Tag: presidente della repubblica

quirinale roma presidente della repubblica

VOLEVO SPOSARE SIMON LEBON
In margine al sogno spezzato del Cavaliere

 

Molti giornali non solo scrivono ma titolano che fare il Presidente della Repubblica era il sogno di Berlusconi da piccolo. Lo fanno con la solita condiscendenza, come fosse una notizia, come fosse un dispiacere per l’Italia tutta che quel sogno non si sia avverato.

A parte che assai probabilmente è una balla grande come una casa, una delle mille e mille che Berlusconi ci ha rifilato in questi (troppi) anni, è anche un bel chi se ne frega, diciamolo.

Che lo sognasse da bambino vuol dire che oggi ne avrebbe più diritto, più merito, più non so cosa? Perché a leggere su certi giornali, sempre genuflessi, questa Ode al povero Cavaliere caduto da cavallo (Foscolo perdonami) sembrerebbe proprio di sì. E la cosa peggiore è che citare quell’ipotetico temino infantile sembra una cosa commovente, che fa onore a Berlusconi, che un poco lo risarcisce della delusione. Invece è solo patetico, e anche ridicolo (le due cose vanno spesso a braccetto).

Quanti bambini avranno scritto a sette anni “da grande voglio fare il Presidente della Repubblica?”. Pochi, mi figuro, pochi megalomani malamente politicizzati già a quell’età. Ma qualche decina o qualche centinaia ci sarà stato. Che facciamo? Un’ode anche per ciascuno di loro? Un bel titolone di prima pagina, o in Home page? E tutti quelli che volevano fare gli astronauti e ora portano in giro le sacche di Glovo rovinandosi la salute e rischiando la pelle correndo in strada per quattro euro lordi l’ora? Quei sogni infantili malamente spezzati come li risarciremo? Avremo la stessa attenzione e compassione (in senso nobile)?

C’era chi voleva sposare Simon Le Bon e qualcosa – più di qualcosa – ne ricavò anche, a conferma che i sogni è sempre bene inseguirli tenacemente, ma quel matrimonio non s’era da fare e non si fece, e il Paese non ne soffrì più di tanto, che io ricordi.

Pudore pudore… (Raffaella Carrà, 1979).

Nota: questo articolo di Piergiorgio Paterlini è già uscito il 23 gennaio in  http://paterlini.blogautore.espresso.repubblica.it/

poltrona

La poltrona e la pagella

Premessa necessaria: questo non è un toto presidente.
A meno di 10 giorni dall’inizio del rito elettorale, sembra che il Cavaliere (ma che grinta il ragazzo! ce ne fosse uno di sinistra della stessa tempra) si sia rassegnato. Così, sul nome di chi riuscirà a sedersi sulla poltrona presidenziale è ancora buio pesto. Come da tradizione.

Accantonata almeno per un po’, e con sollievo generale (anche del sottoscritto) l’ubiqua informazione pandemica, tutto il corpo d’armata giornalistico dei canali televisivi si è buttato a corpo morto sul genere preferito dagli italiani: il gossip, la chiacchiera senza fine e senza meta. Del resto, il tema è oscuro e complicatissimo: l’elezione di un presidente della repubblica in Italia è la versione secolare dell’elezione di un papa in Vaticano. Una materia più adatta ad aruspici ed indovini che a politologi e scienziati parlamentari. Anche se né gli uni né gli altri, lo dice la storia, ha mai azzeccato in anticipo il nome vincente.

Niente pronostico quindi, ma l’immagine di quella sedia vuota suggerisce un gioco divertente e, come si vedrà, abbastanza istruttivo. Dare un voto ai  nostri presidenti passati (o almeno agli ultimi regnanti) non è un esercizio inutile. Con l’avvertenza che il mio giudizio potrebbe non concordare con il vostro.

Cominciando dall’ultimo, Sergio Mattarella, di antico ceppo siculo e democristiano, misurato, attento, democratico, affabile, quasi affettuoso nella sua apparente timidezza e legnosità: Sergio Mattarella merita un 8 ½. Giorgio Napolitano, di stretta fede amendoliana (corrente migliorista, l’estrema destra del vecchio Pci), molto investito nella parte, quasi regale (una irriverente storiella lo farebbe discendere dai lombi di Re Umberto), esperto di tutte le regole e i giochetti parlamentari e di partito. Comincia bene il suo settennato, ma poi deborda sempre più, fino a trasformare un rospo qualsiasi, il famigerato Monti, in Senatore a vita e Presidente del Consiglio. Infine, per servire lo Stato e per sua propria ambizione, si fa rieleggere presidente: a Giorgio Napolitano un 7-. Carlo Azeglio Ciampi (il più grande presidente della nostra storia) un 10 tondo tondo. Partigiano, con radici in Giustizia e Libertà, cuore, stile e cervello all’unisono: è lui che ha aperto le porte del Quirinale al popolo, ed è sotto la sua presidenza che gli italiani si sono sentititi, per l’ultima volta, un popolo.

E meglio sarebbe fermarsi qui, agli ultimi 22 anni, perché tornando al XX Secolo i voti si abbassano decisamente. Oscar Luigi Scalfaro: un 5 stentato per un furbo democristiano nei panni di un prevosto di campagna, il Gladiatore e picconatore Francesco Cossiga: un 3 senza se e senza ma. Prima di lui, una inaspettata boccata di ossigeno: al confinato di Ventotene Sandro Pertini: un 9 per amore, per il suo grande passato, per la libertà di giudizio degna di un ragazzino. Prima di lui la vergogna di Giovanni Leone: un bel 4.

Ecco, da questa pagellina, una breve conclusione. Che può valere come riassunto del primo scorcio di secolo di storia patria.
In un Terzo Millennio che, dall’attentato alle Torri Gemelle alla pandemia più feroce degli ultimi 100 anni. Passando per governi e governicchi di svariati e intercambiabili colori. In un’ Italia spazzata dai venti del Berlusconismo, dal Renzismo, dai vari populismi. In un Paese fiaccato da 10 anni di una crisi economica devastante, dove la diseguaglianza ingrassa a dismisura e la povertà si allarga. Con una classe politica paracadutata da Marte, lontana anni luce dai cittadini. Con uno Stato e una Giustizia sempre meno credibili e meno rispettati. Con un popolo confuso e scazzato, dove è cresciuta l’intolleranza, il razzismo verso lo straniero, l’odio contro il diverso, la violenza sulle donne…

Con tutto questo – viene davvero da chiederselo – come ha fatto la povera Italietta, non tanto a rimanere “una e indivisibile”, ma a continuare ad essere, bene o male, una “Repubblica democratica”?
Come abbiamo fatto non disfarci in dieci pezzi? Chi ci impedito di colare a picco, noi e tutta la baracca?

