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Ferrara: L’Amministrazione Comunale esternalizza le biblioteche e non si confronta con i cittadini

Non è la prima volta, né la seconda, che ospitiamo la protesta di un folto gruppo di cittadine e cittadini ferraresi, impegnati nella difesa e per il potenziamento del servizio pubblico delle biblioteche. Al Comune di Ferrara chiedono una cosa molto semplice e assolutamente legittima: che le proprie proposte vengano dibattute in un pubblico confronto.
L’Assessore alla Cultura Marco Gulinelli ha promesso da mesi un Tavolo Partecipato, ma le sue parole sono rimaste tali. Intanto l’Amministrazione Comunale ha fatto le sue scelte, evitando sistematicamente il confronto con i cittadini. Cittadini elettori che, secondo l’A B C della democrazia, sono portatori di un preciso diritto all’ascolto. Il Sindaco Fabbri e l’Assessore Gulinelli pare l’abbiano dimenticato.
Riveviamo e pubblichiamo il comunicato delle CITTADINE E CITTADINI A DIFESA DELLE BIBLIOTECHE.
 Repetita iuvant,  almeno così ci auguriamo. ( Effe Emme)

Ancora una volta ci tocca apprendere dalla stampa le novità che riguardano il sistema bibliotecario ferrarese. Dal 1° ottobre, dunque, le biblioteche Rodari e Luppi passeranno ad una gestione esternalizzata.

Non che ciò ci sorprenda, visto che da sempre quest’Amministrazione intendeva arrivare a quest’approdo. Quello che continua a essere negativo è che le decisioni vengono prese senza una reale volontà di coinvolgimento della cittadinanza, delle tante persone che, come noi, sono attive da molto tempo per difendere e rilanciare il ruolo delle biblioteche pubbliche nella città. Infatti, al di là di qualche incontro formale, sostanzialmente richiesto sempre da noi, l’Amministrazione comunale ha deciso di procedere senza svolgere un confronto approfondito sulle proposte che da tempo abbiamo avanzato.

Non si tratta solo di vedere riconosciuto un nostro ruolo nelle decisioni di Codesta amministrazione, ma di avere la possibilità di capire quali siano i presupposti alla base delle scelte in questione, perché nei provvedimenti assunti riteniamo esservi poca trasparenza.
Non sono chiare, ad esempio, le modalità di offerta e svolgimento del servizio, gli orari di fruizione dello stesso, che appaiono più una modulazione di quanto esistente prima piuttosto che un reale allungamento degli stessi, il trattamento economico delle lavoratrici che effettueranno la nuova gestione, soprattutto il progetto relativo al futuro del sistema bibliotecario comunale.

Rimane solo la scelta dell’esternalizzazione delle 2 biblioteche che, al di là dell’importante professionalità delle lavoratrici e della cooperativa che le gestiranno, significa, però, un disimpegno e un disinvestimento  dell’Amministrazione nel sistema bibliotecario. Né abbiamo visto nelle dichiarazioni rilasciate alla stampa dagli assessori Gulinelli e Travagli alcun riferimento alla creazione del Tavolo partecipativo sul futuro del sistema bibliotecario, più volte annunciato in passato e che, invece, non è stato costituito, ma che per noi, rimane un punto fondamentale per il rilancio dello stesso e, più in generale, per la promozione culturale in città.

Da parte nostra, continueremo ad insistere sulla necessità che questo Tavolo venga attivato e che lì ci sia la possibilità di un serio e approfondito confronto sulle soluzioni future. Per noi rimane ferma la necessità di un piano di potenziamento dell’offerta bibliotecaria pubblica, che preveda:
– l’apertura di una nuova biblioteca nell’area Sud della città;
– la gestione pubblica del sistema bibliotecario cittadino;
– l’assunzione di un numero congruo di bibliotecari/e comunali;
– la promozione di un modello di gestione delle biblioteche che non si limiti alla sola distribuzione dei libri, di per sé elemento prioritario, ma, sia luogo di incontro con tutti i soggetti interessati alla promozione culturale della città, come tante delle nostre biblioteche sono state in grado di realizzare.

Per affermare questi obiettivi continuerà la nostra iniziativa e mobilitazione.

CITTADINE E CITTADINI A DIFESA DELLE BIBLIOTECHE

OSSERVATORIO POLITICO
Sinistra: intransigente nei principi, innovativa nei metodi, radicale nelle proposte

Tony Judt nel suo appassionato libro diventato il suo testamento, “Guasto è il mondo” (Laterza), scrive: “Per convincere gli altri che qualcosa è giusto o sbagliato ci serve un linguaggio dei fini, non un linguaggio dei mezzi”. E’ un invito alla sinistra del nostro tempo a riattivare l’immaginazione politica e morale ferma da troppo tempo. In Italia questa impresa è inimmaginabile senza un nuovo Pd.
Scrive Robert Musil ne “L’uomo senza qualità” (Mondadori): “Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri (…) Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità”. Le destre stanno vincendo perché il loro estremismo demagogico ha dilagato nella totale assenza di un’alternativa possibile e radicale. E’ un invito a diventare estremisti? No, è fare nostra la definizione di Karl Marx: “Essere radicale, vuol dire prendere le cose alla radice; ma la radice per l’uomo, è l’uomo stesso”. Vasto programma, non c’è dubbio. Ma questo è l’orizzonte ideale in cui dobbiamo attestarci. Primo passaggio è uscire da uno stato di ipnosi ideologica in cui la sinistra italiana ed europea è caduta nel finire asservita alla dittatura del presente. Nei decenni, a cominciare dagli anni Ottanta del secolo scorso, è risultata vincente nel comune sentire la massima della grande conservatrice Margaret Thatcher: “There is no Alternative”. Il dogma dell’assenza di alternative ha dato il via alla crescita degli imprenditori della paura, della sfiducia e ai teorici della necessità inevitabile. E così sono morte la speranza e un’idea nuova di futuro. Quando le menti sono state ben lavorate dalla certezza della fine di ogni utopia possibile si sono fatti avanti una schiera di demagoghi alla testa di movimenti pericolosi per la tenuta delle democrazie del nostro tempo. Questa è la situazione, in estrema sintesi, che spiega l’egemonia culturale di una destra estremista. E, come scrive Massimo Cacciari, l’estremismo dei Salvini rappresenta l’inevitabile prodotto dell’assenza di un riformismo radicale.
Se dovessi indicare il campo in cui lavorare per ricostruire una sinistra liberaldemocratica radicale lo rappresenterei con una immagine che riattivi un rapporto fecondo tra storia, presente e futuro. Al suo meglio, la sinistra è nata nello spazio di tensione e di contraddizione fra l’affermazione dell’uguale cittadinanza e le disuguaglianze reali. Oggi, in un quadro mondiale nuovissimo e complesso, il tema resta il medesimo che si trovarono di fronte i pionieri del socialismo umanistico e libertario: la realtà di feroci e profonde disuguaglianze sociali che rende nullo il valore universale della pari dignità di ogni persona. In fondo stiamo parlando dei primi due commi dell’articolo 3 della nostra lungimirante Costituzione: tutti i cittadini hanno pari dignità sociale. E’ compito delle Istituzioni e della politica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono nei fatti la concretizzazione del primo comma. Concordo con chi ha scritto e detto che questi punti dovrebbero funzionare come stella polare per l’agenda politica della sinistra. Per questa impresa grandiosa il Pd è necessario, ma non sufficiente. Ecco perché è urgente che si rimetta in movimento tutto ciò che nella società civile (associazioni, liste civiche, sindacati, cultura, persone singole) è interessato a costruire una figura nuova di sinistra plurale: intransigente e radicale sui principi fondamentali, aperta e innovativa nei metodi e nelle proposte sociali, intelligente e flessibile nella costruzione delle alleanze necessarie. La missione morale e culturale di una nuova sinistra è incarnare un’idea complessa, colta ed efficace di politica che leghi in un nodo stretto progetto, programma, organizzazione, comunicazione, analisi differenziata, mediazione. Un nuovo volontariato politico a sinistra ci sarà se sarà persuaso di servire una buona causa per cui valga la pena impegnarsi. Per ora mi fermo a questi brevi cenni generali e di cornice. Nei prossimi interventi ci sarà occasione per entrare nel merito sul che fare. Lo scopo di queste note è stimolare una discussione che si proponga di dare gambe e testa ad un nuovo operare politico. I lutti delle disfatte si elaborano con nuove idee e nuove passioni. La coazione a ripetere il negativo – di risse, divisioni e personalismi – si vince guardando avanti.

Ferrara al voto, prove tecniche di democrazia

Democrazia, come tutti ben sappiamo, significa potere del popolo. E ieri sera allo spazio Grisù si è svolto un inedito esperimento che ha coinvolto oltre 100 persone di ogni età e differente condizione sociale che si sono presentate rispondendo a un appello circolato su Facebook nei giorni scorsi dal titolo “La città che vogliamo”: un appuntamento per il quale sul social network in 718 avevano manifestato virtualmente interesse.
Spazio Grisù si trova nell’ex caserma dei pompieri. Alimentare – attraverso l’ascolto e il confronto – il fuoco della politica e spegnere le fiamme che stanno rendendo incandescente il conflitto sociale è l’obiettivo degli autoconvocati. Il numero dei partecipanti alla serata, che si è svolta in “sala macchine” (altra significativa allusione), è importante e indicativo di un bisogno reale, non sopito. Le modalità che hanno orientato la svolgimento dei lavori sono quelle che tipicamente si definiscono espressione della democrazia ‘dal basso’: tavoli tematici attorno ai quali far circolare idee e proposte, senza gerarchie, secondo il principio che ogni testa e ogni parola conta, è preziosa e merita attenzione. A pronunciare la breve introduzione è il giovane avvocato Federico Battistini. “Un ‘cittadino’, serio, onesto, integro” lo definiscono gli organizzatori, una ventina, appartenenti a vari mondi riconducibili principalmente agli ambiti del volontariato e dell’associazionismo. Segue una spiegazione tecnica di Elena Bertelli (che opera nel campo della comunicazione) circa le modalità di lavoro e interlocuzione. E poi si procede con la formazione di tre gruppi di discussione tematica: su educazione, cultura e integrazione; su sanità e servizi al cittadino; e su territorio, ambiente e agricoltura.
Il confronto è fluito serrato ed è stato vivacemente e rispettosamente partecipato. Allo scadere del tempo assegnato ogni circolo, attraverso un proprio portavoce, ha riferito agli altri il senso della discussione e le proposte emerse. Obiettivo implicito, ma non apertamente dichiarato: definire i prodromi di un programma di governo per quel che il manifesto della convocazione definisce “la città che vogliamo”.
Insomma, ci siamo: prove tecniche di democrazia che si sviluppa dal basso attraverso la costruzione di un programma che scaturisce dai bisogni che i cittadini avvertono e che tiene conto dei loro orientamenti e delle soluzioni condivise.
Non è la prima volta in assoluto che qualcosa del genere succede, ma con queste modalità, negli anni recenti, è forse la prima volta per Ferrara; ed è particolarmente significativo che questo accada oggi, in vista di un appuntamento elettorale il cui esito appare quantomai incerto, a fronte della virulenta avanzata del fronte populista che, anche in città, alle ultime consultazioni, ha marcato una forte crescita e ha visto il contemporaneo declino del partito, il Pd, formalmente erede della tradizione di coloro che da sempre hanno governato.
E’ un seme, quello piantato ieri nel cuore del Gad, il quartiere simbolo della frizione civica; forse un germoglio. Lo spirito positivo e propositivo e la voglia di mettersi in gioco non mancano. Qualcuno, certo, oggi sorriderà per questa impresa naïf, ma domani potrebbe cambiare espressione.
Il grande Bernard Russel ci ricorda che “gli innocenti non sapevano che la cosa fosse impossibile, dunque la fecero”.

La pagina Facebook del gruppo “La città che vogliamo”

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IL DOSSIER SETTIMANALE
Il bello e il brutto della città: proposte per riqualificare Ferrara

La città è un prisma fatto di mille tonalità, con riflessi sfolgoranti e impalpabili sfumature. Accanto agli sfavillii c’è pure la bellezza invisibile (quella celata, dimenticata) ma anche il brutto trasparente (che sfugge alla vista perché l’abitudine lo sottrae allo sguardo). Ferrara è bella. Ma la bellezza va curata con costanza e dedizione. Talvolta ci si rende conto che è necessario fare un passo indietro e sforzarsi di guardare con occhi nuovi il nostro quotidiano teatro di vita per scorgere ciò che va fatto per migliorare la scena.

Ferraraitalia ha riservato ampio spazio a proposte, considerazioni, interventi sulla città, sia in termini di prospettiva che di concrete azioni da attuare: riflessioni sull’identità urbana attuale e futura e cose pratiche che si possono fare subito.
Rilanciamo questa settimana nel dossier una selezione dei nostri articoli che già molto interesse hanno suscitato fra i lettori, contribuendo ad animare il confronto e il dibattito sul nostro territorio.

 

Proposte per Ferrara – vedi il sommario

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LA PROPOSTA
Perché Ferrara non ha il turismo che merita: le strutture di accoglienza

di Claudio Fochi

4. SEGUE – Sono stati recentemente pubblicati sulla stampa locale – e negli annuari statistici curati dalla Camera di Commercio con dati forniti da Comuni e Province – dati sconfortanti sull’afflusso turistico nella nostra città, pur registrando cifre un po’ più incoraggianti per ‘incoming’ di turisti stranieri. Anche se prendiamo atto con interesse di queste recenti statistiche più incoraggianti, certamente il mercato turistico non è esente da ‘cahiers des doléances’ provenienti da più tipologie di operatori turistici: ristorazione, alloggio, altri servizi turistici.
Vogliamo però cominciare questo breve panorama sulle cose che non vanno con un elemento positivo che l’amministrazione comunale deve assolutamente cercare di mantenere nei prossimi anni. A differenza di tante altre città a forte vocazione turistica (Roma, Firenze, Siena, Mantova, Venezia) i pullman turistici non pagano per entrare a Ferrara. Non pagano nemmeno per parcheggiare: possono farlo gratuitamente nel parcheggio Ex-Mof, come anche le auto private. Possono accedere per carico/scarico nel pieno centro della città (lato ovest Castello Estense, lato nord Palazzo Diamanti). Tutto ciò va mantenuto.
Tuttavia quando, durante il picco primaverile, decine di pullman carichi di turisti arrivano al parcheggio Ex Mof, cosa trovano? Una spianata di cemento ‘non strutturata’, senza servizi, nemmeno igienici, un edificio diroccato che sta cadendo a pezzi, nonostante contenga un interessante ciclo di affreschi novecenteschi del pittore Cattabriga, semi-devastato.
Cosa sarebbe necessario fare per migliorare l’offerta turistica della nostra città e renderla più eco-compatibile? Semplice. Tanto per cominciare, ristrutturare la zona del parcheggio ex-Mof. Restaurare adeguatamente l’edificio a torre e i suoi affreschi. Posizionare servizi igienici capienti e accoglienti. Istituire qui un punto di informazione e accoglienza turistica con possibilità di vendita di Ferrara MyFe Tourist Card. Implementare un servizio di trasporto conveniente, alimentato da energia eco-sostenibile o eco-compatibile, che colleghi il parcheggio con il centro storico cittadino, frequente, efficiente e, soprattutto, gratuito. Non guasterebbe altresì la realizzazione di una serie di tettoie con pannello solari che contribuisca a una integrazione energetica non inquinante.

Seguono altri aspetti, anche specifici, afferenti all’accoglienza turistica di Ferrara, da migliorare.
Sarebbe necessario migliorare l’offerta di servizi igienici pubblici del centro cittadino, attualmente appena sufficienti. I servizi igienici non sono un optional dell’accoglienza turistica, ma una parte integrante. Il bagno pubblico di Piazzale Kennedy ha orari inadeguati e chiude nei giorni di maggiore afflusso turistico: le domeniche. I servizi igienici all’interno del Parco Massari sono fermi agli anni ’50 del 900, con le “turche” in pessime condizioni igieniche. Molti gruppi, per consuetudine, usufruiscono delle toilette all’interno del cortile del Palazzo dei Diamanti, dove i turisti di sesso maschile ritrovano le spartane e anacronistiche turche, igieniche finché si vuole, ma non gradite al turista del ventunesimo secolo. Gli unici servizi igienici adeguati sono situati nel cortile del Castello Estense, ma seguono gli orari ridotti imposti dall’Amministrazione Provinciale che alle 17.25 chiude i battenti. Bisogna creare bagni pubblici nel pieno centro della città, gratuiti (o non troppo costosi) aperti anche di sera, a orario continuato, con personale comunale appositamente collocato (come nei paesi dell’est, da questo punto di vista più avanzati).
Sarebbe necessario migliorare l’accessibilità per portatori di handicap alle strutture museali e turistiche. Turisti con problemi di deambulazione o sedie a rotelle non possono accedere al Salone dei Mesi del Palazzo Schifanoia. Lo scalone settecentesco risulta insuperabile: non è coadiuvato da ascensore). Sia prima sia dopo il terremoto del maggio 2012, questa anacronistica discriminazione persiste e costituisce una vergogna nel panorama del turismo ferrarese, nonostante sia stata denunciata sulla stampa locale da diversi anni (fra gli altri anche dallo scrivente).
Da migliorare anche la sede espositiva del Palazzo dei Diamanti. Bagni a parte, le sale per mostre temporanee del piano terra – potenzialmente fra le migliori del nord Italia, con le 12 sale senza dislivelli e scalini – vanno integrate, per quanto riguarda le strutture, con adeguati spazi per guardaroba (molte mostre coprono anche il periodo invernale), con adeguato spazio di ristoro che vada oltre alle macchinette per caffè all’aperto sotto i portici e, possibilmente, una sala ricerca e approfondimento postazioni a uso dell’utenza, come per esempio alla National Gallery di Londra.
Visto che ho citato Palazzo dei Diamanti, ne approfitto anche per segnalare la pericolosità del semaforo che regola l’attraversamento di Corso Ercole I° d’Este nel crocevia rossettiano. Il verde è regolato male. Gruppi, anche numerosi, di turisti che attraversano Corso Biagio Rossetti vengono bloccati a metà strada da un rosso che scatta troppo presto e non permette un regolare attraversamento, soprattutto a persone anziane, che comunque tendono a restare nel gruppo, che quasi sempre continua a completare l’attraversamento anche col rosso. Prima o poi ci scappa l’incidente grave. Solo in quel momento le autorità competenti provvederanno a una regolazione adeguata alle necessità turistiche. È così difficile regolare i semafori nel crocevia di attraversamento principale del Palazzo dei Diamanti, spesso soggetto a flusso di pedoni notevole, e aumentare di alcuni secondi il verde?

Sarebbe necessario consentire ai pullman turistici di poter transitare almeno lungo tutto il primo tratto di Corso Ercole I° d’Este dalla Porta degli Angeli a Corso Biagio Rossetti, come avveniva alcuni anni fa. Probabilmente per proteste di qualche privilegiato (e influente) residente del tratto in questione, tale opportunità è stata poi negata. Non si può da una parte auspicare il potenziamento del turismo a Ferrara e dall’altra negare irragionevolmente l’accesso a pullman turistici in zone rilevanti e perfettamente percorribili. Al di là di privatistici interessi di alcuni fortunati residenti di quella che è da considerarsi come la spina dorsale dell’addizione Erculea, credo sarebbe opportuno consentire il transito di pullman turistici (ripristinandolo) da Viale Orlando Furioso a Corso Ercole I° d’Este fino al Palazzo dei Diamanti. Dopotutto non siamo né a Firenze (400 pullman al giorno) né a Roma. Si tratta di un flusso tollerabile, che ha un gestibilissimo incremento fra metà aprile e metà maggio. Si aggiunga che la maggior parte dei gruppi turistici sono composti da persone relativamente anziane che non necessariamente sono in grado di visitare a piedi tutto Corso Ercole I° d’Este (1 km e mezzo andata, 1 km e mezzo ritorno dal Castello).

Sarebbe opportuno far traslocare gli uffici dell’Amministrazione Provinciale dall’ultimo livello del Castello Estense e utilizzare le strutture logistiche così liberate per creare nuovi spazi museali, da allestire con nuovi e più accattivanti metodologie museali a forte impatto tecnologico, come per esempio la sezione didattica allestita al piano terra, lato est, del Museo Archeologico Nazionale di Spina. In sintesi: rendere fruibili gli spazi degli uffici della Provincia, che va decentrata come è stato fatto con la Prefettura alcuni anni or sono, e permettere inoltre a turisti e cittadini di percorrere gli spazi della cosiddetta Via Coperta, che collega il Castello Estense con gli spazi degli uffici comunali in Corso Martiri della Libertà. Si creerebbe così un corridoio turistico che potrebbe consentire il passaggio nella zona degli antichi Camerini di Alabastro che danno su Piazza Savonarola verso lo Stanzino delle Duchesse, gioiello decorativo Cinquecentesco difficilmente accessibile a cittadini e turisti poiché letteralmente circondato dagli spazi degli uffici comunali.
Gioverebbe anche rendere maggiormente fruibile la Sala dell’Arengo e gli affreschi Novecenteschi di Achille Funi che illustrano il Mito di Ferrara, oggi spesso utilizzati dall’Amministrazione Comunale per riunioni e conferenze che potrebbero essere svolti altrove: rendere l’importante ciclo di affreschi novecenteschi e Novecentisti totalmente fruibile anche i pomeriggi, i sabati e le domeniche – giorni di maggior afflusso turistico – senza vincolarne l’accesso agli orari degli uffici comunali.

Sarebbe necessario migliorare l’arredo urbano della nostra già bella città rendendola più attraente, come per esempio i centri urbani del Trentino (Merano o Bressanone) o quelli anglosassoni. Panchine, flower beds, cesti con elementi vegetali appesi, fontane monumentali (non come i ridicoli zampilli d’acqua in Piazzetta S. Anna), come negli Alcazar delle città andaluse (Siviglia, Granada). Ferrara, città che ha un indissolubile connubio con l’acqua, merita e necessita di più fontane che possano costituire punti di aggregazione, di sosta e di rinfresco dalla calura estiva. Parlando di sosta e rinfresco: bisognerebbe migliorare la fruibilità dei parchi cittadini, potenziarne l’illuminazione con nuovi criteri estetici di illuminotecnica, come per esempio a Salerno, rendendoli maggiormente fruibili anche di sera nei mesi primaverili ed estivi con un corollario di adeguate iniziative culturali e di intrattenimento.

Infine, ci sarebbe bisogno di un miglioramento della segnaletica turistica e museale, che includa anche la segnalazione del nostro mini quartiere razionalista nei pressi del cinema Boldini, come è stato fatto più adeguatamente a Forlì. Sarebbe, inoltre, opportuno installare più capillarmente totem informativi (con QR code o altre piattaforme digitali) con applicazioni gestibili da smart phone in corrispondenza di tutte le principali emergenze architettoniche e museali cittadine.
In conclusione, è necessario trasformare la città di Ferrara, turisticamente parlando, in una meta fortemente accessibile e a basso costo. La strategia di promozione turistica si deve interfacciare con un’oculata, ma coraggiosa, politica tariffaria dei trasporti, che sia vincente, come è avvenuto a Friburgo (Germania) e in altre città del nord Europa. Implementare un sistema interno di trasporti eco-sostenibili (integrato con trasporti regionali e interregionali) e capillare, che colleghi la stazione ferroviaria, le stazioni delle corriere e i maggiori parcheggi urbani scambiatori (Piazzale Kennedy, zona ovest FFSS, ex Mof) con il centro cittadino. La mobilità eco-sostenibile (che deve includere ampie possibilità di noleggio bici, veicoli elettrici o a basso impatto ambientale) può risultare attraente e vincente solo se abbinata ad una politica tariffaria coraggiosa che spinga gli utenti a rinunciare al mezzo privato e privilegiare il trasporto pubblico.

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L’OPINIONE
Elogio dell’incuria

Caro direttore, non so se scrivo in qualità di collaboratore o lettore, fa lo stesso.
Ho seguito con attenzione le proposte di Ferraraitalia per migliorare Ferrara, ne hai parlato tu, lo hanno fatto Stefania Andreotti e, per ultimo, Giovanni Scardovi. Mi aggiungo alla lista. Conosci bene il mio girovagare per la città. A tal proposito lasciami dire che quello che amo di Ferrara ha a che fare con i segni del tempo sul suo corpo. In questo senso, Ferrara mostra una parte di sé che altre città hanno perso. Il corpo di Ferrara ha il suo salotto buono, il suo volto. Poi ci sono luoghi come il giardino delle duchesse, lo sterrato fra l’abside della chiesa di San Paolo e la torre dei Leuti, su cui ci ha portato a riflettere Stefania. Oppure le mura, Sant’Antonio in Polesine, i vecchi archi della chiesa di Sant’Andrea su cui sorge la scuola media Dante Alighieri.
Ci sono luoghi fatti di terra cotta, malta e poesia. Io amo la loro forza evocativa. La loro capacità di testimoniare il nostro rapporto col tempo. Da questo punto di vista Ferrara, per la sua storia, è unica. In certi luoghi l’uomo dovrebbe limitarsi a conservarli bene, in altri dovrebbe osare coraggiosamente. Ma troppo volte ciò ha significato svuotare e imbalsamare i centri storici, renderli sterili giostre e finti parchi artistici oppure snaturarli e distruggerli.
In certe strade di Ferrara mi torna alla mente Fortini: “Penso con qualche gioia / che un giorno, e non importa / se non ci sarò io, basterà che una rondine / si posi un attimo lì perché tutto nel vuoto precipiti / irreparabilmente, quella volando via.”

Credo dovremmo imparare a limitare la nostra invadenza e a esercitare lo sguardo: le case, le strade, i selciati, gli alberi, stanno lì a testimoniare, basterebbe saperli osservare. Io amo la città dei calzolai, degli artigiani, dei piccoli librai, anche se hanno la saracinesca imbrattata e sporca. Amo via Saraceno e il suo asfalto, le facciate consunte, i fossi: significa che su quella strada, ogni giorno, passa la vita. È la parte di Ferrara che non ha l’assillo di apparire. Quella vera, autentica. E vorrei i bambini, che tornassero a giocare a pallone per strada, ieri ce n’erano due in San Romano, usavano, quale porta, l’ingresso di una chiesetta.
Il mio forse è un elogio dell’incuria. Non vorrei che questi angoli, da luoghi unici, divenissero spazi edulcorati simili a tanti altri.
Piuttosto aprirei la città agli studenti, cercherei di trattenere le tante persone di valore che dopo la laurea scelgono altre città. Ferrara ha bisogno di uscire dal suo dolce isolamento. Di trattenere designer, architetti, poeti, scultori, giornalisti, fotografi. Occorrerebbe fornire loro degli studi a prezzi agevolati. Ferrara deve diventare una vera città della cultura, ossia di apertura, ma agli eventi culturali troppo di rado vedo coinvolti i giovani, gli studenti.

Allora, difendiamo la città dagli uomini. Distinguiamo il degrado dalla magia dei luoghi. Quindi, difendo l’incuria, anche l’abbandono, quando testimonia la vita contro il suo simulacro.

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L’OPINIONE
Il recupero urbano a Ferrara. Pastore: “Priorità a chiese e mobilità”

di Michele Pastore*

I temi di dibattito sulla nostra città si possono dividere in due gruppi: problemi che attendono una soluzione urgente, perchè evidenti nella loro oggettività e gravità, ed altri che possono essere valutati e sviluppati partendo da “provocazioni” frutto di elaborazioni intellettuali del lavoro culturale. Parto da questi ultimi perchè di recente dibattuti.
Salvatore Settis sostiene che le città si distruggono quando perdono la memoria di sé. Io concordo, ma mi permetto di aggiungere che per memoria intendo “tutta la memoria”. Non solo quella riconducibile ad una particolare epoca storica. Le città, e così Ferrara, sono l’insieme della stratificazione della vita degli uomini che si manifesta con oggetti che diventano “segni urbani”: segni materiali e segni immateriali presenti nella immaginazione di ciascuno di noi. Dobbiamo sforzarci di pensare che tutti i segni urbani esigono un’estensione del concetto di conservazione, passando dalla semplice congelazione di un pezzo di città alla proposizione del passato urbano come necessario di “protezione allargata”. In questi termini si pongono le recenti raccomandazioni Unesco per le città; e noi facciamo parte del patrimonio Unesco. Forse dobbiamo tentare di “trasmettere” la nostra città ad un futuro nel quale la sua immagine è il derivato delle trasformazioni operate dalla vita dei suoi abitanti, anche con le loro possibili contraddizioni. Mi riferisco ad una iniziativa di Ferraraitalia che ha posto al dibattito quattro temi ritenuti di attualità per la città: la demolizione dei grattacieli, la riapertura del canale Panfilio, la sistemazione del giardino delle duchesse, l’ampliamento della Ztl su Corso Martiri. I primi due temi, al di là della simpatica provocazione, difficilmente possono essere affrontati in una fase economica caratterizzata da poche risorse: in una fase cioè di “vacche magre” nella quale è necessario individuare ed operare sulle priorità.
Mi soffermo quindi soprattutto sul tema dei grattacieli che dal punto di vista intellettuale è certamente il più vivace. A parere mio però questo non si configura come un’emergenza urbanistica per la città. Perchè voler distruggere un segno urbano consolidato, marginale al centro storico, che da materiale è diventato immateriale nella memoria e nella riconoscibilità per i viaggiatori che transitano o che arrivano a Ferrara? E’ viceversa certamente un’emergenza sociale che va affrontata come dovrebbero esserlo tutte le criticità delle periferie urbane. Le demoliamo tutte o piuttosto operiamo con soluzioni sociali ed interventi di “rammendo urbano” come propone di fare Renzo Piano? Io sono convinto della giustezza di questa proposta che è certamente meno eclatante ma anche più praticabile seppur sempre delicata.
La riapertura del canale Panfilio invece presenta oneri e problemi che la nostra comunità oggi non sarebbe in grado di affrontare e pertanto non mi ci soffermo.
L’ampliamento della Ztl, battaglia di cui mi sento partecipe, andrebbe visto in un quadro coerente con i piani della mobilità e della viabilità per evitare di aggravare le cose con un intervento che se isolato diventa eccessivamente radicale.
La riapertura del giardino delle duchesse è certamente un tema rilevante che mira a riaprire e a rendere fruibili i “segreti nascosti” di Ferrara. Ma Ferrara ha anche la memoria corta: anni fa fu bandito un concorso sulle “piazze” tra queste vi era anche il giardino delle duchesse. Che fine hanno fatto i progetti? Forse sono scomparsi perché è stata premiata l’accademia e non la realizzabilità.

Ora in poche righe vi accenno, auspicando di poterne riparlare, a casi che necessitano di soluzioni urgenti a seguito dei danni del terremoto di due anni fa, salvo perdere pezzi enormi di patrimonio culturale della nostra città. Si tratta in genere di chiese e tra queste, perchè ho avuto occasione di occuparmene di recente come Ferrariae Decus, vorrei porre il caso della Chiesa di San Domenico. Questa imponente chiesa, un austero edificio barocco degli inizi del ‘700 (costruita su un preesistente edificio del XIII secolo), ha visto peggiorare il suo disfacimento, iniziato fin dalla metà del 2000, con il terremoto del 2012. All’interno vi sono opere fondamentali per il patrimonio culturale della città in totale abbandono e degrado: il grande coro ligneo dell’abside a 38 stalli datato 1384, la Cappella Canani, attuale sacrestia (una delle absidi della chiesa trecentesca preesistente), che contiene il monumento funebre di Giovan Battista Canani ed è completamente rivestita da armadi e decorazioni lignee settecentesche. Cerchiamo di non perdere questo patrimonio.
Su questi temi si deve mobilitare la città perchè sono delle vere priorità oggettive.

* L’architetto Michele Pastore è presidente di Ferrariae Decus

Foto di © Bighi Oreste

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L’APPUNTAMENTO
Ferrara contro Ferrara, ‘giuria popolare’ per le proposte di rilancio della città estense

Una scheda di presentazione per ciascun caso ‘in dibattimento’, poi brevi requisitorie con testimoni d’accusa e di difesa e infine il ‘voto popolare’. Lunedì 19 alle 17 in biblioteca Ariostea, Ferraraitalia inaugura il proprio ciclo di incontri dal titolo “Chiavi di lettura”, il cui obiettivo è porre a confronto opinioni diverse per favorire la conoscenza dei fatti e la formazione di autonomi punti di vista.
Nel primo appuntamento, in sala Agnelli si discuterà delle “controverse proposte per il rilancio della città estense”. Con tono lieve e sul filo del divertimento si cercheranno di dire cose serie sula nostra città. Il ragionamento non potrà ovviamente spaziare a tutto tondo su linee di sviluppo economiche e culturali, ma sarà circoscritto ad alcuni ambiti urbani e alla possibilità di una loro trasformazione.
I nuclei tematici in discussione riguardano l’area pedonale del centro, il Giardino delle duchesse, il canale Panfilio, il grattacielo e l’area della stazione. Al riguardo la discussione in città è sempre aperta e animata. Non a caso è stato scelto come titolo dell’iniziativa “Ferrara vs Ferrara”. Il confronto sarà accompagnato da brevi letture e proiezioni di video e immagini storiche e attuali.
Si tratta di una prima occasione di ampliamento di un dibattito che è già iniziato nei mesi scorsi sulle pagine web del nostro giornale. Sarà seguito da specifici approfondimenti con esperti e portatori di interesse.

Intanto ecco il primo round: ‘avvocati’ e ‘giudici’ sono attesi lunedì in biblioteca…

Queste le riflessioni e le proposte già avanzate da Ferraraitalia

  1. Pensare in grande: riscopriamo il canale Panfilio per cambiare faccia al centro storico
  2. Rilanciamo la città: via delle Volte, strada delle botteghe e delle tipicità locali
  3. Sculture, arredi floreali e caffetteria per il Giardino delle duchesse
  4. Un disegno unitario per rivitalizzare piazza Castello e piazza Repubblica
  5. Il giardino dei Finzi Contini: Italia Nostra vivifica il sogno di Paolo Ravenna e Dani Karavan
  6. Un nuovo volto per piazza Cortevecchia e nuove ‘vasche’ in città
  7. Strapaesana
  8. Da mercatone a mercatini, ieri e oggi tutto un altro volto
apprendimento

La ‘Buona Scuola’ e lo sciopero delle parole

Lo confesso: a volte, organizzo scioperi all’interno della classe. Lo so che sarebbe meglio non farlo ma, al presentarsi di certe condizioni, credo sia proprio necessario. Infatti, durante la conversazione che precede la scrittura di un testo, mi accorgo che diversi bambini ripetono spesso le parole “bello“, “buono“, “bravo” per descrivere un oggetto, una persona, una situazione, mentre io vorrei che si sforzassero nella ricerca di sinonimi più precisi.
Così, dopo averli ascoltati, improvvisamente mi alzo in piedi e, con tono deciso, annuncio che:
“È proclamato uno sciopero delle seguenti parole: bello, buono, bravo e dei loro rispettivi femminili.
Le condizioni di lavoro a cui sono sottoposte queste tre parole non sono più sostenibili.
È in atto infatti un grave sfruttamento di questi vocaboli che potrebbe portare inevitabilmente ad una omologazione dei testi e ad un appiattimento semantico.
Lottiamo tutti insieme per la ricerca delle parole giuste.“
Ormai i bambini mi conoscono e capiscono che, quando scherzo, lo faccio seriamente; per cui il messaggio gli arriva e ne tengono conto nei loro testi scritti.
Purtroppo non riesco a far così con i politici di professione: pensate che ne esistono di quelli che abusano dell’aggettivo “Buona” per definire “Buona Scuola” il loro strano miscuglio di proposte.
Riassumo brevemente i contenuti della “Buona Scuola” dal punto di vista di un “sindacalista delle parole“:
– la (quasi certa) condanna da parte della Corte di giustizia europea ad assumere docenti precari è propagandata come la più grande assunzione di massa;
– la competizione fra le scuole e l’introduzione degli “scatti di competenza” al personale esaspereranno i conflitti nella scuola senza migliorare la didattica;
– il far pagare ai privati (soprattutto alle famiglie) i costi della scuola pubblica servirà a recuperare soldi pubblici per finanziare le scuole private;
– le parole: inglese, informatica, impresa, che erano le tre parole-chiave del ministro Letizia Moratti (del governo Berlusconi), sono le stesse del ministro Giannini (del governo Renzi);
– nonostante si alluda all’importanza dell’inglese, della musica, dell’educazione motoria, un bambino o una bambina, alla fine dei cinque anni della scuola primaria, avrà effettuato meno ore di queste discipline rispetto a quelle che attualmente sono previste;
– “Fondata sul Lavoro“, che è il titolo di un capitolo della “Buona Scuola” di Matteo Renzi, ha un soggetto sottinteso, al fine di confondere e lasciar intendere che la scuola debba essere subordinata alla formazione di lavoratori e non, prima di tutto, all’istruzione ed alla formazione di cittadini.
Insomma io penso che, per rendere più chiara la definizione della “Buona Scuola”, ci sarebbe bisogno di sostituire quel “Buona” oppure di aggiungere qualche altro vocabolo per spiegarla meglio.

Dopo aver letto e studiato attentamente la proposta di Matteo Renzi ed averci riflettuto, ho deciso di fare le mie proposte. Sono indeciso fra queste tre:
“Buondì Scuola” (per una scuola sponsorizzata e ricoperta di glassa);
“Buona Suola” (per una scuola deteriore e collocata al giusto livello);
“Affondata sul Lavoro” (per una scuola precaria e dipendente dagli imprenditori).

Dopo aver letto le proposte di Confindustria per la scuola ed aver verificato le moltissime analogie con la proposte di Renzi, l’ultima mi sembra essere quella più precisa.

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