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Dicembre  2060 :
Saluti e auguri dal passato futuro

 

Finisce il 2060, e finisce l’anno del nostro passato-futuro che mese per mese ci ha raccontato Costanza Del Re da un paesino fluviale della bassa bresciana. Sono racconti, ma sono anche ricordi, sogni, riflessioni sul presente, felici intuizioni. Per chi, nella noia delle feste, volesse leggere tutte le 12 puntate (per me ne vale la pena) può trovarle facilmente su questo giornale. Perché con Ferraraitalia di ieri non ci si incarta il pesce, è un ‘quotidiano’ molto particolare, “non butta via nulla”. 
Personalmente non ho ancora quando e dove si trovi il 2060 di Costanza Del Re, se prefiguri un futuro, racconti un passato o rifletta sul presente. Forse, più semplicemente, ci mostra il Pianeta privato di Costanza. Ma è un luogo, un tempo, in cui anche noi ci riconosciamo. E possiamo incontrarci. Succede, insomma, quella strana cosa, e abbastanza rara, che chiamiamo Letteratura. 
(Francesco Monini)

Siamo a dicembre, un mese particolare. Giornate corte, freddo, umido e molte feste. Prima arriva Santa Lucia (13 dicembre) a portare i regali ai bambini, poi la festa della ‘Loertisa’ (focaccia che contiene germogli di luppolo bolliti), poi la vigilia e il giorno di Natale.

E’ un mese in cui si tirano un po’ le somme dell’anno. Chi è arrivato, chi ci ha lasciato, quanto Robot-111 sono stati assemblati, quanti messi definitivamente a riposo.
E’ anche il momento per sentirci fortunati se siamo in salute, circondati da persone che ci vogliono bene, amati. E’ il periodo giusto per coltivare la speranza che il domani sarà migliore di oggi, che il prossimo anno potremo tornare al mare, fermarci a guardare il sole che luccica sull’acqua salata e i Gabby-x che volano rasente l’acqua verso il rosso del sole che tramonta.
Ma adesso è dicembre, un mese particolare, quello di Natale.
Cosmo-111 vuole un piccolo Babbo Natale di pezza da attaccarsi su una spalla:
Babbo Natale, babbo Natale, rosso Natale, bianco Natale.  Raco calare, raco calare, toco polare, toco ricare” canta come suo solito un po’ in italiano e un po’ a modo suo, mescolando suoni che gli piacciono.

I miei figli Axilla e Gianblu si sono già messi a discutere per sciogliere il colore delle palline che addobberanno l’abete quest’anno. Pare che saranno argento e azzurro.
Mio marito dice che devo prenotare il cappone dal macellaio in modo che ce ne possano vendere uno di quelli che allevano loro. A terra, senza mangime. Poi bisognerà scegliere delle zucche mature e dolci altrimenti il ripieno dei tortelli non viene buono. Noi siamo molto tradizionalisti, mangiamo per le Feste i cibi che hanno accompagnato tutti gli ottantotto anni della zia Costanza. Sempre quelli, cucinati bene e all’ultimo momento. Non scotti, non riscaldati, non surgelati, non liofilizzati, essiccati, disidratati. L’unica eccezione è il pescandor-k al posto del vino. Questo distillato di pesche bianche piace molto ai robot-111, lo bevono in un batter d’occhi e poi rovescino indietro le telecamere in segno di grande soddisfazione.  Ci sembra giusto che anche loro possano pasteggiare traendo la maggiore soddisfazione possibile dal momento.

Quest’anno è nato Gyanny, la vera novità di questo 2060 che se ne sta andando per sempre lasciando dietro a sé ricordi, rimpianti, sofferenze e amori. Adesso ha cinque mesi ed è uno spettacolo. Luca, mio marito, per il Battesimo gli ha assemblato un robot orsetto che si chiama Orsino-121. Il robot è fatto come un piccolo orso, ricoperto di filo di mollan sgarzato color marrone, trasmette calore mantenendo il suo corpo a una temperatura costante di circa 37 gradi e mezzo. Tiene il bambino sempre caldo. Non solo, i suoi sensori gli permettono di verificare la frequenza dei battiti del cuore di Gyanny, la sua pressione arteriosa, se ha fame o sonno e se deve essere cambiato.
Orsino-121 è un babysitter molto efficiente. In quel robot-121 c’è una grande novità. La sua alimentazione avviene attraverso una pila a fissione nucleare.

La differenza tra bomba e pila atomica sta nella rapidità con la quale si libera l’energia prodotta dalla fissione nucleare di una certa quantità di uranio. Nella bomba, tutta l’energia si libera in una frazione di secondo, con effetti disastrosi. Nella pila, la reazione nucleare è rallentata, così da rilasciare l’energia in un lungo arco di tempo. La fissione nucleare è dovuta all’urto di un neutrone contro un atomo di uranio 235. L’atomo colpito si spacca liberando una certa quantità di energia e due o tre neutroni. Una parte dei neutroni si perde. Se a ogni passo della catena il numero dato dalla differenza tra neutroni prodotti e neutroni persi cresce, la reazione aumenta rapidamente fino a diventare esplosione (bomba). Se il numero diminuisce, la reazione si spegne. Se è uguale, la reazione produce energia in modo costante (pila nucleare). Nella pila, per regolare il numero di neutroni si inseriscono o si tolgono dall’uranio alcune barre di cadmio o boro, che assorbono facilmente neutroni.

Davvero affascinante. Queste nuove pile hanno una potenza incredibile e una durata impressionante. Nulla di paragonabile agli alimentatori che si sono usati fino ad ora per i robor-111. E così insieme alla nascita umana di Gyanny abbiamo assistito alla nascita di una nuova generazione di mezzani, i robot-121.  Luca dice che questi nuovi robot verranno commercializzati presto a prezzi accettabili e che avranno delle prestazioni davvero stupefacenti. Orsino-121 è il primo di una lunga catena di mezzani che sostituiranno o aggiorneranno i precedenti.  A Orsino piace il miele e anche i Frutti di Martorana (tipico dolce siciliano) anche se i cibi non sono più necessari per il funzionamento dei suoi circuiti meccatronici.  Pensiamo che l’alimentarsi di cibo umano sia diventato uno dei tanti processi imitativi appresi per prove ed errori. Sta di fatto che quei dolci gli piacciono da matti,  da Orsetti-matti-121. I frutti di Martorana sono fatti di pasta di mandorle, modellata e colorata in modo da imitare frutti e ortaggi in scala ridotta e sono bellissimi da vedere. Devono il loro nome al monastero nel quale furono inventati nel 1194, il monastero della Martorana a Palermo.

In piazza a Parda c’è una pasticceria dove ne producono di buonissimi, dobbiamo ricordarci di dire a Daniele, quando viene ad aiutarci a preparare il pranzo di Natale, di portarne un vassoio, poi glieli paghiamo. Quando arrivano li devo nascondere subito. Se Orsino-121 li trova, li mangia tutti e per Natale non resta sulla nostra tavola nemmeno un piccolo e perfetto mandarino-martorano.

E così ci ritroveremo di nuovo a Natale, tra pranzi da preparare, regali da incartare, nuovi bambini e mezzani da iniziare ai festeggiamenti e anziani (umani e mezzani) da salutare. Credo che alla fine non ci sarà molta differenza tra il Natale di quest’anno, quello di dieci anni fa, quello di cinquanta. La zia Costanza mi ha raccontato che quando era piccola suo padre faceva il presepe su un tavolino del soggiorno. Usava strani legni ripescati nel Lungone che verniciava con le sue sapienti mani. Doveva davvero essere un presepe originale e bellissimo. Altro che quelli che si comprano tutti uguali e che costano tanto!. Il professor Umberto doveva essere un vero artista, così lo ricordano la mamma e le zie. Se n’è andato da molto tempo ormai, ma il bene che ha saputo donare resta bene perenne. Questo vale per tutte le persone che ci hanno lasciato, per tutti coloro che ci hanno salutato, che sono partiti.  Il presepe più bello resta quello che si fa con i resti di legno, cartone e iuta. Con la pasta di pane, con la cartapesta fatta con le strisce di carta dei vecchi Tresciaone messi a macerare con acqua e colla. Quello che si ricopre col muschio che è attaccato ai tronchi dei tigli che costeggiano la strada che porta al cimitero di Pontalba, che si spruzza con un po’ di farina bianca. Le cose fatte in case, artigianali, uniche e anche un po’ maldestre sono curiose, piacciono anche ai mezzani, le continuano a guardare.

Ieri ho sorpreso Cosmo-111 e Canali-111 che si facevano delle strane confidenze.
“Tu cosa vuoi per Natale ?” ha chiesto Cosmo-111 a Canali-111.
“Io voglio che i bambini ridano. Marlon e Gyanny quando ridono sono belli. Quando ride Marlon e Gyanny lo vede, anche lui ride. Quando Gyanny ride e Marlon lo vede, anche lui ride”
E si torna sempre sullo stesso nodo focale. L’apprendimento per imitazione è una delle strategie fondamentali per acquisire degli stili di comportamento. Vale per i mezzani e vale anche per gli umani. Forse se uno di noi sorridesse un po’ di più sorriderebbero un po’ di più molti altri.
Tanti auguri di Buone Feste da noi umani, dai robot-111, dai robot-121, dai robot-animali-x e dalle anime dei nostri cari che ci hanno lasciato e che sorridono a queste imminenti feste da lassù.

Per leggere tutte le altre puntate, tutti i mesi del 2060 di Costanza Del Re, è sufficiente cliccare il nome dell’autore sotto il titolo. 

 

DI MERCOLEDI’
Natale in casa (Cupiello)

Avrete trascorso anche voi il Natale in casa. Il mio è stato tranquillo: mio marito ed io abbiamo l’età per accettare di starcene in casa senza i familiari vicino, se si tratta di preservare la salute di tutti. Sento che, come ha detto qualche commentatore alla tv, dobbiamo rispetto a chi ha perduto la battaglia contro la malattia e il rispetto consiste almeno nel non essere imbronciati come bambini per la clausura delle Feste.
Sono proprio così. Non mi sento in punizione, né privata di libertà fondamentali, né colpita dalla malasorte. Sono entrata dentro la spessa parentesi di questi giorni in casa e la sento silente, ancora lontana dal frastuono che ci riserva il nuovo anno in arrivo. Dai programmi che sto vedendo alla tv, dalla musica che ascolto mi arrivano voci ed esperienze, alcune mi distraggono con la loro catarsi leggera, lenitiva. Altre creano sintonia con le sofferenze del presente, fino alla cronaca.

La consapevolezza sofferta di ciò che accade è quello che abbiamo in comune con uno dei personaggi più noti del teatro di Eduardo de Filippo, Luca Cupiello. La relazione extraconiugale della figlia Ninuccia, che viene alla luce proprio alla vigilia di Natale, lacera l’idea di una famiglia felice in cui lui, il vecchio padre-bambino, che sta costruendo con entusiasmo il presepe, ha sempre creduto. Per Lucariello è una epifania del tutto inattesa e fulminea. Per noi del villaggio globale del 2020 è stato un progressivo svelamento sulla nostra vulnerabilità di fronte alla pandemia.

Tutto è pronto per la cena della vigilia: oltre alla famiglia di Luca Cupiello è presente un amico del secondogenito Tommasino, anche il capofamiglia lo ha invitato a condividere la cena in buona armonia. Padre e figlio non sanno che Vittorio, questo è il suo nome, ha una relazione con Ninuccia. Nemmeno gli altri lo sanno, tranne donna Concetta, che è al corrente dell’amore segreto della figlia e sa che il suo matrimonio col ricco Nicola è infelice. Fuori dalla scena anche gli spettatori sanno che l’ospite è il suo amante; sanno che Ninuccia ha scritto una lettera al marito, in cui gli confessa di amare Vittorio; in un dialogo serrato con la madre, che le ha fatto promettere di fare pace col marito, Ninuccia l’ha smarrita. Ecco che su questo dettaglio si concentra il meccanismo della narrazione: la lettera viene trovata da Luca che la consegna inconsapevole al destinatario e il marito gelosissimo viene così a sapere di essere stato tradito. Insieme a lui vengono a sapere tutto gli altri personaggi, per primo il padre Luca che è stato causa dello svelamento. La lacerazione lo colpisce a fondo, egli viene colto da un ictus che lo riduce in fin di vita, gli strappa dalla testa la lucidità e lo confina a letto, assistito anche dai vicini e dal medico. La diagnosi che questi rivela al fratello convivente di Luca, Pasqualino, è disperata: ben difficilmente il malato ce la farà. Intanto egli è preso dalle allucinazioni e, parlando a fatica, benedice la figlia e l’amante, che ha scambiato per il marito, di nuovo incapace di assegnare le parti, e subito dopo si richiude nel ristretto cerchio dei suoi pensieri infantili. Solo in questo senso il finale è lieto: il presepe ben riuscito procura a Luca la gratificazione più attesa e perfino Tommasino, che ha sempre detto no, ora risponde che sì, gli piace.