L’unica risposta che mi viene è in questi tre nomi. Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano, Sergio Mattarella.

Aspettiamo i prossimi 10 giorni. E accendiamo un cero. Chiunque sarà eletto tredicesimo presidente, uomo o donna, possiamo solo pregare che anche questa volta, dalle alchimie di partito, dai veti incrociati, o da un qualche Spirito Santo in libera uscita, venga fuori dall’urna un altro salvatore della patria. Un primus inter pares che rappresenti il buono e il bene che ancora esiste e resiste. Una persona per bene che rappresenti ognuno di noi e ci rappresenti, tutti insieme, davanti all’Europa e al mondo.

Con un dubbio. Se anche la fumata bianca ci fosse favorevole – e non si può chiedere troppo alla fortuna – temo che questa volta nemmeno un presidente-papa sarà sufficiente ad evitare all’Italia e al popolo che la abita un definitivo declino civile. Senza politica, senza idee, senza ideali (e qui oggi stiamo, esattamente qui) nessuno crederà più nell’Italia. Neppure noi stessi.

presidente della repubblica

Presidente della res-pubblica? Un’altra possibilità

 

Tra le forze di maggioranza, c’è chi fa il tifo per l’attuale Presidente del Consiglio Mario Draghi. Sulla sua imparzialità (non è questa una qualità essenziale per il suporemo arbitro del Paese?) però, è lecito nutrire qualche dubbio. Pochi giorni fa ha presentato in Senato un articolo secondo il quale l’azienda che chiude uno stabilimento in Italia per delocalizzare in un altro Paese, anche senza essere a rischio di fallimento, se la cava pagando una multa di 3000 euro per dipendente licenziato: circa uno stipendio lordo in più. Una tantum. 

Nel campo opposto (ma fino a un certo punto), troviamo forze – sia di maggioranza che di opposizione –  che, con una certa carenza di fantasia, ancora suggeriscono il nome di Silvio Berlusconi, proprio lui, condannato per frode fiscale ai danni dello Stato (2013). In compenso, il suo braccio sinistro Marcello dell’Utri ha appena finito di scontare una condanna (2014) per concorso esterno in associazione mafiosa:  Cosa Nostra, non Cosa Pubblica,

Se esiste un “pubblico”, e se quel pubblico siamo noi, non ci meritiamo un’altra possibilità?

valle di lacrime angelo statua

La valle di lacrime

 

E con i primi, esitanti passi dopo la caduta (non il dramma di Arthur Miller, ma il mio capitombolo), comincio ad avere una sazietà spesso ingannevole degli spettacoli che in questo periodo hanno prodotto orrore – ma si sa che spesso siamo attratti dall’orrore – e purtroppo complicità nell’osservarli.

Il più visto e il peggiore, che si svolge in una valle di lacrime, è quello che assorbe mente, cuore e organi sessuali nel sabato sera. Ecco allora che le coppie s’alternano in terrificanti esibizioni (vi piacerebbe, miei pochi lettori che avessi usato il termine performances, ma non cado nella trappola!) lugubri, apparentemente preparati per suscitare pietà, amore e odio, tra volteggi degni di un mediocre Dracula e la puzza di piedi mal lavati.

I ‘giudici’ esprimono disprezzo, amore e piangono. I ballerini piangono. Il pubblico piange. Ma non solo. Piangono anche dalla zia che li ospita la domenica pomeriggio. I singulti riempiono la sala tra gli sguardi duri dei giudici che ribadiscono il loro giudizio finale (e il rimando ad un clima religioso non è casuale), ostentando noncuranza e disprezzo per i non ripescati.

Sì! Come i pesci all’amo. E come gli tsunami che sconvolgono la terra ecco che dal profondo mi esce un urlo: Basta! Mi accorgo che il segno esclamativo punteggia queste righe, ma è naturalmente voluto. Mi son liberato.

Un serpentello maligno però insinua la sua testa viperina per chiedermi/ci: ma questi milioni di spettatori come voteranno? Come giudicheranno la politica? Come esprimeranno un voto – sempre legittimo – per assicurare il loro percorzo democratico?

E il disagio si fa ancor più pruriginoso, quando per curiosità assisto in diretta alle presenze politiche ad Atreju 2021 e alle esternazioni della piccola signora romana dagli occhi tondi. Questo è un esempio tratto dal giornale Il tempo:

“Il centrodestra ha i numeri per essere determinante. Non accetteremo compromessi, vogliamo un patriota al Quirinale”. Oppure: “: “Il Pd sta cercando un capo dello Stato gradito ai francesi, non mi stupisce: in questi anni la sinistra ha favorito la svendita dei nostri asset strategici e delle nostre grandi aziende proprio ai francesi. Noi vogliamo un presidente della Repubblica che piaccia agli italiani”. Poi l’affondo sul segretario Pd Enrico Letta: “è il Rocco Casalino di Macron”. Ne ha anche per il premier Mario Draghi: “Palazzo Chigi è diventato l’ufficio stampa dell’Eliseo”.

Absit iniuria verbis….

Frattanto tengo a capo letto un libro che mi ha insegnato moltissimo in questi frangenti burrascosi: Daniel Mendelsohn [Qui], Tre anelli. Una storia di esilio, narrazione e destino, Einaudi 2021 (Originale, 2020).

Da tempo ho letto tutti i suoi romanzi, ma questo è nel tempo stesso racconto e saggio e si rifà al destino di tre grandi protagonisti esuli ad Istanbul, a cominciare dal più grande critico del Novecento ebreo Erich Auerbach [Qui], che fuggì a Istanbul dalla Germania di Hitler e lì scrisse uno dei libri più importanti della letteratura occidentale, Mimesis.

L’anello di cui si parla è nello stesso tempo digressione ed essenziale modo critico. Scrive nel risvolto di copertina il bravo prefatore Norman Gobetti Mendelsohn racconta «anche una tecnica narrativa, un modo di dare forma alle storie e un senso al mondo: la narrazione ad anello, l’arte della divagazione, l’idea di un viaggio, di un’odissea che permette un ritorno a casa arricchiti».

