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PRESTO DI MATTINA
Dimorare nella distanza è l’Avvento

 

Dimorare nella distanza è l’Avvento. Uno spazio intermedio, una terra di mezzo della nostra stessa esistenza, oltre che del tempo liturgico. Uno stare nel mezzo ed insieme un ‘di-stare’; perché l’avvento non è compimento, ma ancora abitare una distanza; il movimento verso una meta, per noi un andare verso il solstizio d’inverno da cui, come da impenetrabile tenebra, sbucherà la luce.

Come la vita così l’Avvento è essere abitati da una promessa. Parola questa di prossimità che sta sotto i nostri occhi; parola rivolta a noi e che ci sta d’innanzi. Intime a noi stessi come sementi nella terra, sono le promesse. Ma è pure una parola di lontananza, ciò che è seme e non ancora frutto: è quel di più promesso verrà andandogli incontro.

Uno stare ad un tempo abbracciati ed insieme disgiunti, uniti nella distanza: questo è dimorare nelle promesse. Come quando si legge un libro, entrando in una pagina, si dimora già, a distanza, in tutte le altre: ogni pagina è promessa, un tempo di avvento, per quelle a venire.

O come quando si ascolta la musica, che ti fa sentire in presenza, in ogni nota, il lontano, l’infinito, l’oltre te, vicinissimo ma come orizzonte inafferrabile, intimo ed insieme sfuggente. O ancora come quando si osserva lo spazio in prospettiva, con uno sguardo: avvicini a te il punto più lontano cui può giungere il tuo occhio, e proprio dentro la tua pupilla dimora la lontananza.

Così è pure lo sguardo di chiunque crede. Gli occhi della fede vedono in prospettiva la distanza e le successive tappe dispiegarsi, per raggiungere la pienezza del suo credere che è la carità. Quel che le è promesso è l’amore.

Sono le promesse che ci fanno alzare il capo. È la fedeltà alla promessa data che ci rende vigilanti circa i segni del suo incessante progredire verso la meta. Essa dice sono qui, sono viva, alzati camminiamo insieme.

Per realizzare le sue promesse anche Dio si alza ogni mattina come ogni mortale. Non si stanca dice Papa Francesco di venirci incontro e per primo percorre la strada che ci separa dalla sua vicinanza, «si alza dal trono della giustizia per sedersi sul trono della misericordia».

La domenica, quando sento suonare all’organo di Santa Francesca la Ciaccona in Fa minore di Johann Caspar Ferdinand Fischer [Qui], di un crescendo incalzante e di un ritmo quasi inarrestabile, irresistibile, anche se la messa è finita non riesco a trattenermi dall’uscire dalla sacrestia e con passo svelto, al ritmo della musica, andare verso le persone ed invitarle a sentire in quelle note cosa significhi essere abitati dalla promessa, dimorando nel tempo della distanza.

In un testo della prima lettera di Pietro è lo stesso crescendo che incontriamo: le parole incalzano come lo scorrere delle note sulla scala musicale della tastiera: «Mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno l’amore» (1, 5-7).

Dimora della distanza è pure quella preghiera che cammina in mezzo, che ‘inter-cede’. La preghiera di intercessione rende presenti, mette sotto gli occhi coloro che sono lontani, distanti. Li incontra nonostante l’assenza, perché, come la promessa, questa preghiera dice: “sono qui, sono viva, alzati camminiamo insieme”.

«L’intercessione – scrive papa Francesco – esprime l’impegno fraterno con gli altri quando in essa siamo capaci di includere la vita degli altri, le loro angosce più sconvolgenti e i loro sogni più belli. Di chi si dedica generosamente a intercedere si può dire con le parole bibliche: “Questi è l’amico dei suoi fratelli, che prega molto per il popolo” (2 Mac 15,14)» (Gaudete et exultate, 154).

L’intercessione è dono dello Spirito, mozione, invito di colui che abita la distanza come casa sua; l’amore che tiene perfettamente uniti quando si è lontani, vicini, nonostante le divisioni.

L’intercessione è un intuito della fede ed un intento di amore. Se dono dello Spirito essa può essere raffigurata dall’unzione che congiunge nella distinzione. Per essa ci si tocca, e lo spirito di uno penetra nell’altro e viceversa; e in questo modo si dimora anche nella lontananza.

L’unzione battesimale e crismale, ma anche quella con l’olio dato agli infermi, attua la comunanza con la grazia di Cristo, con la sua vita e amicizia. Lo stesso avviene tra noi e coloro per cui preghiamo.

