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Una gemma del passato
…un racconto

Una gemma del passato
Un racconto di Carlo Tassi

Bizzarra, carnale, gelosa, infedele, pazza. Questo era Sara.
Eppure l’amavo, l’amavo come non avevo amato nessun’altra. Senza sapere il perché.
L’inizio della vita. L’inizio dell’avventura. Le feste, le sere disperate, in riva al mare d’estate.
Camminare per le strade sconosciute del lido, la notte. La solitudine, in cerca di lei che se ne fotte. La voglia di fuggire e di morire. Poi ancora la voglia di riprovare. No, non può finire.
Ed eccola di nuovo davanti a me, sempre bella, sempre stronza, e piangeva. Esatto, piangeva di nuovo, ed ero fregato. Conoscevo il suo gioco, ma ero fregato. Sempre.
Quanto fossi debole non era un mistero per nessuno. Io e Sara, io lo zerbino e lei la regina. Schiavo del suo sesso e dei suoi capricci.

Ora la rivedo dietro il carrello della spesa, scomparsa una sera d’autunno e riapparsa dopo trent’anni di vita, mille volte sfiorata e mai incontrata.
Alta, magra, sciupata, bella come sempre, come non immaginavo più. Mi guarda e mi sorride col suo solito sorriso triste. Leggo il suo imbarazzo e lei legge il mio. Non saper cosa dire, il desiderio d’andar via e la voglia d’essere altrove, da soli, che lentamente sale. La voglia di lei, di riprendersi il tempo perduto. Pensieri scabrosi a stento repressi.
“Ciao che bello rivederti… come stai?”
“Bene grazie, e tu?”
“Non male… Ma che fai da queste parti? Credevo fossi andata ad abitare lontano…”
Parole forzate, sorrisi tirati. La magia dura un attimo, giusto il tempo di un sussulto nel petto, di un lampo d’eccitazione. Poi vince il disagio, il fastidio.
“Beh, allora ciao… vado che sono in ritardo…”
“Ciao, mi ha fatto piacere rivederti. Stammi bene…”
“Anche a me, ci si vede…”

Un ricordo. Era solo un ricordo prezioso, un’idea, una gemma che illuminava una traccia di passato.
Guai al mondo trasformarlo in materia. Quanta leggerezza perduta, un cristallo magico caduto in terra, infranto. E ora, nella testa solo i cocci del presente.
Ma si tratta d’aspettare, e Sara tornerà a splendere nel mio mondo di nostalgie… sempre che non la incontri di nuovo.

Me And Sarah Jane (Genesis, 1981)

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piedi terra

PRESTO DI MATTINA
Con i piedi per terra

«Il Diavolo, quello spirito orgoglioso, non può̀ tollerare di venir canzonato»
(Tommaso Moro [Qui])

Malacoda è solo un’apprendista, un piccolo diavolo, ingenuo e inesperto, nipote di Berlicche, che è al contrario un diavolo navigato, capitano di lungo corso. Screwtape è il suo nome nell’originale inglese; un maestro nel confondere i pensieri, corrompere le cose, dividere ciò che è unito, mischiare realtà e immaginazione.

Andato in pensione da poco non ha altro interesse che scrivere lettere periodiche con cui istruisce il nipote, in missione sulla terra, sull’arte di sottrarre anime al Nemico: Dio è qui “l’avversario nostro” dice Berlicche. «Il gergo corrente, non la discussione, è il tuo alleato migliore per tenerlo lontano dalla chiesa… è un vero godimento far scoppiare l’odio fra coloro che dicono “messa” e coloro che dicono “santa comunione”… Il male della discussione è invece che essa convoglia tutta la lotta sul terreno del Nemico. Anche Lui sa discutere. Il fatto stesso di discutere sveglia la ragione del tuo paziente, e, una volta che sia sveglio, chi può̀ prevedere i risultati che potrebbero seguire?» (C. S. Lewis, Le lettere di Berlicche, Mondadori, Milano 1950, 13-14; 71).

Istruiscilo dunque a pensare alla realtà solo con l’immaginazione, questa è la tattica. Spingilo a fantasticare, a costruire mondi virtuali attraverso le opinioni, il sentito dire e il si dice; fagli credere che l’esperienza è fare esperimenti e pratiche stando alla consolle, distaccati e riparati dalle cose di ogni giorno, privi di coinvolgimento, solo controllando dal di fuori, senza applicare gli esperimenti a servizio alla vita. Come fosse una sfilata di moda sulla stessa passerella, passando da una moda all’altra, da un gioco all’altro, senza prendere e dare forma all’esistenza uscendo in strada.

Uno sperimentare senza un riscontro sul terreno; un tessere la vita con ago senza il filo: «L’utilità delle mode nel pensiero consiste nel distrarre l’attenzione degli uomini dai loro veri pericoli. Il gioco consiste nel farli correre dappertutto con estintori d’incendio ogni volta che c’è un’inondazione, e di affollare quella parte della barca che ha già l’acqua quasi al parapetto» (ivi, 122). Caro Malacoda ‒ ricorda ancora lo zio Screwtapedevi tentarli all’«irrealtà», pasticciando, mettendo sottosopra le cose, facendo credere il contrario di quello che è. Non devi insegnare veramente, ma “annebbiarli”, “ubriacarli” in modo che non comprendano più «cosa si intenda dire quando dicono “realtà”» (ivi 14).

Gli ricorda poi che «gli esseri umani vivono nel tempo, ma il nostro Nemico li destina all’eternità̀. Perciò, credo, Egli desidera che essi si occupino principalmente di due cose: dell’eternità stessa, e di quel punto del tempo che essi chiamano il presente. Il presente è infatti il punto nel quale il tempo tocca l’eternità̀. Del momento presente, e soltanto di esso, gli esseri umani hanno un’esperienza analoga all’esperienza che il nostro Nemico ha della realtà̀ intera; soltanto in esso viene loro offerta la libertà e la realtà̀. Egli vorrebbe perciò̀ che essi fossero continuamente occupati o con l’eternità̀ o con il presente – o che meditino sulla loro eterna unione con Lui, o sulla separazione da Lui, oppure che obbediscano alla voce presente della coscienza, portando la croce presente, ricevendo la grazia presente, offrendo azioni di grazie per il piacere presente. Il nostro lavoro è di allontanarli sia dall’eterno sia dal presente» (ivi, 73-74).

Anche la memoria del passato è pericolosa perché assomiglia all’eternità e ne contiene tracce indelebili. Farli vivere solo di futuro è la cosa migliore per tenere la realtà del presente lontano dalla loro vita.

Clive Staples Lewis [Qui], convertitosi all’anglicanesimo ‒ terra di mezzo tra cattolici e protestanti ‒ contribuì coi suoi scritti a fra avanzare il cammino ecumenico tra le diverse confessioni cristiane presenti in Inghilterra. La convivenza non era molto facile; le comunità e le parrocchie delle diverse confessioni erano vicine tra loro; si trattava dunque di favorire l’incontro e l’accoglienza pur nelle diversità di esperienze. Così egli richiamò l’attenzione sulla necessità di allargare il “terreno comune” che permette ai credenti di diverse fedi di incontrarsi attorno alle grandi questioni della vita.

Fin dai primi anni a Santa Francesca ogni tanto andavo a rileggere quella pagina de Le lettere di Berlicche, che rimane attuale anche se non è più, ora, solo riferita alla parrocchia, ma alla parrocchia di parrocchie che la nostra unità pastorale di Borgovado.

Le strategie di Berlicche per far sì che un convertito non viva pienamente la vita parrocchiale sono le stesse per impedire lo stile sinodale e l’esercizio della corresponsabilità tra più parrocchie: «Mio caro Malacoda, nella tua ultima lettera hai accennato per caso che, dal momento della sua conversione, il tuo paziente ha continuato a frequentare una chiesa, ed una sola, e che non ne è completamente soddisfatto. Posso chiederti che cosa stai facendo? Non capisci che ciò, se non è dovuto a indifferenza, è una cosa molto brutta? Certamente sai che se non si riesce a curare un uomo dall’andare in chiesa, la cosa migliore da fare è di mandarlo per tutto il vicinato in cerca d‘una chiesa che “vada bene” per lui, affinché diventi un buongustaio e un esperto in chiese. Le ragioni sono ovvie: l’organizzazione parrocchiale dovrebbe essere sempre attaccata perché, essendo un’unità di luogo e non di simpatie, porta insieme gente di diverse classi e di differente psicologia in quel genere di unità che il Nemico desidera» (ivi, 78).

Con i piedi per terra.

Non è solo un problema pastorale, ma umano ‒ direbbe Xavier Zubiri [Qui] ‒ quello di “saper stare nella realtà”, faccia a faccia in modo interattivo, dialogico, sinodale. Perché la realtà non è struttura di possibilità solo virtuale, manipolabile finché “non va bene a me” e non si adegui al mio gusto, alla mia taglia.

Anche l’esperienza spirituale, liturgica ed ecclesiale, oltre che umana, non si ferma agli esprimenti di laboratorio, emulando l’immobilità e l’intangibilità di modelli del passato, o rincorrendo, folleggiando un futuro indistinto che si affida al caso. Neppure si muove con degli slogan contrapposti, come incrociando in duello gli ideali o la retorica della tradizione del “si è sempre fatto così” a quella dell’innovazione, del “tutto è da buttare”. Il tutto inconsciamente animato, non già dalla ricerca di stili sostenibili per vivere insieme, ma dalla recondita esigenza di certificare selettivamente solo chi sia il migliore.

L’eccellenza, tanto ecclesiale quanto umana, non sta nei titoli o nelle strutture imponenti, ostentate nei segni e insegne di potere. Questa è solo retorica ingannatrice, che alla fine risulta divisiva, conflittuale, negativamente classificatoria e penalizzante dell’umano e del cristiano. Sulle prime essa può affascinare come le scintille nella stoppia, ma poi resta il disincanto amarissimo della cenere nera sulla terra bruciata e sul vangelo.

Semmai, l’eccellenza è bellezza nascosta e sedimentata nel profondo; formata strato dopo strato, passo dopo passo, nel vissuto di ogni giorno in una banalità apparente, spinta fuori (ex-cellere) solo alla fine, come l’eccedenza sovrabbondante e testimoniante una vita che si dona, tanto da lasciare stupiti: come da un piccolo seme, un frutto di singolare e nuova umanità.

È capacità di presa sulla vita, nel divenire esperti praticando umanità, anche attraverso il sacrificio di se stessi. Sta nella dedizione alla causa dell’uomo a partire dagli ultimi e dagli svantaggiati; sta nel trovare vie di uscita alle esperienze proprie e altrui, quando si ripiegano su se stesse divenendo autoreferenziali; nel far rinascere o nell’aprire a una realtà più grande; è la sua costante determinazione e cura, incoraggiando sinapsi tra la gente (σύν/con e ἅπτειν/toccare), connessioni esistenziali per una crescita condivisa del bene comune, mettendo in guardia dalla retorica dell’accumulo, del meticcio, della identità, dell’esclusivo: il diavolo veste Prada.

«Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie – dice Paolo ‒ Provate ogni cosa e vagliate ciò che è buono» (1 Tes 5,19-20): traducete in vita etica, per gli altri, i vostri esperimenti.

Fare esperienza allora è di più che fare un esperimento. Così come la realtà è superiore all’idea, ma l’una non esclude l’altra e neppure va senza l’altra, parimenti l’esperienza deve uscire fuori, rischiarsi allo scoperto della realtà, verso un orizzonte che è sempre oltre, infinitamente aperto. La realtà è qualcosa che ci sorprende e ci supera sempre: il discernimento comunitario come “l’intelligenza senziente” (Xavier Zubiri), quella che si fa carico della realtà, le danno una forma, un senso, un giudizio, una intelligibilità, una bellezza.

Se la realtà è la materia prima, diversificata, plurale, imprevedibile, incontenibile, segnata dal nascere e dal morire, l’esperienza dell’“intelligenza senziente”, che lascia essere le cose nella loro diversità e la condivisione di ciò che è proprio di ciascuno, sono le mani che la plasmano, impastando con essa nel presente il futuro dell’umano in un processo di socializzazione e personalizzazione.

Geremia «scese nella bottega del vasaio, ed ecco, egli stava lavorando al tornio. Ora, se si guastava il vaso che stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli riprovava di nuovo e ne faceva un altro, come ai suoi occhi pareva giusto» (18, 3-4).

Per vivere spiritualmente e creativamente bisogna immergersi e lasciarsi impastare nel reale. Scrive Romano Guardini [Qui]: «Esiste un tipo di creazione spirituale che si deve pagare con la capacità di sentire» (Diario, 124). E senza questo esercizio dei sensi “intelligenti”, che leggono in profondità, dentro (intus legere), la fede stessa, si dissocia dalla vita, si ammala, rinsecchisce e diviene come quelle foglie che si staccano dall’albero dell’esperienza private della linfa.

Quando nelle nostre parole, negli scritti, negli stessi gesti liturgici, ma anche in quelli più familiari e umili ‒ come far da mangiare, apparecchiare la tavola, far le pulizie ‒ viene meno l’energia del fatto che li ha suscitati, essi diventano pragmatici, da manuale, senz’anima: situazioni e ambiti in cui la realtà è come archiviata, rinchiusa, immobile, tolta via dal suo contesto.

E Pierre Teilhard de Chardin [Qui] vedeva con assoluta evidenza «la vuota fragilità delle più belle riflessioni e immaginazioni di fronte alla pienezza definitiva del più infimo fatto colto nella sua realtà concreta e totale». Per comprendere e interpretare il mondo bisogna viverlo: «Ogni conoscenza astratta (virtuale) è solo ‘essere appassito’; poiché, per capire il Mondo, non basta sapere: bisogna vedere, toccare, vivere nella presenza, bere l’esistenza bell’e calda nel seno stesso della Realtà», (“La Potenza spirituale della Materia”, in Inno dell’universo, 67-68),

Concludo come ho iniziato, dando la parola a C.S. Lewis: «Noi non ci accontentiamo di vedere la bellezza, anche se sa il Cielo che gran dono sia questo. Noi vogliamo qualcos’altro che è difficile esprimere a parole – vogliamo sentirci uniti alla bellezza che vediamo, trapassarla, riceverla dentro di noi, immergerci in essa, diventarne parte»
(Il brindisi di Berlicche e altri scritti, Milano 1980, 149-150).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Una parte microscopica del cosmo

Ho ripescato dall’archivio di Internazionale (https://www.internazionale.it/opinione/oliver-burkeman/2017/09/19/ansia-consuma) un interessante articolo di questo scrittore e giornalista. Il pezzo parla dell’ansia, uno stato d’animo sul quale, in questi giorni, sentivo il bisogno di leggere qualcosa di terapeutico. La prospettiva eccentrica dell’articolo risiede nella considerazione di come l’ansia non si combatta “vivendo nel presente” secondo un precetto di ispirazione buddista, ma anzi dandole tempo, anche solo qualche giorno, per capire che ciò che ci preoccupava qualche giorno fa, oggi potrebbe addirittura farci sorridere; come ogni presagio di catastrofe allenti la sua presa emotiva, non appena ci si rende conto che la catastrofe non è arrivata, e la nostra ansia per il disastro mai avvenuto era, proprio lei, il vero e unico disastro. E che siamo “una parte microscopica del cosmo”, come potremmo verificare con Google street view e Google earth, partendo dall’immagine di casa nostra e allargando il campo fino a mostrare l’intero pianeta.

Quasi tutte le cose che ci preoccupano si dimostrano sopportabili, se non addirittura positive, o semplicemente non si verificano mai. La prossima volta che avrete paura che qualcosa vi rovini la vita, provate a pensare che se in passato aveste avuto ragione, oggi la vostra vita sarebbe già rovinata.”

Oliver Burkeman

quale-futuro

Così lontano, così vicino

In questi giorni, che ormai sono diventati mesi, forse ti sei chiesto “cosa succederà tra un anno” e sei caduto perchè non hai visto cosa stava per succedere oggi. Forse allora avrai guardato poco oltre la punta delle tue scarpe, col risultato di sbattere contro un ostacolo che avevi davanti alla faccia, se solo avessi alzato lo sguardo. A me sono successe entrambe le cose, e allora mi sono rifugiato in queste parole.

 

Guardare troppo lontano è un errore. Se uno guarda lontano, non vede quello che ha davanti ai piedi, e finisce per inciampare. Ma anche concentrarsi troppo sui piccoli dettagli che si hanno sotto il naso non va bene. Se non si guarda un po’ oltre, si va a sbattere contro qualcosa. Perciò è meglio sbrigare le proprie faccende guardando davanti a sé quanto basta, e seguendo l’ordine stabilito passo dopo passo.

Haruki Murakami

Il tempo è respiro

Quasi ogni giorno sono passata davanti a questa scritta in via Praisolo, vicina al mio appartamento da studentessa a Ferrara. Confesso che ogni tanto mi ha aiutato, mentre tornavo alla mia camera soprappensiero, presa dai progetti, dai dubbi, da mille riflessioni. La scritta mi ricordava gli esercizi di respirazione che ci faceva fare il regista Michalis Traitsis durante le lezioni del Centro Teatrale Universitario, o più ingenuamente la frase che il maestro Oogway dice a Po nel film Kung Fu Panda: “Ti preoccupi troppo di ciò che era e di ciò che sarà, ieri è storia, domani è un mistero ma oggi è un dono. Per questo si chiama presente.”

E così mi ricordavo di prendere del tempo per stare sola e sgombrare la mente. Credo che sia un’abitudine molto preziosa: si può pensare che fermarsi e “non fare nulla” per un po’ sia una perdita di tempo. Invece, se viviamo bene la pausa, il tempo è tutto guadagnato: puoi imparare a gestire gli affanni e le ansie, chiarire quali sono gli obiettivi che tieni più a cuore… e anche imparare ad apprezzare ciò che la vita, gratuitamente, ti offre.

Due passi in centro…

Ferrara la cammino tutti i giorni, la guardo, la respiro, ne sento il sapore umido, antico come le buie cantine dei suoi palazzi in centro. Ferrara, nonostante tutto, resta una bella città. La mia città, nonostante tutto.
Bassa come le sue case, come la sua pianura, come la sua accoglienza. Ferrara è geometrica, rettilinea, spigolosa, nascosta, chiusa, gelosa, invidiosa. Come un’amante trascurata, s’imbelletta la sera, attende speranzosa una telefonata che non arriva mai.

Quanti amici ho visto partire e mai più tornare. Tanti, troppi. Ferrara, madre snaturata, abbandona i suoi figli, li fa fuggire, allontanare per cercar fortuna altrove.
Bella, distante, fredda e silenziosa d’inverno. Bianca e grigia, come la sua brina mattutina e le sue nebbie rarefatte, raccolte nei vicoli e disperse nei campi. Rossa come i suoi cotti e le sue mura secolari, verde come i suoi cortili misteriosi e suoi i parchi trascurati, sconfinati.
Ancor bella, raccolta, afosa e scollata nelle sere d’estate. Animata dai capannelli del centro, tra eroici locali per la gloria d’una stagione, insozzata da rimasugli d’annoiata, disperata, giovanile baldoria.

Ferrara sconcia, bugiarda, venale. Povera e ricchissima. Figlia di contadini, ostaggio di mercanti. Fiera del suo remoto passato, vergognosa del suo volgare presente. Provinciale tra le provinciali, si svende al miglior offerente. Si tormenta, litiga, s’azzuffa, si lamenta dei suoi malanni, si schernisce e non guarisce.
Ferrara, una perla smarrita nella sabbia dei suoi canali. Orgogliosa e depressa come la sua terra, impregnata di memoria, incrostata d’apparenza.
Ferrara, eterna fanciulla, immota nei secoli. Adagiata sui suoi sepolcri d’argilla, giace eterea e inerte sotto il suo cielo immenso. Spersa nel nulla.

Continuo a camminare nelle sue strette vie. L’anima tranquilla libera i pensieri sopra i tetti, mentre lo sguardo incuriosito indugia dentro le finestre e le porte aperte delle case appresso. Scorgo grandi e piccoli segreti, vedo splendidi androni restaurati e, subito a fianco, miseri tuguri trascurati. Angoli privati, racchiusi negli attimi che s’alternano al rumore dei miei passi. Questa è Ferrara: decadente ricchezza e miseria nascosta.

Passi incerti e irregolari su gibbosi sampietrini in porfido fanno l’eco ad ogni inciampo.
Mentre intorno tutto tace.

Il passato non torna

Una breve storia da raccontare e un brano musicale scelto per accompagnare il racconto. Perché le storie si possono leggere e ascoltare. Immagini, brani e testi, magari nati in momenti diversi, ma legati da un unico sentire. Tre differenti visioni che diventano una sola, un viaggio nel tempo, nel sogno e nella fantasia.
Buon ascolto e buona lettura.

Ashes To Ashes (David Bowie, 1980)

Un morto non torna. Una vita vissuta, finita, estinta, non ritorna.
Tutto è cancellato, per sempre dissolto, risolto. E’ passato.
Resta solo un vago sapore di polvere nel palato.

Mi passo una mano sulla faccia. Sfioro con le dita i solchi del tempo. L’età s’accumula nelle pieghe della pelle. S’attenua la tensione della vita.
Le cellule rallentano, invecchiano e statiche contemplano. Il veleno scorre discreto in queste vene lacere, ricucite. Braccia e gambe arrancano, scricchiolano, si muovono con fatica, a volte gridano, fanno quel che possono.
Ma la battaglia è persa. Come a Dunkerque in quei giorni di maggio, si salva quel che si può.
Questa è la vita: resistere, salvare il salvabile.
E camminare sul margine dell’oblio, aspettando di cadere.

Respiro vecchi profumi, ascolto vecchie canzoni, m’affanno a ricordare. Chiudo gli occhi, inizio a scavare, cerco oggetti smarriti, una preghiera di conforto. Dolcezza, spensieratezza. Un’ultima volta riemerge la purezza posseduta. E mi consuma vedere ch’è perduta.

Ferite addomesticate di poesia, lame affilate di malinconia, bruciano e incantano.
Il sangue sgorga, torna puro alla sorgente, svuotando ogni mio volere. Vivo al passato per fuggire dalla gogna del presente.

Poi incontro un bambino. Mi sorride, mi chiede di giocare. Corro con lui nel prato. Le ombre sbiadiscono sotto il sole e la sua luce cogente. M’accorgo ch’è divertente.
Il bambino se ne va, ma domani tornerà. Come il sole, prepotente. E con lui questo prato e i suoi colori, i suoi rumori, i suoi odori. La vita è provocante, pulsante come questo mio cuore ancor battente. Già, non è il momento di lasciarsi andare, di chiudere gli occhi e smetter di respirare.

Ma, a torto o a ragione, un rifugio non è una prigione.
Mi cullerò nell’idea di ciò ch’è stato. Ne trarrò nutrimento, non certo per la pancia. Sfamerò invece l’immaginazione. La renderò struggente, ardente, degna d’attenzione.
Buona, come il cibo che non si può più mangiare.
Bella, come la donna che non si può più avere.

Sublime, come il passato che mai più potrà tornare.

Il tempo circolare: i segreti e la lezione dei criceti

In un tempo lontano ho avuto a che fare con quelle bestioline chiamate criceti che era molto comune allevare in molte case ferraresi. Quello che mi affascinava era la presenza di una ruota all’interno della gabbia che come spiega Wikipedia ha una sua funzione precisa:
“La gabbia per un criceto nano (russo) (siberiano) deve essere di almeno 75×47 cm mentre per i roborosky, i dorati e i cinesi almeno 120×60. È essenziale la presenza di una ruota (20 cm per i siberiani e i russi, 28 cm per i dorati, roborosky e cinesi), perché si mantengano fisicamente in salute e di una tana per dormire.”
M’incantavo a vederli muovere con impegno la ruota, anche se la loro fisicità mi procurava un leggero imbarazzo, ma ancor più mi sorprendevo a pensare che quella ruota, che essi giravano con tanto impegno, creava uno spazio/tempo circolare e che, quando improvvisamente la abbandonavano, la dimensione spazio-temporale si fermava e quel che restava a loro era un presente assoluto.

Mentre compio il mio consueto giretto per casa in questi momenti della fase 2, ‘il pianoro’, come si dice usando una metafora paesaggistica, in cui è necessario non trasgredire ai severi provvedimenti per abbattere l’orribile virus (quello che la raffinata amica e grande linguista Portia Prebys mi suggerisce debba essere chiamato come in Inghilterra walk about) mi si presenta la condizione del criceto. A nulla serve per uscirne di pregustare gli impegni più interessanti che mi aspettano: scrivere questo Diario, affrontare il saggio su Magris, telefonare all’universo mondo, chiamare in video conferenza gli amici del cuore e i pronipotini, aprire il cd Steinway Legends rimasto inspiegabilmente inascoltato della mia Martha Argerich.
Mi fermo e rendo così il tempo un eterno presente senza passato e tantomeno senza futuro. Come un criceto che smette di girare la sua ruota. Sarà la mia reale condizione di vecchio che si prepara a sospendere il tempo? Per sempre?

Non è che ogni giorno rifletta sulla mia somiglianza con i criceti. Fossero almeno i miei adoratissimi pelosi cani, o in seconda scelta i gatti, lo tollererei. Ma i criceti….! Eppure questo è ‘ciò che passa il convento’, come sentenziava nonna Adalgisa, mettendomi davanti, io bambino, l’orrenda zuppa di cavolo tra le non amate verdure la più odiata.
E’ dunque meglio pensare ai segreti, una delle mie fissazioni da sempre. I segreti amatissimi che ho sempre adorato divulgare e che ovviamente non sono i ‘veri’ segreti, che non si confessano nemmeno a se stessi, oppure son tali da diventare materia di scrittura per il solito inesorabile principio di credersi helas! scrittore.

Il mio romanziere preferito in questi mesi si chiama Eshkol Nevo, che in L’ultima intervista (Neri Pozza, 2019) tra verità e fantasia spiega cos’è un segreto tremendo di cui il protagonista viene a conoscenza. Narra di uno scrittore famoso di polizieschi, lo svedese Axel Wolf, che viene trovato quasi morto nella sua camera d’albergo e da lui viene soccorso. All’ospedale incontra la moglie di Wolf, Camilla, alla quale chiede cosa significhi una frase che Axel pronunciava in continuazione. La moglie glielo rivela, ma gli dice che sarà costretta ad ucciderlo, perché a sua volta non lo sveli. E’ un segreto, terribile, ma ovviamente non lo spiattello qui per rispetto alla trama del libro. Ma invece è importante commentare, sentendo la rivelazione di Camilla, la sua interpretazione sul significato del segreto. Rivela la donna a p.369:
“Questo mi sembra veramente importante. Affrontare cosa debba essere la consapevolezza del segreto. E tutto il Novecento si nutre di segreti: da Proust a Joyce e soprattutto D’Annunzio, che non esita orgogliosamente di intitolare parte de Le faville del maglio:Secretum’, ponendosi in rapporto diretto con il primo e forse più straordinario custode e diffusore al tempo stesso del segreto, Francesco Petrarca“.

Ma i miei lettori l’avranno già intuito: io propendo per ‘i segretucci’, quelli cioè che sono di necessità svelabili. Sono l’essenza stessa di ciò che chiamiamo ‘cicaleccio’, ‘chiacchiericcio’, il ‘parlar improprio’, quello che è così straordinariamente diffuso tra i politici che ha dato luogo a ciò che la Treccani definisce ‘cicalecciocrazia’, cioè l’improvvisazione sul dilungarsi a parlare seriosamente di ciò che non si sa. E naturalmente gli esempi recenti sono così evidenti, che sarebbe un altro ‘cicaleccio’ esibire i nomi.
Tra costoro che sono poi i più attenti a parlare, usando quei neologismi di cui già riferimmo nel Diario precedente, quelli che fanno più male sono quelli usati dai politici, che s’intromettono nelle decisioni dei provvedimenti assunti dagli specialisti. Nascono così le storie più incredibili: dal virus prodotto in laboratorio, che sfugge al controllo degli scienziati all’uso della mascherina, dei guanti, del tampone. E in questo campo le storie, le rivelazioni, diventano oggetto di possibili e straordinarie novelle o racconti.
Allora rimando ad un delizioso spot dove la dottoressa di turno insegna, con fare suadente e convincente, come si sanificano le mascherine per riusarle, visto la quasi introvabilità delle stesse.
Ma in fondo, in fondo meglio rivelare i ‘segretucci innocenti’ come, ad esempio, che non avevo comprato le paste perché me ne ero dimenticato, mentre ne avevo fatto una scorpacciata terrificante e non lo volevo dire. Poi si sa amor vincit omnia alla fine ho confessato.

 

“Se tu fossi una città”, Roberto Dall’Olio illustra il suo itinerario poetico fra memoria e presente

Se tu fossi una città è il titolo della più recente raccolta di poesie pubblicata da Roberto Dall’Olio, impreziosita dalla prefazione di Romano Prodi: “In quest’opera – scrive il noto statista – si coglie un sentimento ampio, universale, romantico e cosmopolita, ma pur sempre intimo. Con la sua poesia Roberto Dall’Olio mette in scena una continua migrazione, grazie all’uso del ‘leitmotiv’ “Se tu fossi una città saresti…”. Il Diverso, l’Altro diventano valori da esaltare… Ogni città, da Bologna a New York, da Epidauro a Matera, arricchisce il testo a modo suo… Il soggetto principale, l’individuo a cui è rivolto il testo, è un prodotto diretto di questo continuo riaffiorare del passato e delle radici che ci sostengono. Viaggio e memoria…”.

Questo pomeriggio, alle 17,30, il volume edito da l’Arcolaio sarà presentato alle libreria Feltrinelli di Ferrara. Con l’autore dialogheranno Maria Calabrese, Roberta Barbieri (docenti del liceo Ariosto) e Sergio Gessi, direttore di Ferraraitalia.

Rovine o macerie

Nel 2004 Marc Augé pubblicò un libro nel quale si interrogava sul senso del tempo e sulla differenza tra una rovina, monumento di un tempo passato, fermo, puro, non databile, e le macerie, costruzioni che non hanno il tempo di diventare tali ai nostri giorni. C’è un’Italia fatta di tante macerie, quella dei ‘non-luoghi’, dove il senso dello scorrere del tempo viene accelerato, insieme al dissiparsi delle relazioni intra-personali. Ci sono luoghi, invece, fatti di rovine, dove il ‘non-tempo’ fa in modo che ci si fermi, ci si finga fermi, e si provi ad ingannare lo scorrere inesorabile dello stesso. Luoghi che raccontano al di fuori della storia, luoghi che sanno parlare senza la necessità di dire, luoghi di cui non si sa nulla, ma che ugualmente risultano familiari. Rovine dalle quali il silenzio fa trasparire il suono di un tempo che fu. Rovine che migliorano la vita, circondate dalle macerie di un’esistenza senza il senso del proprio tempo/non-tempo, luogo/non-luogo.

 

Viaggiare nel tempo? Magari no!

Se esistesse una macchina del tempo, vi fareste portare nel passato o nel futuro? Vivreste un’epoca a voi sconosciuta oppure provereste a rivivere un determinato momento, per vedere cosa cambierebbe?
I viaggi nel tempo che ci vengono presentati nei film o nei romanzi, procurano evidenti effetti sul presente. Forse, se ciò fosse possibile concretamente, si creerebbe un caos notevole: un intreccio incontrollato di eventi, in continuo mutamento e che ognuno vorrebbe manipolare, dettando proprie regole.
Ogni particolare risulterebbe determinante, come se si trattasse di un gigantesco “effetto farfalla”.

“Il viaggio nel tempo è la cosa più assurda del mondo, manda completamente per aria ogni ragionevole concatenazione di causa ed effetto!”
Bruce Sterling

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Una gemma del passato

Me And Sarah Jane (Genesis, 1981)

Bizzarra, carnale, gelosa, infedele, pazza. Questo era Sara.
Eppure l’amavo, l’amavo come non avevo amato nessun’altra. Senza sapere il perché.
L’inizio della vita. L’inizio dell’avventura. Le feste, le sere disperate, in riva al mare d’estate.
Camminare per le strade sconosciute del lido, la notte. La solitudine, in cerca di lei che se ne fotte. La voglia di fuggire e di morire. Poi ancora la voglia di riprovare. No, non può finire.
Ed eccola di nuovo davanti a me, sempre bella, sempre stronza, e piangeva. Esatto, piangeva di nuovo, ed ero fregato. Conoscevo il suo gioco, ma ero fregato. Sempre.
Quanto fossi debole non era un mistero per nessuno. Io e Sara, io lo zerbino e lei la regina. Schiavo del suo sesso e dei suoi capricci.

Ora la rivedo dietro il carrello della spesa, scomparsa una sera d’autunno e riapparsa dopo trent’anni di vita, mille volte sfiorata e mai incontrata.
Alta, magra, sciupata, bella come sempre, come non immaginavo più. Mi guarda e mi sorride col suo solito sorriso triste. Leggo il suo imbarazzo e lei legge il mio. Non saper cosa dire, il desiderio d’andar via e la voglia d’essere altrove, da soli, che lentamente sale. La voglia di lei, di riprendersi il tempo perduto. Pensieri scabrosi a stento repressi.
“Ciao che bello rivederti… come stai?”
“Bene grazie, e tu?”
“Non male… Ma che fai da queste parti? Credevo fossi andata ad abitare lontano…”
Parole forzate, sorrisi tirati. La magia dura un attimo, giusto il tempo di un sussulto nel petto, di un lampo d’eccitazione. Poi vince il disagio, il fastidio.
“Beh, allora ciao… vado che sono in ritardo…”
“Ciao, mi ha fatto piacere rivederti. Stammi bene…”
“Anche a me, ci si vede…”

Un ricordo. Era solo un ricordo prezioso, un’idea, una gemma che illuminava una traccia di passato.
Guai al mondo trasformarlo in materia. Quanta leggerezza perduta, un cristallo magico caduto in terra, infranto. E ora, nella testa solo i cocci del presente.
Ma si tratta d’aspettare, e Sara tornerà a splendere nel mio mondo di nostalgie… sempre che non la incontri di nuovo.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Coppia: lo scoglio delle aspettative

Puntata di inizio mese con A due piazze, scambio fra Riccarda e l’amico Nickname: tra un uomo e una donna tertium non datur, ma quando è l’aspettativa ad accomodarsi mettendosi in mezzo?

N: Due umani si annusano, si conoscono, si piacciono, una cena romantica, finiscono a letto. Invitano a tavola il piacere. Poi passa il tempo (il tempo ha questa cosa, che passa sempre) e il piacere non è più seduto tra loro. Le aspettative, con il loro culo pesante, hanno spinto il piacere giù dalla sedia. Sono loro il nuovo invitato. Stavolta, un terzo incomodo.

R: Le aspettative, con tutto il loro ingombro, non sono mai invitate. Anzi, la premessa è sempre quella di bandirle, dire stavolta no, non entrano, prendiamo il piacere per quello che è. Ma poi non so come, c’è uno spiffero, una fenditura invisibile nella nostra pretesa di leggerezza che fa insinuare le aspettative che crescono e si autoalimentano allo stesso banchetto da cui il piacere è stato cacciato. Le aspettative arrivano a precederci, anticipano nella nostra testa ciò che vogliamo succederà e che non potrà mai essere così. Mi sembra quasi un moto naturale che si innesca in automatico come se fossimo portati a generare aspettative, come se il piacere non esistesse senza conseguenti immaginazioni. Perché?

N: Gli umani hanno coscienza del loro vivere. È la drammatica consapevolezza di sé il problema. Sono consapevoli del tempo che vola, sanno che qui e ora si consuma qualcosa di passeggero, di effimero. È anche un modo di difendersi dagli assalti della tristezza: tutto passa, anche le emozioni negative. Tuttavia prevale l’impulso al progetto, alla costruzione di una struttura. Non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che, presto, tutto questo progettare colora di insoddisfazione la nostra esistenza. Più progettiamo la vita ideale, meno ce la gustiamo. Temo sia un ineluttabile peccato.

R: Ineluttabile, ma ridimensionabile caro Nickname. Ho fatto una prova: quando un’aspettativa subdola, minima e infida, si prepara a strozzare il piacere senza lasciargli il tempo di gustarsi quel che c’è, io mi metto a fare qualcosa, una cosa in particolare: tolgo le foglie secche dalle piante di casa, le faccio respirare, le libero da ciò che non serve e le oscura inutilmente. È un’azione minima che mi pulisce la mente, ridimensiona i balzi in avanti, quelli senza paracadute.

Voi conoscete le aspettative? Fate loro posto oppure cercate di smorzarle al primo sintomo di insoddisfazione?

Scrivete a parliamone.rddv@gmail.com

Mille frammenti di tempo presente… e un meraviglioso salto finale

Sento freddo, il vento gelido del nord è giunto. Il cuore scoppia. Mille frammenti, scintille di dolore e gioia, lacrime di malinconia. Pezzi di me persi nel tempo. Poi il ricordo del suo viso, sempre giovane dopo tanti anni…

Sul ponte, poche centinaia di metri più avanti, trovo una piazzola di sosta e mi fermo. Scendo dalla Jeep e, nonostante la notte, vedo un panorama mozzafiato.
Davanti a me si apre buona parte della baia settentrionale e, al di là del ponte, le luci di Norgate e delle isole di Camden e Rutherford, le cui coste sono a circa cinque o sei miglia in linea d’aria. Distanza che non m’impedisce di scorgere abbastanza distintamente i contorni nerissimi delle loro alture che lambiscono un cielo color ruggine interamente ricoperto di nuvole.
Il mare sotto di me cattura i riflessi purpurei della coltre temporalesca rimescolandoli nelle tenebre vorticose della corrente che, proprio lì sotto, è particolarmente insidiosa.
Vedo sulla destra, in lontananza, la distesa buia e piatta di River Bay: è il luogo dove dovrei essere in questo momento. Che fare allora? Sento che una soluzione posso ancora trovarla. Sento Kobi abbaiare all’interno della Jeep come se fosse impazzito, fisso quei vortici oscuri che tormentano la superficie del mare. Innumerevoli frattali in eterno movimento, elementi di un caos senza fine che dal mare, lentamente, stanno per insinuarsi nei miei pensieri. Ne avverto la terribile meraviglia, l’irresistibile seduzione.
Sento il rumore del vento e delle onde che s’infrangono con violenza tra gli scogli affioranti.
Questo rumore assordante non è più ostile…
Ora è dolce, come una musica. E mi accompagnerà finalmente da lei… a casa.

Clocks (Coldplay, 2002)

testo e traduzione di Clocks

L’automazione della produzione: l’opportunità per liberarci dalla schiavitù del lavoro

In un’intervista di qualche mese fa Bill Gates, il fondatore della Microsoft nonché uomo più ricco del mondo, ragionava sul fatto che l’automazione sta portando via posti di lavoro. Questo crea un problema e la soluzione poteva essere tassare i robot e investire i soldi ricavati in formazione per i nuovi disoccupati.
Gates ammette che un’operazione di questo tipo potrebbe però rallentare la crescita delle aziende stesse, se il costo di queste tasse fosse a loro addebitato, in quanto smetterebbero di adottare robot nel ciclo produttivo. Ma proprio questo rallentamento sarebbe auspicabile, visto che ancora non siamo pronti a gestire un mondo così automatizzato.
La proposta della robot tax, in realtà, era già stata rifiutata dal parlamento europeo proprio per il suo effetto negativo sulla competitività: se aumenta il costo dell’utilizzo del robot le aziende non investono in automazione.
Meglio sarebbe, sostiene qualcuno, pensare a un reddito di cittadinanza per sostenere chi in futuro sempre più spesso perderà il lavoro a favore dei robot.

I punti, dunque, sono il lavoro e i soldi. Trovare un altro lavoro a chi lo perde e assicurare in qualche modo un reddito a chi è in cerca per potersi comprare il pane e pagare le tasse. Ma se i robot esistono e si pensa possano sostituire l’uomo, prima o poi lo sostituiranno in tutto, magari lasciando solo piccole aree alla creatività umana. Sarebbe quindi inutile perdere tempo a formare lavoratori visto che tutto prima o poi potrà essere fatto da automi A questo punto, le soluzioni sembrerebbero essere sostanzialmente due: il restringimento della popolazione umana ai padroni dei ‘mezzi di produzione’, accompagnati solo da quegli indispensabili creativi necessari alla loro perpetrazione, oppure la rinuncia al progresso.
Nel primo caso, il lavoro sarà funzionale agli interessi di sopravvivenza di quella cerchia di superuomini che si saranno accaparrati la conoscenza e il denaro non avrà più senso in quanto i beni e i servizi saranno già di proprietà di quei pochi e quindi non ulteriormente scambiabili e nemmeno utilizzabili come riserva di valore visto che il valore sarà già stato realizzato.
Nel secondo caso, continueremo a scendere in miniera.

Ma proviamo a ripartire di nuovo con riflessione e scenari diversi e proprio da oggi.
Il problema esiste, i robot stanno svuotando le fabbriche e sempre più sostituiranno le professioni, il futuro appartiene all’intelligenza artificiale. Il problema esiste, ma per fortuna non è un problema ma una risorsa, un regalo, una porta su un nuovo futuro che ci potrebbe rendere tutti più felici, più sani, più longevi. L’intelligenza artificiale potrebbe essere la nostra astronave per la galassia del futuro, quella che finalmente ci farà uscire dalle miniere, dalla ripetitività delle nostre azioni quotidiane, dall’andare in ufficio quando potremmo fare le stesse cose, già oggi, schiacciando dei tasti da casa.
Siamo già collegati a reti locali, a reti geografiche, wireless, domotica. Controlliamo dalla nostra sdraio al mare l’allarme di casa e l’impianto di condizionamento, ma anche da comode poltrone l’atterraggio di un robot su qualche luna di Giove. Però pensiamo sia normale nel 2017 correre di buon mattino per passare otto ore su una catena di montaggio e abbiamo paura che prima o poi un androide impasti la malta al posto nostro. Abbiamo paura perché il ragionamento che propone Bill Gates davanti alla porta del futuro è: “chi ci pagherà lo stipendio?” oppure “chi ci darà i soldi per fare la spesa?”. Un discorso talmente vecchio da mettere i brividi, come se davanti alla possibilità di respirare aria pulita per il resto dell’eternità mi preoccupassi che le centraline che controllano lo smog potrebbero rimanere inutilizzate.

Il problema nel futuro futuribile, come nel presente invivibile, è la produzione e la conseguente distribuzione delle necessità della vita. La soddisfazione dei bisogni umani e l’impiego delle risorse non sfruttate dovrebbero essere il faro, sempre! Spiegato ai neofiti vuol dire che oggi abbiamo milioni di persone che vorrebbero lavorare, ma per ragioni di controllo delle risorse e del loro accaparramento da parte di una piccola parte della popolazione, vengono lasciate a casa. Di conseguenza queste risorse non utilizzate generano l’insoddisfazione dei bisogni (non mi fanno lavorare, non guadagno, non compro, non si produce, non si vende e via da capo), il tutto in un contesto che reclama lavoro (cioè utilizzo di queste risorse): argini dei fiumi da sistemare, strade da pulire, servizi da incrementare, case da mettere in sicurezza sismica, ospedali da ridotare di medici e infermieri, anziani da accudire, etc..

In futuro, tanti robottini spaleranno le strade, lavoreranno in campagna per approvvigionare le città, cureranno le catene di montaggio, costruiranno le case, ripareranno le strade, taglieranno l’erba. Ci libereremo cioè dalla schiavitù di doverci procurare da mangiare attraverso il lavoro, facendoci fare un salto paragonabile alla scoperta dei benefici dell’agricoltura che permise di passare dal primitivo errante al moderno stanziale. In un contesto del genere, il nostro problema dovrebbe essere la moneta?
Il vero problema sarà di fare in modo che non lo sia. Di riappropriarci della fantasia di immaginare un futuro migliore e della realtà di pensare che tutte quelle risorse che i robot creeranno non dovranno essere appannaggio di pochi uomini, cioè esattamente quello che sta succedendo oggi, ma un bene dell’umanità intera e che le risorse dovranno essere ben distribuite in quanto frutto dell’ingegno umano. Evitare gli oligopoli della conoscenza, della produzione, delle risorse e dei bisogni e fare in modo che il benessere sia patrimonio dell’umanità.

Insomma futuro futuribile o presente invivibile è sempre la stessa storia: il problema non è il denaro, ma i pomodori e il pane. Affrontare il futuro come stiamo affrontando il presente complica dannatamente le cose, inverte i paradigmi e tutto sembra incredibilmente difficile e che solo pagine e pagine di formule possano darci la soluzione. Ma il presente è necessariamente già passato, manca solo la nostra comprensione, la fantasia di ritornare alla realtà reale in cui, come diceva Ezra Pound, “il denaro non ti copre, non lo puoi mangiare e non ti riscalda”.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Riempire il niente o svuotare il troppo?

Le nostre lettrici raccontano come nella vita si giri attorno al vuoto per non sentirlo e, per questo, il troppo non basti mai.

Il piacere di arrangiarsi per riempire i propri vuoti

Ciao Riccarda,
che belle parole quelle del Cavalier Niente e quanta verità dietro a quelle semplici frasi.
Ma è possibile arrivare a tale equilibrio e lucidità da saper distinguere quando abbiamo bisogno di qualcosa da quando ne abbiamo voglia?
Io ho sempre avuto bisogno di tante attenzioni per sentirmi felice e realizzata, credendo che fosse quello il segreto per stare bene. Non mi accorgevo che quel bisogno invece creava dipendenza e insoddisfazione. Passare del tempo da sola mi ha sempre dato una sensazione di disagio e insofferenza.
Questa solitudine si è accentuata quando sono andata a convivere: è stato un passo che per me ha significato crescere, maturare, capire cosa sono davvero le responsabilità e tutto ciò ha innescato un insieme di emozioni per cui non ero realmente pronta. La persona con cui ho fatto questo passo inoltre è sempre stata estremamente indipendente e a proprio agio con il suo vuoto e io mi sono trovata smarrita davanti a tutti questi cambiamenti. Inizialmente pensavo fosse colpa sua in quanto egoista e disinteressato e non capivo la grande possibilità che avevo di fronte.
Fortunatamente la difficoltà si è gradualmente trasformata in opportunità perchè dal niente sono davvero nate tante cose: adesso il mio vuoto mi piace ed è quella parte di me che mi fa essere indipendente, mi fa scrivere, leggere, aggiustare il telefono della doccia e soprattutto avere interessi davvero miei.
Certo, ogni tanto c’è qualche ricaduta ma averne la consapevolezza forse è già un passo avanti.
E.

Cara E.,
aggiustare il telefono della doccia è un caso di scuola: chi arriva a farlo è, a mio parere, donna finalmente indipendente. Non è una sciocchezza, anzichè chiamare qualcuno, ci si prova e alla fine ci si riesce. E piano piano impari a non delegare quei piccoli interventi che danno anche soddisfazione. Per anni ho sperato che, quando in casa rimanevo al buio, fosse un black out e non la plafoniera da smontare. Poi mi sono attrezzata.
Un consiglio: un cacciavite come soprammobile ti ricorderà che la perdita del rubinetto non fa più paura.
Riccarda

Aggirare il buco…

Cara Riccarda,
Troppo, niente, troppo, niente, troppo. Direi che dall’adolescenza ad ora, a quasi quarant’anni, posso dire che la mia vita è stata tutto un troppo o tutto un niente!! Ho sempre odiato le vie di mezzo. O è bianco o è nero!
Da adolescente avevo decisamente troppo: una famiglia “imperfetta” ma perfetta, perché nonostante i vari problemi, si è sempre andati nella stessa direzione uniti. Amici, ma che se adesso li rivaluto non con gli occhi di sedicenne, ma con gli occhi di chi ne ha viste tante, in realtà i troppi amici erano un po’ di amici e troppi conoscenti. Speranze, troppe, tante, sogni, un infinità, poi a 19 anni il vuoto, il niente! Non mi piaceva più niente, gli amici…basta, non mi piacevano più, non amavo più quello che si faceva per divertirsi. Scuola: finita, finiti i sogni finite le speranze. Un vuoto, un niente che giorno dopo giorno mi logorava. Poi la luce…dopo qualche mese entra nella mia vita LUI! Il mio tutto di ora! Mi fa riscoprire i troppo e la vita riprende colore. Trovo amore (mai troppo) lavoro (sempre troppo) amici.Poi l’aborto e di nuovo il “niente”. Un niente tremendo infinito. Un vuoto che facevo finta di non avere, ma che mi ha portato a un senso di apatia assoluta. Poi qualcuno che trattandomi con fermezza mi fa capire che quel vuoto quell’apatia trasformata nel tempo in ansia e paura del mondo, la dovevo superare. Ed ecco la corsa, sempre con lui al mio fianco, e in un attimo tutto è tornato troppo. Troppa corsa, troppa dieta, troppi impegni, troppo di tutto!! E ora la mia vita è così! Piena, a volte stancante, ma bella. Perché dopo aver vissuto il niente per due volte non lo voglio più sentire! Preferisco avere mille cose in testa, preferisco sopportare di non aver tempo per me per periodi anche lunghi, piuttosto di risentire quell’apatia, quel senso di vuoto, che per quanto io corra, nel mio cuore quel buco c’è. Lo so non andrà mai via, ma lo lascio lì, per non dimenticarmi mai di apprezzare ogni sfaccettatura della mia vita. Meglio soffrire che rimanere indifferenti al niente.
Fede

Cara Fede,
quel buco, quel niente che un po’ sta zitto e un po’ ti ricorda che c’è, fa quello che deve fare: il buco. Non credo esistano punti di sutura adatti, nessuno mai li inventerà perché il buco è parte di noi e, lo dici tu, ti rammenta anche il bello di te e di ciò che, nonostante lui, hai raggiunto.
Secondo me, le situazioni brutte, il dolore, gli accidenti della vita un favore ce lo fanno sempre. Se non permettiamo che ci inseguano, ma li lasciamo al loro posto, diciamo il posto del buco, si trasformano in un buon esempio di cattivo esempio.
Riccarda

Sfiancarsi a rincorrere il troppo per paura del niente

Cara Riccarda.
Volere fare troppo…la corsa, la palestra, il corso di inglese, la difesa personale, le serate con gli amici. Ho sempre la sensazione di non fare abbastanza, di volere fare sempre di più, di avere tempo e voglia di fare, fare, fare, vorrei avere giornate di 48 ore e so che saprei riempirle, ma poi arrivo al dunque, arriva quel giorno che solo voglia di stare in casa con la mia bimba, un buon libro, il divano e non posso farlo perché ho preso troppi impegni. Troppo di tutto ma in realtà troppo di niente perché il tempo per stare con se stessi non ha eguali. Mi domando perché a 40 anni non ho ancora imparato che troppo di tutto non serve a niente.
Debora

Cara Debora,
se lo scrivi, significa che te ne rendi conto, magari ridimensionare un po’ quel troppo è solo il passo successivo. Le tante o troppe cose da fare, apparentemente, fanno sentire vivi, dinamici e padroni della propria esistenza. Molti si riempiono le giornate, anzi i minuti, per allontanare il vero loro dominatore: l’horror vacui. Lo spettro del vuoto può fare compiere giri immensi, in realtà è un avvitarsi su se stessi sperando di scampare al risucchio del vuoto.
Riccarda

Il presente di un figlio per liberarsi del falso “troppo” passato

Cara Riccarda,
ho scoperto che la troppa fiducia, la troppa sicurezza nell’amicizia che pensavo eterna e sopra ogni cosa, erano tutte emozioni mal riposte, purtroppo per me.
Amicizia con la A maiuscola, forte, leale, fatta di complicità e buoni propositi; troppo bene, credevo.
Amicizia rimasta indelebile con un tratto marcatissimo nei miei piu cari ricordi, ma vanificata dalla nascita di un amore ancora più grande, per cui, complice il destino per chi ci crede, non è stato possibile condividerne la gioia e i momenti più belli.
La nascità di un figlio nella mia vita ha spazzato via quel niente che fino a quel momento credevo fosse il mio fortunatissimo e unico troppo.
Per fortuna è rimasto il vero, anche se quel troppo perso per strada ha lasciato un vuoto che fa male ogni giorno.
Questo è il mio troppo che non c è più.
C.

Cara C.,
l’arrivo di un figlio spazza via, a prescindere, molte cose, direi tutto ciò che eravamo. Parlo di quello che succede a una madre: cambia il tuo corpo, diventa più bello, cambi tu perchè diventi migliore. Anche i parametri dei nostri troppi o dei nostri niente non sono più gli stessi, dopo un figlio. E per fortuna.
Riccarda

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

Orfani di tutto…

Orfano di padre e di madre. Ma questo succede, succede purtroppo, e ci si deve fare una ragione. Poi guardo dalla finestra il cielo e non vedo più nulla, solo grigio, e grigio, e grigio…
Orfano di tutto! Né buoni esempi, né buoni sentimenti, né buone ragioni. Padre dove sei? Dov’è finita la sera in cui tornavi coi gelati da mangiare davanti alla tv? Coi tuoi tormenti che nascondevi così bene per non farci preoccupare? Madre dove sei? Dove sono le favole che ci raccontavi per farci addormentare? Innocue, ingenue, rattoppate? Non c’è più niente in cui credere o per cui sognare?
Siamo orfani…
Orfani di rispetto, di onestà, di pietà, di speranza, di futuro, di verità.
Dov’è finito tutto questo? Lo cerco nelle facce e nelle parole della gente. Ma le facce e le parole sono tutte uguali, persino tra i diversi.
Solo parole, senza niente prima e senza niente dopo.
È questo il mio mondo? O sono cambiato io?
No, io invece voglio credere. Voglio credere nell’anno che verrà… sì, proprio quello che cantava Lucio. E voglio credere nelle buone idee…
Una buona idea, come un sorso d’acqua nel deserto, come uno spiraglio di luce nelle tenebre. Qualcosa per salvarsi, per credere ancora in questo mondo, per ridare un senso a questa esistenza.
Ecco, solo una buona idea!

Una buona idea (Niccolò Fabi, 2012)

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Educazione o istruzione? Susanna Tamaro e l’Italia col torcicollo che guarda al passato

Dovrebbe venire il dubbio che a pensare sempre secondo i propri costrutti mentali si finisce per ribadire anziché rinnovare. Voglio dire che non ne esce nulla di nuovo.
Ti leggi la Tamaro e ti ritrovi catapultato nella dimensione dei laudatores temporis acti, mai possibile che per andare avanti si debba tornare indietro? Un paese non può continuare ad avere il torcicollo, continuare a guardare alle sue spalle, quello che non sappiamo fare è vedere cosa ci può stare davanti a noi, che non può essere il passato ma solo il futuro. Un paese che sovverte i tempi come minimo resta paralizzato. E pare che sia quello che sta accadendo al nostro.
I mali della nostra scuola, a leggere la Tamaro sul Corriere della Sera dell’otto gennaio scorso, sarebbero imputabili al fatto che l’istruzione ha soppiantato l’educazione. Detta così uno è portato a pensare finalmente, uno che sa, uno che è istruito, poi è in grado anche di gestire con giudizio e autonomia se stesso, è per forza di cose educato dall’uso del sapere. No, non è così per la Tamaro, che poco capace di avere fiducia nel prossimo e di uscire dai propri stereotipi altro non è in grado che riproporre l’armamentario della scuola tradizionale.
Che una scuola debba essere identica al passato non depone a favore della scuola stessa come luogo di studio, di ricerca, di riflessione critica, di esercizio della mente, di crescita e di rinnovamento. Gli studenti non devono partecipare, gli studenti devono sedere e ascoltare con rispetto come si faceva una volta. E guarda caso la scuola che funziona è sempre quella che c’è stata mai la presente, secondo l’illustre pensiero della nostra scrittrice.
Suggestionata dalla lettura del saggio di Adolfo Scotto di Luzio, Senza educazione, pubblicato da il Mulino, Susanna Tamaro, con poca originalità, incolpa della decadenza scolastica l’ingresso nelle aule scolastiche della rivoluzione digitale. È come dire che l’uso della biro ha rovinato l’educazione rispetto ai tempi in cui sui banchi di scuola si usavano le cannette con il calamaio.
È un vezzo tutto italico quello degli intellettuali che hanno sempre nostalgia del passato, il passato meglio del presente, che ha solo il difetto di essere qui e ora o di essere trascorso da troppo poco. Ma tutti i presenti prima o poi sono destinati a tradursi in passato e, dunque, a diventare migliori anche loro, secondo la logica di chi guarda sempre all’indietro.
La scuola di oggi sarebbe buonista e classista nello stesso tempo, a detta del pensiero illuminato della Tamaro, perché non educa ma, se va bene, istruisce solo. L’istruzione ha bisogno di educazione, perché se non si forgiano i caratteri e le condotte l’istruzione è vuota, priva di orientamento. Qui subito, per quanto mi riguarda, scatta una reazione di insofferenza. Perché dietro alle affermazioni della nostra scrittrice, per cui il carattere e la personalità dei giovani vanno plasmati con l’insegnamento e con l’esempio, c’è un’idea delle ragazze e dei ragazzi che così come sono non vanno bene, perché non sono come noi, gli adulti, gli insegnanti, minori non solo di età, ma minori in tutti i sensi.
Al di là di quello che può pensare la Tamaro e il suo vate di riferimento, Adolfo Scotto di Luzio, crescere non significa essere modellato intellettualmente e moralmente da un adulto colto, crescere significa, anche etimologicamente, creare se stessi, disporre degli strumenti per costruire la propria personalità, il proprio intelletto in piena autonomia, senza condizionamenti decisi da altri, essere posti nelle condizioni di realizzare se stessi, come detta la nostra Costituzione, senza condizionamenti educativi che non siano il prodotto delle proprie scelte.
Difficile da digerire? Può darsi. Ma pensare di entrare a scuola per incontrare persone che non accetto per come sono, perché le considero inferiori a me, che solo potranno essere salvate dal mio verbo di adulto colto, penso che sia l’idea peggiore di educazione e di istruzione che di questi tempi si possa coltivare. Per non dire estremamente fallimentare e pericolosa.
Quando poi si parla di educazione ci si dovrebbe sempre porre il problema di chi educa gli educatori, di che natura è l’educazione degli educatori. L’obiettivo del Dewey di educare per la società deve sempre fare i conti con la natura della società che educa, spesso replicante di se stessa.
La questione non è, dunque, per nulla semplice, non ammette facili scorciatoie e se si parla di scuola la complessità si moltiplica in maniera esponenziale. Sul discorso dell’istruzione nel nostro paese avremmo bisogno non del déjà-vu ma di intelligenze nuove capaci di affrontare le difficili sfide del presente, senza rintanarsi nel passato. I tempi sono decisamente nuovi e il passato non ritorna.
Il problema vero è se la nostra scuola, in un’epoca in cui le opportunità di apprendimento si sono dilatate come mai prima, perdendo di centralità, sa misurarsi con questa nuova realtà, se sa istruire in maniera autentica, o se invece è rimasta impantanata in mezzo al guado tra educazione e istruzione, tra passato e presente, come invece io credo.

Ferrara, che noia, che gioia… tra presente e passato

di Lorenzo Bissi

Dico la verità: Ferrara per un giovane non è l’ambiente più bello ed esaltante in cui vivere. Capita di sentirsi un po’ oppressi, tenuti a freno, insoddisfatti, in un luogo dove nessuno esita a dare giudizi sul prossimo, dove nonostante le amicizie, i modi in cui passare il tempo diventano sempre meno, e dove un po’ tutto sembra già visto, già percorso, già vissuto. Il buon vecchio Seneca a tutti quelli come me direbbe che è folle stupirsi di ciò, poiché anche se viaggiassimo ci porteremmo appresso noi stessi: dovremmo cambiare il nostro animo, e non il cielo che sta sopra le nostre teste.
Nonostante tutto ciò trovo che Ferrara abbia qualcosa di più che magico. Mi capita infatti di dover raggiungere i miei amici in Centro: “perché non passare per corso Ercole d’Este?”– mi dico, visto che è così bella.
Ma quella strada non è speciale solo perché architettonicamente e artisticamente perfetta, ma perché piena di storia. Mi guardo intorno ed ecco la magia: mi viene in mente l’ode alla città di Ferrara di Giosuè Carducci:
(…)
Lampeggia, palazzo spirtal de’ dïamanti,
e tu, fatta ad accôrre sol poeti e duchesse,
o porta de’ Sacrati, sorridi nel florido arco!
(…)
Così la mia fantasia viaggia all’indietro nel tempo, in un mondo pieno di galanti signori, di splendide duchesse, di saltellanti giullari e di illustri poeti, sempre pronti ad intrattenere i loro mecenati. Si tengono tutti i giorni eventi mondani a Palazzo dei Diamanti e Palazzo Prosperi-Sacrati, ma di certo nessuno di questi potrà superare gli opulenti banchetti tenuti dagli Este nella loro grande residenza, il Castello: si vedono posate donzelle, abbigliate con lunghe e sfarzose gonne conversare con nobili galantuomini coperti da mantelli, sempre accompagnati dalla loro fedele spada. I migliori musicisti del ducato allietano la serata con canzoni in lingua francese, e in alcune stanze si tengono le recitazioni degli ultimi componimenti lirici dei poeti.
Sono così preso dall’incanto di quel mondo così lontano cronologicamente da quello in cui vivo, eppure così vicino geograficamente, che non mi rendo conto che sono in ritardo al mio appuntamento. Un ultimo inchino davanti a duca Ercole I, e poi accelero il passo, e cerco una scusa per la mia mancata puntualità.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
“Knowledge city” tra sogno e realtà

Il “Most Admired Knowledge City” (Makci), il premio per le città che hanno fatto della conoscenza la base del proprio sviluppo, per il 2015 è stato assegnato dal World Capital Institute a quattordici città: Vienna, Daegu (Corea del sud), Tallinn, Przemyśl (Polonia), Ottawa, Montreal, Tampere (Finlandia), Dublino, Valencia, Zurigo, Curitiba (Brasile), Copenaghen, Brisbane (Australia) e Bento Gonçalves (Brasile).
“Cogito ergo sum”, direbbe Cartesio. Lo scrivo perché, a narrare di questa idea della Città della Conoscenza, capita di imbattersi in una sorta di zona rarefatta, fatta di diffidenza per tutto ciò che sembra provenire da un onirico mondo a occhi aperti: il solito mondo di chi non sta bene se non si mette a cercare l’isola che non c’è. Tranquilli, qui nessuno insegue sogni e utopie. Può essere che, quando il nuovo non rientra in nessuno dei nostri scomparti mentali, lo si rubrichi come velleitario.
Il problema è quando il nuovo ci cresce tutt’intorno e non lo vediamo, perché ancora la nostra vista è confusa, specie se crediamo che per il presente non ci sia futuro, o preferiamo che il presente continui a restare così com’è, senza che nessuno venga a rovinarcelo suggerendoci ipotesi a cui preferiremmo non pensare. Ma tutti sappiamo bene che da sempre il nuovo procede per supposizioni da cui discendono di conseguenza nuove proposizioni. E le nuove proposizioni le scrivono gli uomini, nessun altro può farlo al nostro posto.

La storia ha fatto di Vienna un fulcro della cultura nel mondo, punto di incontro internazionale. Oggi è riconosciuta come la città più intelligente e con la migliore qualità della vita. Sono ormai decenni che Vienna segue strategie basate sulla conoscenza, attualmente puntando sulla ‘Smart city’, su ricerca, tecnologia e innovazione. Nel 2015 ha celebrato i 650 anni dalla fondazione della sua Università e questa è divenuta l’occasione per dichiararsi ufficialmente città della conoscenza.
Con il motto “Daegu, leader mondiale dell’economia basata sulla conoscenza”, la città della Corea del Sud si impegna a garantire un futuro nuovo, attraverso lo sviluppo dell’industria della conoscenza, la crescita del verde, dell’istruzione e della cultura.
Montréal è oggi la città del Canada con il maggior numero di pubblicazioni scientifiche e di docenti universitari. Montréal ha una ricca storia industriale, ma come altre grandi città dei paesi sviluppati ha assistito ai profondi cambiamenti, conseguenti al trasferimento delle attività industriali nei paesi che offrono manodopera a basso costo. Come contromossa ha investito in attività innovative, basate sulla conoscenza. Ora possiede una concentrazione di segmenti di mercato ad alto contenuto di conoscenza e professionalità, un forte numero di settori ad alta tecnologia e un significativo nucleo creativo, artistico e culturale, una base occupazionale in grado di attrarre e trattenere lavoratori della conoscenza e di promuovere forti dinamiche di innovazione.
Ciò è stato possibile grazie alle sinergie tra università, industrie ad alta tecnologia e istituzioni culturali di diverse discipline. “Montréal città della conoscenza” è il comitato consultivo di cui la città si è dotata e che ha sede presso la sua Università, è questo comitato a definire azioni e strategie prioritarie per rafforzare il suo status di città della conoscenza.
Per ultimo mi limito a citare il caso di Dublino. La sua capacità di mettere in atto la strategia di sviluppo basata sulla conoscenza ha attirato aziende di livello mondiale come Microsoft, Google, IBM e Wyeth. In un periodo relativamente breve Dublino ha registrato un rapido aumento del numero di immigrati. Il censimento nazionale del 2006 ne faceva la città con la più alta concentrazione di cittadini stranieri, oltre il 15% della popolazione totale. In questo contesto, a fronte della crisi economica, Dublino ha risposto con il progetto “Dublino città aperta”, mirato ad attrarre stranieri per settori lavorativi specifici, puntando in particolare sugli studenti. In questo modo ha messo a fuoco un proprio programma di internazionalizzazione. Il successo economico e la crescita che ne sono derivati per la città non sarebbero stati possibili senza il contributo di questi lavoratori migranti, che hanno colmato deficit di competenze, in particolare nei settori dell’ospitalità, del turismo, della salute e delle costruzioni.
La capacità di Dublino di attrarre talenti a livello internazionale è stata uno dei fattori chiave che ha indotto Google e Facebook a collocare proprio qui la loro sede europea. Come parte di questa strategia “Dublin City manager” ha istituito la “Creative Alliance”, che riunisce le università, le imprese e il settore pubblico. Questa alleanza ha portato la città a essere un importante centro nel settore creativo e della conoscenza.

Potremmo scrivere ancora d’altro, ma noi che inseguiamo questa sfida della Città della Conoscenza, di un’economia basata sulla conoscenza, evidentemente non stiamo sognando a occhi aperti. Se mai ci preoccupano quelli che non sognano, neppure a occhi chiusi, perché evidentemente, come tutte le cose che riguardano il governo di una città, il futuro non è solo nelle mani di cittadini volonterosi, che mettono a disposizione tempo, passione, idee, ma è nelle mani della politica. E nessuna città della conoscenza può nascere se non parte di lì, da una politica capace di essere anche là dove si costruisce l’isola che ancora non c’è.

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L’APPUNTAMENTO
Ri-scossa: Ferrara a tre anni dal terremoto, fra ricostruzione e ripensamenti

A tre anni dal sisma che ha squassato le nostre vite, ci interroghiamo sul presente e il futuro della città. Stanno arrivando i finanziamenti per il ripristino degli edifici pubblici danneggiati e l’occasione è propizia a cittadini e amministratori per valutare le linee di intervento in funzione di ciò che Ferrara vorrà essere nei prossimi anni: spazi e luoghi, laddove è possibile, non vanno semplicemente ripristinati, ma concepiti e plasmati in coerenza con un progetto di sviluppo organico.
Con l’ausilio di esperti, lunedì 18 maggio alle 17 in biblioteca Ariostea, nell’ambito del ciclo “Chiavi di lettura: opinioni a confronto sull’attualità“, organizzato da Ferraraitalia, faremo la radiografia dello stato del patrimonio artistico e architettonico, valuteremo le oscillazioni dei flussi turistici e sentiremo il racconto di chi ancora è costretto a vivere fuori casa.

ACCORDI
Il padrone della festa.
Il brano di oggi…

La copertina dell'album
La copertina dell’album

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta… 

(per ascoltarlo cliccare sul titolo)

Fabi-Silvestri-Gazzé – Il padrone della festa

“Ambiente non è solo un’atmosfera / una rogna nelle mani di chi resta / e il sasso su cui poggia il nostro culo / è il padrone della festa” canta il gruppo composto da Nicolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè. Il trio nel 2014 ha prodotto un album, “Il padrone della festa”, dal quale spicca la title track di chiusura: un inno rivolto a tutti, un ammonimento a prenderci maggiormente cura del nostro presente per assicurarci un futuro migliore rispetto a quello che ci viene prospettato, non dimenticandoci mai che solamente la nostra terra è il vero “padrone della festa”. E noi, vogliamo continuare a festeggiare?

 

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LA RIFLESSIONE
Cospirazione contro le donne e danni del sessismo: associazioni ferraresi a confronto

Doveva essere un convegno sul ruolo dell’associazionismo femminile, quello organizzato dalla sezione di Ferrara di Fidapa (Federazione italiana donne arti professioni affari) al Salone d’onore di Palazzo Roverella*, un incontro per conoscere e far conoscere le varie anime delle associazioni femminili e femministe che operano sul territorio ferrarese, ma è stato molto di più. Il convegno è diventato infatti anche un’occasione per riprendere il filo della memoria e comprendere in modo più approfondito quale sia stato e continui a essere il ruolo delle donne nella società italiana e, dimensione ormai imprescindibile, nel mondo globalizzato.
Un ruolo spesso sottovalutato – più o meno coscientemente – se, come affermato da Christine Lagarde, una delle donne più potenti del mondo, “C’è una cospirazione contro le donne”: la signora del Fondo monetario internazionale non ha usato mezzi termini e poco più di un mese fa sul suo blog ha scritto che “In troppi Paesi le restrizioni legali cospirano contro le donne per impedirci di essere economicamente attive. In un mondo che ha tanto bisogno di crescita, le donne possono dare un contributo, se solo hanno di fronte a sé delle pari opportunità, invece di una insidiosa congiura”. Lagarde ha fatto riferimento a una ricerca del Fmi sui danni economici del sessismo secondo la quale in più di 40 nazioni, tra cui molte ricche e avanzate, si perde più del 15% della ricchezza potenziale, per effetto delle discriminazioni contro le donne: 5% di Pil in meno negli Stati uniti, 9% in Giappone, mentre in Italia il 15% della ricchezza potenzialmente realizzabile se ne va a causa delle discriminazioni contro le italiane.
Al di là di queste pur importanti riflessioni di carattere economico, tutte noi, in particolare le più giovani, abbiamo bisogno di una maggiore consapevolezza a proposito del lungo cammino dell’associazionismo femminile e del ruolo giocato da tante figure femminili in momenti cruciali della storia d’Italia, fin da prima dell’Unità.
È nei salotti delle case di donne illustri dell’aristocrazia e della borghesia che i patrioti si incontravano e discutevano dando vita a nuove idee rivoluzionarie: il salotto di Clara Maffei in via dei Tre Monasteri a Milano era frequentato da Massimo d’Azeglio e dal pittore Francesco Hayez. Mentre la casa di Sara Nathan, a Londra e poi a Lugano, era diventata il centro di incontro degli esuli politici italiani, da Mazzini a Saffi a Cattaneo. Poi ci sono coloro che già a fine Ottocento si sono spese in prima persona per il raggiungimento dei diritti civili e politici delle donne: la socialista Anna Kulishoff, assieme alla sindacalista Maria Goia, ha avuto parte attiva nella lotta per l’estensione del voto alle donne tanto che, col suo sostegno, nel 1911 è nato il Comitato socialista per il suffragio femminile. Tanto intransigente sulla parità fra uomini e donne, da farne il suo credo politico, è stata Anna Maria Mozzoni: l’emancipazione femminile per lei era un obiettivo politico autonomo, pur intuendo tutti i legami fra emancipazione della donna e questione sociale, non ha mai accettato di subordinare il suo raggiungimento a un altro obiettivo. La sua speranza era che il Risorgimento politico diventasse anche un risorgimento femminile; convinta repubblicana, non ha esitato a rimproverare a Mazzini e ai suoi seguaci l’idea conservatrice che il posto della donna stesse soltanto nella famiglia e ne “La donna e i suoi rapporti sociali” (1864) ha scritto: “non dite più che la donna è fatta per la famiglia, che nella famiglia è il suo regno e il suo impero! Le son queste vacue declamazioni come mille altre di simil genere! Ella esiste nella famiglia, nella città, in faccia ai pesi e ai doveri; di questi all’infuori, ella non esiste in nessun luogo”.
Dopo la lunga parentesi del Regime le donne tornano protagoniste durante la Resistenza. Le donne partigiane combattenti sono state 35 mila: 4.653 di loro sono state arrestate e torturate, oltre 2.750 deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate, 1.070 sono cadute in combattimento. Un’altra forma della Resistenza al femminile sono stati i Gruppi di difesa della donna, nati nel 1943 grazie all’impegno di Lina Fibbi (Partito comunista), Pina Palumbo (Partito socialista), Ada Gobetti (Partito d’Azione) e composti da 70.000 donne: organizzano scioperi contro i nazifascisti; creano una rete di assistenza solidale alle famiglie dei deportati, incarcerati e dei caduti; propagandano la resistenza sia pubblicando giornali sia contribuendovi attivamente nella vita quotidiana come nelle fabbriche, per il sabotaggio della produzione di guerra, nelle scuole.
Il diritto al voto nel 1946 non è stato un riconoscimento formale, ce lo siamo conquistato. Nonostante questo, su 526 membri, sono state solo 21 le donne elette all’Assemblea costituente.
Dopo le battaglie per l’emancipazione sono venute quelle per l’autodeterminazione: dal referendum sul divorzio del 1974 alla legge 194 del 1978 sul “diritto alla procreazione cosciente e responsabile”. Tutte conquiste ereditate ma non ereditarie, come è stato giustamente sottolineato sabato mattina e come hanno dimostrato, per esempio, gli interventi del convegno svolto dall’Udi – Gruppo salute donna nel marzo scorso alla Biblioteca Ariostea “Una battaglia per la dignità e la salute della donna. Applicazione e verifica della Legge 194 – Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza” [vedi].
Questa è la storia che abbiamo dietro le spalle, queste sono le radici su cui siamo cresciute e di cui dobbiamo andare fiere. Forse dovremmo fare tutte come la giovane attrice Emma Watson e definirci orgogliosamente femministe: se non ora quando?

* Convegno nazionale “Il ruolo dell’associazionismo femminile in una società in continua e rapida evoluzione”, sono intervenute Maria Chiara Annunziata, vice presidente nazionale del Centro italiano femminile; Maria Grazia Avezzù, già presidente Fidapa distretto Nord Est e ora presidente della Commissione pari opportunità della Provincia di Rovigo; Fiorenza Bignozzi, presidente dell’associazione nazionale Donne elettrici Ferrara; Paola Castagnotto, presidente del Centro territoriale Donna Giustizia Ferrara; Daniela Fratti, delegata Soroptimist international Ferrara; Liviana Zagagnoni, responsabile territoriale di Unione donne in Italia Ferrara; e Marcella Pacchioli, presidente dell’associazione Attiva Ferrara.

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