È uscita in questi giorni una fondamentale opera: Giorgio Bassani, Poesie complete, a cura di Anna Dolfi [Qui] , Feltrinelli, 2021. L’imponente lavoro della Dolfi, certamente la maggior studiosa dello scrittore ferrarese, ripercorre in ogni istante con una superba opera di ricostruzione l’interconnessione ad anello di ogni aspetto degli interessi critici, poetici, narrativi e ancora altro dello scrittore.

Da fonte certa si sa che Bassani, allorché si rivolgeva al mondo ebraico, usava la dizione “loro”. Ecco allora cosa scrive Mendelshon, e Anna Dolfi mi assicura che non conosceva il testo dello studioso, allorché scrisse il suo commento.

Cito: “La concezione ebraica di Dio – scrive Auerbach – non è tanto causa quanto piuttosto sintomo del loro modo di vedere e di rappresentare” (difficile non essere colpiti dall’uso in questo passo dell’aggettivo possessivo “loro”, come se Auerbach stesso non fosse un ebreo; una scelta che m’induce a chiedermi se il suo interesse per l’”opacità” fosse puramente accademico). (p.37)

Di anello in anello si conclude il mio circolar vagando tra gli orrori della televisione generalista. Ora che il camminare ritorna ad essere necessità e guarigione, abbandono le sedute lacrimose e riservo il senso nobilissimo del pianto a ben altri fatti e momenti aiutato in ciò dalle mie Beatrici: Liliana Segre [Qui] ed Edith Bruck [Qui] accompagnate da un critico di vaglia che muove bene il bastone, Natalia Aspesi [Qui].

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

uovo di drago

Perché è inevitabile l’ascesa di Draghi al Quirinale

 

Si legge che Serena Cappello, consorte di Mario Draghi, avrebbe confidato al barista sotto casa che il marito andrà al Quirinale. Naturalmente, non sappiamo quanto di vero ci sia nei fatti narrati dai giornalisti, né in quelli raccontati dal barista. Ma appare in ogni caso verosimile che per Super Mario la strada del Quirinale è pressoché obbligata.

Obbligata due volte. Da una parte, per la forza indiscutibile che gli proviene dalla sua collocazione nelle gerarchie sovranazionali e nazionali e per le frequentazioni che ne discendono. Dall’altra, per la strana debolezza che sta caratterizzando la sua azione di governo.

Non credo sia necessario entrare nel merito della prima obbligazione, noto ai più e accessibile agli altri attraverso le varie pubblicazioni esistenti (anche se, probabilmente, esse non sono molte in rapporto alla caratura del personaggio, il che dà da pensare).

Vale, piuttosto, la pena di riflettere sulla seconda.

Draghi sta svolgendo le sue funzioni di presidenza in una condizione del tutto diversa da quella in cui le hanno svolte i suoi predecessori, almeno da quando il Paese ha dei vincoli di bilancio stabiliti in sede sovranazionale: con ampia elasticità appunto su quei vincoli e con una quantità enorme di danaro – ovviamente quella del PNRR – da distribuire.

Il merito del fatto che l’Italia possa approfittare di tanta elasticità e di una provvista di danaro a tal punto consistente viene di norma ascritto proprio al credito di cui il Presidente del Consiglio gode.

Ma il problema è: qual è il pegno del credito di Draghi? Di cosa esso è in grado di porsi a garanzia?

Fino a prova contraria, infatti, la Costituzione è in vigore, i governi cadono e le attuali schermaglie sulla legge di bilancio dimostrano che il Presidente del Consiglio, almeno in teoria, potrebbe ben presto trovarsi disoccupato.
Non sarà, dunque, proprio il fatto che l’Italia precipiti entusiasticamente in una situazione di ulteriore sovraindebitamento – senza che le regole di fondo dei Trattati siano ammorbidite – la vera garanzia che Draghi può dare?

La garanzia che a lui non possa succedere che egli stesso, o qualcuno di altrettanto cauto nella difesa dell’interesse nazionale? Pena, appunto, l’immediato passaggio dal guanto di velluto al pugno di ferro su un’esposizione debitoria che nessun avanzo primario potrà mai, ragionevolmente, riequilibrare.

Provvedimenti a orologeria come la riforma del catasto innescata dal governo per il 2026 non aiutano, anche simbolicamente, a esorcizzare il fantasma di una sorta di iscrizione ipotecaria sul futuro politico del Paese.

Proprio per questo, l’interrogativo che oggi ha preso ad affiorare appare quanto mai critico: quanto può durare davvero Draghi nel suo attuale mandato? Se osserviamo i due principali assi dell’azione di governo – la gestione della pandemia e la legge di bilancio – notiamo infatti più di un segnale preoccupante.

Dal primo punto di vista, il governo ha adottato una strategia di accompagnamento dei cittadini non ancora vaccinati agli hub da una parte piuttosto forte, dall’altra evidentemente debole. Debole, perché non si è avuta e non si ha la determinazione lineare di procedere verso l’obbligo vaccinale. Forte, perché le misure alternative hanno introdotto forme di coercizione piuttosto energiche, che hanno esasperato i destinatari e polarizzato la pubblica opinione.

L’impatto sul numero dei vaccinati, come si sa, è stato piuttosto deludente e in ogni caso non risolutivo  [Vedi qui], ma si è in compenso infiammata la piazza, come da decenni non si vedeva, e si sono alimentate drammatiche spaccature nel corpo sociale (vedi l’interessante confronto con i dati ISTAT 2020  nel recente articolo di Giovanni Fioravanti su questo giornale [Qui] .

Ora si parla di nuove e ancor più decise restrizioni riservate ai cittadini non vaccinati, dei quali però entrerà a far parte una certa quota – si dice non marginale – degli attuali vaccinati: ovvero quelli che hanno delle resistenze verso la famosa terza dose e che potrebbero confluire nel fiume della piazza.

Il potenziale esito è facilmente immaginabile. Questa seconda celebrazione di un decisionismo senza decisioni – questa sorta di whatever it takes in salsa pandemica – potrebbe mostrare a tutti come la calzamaglia di Super Mario non protegga dagli schizzi, dalle lacrime e dal sangue dei concreti rapporti sociali e politici.