Ora leggo recensioni favorevoli o meno al film che la tv ha trasmesso la sera del 22 ed è diretto da un altro Edoardo, il regista De Angelis. Sergio Castellitto, che interpreta il protagonista Lucariello, ha definito Natale in casa Cupiello come “una gioielleria di emozioni”; mi pare che l’interpretazione dei vari personaggi la renda proprio così, e che lui per primo rivesta in modo vitale il ruolo demiurgico del pater familias che fu di Eduardo.
Non vuole confronti Castellitto, né io so farne rispetto ai codici espressivi, del teatro da una parte e del film televisivo dall’altra. Ho rivisto la commedia nella edizione televisiva del 1977, nel cui cast oltre a Eduardo brillano Pupella Maggio, Luca de Filippo, Lina Sastri. Mi è sembrato che la napoletanità si esprima in loro in modi più naturali, che la lingua esca sciolta e musicale, a tratti magnetica con quei suoi fonemi inconfondibili.
E’ tutto talmente verace da legittimare l’intera gamma degli atteggiamenti, dalle scene bonarie che esprimono la quotidianità in casa Cupiello, a quelle che si movimentano in seguito alle rivelazioni dolorose. Sono quelle da cui si sprigiona una carica drammatica al massimo della autenticità.

Tuttavia si apprezza sempre la rilettura di un classico, l’opportunità di farla conoscere al sempre più ampio pubblico televisivo e ai giovani; si coglie la portata dei suoi significati, la tempestività con cui ci ricorda che Natale è un giorno speciale, ma anche un giorno come un altro. Adatto a farci gioire, a deluderci o a ferirci.

Castellitto dice di avere dato all’innocenza ostinata del suo personaggio una sfumatura da “idiota” dostoevskiano; io ci vedrei qualcosa di Pirandello quando a Luca si strappa “il cielo di carta” sopra il capo e, in seguito alla epifania dolorosa del matrimonio finito per la figlia Ninuccia, la salute lo abbandona fulmineamente. Il presepe che vagheggia nel momento finale mi ricorda la carnevalata perenne in cui ha voluto rimanere rinchiuso l’Enrico IV del dramma pirandelliano, come forma di difesa.

Credo che una lettura fatta oggi della commedia di Eduardo, scritta nel 1931, possa arricchirsi di forza e reattività: c’è una risposta che ognuno di noi può dare alle difficoltà per sé e per tutti e c’è la risposta che  la comunità scientifica internazionale ha costruito contro il virus mettendo a punto vaccini efficaci in tempi sorprendenti. L’anno si chiude con le prime vaccinazioni iniziate nel cosiddetto V-day, il 27 dicembre.

Credo che non a caso il regista De Angelis abbia ambientato la commedia nel 1950: un anno che attraverso la città di Napoli intravvediamo nel passaggio dalla distruzione della guerra agli anni della ricostruzione. In questa ottica qualche battuta è stata cambiata, ma Castellitto è convinto che Eduardo l’abbia accettata, come accetterà di essere ricordato a centoventi anni dalla nascita in occasione di un altro Natale tribolato, questo.

In casa mia il presepe non c’è, ci sono al suo posto l’albero e altre decorazioni. Tutto è piccolo, in particolare sotto l’albero i pochi pacchetti regalo hanno sprigionato minuscoli oggetti d’uso, come i tappi per le bottiglie a forma di omino di neve. Nelle diverse fasi della vita ognuno raggiunge il proprio grado di emancipazione dalle radici: sono andata più lontano di così dai natali trascorsi con mia madre e mio padre. Ora mi riavvicino, un po’ perché l’età avanza e rende necessari i ricordi, e in parte per scelta. Ai miei sono sempre piaciute le cose piccole, ora le considero anch’io le depositarie della gioia che ci è resa possibile e le preferisco con determinazione e tenerezza.

 

Natale, Auguri

Buon Natale

E’ difficile scrivere qualcosa di originale sul Natale. E’ già stato scritto quasi tutto, anche molto bene.
Provo a ricordare dei bei racconti di Natale e me ne vengono in mente diversi.

Il Canto di Natale di Charles Dickens. E’ la storia del vecchio Scrooge e dei tre spiriti del Natale. Molto conosciuta, è stata trasposta più volte al cinema in diverse varianti. Una storia senza tempo capace di far tornare lo spirito del Natale a chiunque, anche ai più duri di cuore.
Il pianeta degli alberi di Natale di Gianni Rodari.  E’ una storia a metà tra il natalizio e la fantascienza. Si racconta di un bambino portato nello spazio da un vascello che sembra un dondolo: nell’universo incontra gli alieni che vivono nel Pianeta della Cuccagna e dedicano la loro vita allo studio delle arti, delle scienze, della politica.
Polar Express di Chris Van Allsburg. Nella notte di Natale tutta la città dorme, tutto è silenzio. Solo un bambino, per strada, decide di salire su un treno che sembra aspettare nient’altro che lui: il Polar Express che lo porta al Polo Nord. Al suo arrivo, il bambino incontra Babbo Natale che promette di donargli qualunque cosa desideri. Il piccolo chiede solo un campanello per la sua slitta ma purtroppo lo perde nel viaggio di ritorno. La mattina successiva lo ritrova, con sorpresa, sotto l’albero di Natale. Il campanello è un dono magico: solo chi crede in Babbo Natale può sentirne il suono.
Il Sarto di Gloucester di Beatrix Potter.  L’anziano sarto di Gloucester deve finire il vestito da sposo per il sindaco della città che convolerà a nozze proprio il giorno di Natale. Un vestito meraviglioso con la giacca color ciliegia arricchita da ricami di rose e viole. Purtroppo, mentre sta lavorando, il vecchio si ammala e deve smettere di cucire.  Ci penserà un gruppo di topolini ad aiutarlo.
L’albero di Natale di Hans Christian Andersen. E’ il racconto di un piccolo abete che non vede l’ora di diventare grande e maestoso come gli abeti adulti che lo circondano. Anche lui, come gli altri, desidera diventare un albero di Natale per decorare le case della città. A un certo punto ci riuscirà anche se l’esperienza si rivelerà un’autentica delusione.

Sono tutte favole, alcune a lieto fine, altre meno. Ma comunque voli di fantasia che si allontanano dalla ripetitività e dalla maestosità barocca dei nostri Natali per volare alte verso un mondo diverso, dove c’è più spazio per la riflessione, per il ripiegamento su una interiorità che impara e insegna.  Quest’anno il Covid-19 cambia molto le prospettive del prossimo Natale. A casa nostra non arriveranno le cugine Ghepardi con genitori, compagni e figli e non sentiremo troppo la mancanza di Suor Guenda, sarà un’assenza tra le tante.

Non andremo alla messa di mezzanotte e non sentiremo i cori dei bambini che cantano davanti al presepe allestito sul sagrato della chiesa parrocchiale di Pontalba.
Spenderemo meno soldi per i regali, per i pasti, per le sciate, per i viaggi necessari a raggiungere mostre di pittura e teatri. Gli spettacoli al Teatro Santelli sono stati per molti anni uno degli appuntamenti delle nostre vacanze natalizie. Negli ultimi anni, avevamo preso l’abitudine di  andare, il 26 Dicembre, ad assistere ad uno spettacolo pomeridiano per bambini. Portavamo Valeria e Enrico in un bel palco del teatro e assaporavamo la soddisfazione di vederli sorpresi e incantati. La magia del teatro riscalda sempre. Non potremo nemmeno andare il primo dell’anno allo spettacolo delle 20,30 portando Rebecca a vedere un musical. Ne abbiamo visti tanti insieme: Grease, Cats, Dirty dancing, Flashdance. Dei bei ricordi davvero.

Con cosa potremo sostituire questi rituali a cui eravamo abituati ormai da tanti anni?  Non  so.
Avremo più tempo per assaporare un Natale diverso festeggiato all’insegna della sobrietà e della riscoperta degli affetti più intimi. Avremo più tempo per un viaggio dentro noi stessi, che scavando dentro, ci porterà nuove verità, nuovi traguardi da raggiungere e nuove consapevolezze.   Ci interrogheremo forse sul senso della vita, sulla sua caducità, sulla sua fine e sulla sua eventuale resurrezione.  Avremo anche molto per cui pregare. Ognuno di noi è, a maggior ragione quest’anno, un sopravvissuto.
Qualche rito ce lo possiamo comunque ancora concedere. Addobbare l’albero con le palline colorate, i nastri luccicanti e gli angioletti dorati; fare il presepe con le vecchie statuine della nonna  e ricoprirne le stradine con il muschio vero che, a Pontalba, si trova sul tronchi dei grandi tigli che accompagnano il viale che porta al cimitero. Potremo fare la pasta in casa e il cappone ripieno, cucinare i biscotti.  Insomma un Natale in famiglia che sa di riscoperta e di tranquillità. Niente da recriminare per tutto ciò.  Anzi, credo che ci sia da ringraziare la buona sorte che ci ha garantito la salute anche quest’anno. In quella notte magica potremo sorridere alle persone a cui vogliamo bene e augurare loro tanta pace, tanta serenità.

In questi giorni ho pensato a voi che leggete le mie storie su Ferraraitalia, le riflessioni che accompagnano questa mia vita un po’ originale e un po’ buffa, un po’ divertente e un po’ preoccupante, molto realista sempre. Vorrei augurare a ciascuno di voi un buon Natale. Vorrei fare gli auguri a chi è ammalto e a chi soffre, ma ancora di più a chi ha un desiderio che non riesce a concretizzare, a chi vive un amore difficile che non può raccontare. Li vorrei fare a chi non trova la forza di cambiare strada, a chi viene schiacciato dalla mediocrità dell’abitudine e dall’oppressione di legami malsani.  Vorrei augurare a chiunque viva nell’omertà la forza di crescere, di guardare in fondo a se stesso e di provare a diventare diverso, cambiando vita. Vorrei augurare a chi subisce violenze, fisiche o psicologiche che siano, di trovare una mano amica che sappia aprire una porta verso la libertà, chiudendo l’antro di oppressione e permettendo una nuova vita sicura e protetta. Vorrei augurare a chi baratta  la sua identità  in cambio di tranquillità, la forza di rompere un argine, andare controcorrente, arrivare in un nuovo mondo, camminare su una terra nuova.

Me ne sto qui e guardo una pallina dorata, la muovo a destra e a sinistra per fare in modo che mandi dei piccoli bagliori di luce sul pavimento bianco del mio soggiorno. I piccoli fasci di luce mi piacciono molto, permettendo al tempo di restare sospeso per un po’ e di muoversi in maniera diversa, su e giù nello stesso istante. Le palline dorate sono come gocce di luce che illuminano l’abete, come tanti pensieri appesi e sospesi, come tanti baci dati e ricevuti che rivivono nella magia del Natale.  Anche io vorrei esprimere un desiderio  legato ai bagliori dorati delle palline appese all’albero, al calore che questa immagine Natalizia sta riverberando su di me. Vorrei un nuovo inizio e una nuova alba di luce, come solo un mattino a Pontalba sa regalare. Vorrei un risveglio di neve con fiocchi bianchi candidi, una mattina pulita che per noi si adagerà un po’ alla volta nel silenzio del giorno che avanza e che ricorderemo per sempre per i suoi fiocchi ghiacciati e leggeri. Vorrei che la neve candida potesse salutare ciascuno di voi, uno ad uno. Sarebbe proprio un bel modo per festeggiare questo silenzioso Natale e per pensare che anche in questo tempo difficile si può trovare, sotto l’albero, la pace.

Santi, Madonne e uso strumentale della fede

Daniela Santanchè (Santadechè, per Roberto D’Agostino) fa il presepe. Lo fa anche Giorgia Meloni.
Matteo Salvini, invece, è in presa diretta nientemeno che con la madonna di Medjugorjie per attaccare il premier Giuseppe Conte (bis): “Per chi crede – ha detto a Porta a Porta da Bruno Vespa – la madonna ha dato un messaggio: le persone si giudicano dallo sguardo. Conte ha lo sguardo di chi ha paura e scappa”, parlando a proposito del meccanismo europeo di stabilità, il Mes.
Inevitabili le reazioni sui social.
A Propaganda Live, la trasmissione tv condotta da Diego Bianchi, qualcuno ha fatto presente al leader della Lega: prima le madonne italiane.
Non è stato da meno Maurizio Crozza che, sull’onda dell’autarchia mariana, gli ha maliziosamente suggerito la madonna di Loreto. Suggerimento subito ritirato perché la madonna è, notoriamente, nera.
Sono solo gli ultimi episodi di un utilizzo a piene mani di simboli religiosi del cristianesimo che dura da mesi: dal cuore immacolato di Maria, ai crocefissi.
È noto il senso che, in netta prevalenza, esponenti della destra italiana da tempo attribuiscono alla riproposizione dei simboli religiosi, funzionali alla riaffermazione orgogliosa di un’identità di popolo, nazione, cultura.
Identità che rischia la diluizione, lo smarrimento, l’irrilevanza, in un processo di globalizzazione che, contrariamente alle euforiche premesse, sta ingrossando le schiere degli sconfitti più che dei vincitori (almeno in Occidente).
Come conferma anche l’ultimo rapporto Censis, basta guardare il retroterra sociologico di chi sostiene, in termini di consenso, la riproposizione di un sovranismo in opposizione a processi d’integrazione ai più vari livelli: europea (sempre più sinonimo di banche e establishment), sociale, culturale, etnica, religiosa.
Così riprendono quota slogan tesi a sdoganare la fierezza di essere parte di un’identità da rivendicare, tutelare e difendere. “Sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”, ha gridato la numero uno di Fratelli d’Italia lo scorso 18 ottobre a Piazza San Giovanni a Roma.
Parole, analisi e teorie, che da tempo si stanno saldando, fino al pericolo agitato della “sostituzione etnica”, e che fanno presa in un brodo sociale di paure (anche abilmente alimentate da una possente macchina organizzativa) che contraddistinguono il nostro tempo.
Non è facile capire come si possa argomentare un controcanto che abbia chance di successo a una narrazione che, nonostante chi ancora si ostina a sminuirne i più che prevedibili esiti, poggia su un terreno storico particolarmente fertile, sta mietendo consensi e, a quanto pare, può contare su una potenza di fuoco assolutamente da non sottovalutare.
Sul terreno dei simboli religiosi, si potrebbe provare con maggiore e paziente decisione a smontare l’utilizzo strumentale che se ne sta facendo.
Chi utilizza il presepe come simbolo d’identità o come bandiera da contrapporre ad altre identità avversarie, dimostra di non comprenderne il significato, snaturandone e capovolgendone il messaggio.
Lo dicono teologi e biblisti.
Per il vangelo di Luca il presepe – “mangiatoia” – è il venire al mondo del salvatore che si rivela ai pastori, non nel senso bucolico e consumistico troppe volte abusato, con tanto di bestiario variamente e coreograficamente allestito: pecore, galline, oche e altra fauna da cortile.
Pastori sono gli “irregolari”, che non sono i buoni credenti regolari del tempo.
Scrive il teologo Andrea Grillo: “La tensione, in quel testo di Luca, è tra la grandezza del Signore e la piccolezza umana che può riconoscere la gloria di Dio solo attraverso la profezia dell’irregolarità dei pastori”.
Nell’evangelista Matteo la dose sarebbe addirittura rincarata.
“La tensione – prosegue il teologo – è tra la stella e i magi che la seguono, nella loro condizione di stranieri, e l’ostilità viscerale dei residenti regolari e dei Governatori”.
Se leggere il testo biblico con aderenza al senso delle parole vuol dire questo, allora il presepe significa letteralmente che ultimi, stranieri e irregolari, sanno riconoscere Gesù, mentre i potenti (Governatori), regolari e uomini perbene, cercano di ucciderlo.
Altro che “soprammobile borghese” – prosegue il teologo – o vessillo identitario da affermare orgogliosamente in senso escludente e oppositivo.
Il presepe è una provocazione, cui si cerca ancora di mettere il silenziatore proprio perché è una provocazione spiazzante, urticante.
Non quindi la coreografia natalizia di un’italianità fieramente cristiana, ma un messaggio anti-identitario di un dio che si spoglia della propria onnipotenza per manifestarsi agli ultimi, gli esclusi, gli stranieri, gli irregolari.
E lo fa venendo al mondo in una mangiatoia perché, come diceva Elios Mori, per loro (Giuseppe e Maria) non c’era posto altrove. E questo non esserci posto per il salvatore è tuttora il monito più dirompente del presepe di San Francesco a Greccio, come messaggio di pace e di salvezza per l’umanità intera, anche per chi non siede a tavola.
Discorso analogo andrebbe fatto per la morte in croce di Cristo.
Un Dio che prima si fa carne (il cristianesimo è l’unica religione al mondo), cioè l’infinito che si fa finito, e poi – da innocente – accetta, impotente (l’onnipotente) di morire (cioè l’infinito che finisce) in croce come un delinquente.
Cosa c’è di esaltante identità in questa manifestazione estrema di impotente amore, che sul punto di spirare chiede di perdonare i suoi assassini perché non sanno quello che stanno facendo?
E sarebbe bastato ascoltare bene quelle parole per evitare secoli di antisemitismo anche nella chiesa.
Uno che tempo prima aveva detto ai suoi dodici che il vero merito non è tanto quello di amare i propri amici, quando di riuscire ad amare i nemici.
E così, fedele in tutto e fino alla fine, anche sulla croce ha parole di perdono-amore per i propri aguzzini.
La croce più che un segno da usare come una clava identitaria, è il culminante e sconcertante esempio di spoliazione dell’identità; un’ennesima testimonianza di povertà, come avrebbero detto Giacomo Lercaro e Giuseppe Dossetti.
Se, allora, tutto questo ha un senso, perché non si sentono le voci – non tanto dettate dal rancore ma comunque pubbliche – di conferenze episcopali, preti e associazionismo cattolico, per sconfessare quest’uso bestemmiato di simboli religiosi del cristianesimo?
Perché si assiste, invece, al loro clamoroso, esibito e ostentato capovolgimento semantico, funzionale a un discorso la cui portata complessiva non ha alcuna aderenza al testo biblico?
Qui non si tratta della solita divisione nel cattolicesimo tra progressisti e conservatori, ma del significato letterale della radicalità evangelica, che irrompe nelle coscienze come una vera e propria provocazione rispetto a ogni perbenismo accomodante e, ancor meno, operazione di potere.
O deve forse bastare la voce di Camillo Ruini, che usa parole di dialogo con chi torna a usare il cristianesimo con toni da crociata?

APPUNTI SUI POLSINI
La partita Iva di San Giuseppe

Un’inchiesta giornalistica coraggiosa e, bisogna dirlo, ‘miracolosa’ condotta dal quotidiano ‘Il Giornale’ – l’organo di stampa fondato da Montanelli e noto in tutto il mondo per la sua imparzialità e il suo amore per la verità – ha recentemente sconvolto non solo le stanze del Vaticano, ma il miliardo e passa di fedeli della chiesa capeggiata da Papa Francesco.
Ma andiamo per ordine. Erano state proprio le reiterate dichiarazioni – a voce e per iscritto – del pontefice argentino smaccatamente a favore di esuli, profughi, immigrati e poveri in genere che a detta di Papa Francesco avrebbero la precedenza o comunque posti assicurati nel Regno dei Cieli, come pure le sue sospette citazioni evangeliche fuori contesto (“Gli ultimi saranno i primi” e via dicendo) a insospettire i giornalisti più avveduti e a convincerli di un necessario approfondimento storico ed esegetico.

In Italia, regnante Matteo Salvini, appena dopo l’approvazione del Decreto Sicurezza e con l’approssimarsi del Santo Natale, Papa Francesco era ritornato sugli argomenti a lui cari, mentre qualche parroco provocatore aveva allestito il presepe condendolo con statuette di neri, arabi, africani e migranti in genere. Come ogni anno – ma quest’anno molto di più – sono montate le polemiche fra i teologi e biblisti tradizionalisti e quelli ormai conquistati dalla strisciante ideologia comunitaria (leggi: comunista). Naturalmente lo scontro verbale si è subito trasferito anche tra gli esponenti della classe politica nazionale, invadendo poi le pagine dei media e i dibattiti televisivi.
Poco è servito osservare – e qualcuno ci ha pure provato – che il nocciolo, il senso delle parole del Papa non volevano riscrivere la storia di 2.000 anni fa ma richiamare tutta la comunità all’impegno verso la misericordia, l’accoglienza, l’amore per il nostro prossimo. Inutile insomma buttarla sul generale, ormai il vero tema del contendere era chiaro: Gesù bambino era o non era un profugo, un esule, un migrante? E se non lo era, che ci azzeccano i migranti dentro l’italico presepe?
Gesù era appena nato (o stava appunto nascendo) e, giusto una trentina d’anni prima del processo sommario davanti a Pilato, veniva già indagato: lui e la sua Sacra Famiglia. Come in tutti i processi, gli avvocati, e ancor più il giornalisti al seguito, si affannano nella ricerca di un qualsiasi indizio utile. Caso difficile assai, sia per la lontananza nel tempo della nascita in questione sia per l’esiguità delle fonti disponibili, tanto che il dibattito sul ‘Gesù storico’ prosegue da secoli senza aver raggiunto ancora una conclusione condivisa.
I santi vangeli vengono compulsati esaminati palmo a palmo e qualcosa alla fine si trova. Da una parte si ergeva la figura di Erode: niente da dire, un losco figuro persecutore di bambini. Dall’altra si sosteneva però che la Sacra Famiglia non scappava affatto dalla fame o dalla guerra, ma andava a Betlemme per un normalissimo censimento. E prima di adattarsi a una misera grotta (o a una capanna) Giuseppe e Maria avevano cercato alloggio in un albergo (non è dato sapere se a due, tre o cinque stelle) trovandoli purtroppo al completo. Ergo, se Giuseppe cercava una camera doppia in albergo, non poteva certo dirsi un disperato nullatenente: qualche tallero in tasca doveva averlo!

Già da queste semplici deduzioni, la tesi del ‘povero Cristo’ profugo errante usciva piuttosto compromessa. Ma qui – colpo di scena – è intervenuto il sensazionale scoop del giornalista Nicola Carter del ‘Il Giornale’. Dimostrando un fiuto e una costanza degni di Carl Bernstein e Bob Woodward (autori dell’inchiesta giornalista che svelò i retroscena del Watergate, n.d.r.), Nicola Carter tralascia la figura del Bambinello e si concentra su quella del capofamiglia. Chi era Giuseppe il falegname, e soprattutto, quale era il suo reddito imponibile?
Le sue ricerche lo portano in Terra Santa. Consulta gli antichi archivi di Gerusalemme, Betlemme e Gerico, interroga gli impiegati dell’anagrafe, perseguita gli archeologi, pedina rabbini e prelati cattolici e ortodossi. Si confronta a mani nude con la lingua greca, l’ebraico, l’aramaico.
Eureka! Alla fine i suoi sforzi vengono premiati. E’ storia di questi giorni di Avvento: Nicola Carter torna in Italia con un fascio di documenti (papiri, tavolette di cera, eccetera) letteralmente esplosivi. Basterà citare il documento principe (“la prova regina”) datato “anno 2 avanti Cristo”, e cioè la dichiarazione dei redditi dell’imprenditore Giuseppe di Nazareth. Il reddito annuale, tradotto in valuta corrente, ammonta a 107.560,00 Euro. Il falegname Giuseppe della tribù di Levi risulta titolare di partita IVA e socio di maggioranza di una fiorente impresa (con marchio regolarmente registrato); aveva sotto di lui tre dipendenti (regolarmente assunti a onor del vero); era proprietario di un capannone adibito a falegnameria (non risulta che avesse acceso un mutuo). Da altri documenti desumiamo che Giuseppe era anche proprietario (al 50% con sua moglie Maria) di una seconda casa nella campagna di Gerico, affittata a equo canone, e aveva il conto aperto in tre istituti bancari.

Ne esce insomma il ritratto non di un Giuseppe semplice artigiano (un povero falegname sul genere Geppetto di Pinocchio), ma di un piccolo imprenditore di successo, un tipico rappresentante della classe media emergente.
La grande scoperta – e non si parli in questo caso di una fake news messa in giro da qualche leghista o lefevriano – rischia di far saltare le fondamenta stesse di una religione millenaria? E’ probabile. Quello che è certo è che il Santo Natale del 2018 ne esce con le ossa rotte, mentre nei prossimi giorni si prevedono controlli a tappeto sui presepi per espellere gli intrusi extracomunitari. Anche tra le statuette si anniderebbero alcuni pericolosi elementi radicalizzati.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

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IMMAGINARIO
Magi multietnici.
La foto di oggi…

Giorno dell’Epifania con la visita dei re Magi al bambino. Nel giardino del seminario, a Ferrara, ci si può passeggiare vicino ricordandoci la cura con cui si prepara l’inserimento di queste tre figure nel presepe. Da piccoli ci insegnavano che i tre saggi in arrivo oggi dietro la cometa rappresentano una saggezza multietnica e di tutte le età: una figura regale ha il volto di un giovane africano (Baldassarre), c’è un orientale adulto (Gaspare) e un signore con la barba bianca e i tratti europei (Melchiorre). Benvenuti, allora, rappresentanti di una globalità antica e accogliente. Il presepe è in via Fabbri 401, visitabile ogni giorno dalle 9 alle 19. (Giorgia Mazzotti)

OGGI – IMMAGINARIO EVENTI

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I magi nel presepe del seminario di Ferrara (foto di Aldo Gessi)

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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IMMAGINARIO
A spasso nel presepe.
La foto di oggi…

Camminare in mezzo al presepe: a Ferrara è possibile con le capanne e i sentieri allestiti nel giardino del Seminario. Un imponente Castello estense accoglie i visitatori, che possono ammirare la natività immersa in un paesaggio ferrarese che rappresenta, da una parte, il panorama dei ricchi e, dall’altra, quello dei poveri. Sullo sfondo il grande plastico dei Tre ponti di Comacchio. Un’opera realizzata con dovizia di particolari dai seminaristi con monsignor Mario Dalla Costa e lo scenografo Stefano Reolon. Ingresso libero, via Fabbri 401, tutti i giorni dalle 9 alle 19. (Giorgia Mazzotti)

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Presepe nel seminario di Ferrara (foto di Aldo Gessi)
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Cammino coi pastori verso la natività (foto di Aldo Gessi)
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La capanna (foto di Aldo Gessi)
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La natività (foto di Aldo Gessi)
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Bambina tra i pastori (foto di Aldo Gessi)
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Presepe a misura di visitatori grandi e piccoli (foto di Aldo Gessi)
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Scenografia coi Tre ponti di Comacchio (foto di Aldo Gessi)
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Un altro particolare del pesepe (foto di Aldo Gessi)
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Il Castello estense ricostruito nel giardino del seminario (foto di Aldo Gessi)
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LA SEGNALAZIONE
Il Natale Fuoriporta è a Greccio

dalla redazione di Fuoriporta

Edificato su speroni di roccia, in una posizione che sembra impossibile, Greccio è uno dei borghi più suggestivi di tutto il Lazio. Un luogo intriso di storia e spiritualità, se si pensa che in questo paese della provincia di Rieti fu creato il primo Presepe al mondo che, unico e inimitabile, spegne quest’anno 791 candeline. Nel lontano 1223 San Francesco, dopo un viaggio in Palestina, decise di ricostruire con persone e animali del tempo le scene della Natività di Betlemme. E così il frate di Assisi e il nobile signore di Greccio Giovanni Velita realizzarono la rievocazione della nascita di Gesù, ovvero il primo presepe della storia, che nei secoli successivi è stato replicato in tutte le case del mondo.
Ogni anno, come per magia, questo borgo in provincia di Rieti rinnova la tradizione e fa rivivere più di ogni altro luogo l’atmosfera del Natale: ma il 791esimo anniversario andava celebrato a dovere, e così l’edizione 2014-2015 si annuncia ancora più straordinaria del solito. Il 24, 26, 27 e 28 dicembre, e ancora il 1, 3, 4 e 6 gennaio, i visitatori provenienti da ogni parte d’Italia potranno ammirare la sceneggiatura rivisitata, ascoltare le nuove musiche e lasciarsi incantare dal rinnovato e spettacolare impianto di luci; a fare il resto sarà la consueta bellezza del luogo, la sua natura incontaminata, la fedeltà delle scene e dei costumi, la bravura e la devozione degli interpreti. Ma il ricco programma prevede anche mostre fotografiche, convegni, esposizioni di presepi artistici, mostre di pittura e gli immancabili mercatini natalizi.
Il Presepe di Greccio costituisce un momento di profonda fede cristiana e allo stesso tempo uno spettacolo unico al mondo. C’è infatti un filo indelebile che lega questo luogo a Betlemme: in Palestina si operò il mistero della divina incarnazione di Gesù, mentre a Greccio ebbe inizio, in forma del tutto nuova, la sua mistica rievocazione.
Per la prima volta l’organizzazione del Presepe di Greccio andrà a Betlemme il 21 dicembre per portare in scena la rappresentazione.
Ancora oggi, la celebrazione si snoda attraverso sei quadri viventi, dalla vita dei francescani in queste zone all’accoglienza da parte di papa Onorio III della Regola scritta da Francesco, dall’autorizzazione concessa dal Santo Padre per la realizzazione del presepe fino al giorno in cui Greccio si trasformò in Betlemme.
Raggiungere questo borgo che sorge nella parte occidentale della provincia di Rieti, a 705 metri di altezza alla sinistra del fiume Velino, diventa anche occasione per scoprire un luogo magico, un paese circondato da stupendi boschi di querce ed elci, dove è possibile visitare la “Cappelletta” che sorge nel luogo in cui San Francesco si ritirava in preghiera in una capanna protetta da due piante di carpino. A circa 2 km dal borgo di Greccio, arroccato sulla roccia di un costone boscoso, come un nido di aquila, si erge maestoso il Santuario del Presepe, uno dei monumenti più importanti della storia del francescanesimo: è qui che Francesco, nella notte del Natale del 1223, rappresentò con personaggi viventi la natività. L’antico borgo medievale, invece, conserva parte della pavimentazione del vecchio castello e tre delle sei torri di cui la maggiore trasformata nel XVII° secolo in torre campanaria. Meritano una visita la chiesa parrocchiale dedicata a San Michele Arcangelo, la chiesa di S. Maria del Giglio e la sua diruta, oggi restaurata e destinata a Museo Internazionale del Presepio.

Per saperne di più visita il sito di Fuoriporta [vedi]

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CALENDARIO DELL’AVVENTO
Il mistero della sparizione del Bambin Gesù

Quando da casa manca un oggetto, di solito gli sguardi corrono severi ai bambini che quella casa la abitano. In “Una lacrima color turchese” di Mauro Corona, invece, a mancare è proprio un bambino. Non un bambino qualunque, ma il Bambino Gesù, che scompare da tutti i presepi di tutte le case. E i sapienti, i padroni della conoscenza, si lanciano in ipotesi per carpire una soluzione a questo mistero; ma per farlo si concentrano su un falso problema – la ricerca di un caprio espiatorio, escamotage che storicamente ha sempre funzionato allo scopo di bastonare chi non aveva colpe -, tralasciando la domanda più importante e incapaci di pensare, anche solo lontanamente, di esserne i diretti responsabili.

“Quando s’avvicina il Natale, precisamente verso il primo dicembre, ci disponiamo tutti alla bontà. O meglio, a essere più buoni, perché buoni siamo convinti di esserlo già.”

Di fronte allo sconvolgimento generale per l’assurda sparizione, nessuno pensa all’ipotesi che Gesù Bambino sia scomparso perché sono scomparsi i valori che avrebbe poi portato nel mondo.
Perché, se nessuno più si indigna per la mancanza di affetto, responsabilità o compassione, il Figlio di Dio può a ragion veduta indignarsi per tanta brava gente che fa la comunione ma che prova solo
“indifferenza verso chi non ha niente per campare”; per “giornalisti, televisioni locali e scribacchini” che invece di fare giornalismo fanno business o meglio malaffare, accanimento mediatico, molto somigliante a quello terapeutico nella indefessa ricerca di un motivo che non c’è; per “cardinali con attici nella capitale degni di nababbi”; per “pedofili, adescatori di giovinetti” che tuttavia “saltavano nelle sagrestie indignati dalla scomparsa del Bambin Gesù”, per “tutti quelli che la domenica vanno a messa, fanno segni di croce e onorano le feste comandate e non sanno cosa sono la tolleranza, la carità, la generosità, il perdono. Che sono razzisti, xenofobi e falsi.”

“Volevano il colpevole e siccome non sapevano chi fosse, gliene bastava uno qualsiasi. Da linciare.”

Una fiaba natalizia, nera, dello scalatore e scrittore trentino, che alla sua netta visione del mondo offre uno spaccato drammatico della condizione umana che si è riusciti a raggiungere, affrontando un inevitabile paragone tra un passato – vicino e lontano – che contiene in nuce un potenziale e un valore abilmente distrutti dal successivo futuro. É un Natale apparentemente normale; ma la normalità natalizia ormai non è più la pietas di Maria e Giuseppe che guardano adoranti Gesù, bensì l’albero agghindato, la finzione ben dipinta sulle facce alla ricerca del gradino più alto da cui guardare il mondo; la distanza difficilmente colmabile tra principi e prassi, tra parola promessa e fatto compiuto; è il superfluo tecnologico con cui genitori vuoti e assenti ingozzano figli che diverranno, un giorno non lontano, altrettanto vuoti e assenti.
E dove l’unica verità inviolata è la neve, ossia la natura, unica grande innocente.
Perché la necessità, quella vera, è di arrivare al cuore delle cose, ed è qui che è ancora racchiusa, nel più prezioso fiocco di neve, la speranza di ritrovare quella statuina del presepe misteriosamente sparita.

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CALENDARIO DELL’AVVENTO
Luci e ombre del presepe fra Cristianesimo e credenze popolari

«Tommasi’, te piace’ ‘o Presebbio?»
«Sì»
«Ma che bellu Presebbio! Quanto è bello!»
(Eduardo De Filippo, “Natale in casa Cupiello”)

“Ecco il momento di accennare ad un altro svago che è caratteristico dei napoletani, il Presepe […] Si costruisce un leggero palchetto a forma di capanna, tutto adorno di alberi e di alberelli sempre verdi; e lì ci si mette la Madonna, il Bambino Gesù e tutti i personaggi, compresi quelli che si librano in aria, sontuosamente vestiti per la festa […]. Ma ciò che conferisce a tutto lo spettacolo una nota di grazia incomparabile è lo sfondo, in cui s’incornicia il Vesuvio coi suoi dintorni.”
(Johann Wolfang Goethe, Viaggio in Italia, 1787)

Dopo la prima rievocazione di Francesco a Greccio, il presepio è entrato di diritto nella tradizione natalizia popolare italiana e a Napoli è diventato una vera e propria arte, di cui si hanno tracce già dal 1340, ma che ha raggiunto il periodo di massimo splendore e sfarzo nel Settecento.
La sua forte valenza simbolica sta nel miscuglio fra la rappresentazione della spiritualità della natività ed elementi delle credenze popolari più antiche, paralleli e sottesi alla devozione cristiana.
La premessa a questo simbolismo era che nella mentalità del popolo, in maniera più o meno conscia, nel periodo del solstizio d’inverno si veniva creare una sorta di appiattimento temporale, un fermarsi del tempo presente, come se la natura trattenesse il fiato in attesa della nuova venuta della luce. Questa inquietudine nel delicato passaggio dal buio alla luce si ritrova per esempio nella struttura scenografica del presepe napoletano tradizionale, con i viottoli e le stradine che scendono fino al punto più basso, al centro della scena, dove si trova la grotta: la costruzione dall’alto al basso simboleggiava una sorta di viaggio misterico dal mondo sotterraneo alla rinascita della Luce del mondo. Richiami al mondo ultraterreno possono essere considerati anche il fiume, il laghetto o il pozzo, mentre luoghi come l’osteria o la taverna, oltre a rievocare scene di vita quotidiana, avevano la funzione di esorcizzare i rischi dei viaggi. Il castello è naturalmente un riferimento alla strage degli innocenti di Erode: non è quindi un caso che spesso venisse collocato nel punto più alto della composizione perché, come emblema della crudeltà dell’infanticidio, rappresentava il momento più buio e l’inizio del viaggio verso la redenzione cui si è accennato sopra. Figure centrali sono i Re Magi provenienti da Oriente, tradizionalmente raffigurati su un cavallo bianco, uno rossiccio o baio (crini ed estremità nere e corpo marrone) e uno nero: queste tre cavalcature rappresentavano l’iter quotidiano del sole dall’alba all’oscurità notturna. Ancora più interessante il fatto che nel loro seguito ci fosse una donna di colore portata su una lettiga: era la cosiddetta ‘Re Magia’ simboleggiante la luna. Questa figura era ancore presente nel presepe napoletano settecentesco, poi ha perso importanza fino quasi a scomparire. I personaggi popolari come il ‘verdummaro’, il vinaio, il macellaio, il fruttivendolo, il venditore di castagne, quello di formaggi, l’arrotino e il pescivendolo, rappresentavano la personificazione di un mese dell’anno e dunque anche lo scorrere del tempo. La coppia antitetica dei pastori, quello dormiente e quello ‘della meraviglia’, ci riportano invece alla devozione cristiana: il primo simboleggia il comportamento di coloro che sono rimasti indifferenti alla buona novella, mentre il secondo giunto nei pressi della mangiatoia ammira lo straordinario evento di cui è testimone. Anche i tre angeli sopra la grotta o la stalla sono simboli cristiani: uno al centro, con una veste gialla o dorata e il cartiglio “Gloria in excelsis deo”, uno a destra vestito di rosso con l’incensiere e uno a sinistra in bianco che suona la tromba, a simboleggiare rispettivamente il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

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CALENDARIO DELL’AVVENTO
E Francesco inventa il presepe

Insieme all’albero di Natale, è il simbolo per eccellenza delle festività natalizie, in particolare nei paesi cattolici. I più antichi sono quello conservato nella Basilica di Santo Stefano a Bologna e il gruppo scultoreo di Arnolfo di Cambio nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. In latino praesepe significa ‘greppia, mangiatoia, stalla’, ecco perché il presepe incarna l’anima più popolare della devozione, un omaggio a un bimbo nato in una stalla o in una grotta e deposto in una mangiatoia perché per la sua famiglia non c’era posto in nessuna locanda di Betlemme.
Era il 1223 quando San Francesco d’Assisi decise di rievocare per la prima volta la Natività per i più umili a Greccio, vicino a Rieti.
«C’era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: “Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”. Appena l’ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l’occorrente, secondo il disegno esposto dal Santo.
E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.
Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. […]
Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù infervorato di amore celeste lo chiamava “il Bambino di Betlemme”, e quel nome “Betlemme” lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole.»

Tommaso da Celano, “Vita prima di San Francesco d’Assisi (1228-1229)”

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