Si partecipa così al ministero di grazia dell’Unto del Signore, del suo Servo Gesù, il quale viene anche in questo nostro faticoso avvento «per dare agli afflitti una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto» (Is 61, 3).

Quando andando dai malati pronuncio le parole che accompagnano l’unzione: «Per questa santa unzione e per la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito santo… e ti sollevi», penso sempre che io pure ricevo l’unzione che dono, perché anche le mie mani restano impregnate, compenetrare da quel medicamento fragrante, ma anche dell’umanità dell’altro attraverso il tocco della mano.

E a volte capita che qualcuno, a sua volta, mi segni in fronte la croce con l’olio della passione, come nel giorno del mio battesimo sono stato segnato con il crisma della risurrezione: crisma viene da Cristo. Così pure è di quell’unzione che è la preghiera di intercessione: si è resi partecipi della umanità di coloro per cui si prega.

Pregando per una madre nell’avvento del figlio, in un modo misterioso ma reale pur nella distanza, sono reso partecipe della sua maternità e umana amorevolezza. Ma anche dell’ansia, dell’attesa trepidante, vigilante, della propensione che muove verso la luce e della cura e dedizione materna, incomparabile, quella che manca alla mia umanità.

Se prego per un bambino che ho battezzato sono reso partecipe dell’innocenza sorgiva nascente della sua fede che purifica e rinvigorisce la mia. Quando prego per i malati e anziani sono segnato dalla loro debolezza e sfinimento, ma insieme ricevo la forza con cui lottano insieme al Cristo contro il male; dalla loro umanità tribolata discende il dono di non rassegnarmi al male, riconoscendo nelle loro ferite le stesse trafitture e battiture di Gesù benedetto.

Se prego per i miei confratelli presbiteri e i diaconi o per le mie sorelle oranti, nei primi ritrovo la luce e la bellezza di portare il vangelo insieme, ciascuno a suo modo e nelle sorelle il dono della contemplazione e di quell’intercessione che contempla nel volto di Cristo il volto dei fratelli e delle sorelle.

Lo stesso accade quando si prega per le famiglie, i carcerati, i poveri i migranti, per coloro che lavorano o i senza tetto, non trascurando di portare al Padre nostro le tribolazioni di tutte le genti, i pericoli dei popoli, le solitudini nascoste di tante persone.

Ma non è solo questo. Ho imparato dalle sorelle Carmelitane che la preghiera di intercessione ti fa incontrare, dona anche a te, quella umanità nuova presente e laboriosa in tutti che è l’umanità di Gesù.

Nel cuore di ciascuno infatti lavora invisibilmente la grazia dello Spirito santo per ‘con-sociare’ tutti, nel modo in cui Dio solo conosce, al mistero della Pasqua di Cristo, dono dell’umanità di Dio pro nobis.

Si narra che un fratello fece visita ad un anziano che aveva il dono del discernimento e lo supplicò con queste parole: “Prega per me, padre, perché sono debole”. L’anziano gli rispose: “Uno dei padri una volta ha detto che chi prende l’olio in mano per ungere un malato trae giovamento lui per primo dall’unzione fatta con le sue mani. Così chi prega per un fratello che soffre, prima ancora che questi ne tragga giovamento, lui stesso ha la sua parte di guadagno, a causa del suo intento di amore».

La visione teologica di Gerard Manley Hopkins [Qui], poeta e gesuita inglese vissuto nell’800, può essere accostata a quella di Teilhard de Chardin [Qui]: la sofferenza e la bellezza della natura, ma pure quella dell’esperienza di Dio nel libro di Giobbe e di certi salmi; un dimorare per entrambi nella lontananza, in Irlanda il primo, in Cina e in giro per il mondo l’altro.

Distanze interiori ed anche esteriori: «Sembrare straniero è la mia sorte, la mia vita/ tra stranieri» dimorando tra le messi in cui si può «spigolare il nostro Salvatore», lui per cui «le azzurre, sospese colline sono il suo òmero reggente il mondo».

Nella poesia Il gheppio (The windhover. To Christ our Lord 1877) – interpretata anche da Romano Guardini in: Linguaggi, Poesia Interpretazione (Brescia 2000) – la dedica che fa seguito al titolo, “A Cristo nostro Signore”, indica verso quale direzione sia orientata la sensibilità del poeta.

L’ascesa e il volo del falcus tinnuculus, che tintinna, sembrano raffigurare così due modi di dimorare del Cristo nella distanza: non solo quella simboleggiata nel gheppio, ma pure la successiva, quella dell’arato nel solco.

Dividendo il termine inglese wind hover, si può anche leggere come ‘sorvolare il vento’: una figura della distanza tra il cielo e la terra che attraversa entrambi, il fatto di sorvolare, soleggiare il vento e dunque dimorare al di sopra del cielo e della terra. Quel luogo che il Figlio non considerò come sua proprietà esclusiva, ma che volle condividere, dimorando straniero, lontano dal Padre, agli antipodi sulla terra, perché anche quelli della terra trovassero dimora in quella lontananza di cielo.

«Il mio cuore in segreto balzava per quell’uccello: perfezione, maestria di lui!». È la confessione della fede di Hopkins, che tuttavia non si meraviglia delle successive trasformazioni: quando il gheppio, come in un assalto, con lo slancio e la scivolata d’ala, e come cavalcandolo rintuzza il forte vento che vuole trattenerlo, o come fuoco che discende sulla terra, trasformando così quell’immagine iniziale che abita il cielo in un’altra terrestre: un aratro sprofondato nella terra e dimorando nel solco, nello sfaldarsi di una brace purpurea incastonata nell’oro, intravede in distanza la purpurea e dorata promessa, i papaveri e le spighe della messe futura.

Scrive Guardini: «repentinamente, senza transizione, si potrebbe quasi dire con la fulmineità del volo di un rapace, appare nelle terzine del sonetto il regno contrapposto al cielo: la terra, la zolla, il solco nella zolla» (ivi, 111).

L’aratro lavora in profondità e solcando la terra la sua lama diventa lucente e «la livida brace cade e si spacca», ma anche «spande oro vermiglio». È l’immagine del Cristo sofferente le cui ferite nella lotta si squarciano rosse, ma al tempo stesso sono anche le ferite gloriose del risorto dai morti, che risplendono come “oro vermiglio”, rivelandone la gloria.

Nascosta dentro questa poesia, a me pare, leggersi in dissolvenza l’inno paolino ai Filippesi. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù: «il quale, pur essendo di natura divina,/ non considerò un tesoro geloso/ la sua uguaglianza con Dio;/ ma spogliò se stesso,/ assumendo la condizione di servo/ e divenendo simile agli uomini;/ apparso in forma umana,/ umiliò se stesso/ facendosi obbediente fino alla morte/ e alla morte di croce./ Per questo Dio l’ha esaltato/ e gli ha dato il nome/ che è al di sopra di ogni altro nome» ( 2, 6-9).

Ed ecco il testo poetico di Hopkins:

Il gheppio.
“A Cristo nostro Signore”

lo sorpresi stamane il favorito del mattino, delfino del regno della luce,
il falco, emerso dall’alba iridata, cavalcando l’aria ruotante sotto di lui eguale
e ferma, guadagnare l’alto; oh, come torceva la redine di un’ala vibrante nella sua estasi!
poi via, avanti, in bilico, come il tallone di un pattinatore scivola liscio
sulla pista in curva; slancio e scivolata il forte vento rintuzzavano.
Il mio cuore in segreto balzava per quell’uccello: perfezione, maestria della cosa!
Bruta bellezza e valore e azione, oh, aria, fierezza, piuma
qui si allacciano! E che fuoco il fuoco che erompe allora più pericoloso da te,
contato un bilione di volte più bello, o mio cavaliere!
Non è meraviglia: più splende l’aratro in fondo al solco per la nuda zolla,
e la livida brace, o mio amato, cade, si spacca e spande oro vermiglio. 

(Poesie di Gerard Manley Hopkins, Guanda, Parma 1952, 55-56).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

PER CERTI VERSI
La manna di primavera

Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

LA MANNA

Come é lontano
L’attimo
E vicino
A me appresso
Il tuo infinito
Goccia di sorriso
Saliva
Per la mia
È lava fredda
I vulcani
Li abbiamo spenti
Con la ninna nanna
Il resto che veniva
Era la tua
Oh sì la tua
Manna

LA PRIMAVERA PROMESSA

Qui gela
E disgela
La brina sciolta
Chiacchera
come una mela
A terra viene raccolta
Dalle foglie macerate
Dall’erba ingiallita
Sincera
E spoglia
Tutta la vita
Qui si rappresenta
Mentre scaglie di vento
Bruciano il viso
A piacimento
Le maglie del tempo
Indossate
Lentamente
Vestono la promessa
Della primavera

La fanciulla nel bosco

Il foglio resta bianco per ore. La penna traccia ricami su ricami, ma nessuna parola. La mente è sgombra di pensieri e vuota di idee.
Poi ascolto questa ballata di Steve, e lentamente inizia ad affiorare la traccia di un ricordo. Una vecchia storia, qualcosa sentito da bambino. la cerco nella memoria più remota e polverosa, ed eccola…

Attacca la chitarra e una voce racconta:
Era molto tempo fa, e rari i solchi di passi avventurosi nei terreni incolti.
Le verdi colline erbose di Lethia circondavano il bosco d’aceri e sicomori, proteggendolo dai venti tormentosi del nord, mentre a sud il grande fiume sbarrava il passo a chiunque volesse violarne i segreti.
Una splendida fanciulla di nome Isabelle abitava col padre nell’unica dimora mai costruita in quella valle boscosa. Strana cosa: un uomo e la sua giovane figlia, soli in un bosco sperduto e isolato… perché mai?
Il regno era vasto, e a due giorni di cammino oltre il fiume c’era un villaggio di contadini. Alcuni di loro conoscevano la storia della casa nel bosco di sicomori. Era una storia triste e terribile. Si diceva che anni prima il principe si fosse invaghito della moglie dello stalliere di corte. Lei era bellissima e i suoi lunghi capelli ricci e corvini avevano fatto perdere la testa al vecchio principe, tanto da spingerlo a chiederne le grazie. Ma la donna, devota al marito e in dolce attesa, lo respinse con decisione. Così, offeso nell’orgoglio, il principe si vendicò accusandola di stregoneria.
Lo stalliere e sua moglie dovettero fuggire dal castello, e il principe mise una taglia su entrambi.
I fuggiaschi vissero di stenti per mesi e la moglie dello stalliere morì poco dopo aver dato alla luce una dolce bambina. L’uomo, distrutto dal dolore e rimasto solo con una bimba da sfamare, si gettò nel grande fiume con lei stretta tra le braccia. Lo fece per porre fine alla sua disperazione e per risparmiare alla figlioletta una lenta agonia.
Ma la storia invece non finì.
Padre e figlia furono visti immergersi nelle acque lente e profonde del fiume da un gruppo di viandanti e, prima di esserne completamente inghiottiti, vennero raggiunti e tratti in salvo. Quei viandanti erano zingari erranti nelle terre del regno e, una volta appresa la triste storia dalla voce tremante dello stalliere, decisero di aiutarlo accogliendolo tra loro e prendendosi cura della neonata.
Per dieci anni lo stalliere e la figlia erano rimasti al seguito del clan di zingari. Nel frattempo, la bambina assomigliava sempre più alla madre che non aveva mai potuto conoscere e di cui aveva preso il nome: Isabelle.
E forse fu proprio per questa ragione che il padre decise di abbandonare quella che era diventata la sua seconda famiglia, coloro che avevano salvato lui e Isabelle.
Alla fine aveva confessato il suo timore. Aveva detto loro che se mai il principe e i suoi cavalieri avessero incontrato Isabelle, l’avrebbero senz’altro scambiata per la madre ringiovanita dagli effetti di un sortilegio. L’avrebbero imprigionata, torturata e messa a morte. Perciò doveva portarla in un posto lontano e nascosto, inaccessibile alle guardie a cavallo. E il luogo ideale era il bosco oltre il grande fiume.

Ogni mattina Isabelle esce di casa, attraversa il bosco di sicomori e si ferma sulla riva del grande fiume. Suo padre è morto già da due anni, si era ammalato di nostalgia e il ricordo della moglie adorata l’aveva consumato. Sul letto di morte aveva chiamato Isabelle, le aveva preso le mani e le aveva chiesto perdono. E lei gli aveva baciato la fronte e gli aveva sorriso rassicurandolo col suo amore.
Ma Isabelle non ha dimenticato quel ragazzo bruno, il giovane zingaro con cui passava le giornate di bambina. Non ha dimenticato quella promessa fattale la sera prima dell’addio: “Isabelle, un giorno verrò da te. Attraverserò il fiume e ti porterò via. Il mondo è così grande… più grande del tuo bosco e di questo stesso regno. Se mi aspetterai te lo regalerò tutto, giuro!”
Isabelle vive sola ma non ha paura, ha imparato a nutrirsi dei frutti dolci e polposi che raccoglie nel bosco, e del pesce portato dalla corrente che ha imparato a catturare con le reti.
Ogni mattina Isabelle esce di casa, attraversa il bosco di sicomori e si ferma sulla riva del grande fiume. Ha con sé un fragile anemone blu, promessa e speranza insieme. Lo getta nelle acque lente, sicura che prima o poi un uomo bruno giungerà con un fiore da restituire e una promessa da mantenere.

The Virgin and the Gipsy (Steve Hackett, 1979)

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