Per quanto riguarda invece la legge di bilancio, basti pensare al caos che sta caratterizzando la gestione dei bonus nel settore edilizio.

Il grande nemico di Draghi, qui, non sono i bonus in quanto tali, ma la cessione del credito, o l’equivalente sconto in fattura. Ovvero le misure che hanno consentito e stanno consentendo a tante famiglie prive di grandi disponibilità immediate di valorizzare comunque i propri immobili abbattendone nel contempo l’impatto ambientale. Misure che hanno certamente contribuito in modo significativo al buon rimbalzo del Pil nel 2021, che il governo non ha ovviamente evitato di intestarsi.

All’inizio sembrava che cessione e sconto sarebbero rimasti solo per il cavallo di battaglia M5S del ‘superbonus’, ma in seguito, alle fondate rimostranze di intere categorie, il governo ha fatto marcia indietro, prolungandone apparentemente l’esistenza anche per le altre agevolazioni.

Tuttavia, utilizzando l’argomento sempreverde del contrasto agli abusi, a queste agevolazioni minori sono anche stati estesi i gravosi adempimenti prima previsti solo per il  110%. Ciò renderà l’accesso a quegli strumenti più complesso e meno conveniente, costituendo in molti casi l’abolizione di fatto di ciò che è stato reintrodotto sul piano del diritto.

Qual è la ragione che spinge il governo a osteggiare così violentemente – con mezzi diretti e, ancora una volta, indiretti – non i bonus in se stessi ma la possibilità di cessione dei relativi crediti d’imposta?
Naturalmente, essa non è dichiarata, ma appare verosimile che dipenda dal fatto che, mentre i crediti d’imposta sono ancora una volta tacche sui futuri bilanci, i crediti ceduti fungono da moneta fiscale parallela, ovvero da strumento del diavolo per l’establishment cui Draghi fa da garante.

La diretta conseguenza di tutto ciò è l’incertezza paralizzante che ha improvvisamente pervaso il settore, il possibile blackout di migliaia di contratti già stipulati, la prevedibile apertura di innumerevoli contenziosi, con tutte le inevitabili ricadute sulla ripresa e sul Pil.

La possibilità dei due scenari negativi, nonché della loro saldatura, indurrebbe chiunque alla prudenza. Non Super Mario, però.

Certo, è possibile che diversi fattori rendano ‘unfit’ Draghi a governare a lungo. Ma a volte sembra quasi che egli tema che non lo si capisca abbastanza e si sforzi di rimarcarlo in ogni modo. Anche platealmente, come quando abbandona le riunioni con i sindacati o diserta le interlocuzioni del governo con la stampa.

Insomma, anche se Draghi non venisse collocato, all’inizio del 2022, al Quirinale, non è affatto detto che vorrebbe o potrebbe continuare a governare fino alla scadenza della legislatura. Figuriamoci oltre.

Si può correre il rischio di ritrovarsi con il ‘garante’ Draghi fuori dal Quirinale e bruciato per il governo? Non credo sia immaginabile.

Dunque Draghi sarà eletto Presidente. La recente sentenza del Consiglio di garanzia di Camera e Senato che assicura a deputati e senatori il diritto al vitalizio anche se la legislatura non durasse quattro anni, sei mesi e un giorno, spiana gli ultimi ostacoli.

Scommetterei su un’elezione al primo scrutinio, come fu per il suo vecchio nemico Cossiga e per il suo mentore Carlo Azeglio Ciampi. Eserciterà lì le sue nuove funzioni istituzionali, armonizzandole con il suo ruolo consolidato.

Il barista avrà ancora da raccontarne.

Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti

Sarà forse perché ci ha lasciato giusto vent’anni fa (e chissà oggi che Italia avrebbe cantato), ma la prima cosa che mi è venuta in mente è un verso di Fabrizio De Andrè: “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti.” E’ una frase scomoda. Scomodissima. Da usare solo in casi eccezionali, quando tutti i ragionamenti intelligenti non funzionano più, quando le armi dell’ironia e della satira risultano inutilizzabili.
Ecco, l’impressione che mi sono fatto è che questa volta non siamo di fronte a un “caso come tanti altri”, uno scontro politico tra un super ministro e qualche sindaco “disubbidiente” da aggiustare con una mediazione di rito. No, la situazione è molto diversa e molto più grave: quasi un punto di non ritorno. A forza di tirare la corda, la corda si è spezzata. Da una parte c’è la Costituzione Italiana e il suo primo custode (il presidente Mattarella), i trattati internazionali, la dichiarazione dei diritti dell’uomo. Dall’altro un leader politico (in gran spolvero nei sondaggi) che ha deciso scientemente di rompere il quadro delle istituzioni e della democrazia italiana. E’ Stato Salvini ad accendere la miccia, a porre le premesse dello scontro istituzionale a cui stiamo assistendo: Il Decreto Sicurezza, l’attacco al Sistema di Accoglienza e integrazione realizzato a Riace, ora la “disobbedienza politica” in nome della Costituzione dei Sindaci di Napoli e Palermo ne è la diretta conseguenza. Gli esiti di questo braccio di ferro sono ad oggi inconoscibili. Siamo cioè di fronte a un quadro che potrà evolvere o in senso democratico o in senso autoritario.
Per capire la gravità del momento, basta spostarci un poco a Est e guardare l’Ungheria del dittatore Orban che, dopo aver chiuso le frontiere, riesuma il lavoro forzato (50 ore settimanali) per i propri sudditi. Le piazze ungheresi sono a ferro e fuoco e si temono conseguenze incalcolabili. L’Ungheria ha bisogno di lavoratori stranieri per far funzionare le sue fabbriche e alimentare il suo sviluppo economico, ma Viktor Orbàn ha scelto una misura demagogica e totalitaria. Vuole il potere, sempre più potere, e per raggiungere il suo obbiettivo ha deciso di andare anche contro le leggi dell’economia.
L’impressione è che la strategia di Matteo Salvini sia molto simile. I Porti chiusi, gli atteggiamenti muscolari, lo smontaggio e la vanificazione del sistema dell’accoglienza, la trasformazione (di fatto) di tutti gli stranieri in clandestini, non sono solo norme antiumanitarie ma assolutamente controproducenti. Anche l’Italia, come l’Ungheria, ha bisogno di lavoratori stranieri regolari per far funzionare le proprie fabbriche. Abbandonare i canali dell’immigrazione legale e brandire l’arma (spuntata) delle espulsioni di massa, ci consegna l’Italia di oggi e di domattina, dove centinaia di migliaia di immigrati senza diritti non possono né lavorare nè procurarsi pane e companatico.
Ho l’impressione che Salvini lo sappia benissimo. Sa che dietro lo slogan “prima gli italiani” non c’è un’idea di economia e di società che possa in qualche modo funzionare. Salvini ha semplicemente continuato a tirare la corda – esattamente come Orban in Ungheria – per portare l’Italia nel caos e nella ingovernabilità. Non vuole cioè un’altra Italia: vuole un’Italia ingovernabile. Non assomiglia a uno statista, ma a un capopopolo deciso a giocarsi il tutto per tutto in uno scontro frontale. Magari, dio non voglia, attraverso una battaglia civile.
Fino a ieri, In molti abbiamo pensato che la strategia del leader leghista  fosse solo quella di accaparrarsi qualche punto in più nei sondaggi elettorali. Ma se la sua strategia fosse invece quella di prendersi il Paese, l’Italia tutta intera?
Magari mi sbaglio, ma se siamo davvero a questo punto, se la strategia di Salvini sta finalmente scoprendo la sua vera natura: eversiva, antistatalista, antidemocratica, allora siamo davvero alla frase di Faber: “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”.
In tutti i casi, d’ora in poi è vietato distrarsi. Occorre capire e prendere una posizione precisa: da una parte o dall’altra. Tutti, compreso questo piccolo giornale.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

La scelta del Quirinale e la scelta dei cittadini

L’interpretazione della norma costituzionale, in merito a quello che sta incredibilmente succedendo, potrebbe portarci fuori strada, far perdere tempo prezioso e, come al solito, incanalarci in quelle amene discussioni alle quali possono partecipare solo gli ‘addetti ai lavori’: quelli che di diritto vivono, come quando si tratta di economia, 5, 50 o 100 persone decidono quello che è giusto a prescindere, e 60 milioni di cittadini obbediscono.

La mossa di Mattarella potrebbe anche andare, invece, al di là del giuridicamente giusto o sbagliato. Oppure potrebbe non avere nulla di giuridico ed essere giudicata esclusivamente dal punto di vista politico, perché è indubbiamente la politica che risentirà di questa scelta.
E la politica, prima ancora del rapporto giuridico, ha un rapporto diretto con la gente, le persone, i cittadini che avevano effettuato una scelta, senza ragionare di regole giuridiche, ma semplicemente su quello che avrebbero voluto i loro rappresentanti dovessero fare. Tra questo sicuramente c’era il mandato a ridiscutere i termini della nostra presenza nell’Eurozona.

E ridiscutere non voleva dire necessariamente uscirne, ma semplicemente ridiscutere della difesa dei nostri lavoratori, delle nostre aziende, del credito, del debito, del ruolo di istituzioni come la Banca Centrale Europea e, perché no, dello stesso Parlamento europeo. Insomma i cittadini hanno affermato, probabilmente, che forse era giunta l’ora di mettere al centro del tavolo di discussione l’Europa dei popoli, lasciando da parte l’Europa della finanza, delle banche e anche del debito, della cattiveria tedesca e della supponenza francese.
Ridiscutere, quindi, in termini politici proprio perché, in un mondo normale, la politica viene prima dell’economia, dello spread, dei mercati finanziari e persino della regola giuridica, espressione della volontà di regolare comportamenti e azioni che un popolo si deve dare per convivere civilmente.

La Costituzione, nell’idea dei padri costituenti, assegna saggiamente pesi e contropesi, attribuisce poteri ad alcuni e controllo ad altri, ma è fondamentalmente espressione di una democrazia parlamentare e il Parlamento è espressione della volontà popolare che ne detta la politica, quindi cosa vuole o non vuole si faccia.
Non ci potrà mai essere una interpretazione giuridica della Costituzione che possa cambiare tutto questo. Il Presidente della Repubblica nella nostra Costituzione può indirizzare, consigliare, a volte rifiutarsi, ma poi deve cedere alla volontà del Parlamento e quindi del popolo. Non può diventare egli stesso una figura politica perché non è questo il suo ruolo e quindi può andare bene rifiutare un ministro perché inquisito, oppure perché non chiara espressione del voto popolare, ma non può andare bene rifiutarlo perché ritiene di dover difendere ciò che il popolo non vuole difendere.
Egli dura in carica sette anni, quindi di più di una normale legislatura seppur questa durasse per tutto il suo arco temporale, e per questo potrebbe veder mutare il volere dei cittadini. Potrebbe essere stato eletto da una maggioranza poi cambiata e tutto questo prefigura un suo essere al di sopra delle parti, ovvero si potrebbe trovare a difendere il mutato volere del popolo. Ma dovrebbe farlo senza ripensamenti e non, come si sta facendo, ritenere la maggioranza precedente migliore e più meritevole di tutela di quella attuale. Perché alla fine quello che si sta proponendo è un nuovo governo appoggiato dal Pd e probabilmente da Forza Italia, che senso avrebbe tutto questo per la democrazia?

Il Presidente della Repubblica vuole Cottarelli, ma chi è Cottarelli se non un uomo delle banche ed espressione della finanza? Anche i partiti dell’opposizione dovrebbero rifiutarsi di assecondare questa ‘follia’, riconoscere dignità al voto popolare e all’autonomia di scelta politica dei cittadini. Che tipo di società si aspettano possiamo costruire con questi presupposti? Un’Italia guidata dallo spread, dal volere tedesco di mantenere le sue prerogative cedendo qualcosa alla Francia e controllata da un asse politico interno Pd–Forza Italia (perché questo sarà il futuro blocco europeista in antitesi agli scettici, populisti e riformatori) che magari finge di combattersi per dare l’idea che sia ancora possibile il dibattito politico.

Tutti i media che contano si sono già schierati a loro volta a difesa dello status quo, delle banche e del finanziamento degli Stati attraverso il mercato senza tutela delle banche centrali: Draghi santo subito, l’austerità (degli altri ovviamente) il mezzo per estinguere le nostre colpe.

A questo punto le prossime elezioni potrebbero essere un referendum che richiamerà alla mente quello del 1946.

Lettera aperta del Sindaco Tagliani al Presidente della Repubblica: che fine fará la CARIFE?

Di Tiziano Tagliani

Lettera aperta del Sindaco di Ferrara e Presidente della Provincia di Ferrara Tiziano Tagliani al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan sulla situazione della Cassa di Risparmio di Ferrara
 

Ill.mo Sig. Presidente della Repubblica Italiana

Spett.le Sig. Ministro dell’Economia e delle Finanze

Da Sindaco di Ferrara e Presidente della nostra Provincia mi sento obbligato a rappresentarVi uno sconcerto profondo dei miei concittadini i quali – pur consapevoli che le radici remote della crisi della Banca locale CARIFE vadano ricercate in operazioni incongrue del passato a partire dalla Direzione Murolo, e che la Magistratura dovrà presto dire se ed in che misura sussistano responsabilità personali degli amministratori per quelle vicende e quelle successive – tuttavia non comprendono, come anche io non comprendo, se il sistema che nel nostro paese presiede alle tutele del risparmio ed oggi anche del lavoro abbia profili non dico di equità, ma addirittura di logicità e coerenza. Ai nostri occhi infatti, la vicenda CARIFE appare paradossale, così come paradossale è che fino ad oggi nessuno, se non i risparmiatori e i lavoratori, risponda per errori macroscopici, omissioni, ritardi che a noi risultano chiaramente imputabili alle istituzioni che hanno gestito questa crisi aziendale.

In primo luogo, la Banca d’Italia ed il Ministero della Economia e delle Finanze, dopo due anni di commissariamento che non ha risanato la banca, hanno autorizzato commissari e Fondazione Carife ad approvare nella assemblea straordinaria dei soci del luglio 2015 un progetto di salvataggio che questi stessi enti hanno poi giudicato inattuabile qualche settimana più tardi. La soluzione negata a CARIFE – ma poi approvata per la Cassa di Risparmio di Cesena e prima ancora per TERCAS – fu accantonata con il decreto “salvabanche”, a valle del quale oggi ci troviamo con l’imminente riduzione di oltre un terzo dei dipendenti CARIFE e, quale magra consolazione, un parziale ristorno ai soli obbligazionisti .

I cittadini ferraresi si chiedono se in Italia sia ancora la politica a governare l’economia, o non avvenga piuttosto il contrario. E si chiedono anche se tra i principi cardine di qualsivoglia soluzione normativa vi sia ancora l’uguaglianza di trattamento tra i cittadini e tra i lavoratori. Sotto i loro occhi vi è l’evidenza che per MPS, per Popolare di Vicenza (istituto che per mesi è stato ipotizzato quale possibile acquirente di CARIFE), CARIGE e Veneto Banca, siano state ideate soluzioni diverse. Conosco la motivazione tecnica di questa disparità di trattamento: CARIFE è in risoluzione, le altre banche no; ma la risoluzione è la conseguenza – e non la causa – di una scelta effettuata a monte e che ha condotto alla presente situazione. Se a ciò si arriva per un errore tecnico di valutazione, una congiuntura sfavorevole nei rapporti con BCE, perché la politica non pone rimedio ad una disparità tanto evidente?

Vi chiedo dunque di fornirmi le parole per rispondere ai miei concittadini, Vi chiedo soprattutto se chi doveva controllare, chi doveva risanare, ma soprattutto chi doveva impostare – per la crisi, ormai evidente, del sistema bancario italiano – soluzioni rispettose di quel principio di eguaglianza sostanziale dei cittadini italiani che è fondamento costituzionale del nostro Stato, abbia operato senza vincoli di responsabilità e quindi, mi sia concesso, irresponsabilmente; stabilendo così, implicitamente, il principio che possano essere adottati pesi e misure diverse a seconda della banca, della provincia o del momento in cui è stato affrontato (nel caso di Ferrara forse sarebbe più appropriato dire “affondato”) il problema.

Signor Presidente, signor Ministro, Vi prego di credere che il tono concitato che pervade questo mio appello non è che il riflesso della preoccupazione dei miei concittadini, quei concittadini di fronte quali mi presento quale rappresentante locale della nostra Repubblica. Sono certo che saprete fornirmi le risposte necessarie a rinsaldare in loro la fiducia nelle Istituzioni e l’orgoglio di essere italiani.

Nel formulare i più sinceri auguri di Buon Anno, Vi porgo i più cordiali saluti,

Il sindaco di Ferrara e presidente della Provincia di Ferrara

Tiziano Tagliani

 

GERMOGLI
Umiltà.
L’aforisma di oggi…

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

Ezra_Taft_BensonPrima il Papa, ora il Presidente della Repubblica. Due istituzioni diverse che stanno dando esempi di umiltà, ad un Paese che ne ha fortemente bisogno.

“La superbia si preoccupa di chi abbia ragione. L’umiltà si preoccupa di che cosa sia giusto”.
(Ezra Taft Benson)

Quirinale

L’OPINIONE
De verybello gallico

I congiurati che alle fatidiche idi di marzo assassinarono Giulio Cesare erano convinti di essere dei tirannicidi e di agire nell’interesse supremo dei cittadini di Roma e delle sue antiche e gloriose istituzioni repubblicane. Il loro gesto, visto col senno di poi, in realtà accelerò la fine di quell’epoca e consentì ad Augusto di fare facilmente tabula rasa del passato.
Per fortuna, mutatis mutandis, con l’elezione a larghissima maggioranza di Sergio Mattarella alla presidenza della repubblica si è evitato che si compisse una delle tante congiure che erano state immaginate e forse persino predisposte nelle scorse settimane. Questo grazie ad una tattica efficace e ad un sussulto non affatto scontato di intelligenza politica da parte di molti dei potenziali congiurati, cui va reso indubbiamente merito. Non era un esito scontato: per le qualità del vincitore, per l’ampiezza dei consensi ricevuti, per l’impossibilità da parte di chiunque di sollevare obiezioni fondate (tolti i soliti pochi abituali mestatori di liquami).
Se questo sarà sufficiente perché si apra una fase diversa nel percorso assai accidentato in cui il Paese è impegnato per riformare le proprie istituzioni è ancora presto a dirsi. Certamente l’arbitro designato dà tutte le garanzie di rigore ed imparzialità necessarie per quel ruolo: il resto dipende invece dagli schieramenti che si contrappongono e dallo loro capacità di interpretare il cambiamento che l’Italia subisce, anche suo (e loro) malgrado. Le democrazie funzionano finché regge il patto di reciproca legittimazione fra le diverse componenti sociali e politiche che le costituiscono: nella prima repubblica esisteva il concetto di “arco costituzionale”, che comprendeva le forze che avevano contribuito, prima con la Resistenza, poi con l’attività costituente, a fondare la repubblica. Esse, nonostante lotte molto aspre, trame oscure, esclusioni preconcette dal governo e terrorismo, hanno continuato per quarant’anni a mantenerla in vita.
In questi ultimi anni convulsi e confusi quel patto, già molto indebolito dai mille trasformismi e revisionismi che hanno caratterizzato l’ultimo ventennio, nonché dalla convinzione dei molti che anche in buona fede non lo ritenevano ormai più necessario, rischia di dissolversi definitivamente. Oggi, partiti, movimenti, forze sociali, all’interno dei quali si ricombinano i frammenti dispersi delle organizzazioni politiche della prima repubblica, non si riconoscono reciprocamente il diritto di poter contribuire al cambiamento istituzionale di cui il Paese ha urgente necessità. Tale mancato riconoscimento è alla radice dell’impossibilità di trovare una sintesi condivisa.

ACCORDI
Le cose finiscono così.
Il brano di oggi…

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike…

[per ascoltarlo cliccare sul titolo]

WOW – Sospiro

“…alle difficoltà e alle speranze dei concittadini.”

Senza sorprese e senza congiure, abbiamo un nuovo Presidente della Cosa Pubblica.
Che sia dedito alla res publica, è chiaro… e non potrebbe essere altrimenti!
Ma adesso possiamo tornare ad assopirci nella mera convinzione di sapere cosa è del Popolo, e soprattutto cos’è il popolo. Tiriamo insieme un sospiro…di reminiscenze.

Pensiero nato dalla riflessione sull’etimologia e sul significato profondo di Res Publica. Il Popolo non è un qualsiasi aggregato di gente, ma un insieme di persone associatosi intorno alla condivisione del diritto e per la tutela del proprio interesse.

foto di Verdiana Spicciarelli
l’album Amore degli Wow

Selezione e commento di Cristiana Neglia, autrice del programma “Vernice” in onda il sabato dalle 12 alle14, ogni due settimane (attualmente sospeso). Il programma vuole essere una vetrina per la musica underground, prodotta in maniera autonoma e diffusa attraverso mezzi di comunicazione non sempre convenzionali.

Radio Strike è un progetto per una radio web libera, aperta ed autogestita che dia voce a chi ne ha meno. La web radio, nel nostro mondo sempre più mediatizzato, diventa uno strumento di grande potenza espressiva, raggiungendo immediatamente chiunque abbia una connessione internet.
Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano attorno ad esso.

radio@radiostrike.info
www.radiostrike.org

renzi-mattarella

L’OPINIONE
Noi, Renzi, Mattarella e un mondo che nessuno vuole cambiare

Nessuno vuole cambiare il mondo. Non lo vuole Obama, non Renzi e nemmeno l’Europa unita o la Cina. E’ per questo che il mondo non cambia. Il mondo rimane una storia di classi egemoni e il maggior successo del neoliberismo è stato quello di farci credere, grazie al credito, che le classi non esistessero più. Poi è arrivata la crisi e qualcuno ha dovuto pagarla. La classe media è scivolata verso la povertà, mentre i poveri diventavano ancora più poveri.

Nessuno vuole cambiare il mondo. Noi vogliamo aderire al mondo. La nostra è una cerniera che promette la rivoluzione e subito richiude i due lembi di paese nella solita conservazione. Lo stesso Renzi è stato scelto per ordinare il nostro mondo, disciplinarlo, ma non di certo per rivoluzionarlo. Il nuovo presidente della Repubblica Mattarella, uscito di scena Napolitano, è la cerniera che mancava all’assetto politico italiano. Mattarella sembra garantire a tutti, per quanto sarà in suo potere, la disciplina e l’abnegazione necessaria a conservare questo stato di cose. Non si spiega diversamente l’adesione trasversale e la fiducia ecumenica. Sarà il garante di una costituzione nobile, ma continuamente tradita e disattesa.

Siamo ostaggio della peggiore classe politica dell’Occidente. Abbiamo un sistema scolastico dove ragazzini di tredici anni, alla fine delle medie, sono chiamati prematuramente a scegliere il proprio indirizzo di studi, spesso con conseguenze disastrose per il loro futuro. Un sistema giudiziario costruito per i potenti che possono permettersi di rallentare la macchina burocratica fino alla prescrizione, diffamare a mezzo stampa ed eventualmente pagarne le conseguenze, mentre i poveri devono solo temerlo. Abbiamo carceri affollate di delinquenti comuni che pagano per i loro misfatti, mentre il reato di concussione e quelli finanziari, che coinvolgono politici e colletti bianchi, godono di leggi a dir poco bonarie. L’elenco sarebbe troppo lungo, per questo Stato ingiusto.

Allora ribadisco che nessuno vuole cambiare il mondo. La lingua falsa, menzognera della politica ne è la continua conferma. Fingono perizia, appaiono preparati, puliti, eleganti. Ma non sono sinceri. Non sono veri. Il loro è un gergo importato, indecifrabile, contraffatto. L’obiettivo è la conquista del potere, non la risoluzione dei problemi italiani. Tuttavia i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Renzi, figlioccio di Berlusconi per scaltrezza e comunicazione, guida un partito democratico da anni privo di idee, incapace di essere alternativo alla destra liberista. Non importano le menzogne a reti unificate, l’ipocrisia dell’informazione telecomandata.

Noi non vogliamo cambiare il mondo. Altrimenti tutto questo sarebbe insopportabile.

Il mondo, a dispetto delle menzogne, rimane una questione di ricchi e poveri, non altro. L’Italia non è un paese per giovani, e direi che non è un paese per poveri.

ACCORDI
Dopo tutto.
Il brano di oggi…

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike…

[per ascoltarlo cliccare sul titolo]

Finley Quaye – Even after all

“Even after all, we love you sow…we love you so and so.”

È ancora la città… ancora la nazione, che rispolvera lotte ormai sepolte negli animi apatici di chi in fondo non vuole fratelli. Rimaniamo ad ascoltare il suono dei frutti che cadono perché non vogliamo raccoglierli… siamo ancora qui sul trespolo a osservare il compimento della Democrazia.

La riflessione nasce dalla suggestione personale relativa alla situazione attuale, sia nazionale – in particolare l’elezione del nuovo presidente della Repubblica – che locale. È un riferimento all’accettazione delle politiche decisionali da parte dell’individuo, che rimane a osservare la realizzazione del proprio potere e, inerme, non riconosce più i propri diritti e non sa più quali sono le scelte migliori per adempiere ai propri doveri.

foto di Paola Marinelli
album - Maverik a strike! -Finley Quaye - accordi - radio strike
l’album Maverik a strike! di Finley Quaye

Selezione e commento di Cristiana Neglia, autrice del programma “Vernice” in onda il sabato dalle 12 alle14, ogni due settimane (attualmente sospeso). Il programma vuole essere una vetrina per la musica underground, prodotta in maniera autonoma e diffusa attraverso mezzi di comunicazione non sempre convenzionali.

Radio Strike è un progetto per una radio web libera, aperta ed autogestita che dia voce a chi ne ha meno. La web radio, nel nostro mondo sempre più mediatizzato, diventa uno strumento di grande potenza espressiva, raggiungendo immediatamente chiunque abbia una connessione internet.
Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano attorno ad esso.

radio@radiostrike.info
www.radiostrike.org

thyssen-manifestazione

La galleria degli errori: per l’Italia mozione di sgomento

Diego Bianchi della trasmissione “Gazebo” di Rai Tre, ha compiuto un piccolo capolavoro con la puntata andata in onda domenica 2 novembre. Una lezione d’informazione. E pensare che è bastato accendere la telecamera sulla manifestazione a Roma, il 29 ottobre, degli operai delle acciaierie di Terni, preoccupati per il loro posto di lavoro e per il futuro delle loro famiglie. Con tanti saluti ai tanti (troppi) salotti televisivi che, ormai, hanno stufato anche Maria vergine.
La telecamera di Bianchi ha filmato un’autentica galleria degli ‘erori’, detto alla romanesca.
Primo erore.
I lavoratori inscenano la loro manifestazione sotto le finestre dell’ambasciata tedesca nella capitale, in via San Martino della Battaglia. Nome che si rivelerà come un triste presagio per quello che è successo poi, purtroppo.
Il luogo è stato scelto perché le acciaierie appartengono alla teutonica ThyssenKrupp.
Finalmente, dopo cori e fischi, le porte dell’ambasciata si aprono e una delegazione di metalmeccanici viene ricevuta.
Il risultato del conciliabolo è un comunicato stilato da un funzionario uber alles, affetto da imperdonabile stipsi del tipo: In data odierna (un bell’incipit burocratico non si nega mai a nessuno) una delegazione di lavoratori delle acciaierie di Terni è stata ricevuta nella sede diplomatica della Repubblica federale tedesca in Italia…
Non ci voleva un mago per capire che un testo del genere avrebbe fatto spazientire anche il Dalai Lama. Se solo si fosse aggiunto, metti, che l’ambasciatore si sarebbe attivato in tutti i modi per rispondere alle preoccupazioni dei lavoratori, non avrebbe richiesto una fornitura straordinaria d’inchiostro. Ma dalla diplomazia nibelunga non è uscita una parola in più.
Così, invece di concludersi lì, la manifestazione decide di proseguire sotto le finestre del ministero delle attività produttive per avere qualche risposta meno offensiva.
Il problema è che nessuno che guida il corteo sa come arrivarci.
E siamo al secondo ‘erore’ fatale.
Le forze di polizia schierate e fino a quel momento in pratica inoperose, perdono il controllo della situazione. Anziché interloquire, per esempio, con il leader Fiom, Maurizio Landini, presente alla manifestazione quasi dall’inizio, per chiedere il tempo necessario per organizzare le cose e poi, chessò, scortare il corteo per le strade fino al ministero, vanno in confusione. Le immagini di Gazebo mostrano un paio di dirigenti di polizia che non sanno più cosa fare e a un certo punto parte l’ordine di “caricare”. Diego Bianchi, a scanso di equivoci, trasmette almeno un paio di volte l’ordine. Si scatena il putiferio e iniziano a picchiare i manganelli, con i risultati finiti su tutti i Tg.
Il volto del dirigente di polizia da cui è partito l’ordine è sembrato l’immagine plastica di un Paese nel quale contano più le conoscenze della conoscenza; nel quale merito e capacità rischiano di trovarsi relegati fra manganelli e scudi, anziché con la trasmittente in mano, sempre rassegnati ad eseguire in silenzio gli ordini surreali dei figli di qualcuno.
La fine dell’esemplare puntata è affidata alle parole di Marco Damilano, giornalista dell’Espresso e ospite fisso della trasmissione di Rai Tre. Dopo avere definito giustamente le riprese “Un documento eccezionale”, ha riportato le dichiarazioni testuali rese alla Camera il giorno dopo, il 30 ottobre, dal ministro dell’Interno, Angelino Alfano, su quanto è avvenuto e cioè il terzo erore clamoroso della vicenda.
Parole che fanno letteralmente a pugni con le immagini andate in onda e viste da chiunque.
Fa pensare se un ministro non riesce nemmeno ad ottenere dalla propria struttura l’esatta ricostruzione dei fatti, smentita platealmente dalle immagini di una semplice telecamera.
Hanno ragione Dose e Presta della trasmissione radiofonica “Il ruggito del coniglio”, quando ironizzano sul fatto che al ministro senza il quid, più che una mozione di sfiducia ne andrebbe mossa una di sgomento.
Ultima considerazione.
Tanto per dirne una, diventa persino comprensibile se il commissario europeo per la Crescita e gli investimenti, Jyrki Katainen, decide di fare il pelo e contropelo alla manovra di stabilità del governo italiano, quando all’estero vedono un ex presidente del Consiglio condannato a far passare il tempo agli anziani in una casa di riposo; un presidente della Repubblica che deve rispondere all’avvocato difensore del capo dei corleonesi sulla trattativa stato-mafia; e quando una semplice e pacifica manifestazione di lavoratori, giustamente preoccupati per il loro futuro, viene gestita con uno stile che farebbe rabbrividire persino l’estensore del Manuale delle giovani marmotte.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi