Tag: putin

Guerra in Ucraina: niente di nuovo sul fronte occidentale?

Dopo 4 mesi di guerra, alcuni fatti oggettivi emergono:

La Russia sta conquistando, seppure con fatica, tutto il Donbass.

Le armi all’Ucraina non riescono a fermare l’avanzata dei russi.

Le sanzioni colpiscono i cittadini russi, la reazione russa anche tutti noi, ma non Putin (il rublo è sempre più forte).

Più la guerra procede, più aumentano distruzioni e morti (200-300 soldati ucraini al giorno, 26mila civili fino ad oggi e 38mila soldati russi, secondo fonti inglesi).

Cresce l’ inflazione (che durerà) e la de-dollarizzazione, cioè un Nuovo Sistema Monetario Internazionale che indebolirà il dollaro in un mondo che da global diventa bi-polare (prevalentemente).  Si profila una lotta in cui le conseguenze sono, sia per russi che per occidentali, un crescente impoverimento e una “gara” a chi cederà prima per arrivare a una pace.

La guerra porta a una recessione globale molto pericolosa per i fallimenti a cui potrebbe portare. Il debito (privato+pubblico) è salito dal 200% del 1999 al 350% del Pil mondiale e alcuni analisti (tra cui Nouriel Roubini, che spesso ci prende) prevedono un crollo di tutte le ricchezze reali e finanziarie e un’esplosione delle bolle (immobiliari, criptovalute, azioni e obbligazioni) anche del 50%.

Alle ultime elezioni amministrative italiane ha votato solo il 28% dei cittadini a basso reddito (63% di quelli a medio, 79% ad alto reddito): dal voto ideologico passiamo a quello economico.

Più la guerra avanza più si riducono le risorse della UE per il periodo fino al 2027, che servivano per rilanciare il welfare, l’occupazione e la “transizione ecologica”.

Il Governo italiano, per contenere le bollette stratosferiche, ha già speso 30 miliardi (metà del budget di Scuola e Università), inclusi i 200 euro che arrivano con le pensioni e stipendi dal 2 luglio, ma se l’inflazione sarà -come si stima- del 10% gli italiani perderanno nel 2022, in termini di potere d’acquisto, circa 88 miliardi (2.900 euro medi per famiglia).

Chissà quando arriverà la “pace”. Alcuni dicono mesi, altri anni, ma prima o poi un dopoguerra dovrà esserci. Dalla durata della guerra dipenderà il livello di impoverimento mondiale a cui andremo incontro. In estate il caldo e le vacanze faranno percepire la guerra più lontana, ma in autunno gli effetti andranno crescendo anche da noi. Al di là della benzina e di tutto il resto, a ottobre arriveranno le nuove bollette del gas. Dal 1° luglio Arera ha comunicato che non ci saranno aumenti per il trimestre luglio-settembre, in quanto saranno sterilizzati con 3 miliardi di altro debito pubblico, ma la stangata rischia di arrivare in ottobre-dicembre quando i consumi decollano. L’incremento dipenderà dal prezzo del gas alla borsa di Amsterdam perché a quello sono agganciate le bollette dei clienti del mercato cosiddetto “tutelato” (12 milioni nell’elettricità  – erano 24 milioni nel 2011;  7,675 milioni nel gas  – erano 17 milioni nel 2011). Gli aumenti ci saranno anche per chi ha contratti nel “libero” mercato. In questi giorni il prezzo del gas è 1,46 euro per metro cubo (era 0,80 in febbraio). In ottobre sapremo se sarà possibile mettere un “tetto” (pare di 0,90) al prezzo del gas russo, ma è molto improbabile che la Russia accetti e poiché il prezzo alla borsa di Amsterdam è legato al mercato (che per definizione è speculativo) in presenza di riduzione del gas russo, il prezzo internazionale potrebbe anche salire. A quel punto non rimane che fare ulteriore debito pubblico per evitare ulteriori aumenti.

Il Governo dopo aver tassato del 25% gli extraprofitti, ha chiesto un aiutino del 10% alle Utility e importatori (Snam,…) che ci stanno guadagnando tra il prezzo che hanno pagato all’import e quello che applicano ai clienti e pagheranno il 10% su questa differenza. Il 90% è invece un extraprofitto che si tengono loro (circa 40 miliardi). A parte qualche utility che ci sta perdendo (come le poche che hanno fatto contratti a prezzi fissi lo scorso autunno per un anno), per tutte le altre è un periodo d’oro.

Chi ha un contratto a “libero mercato” ha avuto un incremento dei prezzi di gas e luce molto forte negli ultimi 9 mesi (come molti sanno). Il prossimo trimestre gli aumenti, come detto, sono sterilizzati dal Governo ma le bollette rimangono alte (anche se non crescono); servono solo 3 miliardi perché i consumi in estate sono bassi. Cosa succederà invece in ottobre-dicembre? Si spera in un tetto al gas europeo o in una nuova sterilizzazione (ma siamo già a 30 miliardi di debito), ma anche con questa le bollette rimarranno altissime rispetto agli inverni passati. Per avere un’idea basta considerare come varieranno i prezzi di quei pochi fortunati (circa il 10% di famiglie) che avevano fatto un contratto annuale a prezzo fisso e non hanno avuto fino ad oggi alcun aumento. Le utility hanno mandato le lettere dei nuovi contratti unilaterali del gas (non puoi farci nulla, salvo disdettare e trovare un’altra utility che più o meno fa un prezzo simile). Così chi consuma 480 metri cubi all’anno passerà dal 1° ottobre da 230 euro a 750 euro, chi ne consuma 700 mc. da 300 a 1.050, e la “famiglia tipo” che consuma 1400 mc. da 500 a 2.000 euro, infine chi consuma 2mila mc. da 680 a 2.700. Un artigiano che consuma 5mila mc. pagherà 6.700 euro anziché 1.500. Per ora gli aiuti di Stato si limitano fino a consumi di 5mila m.cubi/anno. Più o meno idem per la luce.

Come si può capire, si tratta di un impoverimento significativo se si considera che anche il resto dei consumi sarà in forte aumento. Se la guerra procede le stime dell’inflazione variano dal 10% al 13% nei prossimi 2 anni. Significa una riduzione del potere d’acquisto in 2 anni del 25%, che si avvicina a quanto hanno subito i Greci nella crisi del 2008 (perdendo dal 25% al 35% del potere d’acquisto e per le pensioni dal 30% al 50%). Se poi ci sarà il razionamento del gas, saranno le famiglie a subirlo per prime (si stima mancherà il 20% del gas), in quanto quando vengono colpite le imprese si determina anche un calo dell’occupazione.

A confronto con gli ucraini queste sono piccolezze, se si pensa che già oggi metà degli abitanti delle zone in guerra hanno perso casa e lavoro e la devastazione del territorio e l’inquinamento in corso sono enormi; inoltre alcune decine di milioni di africani, insieme all’inflazione altissima, forse non avranno proprio il cibo. Le sanzioni colpiscono anche i cittadini russi che però sono abituati da decenni alle ristrettezze, mentre la Banca centrale russa e lo Stato hanno, paradossalmente, proprio da quando sono in atto le sanzioni, più risorse di prima. Le aziende russe che riducono la produzione hanno l’ordine di non licenziare e offrire alternative di lavoro in altre imprese o in agricoltura. Ciò rassicura la popolazione delle grandi città, che sono le uniche che Putin teme. E poiché le sanzioni occidentali sono percepite dall’83% dei russi come ingiuste, esse rafforzano l’adesione a Putin che si è liberato con la forza di ogni opposizione. L’idea che Putin sia defenestrato da un golpe interno o da una opposizione (messa a tacere) è quindi molto azzardata.

L’Europa con una mano dà le armi all’Ucraina e con l’altra paga Putin. E’ il paradosso di una Europa che ha acquistato 30 miliardi di gas e altri 30 di petrolio dalla Russia nei primi 100 giorni di guerra, molto più del periodo precedente per via degli alti prezzi innescati dall’invasione. Inoltre la Russia vende sempre più petrolio a Cina e India in quanto il greggio russo Ural costa (con lo sconto ai due paesi amici) 40 dollari al barile in meno di quello degli arabi (anziché i 10 di norma) e già oggi (l’embargo sul petrolio russo scatterà il 1° marzo 2023) Cina e India hanno completamente sostituito gli acquisti europei. Ora si pensa di vietare l’import dell’oro dalla Russia (che ha il più grande giacimento al mondo) e si vieta alla Svizzera di commerciarlo, ma per Cina e Russia avere più oro significa anche avere un “collaterale” che rafforza le proprie monete e se non c’è la Svizzera, ci sarà sempre un Dubai che le commercializza nel mondo.

Inutile, in un mondo diventato bi-polare le sanzioni contano pochissimo. L’Europa compra il costoso gas liquefatto dagli Usa anche perché la Cina ora lo compra dalla Russia e la costruzione in corso dei gasdotti Power Siberia sposterà il gas russo dall’Europa alla Cina. L’effetto di lungo periodo per noi europei sarà un gas ad un prezzo maggiore, una minore dipendenza dalla Russia ma maggiore dagli Usa e da altri Stati dispotici. La Russia invece dipenderà dalla Cina.

Ciò spiega la rivalutazione del rublo (+30% sul dollaro rispetto al pre-guerra), dopo che si era svalutato moltissimo nelle prime settimane dell’invasione. Gli analisti finanziari pensavano nelle prime settimane dell’invasione che la Russia avrebbe pagato un conto salatissimo ma, ora pensano che ciò non solo non sia più vero, ma che il conto salato lo potrebbero pagare gli Europei. Così si va indebolendo l’euro sul dollaro svalutatosi del 10% negli ultimi mesi (e anche sul rublo):le sanzioni funzionano”, come ha detto Draghi sembra, pertanto, più un desiderio che la realtà.

Procede il progetto di fare dello yuan una moneta internazionale alternativa al dollaro sostenuta, oltreché dalla Cina, da Russia e dai Brics (Brasile, India e SudAfrica). Il progetto si basa sugli scambi crescenti tra questi paesi e di Cina e Russia verso Nigeria, Senegal, Sudan, Costa d’Avorio, Togo, alcuni paesi Arabi e soprattutto India e Turchia, le quali (come avevamo già indicato in un precedente post) raffinano il greggio russo e lo esportano poi verso i paesi europei aggirando le sanzioni (la Turchia fa parte della Nato…).

Ciò spiega perché gli Stati Uniti siano preoccupati del dinamismo cinese, che si traduce nel prestare soldi ai vari paesi a medio reddito in giro per il mondo (africani, ora il Pakistan,…), sapendo che esso è uno strumento eccezionale di strategia geopolitica per portare questi paesi nella sfera d’influenza cinese. Usa ed Europa rispondono così alla Cina con una propria strategia da 600 miliardi verso i paesi poveri (speriamo che la “concorrenza” faccia bene).

C’è chi pensa che da metà luglio con le nuove armi occidentali l’Ucraina possa riconquistare il Donbass. Il timore è che il prolungarsi del conflitto mandi in tilt più l’Occidente che la Russia. L’Occidente ha cittadini meno avvezzi a sopportare pesanti disagi, e questi cittadini votano. Negli Stati Uniti l’inflazione ha superato il 9% e un grave incidente alla produzione del gas liquefatto ha ridotto del 17% l’estrazione. Cresce così la preoccupazione che l’inflazione potrebbe alzarsi in piedi ben oltre il 10%, nonostante il rialzo dei tassi di interesse della Fed Usa che potrebbe avviare una recessione prima delle elezioni di novembre di mid term. La cosa terrorizza Biden che ha un consenso ai minimi termini e fatica a defiscalizzare la benzina perché fa perdere preziose entrate per le infrastrutture già avviate. Queste “grane” hanno messo in allarme Biden e potrebbero portare ad una “svolta”, in cui, insieme al formale sostegno di sempre all’Ucraina, si adotti un approccio più morbido e si giunga così ad un negoziato in autunno. Certo che se ci fosse un’ Europa tutto sarebbe più semplice, ma purtroppo non c’è nessuna Europa.

La Finlandia dice addio alla neutralità che poteva fare scuola

 

Sembra cosa fatta, Svezia e Finlandia sono già dentro la Nato, effetto boomerang per la Russia. Non ci saranno avamposti occidentali ai confini della linea rossa meridionale ma altri 1.340 km di confine al Nord si armeranno.

Una possibilità di cui avevo già scritto e che porterebbe alla militarizzazione del Baltico in difesa dell’avamposto russo di Kaliningrad e che, in fondo, darebbe ragione alle paure di accerchiamento di Putin nonché alle convinzioni dei pacifisti più puri, ovvero che alla guerra e alle provocazioni sappiamo rispondere solo con più guerra e altrettante provocazioni.

A confermare l’attitudine alla belligeranza degli anglosassoni, è di questi giorni un trattato che impegna la Gran Bretagna ad intervenire, nel caso di attacchi preventivi della Russia, a difesa di Svezia e Finlandia nel periodo di vacanza necessario al disbrigo delle pratiche per l’accettazione della candidatura (tempi mai certi, potrebbero volerci anche anni). Un impegno più politico che militare, ma intanto si tiene alta la tensione e si definisce l’impossibilità di un dialogo o il mantenimento di una neutralità invocata spesso a modello e che sta miseramente volgendo alla sua fine.

I fatti atroci dell’Ucraina dovrebbero segnare una svolta nella storia dei rapporti con l’Oriente e mentre una parte dell’opinione pubblica europea avrebbe pure voglia di imparare qualcosa, un’altra parte, Stati Uniti e Gran Bretagna, soffia sul fuoco e lo ravviva facendo leva sui sentimenti di parte dell’Europa dell’Est. Del resto il peso di Usa e GB è preponderante, sono quelli che la Nato l’hanno effettivamente creata e la dirigono, coprendo i ruoli chiavi del comando militare.

In ogni caso, che la Finlandia e la Svezia entrino davvero a far parte dell’alleanza atlantica non è scontato come viene fatto sembrare dai titoli, e questo è dovuto al fatto che nonostante tutto esistono delle regole che la stessa organizzazione si è data. Una di queste, fondamentale, dice che può diventare membro della Nato “qualsiasi altro Stato europeo in condizione di soddisfare i principi di questo trattato e di contribuire alla sicurezza dell’area nord-atlantica”.

