: «“Desiderio desideravi. Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione» (Lc 22, 15). La Pasqua è la brama più intima di Gesù, desiderio di prossimità e di comunione con il Padre e con noi, ciò che lo spinge ad annunciare il Padre, il suo avvicinarsi all’uomo nella storia tramite la sua giustizia: «Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”», (Gv 6, 4-6). Scrive Agostino: «Il desiderio è il recesso più intimo del cuore. Quanto più il desiderio dilata il nostro cuore, tanto più diventeremo capaci di accogliere Dio». (Io. Evang., tr., 40, 10).

S’avvicina la Pasqua è pure il titolo, ripreso ogni volta come fosse un unico titolo, delle lettere pastorali di mons. Luigi Maverna, vescovo di Ferrara-Comacchio dal 1982 al 1995. Tornava ogni anno su quel versetto di Giovanni 6,4 come fosse un cristallo dalle molteplici sfaccettature. E tutte le volte riusciva a illuminarne un aspetto diverso, certo com’era, nell’approssimarsi della Pasqua, di «trovarla sempre nuova».

Pasqua: culmine e fonte in cui convergeva a da cui si irradiava il suo desiderio, accompagnato dal pensiero e dall’azione pastorali. Non per caso, alla messa in cui si congedò dalla diocesi fu salutato con il canto dell’Exultet pasquale, avendo egli confidato poco prima, alla vigilia di Pasqua, che gli sarebbe piaciuto morire mentre la Chiesa intonava quell’inno. Ci lasciò nel 1998 ai primi vespri della festa di Pentecoste: discesa dello Spirito santo su Maria e gli apostoli nel cenacolo, compimento della Pasqua nella chiesa, suo inizio e germe nel mondo attraverso l’annuncio del vangelo alle genti.

Se il vescovo Filippo Franceschi, suo predecessore (1976-1982), aveva introdotto e traghettato la nostra chiesa nella recezione del concilio, lui lo aveva declinato nella ferialità del suo cammino, promuovendo e attuando le strutture partecipative e di condivisione conciliari nel popolo di Dio, senza trascurare di animare il mistero nascosto in esso con una attiva partecipazione alla liturgia, che riteneva, unitamente ai poveri, il cuore della chiesa: «Una Chiesa povera per i poveri. Privilegiare i poveri, nella pastorale, è compiere opera di evangelizzazione». Timido e risoluto al contempo, nel testamento aveva scritto: «La Chiesa non è nelle grandi cose. La Chiesa è preparata dalla voce e dall’azione dei ministri e dei fedeli, la Chiesa è dove è, dove sono i cuori umilmente aperti, accoglienti, concordi con Cristo. “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono in mezzo a loro”. Lì, ad ascoltarlo; lì, a riamarlo; lì, a gustarlo e pregustarlo, lì per l’eternità. Di lì, la fecondità di un amore che raggiunge, spiritualmente, invisibilmente, soprannaturalmente, ma concretamente, i confini del mondo». Da lui appresi la sinodalità, quel camminare insieme così caro a Papa Francesco. Con lui la praticai anche nella comunità parrocchiale e diocesana. Un “vescovo fatto desiderio” scrissi commentando allora il suo testamento, perché così deve essere lo stile di chi si avvicina alla Pasqua: lui si apprestava all’incontro con il Cristo pasquale con il ‘massimo desiderio’, ‘desiderio bruciante’, appunto «Desiderio desideravi» (Lc 22,15).

Commentando il salmo 37 il vescovo d’Ippona Agostino scrive: «Sia dinanzi a lui il tuo desiderio; ed il Padre, che vede nel segreto, lo esaudirà. Il tuo desiderio è la tua preghiera; se continuo è il desiderio, continua è la preghiera. Il desiderio è la preghiera interiore che non conosce interruzione. … Se dentro al cuore c’è il desiderio, c’è anche il gemito; non sempre giunge alle orecchie degli uomini, ma mai resta lontano dalle orecchie di Dio (Enarr. in Ps., 37, 14). Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace: se desideri sempre, sempre preghi. Quando sonnecchia la preghiera? Quando si raffredda il desiderio, (Serm., 80, 7)».

Il desiderio di un possibile cambiamento e trasformazione affretta e avvicina la Pasqua, che ci viene incontro e risveglia il ricordo di ciò che in essa è accaduto: un ribaltamento delle sorti. Un inno della liturgia della settimana santa canta: «Trafissero (perforarunt) quel mite corpo e ne uscì sangue e acqua! La terra, il mare, il cielo, il mondo da quale fiume vengono purificati!»; ed Ambrogio: «In lui è risorto il mondo, in lui è risorto il cielo, in lui è risorta la terra; vi sarà infatti un cielo nuovo e una terra nuova», (De excessu fratris. Orazione funebre, II,102).

S’avvicina la Pasqua, avvicinati anche tu.

Avvicinati allora per ritrovare quella prossimità che nessun distanziamento potrà mai ostacolare: perché essa è il luogo della memoria vissuta, cresciuta con noi nella forma di una responsabilità: quella del continuare a fare memoria della dignità umana ogni volta tradita, venduta per un paio di sandali o per trenta denari, spogliata, crocifissa, ma ogni volta liberata dall’amore più grande, quello di chi dà la sua vita per farla nascere di nuovo. È questa la coscienza che Gesù ha avuto di sé nell’approssimarsi della Pasqua: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24). Null’altro che questo è la Pasqua: la debolezza vittoriosa di un amore.

Avviciniamoci io e voi insieme, allora, per fare memoria dell’Ecce Homo e di ogni uomo e donna del nostro tempo che, essendo senza bellezza e apparenza per attirare gli sguardi, incarnano nel presente Colui che Pilato presentò alla folla. Non potrei descrivere meglio questa condizione, con più verità e drammaticità, delle parole incise da Primo Levi nell’esergo del suo libro più noto: Se questo è un uomo: Voi che vivete sicuri… Considerate se questo è un uomo/ Che lavora nel fango/ Che non conosce pace/ Che lotta per mezzo pane/ Che muore per un sì o per un no./ Considerate se questa è una donna,/ Senza capelli e senza nome/ Senza più forza di ricordare/ Vuoti gli occhi e freddo il grembo/ Come una rana d’inverno», (Einaudi, Torino, 2014, 2 e 177).

Anche se questo testo ‒ come sottolinea Cesare Segre nella postfazione ‒ riecheggia lo Shemà Israel (Ascolta, Israele) tuttavia «l’atto di fede manca; al contrario, si sviluppa il tono esortativo, dal Voi iniziale, ripreso anaforicamente nel terzo verso, agli imperativi Considerate (due volte), Meditate, Scolpitele, Ripetetele (in particolare i vv. 16-19 sono traduzione fedele del testo ebraico: «queste parole/ scolpitele nel vostro cuore/ stando in casa andando per via,/ coricandovi alzandovi»); e si conclude con una specie di maledizione per chi non obbedirà. A che cosa? All’obbligo del ricordo».

Esattamente quello stesso ricordo cui la Pasqua ci esorta. Il ricordo del mistero più alto di tutti, come lo chiama papa Leone Magno: «Quanti desiderano arrivare alla Pasqua del Signore, devono prepararsi a celebrare il mistero più alto di tutti, il mistero del sangue di Gesù Cristo che ha cancellato le nostre iniquità, facciamolo con i sacrifici della misericordia. Al Signore infatti nessun’altra devozione dei fedeli piace più di quella rivolta ai suoi poveri, e dove trova una misericordia premurosa là riconosce il segno della sua bontà», (Disc. 10 sulla Quar., 3-5; PL 54, 299-301)

C’è una poesia di Umberto Piersanti che mi ricorda il buon pastore che dà la vita come pure il Cristo, mite agnello, rialzato dalla morte, sanguinante ma vivo: l’Agnello mansueto che s’avvicina a noi proprio a Pasqua.

Cade la neve
larga, mesi e mesi,
gela fossi e fonti,
schianta querce e olmi,
sotterra case
e stalle, l’erbe gialle,
cancella gli stradini
fino a Viapiana
e muoiono gli agnelli
uno alla volta,
stridono nella stalla fredda,
fanno pena,
il pastore li guarda
desolato,
alza il falasco
fradicio, dissolto,
non c’è più un ceppo d’erba
la più gelata
venne una luce chiara
sulla neve,
l’aria fredda e liscia,
senza tempesta
restano tre agnelli,
li porta fuori,
storcono quelli il muso,
le zampe magre dentro
il nevone stanno incatenate,
belano i disperati,
soffiano forte
nella macchia li spinge
il buon pastore,
e con un ramo scava,
con le due mani
il pungitopo appare,
i frutti rossi
brillano colmi
e intatti, i cespi
freddi trapassano la neve
fitti e aguzzi
quando gli agnelli giungono
stremati,
brucano foglie e frutti
buttano sangue,
sugli spini lasciano la lana,
queti colmano i ventri
senza belare.

(Nel tempo che precede, Torino 2002, 71-72)

 

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PRESTO DI MATTINA
Scrivere, perché?
… vedremo strada scrivendo

 

Scrivere, perché?
«Silenzioso passa il vento/ tra una smunta tenda/ Tace la notte/ tra la bianca nebbia/ Piange l’albero/ il suo perduto splendore/ Nuda la terra/ nella notte fredda urla le sue ferite». Parole ritrovate, con l’emozione della prima volta, riaprendo un libro dopo tanto; un foglio riappare, lo scritto d’una persona cara. E, lei, la tenda, è sempre così smunta perché sa di essere di troppo nel voler trattenere le parole esiliate dal dolore, smarrite nella bianca nebbia.
Del nulla che resta, solo il movimento ne ricorda il passaggio. E tuttavia, a margine una nota, come un destarsi del sapere che interpreta le parole, custodendone la scintilla: «questa è l’unica poesia che non sia nata da un rigurgito di angoscia, ma in un momento di silenzio nella notte. Nel cuore della notte. Era già autunno inoltrato, vuotavo la lavatrice e fuori la nebbia copriva tutti i suoni, tutto era assopito; sentivo le gocce di umidità che cadevano dai rami del ciliegio, la tenda ‒ l’unica della casa ‒ lentamente si muoveva e così nel cuore della notte ho sentito la terra nella sua intimità».

Si scrive per scoprire quello che non si sa ancora, per esprimere quello che non c’è.

Se leggere è come aprire la porta di casa a parole migranti, gocciolanti nella nebbia ‒ apri un libro e «la stanza è invasa da tutto ciò che c’è scritto dentro» (Nadia Terranova) ‒ come ospitare un forestiero, fare conoscenza e trovare compagnia tra le parole straniere, scrivere implica invece un andare a cercale: partire alla ricerca di parole che non si conoscono, non si sa dove; parole nascoste, vaganti, perdute, inanimate; o appena concepite ma non esattamente sapute, che attendono di nascere, di diventare in quel silenzio parole tue da portare in grembo.

Ma scrivere è anche prendere la via dell’esilio, costretti dal disgusto delle parole vane di un linguaggio divenuto banale, formale, zeppo di espressioni vuote. O peggio, un linguaggio servo dell’inganno di nuove dittature, anche spirituali, che mettono il bavaglio alle parole vere, quelle che nascono dalle cose incontrate e rese intime. Una pervasività del reale delle cose che preme dal di fuori e si fa sentire dentro, compagnia di parole ancora libere, levatrici del tuo germinare in terra arida, straniera, ma generativa di spazi aperti.

La prima ragione che ci porta a scrivere è allora «proprio il ‘disgusto’ di ciò che siamo costretti a pensare e a dire», ricorda Michel Ponge. Le cose, l’oggettività del reale è per lui «ciò che ‘tira fuori’ la mente, ciò che la strappa al chiuso, alla ristrettezza di sé: la ‘bellezza’ della natura consiste nella sua immaginazione, in quel modo di poter tirare l’uomo fuori da se stesso, dal maneggio ristretto». È dalle cose, dunque, che nasce la poetica. Esse sono l’oggetto interlocutore dello scrivere (Ponge scrive in prosa); «a fronte di un ripiegamento frettoloso, spiritualista o contro la superbia dell’uomo che si crede esterno e superiore alle altre creature e ‘cose’ dell’universo», la parola poetica, incontrata nel vissuto delle cose, rimette tutto in questione, perché questa attinge il suo essere sovversiva e suscitatrice all’esistenza stessa, che incontra nelle realtà più umili di ogni giorno.

Il perché dello scrivere lo si scopre però solo scrivendo. Lo trovi nascosto nelle parole in cui ci si esprime, svolgendole nel testo come sulla strada di Emmaus: come un pellegrino, straniero che si accosta e ti svela il perché delle scritture, e la sua voce a poco a poco ti scalda il cuore e tu ne scopri il senso solo dopo. Lo stesso accade anche con la parola poetica: cammina avanti, precede la conoscenza; e dopo averla incontrata, come ai discepoli, ci si aprono gli occhi; la riconosci e ti riconosci in essa, lasciando in te quella stessa gioia della parola data come un pane spezzato, a Emmaus, che nutre e ti fa partire di nuovo. Per questo, in un articolo sulla poetica di Ponge, scritto sul Corriere del 1979, Italo Calvino titolò Felice tra le cose (Saggi 1945-1985, 1, Milano 1995, 1401-1407).

Scrivere ancora, perché?

Partiamo dal basso, dal fondo valle salendo al rifugio Auronzo e alla chiesetta sotto le tre cime di Lavaredo, sul versante veneto ‒ la chiesetta dedicata a Santa Maria Ausiliatrice ‒ e poi proverò a salire, seguendo le orme sul Sentiero degli scrittori, attraversando le gallerie del Paterno, fino alle cenge più alte.

Mi capita spesso ‒ quando cerco di narrare con parole mie, scritte con la voce, il vangelo alla gente in quella che fu una chiesetta nata dalle acque edificata sulle ghiare soleggiate del Po di Primaro ritiratosi per la rotta di Ficarolo e dedicata a Santa Francesca ‒ mi accade spesso la domenica a messa di dire parole che non avevo pensato, sgorgate all’improvviso, sconosciute affiorate all’ultimo momento, che comprendo anch’io solo dopo averle ascoltate. E ogni volta mi trovo in un altrove inaspettato. Le mie parole pronunciate in piedi dall’ambone, ad un tratto, mi sembra come di ascoltarle, seduto tra la gente in silenzio, come se fosse un altro a predicare e mi stupisco di imparare anch’io. Questo sottosopra e via vai di parole, scritte a voce, che nascono da me, ma che poi sembrano invece giungermi di rimbalzo tra la gente che ascolta, non come risonanza, ma come parole nuove, diventano un annuncio anche per me che vado esercitandomi ad annunciare, come ‘un povero cristiano’, la poesia del vangelo. E mi rallegro assai poiché come l’atto poetico dà forma, a poco a poco, al poeta sino a farlo veramente tale, così l’annuncio evangelico dà forma di vangelo a chi ogni volta riprova quell’annuncio vivendolo.

Questo fenomeno lo spiega bene Carlo Bordini: «Amo la poesia perché quando scrivo so sempre da dove parto e non so mai dove arrivo. Arrivo sempre in territori sconosciuti e dopo ne so più di prima non scrivo quello che so ma lo so mentre lo scrivo è per me la poesia. È sempre fonte di continue rivelazioni è come se durante la scrittura ci fossero improvvise rotture dell’inconscio in questo senso sono abbastanza convinto che la parola venga prima del pensiero… non si scrive quello che si sa ma lo si sa dopo averlo scritto… io non creo ma sono creato, non scrivo ma sono scritto… non tradire quello che gli viene dettato; difficilissimo essere spontanei la spontaneità è nascosta sotto una serie di strati di rigidità intellettuali di pseudo conoscenze ideologiche di velleità banali, la poesia rompe tutto questo va la centro dei problemi per raggiungere la spontaneità; credo che la poesia come ogni forma d’arte sia il tentativo con mezzi non perfetti di giungere alla perfezione (un cammino di perfezione); c’è quindi sempre dentro qualcosa di artigianale di imperfetto così come artigianale è una preghiera, nulla di precostituito o di seriale», (Il costruttore di vulcani, Sossella editore 2010).

Scrivere come pregare? Come la preghiera è un andare incontro a colui che ti viene incontro, a colui che non è te, ma è dentro di te, prima di te e dopo di te, in te.

Scrivere come amare? Come cercare l’amato fuori di te che è oltre se stessi? Colui, il cui amore è già presente in te, ma anche proteso in avanti, chiede di essere di nuovo ricercato e raggiunto.

L’altra scrivente guida è stato per me in questa ascensione Italo Calvino che domandandosi: “perché scrivo” risponde: «Posso dire che scrivo per comunicare, perché la scrittura è il modo in cui riesco a far passare delle cose attraverso di me, delle cose che magari vengono a me dalla cultura che mi circonda, dalla vita, dall’esperienza, dalla letteratura che mi ha preceduto, a cui dò quel tanto di personale che hanno tutte le esperienze che passano attraverso una persona umana e poi tornano in circolazione. È per questo che scrivo. Per farmi strumento di qualcosa che è certamente più grande di me e che è il modo in cui gli uomini guardano, commentano, giudicano, esprimono il mondo: farlo passare attraverso di me e rimetterlo in circolazione. Questo è uno dei tanti modi con cui una civiltà, una cultura, una società vive assimilando esperienze e rimettendole in circolazione (1983) […]. Scrivo per imparare qualcosa che non so. Non mi riferisco adesso all’arte della scrittura, ma al resto: a un qualche sapere o competenza specifica, oppure a quel sapere più generale che chiamano ‘esperienza della vita’… E questo posso farlo solo nella pagina scritta, dove spero di catturare almeno qualche traccia d’un sapere o d’una saggezza che nella vita ho sfiorato appena e subito perso (1985)».

Si scrive per farsi strumento per far passare attraverso di sé il senso e le esperienze della più grande vita. Questo, che è anche impegno civile di condivisione del sapere anche verso i più piccoli, ritorna in Calvino nella forma dell’elogio della leggerezza nella prima delle Lezioni americane. Scrivere per togliere peso, per dare leggerezza al vivere.

Ripensando ai suoi racconti e alle sue storie, egli così definisce il suo lavoro: «la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio… sono stato portato a considerare la leggerezza un valore anziché un difetto. Quando ho iniziato la mia attività, il dovere di rappresentare il nostro tempo era l’imperativo categorico d’ogni giovane scrittore. Pieno di buona volontà, cercavo d’immedesimarmi nell’energia spietata che muove la storia del nostro secolo, nelle sue vicende collettive e individuali. Cercavo di cogliere una sintonia tra il movimentato spettacolo del mondo, ora drammatico ora grottesco, e il ritmo interiore picaresco e avventuroso che mi spingeva a scrivere. Presto mi sono accorto che tra i fatti della vita che avrebbero dovuto essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura c’era un divario che mi costava sempre più sforzo superare. Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo: qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle. In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita», (ivi, 5-6).

Così mi sono sentito interpretato, il mio sentire con le parole di Calvino. Scrivere per alleggerire dalla fatica del cammino le persone; grazie al testo, lo strumento del passatore, dalla riva della pesantezza a quella della leggerezza. Senza chiedergli permesso, ho approfittato della sua carità samaritana legando la pesantezza delle mie carte alla leggerezza delle sue.

Gratuitamente ho ricevuto; per quel poco che posso cerco di rigiocare quella gratuità ministeriale di Calvino, che mi ha risollevato e suscitato il senso. Scrivo per condividere i pesi di chi mi cammina accanto, in questa pesante pandemia, provando a offrirgli leggerezza tramite quel vangelo che mi porta mentre lo porto a lui. Scrivo dunque per unire due sponde, quelle della vita e quella della poetica del vangelo. E durante l’attraversata sulla barca, trovo un po’ di tempo per scrivere parole mie, salvate dalle acque dell’oblio, sillabate nell’umiltà delle parole del maestro che dice: «Il mio giogo è lieve, il mio peso leggero» (Mt 11,29). E vedremo strada scrivendo.

PRESTO DI MATTINA
Il sogno e la leggenda del monaco Epifanio

Aveva aperto il Chronicon, il diario della parrocchia, e restava indeciso se scrivere di quello strano sogno, spuntato la mattina presto, poco prima del suono della sveglia.

Era il giorno dell’Epifania e la sera prima si era riletto il vangelo del giorno della festa che finiva dicendo dei magi che, avvisati in sogno da un angelo delle intenzioni di Erode, fecero ritorno al loro paese per un’altra strada. Come sementi durante la notte quelle parole avevano germogliato dentro di lui e si erano impastate con quelle scambiate nel quotidiano, tra la gente e l’altare, fuori e dentro la sua chiesa. Un ‘prete della soglia’, dicevano del suo vecchio parroco: perché lo si vedeva la domenica, all’ingresso della chiesa, accogliere e ascoltare le persone. Così, anche per lui, come per il suo vecchio parroco, egli sperava che all’omelia tutte quelle parole sparpagliate, mescolate insieme, si sarebbero raccolte in un pensiero, che forse avrebbe profumato e luccicato di vangelo l’assemblea. Sapeva che sognare un angelo significava ricevere un messaggio, e che tutto ciò aveva lo scopo di sostenere nelle prove, consolare nelle afflizioni o consigliare quando vi era necessità di venire a capo di una crisi e prendere una decisione. Questo lo convinse a scrivere.

Era un periodo in cui in parrocchia venivano in molti, per diverse necessità. Di recente aveva anche ospitato per un po’ di tempo un senzatetto di passaggio. Tanti incontri che, di questi tempi, venivano spesso introdotti da un ammonimento rivolto a coloro che gli si avvicinavano con la mascherina a mezz’asta, o si accostavano senza accorgersene a meno di un metro di distanza. Allora egli diceva con una certa decisione, alzando la voce e con il gesto delle mani: «fermo lì, manteniamo le distanze!». L’altro intimorito, e talvolta mortificato, faceva qualche passo indietro. Il parroco sentiva che non era contento di quelle parole: ma erano più forti di lui. Anzi, si sentiva quasi in dovere di dirle per proteggere le molte altre persone, spesso anziane e ammalate, che incontrava ogni giorno. Così quella notte sognò di essere in cammino con i Magi verso Betlemme alla luce della stella. Ma ad un certo punto, improvvisamente, si ritrovò da solo e nell’oscurità. Si guardò attorno, non c’era proprio nessuno. Continuò comunque nella direzione indicata, e quando giunse in prossimità della grotta vide che non c’erano più né Maria né Giuseppe. E neppure l’asino e il bue. Solo una culla vuota. Si mise allora a cercare lì attorno; finché trovò un pastore che dormiva vicino al suo gregge. Ma avvicinatosi per svegliarlo, si accorse dalla luce che filtrava da sotto il mantello, era invece un angelo del Signore, che gli disse: «Non è più qui, ma va e lo incontrerai sulla strada da cui sei venuto».

La strada portava verso Oriente, inoltrandosi nel deserto. La percorse a lungo, fino a quando, verso sera, all’imbrunire, scorse in lontananza una carovana. “Sono i magi” disse tra sé. “Ma no ‒ si corresse subito ‒ non vedo i cammelli”. Avvicinandosi, vide che questa gente gli veniva incontro salutandolo: uno precedeva di poco un gruppetto, che a contarli così da lontano sembravano dodici; e c’erano pure delle donne con loro. Affrettò allora il passò, augurandosi che questa volta fosse proprio Lui con i suoi discepoli, che gli veniva incontro. E al pensare che finalmente lo avrebbe visto per la prima volta, senti l’emozione attraversarlo tutto, la stessa gioia di quando sognava i propri cari che gli sorridevano contenti. Non riuscì a trattenersi dal corrergli incontro, allargando le braccia, come non aveva mai fatto prima; ma dovette rallentare quasi subito non appena si avvicinò al Signore, il quale a pochi passi da lui teneva bensì distese le braccia, ma anziché allagarle, le allungava davanti a sé con il palmo delle mani aperto verso di lui, come per respingerlo e farlo arretrare: «fermo lì ‒ gli disse‒  manteniamo le distanze». A quelle parole fu tutto sottosopra, rivoltato da capo a piedi come un calzetto. Un istante di dolore, un istante solo, poi lo sguardo di Gesù incrociò il suo con la stessa intensità di quello che Egli rivolse al giovane ricco nel vangelo, che gli chiedeva cosa gli mancasse per vivere in pienezza, e subito in quello sguardo di amore il maestro aggiunse: «seguimi».

Mise la data del giorno in cima alla pagina e richiuse il Chronicon. Restò pensieroso. Si sforzava di ricordare quel volto, che sembrava però evaporato con il sogno. La memoria indovinava solo un volto velato. Eppure lo aveva avuto lì davanti: lo sguardo dei suoi occhi fissi su di lui lo avevano liberato dal dolore; e quella voce gli aveva tolto la paura dell’esclusione infondendogli la forza di camminare. Allora pregò un poco, più volte, con quel bel salmo che dice: «il tuo volto Signore io cerco, non nascondermi il tuo volto» e raccogliendosi interiormente si commosse nel profondo.

Suonarono alla porta di strada, che era rimasta ancora chiusa. Ma non guardò come di solito dalla finestra per sapere chi fosse. Scese anzi le scale di corsa come se sentisse, ancora in preda al sogno, che era Lui a ritornare. Aprì allora il portone tutto eccitato, ma … si trovò di fronte uno sconosciuto. In realtà, anche se il volto era ben coperto dalla mascherina, sapeva bene chi fosse. Chiedeva indicazioni per la mensa della Caritas e qualche soldo. Glieli diede entrambi, ma prima di salutarlo gli chiese quale fosse il suo nome: e lui ripose Epifanio, continuando distrattamente per la sua strada.

Non poteva essere un caso, pensava tra sé, risalendo le scale. E rientrando in camera ripercorse con la mente la storia del monaco Epifanio, che conosceva bene avendola raccontata diverse volte in parrocchia ai ragazzini del catechismo.

«Epifanio voleva dipingere un’icona, raffigurante il Cristo, che dicesse con i colori tutto di Lui: la divinità e l’umanità, il mistero e la sua manifestazione; appunto la sua Epifania. A volte il santo monaco si esaltava a fantasticare come sarebbe stata la sua tavola. Ne vedeva i colori, immaginava i lineamenti del volto di Cristo, maestosi ma anche dolci, da amico. Altre volte, invece, cadeva in profondi scoramenti, perché giudicava presuntuoso quel suo sogno e perché pensava che mai avrebbe potuto trovare un modello per il Cristo. Allora il suo Abba gli disse: “Mettiti in viaggio e va a cercare un modello del volto di Cristo tra la gente”.
Cominciò dunque Epifanio il lungo pellegrinaggio, del quale non conosceva la meta, ma solo lo scopo: doveva trovare un modello per dipingere il Cristo.

Passarono così mesi, anni, senza che Epifanio riuscisse a trovare quello che cercava. Qualche volta gli era sembrato di intravvedere un volto adatto, che subito iniziava a dipingere. Ma si accorgeva dopo poco che mancava sempre qualcosa. Un giorno Epifanio rifletté sul fatto che spesso gli accadeva di scorgere in un volto qualcosa, magari solo un particolare, che assomigliasse a quello che cercava, ma tutto il resto non era adatto a completare il dipinto. Fu allora che ebbe l’illuminazione. Avrebbe potuto condurre a termine l’impresa, cercando in tanti volti diversi le parti che avrebbero composto il suo Cristo. Da quel giorno mutò il modo di guardare la gente; perché andava cercando soltanto i particolari, ma per farlo doveva fermarsi ad ascoltarli, scrutando i loro volti.

A poco a poco Epifanio riprese coraggio e cominciò a tracciare i primi segni sulla tavola. Così incontrò la gioia in una fanciulla che cantava; poi la forza di un contadino che trasportava pesanti sacchi di grano. Scopri la solennità nel volto di un diacono che cantava il vangelo alla messa. Ritrasse la malinconia degli occhi rassegnati di una prostituta. Contemplò il segno della presenza di Dio sulla faccia implorante di un mendicante. La bontà gli si rivelò nell’atteggiamento di un prete che assisteva un ammalato; e sofferenza in questi. Poi scopri la severità mite di un monaco e la giustizia di un padre che divideva in parti uguali il pane tra i figli e al più piccolo, rimasto senza, donava il suo. Una donna che allattava la creatura gli ispirò la tenerezza; un ladro inseguito dalle guardie, la paura. Lesse nel pianto di una madre vedova un dolore smisurato. Mentre l’allegria sprigionava dal canto di un giullare e la misericordia dalla mano benedicente di un vecchio confessore. Epifanio raccolse tanti altri particolari che mescolava, sovrapponeva, contemplava l’uno con l’altro e infine traduceva in segni e colori, cercando in ognuno anche la forma esteriore degli occhi, delle labbra e del naso, dei capelli, del collo, delle mani. Il volto del Cristo andava prendendo sempre più consistenza, ma il monaco non ne era ancora contento. Gli sembrava che mancasse qualcosa.

Un giorno stava riposando, seduto ai margini di un prato; quando senti il suono di un campanello che gli annunciava, come era prescritto, l’avvicinarsi di un lebbroso. Sentì un brivido attraverso tutto il corpo, ma non si mosse, sia perché era molto stanco, sia perché non gli sembrava caritatevole fuggire davanti a un fratello sventurato. Il lebbroso si fermò appena lo vide e gli parlò: “Non avresti un pezzo di pane, anche duro, giacché non mangio da diversi giorni, fratello?” Aveva il volto coperto da bende e da un velo, e la sua voce si diffondeva come se giungesse da un luogo invisibile. “Certo che te lo posso dare. Te lo lascerò qui accanto, perché tu lo possa raccogliere. Ma dimmi, chi sei tu, che mi sembri parlare con una voce nobile e dolce?”. “Che importa dirti il mio nome? Vedo che hai dipinto un’immagine di Cristo. Dovresti sapere, fratello, che Lui ha detto di essere in ciascuno di noi che soffriamo. Dunque questo io sono: il Cristo che tu disegni”. Epifanio fu molto turbato dalle parole del lebbroso e, dopo aver deposto il pezzo di pane, raccolse la bisaccia, la tavola e il bordone, salutò lo sconosciuto e riprese il cammino. Poco lontano si fermò e diede alcuni tocchi di pennello sulla tavola dipinta. Ecco che cosa mancava a quel volto: il mistero del Cristo velato anche dopo la sua manifestazione».

Il suono dell’organo in chiesa gli annunciava ormai imminente l’inizio della messa solenne. Scese di corsa, salendo poi i gradini dell’altare maggiore per prendere l’evangeliario e recarsi all’ambone per proclamare il vangelo. Sentendo però ancora forte il desiderio di scoprire quel volto velato, mormorò a fior di labbra le parole della benedizione di Dio sul suo popolo in cammino nel deserto e presente anche davanti ai suoi occhi: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace».

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PRESTO DI MATTINA
Il richiamo della Parola di Dio: risacca e balbettio di onde

Come bambini che non parlano ancora, sommersi da suoni che non comprendono e tuttavia tentano e ritentano di imitare, così si sta, balbettanti, la domenica dopo l’ascolto del vangelo. Una mareggiata di parole, onda dopo onda, si riversa sull’assemblea, lasciando in ciascuno il suono e, forse, non sempre il senso. Il rintocco pare però sufficiente a risvegliare il desiderio e l’attesa che si manifesti, una volta o l’altra, pure il senso, così da consentire a Colui che nella calca della folla sentì qualcuno toccargli di nascosto il mantello di rivolgere anche a noi le parole dette a una donna da dodici anni malata: «Figlia, la tua fede ti ha salvata, va in pace!» (Luca 8,43-48).

A messa si sta allora fiduciosi come bambini, come infermi che in quel balbettare, rimuginando dentro e fuori, sanno che nascerà la parola, che sgorgherà la sua luce che guarisce. La parola di Dio, il vangelo restano sempre gli stessi, affidabili e compassionevoli come il mare: «Tutto viene a noia, solo a te [mare] non è dato abituarsi, passano i giorni, e gli anni, e mille, mille anni» (Boris Pasternak). Non c’è tempesta che non si calmi, non c’è mare su cui non ritorni la bonaccia per la parola del maestro risvegliato. Non c’è minaccia o guaio nel vangelo che non si muti in un “venite, ritornate a me, affaticati e stanchi, con tutto il cuore”. L’onda invece, direbbe Marina Cvetaeva, non è mai uguale a se stessa e ritorna sempre, ma diversa, quasi fosse la mia onda personale, venuta apposta per me, la parola di qualcuno rivolta solo a me, in intimità, cuore a cuore.

Penso a Pietro e ai suoi amici quella volta che ospitarono il maestro sulla loro barca, come un pulpito di chiesa, un ambone all’aperto sullo sconfinato mare. Parlava a tutti, alla gente sulla spiaggia. Ma poi la parola del maestro si rivolse diretta proprio a Pietro, senza lasciare spazio a una generica risposta. Egli lo chiamò per nome – Simone che poi cambierà in Pietro – fiaccato da una notte di pesca infruttuosa, reti e mani vuote. Ma quel giovane rabbi non si accontentò: voleva lui, e gli chiese di ritornare al mare. Penso che si sentì allora come onda che muore sulla spiaggia. Un uomo venuto dalle alture di Nazaret, falegname per giunta, gli chiedeva di riprendere il largo, di rinascere “onda nuova”. Decise di fidarsi; di affidarsi come al vento le vele in mare a quella parola: «duc in altum», prendi il largo; e avendolo fatto riempì le sue mani e le reti di pesci da non credere. Una sorte identica – ne sono convinto – a quella di coloro che la domenica, divenuti uditori della parola, proveranno a pescare nell’immenso mare del vangelo.

Non ci è dato comprendere del vangelo tutte le parole che ascoltiamo; ma di stare attenti e di intenderne qualcuna almeno, questo sì. Come quando lo sguardo dalla riva vede arrivare le onde e qualcuna più distesa e coraggiosa arriva a bagnarci i piedi. Sentendola tiepida e invitante si fa qualche passo incontro ad essa, aspettandone un’altra e così, onda dopo onda, cresce l’irresistibile richiamo del mare: risacca e balbettio d’onde. All’improvviso un tuffo, e si prende il largo senza sapere chi è abbracciato per primo, tu o l’onda. Così accade con le parole del vangelo.

O come quando da bambino passavo per i campi a giugno, e le spighe indorate e brunite al sole sembravano tutte ugualmente belle, tutte in una, una in tutte, e dopo uno sguardo grato passavo oltre. Poi, una volta, in un ondeggiare di messi alla brezza di terra – quella leggera aria che ritorna durante le ore del giorno fino a sera a sparpagliate un poco i ranghi delle spighe – mi accorsi spuntare tra le cime ondeggianti, sorpresa, i petali scarlatti di un papavero. Allora mi fermai, attendendo che il vento ne scoprisse un altro e poi un altro ancora. Ed insieme a quei piccoli rubini, si palesarono pure intensi lapislazzuli, i fiordalisi, coronati di un blu come il mare nel suo profondo di mistero che non puoi mai dire per intero. Così, allo stesso modo, non allo sguardo ma all’udito, capita talvolta di comprendere l’inesprimibile: il venire a te della Sua parola, inaspettata, ma pure attesa. Bernardo di Chiaravalle cistercense ricorda che il Padre, per farsi comprendere da noi, ha “abbreviato”, ristretto, riavvicinato a noi il suo Verbo (Verbum abbreviatum). Quella medesima Parola, che per la sua estensione riempie il cielo e la terra, nel suo farsi carne, la Parola indicibile del Padre, si è resa dicibile nelle nostre parole e voci umane: Gesù, la Parola “più breve” del Padre.

Come in ogni parola proferita abita lo spirito di colui che l’ha enunciata, così la brezza dello Spirito, la sua rugiada, che dimora tra le pagine del vangelo, trasforma la domenica mattina quelle parole scroscianti, balbettanti, quelle parole imperiture, vaganti per l’assemblea liturgica in una parola rivolta e risuonante in ognuno che ascolta: una parola anche per te.

E scopriamo così che anche Dio balbetta per amore nostro. Lo ricorda Gregorio Magno: «Egli ci viene incontro sempre nelle acque basse e in quelle profonde. Dio si è abbassato per elevarci e la Scrittura non ci innalza se non abbassandosi al nostro umile linguaggio. “La parola di Dio si proporziona alla nostra debolezza; come uno che parla al suo piccino e, per farsi capire, si adatta a balbettare come lui…Si può paragonare la Parola di Dio a un fiume, dalle acque basse e ora profonde: così basse che può attraversarle un agnello, così profonde che vi può nuotare un elefante»  (Commento a Giobbe A Leandro, 4 CCL 143,6). Scrive papa Francesco: «Servono persone che sappiano far emergere dagli sgrammaticati cuori odierni l’umile balbettare: «Parla, Signore» (1 Sam 3,9). Servono ancora di più coloro che sanno favorire il silenzio che rende questa parola ascoltabile» (Discorso, 16 settembre 2016).

E così anche tu, la domenica, ricominci a custodire il silenzio. E poi a balbettare quella parola ineffabile; parola inesprimibile, farfugliata, come quella dei bambini quando continuano a tartagliare cose incomprensibili, suoni indecifrabili, un “non so che”, e proseguono determinati e indefessi perché hanno intuito che in quel groviglio, nella inafferrabilità di quei suoni vi è una parola rivolta a loro, un seme di parola nascosto, una lontanissima e ancora invisibile stella, luce ancora in viaggio nello spazio siderale, che verrà presto come luce aurorale nella notte di Babele.

La notte non è vuota. Contiene il nostro desiderio che le parole vengano alla luce. Così la fede è quel balbettare notturno, in ascolto fiducioso del germinare della parola e del suo battito balbettante, del senso raccolto in essa: «nella notte del senso germina l’Aurora della parola» (Maria Zambrano). Prima della proclamazione del vangelo – che va ascoltata e non letta nel foglietto – mi rammento della preghiera di Anselmo di Aosta nel suo Proslogion (Colloquio): «Orsù dunque, Signore Dio mio, insegna al mio cuore dove e come cercarti, dove e come trovarti. Signore, se tu non sei qui, dove cercherò te assente? Se poi sei dappertutto, perché mai non ti vedo presente? Insegnami a cercarti e mostrati quando ti cerco: non posso cercarti se tu non mi insegni, né trovarti se non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoti e ti desideri cercandoti, che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti».

Poeti e mistici. Maria Zambrano si interroga sul balbettio: «Cos’è che chiamiamo balbettare? Cosa si intende per balbettio? Qualcosa che non arriva a dire nulla per insufficienza della parola, o qualcosa che dice tutto per l’immensità dell’amore e del timore, per la prossimità della presenza anche solo intravista? Ed esiste anche il balbettio che sbarra il passo al pianto, che ne interdice la nascita, che annuncia il pianto reprimendolo: allora è il singhiozzo. Il singhiozzo, il più profondo e ampio tra gli umani dire, quello che, nel migliore dei casi, li abbraccia tutti. Nell’interiorità più profonda del regno del singhiozzo, e del pianto, e del gemito, abita talvolta il nucleo, il seme indissolubile, della parola stessa… Il balbettio dell’appena nato si sofferma alla vista di questo che presentito già nello stato nascente, dentro lo stesso balbettare. Quel “un no se qué que quedan balbuciendo” (Giovanni della Croce). Quel “non so che” che resta sospeso, che si sprigiona tanto dai gemiti più profondi come dalle parole più nitide e trasparenti… L’Aurora stessa balbetta, come tutte le creature, un regno di luce e colore, di spazi non esistiti, di tempi popolati da non si sa cosa», (Dell’Aurora, 90-92).

Giovanni della Croce modulando il suo Cantico spirituale sul Cantico dei cantici pure lui allude a un «non so che», a un «balbettio». Sono le parole di coloro che parlano dell’Amato all’amata che lo cerca invano: «Dove ti sei nascosto, Amato? Sola qui, gemente, mi hai lasciata!». Ma queste parole risuonano come un presagio che accresce il suo soffrire; è un parlare che non fa capire: fa solo presentire e desiderare: «E quanti intorno a te vagando, di te infinite grazie raccontando, ravvivan così le mie ferite, e me spenta lascia non so cosa, ch’essi vanno appena balbettando», (strofa 7,9-10). L’amore resta così impaziente, desiderante e ferito per qualcosa che non c’è ancora. E non bastano certo quei frammenti incerti di parole per acquietare il cuore. È un “dire” che non è ancora un “dirsi”, faccia a faccia. Nel disvelarsi degli occhi e nell’udire il dischiudersi lieve delle labbra, solo allora sarà sanata la ferita dell’amata come da «fiamma che consuma, ma non da pena» (Strofa 38).

Di balbettio infine racconta pure Martin Buber in una storia: «Rabbi Levi Isacco arrivò un giorno a una locanda dove alloggiavano molti mercanti che andavano a un mercato. Il luogo era lontano da Berditschew e così nessuno conosceva lo zaddik. La mattina presto gli ospiti vollero pregare; ma poiché in tutta la casa si trovò un unico paio di tefillin, l’uno dopo l’altro se li cinsero e dissero in fretta la preghiera per passarli a un altro. Quando tutti ebbero finito, il Rabbi chiamò a sé due giovani; voleva chiedere loro qualcosa. Essi si avvicinarono, egli li guardò serio negli occhi e disse: “Ma, ma, ma, va, va, va”. “Che volete?” esclamarono i giovani, ma non ebbero altra risposta che i medesimi suoni confusi. Lo presero allora per un pazzo. Ma egli parlò loro: “Come, non capite questa lingua? Eppure poco fa avete parlato a Dio così”. Per un momento i giovani tacquero, turbati, poi uno disse: “Non avete visto un bambino nella culla, che ancora non sa articolare la voce? Non avete sentito come fa ogni genere di rumori con la bocca: Ma, ma, ma, va, va, va? Tutti i saggi e i dotti del mondo non lo possono comprendere. Ma quando arriva la sua mamma, essa sa subito che cosa vuoi dire”. Quando il Rabbi di Berditschew sentì questa risposa si mise a danzare dalla gioia. E quando negli anni seguenti, nei «Giorni terribili», in mezzo alla preghiera s’intratteneva, come era suo uso, con Dio, soleva raccontargli questa risposta» (I racconti dei Hassidim, 191 192).

 

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monaca, suora, suora che prega

Guenda

Io sono Guenda. Sono la sorella più grande di Ines e Bella, le due sorelle biondissime che gestiscono il bar Ghepardi a Cremantello. I miei genitori, Giovanni e Ester Ghepardi, sono molto conosciuti a Cremantello perché hanno sempre abitato là, per un periodo nella vecchia casa di campagna della nonna Adelina e, più tardi, in una casa ristrutturata in centro al Pase.
Io non abito a Cremantello, come il resto della mia famiglia, ma abito in un convento a Carpino Solano, un piccolo borgo sulle colline Toscane.
Sono una suora Carlottina scalza. Suor Guenda. Le monache Carlottine scalze sono suore di clausura che hanno fatto voto solenne e costituiscono il second’ordine dei frati Carlottini scalzi. Si dedicano principalmente alla preghiera contemplativa, vivono sempre in convento e i contatti con le persone esterne sono rari e mai improvvisati.

L’ordine delle Carlottine scalze ha una lunga storia.
Nel clima di generale riforma  del mondo Cattolico sancito dal concilio di Trento (1515-1582) le monache Carlottine del monastero di San Ramondo diedero inizio ad una attività riformatrice tesa a restaurare il rigore della primitiva regola dell’ordine. Nel 1570 un gruppo di monache riunite a San Ramondo, ispirandosi alla riforma scalza introdotta da Pietro Talamone dell’ordine Ottoniano, decise di fondare un nuovo monastero di tipo eremitico.
Il ‘breve’ che autorizzò la fondazione fu firmato a Roma il 12 Febbraio del 1572 ed il convento, intitolato a San Leopoldo venne eretto a Carpino Solano il 26 Luglio dello stesso anno.

Arrivando ai nostri tempi nel 2010 le Carlottine scalze erano presenti in 78 nazioni. I monasteri dell’ordine erano 786. Le religiose erano complessivamente 10.679.
Io sono una Carlottina scalza che ha fatto i voti perenni da 15 anni. Porto sempre una lunga veste nera.  Anche il velo è nero, mentre il soggolo e il frontino sono bianchi candidi.  Passo le mie giornate in preghiere, partecipo alle funzioni religiose e vivo momenti di meditazione individuale nella mia cella. Oltre a questo io e le mie consorelle ci occupiamo del nostro convento, del giardino, dell’orto e lavoriamo alla preparazione di icone sacre che vendiamo e il cui ricavato serve per il sostentamento del convento e per opere di beneficienza.

Ricordo sempre i miei parenti nella preghiera: Mamma e papà Ghepardi, le mie sorelle Ines e Bella, le mie cugine Del Re e anche Albertino e Gina Canali, i bambini che abitavano in via Santoni Rosa a Pontalba, di fronte alla casa delle mie cugine.
Ogni tanto qualcuno di loro mi scrive perché vuole il parere di una suora su qualche questione che riguarda la sua vita, oppure per raccomandare le mie preghiere  per qualche buona causa di loro interesse, per la salute di qualche persona a loro cara. Qualche volta mi è anche capitato che qualcuno mi abbia scritto per chiedere una grazia di tipo più generale come la pace nel modo, la fine di qualche guerra o l’abolizione della pena di morte (devo dire che queste ultime richieste sono molto rare anche se molto gradite).

L’ultima lettera a cui ho risposto è stata quella di Gina Canali. Così mi ha scritto Gina.
Cara Suor Guenda, spero tu stia bene. Raccomando le tue preghiere per i miei cari e per la mia salute che non è delle migliori. Ti ricordo sempre nella preghiera e spero che la tua vocazione non incontri mai alcun momento di offuscamento. Ti scrivo perché ultimamente ho una pena nel cuore. Ho conosciuto un collega di Albertino che si chiama Luigi. Lui mi piace molto, ma io sono vecchia, ho cinquantasei anni e un figlio grande che però abita ancora con me. Luigi mi ha chiesto di uscire una sera con lui a mangiare una pizza. Ma io non ho accettato. Non si sa mai cosa può succedere dopo e io non ho ancora deciso se posso lascare che lui mi piaccia oppure no. Inoltre, come tu ricordi bene,  io vivo a Pontalba, un paese di duemilacinquecento abitanti  in cui tutti sanno ‘tutto di tutti’, questo sarebbe per me un’ulteriore problema. Finirei sulla bocca di molti pontalbesi per almeno qualche settimana. Le male-lingue del paese arricchirebbero quell’uscita in pizzeria di non so quali stranezze e misteri e, alla fine, io rischierei di trovarmi in uno stato di apprensione che rovinerebbe subito tutto. Ti prego quindi di darmi il tuo parere su cosa fare con Luigi, prometto che ascolterò i tuoi consigli e che mi comporterò di conseguenza”.

Beh, ho sorriso. Il problema di una cena con pizza è molto lontano dalla quotidianità di una suora di clausura. Eppure non è la prima volta che mi arrivano lettere di questo tipo. Mi torna in mente quando ero piccola. D’estate andavo a Pontalba con Bella e Ines. Stavamo a casa della zia Anna e giocavamo tutto il giorno con Costanza, Rachele e Cecilia. Eravamo una banda di sei bambine: tre bionde, due more e una rossa. Non passavamo inosservate. Oltre a noi sei, in via Santoni c’erano molti altri bambini: Tiberio, Camilla e Carlo Ragni. Alessandro, Libero, Giovanni, Vittoria ed Enrica Bartone. Gina, Albertino e Sergio Canali. Con tutti questi bambini giocavamo la sera a palla bollata, rialzo, nascondino, campana e a qualche altro gioco bizzarro inventato al momento.
Era bellissimo.
Via Santoni è una via in pendenza con delle rientranze e anche un vicolo che da lei diparte. C’erano molti posti in cui nascondersi, in cui aspettare la penombra per poi uscire improvvisamente dal rifugio temporaneo, correre alla tana, picchiare contro il muro e gridare a squarciagola: “Liberi tutti!”. Ora mi ha scritto Costanza che i bambini di via Santoni sono molti meno, stanno tutti su un carretto che Albertino ha ereditato da un suo amico. Li porta in giro per farli divertire. Alla sera nessuno esce nella via a giocare. Non si sentono più voci di bambini che gridano: “Rialzo!” “Tana libera per me!” “Tana libera per tutti” “Arimo” oppure le famose conte fatte per scegliere il malcapitato che poi doveva contare fino a cento prima di cercare tutti. “Pomodoro, larincia, larancia, quanti giorni me ne conta, me ne conta solo tre. Tocca tocca proprio a te!”. I pochi bambini che abitano adesso in via Santoni Rosa, stanno sempre in casa. I genitori non li fanno uscire di sera. Hanno paura che succeda loro qualcosa. Sono cambiate le regole di convivenza, non è più previsto che i bambini possano giocare da soli per strada, men che meno di sera. I genitori considerano questa modo di giocare che per noi era normale, pericoloso, “non si sa mai quel che può succedere a dei bambini che giocano per strada …

Torno al presente, alla mia cella e alla lettera di Gina. Prendo un foglio di carta e una penna nera. Mi metto a scrivere.
Cara Gina. Sono contenta di aver ricevuto la tua lettera. Prego sempre per te, per la tua salute e per la tua serenità. Io sono una suora e non posso uscire a mangiare la pizza con nessuno. Ma tu non sei una suora! Una pizza è una pizza, che male vuoi che faccia? Non ti devi preoccupare di quello che dicono i pettegoli. Anzi fai così: a chiunque si permetta di dirti qualcosa rispondi “Ho ascoltato un consiglio di Suor Guenda, è stata lei a scrivermi di andare ogni tanto a mangiare una pizza. Ve la ricordate la ragazzina bionda cugina delle Del Re? Ora è una suora di clausura, ma noi ogni tanto ci sentiamo.” Che divertimento! la prossima volta che mi scrivi mi devi descrivere che faccia hanno fatto i pettegoli di turno. Ti saluto cara Gina, ti auguro ogni bene e prego sempre per te, perché quando sarà il tuo momento il Signore ti possa accogliere nel più alto dei cieli. Amen.”

Piego a metà il foglio, lo metto nella busta e mi fermo un attimo a ripensare a Via Santoni. Ai bambini che siamo stati, alle diverse strade che abbiamo intrapreso. Poi mi avvio verso la cappella del convento per le preghiere comunitarie. Ritrovo subito la luce e di questa mi compiaccio.

 

PRESTO DI MATTINA
La seconda voce dell’anima

«Se ascoltaste oggi la sua voce! Non indurite il cuore». È un versetto del salmo 95,8: un ‘vocale’ convertito in testo nelle pagine del salterio, che ridiventa suono nella proclamazione a voce alta. Fa parte di una salmodia liturgica, del canto che, quale grande invitatorio alla preghiera, apre il culto giudaico e cristiano. Ma questo versetto rispecchia pure l’esperienza che ognuno sperimenta ogni volta che legge un libro. Dalle pagine aperte risuona infatti l’invito non già alla lettura ma all’ascolto, a seguire la voce che prende forma e si traduce in un corpo, nell’espressione di un viso. Lo sguardo di un volto che attende anche solo una risposta silenziosa. È un volto, segnato da sillabe e vocali, che viene risagomato ogni volta, di nuovo, come sequenze cinematografiche, sotto gli occhi di chi legge.

Ci si stupisce sempre come la prima volta, aprendo un libro, che basti così poco, poco più di un niente per dire e udire cose nuove. Una manciata di lettere combinate ai suoni e tenute insieme da noi, fin da piccoli, chini sul sillabario – «l’alfabeto il modello d’ogni combinatoria d’unità minime» direbbe Italo Calvino – poi seguendo la rubrica dei nomi nuovi, per imparare il mistero della vita che porti dentro e si congiunge con quella di fuori.
Sillaba dal greco syllabḗ, “prendo, riunisco insieme” suoni a lettere unite in un’unica emissione. Congiunge insieme vocali (“lettera dotata di voce”) e consonanti (che “suona con” o “suona insieme” alla vocale). E il lemma ne è come la premessa, il titolo, l’argomento, l’invitatorio che viene prima come porta d’ingresso al dire.

È il miracolo del linguaggio vocale e scritto: segni e suoni amalgamati assieme, lettere come nel gioco di dame e cavalieri che si allontanano e si lasciano, si cambiano di posto rincorrendosi dentro alla parola stessa o nella frase o nella pagina passando poi da una all’altra, da un libro a quello successivo, sino a formare in ciascuno una biblioteca interiore. Un’immagine che ritroviamo nella lettera inviata a Eliodoro da san Girolamo nella quale, riferendosi alla prematura scomparsa di Nepoziano, suo figlio spirituale, ricorda: «l’assidua lettura, e prolungate meditazioni avevano reso il suo cuore come una biblioteca di Cristo» (Lettera LX a Eliodoro).
È il linguaggio come un prodigio, simile a quello del caleidoscopio che punta l’oscurità luminosa del mistero e, ruotando, le tessere come lettere disegna figure e sensi nuovi al nostro vivere, traduce e interpreta l’esistenza, e quanto più inserisci vetri colorati quanto più nel caleidoscopio prendono forma parole nuove, frammenti di un infinito comprendere e interpretare.

Ogni volta che si apre un libro, la lettura ci pone in un’attualità di ascolto di un passato altrimenti muto, con effetti prodigiosi ricordati da un versetto del salmo 62 [61]: «Una cosa ha detto il Signore, due ne ho ascoltate». La voce non rimane infatti prigioniera dell’evento passato che l’ha suscitata una prima volta; ma attraverso la scrittura ri-parla una seconda volta anche oggi. È come se la voce diventasse testo e questo, quando è compreso, ridiventasse voce interiore, risveglio e chiamata al senso.

In una prima occasione la voce si è udita nella sua enunciazione originaria. Poi infinite volte è stata mediata e tradotta dal testo che la rende ri-udibile nel segno della scrittura. È allora anche una questione di traduzione, insieme testuale ed esistenziale, elaborata da colui – l’interprete –, che è chiamato a vivere una prossimità così intensa con l’altrui scrittura da generare un processo di assimilazione e comprensione, che lo spinge a riversare se stesso nel testo, se non a incontrare se stesso in colui che con altre lingue lo scrisse.

Così, l’abbiamo imparato per esperienza, «la lettura non è mai un monologo, ma l’incontro con un altro uomo, che nel libro ci rivela qualcosa della sua storia più profonda e al quale ci rivolgiamo in uno slancio intimo della coscienza affettiva, che può valere anche un atto d’amore. E qui forse, tra il lettore e lo scrittore, si producono lo sguardo, la coscienza, il faccia a faccia di una vera e propria relazione etica» (E. Raimondi, Un’etica del lettore, Bologna 2007, 13-14).

L’intera Bibbia può considerarsi allora come una conversazione in itinere. L’invito permanente all’ascolto, all’incontro e al dialogo: per tentare alleanze; per formare amicizie; per ricercare quel santo Graal di quell’ultima cena, che ha visto nella condivisione del pane e del calice, un comunicare nell’agire e nel patire, il simbolo reale di quell’amore così grande da spingersi a dare la vita per gli amici. Il calice della vivificante vita del Figlio dell’uomo, che sarà in grado di trovare solo chi saprà rivolgere all’altro – ecco l’istanza etica – raffigurato al cavaliere che lo custodisce, ormai malato e vecchio di millenni, la domanda giusta: «qual è il tuo dolore, la tua ferita?».
La Torah e i Vangeli, formati in diversi momenti e tempi della storia, sono ancora una narrazione in corso, che continua anche oggi a cercare e a trasformare i suoi lettori. Leggendola, infatti, la loro vita verrà ridefinita e interpretata in un modo nuovo.

Suggestiva appare dunque l’immagine del poeta e saggista inglese John Donne che scrive: «Tutta l’umanità deriva da un unico autore, e costituisce un unico volume. Quando un uomo, muore, non viene strappato via un capitolo dal libro, bensì viene tradotto in una lingua più alta; ed ogni capitolo deve essere così tradotto. Dio impiega diversi traduttori; alcuni pezzi sono tradotti dalla vecchiaia, alcuni dalla malattia, alcuni dalla guerra, alcuni dalla giustizia, ma la mano di Dio è in ciascuna traduzione, e la sua mano rilegherà di nuovo tutti i nostri sparsi fogli per quella biblioteca nella quale tutti i libri saranno aperti l’uno all’altro» (J. Rosen, Il Talmud e internet, Einaudi, 2001, 11).

Com’è umile e solenne aprire un libro. Ne nasce un’intimità che cresce a poco a poco, una familiarità che soppianta l’in-conoscenza. Lo si apre bensì con le mani, ma come in punta di piedi, sospesi, in attesa di qualcosa, di qualcuno, come si fosse a Natale, anche in pieno agosto. Girare pagina è poi un’altra, come vedere un bambino fare un passo, e poi un altro, un poco più sicuro, e poi via via più spedito e allegro, quando egli si scopre nel libro e prende confidenza, sino a che, voltando le pagine del libro, questo dischiude le pagine del lettore, come fossero “aperti l’uno nell’altro”.

Un libro può diventare così la seconda voce della propria anima. L’ho imparato leggendo un racconto chassidico in cui si narra di un vecchio libro di preghiere, del rabbino suo lettore e dei suoi nipoti: «I suoi nipoti dissero, un giorno, al Rabbi:nostro nonno e nostro maestro: il tuo libro di preghiere è vecchio, le pagine sono ingiallite, alcune di esse sono quasi illeggibili e noi abbiamo deciso di regalartene uno nuovo, in segno del nostro affetto e della devozione che abbiamo per te”. Rispose il Rabbi: “da innumerevoli anni io prego da questo libro: ogni mattina, ogni pomeriggio ed ogni sera. Esso è diventato vecchio insieme a me. Le sue pagine mi sono familiari, così come io sono divenuto familiare a loro. Esse sono una testimonianza della mia vita; esse hanno conosciuto i momenti di gioia e di serenità che il Santo dei Santi ha voluto concedermi, ed anche i momenti di dolore e di sofferenza. Le lettere di ogni riga, di ogni pagina di questo vecchio libro mi hanno aiutato a esprimere al Creatore, tutto l’amore e tutta la fiducia che io sento per Lui. Ogni lettera, ogni parola del vecchio libro, sono entrati nella mia persona. Così come la mia persona, sembra entrata in ogni sua lettera ed in ogni sua parola. Io ed il vecchio libro siamo divenuti una sola cosa. A volte, quando tutto quello che esiste intorno a me sembra crollare, quando io, con dolore, vedo il male prevalere sul bene, e l’ingiustizia prevaricare il senso della giustizia, e sento il mio corpo farsi privo di forze, in tal maniera, da non poter dar voce alle sante preghiere che in antico i Maestri composero, allora basta che io passi il mio indice sulle parole stampate del Libro, perché avvenga in me qualcosa di strano, di misterioso. A me sembra che da quelle pagine esca una voce, che non è la mia, ma che alla mia molto assomiglia. Miei cari nipoti, questo vecchio libro dalle pagine ingiallite, dopo così lungo tempo, di vita in comune, sembra aver appreso a pregare per me. Esso è insostituibile, perché rappresenta la seconda voce della mia anima”» (A. Sonnino, Racconti chassidici dei nostri tempi, Assisi/Roma 1978, 110).

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PRESTO DI MATTINA
La Bibbia: una storia di storie

Il volto nelle parole è un libro del critico letterario Ezio Raimondi, che contiene nella premessa una felice citazione di Italo Calvino: «Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni?».

Si inizia così un viaggio alla ricerca di noi stessi, in un faccia a faccia con l’altro, per decifrarne esperienze ed immaginazioni. È una ricerca volta a trovare quel senso che ogni corporeità racchiude: la forma di una spiritualità che si configura attraverso le parole. L’obiettivo è quello ri-trarre, nel senso di tirar fuori dal testo, con il racconto che procede in avanti, come ogni storia, i volti rinchiusi nel passato. Estrarli dalle pagine per farli transitare oltre, attraverso il passante del presente, nell’orizzonte del futuro. Là dove cioè la memoria del passato diventa generativa di nuove invenzioni, creatrice di nuove parole, come diafanie velate di altre spiritualità affioranti dalla materialità dei testi: altri volti da rischiarare.

Tutto ciò rievoca in me la figura dei ‘passatori’ di un tempo, coloro che aiutavano ad attraversare i fiumi o le frontiere. Tali non sono forse anche gli abitanti del passato, i loro testi, traghettati sulla barca del presente di chi li legge, e rilasciati sulla sponda di un altro mare sconosciuto?
Non è solo un’esigenza estetica, quella del passatore che scorre le pagine delle opere per godere di altre voci, immagini, notizie. La sua è anche un’urgenza ‘estatica’: far uscire la vita, la propria e l’altrui, divenuta stretta. Sciogliere di nuovo la libertà di un’esistenza segregata, di un libro chiuso, di una voce prigioniera del silenzio o di un volto velato dall’oblio. Il processo estatico è autenticamente liberatorio solo se diventa responsabilità per gli altri, se è proteso verso un ‘noi’, uno spazio in cui condividere quel patrimonio spirituale comune che s’incrementa nella misura in cui ce ne spossessiamo donandolo.
Gli ‘altri’ che attendono una risposta sono gli anonimi lettori ,traghettati da un libro all’altro per quel patto sottinteso stipulato con l’autore. È così che anche le parole, rivedendo la luce negli occhi del lettore, diventano parole estatiche. Quante volte infatti ri-nasce una parola? Tutte le volte che viene letta.

Scrive Claudio Magris nell’introduzione a Il volto nelle parole: «[Enzo Raimondi] vede e parla con le opere che incontra, le riporta in vita, in un dialogo incessante che restituisce loro un volto e una voce… la [sua] vita stessa appare intessuta, quasi formata dalle esistenze incontrate nei libri o nella realtà – che si incrociano con essa e in essa. “…Ogni [suo] esercizio interpretativo è un racconto”. L’interpretazione è un divenire che trasforma il passato e pure chi lo interpreta: gli eventi dietro l’interprete che li considera “sono nello stesso tempo ombra del suo spazio interiore”» (Il volto nelle parole, Bologna 1988, 8).

Leggendo questi testi non ho potuto non pensare all’aspetto letterario e narrativo della stessa Bibbia. Che ha generato letteratura, perché è essa stessa grande letteratura, una storia di storie, tanto che potremmo dire: “In principio era il racconto”. Non per caso si narra in un antico midrash (in ebraico da dārash investigare, ricercare, studiare, interpretare, narrare) che «Dio ha creato gli uomini perché Egli – benedetto sia – adora i racconti». Per questo non deve sorprenderci che sia proprio nelle storie della Bibbia che Egli abbia scelto di nascondersi, per essere da lì cercato.

Per il vero, solo da poco tempo si è iniziato a parlare di interpretazione narrativa della Bibbia, di un Dio come soggetto e ispiratore di un racconto in cui vicende, personaggi e storie ritornano dal passato solo grazie ai loro lettori. Viene così a generarsi un’alterazione, una via di uscita. Il testo stesso tracima in nuovi spazi, percorre nuovi territori; si contamina con altre immagini, si confronta con differenti situazioni trasformandosi in nuovi ulteriori racconti. Si pensi all’imponente romanzo di Thomas Mann, Giuseppe e i suoi fratelli, in parallelo al testo biblico delle storie familiari della Genesi.

Da una storia nasce una proliferazione di altre storie: o meglio una ‘storia altra’. Uno spin-off si direbbe oggi nel gergo televisivo; un episodio, una vicenda umana, un evento derivante in modo imprevisto da un’azione o da una situazione interna od esterna al racconto, scaturita da una trama precedente, come da talee nuovi germogli. Papa Gregorio Magno avrebbe spiegato il termine spin-off, riferito alla Bibbia, dicendo che «la Scrittura cresce con chi la legge». Così ogni testo ed anche la Bibbia non va compresa come un punto di arrivo, ma nel suo carattere prospettico, nella possibilità di dare vita ad altre storie. Essa è, nella felice espressione di Northrop Frye, «il grande codice», generativo di cultura e letteratura che ha influenzato profondamente gli stili e i modi di pensare ed agire dei popoli che ha incrociato (Il grande codice. Bibbia e letteratura, Milano 2018).

L’interpretazione narrativa si prende a cuore la ‘lettura’ del testo biblico. Ciò che la interessa non è tanto la Bibbia come documento ma come ‘monumento’ (da mònere = ricordare, far sapere). E questo è possibile solo se un lettore rigenera il ricordo e, nella lettura, fa rivivere la storia, diventandone così testimone. Per questo i rabbini dicono che la Torah ha settanta volti: per sottolineare che non c’è un solo modo di interpretare il testo biblico, ma tanti quanto sono i possibili lettori, i quali, non diversamente da un martello che colpendo la roccia ne fa scaturire scintille, producono una molteplicità di interpretazioni e di sensi.
Come non ricordare, a questo proposito, il lavorio incessante di ruminazione della sacra Scrittura a partire dai Padri del deserto, e poi l’operosità diuturna di tutti gli altri frequentatori e interpreti della sacra Pagina nel medioevo fino ad oggi?
Tutti, ciascuno a suo modo, cercatori del volto nascosto tra le parole di quella storia che li farà a loro volta narratori di buone novelle.

Fu il francescano Nicola di Lira (1270-1349) che, dando forma a tradizioni più antiche nell’interpretazione scritturistica, promosse il ritorno al senso letterale nella lettura e nello studio della Bibbia, senza dimenticare il suo significato nascosto, spirituale. Riprendendo un celebre distico di Agostino di Danimarca, egli seppe così formalizzare i quattro sensi di lettura del testo biblico. Si parte dal “senso letterale”: la lettera insegna i fatti, la storia; poi il “senso allegorico”: l’allegoria insegna ciò che devi credere; ed ancora il “senso morale” ti insegna come comportarti; ed infine il “senso anagogico”, ovvero ciò che sta oltre, al di là, che ti insegna a cosa devi tendere; è il “senso spirituale”, l’esperienza di intimità generata dall’incontro col mistero dell’Altro nascosto nel testo.

Questi differenti significati che si incontrano nella lettura hanno dato origine a quell’esercizio che è detto Lectio divina. È la preghiera liturgica fatta con la Parola di Dio. La lettura delle Scritture porta ad un dialogo con esse, per incontrare colui che, attraverso le Scritture, parla ancora oggi ed invita a fare esperienza della sua amicizia. Il Concilio ha esortato ad apprendere «la sublime scienza di Gesù Cristo» (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. “L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo [Girolamo]» (Dei Verbum, 25).

La Lectio divina è così un percorso di lettura segnato da varie tappe. Si passa da un luogo ad un altro, avvicinandosi sempre di più al luogo dell’incontro. Un itinerario simile a quello descritto da Teresa d’Avila nel Castello interiore: partendo dalla porta del castello che è l’invocazione che ci venga aperto; si passa poi, di dimora in dimora, attraverso una esperienza sempre più profonda della propria umanità e interiorità, che crescono nella relazione all’altro, fino a giungere ed avere parte alla sublime umanità del Cristo. Dall’esteriorità della lettura del testo (lectio) si entra dentro al testo e tramite la meditazione (meditatio) dentro sé stessi. Meditare corrisponde a misurare, soppesare, accostando pensiero a pensiero sino a scoprire il significato di un parola alla luce di un’altra. È come lavorare di notte o percorrere una galleria oscura: alla fine si vedrà la luce, qualcuno ci viene incontro. Nella terza tappa, che prende la forma di un dialogo orante (oratio), si intrecciano parole e silenzi, domande e risposte, suppliche o rendimento di grazie: una preghiera dialogante: nella prossimità di una voce il riconoscimento di una presenza. Si giunge così a contemplare l’altro nel testo (contemplatio) come invitati a prendere posto, introdotti in uno spazio dentro la pagina, una dimora segreta, la cella del vino di cui parlano il Cantico e Teresa: è l’esperienza della intimità, di quel legame dell’amore che libera l’amore. Si sta non come una cartolina o un santino in un libro d’ore. L’intimità dell’amore è piuttosto simile alla condizione della scrittura in pagina: nero e bianco, diversi e distinti, ma intimamente uniti.

Una domanda: “Che cos’è che trasforma la lettura in preghiera, il lettore in discepolo alla mensa della Parola del Maestro interiore?” Un movimento: apri e leggi; vieni e vedi.

Un anno a Trafoi con i ragazzi della parrocchia in una sosta, lungo un ghiaione, mi misi a raccogliere sassi, come se cercassi nello scaffale in biblioteca. Poi le nuvole coprirono tutto, ovattando l’intorno di silenzio e mi ritrovai d’improvviso in una biblioteca di pietre: sassi neri, squadrati, rigati di bianco ai lati, come libri e quaderni di pietra. Biblioteca della montagna! Diari silenti che narravano l’evoluzione e la storia del mondo! Anche breviari filettati d’argento, che pregavano dentro il suo groviglio e il suo dolore. Solo lo sguardo penetrante del desiderio la coltre nebbiosa, in perseverante attesa di qualcuno, come goccia dopo goccia che scava le pagine di pietra, arriva ad aprirle. Solo il cuore che ascolta il silenzio le comprende e le prega.

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PRESTO DI MATTINA
Chi sono io per te

Chi sono io? Questa domanda, del tutto inattesa, risalita da non so quali profondità dell’inconscio amareggiato, si era dilagata irruente nella coscienza mentre scendevo le scale di un condominio nei pressi della parrocchia, tanto tempo fa. Una domanda scandita come un ritornello, a ogni gradino, dopo la visita a una persona inferma costretta a letto. Ero stato rimproverato per la lunga assenza dall’ultimo incontro, e avevo sentito tutta l’impotenza e l’inutilità di un ministero che ti vuole tutto a tutti. Salire e scendere le scale per incontri brevi, apparentemente insignificanti e vuoti. Mi sentivo come un pane che si disperde in tante briciole senza capacità di sfamare alcuno.

Chi sono io? Attesi un momento lunghissimo per rispondermi. Scartai subito “sono un parroco” – e i suoi equivalenti: “sono un pastore”, “un prete” – quasi a voler lucidare l’armatura ammaccata. Mi accorsi così, scendendo quelle scale, che avevo continuato, come avevo fatto salendo e arrivando in bicicletta, a pregare la preghiera del cuore. Non avevo smesso nemmeno durante l’incontro, a invocare, dentro, il nome di Gesù su quelle interminabili afflizioni di una vecchiaia esausta.
Sentii allora salire la risposta da dentro avvinta ad un sospiro lento e consolante: “sono un uomo di preghiera”. Sì. Sì mi dissi: questo sono io. Qui staziona e da qui parte e ritorna sempre di nuovo, accrescendosi come un albero dalle sue radici, il mio “io” più autentico; quello non ripiegato su sé stesso, ma aperto e disteso al futuro. Avevo ritrovato la coscienza dell’io nella preghiera come essenza e pienezza dell’umano, in quello che chiamerei un sussulto mistico, risonanza del mistero di Dio nella banalità del quotidiano, in fare pregando.

Un “io” orante è “un io sempre in relazione”. Un io che si perde e si ritrova nell’amore per l’altro, pur incontrato nei luoghi del disamore e del non umano o dell’umano finire. Un io orante è un io “in progress; diviene un “io” credente, che si fa affidandosi nella relazione, e rimane irremovibile nel luogo della dignità e nella responsabilità dell’altro, come Tommaso Moro, un credente per tutte le stagioni perché orante. Un adagio liturgico dice lex orandi è lex credendi: la forma della preghiera dà forma alla stessa fede, è legge del suo agire come amore.

Romano Guardini sottolinea un altro aspetto: “Credere con riferimento alla propria vita significa vedere sempre il tutto” (Diario, Brescia, 1983). La preghiera è allora da comprendersi come un atto totale che investe e coinvolge l’interezza dell’esistere. Non sono solo le labbra a muoversi. Le tue cellule pregano, così il tuo corpo, le tue mani, i tuoi piedi, gli occhi e le orecchie. E lo stesso vale per i tuoi gesti, sia che tu stia fermo o cammini. Ma anche il tuo muto e smarrito silenzio prega. La tua preghiera si riveste così della forma, delle parole e delle loro assenze. È nei colori, dai più cupi ai più luminosi. E dimora nei sentimenti, da quelli più tristi a quelli che illuminano il volto: arcobaleno cangiante dell’esistenza, del tuo stesso vivere in relazione o in solitudine, quando abbracci e quando ti astieni dal farlo. La preghiera, come la comprensione dell’essere in Aristotele, “si dice in molti modi”, perché non ha una essenza ma comprende tutte le essenze, e quindi tutte le forme. Essa è nascosta in ogni piega del tempo; occupa ogni spazio; sta nell’intermezzo dell’aurora e del tramonto, tra il buio e la luce ed è di casa in entrambi, di giorno come di notte. È in ogni pausa e sospiro tra le parole, nell’attimo del battito delle ciglia come del cuore, quando si recita nell’arco del giorno per tre volte l’Angelus Domini, o nelle fragilissime ali raccolte di una farfalla come mani giunte in preghiera. Essa è già tutta nel primo vagito della vita nascente ed è ancora lì nell’ultimo rantolo di un morente.

Come la sapienza di Dio la preghiera costruisce pietra dopo pietra nel mondo e in noi la sua casa (Pr 9,1). Le lacrime e i sorrisi sono le sue sette colonne, il dolore del mondo le sue fondamenta. La sua tavola imbandita è la gioia del figlio perduto e ritrovato, dello sposo del Cantico per la sposa; la gioia che scopre la perla preziosa e il tesoro del Regno. Ogni preghiera, gemito inesprimibile dello spirito, converge misteriosamente nel gemito dell’intera creazione: quello delle cerve partorienti, dell’animale preso nella rete, braccato e ferito a morte dai bracconieri, nel silenzio di una stella che si spegne, nel cammino di una cometa. Immancabilmente si fonde con la preghiera eucaristica di Gesù e della Chiesa ogni domenica, preghiera dell’Agnello condotto al macello (Is 53,7; Ger 11,19), Agnello pasquale, immolato ma vivente.

Pregare in situazione di passività è certamente esserci nello sprofondo dell’afflizione che dà angoscia. Si prega allora con “labbra chiuse” come nella preghiera di Paolo VI per la morte di Aldo Moro: “Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il «De profundis», il grido cioè ed il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce. E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla Fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui”.

Pregare in ascolto del silenzio di Dio, in compagnia di questo Dio incomprensibile e silenzioso, trovando sempre di continuo il coraggio di parlargli, di parlare entro l’oscurità con fede, confidenza e calma, sebbene apparentemente non venga alcuna risposta se non la vuota eco della propria voce (Cf. K. Rahner), genera un’esperienza di unione che trasforma la solitudine in gioia. È l’esperienza dei poeti e dei mistici, e di coloro che amano perdutamente e nel perdersi incontrano la gioia dell’incontro. Lo scolpisce con un solo verso Mariangela Gualtieri: “Forse la gioia è la preghiera più alta”.
Chi prega accede alla conoscenza di sé e attende la conoscenza dell’altro, anche quella di Colui – direbbe ancora Guardini – “che ha assunto la nostra nella sua esistenza. Così l’eco di questo mistero è che egli ci concede di accogliere la sua nella nostra esistenza” (Ivi, 168-169).

Piuttosto che in lunghe preghiere, Teresa d’Avila scopre sé stessa e si conosce misurandosi nella pratica del vivere e in rapporto al fare, all’azione; e in questo metteva in pratica il detto di Gesù: “Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli” (Mt 6, 7-9).
Così l’esperienza mistica per lei non è fine a sé stessa, ma deve attuarsi in una prassi, in un servizio alla vita; il culmine della preghiera non consiste nei rapimenti estatici, ma nella risposta all’altro. Così Teresa ha compreso se stessa attraverso questa esperienza di amicizia che è l’orazione aderendo alla volontà di Dio al modo di Gesù che diceva: “mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 4,34).
Ora, tutta la storia della sua vita, la sua autobiografia è stata riletta proprio attraverso quella stessa domanda che era affiorata in me: Chi sono io? Lo ha fatto in un saggio Emanuele Riu Chi sono io? Santa Teresa nel Libro della vita (in “La dimora interiore. Mistica e letteratura nel V centenario della nascita di Teresa de Avila“, rivista online, La Torre del Virrey, 2018). Scrive Riu: “La grandezza della Vida di santa Teresa sta dunque nell’illustrare al lettore la quotidianità della propria vita e nell’aprirgli la propria anima, consentendogli di partecipare ai suoi travagli più interiori e rendendolo in qualche modo partecipe di una ricerca del proprio “io”, condotta sul crinale fra l’oggettività patristica e medievale e l’inquietudine interiore tipica del soggetto moderno, acquisendo in vari modi tutti quegli spunti che dalla spiritualità medievale potessero condurla ad un rapporto con Dio in cui la propria interiorità fosse completamente in gioco” (ivi).

L’esperienza di Dio che si incontra nell’orazione è per la mistica d’Avila, non solo possibile a tutti, ma necessaria affinché ogni persona possa giungere alla coscienza autentica della propria identità, alla radice del proprio io che si sperimenta nell’alterità. Noi raggiungiamo l’autenticità della nostra umanità quando giungiamo al suo fondamento ultimo di ciò che realmente l’io è. Un io in relazione in vista dell’unione. E la preghiera è la forma dialogica e generativa di quel vincolo che tiene tutti perfettamente uniti: l’amore.

Una domanda tira l’altra. Non solo Chi sono io? ma pure Chi sono io per me? Come l’autobiografia teresiana, così Le confessioni di Agostino di Ippona costituiscono un percorso mistico, un’uscita dell’“io” da sé, alla ricerca della propria identità che è amore. Amanti e al contempo amati, fonte e destinazione di un sentimento di amore che generiamo e ci viene incontro dandoci una forma.
Si cerca nell’altro ulteriorità di senso e di vita. Ecco allora l’invocazione che cerca il volto dell’altro all’inizio delle Confessioni in forma di domande: Chi sono io per te? e Chi sei tu per me? fanno del testo di Agostino il suo itinerario mistico: la preghiera della sua vita:
“Ma chi mi farà riposare in te, chi ti farà venire nel mio cuore a inebriarlo? Allora dimenticherei i miei mali e il mio unico bene abbraccerei: te. Cosa sei per me? Abbi misericordia, affinché io parli. E cosa sono io stesso per te, sì che tu mi comandi di amarti. Oh, dimmi per la tua misericordia, Signore Dio mio, cosa sei per me. Di’ all’anima mia: “La salvezza tua io sono!” (Agostino, Le Confessioni, 1,1.5).

Non si può, su queste ultime note, non ricordare un episodio della vita di S. Teresa raffigurato anche in un dipinto della chiesa delle sorelle Carmelitane di via Borgovado. Un giorno la santa Madre nel monastero dell’Incarnazione di Avila stava scendendo le scale e quasi inciampò in un bel bambino che le sorrideva. Suor Teresa, sorpresa nel vedere un bambino all’interno del convento, gli si rivolse chiedendogli sorridendo: “E tu chi sei?”, allora il bambino rispose con un’altra domanda: “E chi sei tu?”. La Madre disse: “Io sono Teresa di Gesù”. Il bambino, sorridendo, le disse; “Io sono Gesù di Teresa”.

Dedico questo testo all’amico Gian Franco che ha attraversato la soglia del mistero di Dio, sua nuova dimora; egli mi ha accompagnato nel ministero pastorale, spalla a spalla, dal 1983 a S. Francesca prendendosi cura della comunità nello stile silenzioso e orante di Maria e in quello schietto, familiare e laborioso di Marta.

PRESTO DI MATTINA
L’amore che sparge il buon profumo tra la gente

Cosa si ha davanti agli occhi quando si contempla la liturgia? Credo di poter dire una bellezza che oltrepassa il gusto estetico: una bellezza generativa di un incontro che ravviva il cuore e lo fa ‘estroverso’, perché in grado di avvicinarci a quella realtà di dono e di dedizione senza misura da cui ininterrottamente essa viene generata.

Mi riferisco a quel concetto di ‘bello’ colto da san Tommaso d’Aquino, indagando le qualità che accomunano ogni dato di realtà e al tempo stesso la trascendono; i c.d. ‘trascendentali’ propri della filosofia scolastica, in cui l’Aquinate annovera l’ ‘uno’ (unum), il ‘vero(verum), il ‘buono’ (bonum), e per l’appunto il ‘bello’ (pulchrum), inteso anche come ‘proporzione’, ‘perfezione’, ‘armonia’ generativa di uno stupore contemplativo e di gioia per il dono che irresistibilmente ti fa ripartire per dirlo agli altri.

Un concetto che non è poi così distante da quello espresso da Cristina Campo quando scrive che “più si conosce la poesia, più ci si accorge ch’essa è figlia della liturgia, la quale è il suo archetipo” (Sotto falso nome, Milano 2002, 21). Per lei la bellezza è “una virtù teologale, la quarta, la segreta, quella che fluisce dall’una e dall’altra delle tre palesi. Ciò è evidente nel rito, appunto, dove Fede, Speranza e Carità sono ininterrottamente intessute e significate dalla Bellezza”.

Ma rapportata alla liturgia, la riflessione di san Tommaso sul bello ci aiuta anche a comprendere come essa non si riduca a oggetto di contemplazione, poiché essa comporta di conseguenza un gesto comunicativo, un insieme comunitario che apre alla partecipazione e al dialogo della salvezza. Lungi infatti da suscitare una solitaria estasi estetica, la liturgia è contemplazione in atto, incontro; un’esperienza plurale di amore che si comunica e si riceve. Nella liturgia la contemplazione diventa infatti actuosa partecipatio, per realizzare la quale “la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente” (Sacrosanctum concilum 48).

Del resto, se chiedessimo a san Tommaso se vi sia qualcosa di più grande della contemplazione della verità, penso che risponderebbe senza esitazione “Contemplata aliis tradere”, precisando che così “come illuminare è più che risplendere soltanto, del pari comunicare agli altri le verità contemplate è più del solo contemplare” (Somma Teologica, IIa IIae q.188, a 6).

A ben vedere, allora, la liturgia e la sua bellezza non sono esattamente da contemplare, ma la verità del mistero è contemplata e proposta alla vita del popolo di Dio. Questa è l’intentio profundior, lo spirito più profondo della riforma liturgica; che risulta così come luogo di equilibro, di convergenza, di congiunzione tra la via contemplativa (contemplatio) e quella pastorale (actio).

Va detto anche che la riforma liturgica del Concilio vaticano II aveva suscitato grande contrarietà, se non aperta disapprovazione da parte di Cristina Campo. In lei prevaleva il timore di perdere quella dimensione mistica e contemplativa insita nella celebrazione dei misteri della fede. Senza tacere la convinzione che si sarebbe dispersa tutta la ricchezza poetica, musicale, linguistica della liturgia pre-riforma. Per questo ancora oggi qualcuno ideologicamente la ripropone come antagonista della riforma conciliare.

Ciò non m’impedisce tuttavia di considerare Cristina Campo come sorella spirituale di poesia e di contemplazione; non solo asceta nella scrittura poetica, ma nella vita, la sua, tutta nascosta e raccolta in quel silenzio, che è cosa viva. Non diversa dall’esperienza vissuta da quelle Madri del Deserto, dette Ammas, ascete cristiane presenti in Egitto, in Siria tra il IV e il V secolo in forme comunitarie o eremitiche.

Ma la comunanza che avverto per Cristina Campo, non m’impedisce nemmeno di considerare infondati i timori di un impoverimento della liturgia riformata. Ritengo anzi che essa costituisca uno dei frutti più preziosi di quel “gioco misterioso e amoroso della Provvidenza in dialogo con la storia al fine di risvegliare in noi quello spirito di profezia proprio della chiesa di Dio” che fu il Concilio secondo il futuro Papa Paolo VI (Lettera pastorale all’arcidiocesi ambrosiana per la Quaresima 1962). Lo stesso che si chiedeva che cosa si sarebbe dovuto rispondere a coloro che, nel tempo a venire, si domanderanno che cosa faceva la chiesa cattolica in quel momento? “Amava – egli suggeriva – sarà la risposta; amava con cuore pastorale. Anzi è stato un triplice e grande atto di amore: verso Dio, verso la chiesa, verso l’umanità” (Discorso di inizio IV sessione del Concilio, 14 settembre 1965).

Il Concilio, per il vero, non ha dato una definizione di liturgia, ma ha preferito soffermarsi su quanto essa opera: far vivere l’esperienza dell’amore cristiano, ri-attuando ogni volta, qui e ora “l’opera della nostra redenzione” (SC 2). Un’opera singolarmente amorosa, quella dell’agape, nella quale ci è dato contemplare e vivere quell’amore più grande che è il dare la vita nella forma del Crocifisso risorto. Un amore così potente da vincere la morte, che costituisce il fine ultimo della liturgia come «culmine e fonte» della vita cristiana, da perseguire non solo annunciando la buona notizia di Colui che, per amore è morto, è risorto e viene, ma attuandolo e partecipandolo a tutti, tanto nella liturgia della Parola di Dio, quanto e ancor più nella liturgia eucaristica, in cui avviene quel meraviglioso e admirabile commercium tra la nostra umanità e quella del Figlio amato (agapētós), umanità di Dio per noi.

La liturgia – più precisamente – parla di Dio raccontando e praticando il suo amore, in una triplice espressione: l’amore che è venuto, l’amore che viene e l’amore di nuovo veniente. Essa è, dunque, al contempo, memoria di una storia di amore, rappresentazione attuativa di questo amore e apertura prognostica e attesa di quello che verrà dal futuro.
Dice il concilio: “Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa… è presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro” (Mt 18,20)”, (SC 7).

Vivere la liturgia comporta allora il lasciarsi prendere da quest’amore e divenirne il buon profumo tra la gente. Per questo la messa non finisce con la celebrazione del rito, ma deve compiersi nella vita. Non diversamente dalla fede che – come ci ricorda ancora Tommaso – non si può fermare all’enunciato, e tanto meno alla professione del Credo la domenica, ma si compie solo rendendo vive e presenti nella propria quotidianità le espressioni della confessione di fede (S.Th 1,1,2).

Sotto questo profilo, il Concilio si è rivelato un enorme progresso nel processo di autocoscienza della chiesa. Scoprendosi relativa come la luna in rapporto a quel sole che è il Cristo, essa ha ritrovato il bene spirituale della sua esistenza missionaria: ‘vangelo tra la gente’, vedendo così oltre l’orizzonte ristretto di una dimensione ecclesiocentrica ed eurocentrica per assumere una visione planetaria ed estroversa. Così l’altro bene spirituale messo in campo dal Concilio è stato la prossimità della chiesa al mondo, per donare al mondo ma pure per ricevere da esso (Cfr. Guadium et spes 44), in quella forma di santità ospitale significata nella parabola del samaritano.

“La liturgia cristiana – ci ricorda ancora Cristina Campo – ha forse la sua radice nel vaso di nardo prezioso che Maria Maddalena versò sul capo e sui piedi … sembra che il Maestro si innamorasse di quello spreco incantevole. Non soltanto lo oppose alteramente alla torva filantropia di Giuda che, molto tipicamente, ne reclamava il prezzo per i poveri: Avrete sempre i poveri, ma non avrete sempre me, ma (il Maestro) addirittura replicò quel gesto la sera dopo, quando, precinto e inginocchiato, lavò con le Sue mani divine i piedi dei dodici Apostoli, allo stesso modo che Maddalena, scivolando tra il giaciglio e il muro, aveva lavato i Suoi. Dio, come osservò uno spirito contemplativo, si ispira volentieri a coloro che ispira”. (ivi 132).

Ancora una volta si dirà: cosa fa la liturgia? E la risposta sarà sempre la stessa: essa ama, al modo della Maddalena che lava i piedi a Gesù e dello stesso Gesù che lava i piedi ai suoi, essa continua ad amare attualizzando questo amore perennemente sorgivo di nuova umanità, attraverso la reciprocità del servizio: “come ho fatto io così fate anche voi, gli uni gli altri” (Gv 13,15); la liturgia ci fa come Cristo, ci fa sua famiglia. Come lui dunque inviati: non per essere serviti ma per servire e donare agli altri Colui che si è ricevuto in dono (Cfr. Mc 10,45).

A questa ‘visione amante’ della liturgia faccio corrispondere le ‘visioni ardenti’ di un mistico e poeta che fu anche scienziato e paleontologo, il gesuita padre Pierre Teilhard de Chardin ne La messa sul mondo, la sua liturgia cosmica: “Poiché ancora una volta, o Signore, non più nelle foreste dell’Aisne (Fronte francese della I Guerra mondiale), ma nelle steppe dell’Asia, sono senza pane, senza vino, senza altare, mi eleverò al di sopra dei simboli sino alla pura maestà del Reale; e Ti offrirò, io, Tuo sacerdote, sull’altare della Terra totale, il lavoro e la pena del Mondo. Lì in fondo, il sole appena incomincia ad illuminare l’estremo lembo del primo Oriente. Ancora una volta, sotto l’onda delle sue fiamme, la superficie vivente della Terra si desta, vibra e riprende il suo formidabile travaglio. Sulla mia patena, porrò, o Signore, la mèsse attesa da questa nuova fatica e, nel mio calice, verserò il succo di tutti i frutti che oggi saranno spremuti. … Ricevi, o Signore, questa Ostia totale che la Creazione, mossa dalla Tua attrazione, presenta a Te nell’alba nuova. Questo pane, il nostro sforzo, so bene che, di per sé, è solo una disgregazione immensa. Questo vino, la nostra sofferenza, non è purtroppo, sinora, che una bevanda dissolvente. Ma, in seno a questa massa informe, hai messo – ne sono sicuro perché lo sento – un’irresistibile e santificante aspirazione che, dall’empio al fedele, ci fa tutti esclamare: O Signore, rendici uno!”, (Inno dell’universo. La messa sul mondo, Brescia 1992, 9 e 10).

PRESTO DI MATTINA
Amici per sempre

Anche oggi, come nelle prime comunità cristiane, Agape fraterna esprime il legame che accomuna chi guarda con fede a Gesù: di tutti coloro che sono convocati e riuniti dalla Parola di Dio alla sua mensa, per rendere grazie, nel ricordo della frazione del pane. Eukharistía appunto (etim. rendimento di grazie’) per il dono della fraternità, dal quale non può essere disgiunto il desiderio di annunciare e vivere sparpagliati tra la gente questo stesso Spirito di Agape, amore non richiesto, non dovuto, spontaneo dunque, che trova in sé stesso la motivazione, senza attendersi altro se non la libertà di una risposta nello stile di una amicizia capace di gareggiare in gratuità e in reciproca ospitalità.

Non per caso, anche il Concilio ‒ l’ho ricordato altre volte ‒ quando parla dell’autocomunicazione di Dio nella storia degli uomini usa l’immagine dell’amicizia. Che anzi viene addirittura assunta come paradigma della relazione che Dio, incontrandoci nell’umanità del Figlio amato, ha intrapreso con l’uomo, per far conoscere la propria volontà e renderlo parte della sua vita: “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr.Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé” (Dei Verbum, 2).

Del resto, forse cogliendo lo stesso Spirito, già San Tommaso equiparava ‘la carità’ a una certa amicizia dell’uomo con Dio. Tanto che lo stesso mistero di Dio si lascia interpretare dall’esperienza di un’amicizia: della quale il Padre è la fonte, lo Spirito il vincolo sostanziale, l’amicizia stessa, il Figlio, l’Amico che conduce a mostrare e partecipare alla fonte stessa di questo amore amicale.

Non sorprende allora che Aelredo di Rievaulx (1110-1167) ‒ un monaco cistercense autore di un intenso libro sull’amicizia spirituale ‒ abbia potuto reinterpretare la nota espressione giovannea “Deus charitas est” (1Gv 4,16) con “Deus amicitia est”, soggiungendo che “colui che rimane nell’amicizia rimane in Dio e Dio in lui“. Ne nasce una relazione a tre: “Ecco io e te e spero che il terzo tra noi sia Cristo; un’amicizia simile alla comunione trinitaria che può arrivare fino al dono supremo della vita”.

Ma sono innumerevoli i richiami all’amicizia nelle pagine dei mistici contemplativi così come nelle sacre Scritture. Teresa d’Avila, per esempio, afferma che “Cristo è un ottimo amico, perché vedendolo come uomo, soggetto a debolezze e a sofferenze, ci è di compagnia”. E l’evangelista Giovanni riporta le parole di Gesù: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”. Amici ‒ si badi ‒ non già nel senso corrivo del termine, ma legati da un’intensità amorosa di tale smisurata portata e capacità da risultare totalizzante: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13-15).

Di più, una “amicizia per sempre“. Così infatti la pensava Santa Teresa d’Avila: interpretandola nella sua autobiografia come frutto di un amore che pratica l’alterità, fiducia di un legame fraterno e sponsale. Un’amicizia ‘per sempre’ che infiammava la lettura delle vite dei santi da parte della mistica spagnola e del fratello, che assieme progettavano di spingersi nella terra dei Mori anche a costo del martirio pur di raggiungere quel fine: Ci impressionava molto nelle nostre letture l’affermazione che pena e gloria sarebbero durate per sempre. Ci accadeva, pertanto, di passare molto tempo a parlare di quest’argomento e godevamo di ripetere molte volte: sempre, sempre, sempre!. E ancora: “Che vogliamo di più di un così fedele amico al nostro fianco, che non ci abbandonerà nelle sventure e nelle tribolazioni, come fanno quelli del mondo? Fortunato colui che lo amerà sinceramente e lo avrà sempre vicino a sé!”. E della preghiera Teresa di Gesù dirà: “per me l’orazione mentale non è altro se non un rapporto d’amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama. E se voi ancora non l’amate, cioè se non potete riuscire ad amarlo quanto si merita, sopportate questa pena di stare a lungo con chi è tanto diverso da voi”.

Agapimu (amore mio, amico mio): non è solo il nome di un locale di specialità greche di via Saraceno. In me quella scritta accende la preghiera, mentre vado di fretta, tornando dalla piazza, a celebrare messa in santa Francesca. Proprio lì comincia il mio Introibo ad altare Dei. Salirò all’altare di Dio: al Dio che rende lieta (laetificat) la mia amicizia ‒ come si proclamava nel rito antico della messa che si ispira al salmo 43 (42). In quel punto rallento un poco con la bici, attratto da un altro Agapimu, una canzone di Mia Martini di cui ricordo solo i primi versi che recito come un salmo: “Torna con me. Non so rimanere senza di te, amore mio”.

Una domenica ‒ forse la gente della parrocchia lo ricorda ancora ‒ per esprimere l’aspirazione a un’amicizia ‘per sempre’, la costruzione di un amore con questo amico che non cambia, ho ricordato anche un’altra canzone della stessa artista, Almeno tu nell’universo: “Tu, tu che sei diverso/ Almeno tu nell’universo/ Non cambierai/ Dimmi che per sempre sarai sincero/ E che mi amerai davvero di più, di più, di più”. Così simili queste parole a quelle di un’altra anima innamorata: la Sulamita del Cantico dei cantici, che è chiamata amica dall’amato, storia segnata da un amore perduto e ritrovato “Sei bella, amica mia, iridescente/ con le colombe degli occhi. Sei bello amico mio, dolceridente” risponde l’amata.

Ma l’amicizia come agape è sempre sfidata dal disamore. Tanto che sino alla fine sarà un testa a testa con le potenze che tentano di farla fuori. L’ultima sfida, la più impegnativa, sarà con la morte, che il Cantico equipara in potenza ‒ forte come la morte è l’amore ‒ per dire la decisività dell’esistenza di fronte a entrambe, la necessità di schierarsi per l’una o per l’altra; non è possibile starsene indifferenti, si avrebbe come mercede il disprezzo. Ma proprio sul filo del traguardo, per una manciata di secondi, il sorpasso: Le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo” (Ct 8, 6-7). Una sequenza trasposta in innumerevoli poetiche (di Andrea Ponso, Guido Ceronetti, Emilio Villa), tra le quali scelgo quella di padre Agostino Venanzio Reali, parole che attendendo ancora note amiche; chissà… qualcuno lassù contando le “Stelle” e poiché “Non finisce mica il cielo” ci sta già provando:

Come un sigillo imprimimi sul cuore,
come uno stigma portami sul braccio;
poiché l’amore è indomabile
più che la morte, inflessibile
la gelosia più che lo scheol.
Un rogo sono i suoi impeti
d’incoercibili fiamme: non vale
il mare a sopirne gli ardori,
né a travolgerlo i fiumi.

Ogni sabato mattina su Ferraraitalia, appuntamento con la rubrica di Andrea Zerbini PRESTO DI MATTINA.
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Smisurata preghiera

Un germoglio. Un aforisma, un incipit, un motto celebre, un proverbio, una frase ‘rubata’ a questo o a quel grande autore. E dal germoglio esce una riflessione, spunta un pensiero nuovo, germogliano parole che hanno a che fare con il nostro presente. Questa volta il germoglio da cui partire è una frase di Giuseppe Pontiggia. La rubrica Germogli inaugura la settimana di Ferraraitalia. La trovate tutti i lunedì, nella prima ora del mattino.
(La redazione)

Stavo per cedere anch’io, come tutti, dalla mia poltrona, alla tentazione di commentare e decodificare la conversione di Silvia Romano: le motivazioni della sua scelta di cooperante, le eventuali imprudenze commesse, la sindrome di Stoccolma, la volontà dei carcerieri di abitare la sua anima e di prenderne possesso, il suo libero arbitrio. Poi sono incappato in una frase, che mi ha fatto precipitare con semplicità dentro l’abisso dei suoi ultimi diciotto mesi di vita. E non ho sentito il bisogno di aggiungere altro.

“Nel momento in cui si è soli, la preghiera spezza la solitudine del morente.”
Giuseppe Pontiggia

Una pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

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PRESTO DI MATTINA:
un sogno, una domanda e un “esercizio spirituale”

Buongiorno. Anche in questo sabato di silenzio che conclude una settimana di silenzi. Silenzi vivi però. Quasi a voler anticipare il Sabato Santo: il grande silenzio che avvolge tutta la terra nel giorno in cui il Signore riposa dopo la lotta vittoriosa contro il dragone.

Ho una cosa da chiedervi, anche se so già che molti già la fanno. Pregare penserete voi. Sì anche pregare, perché è importante, importantissimo farlo in questi giorni.  E ricevo numerosi messaggi di persone che m’invitano a ricordare nella preghiera le persone ammalate, quelle sole, i medici, gli infermieri, gli agenti e tutti coloro che lavorano per noi. Ed io rispondo che lo faccio sempre; e alla sera prima di entrare in parrocchia, vado fin sulla porta e sotto le finestre della comunità La luna, vi giro attorno e mentre dico il Pater tocco le pietre del muro una ad una come fossero persone.

Ho sentito anche al telefono il mio medico, che mi ha raccontato che fa il possibile, assieme ad altri suoi colleghi del gruppo medicina, per essere di aiuto a chi chiede loro assistenza. Ma ha aggiunto che i veri eroi sono i medici ospedalieri direttamente a contatto con i malati di Covid. Salutandolo gli ho detto che pregavo per loro e lui di rimando mi ha detto: “Grazie di cuore. Ne abbiamo assoluto bisogno.”.

Ma vi è un’altra cosa di cui c’è bisogno, e non è meno importante del pregare, vale  a dire mettere in pratica la Parola. Sostiene Michel de Certeau che vi è un credere originario, insito nell’umano, nella forma esistenziale: e questo credere è “praticare l’alterità, l’altro”. Quindi vi chiedo – lo chiederei anche i ragazzi del lunedì – di avviare questo esercizio spirituale, per così dire, perché in realtà l’esercizio che vi chiedo coinvolge anche il corpo: ovvero passa dal cuore, arriva allo spirito e solo alla fine affiora sulle labbra, come una risposta a chi hai di fronte.

Ricorderete che nella ricerca del santo Graal, l’unico che lo trova è Parsifal. E questo perché, in ragione della sua ‘trasparenza d’animo’, egli vede con gli occhi del cuore, sa porre la domanda giusta al guardiano che non lascia passare nessuno: e la password che gli permette l’accesso di fronte al guardino anziano e soffrente è “Che cosa ti affligge, qual è la tua sofferenza?”.

Mi ha telefonato anche il papà di Marco, per aggiornarmi sulla situazione in via Assiderato. E – sorpresa! – mi ha riferito che hanno creato una chat per quelli della via, in modo da aiutarsi l’un l’altro tra vicini; si passano le notizie e uno provvede a fare la spesa per tutti. Ecco gli esercizi, le buone pratiche di solidarietà verso coloro che sapete essere soli in casa, scoraggiati o in difficoltà, perché hanno perso il ritmo di prima, anche i giovani ne risentono. Ecco l’opportunità. Pensate a un amico. Pensate ad un vicino. Attivate l’inventiva del quotidiano; e se le strade non sono agibili, escogitate percorsi alternativi nel rispetto del bene comune che è la vita di tutti.

Vi voglio raccontare un’esperienza di tanti, tanti anni fa. Un’esperienza per me così forte che la scrissi nel mio taccuino nel lontano 2000 e poi non dissi a nessuno. Era il primo dicembre, ed ebbi un sogno suscitato da un incontro reale: un sogno che operò in me come un ‘accrescimento di coscienza e di responsabilità’.

Ve lo racconto così come l’ho appuntato.

L’altra notte – scrivevo – ho sognato di essere in un luogo indefinito, un camerone con tanta gente seduta a tavoli piccoli, che non potevi evitare di urtare mentre vi passavi in mezzo, e voltandomi mi accorsi che ad uno di essi era seduto Papa Wojtyła. Con il dito mi fece segno di fermarmi. Quindi mi mostrò un biglietto natalizio con dei lustrini luccicanti, chiedendomi cosa fosse. “Che strana domanda mi fa?”, pensai. “Perché non comprende che è un biglietto natalizio?”. Tenni tuttavia quel pensiero per me e mi fermai per spiegargli cosa fosse. Passò un attimo lunghissimo, e poi sentii come di dovergli chiedere qualcosa: una domanda che porto sempre dentro di me, anche quando dormo o non affiora alla coscienza. Ma diviene martellante, ogni volta che incontro persone imprigionate e scosse dal dolore, dalla malattia, quando ascolto il telegiornale, quando cammino in ospedale o faccio mentalmente l’elenco degli ammalati e delle persone sofferenti della parrocchia. E così chiesi al Papa con un profondo slancio interiore, quasi a voler esigere a tutti i costi una risposta, sicuro che mi sarebbe stata data, come a volermi alleggerire un poco da quella domanda, che a volte è pesante come un macigno, e chiesi – ripetendolo però più volte – “perché tanta sofferenza nel mondo? perché? perché?”. Mi veniva da piangere. Lui però non rispose. Mi alzò in piedi, prese la mia testa tra le mani e l’avvicinò alla sua in modo che le nostre fronti si toccassero. Restammo così un poco, senza guardarci, con gli occhi chini, fronte a fronte. E infine mi svegliai.

Per tutta la giornata pensai al sogno, chiedendomi cosa potesse averlo fatto nascere. Ma niente; non mi veniva una spiegazione. Anche quella sera andando a trovare la nonna di Maria Grazia, lo facevo spesso, che non parlava più a causa di una malattia che l’aveva lentamente paralizzata – tanto che rischiava ogni momento di soffocare, per via della saliva che si fermava nell’esofago oramai immobile e non andava né su né giù – le raccontai il sogno, e dopo avere riferito anche altre cose, ritornai a casa. Il giorno dopo, mentre ero sovrappensiero, ricordai però un gesto a cui non avevo fatto caso la sera prima, né le volte precedenti. E allora compresi. Quando quella signora stava male, fino a soffocare, la figlia o la nuora la sollevavano dalla poltrona mettendola in piedi: poi l’avvicinavano a loro, e fronte a fronte con la mano l’aiutavano a calmarsi e a riprendere il respiro. Ecco da dove veniva il mio sogno. Allora mi sembrò di risentire la domanda: “quanta sofferenza?” e la risposta non c’era, o meglio non era in parole, ma in un gesto piccolo piccolo, che univa due persone nella solidarietà dell’amore: fronte contro fronte, gli occhi chini finché il respiro non ritornava.

Quando morì Giovanni Paolo II, il 2 aprile 2005, mi ritornò vagamente alla memoria del sogno. A farmelo ricordare fu la grande fotografia posta sul sagrato della cattedrale. La foto che lo ritrae con la fronte appoggiata al crocifisso del suo pastorale. Fronte a fronte con il Signore.

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