Ed è ovvio che l’ingresso in particolare della Finlandia non contribuirebbe alla sicurezza europea, anzi. A ben guardare ne complicherebbe l’esistenza sancendo un ulteriore allontanamento dalla Russia, un paese che è bene ricordare basa la sua economia su una grande ricchezza di materie prime e non semplicemente sul potere della moneta, concetti che dovremmo imparare ad affrontare, validi anche per altri paesi come la Cina. Materie prime di cui abbiamo bisogno e che potrebbero essere il tramite per un dialogo molto più aperto di quello a cui la contrapposizione militare ci costringe oggi.

Sempre dal sito della Nato si legge che la sicurezza nella nostra vita quotidiana è fondamentale per il nostro benessere. Scopo della Nato è garantire la libertà e la sicurezza dei Paesi membri attraverso mezzi politici e militari. POLITICA – La Nato promuove i valori democratici e consente ai membri di consultarsi e collaborare in materia di difesa e sicurezza per risolvere i problemi, creare fiducia e, nel lungo termine, prevenire i conflittiMILITARE – La Nato si impegna a risolvere pacificamente le controversie. In caso di fallimento degli sforzi diplomatici, ha il potere militare di intraprendere operazioni di gestione delle crisi. Tali operazioni devono essere condotte in base alla clausola di difesa collettiva presente nel trattato fondativo della Nato – Articolo 5 del Trattato di Washington o dietro mandato delle Nazioni Unite, da soli o in collaborazione con altre organizzazioni internazionali.

 Insomma alla base degli sforzi della Nato ci sarebbero i valori democratici, la volontà di prevenire i conflitti e di risolvere le controversie. Solo in ultimo difendersi se attaccati e dopo aver esperito tutti i tentativi rivolti a mantenere la pace. Esattamente ciò che non è stato fatto in Ucraina dove si sono tenuti accesi i fuochi del conflitto dal 2014 o, andando ancora più indietro, dai primi anni ’90 del passato secolo. Si sono portate basi militari e armamenti nei Paesi liberati dal giogo sovietico che si sono trasformati in rampe di lancio per i missili puntati verso Mosca. Si è alzata la posta ben sapendo a cosa questo avrebbe portato (sono note le dichiarazioni di Clinton e dello stesso Biden in merito) e si è scelto di tenere alta la tensione invece di provare a includere un paese costretto a risorgere in un processo di integrazione europeo, quanto meno in un avvicinamento strategico.

La caduta del muro doveva segnare la fine della Guerra Fredda e di conseguenza anche la fine dell’Alleanza Atlantica, arma di difesa contro l’Unione Sovietica. Invece la Nato si è reinventata un dopo e gli interventi nei Balcani ne hanno fatto una forza d’attacco contro tutti i nemici della democrazia (occidentale) fino al disastro dell’Afghanistan. Il dopo ha visto l’ingresso, in un’alleanza militare che doveva aver perso la sua ragione d’esistere, di Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia nel 2004, e poi di Albania e Croazia, che hanno aderito ad aprile 2009. Il Montenegro è diventato membro dell’Alleanza nel giugno 2017. La Repubblica della Macedonia del Nord è entrata a far parte della Nato nel marzo 2020. Attualmente la Nato conta 30 paesi e la Bosnia ed Erzegovina partecipano al Piano d’azione per l’adesione (Map) che è un programma Nato di consulenza, assistenza e supporto pratico adattato alle esigenze individuali dei paesi che desiderano aderire all’Alleanza. Lo stesso programma che dovrebbero seguire i nuovi candidati dell’Europa del Nord.

Per l’ingresso dovranno comunque votare tutti i partecipanti, un esito non scontato sulla carta ma che, vista l’influenza di Stati Uniti e Gran Bretagna (che hanno già deciso), potrebbe invece esserlo. Ci sarà da vedere cosa ne pensa davvero la Francia, che è l’unico paese europeo ad avere qualche peso strategico, oppure se la Germania riuscirà a far valere la sua forza industriale e i suoi interessi commerciali che guardano ad Est. Ci sono poi gli interessi energetici dell’Ungheria che è sempre più contraria ad un embargo totale di gas e petrolio verso la Russia e le riluttanze della Turchia che accusa i paesi nordici di essere troppo teneri con i terroristi del Pkk.

Nella sezione del sito Nato “Allargamento e articolo 10” c’è scritto: Il processo di allargamento in corso della Nato non rappresenta una minaccia per nessun paese. È volto a promuovere la stabilità e la cooperazione, a costruire un’Europa intera e libera, unita nella pace, nella democrazia e nei valori comuni.

Il ghiaccio scotta, lucida follia, la guerra è pace. La fantasia di Orwell oppure la realtà dei giganti che ci governano?

Sventurata è la Terra che ha bisogno di eroi (altrui)

 

Dopo la tredicesima stazione della Via Crucis con la croce portata insieme, nel silenzio, da Irina e Albina, due infermiere amiche, una ucraina, una russa (quale fosse ucraina e quale russa non aveva e non ha la minima importanza); dopo questa spoglia e muta rappresentazione di cosa è il calvario dei nostri giorni, un ossimoro pensando all’impossibilità, resa possibile da Papa Bergoglio, di celebrare la Passione in modo muto e spoglio dentro una cornice urlante e gladiatoria (il Colosseo), dentro una Chiesa magniloquente e corrotta; dopo questo, non sarebbe decoroso scrivere di guerra.

Dopo questo, tutto il chiacchiericcio inane sulla guerra combattuta dai divani suonerebbe irritante, oltraggioso; blasfemo, aggettivo che fatico a pronunciare a causa della mia difficoltà nel riconoscere la religione, ma che per Papa Francesco mi lascio sfuggire dalle labbra senza pudore. Anche perché lui ha fatto un gesto spudorato: un gesto di pace, e la pace non esiste, esiste solo una tregua, come scriveva Primo Levi. Eppure, allo stesso tempo, in questi giorni è impossibile sfuggire alla terribile fascinazione della guerra, così come lo era sfuggire alla temibile fascinazione della pandemia. La cifra comune di queste due onnivore narrazioni è sicuramente la paura. Ormai la narrazione del mondo è un romanzo distopico scritto a più mani, alcune sapienti, altre penose.

Ho paura per la sofferenza del mondo, che nella mia mente non è un concetto astratto, ma molto concreto: il posto in cui vivo io e vivranno i miei discendenti. Ho paura che la situazione bellica sfugga di mano, che per errore o disperazione omicida si inneschi una situazione che comprometta il futuro delle prossime generazioni. Ho paura che l’incertezza di questo tempo si trasformi nella certezza di sofferenze e di sacrifici. Ho paura di lasciare un luogo peggiore di quello in cui sono nato, un luogo devastato, saccheggiato, avvelenato. Una natura ostile, resa tossica e vendicativa dalle nostre scelleratezze.

Un miracolo della creazione trasformato in un pessimo posto in cui vivere, talmente rovinato da non sapere più dove scappare. Ho paura dell’avverarsi della profezia di Albert Einstein, che la quarta guerra mondiale l’avremmo combattuta con le clave. All’ombra di questi fantasmi si nasconde la orribile sensazione di avere fallito come individuo che pretenderebbe di avere una coscienza sociale, oltre al livido sospetto di stare fallendo come specie umana.

Un’ altra grande paura è quella di essere chiamato ad eseguire degli ordini manifestamente criminosi. Non li eseguirei mai, di questo sono sicuro. Sarei però terrorizzato (e lo sono già) dal clima nel quale sarebbe piombato il mio spicchio di mondo per istigarmi a questo, e avrei certamente timore delle conseguenze della mia renitenza. Penso molto in questi giorni agli uomini ucraini e russi che nel loro paese sono accusati di tradimento perché si rifiutano di combattere, perché scappano o disertano. Mi riconosco nei loro sentimenti e nelle loro scelte. Questi uomini non hanno più paura di morire di quanta ne abbiano di uccidere. Ogni essere umano non accecato dal fanatismo dovrebbe seriamente fermarsi a riflettere su questa scelta.

Quando sento parlare di “eroica resistenza degli ucraini” da parte di qualche scribacchino o politico nostrano che pensa di essere in un gioco di ruolo, penso che Brecht avesse ragione: sventurata è la terra che ha bisogno di eroi. Quando poi ha bisogno di importarli, gli eroi, la tragedia si screzia con le sfumature della farsa.

Quando sento dire “sono loro che ce lo chiedono“, mi viene in mente una citazione dal fulminante “Estensione del dominio della lotta” di Michel Houellebecq: “su un muro della stazione Sèvres-Babylone ho visto uno strano graffito: Dio ha voluto ineguaglianze, non ingiustizie, c’era scritto. Mi sono chiesto chi potesse essere quella persona così bene informata sulle intenzioni di Dio“.

Ecco, io mi chiedo chi possa essere quella persona così bene informata sulle intenzioni di ogni ucraino. Combattere con le armi non è obbligatorio. Uccidere in guerra non è obbligatorio. Certo, può essere disposto da uno stato di legge marziale, ma la paura delle conseguenze non ci toglie il libero arbitrio.

Pensate se ogni chiamato in guerra in nome della Patria, sia dalla parte dell’aggressore sia dalla parte dell’aggredito, si rifiutasse di farla. Pensate se non ci fossero dita disposte a premere un grilletto, a spingere un bottone, a pilotare un aereo che deve sganciare una bomba sulla popolazione. Purtroppo la responsabilità di una tirannide, di una dittatura sanguinaria, di un’aggressione bellica non è solo del tiranno, ma di tutti coloro che eseguono i suoi ordini. E in nome di cosa? Di una nuova religione: la Nazione, la Patria. Proprio la religione laica in nome della quale Putin manda i suoi giovani a uccidere e morire in un paese fratello.

Ancora una volta: la mia nazione e la mia patria non sono un’astrazione. Sono le mie radici, i miei affetti, i miei legami, i miei interessi e le mie passioni. Io non muoio per loro, io vivo per loro. Se qualcuno li vuole spazzare via con la violenza, la mia opzione sarà sempre di portarli al sicuro da qualche parte, dove possano rimanere vitali o rinascere, magari in altre condizioni. Non sarà mai di mettermi a sparare, che significa ammazzare gente abbastanza “colpevole” da meritare la morte per mano mia, ammesso che io fossi mai capace di infliggerla.

In questa allucinata contabilità dei morti di guerra, sia i sostenitori dell’eroismo altrui sia i cosiddetti (con spregio) pacifisti tendono a ragionare per grandi numeri: io invece mi domando come si faccia a parlare, dalla poltrona di casa, di mille persone morte in più o in meno, quando ogni persona morta è la distruzione di una storia, di una memoria, di una famiglia, di una madre, di un padre, di un fratello, di un amico, di un amante, di un futuro.
Che cos’è la Patria se non questo? Che cos’è una Nazione se non questo insieme di storie irripetibili, uniche, preziose, fragili? E come facciamo a non comprendere che chi ammazza per un’ idea di nazione sta ammazzando tutto ciò di cui è fatta una nazione?

Non venitemi a parlare di resistenza dalle vostre poltrone. La Resistenza è un fenomeno storicamente determinato, legato alle vicende dell’invasione nazifascista dell’Italia. “Ora e sempre resistenza” è un motto che mi provoca irritazione. La resistenza, in termini psicologici, è un atteggiamento deleterio. Non è resistendo alle cose che ci accadono che usciamo da un problema, ma assumendole come un dato di realtà, e riposizionandoci rispetto ad esse. Riposizionarsi può essere su un’altura, come hanno fatto i partigiani, o in un altro paese, come fanno gli esuli. Se l’altura non è raggiungibile, meglio la fuga che farsi ammazzare.
Avreste preferito che Luis Sepulveda morisse in carcere? Il suo popolo e l’umanità sarebbero stati meglio con lui morto cinquant’anni fa? Io no. Quindi non venitemi a parlare di resistenza dalle vostre poltrone. Andate a combattere, o tacete.

Infine. Non venitemi a dire che “per negoziare bisogna essere in due”. Se c’è una cosa che conosco, in tutte queste di cui ho parlato  – le altre non le conosco: le immagino o le percepisco, come tutti voi – è la trattativa. E’ diventato il mio mestiere. In un negoziato c’è sempre una parte più forte e una più debole. Se bastasse questo, non ci sarebbe mai alcuna trattativa. Una trattativa si fa concedendo qualcosa anche al bastardo (perché è un bastardo, solo che noi lo sapevamo, altri ci hanno fatto un sacco di affari) che se l’è presa con la forza.
Nel caso specifico potrebbe essere uno status di neutralità del paese, una autonomia amministrativa e linguistica di alcuni territori. Per caso qualcuno ha ricevuto un mandato dalla Nato o dal presidente ucraino per negoziare su queste basi? Se lo conoscete, presentatemelo. Diciamo piuttosto che per trattare bisogna che ci sia almeno uno che lo vuole realmente fare.

Io continuerò a fare un tifo sconfortato per Papa Bergoglio, purtroppo l’unico soggetto politico con la lucidità e l’autorità morale per orientare le sorti di questa guerra – no, forse solo per mostrarla nella sua nuda follia. Infatti improvvisamente sembra che il Vaticano non sia nemmeno più all’interno del territorio italiano, e lui sembra parlarci da una distanza lontanissima, altissima, siderale. Ed è solo.

L’Europa si prepara alla guerra …
per affrontare il mondo dopo la guerra

 

A poco più di una settimana di guerra si potrebbe provare a tracciare un primo bilancio di quanto sta succedendo. Per farlo è necessario distinguere il piano tattico-militare da quello geopolitico perché gli andamenti sono parecchio diversi.

Sul piano tattico-militare  la Russia non sta andando male, anzi ha conquistato diversi obiettivi molto importanti e anche simbolici, come la diga che ha fatto saltare nei pressi di Kherson, costruita dagli Ucraini dopo l’annessione della Crimea con l’intento di assetarne gli abitanti. Scopo poco nobile dal punto di vista umanitario ma efficace dal punto di vista militare.

Ha conquistato poi l’Isola dei Serpenti per avere un controllo delle foci del Dnepr e per contrastare eventuali operazioni Nato nel Mar Nero. Sta procedendo alla conquista della linea di questo fiume che divide in due l’Ucraina e che vede la parte orientale storicamente più russofona, su questa linea ci sono importanti centrali nucleari come Zaporižžja dove ci sono sei reattori che generano 40-42 miliardi di kWh di elettricità, cioè parliamo della più grande centrale nucleare dell’Ucraina. Controllo quindi di acqua e elettricità con attenzione alla logistica.

In questo contesto è stata presa Kherson che, come spiega l’esperto militare Jack Watling del Royal United Services Institute, occupa una posizione strategica sul fiume Dnepr: “Quando i russi inizieranno a catturare le città chiave lungo il Dnepr, saranno in grado di impedire che i rifornimenti si spostino da ovest a est per rifornire le unità militari ucraine che stanno combattendo nelle aree operative delle forze congiunte intorno al Donbass. Cominceranno così a strangolare la logistica per gli ucraini”.

Anche la capitale Kiev è circondata e probabilmente sopravvive grazie al fatto che non vengono per ora utilizzate bombardamenti a tappeto. Quei bombardamenti che furono effettuati in Serbia vent’anni, fa oppure quelli visti in Libia o che vediamo ancora in Siria, che lasciano le città completamente sventrate e centinaia se non migliaia di morti sul terreno. In questi casi non vengono diffusi dati sulla distruzione di scuole, chiese e ospedali. Ci provò Julian Assange con gli esiti che conosciamo.

Da un punto di vista geopolitico la situazione è diversa.
Putin sta nettamente perdendo la sua guerra, talmente tanto che gli Stati Uniti stanno scomparendo dalla scena proprio perché gli europei stanno operando benissimo da soli nell’evidenziare tutte le atrocità russe e contrapponendole agli eroismi individuali e di gruppo degli ucraini. Si sta riuscendo persino a far passare come gesto umanitario la divulgazione di istruzioni per fabbricare molotov e l’insegnamento dell’uso delle armi a vecchiette e bambini, magari anche se operati da gruppi neonazisti.

Quindi gli USA non hanno più bisogno di infierire, a Biden che chiamava “killer” Putin si è sostituito Di Maio che lo ha definito un “animale”. Tutta l’Europa sta condannando senza remore l’invasione russa sostituendo l’iniziale ritrosia lanciando pacchetti di sanzioni economiche senza precedenti, una sacrosanta gara nell’ospitare i profughi ucraini, diffondendo fino al parossismo l’eroismo del suo presidente che è rimasto sul campo e continua ad incitare alla guerra i suoi, l’Europa e la Nato. Ad oggi il russo ritorna ad essere da una parte “mangiatore di bambini” con il corollario di stupri, bambini uccisi, civili indifesi bombardati e dall’altra titolare di un’armata sgangherata fatta di carri armati russi senza benzina e bambini-soldato mandati allo sbaraglio.

Nel mentre nel mondo vengono banditi libri e scrittori russi anche del passato, viene negata la partecipazione alle gare sportive non solo agli atleti normodotati ma anche a quelli che partecipano alle paraolimpiadi. Insomma il russo è una minaccia e quindi va isolato, tutti i russi senza distinzioni. Cosa potrebbe dire o fare ancora e di più Biden? Meglio lasciar fare e aspettare il dopo per intervenire nel riassetto post guerra o post “operazione speciale” come la chiama Putin.

Perché poi gli americani dovranno per forza intervenire perché è in atto un salto geopolitico importante, sotto certi aspetti impensabile solo pochi mesi fa, davvero senza precedenti. Quindi adesso osservano, specificano che non entreranno nel conflitto “armato” in nessun modo, e si ritirano ad osservare le mosse degli alleati.

La Germania, che aveva iniziato sconfessando gli Usa sull’eventuale chiusura del gasdotto Nord Stream 2, adesso ne ha determinato il definitivo blocco accettandone le gravi conseguenze economiche e, dopo aver approvato l’invio di armi ai combattenti, ha rotto gli indugi annunciando che porterà le sue spese militari a 100 miliardi nei prossimi anni. Pensate per un paragone che la Russia di miliardi ne spende “solo” 60 all’anno.

Anche il ministro Guerini ha detto di voler arrivare a 38 miliardi dai 25 attuali che già avevano scandalizzato i pacifisti. Ovviamente tutti gli indici azionari dei produttori di armi sono schizzati alle stelle e ringraziano, del resto dalle guerre ci si guadagna sempre.

Quindi la prima conseguenza di rilievo negli assetti europei è un riarmo generalizzato dopo l’accettazione della teoria che al fuoco si risponde con il fuoco e alle provocazioni con altrettante provocazioni. Nessuno aveva valutato possibile semplicemente dichiarare o aiutare a dichiarare la neutralità dell’Ucraina, cioè qualcosa tipo la Svizzera per esagerare o la Finlandia e la Svezia per rimanere più sul concreto.

Ma sarebbe logico chiedersi come la Francia reagirà a questo nuovo futuro con una Germania che si lascia dietro un settantennio di ritrosia nel riarmarsi? Certo spingendo per un esercito europeo che la vedesse magari ai posti di comando, un esercito di pace … ovviamente. E gli USA accetteranno una Germania o un’Europa indipendente dal punto di vista militare? Vedremo, per ora ci riarmiamo “grazie” ai russi e dopo aver elargito miliardi alle case farmaceutiche cominciamo a finanziare le aziende e le lobby delle armi.
Per fortuna almeno noi italiani siamo nelle mani del governo dei migliori e uno stratega provato e coerente come il nostro ministro degli esteri ci assicura scelte almeno a livello di quelle operate dal suo collega ministro della sanità durante la (sembra) passata pandemia.

No War!

Dal 30 luglio 2020 al 30 luglio 2021 il nostro Pianeta ha vissuto quasi 100.000 situazioni di conflitto, tra sommosse, scontri armati, proteste, violenze contro civili, attentati. Per l’Italia, l’ACLED ha registrato 184 scontri totali, ma nessuna vittima. Ben diversa la situazione in altri Paesi, come il Myanmar, dove oltre 3.200 situazioni di conflitto hanno causato quasi 3.500 morti dopo il colpo di stato della giunta militare, o il Messico, dove la violenza è di casa e nell’ultimo anno ha causato oltre 8.000 morti” (Fonte: Focus Storia Qui).

La situazione in Ucraina è molto difficile se non drammatica, la guerra è alle porte, anzi è iniziata, e la popolazione spaventata e pronta alla difesa armata. Il discorso di lunedì sera di Putin era prevedibile visto che aveva già definito l’Ucraina “Colonia dell’Occidente” e affermato che in realtà i suoi governi sono solo governi-fantoccio. Con quel discorso il presidente russo ha riconosciuto le regioni separatiste di Dontesk e Lugansk, che sono aree cuscinetto tra Ucraina e Russia.

In passato Putin aveva già inviato soldati nel Donbass in “missione di peacekeeping” e impresso una inevitabile accelerata all’escalation della crisi ucraina. Nel Donbass il conflitto fra ucraini e filorussi è aperto senza sconti (sono già morti due soldati di Kiev).

I mercati azionari sono crollati, mentre l’Occidente spera di indurre la Russia a maggior cautela, giocando la carta delle sanzioni. Intanto l’Ucraina è pronta alla “resistenza”, i carrarmati russi si stanno spostando per circondarla e la NATO sta inviando le sue truppe nelle basi militari dei paesi confinanti.

La crisi tra Russia e Ucraina non è scoppiata all’improvviso, ma è il risultato di un contrasto che dura da otto anni, da quando nel 2014, dopo la Rivoluzione di Euromaidan, culminata con la cacciata dell’allora presidente Janukovyč, Mosca ha invaso la penisola di Crimea e sostenuto i movimenti separatisti nella regione del Donbass, in Ucraina orientale.

Un clichè già visto, una escalation di soprusi e violenza già visto, la guerra con tutto il suo orrore già vista. Eppure siamo ancora lì, tutti attoniti di fronte a un conflitto armato che sembra inevitabile quanto incomprensibile, che sembra decisa all’ultimo momento in maniera verticistica e, di fatto, non voluta da nessuno. Sicuramente non voluta dalla gente di quei territori che non riesce nemmeno più a dormire di notte.

Sta aumentando in maniera esponenziale la vendita di psicofarmaci, che aiutano a riposare, a non cadere vittima di disturbi nervosi, che diminuiscono drasticamente la possibilità di sopravvivenza in quelle terre di nessuno, dove i potenti della terra giocano con i loro arsenali mortali.

Nella Seconda Guerra Mondiale sono morti in Russia 8.000.000 di militari e 17.000.000 di civili, per un totale di 25.000.000 di persone. È morto quasi il 15% della popolazione totale, che era di 168.500.000 individui (Fonte: Wikipedia Qui).

Sono cifre esorbitanti che fanno pensare alla atrocità della morte per scontri armati, al fatto che la guerra non risparmia nessuno, che la deprivazione e la paura che da essa si genera riguarda tutti e che il numero di civili morti è sempre altissimo. Bambini dilaniati dalle bombe, la cui sepoltura nella terra non potrà dar pace a nessuno. Né a chi quella guerra l’ha voluta, né a chi l’ha solo subita.

La spesa militare mondiale è raddoppiata dal 2000 ed è in aumento in quasi tutti i paesi del mondo, ci si sta avvicinando ai duemila miliardi di dollari l’anno. I governi si sentono obbligati ad aumentare le proprie spese militari perché altri governi, percepiti come avversari, aumentano le loro.

Questo “tenersi testa” causa una continua corsa agli armamenti, con un costo immenso. Nello scenario peggiore, è un percorso che porta a conflitti devastanti.
Nello scenario migliore, è un colossale spreco di risorse.

Secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), l’istituto che stila la classifica di tutti i paesi in base agli investimenti fatti nel campo della Difesa, nel 2020 la spesa militare nel mondo è aumentata del 2,6%, arrivando a 1.981 miliardi di dollari. In Italia la spesa per le armi ha superato i 25 miliardi di euro l’anno.

Faccio fatica a farmi un’idea di quanti siano tutti quei soldi, se non provando a paragonarli a qualcosa di simile e mi viene in mente Microsoft. La “capitalizzazione di mercato” di Microsoft è vicina al traguardo di 2.000 miliardi di dollari, mentre Amazon è sulla buona strada per diventare tra un anno la prossima azienda a raggiungere l’obiettivo dei duemila miliardi di dollari di capitalizzazione.

Secondo L’International Institute for Sustainable Development (IISD), che è un premiato think-tank indipendente che lavora per creare un mondo in cui le persone e il pianeta prosperino, con 12,5 miliardi di dollari l’anno (un terzo di quello che si spende ogni anno per le armi), sparirebbe il problema della fame nel mondo.

La corsa agli armamenti fa paura, il nostro pianeta è pieno all’inverosimile di armi fatte apposta per uccidere. Quando le armi per uccidere sono così tante, qualcuno sicuramente le userà. La nostra povera terra è popolata da mostri di metallo, che noi chiamiamo comunemente “carri-armati”, pronti ad invadere territori etichettati come nemici e a distruggere tutto quello che trovano sul loro cammino: vegetazione, animali, acqua e aria, persone e futuro di tutti.

L’unica strategia possibile per uscire da tutto ciò è lo stop della corsa agli armamenti, è un accordo fra tutti i potenti per diminuire la produzione e l’uso delle armi, a favore di coltivazioni, allevamenti e relazioni sostenibili, a favore dell’uso verde e pacifico di tutte le risorse, compresi i cervelli umani che usati bene possono fare tanto bene e, usati mali possono fare tanto male.

Credo che a questo proposito non si possa che citare Don Milani e la sua disputa con i cappellani militari. Si può riassumere il suo pensiero riportando una delle sue frasi più celebri:

Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.”
(Tratto dalla Lettera ai cappellani militari – L’obbedienza non è più una virtù)

Se i potenti della terra vogliono continuare a produrre armi, devono anche trovare il modo di venderle, e per trovare il modo di vendere così tante armi tutti i mezzi possibili devono essere legittimati.

Le armi servono per la difesa? La difesa che uccide è una difesa che verrà uccisa. Se spari l’unica cosa che ti puoi aspettare è che qualcuno sparerà a te. Se offendi qualcuno lui ti offenderà, se abbandoni una persona l’avrai persa per sempre … la catena deve essere spezzata, e per fare questo bisogna partire dai comportamenti quotidiani, dalla capacità che abbiamo tutti di essere altruisti e comprensivi oppure egoisti e indifferenti.

Ogni giorno della nostra vita è così, ogni momento della nostra vita è così. In tutto questo c’entra l’educazione alla pace e al rispetto, un senso di comunità allargata e tollerante come strada primaria verso la crescita, come tramite per il confronto.

Per continuare a vendere armi bisogna trovare il modo di fare la guerra (guerre piccole tra ragazzini, guerre grandi tra generazioni, guerre enormi tra Stati), altrimenti non si riescono a mantenere gli standard di produzione e vendita attuali.

Mi chiedo quanta consapevolezza ci sia sul fatto che, fino a quando si continuerà a produrre armi, si continuerà a fare la guerra, si troverà sempre il modo di innescarne di nuove, sempre più aggressive e pericolose per intere popolazioni se non per l’intero pianeta.

Attualmente la Russia è il paese con la maggiore dotazione di carri-armati militari: 15.398. Questo si spiega col fatto che la Russia, uno dei più grandi paesi al mondo, ha oltre 12.000 miglia di confine da proteggere, tutto su terra.

La forza MBT del paese è attualmente in stato di guerra, i T-90 avanzati, i T-54, i T-64 e i T-72 sono in servizio. Il nuovo MBT della Armata Universal Combat Platform ha una torretta di cannoni telecomandata. (Qui). Con questa dotazione, la Russia ha enormi potenzialità di invasione via terra.

Con vicini come il Messico e il Canada, gli Stati Uniti non sono preoccupati della minaccia di una possibile invasione di terra. Non è utile e nemmeno pratico, per un Paese come gli USA, mantenere una MBT grande come quella della Russia, mentre è più strategico allargare e continuare a potenziale la forza aerea.

Ciò non significa che gli USA non siano ben equipaggiati con veicoli militari, gestiscono infatti ancora migliaia di carri armati in tutto il mondo. Con 8.850 mezzi a disposizione, gli Stati Uniti hanno un terzo della MBT del mondo. Il paese è dotato del pauroso M1-Abrams e di molte sue varianti. Il carro armato più recente è l’M1A3-Abrams, che può rivaleggiare con l’ MBT più avanzata al mondo, quella della Corea del Sud, nota per i suoi K2-Black-Panther.

Solo pensando ai Black Panther mi vien da piangere e credo ci siano tutti i motivi per essere da una parte molto preoccupati e dall’altra consapevoli di quanto sia necessaria una inversione di rotta e una strategia di disarmo, che possa salvare il mondo.

Bielorussia, la fine dell’umanità alle porte di casa nostra

 

La foto in copertina (Foto di Dire.it – https://www.dire.it/) mostra tutto l’essenziale. Povere persone, famiglie, in fuga da paesi distrutti da guerre, coperte con mezzi di fortuna, inermi, affamate e semiassiderate (qualche giorno fa un bambino di un anno è morto di freddo). Il confine è quello tra Bielorussia e Polonia. A fronteggiarli, la guardia di frontiera polacca in assetto di guerra, come dovesse contrastare l’invasione di un esercito nemico.

La Bielorussia accoglie i migranti in fuga dal Medioriente (siriani e iracheni di etnia curda, soprattutto), offrendo loro visti turistici per farli atterrare nel paese – ma con la “promessa” di farli arrivare in Germania –  attraverso pacchetti della compagnia aerea di bandiera. Poi li addossa al confine con la Polonia, che non li vuole e progetta la costruzione di un muro. Nel frattempo le persone – attualmente alcune migliaia – che non riescono ad attraversare di nascosto il confine restano al freddo, soffrono e muoiono. Il dittatore bielorusso Lukashenko accusa l’UE di non avere un cuore perchè rifiuta di accogliere i migranti, che secondo lui vogliono approdare in Germania. La Germania tratta con lui, mentre l’Unione Europea accusa la Bielorussia di usare i migranti come strumenti di ricatto contro l’Europa che ha proclamato “sanzioni” contro il regime di Lukashenko. La Polonia vieta a Frontex (l’agenzia europea che si dovrebbe occupare del controllo della gestione delle frontiere) l’accesso alle zone dove sostano i migranti. Il vero braccio di ferro è sulle forniture di gas. Lukashenko minaccia di chiudere il gasdotto che passa dal suo paese per portare il 20 per cento del gas russo all’Europa. Putin, che appoggia Lukashenko, al contempo nega che un’ipotesi di blocco delle forniture possa mai verificarsi. L’Europa per correre ai ripari dovrebbe rivolgersi a fornitori alternativi (Norvegia, Libia). Nel frattempo il prezzo del gas sale.

Tra il primo ed il secondo paragrafo di questo articolo passa tutta la differenza tra l’essenza in-umana dei fatti e la gerarchia degli interessi in ballo. Tuttavia i due concetti non sono scollegati, bensì interdipendenti. La foto comunica una enorme disumanità della politica, che non riesce a (o non vuole fino in fondo) salvaguardare la salute e la vita degli esseri umani più deboli, compresi i bambini. Ma si potrebbe dire che questi esseri umani vengono sacrificati per il nostro benessere? Si potrebbe affermare che queste persone vengono lasciate al freddo in una foresta ostile per evitare a noi di rimanere al freddo nelle nostre case? Forse no. Però, se pensiamo a quanto le regolari forniture di gas e petrolio influenzano la produzione delle nostre fabbriche ed il lavoro di migliaia di persone; se pensiamo a quanto può incidere, sul bilancio familiare, un’impennata nei prezzi di queste materie prime, dovremmo trarre una conclusione meno drastica, ma non priva di cinismo. E’ un ragionamento cinico quello che induce il dittatore Lukashenko a utilizzare queste persone come arma di ricatto verso l’Unione Europea. Ma questo cinismo avrebbe la medesima forza ricattatoria, se dall’altra parte i ricattati accettassero il rischio di far subire ai loro cittadini le conseguenze di una (temporanea) crisi energetica?

«Certamente non ci facciamo intimidire dalle minacce di Lukashenko. L’autonomia in campo energetico nel medio termine sarà fondamentale e nel breve termine certamente dobbiamo lavorare per utilizzare al meglio le relazioni esistenti sia con il Nord Africa, che con la Norvegia e con la Russia». Parole di Paolo Gentiloni, commissario europeo all’economia. A voi sembrano parole rassicuranti? Personalmente le trovo scivolose. L’autonomia energetica “sarà fondamentale”. Potrebbe voler dire che, attualmente, l’autonomia energetica è un obiettivo, ma non una certezza. Qualcuno è così puro di cuore da pensare che l’Unione Europea non sarebbe in grado, se davvero lo volesse, di mettere in ginocchio il gambler bielorusso? Ma dietro Lukashenko c’è Putin. La Russia finge di fare da mediatore tra Europa e Bielorussia, in realtà utilizza la Bielorussia come avamposto per estendere la propria influenza (anche territoriale: ricordate l’invasione della Crimea?) ai confini di Stati, come la Polonia, che attualmente sono alleati (scomodi) dell’Unione Europea. Il muro di Berlino è stato abbattuto nel 1989, la cortina di ferro e il Patto di Varsavia non esistono più, ma la Russia sembra in grado di esercitare una forza crescente al cospetto di un’Europa debole, divisa, capace solo di un’ unione monetaria cui non ha fatto seguito nè un’ unione politica, nè economica, tantomeno sociale (ne parla anche Daniele Lugli, qui).

Il diritto occidentale garantisce la libera circolazione delle merci e dei capitali, ma ostacola la libera circolazione delle persone, soprattutto di quelle rese profughe da conflitti spesso alimentati dalle stesse democrazie occidentali. Nel frattempo gli ultimi, gli incolpevoli, gli indifesi, soffrono e muoiono, paradossalmente (e purtroppo non è la prima volta) individuati come nemici dai neofascisti, che non trovano di meglio che prendersela con gli ultimi, anzichè con i primi. E’ un mondo che ricostruisce muri per le persone, e contemporaneamente consente ai soldi di andare dove pare a loro. Davvero si fatica ad immaginare qualcosa di più disumano di questa costruzione umana.

Quel filo spinato che ci avvolge
mentre l’Europa delle parole va in fumo

 

Tra Polonia e Bielorussia è in atto un altro episodio di guerra fredda caratteristico del secolo americano. La Russia spinge migranti alle frontiere dell’Ue probabilmente aiutata dalla Turchia a cui avrà fatto concessioni per qualche azione che consolidi le sue posizioni in Siria. Lo fa utilizzando quello che è un vero e proprio stato cuscinetto, la Bielorussia, l’ultimo che gli è rimasto dopo aver praticamente perso l’Ucraina a favore degli americani.

Perché lo fa. Cerca di assicurarsi il suo spazio vitale, di alleggerire il contenimento che stanno attuando gli Usa in un tentativo continuo di accerchiamento e di sfondamento delle classiche linee di difesa che furono sovietiche. E’ chiaro che le forze in campo sono a suo sfavore, la Nato può permettersi esercitazioni congiunte ai confini russi, in particolare nei Paesi Baltici dove spesso stazionano anche uomini e aerei italiani pronti a difendere l’Europa dai barbari, e allora Putin usa i migranti per creare scompiglio, rompere l’accerchiamento e poter anche accusare l’Ue di ipocrisia nelle sue politiche migratorie.

La Polonia costruirà un muro di 110 Km che la dividerà dalla Bielorussia e soprattutto dai migranti che vi stazionano desiderosi di raggiungere la civile Europa dei sogni. Progetto approvato dal Parlamento locale ma anche benedetto dal presidente del Consiglio Europeo, il belga Charles Michel, quello che aveva a suo tempo preso il posto a sedere alla signora Von Der Layen alla presenza di Erdogan.

Michel aveva aperto in un discorso a Berlino a muri e filo spinato per bloccare i migranti in arrivo dalla Bielorussia che suona come un’apertura all’uso di fondi Ue per nuove barriere che ha spiazzato i più attenti osservatori, ma anche la stessa Von Der Layen.

E anche la Lettonia si affretta ad approvare la costruzione di un muro ai confini con la Bielorussia, insomma contemporaneamente ai festeggiamenti per la caduta del muro di Berlino e la fine della vecchia guerra fredda ci si affretta a costruirne altri, quasi a dimenticare le critiche europee al muro con il Messico tanto voluto da Trump e lasciato al suo posto da Biden, segno che i muri ci appartengono.

Ci sono conflitti geopolitici in atto che imperi reali (Usa), imperi legati al passato ma desiderosi di nuovo splendore (Russia e Turchia) e imperi del futuro (Cina) stanno combattendo, in Europa e sugli Oceani, ognuno come può e con i mezzi a disposizione. Di questi, solo gli Usa sono presenti dappertutto, contengono la Russia in Europa e la Cina nell’ Indo-Pacifico, sfruttano le mire espansionistiche di Erdogan nel Mediterraneo e nei Balcani. Per i loro scopi strategici utilizzano a piacimento i paesi vassalli, come l’Italia che si lancia in operazioni oltre confine senza interessi nazionali da difendere, e la Nato tutta, per ribadire che l’Europa è americana oppure non è.

Ma oltre alla geopolitica esiste l’essere umano ed esiste una striscia di terra tra Polonia e Bielorussia, fatta di carne e sangue, di adulti e bambini, di terra bagnata e di donne incinte. Fatta di un’umanità sofferente dietro ai fili spinati, ai muri in costruzione, ai traumi delle botte alle frontiere e ai sogni infranti che non solo Putin e Erdogan si dovranno intestare. C’è Biden e c’è tutta l’Europa che è pronta a mostrare i muscoli, a “contenere” i nemici immaginari o reali con i caccia ultima generazione e le esercitazioni continue con la pretesa di essere migliori.

Europa capace di andare e rimanere in Afghanistan vent’anni in una missione fallimentare senza propri interessi strategici o tattici da difendere e capace di gridare al successo perché l’evacuazione è stata fatta in poco tempo e senza particolari traumi, tranne ovviamente per quelli attaccati agli aerei e caduti nel vuoto.

Ma quando arriva il momento di dimostrare di essere davvero qualcosa in più, quando la differenza tra ciò che dici e ciò che fai si materializza dietro l’ennesimo confine, l’Europa delle parole va in fumo. La miglior cosa che riesce a fare è costruire muri, accusare gli altri, trovare giustificazioni, accampare pretese.
E nel frattempo, in mezzo a tante parole, uomini e donne e bambini lasciati al freddo e alla fame per giorni, settimane e forse mesi, tra questi magari afghani che si era giurato di difendere, accompagnare al progresso e alla democrazia. Sarebbe bastato, e sicuramente basta ancora, accoglienza e un pasto caldo.

Chi lo dice sa di esserlo

“Chi lo dice sa di esserlo” è una delle frasi che da bambini usavamo per contrastare con la dialettica un’accusa o un’offesa rivoltaci da un amico, o da uno stronzo. Si chiama anche “specchio riflesso”, e di recente Putin l’ha usata contro Biden, che aveva confermato ad un giornalista di ritenere che Putin stesso fosse un assassino (era all’inizio della sua presidenza: adesso già si abbracciano, il che denota progressi nella padronanza del ruolo).

Il nostro presidente di Ferrara Arte, nonchè assessore di fatto alla politica culturale del Comune, di recente mi ha fatto venire in mente questa frase. La prima volta è stata quando ha accusato in Parlamento un professore universitario di avere apostrofato con epiteti insultanti Giorgia Meloni. Lui, che ha praticamente creato il turpiloquio televisivo come genere sottoculturale. La seconda è stata quando si è scandalizzato per la pubblicità di una marca di caramelle perchè mostrava due ragazze che limonavano, definendo lo spot “immorale per i bambini”. Lui, che è stato praticamente costretto a riconoscere un figlio dopo anni di battaglie legali nelle quali si rifiutava di sottoporsi al test del DNA. Infine ha definito il Governo un manipolo di falsari, perchè durante il lockdown tenevano chiusi i musei e aprivano le tabaccherie. Lui, che è accusato di avere taroccato con la sua firma l’autenticità di quadri falsi di un celebre pittore (ma sarà sicuramente scagionato dall’accusa, la più infamante per un critico d’arte).

“Abbiamo due tipi di morale fianco a fianco: una che predichiamo, ma non pratichiamo, e un’altra che pratichiamo, ma di rado predichiamo.”
Bertrand Russell

BUFALE & BUGIE
Non servono prove, se accusi Putin e la Russia

L’onere della prova spetta a chi intenda dimostrare una tesi, eccetto quando il bersaglio corrisponde al “diverso” da noi.

A maggior ragione se si tratta della Russia, in mano a uno zar, l’onere probatorio lascia il posto all’accusa gratuita. Secondo un articolo de La Repubblica, pubblicato il 2 agosto, “Romania, la disinformazione russa dietro alle teorie negazioniste del coronavirus”. Un titolo sbadatamente privo di punto interrogativo – necessario poiché riporta le interpretazioni di un sito Internet informativo che nulla dimostra in via definitiva nel proprio scritto – , e che mostra un uso improprio dell’aggettivo “negazionista[vedi qui]. Quella che viene presentata nel sommario come inchiesta del sito riportato, Politico Europe, è in verità una notizia lanciata il 29 luglio dal New York Times Post per dare eco alle parole di Corina Rebegea, sostenitrice della tesi in questione. Ma Andrea Tarquini, che ricordiamo per le informazioni errate sulla Svezia [vedi qui], scivola anche citando il sito Sputnik nella versione romena: secondo il giornalista, dall’inchiesta emerge la sua centralità nel sostenimento di “campagne anti-mascherine rivolte soprattutto ai giovani”; eppure, leggendo l’articolo preso a modello dal giornale italiano, si nota come a parlare di tale argomento sia Raed Arafat, membro del governo, mentre l’agenzia di stampa internazionale è tirata in ballo solo più avanti, parlando in generale di “disinformazione”. L’accusa lanciata dalla dirigente del Center for European Policy Analysis sostiene il ruolo attivo della piattaforma Sputnik nella promozione di “teorie cospirative” sul virus, ma basta visitare l’edizione presente in Romania per verificare che la sua colpa è semmai quella di dare spazio anche a notizie che pongono dubbi. Pura invenzione dell’articolo italiano sono poi i “troll di Putin”, a cui si associa il lancio di “bombe sporche”; non solo, perché apprendiamo anche che la tesi da questi appoggiata prevederebbe “una cospirazione dei servizi d’intelligence occidentali”. Inutile dire che nulla di ciò è documentato, né tra le righe dell’articolo originale, né tra quelle del sito citato. E quando invece l’articolista trascrive un dato che ha sì una fonte, oltre ai due testi, aggiunge però un tocco di immaginazione: secondo il sondaggio nominato, il 41% delle persone intervistate crede che il SarsCov-2 sia un’arma biologica statunitense creata per dominare il mondo, e non “una macchinazione dei servizi segreti occidentali piuttosto che una minaccia reale”. L’ipotesi che il virus sia ingegnerizzato non comporta la sua non pericolosità.

E come mai non troviamo scritto che Politico Europe non è altro che la versione europea del quotidiano americano Politico? O che il Cepa è un istituto americano dichiaratamente atlantista? O che il sondaggio menzionato è stato portato avanti da un centro legato all’Unione Europea? Ma la propaganda è solo quella degli altri.

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

OSSERVATORIO POLITICO
Il rischio di un dispotismo mite

Quando un potente taglia con la spada aggrovigliati nodi teorici, non sta facendo teoria ma indicando un’idea di società. E’ ciò che si legge nella lunga intervista a Putin (“La Repubblica”, 29 giugno). In particolare mi interessa un passaggio: “L’idea liberale ha esaurito il suo scopo. L’idea liberale presuppone che non ci sia bisogno di fare nulla. I migranti possono uccidere, saccheggiare e stuprare impunemente perché i loro diritti devono essere tutelati. Quindi l’idea liberale è diventata obsoleta”. Secoli di elaborazione per definire una ricca e complessa cultura della libertà e dell’autonomia degli individui (Locke, Montesquieu, de Tocqueville, Stuart Mill, Croce, Bobbio, Amartya Sen) vengono cancellati e al suo posto si propone una figura di liberalismo irresponsabile e caricaturale. Da non dimenticare che un grande Paese come la Russia non ha mai conosciuto né il principio di libertà, né l’esperienza liberale. Essa è passata dallo zarismo al totalitarismo per approdare ad un’idea di ‘democrazia illiberale’ come quella teorizzata da Putin e dall’ungherese Orban, non a caso altro superstite di quell’area totalitaria. Attenzione! Il consenso che questa idea di società autoritaria sta raccogliendo (da Trump a Putin, passando per… Salvini) ha una spiegazione in un altro passaggio dell’intervista: “I sostenitori dell’idea liberale non stanno facendo nulla. Dicono che tutto va bene. Sono seduti nei loro accoglienti uffici, mentre le persone alle prese con problemi reali soffrono”. Ecco la questione! Se le democrazie costituzionali liberali non riescono a tenere insieme uguaglianza e libertà individuali (l’art. 3 della nostra Costituzione), partecipazione dei cittadini ed efficienza delle Istituzioni, la sorte che toccò alla Repubblica di Weimar (1919-1933) può ripresentarsi in nuove forme tragiche. L’aveva già scritto A. de Tocqueville nel suo capolavoro “Democrazia in America” (1835-’40) che democrazia e libertà non hanno una connessione spontanea, naturale. E aggiungeva che, per evitare un esito di dispotismo mite, è necessaria una continua e complessa lotta culturale e politica per tenerle insieme. In conclusione si può affermare che quando una democrazia di massa diventa una democrazia senza qualità dietro l’angolo sono pronti i suoi becchini.

Un sassolino di nome Giulio Regeni negli ingranaggi degli interessi mondiali

Giulio Regeni è scomparso da un anno. Se ne è andato tra le vie del Cairo: rapito, torturato, ucciso. Nel frattempo gli equilibri del mondo intero sono cambiati. Al Sisi, presidente egiziano, si è schierato con Donald Trump, il nuovo inatteso successore di Obama, ma è anche ben voluto da Vladimir Putin che lo appoggia nel tentativo di accaparrarsi in Libia un’area influente come la Cirenaica.

Ma non è tutto. È molto amico dell’Arabia Saudita e allo tempo di Israele e dell’Europa, soprattutto dell’Italia, con cui intraprende accordi importanti, non solo commerciali, come il riprendersi i migranti espulsi nei territori egiziani. È evidente che l’atteggiamento del regime del Cairo, soprattutto con noi, sia al quanto elusivo in merito alla morte del ricercatore friulano. Coi soldi in arrivo dagli Usa, dalla Russia, dai sauditi e persino dal Fmi, l’Egitto non ha di certo bisogno di inchinarsi al governo di Roma che, anzi, cerca di accaparrarsi i favori di Al Sisi per poter lavorare su appalti statali e parastatali.

In patria il regime gode di ottima salute, nonostante il premier sia detestato dagli islamisti e dai connazionali che si battono per avere un Paese laico e democratico; ci sono diverse faide interne, è vero, ma sono state molto spesso soffocate sul nascere. Forse esse stesse avrebbero potuto farci arrivare qualche notizia in più su Regeni, ma il governo è riuscito a mettere tutti a tacere, come fosse normale amministrazione. Non si può dire che l’Italia non abbia provato a fare luce su uno dei misteri più cupi degli ultimi anni, ma Al Sisi è sempre stato troppo impegnato nel far funzionare bene i nuovi rapporti con Trump, attraverso lunghe telefonate e accordi sulla lotta al terrorismo.

Non è affatto un caso che dopo aver sentito i più grandi leader mondiali, come quarto interlocutore nel suo primo effettivo giorno da presidente, il magnate americano abbia scelto proprio di comporre il prefisso del Cairo per elogiare il nuovo amico nelle sfide economiche più recenti ponendo così le basi per una futura visita dello stesso generale su territorio a stelle e strisce. L’agenda del regime sembra essere così, almeno per il nuovo anno, fitta di impegni anche con i governi europei, stando alle dichiarazioni della Merkel che non disdegnerebbe di fare un salto nella patria dei faraoni per discutere un po’ di lotta al terrorismo e sottoscrivere qualche impegno per il rimpatrio degli immigrati illegali. Sembra che l’intrattenere buoni rapporti con l’Egitto faccia comodo a molti. Anche all’Italia, ci mancherebbe. Basti pensare che le forze di polizia egiziane si addestrano grazie alle forniture che arrivano dai confini tricolori e rispondono, inevitabilmente, a Magdi Abdel Ghaffar, decano della sicurezza interna, per molti vero responsabile dei depistaggi su caso Regeni.

Ma non si tratta solo di trattati internazionali o forniture, come abbiamo già affermato: il Paese egiziano è una fucina di strutture e infrastrutture pronte per essere realizzate, e tutte rappresentano opportunità irrinunciabili per le imprese europee a caccia di commissioni. Fanno a gara, oltre l’Italia, anche la Francia e la Germania. Piazzare più imprese possibili significa avere un indotto importante per rimanere a galla coi parametri europei e di certo per sviluppare la propria economia interna. L’Italia, con l’Egitto, ha in trattativa miliardi di euro di appalti, disse Renzi, con un centinaio di aziende impegnate, grandi nomi, ma anche ditte in ascesa nel mondo dell’energia e delle costruzioni. L’interscambio tra i due Paesi è stato altresì importante e proficuo per entrambi: nel 2016 palazzo Chigi annunciava di voler toccare almeno i 6 miliardi euro.

La morte di Giulio Regeni ha modificato tutti i piani ed ha costretto il governo italiano a procedere con più cautela e meno ottimismo, richiamando l’ambasciatore al Cairo e sospendendo la fornitura di ricambio per gli F-16. Lo scorso ottobre l’ente del turismo egiziano è sbarcato a Roma con l’obiettivo di mettere una pezza al crollo dei viaggi seguito alla turbolenta primavera araba. Da 12 milioni di visitatori all’anno prima del 2011, nel 2016 i turisti erano scesi a 130mila. Per questo, e tanti altri altri motivi, Al Sisi ha preferito dare il via ad un piano con cui poter dare una svolta al Paese, una sorta di “socialismo” che tutelerà la popolazione senza lasciarla ostaggio del libero mercato.

L’Italia, dopo un anno di indagini, continua a sostenere di volere verità di comodo e apprezza che il procuratore generale egiziano Nabil Ahmed Sadeq abbia preso l’impegno di non chiudere le indagini finché non saranno trovati i responsabili. Si parla anche di un futuro ritorno dell’ambasciatore italiano e le trattative con la procura cariota stanno pian piano smontando le macchinazioni della polizia. Da pochi giorni il primo canale egiziano (sarà un caso?) ha diffuso un video originale di Regeni risalente a pochi giorni prima della sua scomparsa che lo vede a colloquio con il sindacalista sospettato di averlo venduto. Il filmato presenta però dei tagli e non si hanno certezze sulla sincerità di Sadeq. Un punto di rottura tra la magistratura e i servizi segreti è lampante, ma chi dei due ha ragione?

Nel 2016, secondo Amnesty International, Al Sisi ha consolidato il proprio sistema repressivo indebolendo la società civile e criminalizzando il lavoro dei difensori dei diritti umani. La sicurezza egiziana ha torturato decine di detenuti e fatto scomparire centinaia di persone. Giulio Regeni era uno di loro. Sono tantissimi, nel mondo, a voler vedere cambiato il modo di governare un Paese come l’Egitto. Peccato però che molte nazioni facciano affari più o meno sottobanco con il generale egiziano e il suo torbido governo.

Mentre scriviamo in Italia ci si prepara a grandi fiaccolate in memoria di Giulio, molti sono stati i minuti di silenzio proclamati in suo ricordo, ma forse l’unica cosa da rimasta da fare è gridare, forte e senza paura: verità per Giulio Regeni!

“Esilio dalla Siria” di Shady Hamadi: la mia terra martoriata dalle forze del male

di Alberto Melandri

Presentando il suo libro il 5 giugno scorso a Giavera del Montello nell’ambito del 22° Festival Interculturale “Ritmi e danze dal mondo” , Shady Hamadi, nato a Milano da madre italiana e padre siriano, a chi gli faceva notare che parlando di Siria per più di un’ora aveva nominato solo di sfuggita l’Isis, ha risposto dicendo che in Italia, ed in generale in Occidente, si parla sempre di Isis e si sottovalutano le forze che lo combattono come se fossero “il male minore” , quando non vengono considerate come “alleati e quindi difensori delle democrazie occidentali”, ma non è così .

Scrive l’autore nel suo “Esilio dalla Siria”: “Dire che in Siria c’è la guerra diventa una frase troppo semplificatoria e approssimativa, aggiungere che la situazione è confusa, al punto da non riuscire a individuare chi siano le vittime e chi i colpevoli, è tragico perché significa che mettiamo tutti sullo stesso piano, sottraendoci alla responsabilità di capire”. Il suo libro è, quindi, estremamente utile per farsi un’idea delle contraddizioni che attraversano un paese come la Siria, martoriato da una guerra, (350.000 morti al momento della pubblicazione del libro) che la maggioranza dei media tende a interpretare semplicisticamente come un conflitto fra l’Isis e i nemici dell’Isis, che comprendono uno schieramento variegato che va dalle forze del presidente (che sarebbe meglio chiamare dittatore) Assad, ai suoi alleati storici (la Russia di Putin , l’Iran e gli Hezbollah libanesi), alle forze statunitensi, ai Kurdi, alla Turchia.

Le immagini che più frequentemente abbiamo visto in tv, su internet, relative alla Siria, riguardano da una parte le distruzioni dei centri abitati, le macerie fra cui si aggirano esseri umani impauriti e privati anche di quello che serve per sopravvivere, acqua, cibo, un riparo per proteggersi, e dall’altra le file dei profughi che si accalcano ai confini europei, che spesso li respingono, costringendoli ad una situazione di sospensione nei campi di sosta. Hamadi dice: “Il nostro paese è, a suo modo, una grande prigione che costringe i siriani a essere testimoni della guerra e spesso impedisce loro di scappare. (..) Ho conosciuto siriani che sono arrivati in Europa e sono voluti tornare subito indietro, perché la guerra era dentro di loro. (..)Scappavano fisicamente, ma non potevano fuggire da loro stessi, dai ricordi” Uno dei pregi maggiori del testo è quello di aiutarci a superare i luoghi comuni e di denunciare le omissioni dei media relative al conflitto siriano. Fra i primi Hamadi ricorda la banalizzazione della alternativa, unica possibile, fra il fondamentalismo dell’Isis e il regime di Assad, come se non ne esistessero altre.

Questa generalizzazione discende anche dalla maniera con cui quasi tutti i media occidentali salutarono l’avvento al potere di Bashar al-Assad, che succedeva al padre, come quello di un ‘riformatore’ dimenticando “che la Siria viveva una quiete interna, una stabilità eccezionale, grazie alla poderosa macchina di repressione che da decenni lavorava instancabilmente per debellare qualsiasi dissenso”. Un altro esempio citato da Hamadi di quella che lui definisce la ‘cattiva pratica della generalizzazione’ consiste nel credere di poter analizzare tutti i paesi arabi adoperando un’unica categoria, come se Egitto e Libano, Tunisia ed Arabia Saudita fossero tutti uguali, e analogamente, l’idea che tutti i musulmani siano uguali e l’islam un monolite. Fra le tante omissioni ricordate l’autore cita il grande movimento popolare di protesta nato nel 2011 in Siria che chiedeva al regime di Assad delle riforme, formato da migliaia di persone che si trovavano a cantare in piazza di fronte a carri armati che non esitavano a sparare sulla folla; per distruggere questo grande pacifico movimento, Assad , nel corso del 2011 cominciò a liberare dalle carceri migliaia di fondamentalisti islamici, che avrebbero ricostituito le loro reti, attirando molti giovani delusi e inquinando così il movimento popolare che il regime avrebbe facilmente poi presentato come composto soprattutto da terroristi.

Ma di queste cose in occidente si sa poco o niente. Hamadi osserva che “L’Isis aiuta i vecchi regimi, come quello di Assad o quello iraniano, a sdoganarsi, rivendendosi come partner necessari alla lotta di un male superiore,(..) di cui l’occidente ha più paura” perché le immagini delle decapitazioni viste in TV fanno più orrore dei bombardamenti dell’aviazione siriana di Assad su città popolate da uomini, donne, bambini inermi che se sopravvivono sono poi condannati a morire di fame e di sete come gli abitanti di Aleppo in questi giorni.

I racconti del Lido/6
Al cospetto della stupidità il “Laido” riconquista la dignità

E finalmente di fronte alla stupidità criminale nazionale il Laido degli Estensi può riconquistare il suo vero nome: Lido.

Il mio binocolo non è più puntato sui vicini d’ombrellone – quelli che abbiamo ora sono veramente speciali – ma sulla maleodorante situazione italiana e anche ‘ferarese’. Le storie legate alla protesta di Gaibanella: l’intero paese che si schiera contro la possibilità d’ospitare i migranti presso villa Modoni Ravalli, attualmente sotto procedura fallimentare. Il centurione ‘Naomo’ Lodi e il capo col codino Alan Fabbri guidano la protesta che l’immaginifica prosa di Matteo Langone del Resto del Carlino così racconta: “Partito dalla villa incriminata, il serpentone d’anime protestanti ha percorso via Ravenna. Gaibanella vista dall’alto è, in buona sostanza, un pugno di case tagliate da una croce d’asfalto. La stessa croce che i residenti hanno messo sopra il sindaco e l’assessore. «Tagliani a casa, Sapigni a casa» hanno intonato lungo il tragitto uomini e donne, grandi e piccini. «Dimissioni, dimissioni» hanno proseguito. E c’è di più: c’è la volontà di creare una class action ad hoc contro l’amministrazione comunale «per danno d’immagine». Proteste e proposte, in un pomeriggio in cui Gaibanella ha ascoltato ma anche urlato: un urlo che, complice l’eco dell’aperta campagna, è tornato indietro, come per gioco, ancor più amplificato.

Ma ancor più il turbinio volgare, che ha il fiato corto di ciò che l’amministrazione intende fare e a volte disfare. E cosa sono allora gli orrendi marciapiedi del Lido, coperti da strati di aghi, cacche canine e rifiuti di plastica, che producono un piacevole effetto d’imminente fine estate ancor prima che il clou delle ferie abbia inizio?

Anche i gabbiani tacciono. Solo qualcuno insiste a uccidere colombi e tortore per mangiucchiarli distrattamente sul tetto e sulle terrazze delle ville.

In questo clima da ‘finis mundi’, un meraviglioso articolo di Salvatore Settis, apparso su Repubblica del dieci agosto, difende il latino, la lingua più parlata al mondo (e chi volesse saperne il perché si cerchi l’articolo), e invoca che non venga cancellato dai Licei come possibilità di redenzione europea.

E nel mondo, ormai villaggio unico, si parla di zar, di sultano e di pazzo, intendendo le figure di Putin, di Erdogan e di Trump.

Allora, meglio rifugiarci nella tranquilla banalità del Lido che, per dimostrare la sua originalità, organizza al bagno una festa di Natale, con tanto di renne, neve, ghiaccio e seggiolone di Babbo Natale. Le stagioni, come scriveva il poeta ‘la presente e viva e il suon di lei’ non bastano più: occorre precederle, divorarle, annullarle.

L’inverno a Ferragosto.

Perciò accettiamo il Lido e la sua rassicurante banalità.

Naturalmente il Sindaco di Comacchio continua a non rispondere…

vescovo Negri

IL CASO
Il vescovo Negri verso l’addio a giugno. Ecco dieci domande a cui non vuole rispondere

Monsignor Luigi Negri con ogni probabilità lascerà la carica di vescovo di Ferrara a giugno, in anticipo di qualche mese rispetto alla data di naturale pensionamento, previsto per il prossimo 26 novembre al compimento del settantacinquesimo anno. Questo è quanto trapela da indiscrezioni che circolano in accreditati ambienti vicini alla Curia estense.
Non ci resta molto tempo dunque per rivolgergli le domande che già da un anno e mezzo tentiamo vanamente di sottoporgli. La richiesta di intervista presentata da Ferraraitalia nella tarda primavera 2014 giace ormai sotto molta polvere. Il vescovo è stato più volte cortesemente interpellato. A fare da filtro dapprima è stato don Massimo Manservigi. Per mesi ci è stata confermata la disponibilità, però senza che mai venisse fissata una data “per i troppi pressanti impegni in agenda”. Eppure il monsignore è ciarliero con la stampa. Evidentemente non era gradito l’intervistatore. Poteva essere detto, ma si è preferita la strada dell’ipocrisia, adottando la tattica dello sfinimento. Così si è continuato a posticipare a oltranza, sempre accampando la scusa di temporanee indisponibilità, “non certo di assenza di volontà”…

Nel maggio scorso ci fu una vivace telefonata ultimativa, nella quale dichiaravamo di prendere atto dell’indisponibilità “di fatto” del presule. Ma don Massimo, affranto, ci ricontattò dopo qualche minuto scusandosi per i toni, dovuti allo stress, spiegando che aveva parlato e ottenuto da monsignor Negri la disponibilità certa, ed entro la fine del mese “sicuramente” si sarebbe fatta l’intervista. E infatti siamo arrivati a Natale senza alcuna comunicazione! In quei giorni abbiamo casualmente incontrato il vescovo e, a nostra richiesta, monsignor Negri ha personalmente espresso la propria disponibilità (con un’espressione che in realtà diceva altro), incaricando il segretario don Enrico D’Urso di fissare la data dopo l’Epifania. E’ superfluo specificare come poi siano andate le cose.

E’ un peccato constatare tanta prevenzione e la mancanza di disponibilità al confronto, peraltro proprio da parte di chi dovrebbe fare del dialogo un emblema. Noi dissentiamo spesso dalle affermazioni del vescovo, ma ciò non implica un rifiuto: è attraverso il confronto che individui e comunità crescono e maturano.

Ora, preso definitivamente atto che questo assunto evidentemente non è condiviso, ecco le 10 domande che avremmo voluto rivolgere a monsignor Luigi Negri.
Se deciderà di rispondere (nella vita non si sa mai) noi siamo qui ad accogliere le sue considerazioni.

1. Una delle sue prime esternazioni pubbliche ferraresi ha riguardato la vicenda di Erik Zattoni, il ragazzo che denunciò lo stupro subito dalla madre da parte di un sacerdote. Se la cavò dichiarando che la Curia non si occupava dei rimborsi per casi del genere. Non ha considerato che al di là dell’aspetto monetario quel ragazzo attendesse una parola di comprensione da parte della Chiesa che lei rappresenta? E non ha sentito il bisogno di esprimerla, di porsi – per dirlo secondo un’espressione ecclesiastica – in maniera caritatevole nei suoi confronti?

2. Non le è parso inopportuno (tantopiù dopo avere bollato come “postribolo” il ritrovo dei ragazzi dinanzi al duomo di Ferrara) recarsi a Milano alla presentazione di un libro – del quale peraltro ha scritto la prefazione – di cui autore è l’ex premier Silvio Berlsuconi, pregiudicato e parallelamente implicato in un processo che lo ha visto accusato di induzione e sfruttamento della prostituzione minorile?

3. Parlando di gay e coppie omosessuali ha dichiarato: “Un tempo questi individui erano considerati ‘anomalie’. Se ne ricordino”. Non pare un’espressione benevola. Cosa intendeva dire?

4. A conclusione del sinodo voluto da papa Francesco si è affrettato ad affermare che a Ferrara non cambiava nulla. Temeva che qualcuno fra i suoi sacerdoti potesse prendere sul serio l’esortazione del papa e considerare con misericordia le richieste spirituali di separati e divorziati?

5. In una recente intervista ha affermato che dello Ior non le importa “un accidenti”. Non ritiene, come invece pensa il papa, che i tanti scandali che hanno lambito la banca vaticana, al centro dei peggiori intrighi finanziaria degli ultimi decenni, siano ragione di grande imbarazzo e impongano una radicale e urgente riforma che riporti l’istituto allo svolgimento del proprio compito nel rispetto di regole virtuose?

6. Non le pare anacronistico e provocatorio (oltre che storicamente infondato) additare i crociati come benemeriti difensori della fede cattolica?

7. Ha definito l’Islam “una religione che tematizza la violenza come direttiva teorica e pratica”. I musulmani sono due miliardi nel mondo e la stragrande maggioranza di loro vive in pace a dispetto di un manipolo di fondamentalisti esaltati e criminali. Questo giudizio tranchant non le sembra un’istigazione all’odio razziale?

8. In un’intervista a Panorama ha dichiarato che il politico che più stima è Putin “perché ha le palle”. Non crede che un sacerdote dovrebbe valutare altri attributi?

9. Che giudizio dà di papa Francesco e del suo magistero? Se il pontefice dice “Chi sono io per giudicare”, non fischiano le orecchie a lei che è sempre così sentenzioso e saldo nella difesa delle sue verità?

10. Quando il papa ha invitato sacerdoti e comunità ecclesiastiche a offrire ospitalità ai migranti lei non ha perso tempo per far sapere che in curia non c’era posto per nessuno. Qual è il suo concetto di accoglienza?

negri-vescovo-ferrara

VETRIOLO
Peccato in superbia

​Da tempo non ce ne occupavamo al punto che ci era venuta nostalgia. Ma il mite vescovo Negri non manca mai di deliziarci con le sue inesauribili perle di amore e carità. E quelle di oggi sono pregiatissime. Intervistato da Stefano Lorenzetto per Panorama, riconosce (“con vergogna”) la sua ammirazione per Putin, spiegando, con muscolare espressione non propriamente acconcia né evangelica, che per affrontare la situazione internazionale serve gente con “testa e palle” e il premier russo è l’unico che dimostra di avere “gli attributi”. Aggiunge poi una serie di gustose amenità. Si autoproclama “implacabile propugnatore dell’ortodossia”, parla di Ferrara, “disperata” ma non “sazia” (come fu la Bologna del cardinal Biffi) “perché ha finito i soldi”. Aggiunge, in tema di sacramenti ai divorziati, che “a Ferrara resta tutto come prima”.
In (indiretta ma evidente) polemica col papa rivendica alla Chiesa il “diritto di giudicare il mondo” e considera “offensivo e oltraggioso” affermare che “alcuni vescovi hanno ‘l’odore delle pecore’ mentre altri stanno rinchiusi nei loro palazzi”. A qualcuno in Vaticano, dalle parti del collegio Santa Marta, saranno fischiate le orecchie.. Al tema dei palazzi, peraltro, monsignor Negri si conferma particolarmente sensibile: quando papa Francesco invitò diocesi e parrocchie a offrire ospitalità ai migranti, il vescovo s’affrettò a chiarire che nei palazzi della curia estense non v’era alcuno spazio disponibile perché tutte le stanze erano già occupate. A proposito dello Ior, ci rassicura sul fatto che “della riforma della banca vaticana non m’importa un accidenti”.
E confida che, se non si fosse fatto prete (come avvenne “anche per reazione al Sessantotto”), gli “sarebbe piaciuto diventare generale dei carabinieri”: quindi una carriera nell’Arma, non propriamente all’ombra del famoso ramoscello d’ulivo… E, calandosi nel ruolo di capo battaglione, ai crociati riconosce il merito di avere fermato “per almeno sei secoli” il traffico di esseri umani. Ed è a nuovi crociati che idealmente s’appella per contrastare i nuovi barbari e scongiurare il compiersi della sua nefasta profezia: “ci schiacceranno sotto i piedi”. Ma poi, si noti la cesellatura dell’ambizioso presule: non il carabiniere, ma “il generale dei carabinieri” avrebbe voluto fare: più che una missione, dunque, una carica aveva in animo per sé. Così stando le cose, l’interrogativo è lecito e conseguente: quando ha deciso di rinunciare alle stellette e alla divisa e di abbracciare (virilmente) la Chiesa, che immaginasse per il suo avvenire un umile futuro da parroco?
Nel fotomontaggio, Luigi Negri in versione… generale dei carabinieri
Sul vescovo Negri leggi anche:

putin-russia

CATTIVI PENSIERI
Il soldato Vlad ovvero la voglia matta di un Putin italiano

di Queequeg

Quel gran genio del mio amico / Con le mani sporche d’olio / Lui saprebbe cosa fare

Che popolo strano che siamo, sempre a cavallo tra l’anarchia e l’autoritarismo, sprezzanti e allo stesso tempo attratti da ogni forma di potere forte. Talmente disillusi dai difetti delle istituzioni democratiche da essere pronti ad abbracciare qualunque altra illusione.

Ci penso mentre ancora mezzo addormentato metto la moka sul fornello e dò un’occhiata a Facebook. Da qualche tempo c’è un non so che di strano nei post dei miei conoscenti, e non parlo solo della misteriosa sparizione degli juventini. Gli argomenti, in fondo, sono sempre quelli: sport, tette, caricature di Renzi e invettive contro gli extracomunitari. Ma c’è dell’altro, ne sono sicuro. Deve essere quella faccia magra e incazzata che fissa trionfalmente gli obiettivi dei fotografi, con i suoi occhi azzurri e freddi come la Siberia. No, purtroppo non è la Sharapova. È zio Vlad, ragazzi. Vladimir Putin in tutto il suo virile e virale splendore da social network.

Mentre preparo il secondo caffè ho modo di vedere come il nostro beniamino ha passato il fine settimana: Putin alla partenza del gran premio di Formula 1, Putin che abbraccia Hamilton dopo l’arrivo, Putin che di notte sale le scale dell’albergo assieme a cinque giovincelle da capogiro, tutte palesemente sbronze.
Signore e signori: abbiamo un vincitore.

Il maschio mediterraneo è in estasi di fronte a cotanta virtù e si è già messo all’opera. Nel giro di due minuti mi passano davanti agli occhi tre fotomontaggi uguali e spietati: da una parte il nostro Matteo Renzi in spiaggia, con l’espressione da pirla e la panza che esce dal costume, dall’altra Putin che corre in un bosco di conifere con anfibi, pantaloni mimetici e pettorali ben in vista. Sotto, a caratteri cubitali: “E voi da chi preferiste essere difesi?”.

Vabbè dai, allora vi piace vincere facile. La considerazione ovvia è che mica ci devono andare loro due, al fronte. E talmente ovvia che, se la dicessi a chi ha pubblicato l’immagine, mi guarderebbe scuotendo la testa. Ma allora perché questo proliferare di pagine per fan, di gallerie fotografiche, addirittura di gruppi che chiedono un “Putin italiano” per raddrizzare questo paese? La risposta altrettanto banale sta nell’idea che ci siamo fatti sulle sue politiche: forti, efficienti, rapide, decisioniste, refrattarie a ogni compromesso. Aggettivi che calzano a pennello sia all’uomo che alla nazione che guida. Aggettivi egualmente validi quando Putin si allena a petto nudo nel bosco e quando gli aerei russi bombardano in Siria.

Allora forse dopo il secondo caffè capisco un’altra ovvietà, e cioè che tutta questa virilità; viralità sul web di zio Vlad non che è una grande metafora, fatta per chiedere ai nostri governanti di tenere la schiena più dritta, di non prendere ordini dall’Europa, di non lasciarci schiacciare e condizionare dalle minoranze, di difendere la nostra cultura. Cose di questo genere. Ma, incapaci di strutturare questi concetti attraverso riflessioni autonome e in un qualche modo ‘a priori’, molti nostri compatrioti cercano una soluzione in mezzo ai menu proposti dai telegiornali, pescando di volta in volta la faccia, il partito o la nazione più adatti e performanti. E in questo caso – pensa un po’ che fortuna – Putin ce li offre tutti e tre.

Pessimo modo per riflettere sui sistemi politici, se volete la mia. Ci si abitua a ragionare per modelli preconfezionati perdendo di vista i concetti di base. Ci si abitua a confondere i principi e i diritti con la declinazione che hanno avuto in un certo luogo e in un certo periodo storico, con gli accidenti che li hanno accompagnati e con i sostenitori più o meno disinteressati che hanno avuto. Come se riflettere sul concetto di libertà avesse qualcosa a che fare con un ritrovo del Popolo della Libertà, come se il diritto all’autodifesa c’entrasse qualcosa col collezionare fucili d’assalto in camera da letto. Se non si sta attenti, la storia ci mette davvero poco a sporcare i concetti.

Nel marasma che ne viene fuori, scopro che sempre più persone vedono in Putin una sorta di nuovo baluardo in difesa dell’occidente contro i deliranti progetti jihadisti dell’Isis. Ma dai? Come al solito, e soprattutto quando c’entra la politica estera, la nostra analisi di fatti e personaggi storici non è più approfondita di quella sulle nuove offerte di telefonia: quello che ci fa comodo lo teniamo, il resto può essere placidamente ignorato e dimenticato. Troppo difficile, e comunque non ci riguarda.

Peccato che, proprio in mezzo a questa parte superflua, ci sia anche il vero motivo per cui Putin scende in guerra in Medio Oriente, e non consiste certo nel giocarsela con Gianni Morandi a follower su Facebook. C’è chi è più competente e lo scrive meglio di me, come Bernard Guetta su Internazionale: “Impegnata al fianco degli sciiti, la Russia ha messo piede in una guerra di religione che cova da tempo in Medio Oriente ed è stata riattizzato immediatamente dal suo intervento”. Segnatevi questa frase, perché stiamo finalmente arrivando al punto decisivo: non c’è nessuna guerra all’islamismo radicale nella politica di Putin, nessun tentativo di dare al Medio Oriente l’unico insegnamento di cui avrebbe davvero bisogno: libera Chiesa in libero Stato.

C’è solo la volontà utilitaristica di sostenere i propri alleati sciiti nel settore: il regime siriano di Bashar Al Assad e, prima ancora, la teocrazia degli ayatollah iraniani. E per raggiungere questo obiettivo l’ostacolo non è rappresentato solo dall’Isis, ma anche dalle forze ribelli democratiche e laiche (o almeno le poche ormai rimaste in vita), dai kurdi e da tutti i sunniti – ovvero la stragrande maggioranza del mondo islamico – che si metterà di traverso. È a tutti loro che sono indirizzate le bombe di Putin, che solo in alcuni casi finiscono per cadere anche sugli odiosi tagliagole dell’Isis.

Qui non si va a stabilizzare proprio nulla, se non l’umore e le coronarie di Assad. Si va a solo ad alimentare quella montagna di tensioni etniche, religiose e culturali che da secoli fanno da base agli scontri tra sunniti e sciiti, e di conseguenza a tutti i casini e le tragedie in Medio Oriente alle radici della tanto temuta ondata migratoria. Si vanno anche ad alimentare le motivazioni stesse che giustificano l’esistenza dell’Isis visto che, come dimostra la clamorosa documentazione pubblicata da Cristoph Reuter su Der Spiegel (da leggere assolutamente), il primo obiettivo dello Stato Islamico non sono i cristiani in occidente, ma i musulmani sciiti in medio oriente. Alla faccia dei nostri discepoli Salvini, ancora convinti che i fedeli dell’Islam siano tutti fatti con lo stampino e, un po’ come le anguille di Comacchio e gli uccelli migratori, abbiano come unico obiettivo della vita quello di solcare il Mediterraneo e sbarcare sulle nostre coste.

Quindi, in definitiva, che dire? Qualche giorno fa in libreria ho visto un nuovo libro di Vittorio Feltri dal titolo agghiacciante: “Non abbiamo abbastanza paura”. Cristo santo Vittorio, hai proprio ragione: non abbiamo abbastanza paura. Ma non dell’Islam, degli sbarchi, dell’ebola o di quei 12 disperati che dormono al Palazzo degli Specchi attirando i sit-in della Lega Nord. Non abbiamo abbastanza paura di chi ancora oggi, dietro all’alibi della guerra allo Stato Islamico, ne approfitta per giocare con gli equilibri di interi continenti, con la vita di milioni di persone, con il futuro stesso di una religione ogni giorno più lontana dal suo Illuminismo. Gente che continua a far finta di risolvere i problemi del terrorismo uccidendo una manciata di estremisti, mentre dietro le quinte ne addestra una nuova e rampante generazione, come è ormai uso e costume da almeno 40 anni.

E poi ho paura, ma forse non abbastanza, anche dei miei compatrioti italiani, che proprio a questa gente dedicano fan club, pagine Facebook e tutti questi ottusi fotomontaggi comparativi che confondono politica e addominali. Italiani dalla mente talmente offuscata dal rancore e dalla disillusione da aver ormai abbracciato il più stolto dei precetti: il nemico del mio nemico è mio amico. E lui intanto, lo zar, se la ride sotto ai baffi: per fare gli interessi privati della Russia occorre abilità, e lui ne ha in abbondanza. Ma essere addirittura ringraziato e idolatrato da chi ne subirà le conseguenze, beh. Questo – forse – va addirittura oltre le aspettative.

putin-coalizione

GERMOGLI
Quale coalizione.
L’aforisma di oggi…

“Non ci sarà intervento militare della Russia contro l’Isis. Serve coalizione internazionale.” Questa la posizione del presidente russo Vladimir Putin, citato dall’emittente Russia Today. Ma secondo alcuni media britannici, immagini diffuse dalla tv di Stato siriana confermerebbero che truppe russe starebbero combattendo in Siria per il regime di Bashar al Assad. Media israeliani parlano dell’imminente apertura nei pressi di Damasco di una base russa per contrastare l’avanzata dell’Isis. Il Cremlino ha confermato l’assistenza militare fornita dalla Russia alla Siria, senza però precisarne l’obiettivo.

Difficile capire quale strada si deciderà per fermare la guerra in Siria…

john-fitzgerald-kennedyL’umanità deve mettere fine alla guerra, o la guerra metterà fine all’umanità“. (John Fitzgerald Kennedy)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

La memoria e l’orgoglio, Putin in parata sfrutta il disprezzo dell’Occidente

MOSCA – A dominare, il manifesto inneggiante all’anniversario ispirato alla pace con la colomba bianca su sfondo azzurro e l’istituzionale nastro di san Giorgio, arancione e nero (il “georgevskaja lentočka”), che, creato ai tempi della zarina Caterina (pare con i colori dello stemma dei Romanov), è diventato il simbolo della grande vittoria nella guerra patriotica e, oggi, vi il ero simbolo nazionalista russo.

mosca-anniversario-liberazione
La medaglia per la vittoria sulla Germania nazista retta dal nastro di san Giorgio

Il 9 maggio si è tenuta la grande parata militare per il settantesimo della Vittoria, in una piazza Rossa gremita e soleggiata (uno dei pochi giorni di sole del mese di maggio). Celebrazioni iniziate alle 10, con solamente il cielo azzurro in grado di tirare su il morale a un presidente colpito dalla “sanzione delle assenze dei leader occidentali”, tribune vuote nei posti degli ospiti d’onore che hanno voluto ribadire il loro dissenso verso la politica del Cremlino. L’aver partecipato a cerimonie svoltesi in parallelo e successivamente alla parata ha in qualche modo lasciato intendere che si volevano comunque tributare omaggi ai caduti della seconda guerra mondiale, quella guerra che i russi definiscono “Grande guerra patriottica”, per sottolineare, fin dal primo giorno di belligeranza, la natura difensiva ed eroica della loro entrata nel conflitto. Costretti a proteggersi dall’invasione nazista, dal tradimento di un patto di reciproca non aggressione stipulato nel 1939 tra i ministri degli esteri tedesco e sovietico, Ribbentrop e Molotov. Un ricordo, comunque, di chi si è sacrificato, di chi è caduto, senza però sedere a fianco dell’istituzione che oggi li rappresenta. La parata del 9 maggio 2015 è stata annunciata come la più sensazionale della storia. E così sembra essere stato. Qualcuno l’ha definita una dimostrazione di muscoli e una carica di retorica, fatta di patriottismo, d’inno al coraggio e allo spirito di sacrificio ma anche di superiorità rispetto al resto del mondo. Vi erano le note di Svjaščennaja vojna (Guerra sacra), la canzone simbolo degli anni bellici, lo storico vessillo della vittoria e la bandiera della Federazione russa che hanno fatto il loro ingresso sulla piazza Rossa, portate da un drappello degli otto migliori elementi del 154° reggimento Preobraženskij, una tribuna d’onore allestita ai piedi del Mausoleo di Lenin, i magazzini Gum ricoperti da cartelloni e immagini, commenti sonori che rievocava gli anni della guerra, le decappottabili tradizionali che portano i militari d’alto grado.

mosca-anniversario-liberazione
Tribuna d’onore davanti al mausoleo di Lenin

La scenografia è impressionante per potenza, coordinamento, simmetrie, coinvolgimento empatico. Putin prende parola e rievoca la grandiosità della vittoria, l’orgoglio di avere vinto laforza oscura”, il glorioso contributo dell’Armata rossa nella fine del conflitto. Questo è il vero punto, il vero significato di una parata che deve andare aldilà dei disagi del momento storico attuale, delle sanzioni e dei dissensi. Il presidente russo ricorda anche tutti i popoli che hanno contribuito a fianco del russo a raggiungere la “vetta più eroica della storia”, con saluti agli stranieri che hanno contribuito alla vittoria finale, francesi, inglesi e americani (assenti) e poi cinesi, indiani, serbi, mongoli. Invita a un minuto di silenzio, per onorare la memoria di coloro che non sono tornati.

 I drappelli schierati ricevono il saluto dei comandanti
I drappelli schierati ricevono il saluto dei comandanti

Le telecamere inquadrano la fiamma del fuoco eterno sulla tomba del milite ignoto. Inizia poi la parata vera e propria, sfilano truppe di terra, mezzi e strutture di guerra e aviazione, al suono dei tamburini della scuola di musica militare moscovita, gli stendardi dei fronti che hanno segnato le tappe finali della guerra. Si susseguono rappresentanze dei vari corpi e delle varie armi, i Cosacchi del Kuban, i paracadutisti dell’operazione Crimea, i militi di Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Tagikistan e poi dell’India, della Mongolia, della Serbia, della Cina. Tutti “amici oggi”. Ignorati gli altri (che, d’altra parte, non c’erano). La musica fa da padrona. Si riconoscono Podmoskovnye večera (“Mezzanotte a Mosca”), Katjuša (in Italia nota come “Fischia il vento”), dedicata al sostegno fornito dalle donne sovietiche durante il conflitto, Moskva majskaja (Mosca di maggio), Pesnja o trevožnoj molodosti (“Canzone della gioventù irrequieta”).

 I drappelli schierati ricevono il saluto dei comandanti
L’aviazione forma in cielo la cifra 70, tra le guglie del Cremlino.

Alle 11, le orchestre bandistiche lasciano la piazza per dare spazio alla sfilata dei mezzi e delle attrezzature militari. I carri armati sfilano in ordine cronologico, da quelli storici-sovietici ai più recenti prototipi modello “Armata”, mezzi che, si saprà dopo, danneggeranno il pavimento della Piazza, con milioni di rubli da spendere. L’aviazione da caccia forma in cielo la cifra 70, fra le aquile poste sulla sommità di due torri del Cremlino e, lasciando la scia con i colori della bandiera, chiude la manifestazione. Veterani, colori sgargianti, saluti, abbracci, commozione, lacrime, bandiere rosse, simboli sovietici, ricordi. La sera, immancabile, il “saljut”, lo spettacolo di fuochi d’artificio che evoca quello del 1945 e illumina a giorno la capitale. Quel maggio del 1945…

mosca-anniversario-liberazione
La parata

Abbiamo voluto parlare di questa parata, fuori da ogni retorica e senza alcuna presa di posizione e schieramento attuale, per non dimenticare quel momento storico, per ricordare il ruolo della Russia in quel terribile conflitto. Un ruolo fondamentale e un onore al merito che non si possono negare. Un bellissimo articolo di Franco Venturini sul Corriere della Sera dell’8 maggio, intitolato “la politica dell’assenza che tradisce la storia”, ricordava proprio come la vittoria del 1945 fosse una vittoria comune sul nazifascismo e come essere alla parata di Mosca non significasse appoggiare la politica di Putin ma ricordare i 20 milioni di russi morti, senza i quali oggi l’Europa sarebbe (quasi sicuramente) diversa.

mosca-anniversario-liberazione
Jurij Levitan

La parte orientale dell’Europa era stata liberata dai sovietici, ad Auschwitz le divise dell’Armata rossa erano quelle rimaste negli occhi di chi ne aveva visto spalancare i cancelli, il 27 gennaio 1945. Senza l’eroica resistenza di Stalingrado (dall’8 settembre 1941 al 18 gennaio 1944) e il lungo e vano assedio a Leningrado, dove il numero dei morti superò quello di inglesi e americani di tutta la guerra, la storia sarebbe stata un’altra. Quando l’annunciatore radiofonico Jurij Levitan aveva comunicato all’intero Paese la capitolazione nazista dell’8 maggio, firmata fra il maresciallo Georgij Zukov, il Feldmaresciallo Wilhelm Keitel e il maresciallo Arthur Tedder dell’aviazione britannica, la Mosca di Stalin esultava.

mosca-anniversario-liberazione
Annuncio della resa tedesca

Un decreto del soviet supremo di quello stesso giorno, pubblicato sulle “Vedomosti Verchovnogo Soveta” (Gazzetta del soviet supremo) a firma di Stalin, istituì per il 9 maggio la festa della vittoria e stabilì che la giornata diventasse festiva. Allora come ora. Uno Stalin che non piaceva né a Churchill né a Roosevelt ma che era (ed era stato) assolutamente indispensabile per battere Hitler.

Ricordare i fatti, continua Venturini, non significa plaudere a Stalin, trascurare quanto d’inaccettabile fatto da lui e dai suoi sostenitori o, anche, sottovalutare alcuni contenuti nazionalistici della parata russa odierna. Ma il peso della Vittoria del 1945 dovrebbe prevalere. Non si può sfuggire dalla storia. Chiunque conosca la Russia, anche poco, sa che la strage della Grande guerra patriottica è ancora molto viva nelle memorie, nella psicologia collettiva. E che ciò non tollera offese. Il ricordo è vivo, lo dimostrano le molte esposizioni che ci sono ora nella capitale russa, come quella organizzata dal Museo di Mosca, che, aperta il 9 maggio, si protrarrà fino al 6 dicembre. I russi vanno e onorano.

La mostra inizia con il 22 giugno 1941, quando scatta l’Operazione Barbarossa e la Wehrmacht attacca dal Baltico al Mar Nero. In novembre-dicembre Hitler perde la battaglia di Mosca e la campagna di Russia (dell’Unione Sovietica, allora, per la precisione). E’ l’inizio di uno scontro di logoramento che la Germania perderà. Mentre i moscoviti si preparavano al Natale, trasportando, nella neve, i pini da addobbare, le barricate si mescolavano con le tavole preparate per il tè della sera, con il suono gracchiante del grammofono e quello più duro e forte della radio. Era freddo, come sempre in quel periodo, i battaglioni sfilavano per le strade della capitale. Si resisteva. Il gelo avrebbe aiutato anche questa volta, come aveva fatto con Napoleone.

Le fotografie dell’epoca esposte ricordano famiglie e caduti, uomini e donne, la storia di un popolo che non dimentica i suoi eroi. Ci sono poi i sacchi delle trincee, fra i quali scorrono i filmati dell’epoca, i ricordi dei bombardamenti, scene tragiche di freddo e morte. Non mancani i manifesti dell’epoca e molte fotografie in bianco e nero.

In mezzo a tutto, svetta l’inquadratura sullo storico vessillo della vittoria (znamja pobedy), quello che aveva sventolato sul Reichstag di Berlino una bandiera, ricavata da una tovaglia rossa, stante l’impossibilità di trovare, nella città devastata, un autentico gonfalone sovietico. La memorabile fotografia fu scattata dal fotografo di guerra Evgenij Chaldej, dopo avere costruito la scena, a battaglia terminata.

Non si possono guardare quelle immagini e non ricordare una tragedia della storia che ha colpito la Russia così come gran parte dell’Europa. Italia in primis, che ne è uscita distrutta. Non si possono rinnegare quei morti per la libertà. Una tavola ricorda il valore del pane. Quel pane per cui si è combattuto. Il disprezzo occidentale verso quei 20 milioni di morti russi è, poi, quasi un regalo alla propaganda interna di Putin, conclude Venturini. Qualunque sia la riflessione finale che ciascuno voglia sposare e condividere, resta il fatto che il vero danno oggi, di quell’assenza occidentale, non è solo alla storia e al suo senso ma anche alla vera politica. Ci vogliono statisti capaci di affermare il senso della storia. Ma, all’orizzonte, non se ne vedono.

Fotografie di Simonetta Sandri, mostraCittà dei vincitori”, presso il Museo di Mosca, dal 9 maggio al 6 dicembre 2015.

commemorazione-Anna-Politkovskaïa

Otto anni dopo, l’omaggio
ad Anna Politkovskaïa

Una cinquantina di giornalisti ha commemorato, ieri a Mosca, l’assassinio della giornalista Anna Politkovskaïa, uccisa nel 2006. Davanti all’entrata della sua ex redazione, quella del giornale Novaïa Gazeta, hanno deposto delicati fiori di giornale, vicino a una stele innalzata in suo nome. Tra le persone giunte a rendere omaggio a questa giornalista nota per le sue forti critiche alla politica del Cremlino in Cecenia, c’erano i figli Ilia e Vera, il capo redattore della Novaïa Gazeta, Dmitri Mouratov, e molti colleghi.
Il 7 ottobre 2006, Anna rientrava a casa dopo aver fatto la spesa, come faceva regolarmente, come molti lavoratori fanno ogni giorno. Era un giorno qualunque, come tanti altri. L’assassino l’ha attesa all’entrata del palazzo. Aveva 48 anni ed era attivamente impegnata nella denuncia dei crimini commessi in Cecenia. La sera del dramma, il giornale presso il quale lavorava aveva immediatamente avanzato due ipotesi: una vendetta da parte di Ramzam Kadyrov, vice Primo Ministro della Repubblica cecena, uomo vicino a Putin, o al contrario, una macchinazione per indebolirlo. Da allora si sono svolti tre processi. Il primo (ottobre 2008-febbraio 2009), non aveva condotto ad alcuno risultato (mancanza di prove contro gli imputati, vizi di forma, ricorso alla Corte Suprema) ma, nel dicembre 2012, in un secondo processo, l’ex-tenente colonnello Dmitri Pavliucenkov, responsabile all’epoca della sezione pedinamenti della polizia di Mosca, era stato condannato a 11 anni di reclusione per aver organizzato il pedinamento della Politkovskaïa e fornito l’arma all’assassino, in cambio di 150.000 $. Il terzo processo, nell’estate 2014, aveva visto la condanna, da parte del Tribunale di Mosca, di cinque persone, fra le quali Rustam Makhmudov (l’esecutore), Lom-Ali Gaitukaev (l’organizzatore), e il citato Dimitri Pavliouchenkov (per aver fornito l’arma del crimine). La severità delle pene (ergastolo per i primi due) aveva ridato credibilità alla giustizia russa, accusata di eccessiva connivenza con il potere. Ma l’accusa non è mai riuscita a trovare il vero mandante. C’è chi ha chiamato in causa il Cremlino, almeno per la protezione accordata al mandante, chi, vista l’origine dei protagonisti e la natura degli scritti di Anna ritiene che il dossier ceceno sia comunque il cuore del problema e della sua soluzione. Resta il fatto che Anna Politkovskaïa è, ed è stata, da molti considerata il simbolo del giornalismo e della liberta di stampa. Il suo assassinio ha commosso, e commuove ancora, il mondo intero e suscita indignazione della stampa e delle organizzazioni a difesa dei diritti umani. Oggi ci s’interroga ancora sulle ragioni della sua morte e la stampa e gli internauti sottolineano il brutto “scherzo del destino”, che ha voluto che il 7 ottobre fosse, allo stesso tempo, il giorno della triste commemorazione e quello del 62˚ compleanno del presidente russo. C’est la vie, putroppo.

zoa-controcorrente-russia

LA STORIA
Zoa, ovvero come andare controcorrente in Russia

Sappiamo bene, ormai, come la street art possa essere un potente veicolo di messaggi, grande palcoscenico a cielo aperto che raggiunge un enorme e diversificato pubblico. A volte attento, a volte meno, ma comunque un mondo ‘sui generis’, potente, ‘esposto’, spesso involontariamente, a grida di aiuto o a necessità di veicolare messaggi sociali di vario tipo e intensità. Talora questi messaggi sono anche politici, come il caso di Aleksandra Kachko in Russia, a San Pietroburgo. L’artista, conosciuta come Zoa (vedremo poi perché…), dipinge il suo dissenso contro Putin e per questo è stata più volte arrestata. Artisti di strada come Jef Aerosol, Banksy, Mat Benote, Cartrain, Dan Witz, Tod Hanson, Invader, Michael Kirby, Viso Collo, Ellis Gallagher, Vhils, Os Gemeos, Swoon, Twist, 108 e Sten Lex si sono guadagnati l’attenzione internazionale per il loro lavoro e hanno goduto di una popolarità più benevola. Hanno, per così dire, vita più facile.

zoa-controcorrente-russiaDi Zoa (potremo chiamarla anche Sasha, il diminutivo affettuoso, in Russia, usato per le ragazze che si chiamano Alexandra), non si trova molto in rete, almeno non in italiano o in inglese, salvo un’intervista del 2011 che le era fatta dopo l’arresto per aver partecipato ad alcune manifestazioni, diciamo, non troppo pro Putin. Di lei si sa che ha oggi 28 anni, che non è fra gli artisti più noti nel suo campo, ma che merita menzione.

zoa-controcorrente-russiaPerché Sasha è una donna coraggiosa, che ha studiato da sola, senza incoraggiamento familiare, con un padre ex saldatore e problemi con l’alcol. Ma pare che lei non voglia parlare di questo, né tanto meno essere oggetto di inutili e sterili vittimismi. Lei è forte e attiva, e cerca di parlare con i colori. Oggi fa l’architetto a San Pietroburgo, non vive, quindi, grazie ai suoi graffiti ma di essi ne fa una bandiera importante di attivista per i diritti civili.
Sasha ha iniziato a manifestare, avvicinandosi alla politica, nel movimento Strategia 31 (fondato dallo scrittore Eduard Limonov, oggi leader del partito Altra Russia), che ogni fine mese si riunisce a Mosca e in altre città della Russia, per protestare contro la violazione dell’articolo 31 della Costituzione, che sancisce il diritto a manifestare pubblicamente, in modo pacifico. Meno pacifica la reazione della polizia, si dice.

zoa-controcorrente-russiaA parte alcuni manifesti preparati in quell’occasione, Sasha ha iniziato a fare graffiti politici, nell’ottobre 2010, dopo l’arresto dell’amico Aleksander Pesotskij, incriminato ex art. 282, ossia per l’accusa di ricostituzione del partito bolscevico.
Passeggiando per la già fresca San Pietroburgo, recentemente, ho visto qualche graffito, ma se si comparano Ekaterinburg e Perm (e alla stessa Mosca), dove si fanno festival di street art (ovviamente, non a sfondo politico), qui non si vede molto. A Mosca, invece, forse perché è la capitale, forse perché è più aperta o semplicemente più popolata e frequentata da vari movimenti artistici, si incrociano più muri dipinti. Basti ricordare che qui aveva spopolato colui che era stato definito il Bansky russo, Pavel 183, deceduto giovane ma che aveva, e ha, lasciato forte impronta e ricordo nella città.

zoa-controcorrente-russiaTra i soggetti realizzati da Sasha ce ne sono anche molti di tema femminista, come, ad esempio, un disegno su sfondo rosa di una donna crocifissa, con la scritta “il Patriarcato uccide”, messaggio forte in un Paese, peraltro, molto religioso. Sasha dice che, all’estero, spesso la donna russa è vista come emancipata ma che, nella realtà, solo alcune donne (la minoranza) lo sono, e che molte altre appartengono a una cultura rigidamente patriarcale. Secondo lei, l’Unione sovietica era meno sessista perché era necessario che le donne lavorassero nelle fabbriche e aumentassero la produttività, ma sempre per l’interesse nazionale. Sasha lotta contro quella che viene definita, spesso, una normalità: una donna maltrattata dal marito non è vista come un problema. Non si deve tollerare e perdonare. Alcune sue opere toccano il tema dell’aborto o dell’arresto di femministe.

Finora, l’abbiamo sempre chiamata Sasha, ma in Russia chi la conosce la conosce come Zoa, nome nato per caso: un bel giorno qualcuno ha attaccato un annuncio sui suoi graffiti: «Sono interessata a incontrare un uomo. Zoja» e lei ha deciso di adottarlo come nome. Ha preso quella forma come una sorta di messaggio, di suggerimento, di battesimo.

zoa-controcorrente-russia
Mostra di graffiti sociali, “Matite femministe”, Mosca, ottobre 2013

Zoa ha partecipato anche alla mostra di graffiti sociali, “Matite femministe”, organizzata a Mosca nell’ottobre 2013, nel quadro della biennale d’arte contemporanea.

In alcune dichiarazioni, Zoa ha ricordato di avere effettuato 20-30 opere originali ma che, per la loro natura effimera, l’attenzione ad esse dedicata dalla polizia e dagli incaricati di ripulire le strade, sono rimaste visibili per poco tempo. Alcune hanno vissuto un solo giorno, altre un po’ di più. Ma lei spera di avere comunque passato un messaggio.

Foto da Il Fatto quotidiano [vedi]

autodeterminazione

Autodeterminazione dei popoli, un diritto a singhiozzo

di Gianluca Ciucci

Il concetto di autodeterminazione dei popoli è vago come stelle dell’Orsa, volubile come solo l’uomo sa essere, abusato e, a volte, violentato come solo la politica sa fare.
Invocato centinaia di volte nel secolo breve che ci siamo lasciati alle spalle, l’ultima applicazione di questo principio si è visto pochi giorni fa nel referendum che ha sancito il ritorno della regione della Crimea nella Federazione russa. Ma può un voto popolare che sancisce il “cambio di casacca” di una popolazione, più o meno grande che sia, rientrare nell’ambito del diritto inalienabile (ius cogens) di un popolo di autodeterminarsi? A sentire i politici di ogni risma, la risposta è sì, ma solo quando fa comodo, per cui anche no, per lo stesso motivo. Basti pensare ai miseri salti di piccoli paesi da una provincia all’altra: ce ne sono almeno un paio all’anno in Italia. Oppure alla sparata di un Salvini qualunque, che, sventolando la bandiera di Crimea (come un novello Cavour), brandisce l’idea di un referendum simile per staccare il Veneto, e perché no anche il Salento, dal resto del Belpaese. Se però ragionassimo in punta di diritto (parole ostiche nei tempi che viviamo: ragionare e diritto), la risposta alla domanda sarebbe, cristallinamente, no.
Il principio di autodeterminazione dei popoli sancisce il diritto di un popolo sottoposto a dominazione straniera ad ottenere l’indipendenza, associarsi a un altro stato o comunque a poter scegliere autonomamente il proprio regime politico. Questo principio è un diritto internazionale generale e viene riconosciuto dalla Società degli Stati. Venne enunciato per la prima volta da Woodraw Wilson, ventottesimo presidente degli Stati Uniti, in occasione del Trattato di Versailles del 1919. Avrebbe dovuto servire da linea guida per tracciare i nuovi confini dell’Europa uscita dalla Grande Guerra e fu un disastro. Anche allora c’era di mezzo la Russia e anche allora vennero indetti dei plebisciti dagli esiti contestati. Chissà cosa penserebbe Wilson, se sapesse che, un secolo dopo, il principio da lui annunciato con il chiaro intento di arginare la potenza di Mosca sarebbe stato usato da un nuovo zar per annettere un territorio storicamente, ma anche strategicamente, “cuore del popolo russo”. E cosa penserebbe Wilson di un suo successore alla Casa Bianca che invece non riconosce la validità del voto popolare che ufficialmente ne sancisce la volontà di autodeterminarsi? La confusione è grande sotto il cielo: la situazione non è affatto eccellente.

[© www.lastefani.it]

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi