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Il VAMPIRO E NON SOLO
La stampa universitaria ferrarese nel dopoguerra

 

Giuseppe Scandurra in Ibridi Ferraresi. L’Antropologia in una città senza antropologi presenta una ricerca su “una rete di intellettuali a Ferrara tra l’inizio degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Ottanta”. Potrei muovere un appunto: numerose e qualificate presenze di studiosi della materia a Ferrara ci sono state anche prima dell’insegnamento a cura di Giuseppe Scandurra, grazie alla mia antropologa preferita, Laura Lepore, da anni qui attiva. Ma Scandurra e Lepore si conoscono e si stimano. Inoltre il piacere che mi ha dato la lettura non mi fa soffermare su questo aspetto. L’inquadramento offerto dall’autore, il ricordo e la diretta testimonianza di cari amici mi sono stati particolarmente graditi e mi stimolerebbero piuttosto a qualche aggiunta.
Una generosa citazione di Ranieri Varese, riportata da Scandurra, mi include nella “rete di intellettuali” dei quali si interessa l’autore. “Poi c’è questo volume di Lugli su un allievo di Capitini – mi mostra il libro pubblicato da Lugli (2017), [n.d.a.] – che dà uno spaccato di Ferrara dal Dopoguerra fino agli anni Cinquanta, poi non ci sono altre cose di questo tipo”.

Il vampiro, rivista universitaria ferrarese, particolare

In un’intervista Franco Cazzola ricorda la modestia dell’apporto culturale dato alla città dagli studenti universitari. Poco viene dagli studenti cattolici e di sinistra. I goliardi dell’Afu pubblicano ogni tanto Il Vampiro. Franco non aggiunge altro. Nei primi anni Sessanta frequenta a Bologna, anche se lo ricordo ben attivo, con me Ranieri ed altri, a costruire l’Unione Goliardica Ferrarese, laica e di sinistra.
Nel 1961 su invito di Massimo Felisatti, che ne cura la redazione, scrivo su Ferrara. Rivista del Comune una Panoramica sulla stampa universitaria, che è, proprio sul tema in questione, “uno spaccato di Ferrara dal Dopoguerra fino agli anni Cinquanta”. Il Vampiro ricordato da Cazzola si definisce un semisatirico ed esce come numero unico. Non è stato sempre così. Il 1° settembre 1945 esce Il Vampiro, promosso da un gruppetto di studenti desiderosi di discussione e di rinnovamento della vita universitaria. È un quindicinale, che ha un buon successo e diviene settimanale. La sua esperienza è di poco più di un anno. Termina infatti il 28 ottobre 1946. Presenta più motivi di interesse. L’orientamento del periodico è lontano dalla sinistra politica e sindacale prevalente a Ferrara, ma non nell’Università. L’affermata “solidarietà tra i lavoratori del braccio e della mente” non trova un riscontro adeguato nella pubblicazione. Un periodico satirico, Uranio 235, sostenitore della prospettiva fusionista tra socialisti e comunisti lo attacca in più occasioni. Polemiche ci sono pure con La Nuova Scintilla della Federazione del PCI.
Non mancano interventi interessanti sulla vita politica, sulle iniziative e sui problemi del tempo. Redattori ne sono, con altri che non ho conosciuto, Giorgio Bissi – socialdemocratico e poi a lungo Presidente della Cassa di Risparmio –,  i miei cari amici Gianluigi Magoni – custode dell’intera collezione de Il Vampiro, all’epoca direttore con Giorgio Franceschini de Il Popolo Libero, combattivo settimanale della DC, e Carlo Bassi – cattolico, buon amico degli antifascisti Balboni, Devoto e Savonuzzi – studente partecipa alle proposte per il piano regolatore di Ferrara nel ’45, collabora pure alla rivista culturale Quartiere, fondata da Claudio Varese. Il settimanale mostra, 10 novembre ’45, apprezzamento per i Corsi della Scuola del lavoratore, nella cui realizzazione Balboni è fortemente impegnato. Oltre a una valenza professionalizzante, hanno lo scopo di rendere capaci i lavoratori di dirigere i Consigli di fabbrica e le cooperative.

Un anno dopo il periodico qualunquista Il torchio, 29 dicembre 1946, censura questo impegno: “Alla Scuola del lavoratore (sezione femminile della Camera del lavoro – fondo della solidarietà nazionale) si esibisce periodicamente il compagno Balboni Silvano, studente di medicina. Cosa insegna questo signore alle lavoratrici (tra cui ragazze di 14 e 15 anni)? L’igiene della casa? Il modo di curare l’influenza o di evitare i contagi morbosi? Ohibò! Neanche per sogno! Il nostro compagno insegna psicanalisi. Ed è notevole la disinvoltura con cui il compagno Balboni volgarizza le più spinose questioni sessuali al lume delle teorie freudiane… Non potrebbe il compagno Balboni dedicarsi ad altro insegnamento più proficuo, tenendo presente che Freud è ancora ai margini della vera scienza e soprattutto che non è ancora arrivato il momento di insegnare le porcherie a scuola. Le porcherie di Freud naturalmente!”.

Il linguaggio del settimanale universitario è diverso ma non gli risparmia l’accusa di qualunquismo. La risposta è nella domanda rivolta a diversi esponenti politici cittadini: “Dato, ma non concesso, il nostro qualunquismo, è legittimo identificarlo col fascismo?”. Vale ancora la pena leggere l’intervento di Giangi Devoto. Ma le risposte complessive scavano un solco maggiore tra questi universitari e la sinistra. Non sono mancati, soprattutto nel primo periodo, ritratti di esponenti particolarmente impegnati, azionisti, socialisti, come, sempre nel ’45, 27 ottobre “Viva Savonuzzi”, 1 dicembre “Viva Devoto”, nel ritratto fa capolino Silvano Balboni, 24 dicembre “Viva Cappelletti”, sindacalista socialista, combattente antifranchista e antifascista. Ancora il 20 aprile del ’46 vi è un ricordo dell’antifascista Francesco Viviani.
La Festa della matricola promossa nel maggio, per modalità e contenuti, provoca però una dura reazione sindacale e politica che ne impedisce il proseguimento. Ancora un mese prima della chiusura pubblica una vera e propria inchiesta, a cura di Bissi e Bolognesi, “Mortara 70, dicono che là dentro sono tutti comunisti, ma sbagliano perché non c’è che un colore: ed è quello grigio e senza vita della miseria, che soffoca come una cappa di piombo…”,

Coetaneo al Vampiro è Ercolino d’Este, promosso dall’Unione Studenti Italiani di orientamento democratico, ma di brevissima durata. Il Fronte della gioventù ha un periodico, Gioventù in lotta, diretto da Vittorio Passerini, comunista, con il vice Valentino Galeotti, cattolico di sinistra. Su questo preferiscono scrivere universitari e giovani intellettuali, comunisti e azionisti, meno i socialisti.
Un fratello minore del Vampiro, sopravvissuto come saltuario numero unico è, negli anni ’50, il Cuchino, promosso da universitari o nostalgici goliardi a Copparo. Una sorta di foglio di servizio è Il Fucino, che ricordo presente negli stessi anni Cinquanta. Dal ’48 fino al ’57 direi, studenti universitari di sinistra (Passerini, Pittorru, Felisatti?) fanno circolare un bollettino ciclostilato di irregolare frequenza, Università Libera. Ricordo di averne visto qualche copia in occasione del mio vecchio articolo sulla stampa universitaria.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
“Libriamo” la Gad

Perché non accogliere la proposta di alcuni cittadini e abitanti del quartiere di costituire un polo bibliotecario in zona Gad? Rispondere con le armi della cultura anziché arrenderci alle armi dell’esercito?
Non un luogo di soli libri, ma un luogo di circolazione della conoscenza, un luogo di incontri, di iniziative, di animazione del quartiere attraverso il sapere insieme. Non un luogo chiuso ma aperto, capace di mobilitare il sapere per le strade, per le piazze. Un hub di un quartiere vivo anziché spaventato.
Non abbiamo bisogno di archivi e di luoghi morti, ma di luoghi che siano l’anima di iniziative capaci di rispondere ai bisogni formativi e culturali delle persone, nella prospettiva della formazione permanente.
Non un luogo autoreferenziale come lo sono le scuole, l’università, musei, cinema, teatri e biblioteche. Ognuno per sé senza neppure conoscere cosa fa il vicino, senza alcun coordinamento.
Ecco, l’hub bibliotecario della Gad come obiettivo potrebbe avere quello di dare impulso alla collaborazione fra istituzioni diverse, oltre che indirizzare il cittadino verso altre esperienze culturali sul territorio. Insomma lavorare per una cultura calda, per un’idea di città come impresa educativa.
Ho già avuto modo di scrivere in questa rubrica dell’esperienza del Consorzio delle biblioteche dei Comuni della Provincia nord-ovest di Milano (vedi qui).
Perché non cogliamo questa occasione per farla nostra, semmai reinventandola?
La realtà della città è un’enorme arnia di occasioni formative, la biblioteca potrebbe essere il luogo per mettere in rete tutte le celle di questa arnia, far conoscere cosa offre il quartiere e cosa offre la città.
L’idea di valorizzare il circuito della conoscenza mettendo in rete gli eventi relativi alla diffusione del sapere e della cultura. La banca dati digitale degli avvenimenti in città: i luoghi della cultura, i percorsi tra i beni artistico-architettonici, le proposte paesaggistico-ambientali, gli itinerari naturalistici da visitare. Spettacoli, concerti, conferenze, gite da non perdere. E in fine lo sport e i luoghi dove mangiare e bere da provare. Un hub che interagisca e operi in collaborazione, con scuole, centri sociali, istituzioni, imprese e associazioni del territorio, seguendo il filo rosso dell’istruzione diffusa e permanente, con l’obbiettivo di fare incontrare tar loro tutte le forme di apprendimento da quelle formali, a quelle non formali e informali. Un luogo dove le differenti culture che ormai abitano il territorio possano raccontarsi e ascoltarsi vicendevolmente.
Un hub con servizi di prestito interbibliotecario e di consultazione, emeroteca, wifi gratuito, punti di bookcrossing, iniziative culturali per bambini e adulti.
Uno spazio pubblico per studenti e cittadini, in rete con il circuito delle biblioteche universitarie, con l’archivio di stato e comunale, una sala convegni, una sala per mostre ed esposizioni. Una piazza coperta dove incontrarsi, con un bar-ristoro dove fermarsi a leggere o dove ritrovarsi con altri per giocare, recuperando il piacere di stare insieme intorno ai giochi da tavolo.
Una biblioteca come luogo di ritrovo del quartiere, con spazi flessibili, ma anche come centro di apprendimento in grado di offrire risorse e opportunità all’intera gamma dei gruppi demografici del quartiere dall’infanzia agli anziani, dai corsi di informatica ai corsi di lingua italiana per gli stranieri, corsi di lingue, benessere e salute, musica, tecnologia, lavoro e management, scrittura e comunicazione.
Una biblioteca di quartiere come luogo della città condivisa, dove si mettono in comune spazi, beni e saperi per la produzione e lo scambio di servizi a vantaggio di tutti.
La biblioteca come luogo di pratica democratica dove nessuno è straniero, un Community Hub capace di captare i bisogni del territorio attraverso la rete di collaborazione con istituzioni, associazioni, centri sociali, gruppi di quartiere per fornire risposte adeguate in termini di elaborazione di servizi, organizzazione di attività culturali e di animazione territoriale.
L’obiettivo da raggiungere è quello di rivitalizzare il quartiere in termini di inclusione sociale e di empowerment di comunità.
Per fare questo i servizi di biblioteca devono ampliarsi, da un lato con proposte a differenti target di destinatari (giovani, famiglie, anziani) per accrescere il livello di interazione sociale, dall’altro attivando percorsi di partecipazione.
In città sempre più in preda alla paura del “diverso” la biblioteca è un luogo sicuro, dove poter constatare che di fronte al sapere siamo tutti uguali.
Un hub bibliotecario, piazza coperta del territorio, esige una riflessione approfondita da parte di amministratori, architetti e bibliotecari affinché le caratteristiche di questo luogo siano piacevoli e culturalmente stimolanti.
Una biblioteca pubblica ben progettata e ben gestita è un luogo che aumenta il capitale sociale del suo territorio.

La denuncia di Yusuf: “Io cittadino nigeriano condanno chi sta rovinando il Gad”

La zona Gad è fra le più tristemente famose di Ferrara. Quasi ogni giorno si sente o legge di qualche scontro tra bande, spaccio, prostituzione, proteste dei cittadini che lì ci abitano. Basta scorrere un qualsiasi giornale che si occupi di cronaca locale per rendersene conto. E spesso i protagonisti sono cittadini di origine nigeriana. Allora proprio con una persona di questa comunità mi sono incontrato. E’ Yusuf Bello Osagie, titolare del negozio “In God we Trust” di via Ortigara. All’arrivo mi accoglie con un gran sorriso, mi fa entrare nel suo piccolo alimentari, con lui ci sono altri suoi conterranei, stanno festeggiando un compleanno. Mi fa cenno di sedermi e inizia una lunga conversazione, non c’è bisogno di fare domande. “La violenza che si verifica in queste zone io non me la so spiegare”, attacca. “Siamo venuti qui per migliorare la nostra vita e vorrei fare un appello a tutti i migranti: comportatevi bene”. Parole semplici, scandite in un italiano non del tutto spedito, ma chiaro. Yusuf è da sempre impegnato nella lotta al degrado del quartiere. Gli chiedo di continuare a parlare della situazione al Gad e del rapporto con gli italiani: “Dicono che gli italiani sono razzisti. Non è vero! Se ti comporti bene, ti trattano bene. Non è una questione economica o di colore della pelle, ma di comportamento”.

Rifletto molto su questa frase, lui sembra crederci, io un po’ meno. Ma lo lascio proseguire e gli chiedo la sua opinione sulle problematiche relative alla zona stazione: “Secondo me, per cambiare la situazione lì bisogna usare il pugno duro, bisogna controllare 24 ore su 24 quelle zone. Gli africani hanno paura della polizia. In Nigeria chi si comporta male viene sparato, chi ruba lo stesso”. Devo essere sincero, questa frase gliel’ho fatta ripetere svariate volte, ma approfondendo non credo voglia che si arrivi a questo anche qui. Continuando, Yusuf ritorna sui consigli per gli immigrati: “Tutti i migranti a Ferrara dovrebbero comportarsi bene, perché siamo persone, non animali. Ma spesso loro vivono come gli animali: pipì per strada, sporcano, buttano le bottiglie dal grattacielo”, e per i suoi colleghi commercianti aggiunge: “Anche loro devono seguire le regole, nel mio locale non ci sono delinquenti, non ci sono spacciatori né prostitute perché quando vedo un malvivente ho sempre chiamato le autorità. Anche gli altri alimentari dovrebbero farlo, non pensare solo ai soldi ma anche alla tranquillità.” Anche sugli orari di chiusura ha da dire la sua: “C’è un bar qui vicino che chiude in tarda notte e non crea tranquillità nella zona”. Poi per concludere aggiunge: “Non siamo tutti uguali, gli italiani non dovrebbero generalizzare, ci sono i migranti cattivi e quelli buoni, non bisogna accomunare tutti”. Non mancano poi ringraziamenti al sindaco e alle autorità, che dice essere sempre presenti e di aiuto a questa zona, ma che pure potrebbero fare di più.

Finita l’intervista lo saluto, esco fuori e camminando mi avvio verso il ‘giardino’, un gruppetto di ragazzi di colore è impegnato a parlottare. Si è fatto tardi, e noto così l’inizio del ‘turno’ di ronde delle biciclette, sulle cui selle sono sedute le vedette impegnate nel controllo delle zone di spaccio. Mi avvio verso l’auto, ma non è un addio, è solo un arrivederci…

SEGNALI
Ecco la “casa del quartiere”. Per gli abitanti di via Medini uno spazio condiviso di incontro

Da cooperativa sociale Camelot

Al confine tra Doro e Barco c’è un nuovo spazio di vicinato che servirà alle 300 famiglie del quartiere per incontrarsi e organizzare attività di socializzazione.
Il caseggiato, costruito nel 1979 e gestito dalla cooperativa Castello, è uno dei più grandi della città, e negli anni ha subito profonde trasformazioni. L’età degli abitanti è aumentata, e con essa i bisogni. Per questo, Comune di Ferrara, Asp e Azienda Asl, la primavera scorsa, hanno avviato un’attività di facilitazione per raccogliere le nuove esigenze degli inquilini e rispondere alle loro richieste. Per farlo, si sono avvalsi del supporto della cooperativa Camelot e del Teatro Nucleo, oltre che di singoli cittadini e realtà della zona. Il nuovo spazio è stato inaugurato venerdì pomeriggio al civico 34 di via Medini.

Sono stati organizzati vari momenti di condivisione, confronto e ideazione, come camminate di quartiere, feste tra le case, laboratori teatrali, interviste video, riunioni di abitanti, tutti parte del progetto Porte A.per.Te, nato nell’ambito del percorso regionale di partecipazione attiva Community Lab. La richiesta più frequente raccolta dagli operatori che hanno seguito gli abitanti, è stata quella di tornare a stare assieme, a vivere di più in spazi comuni, come accadeva all’inizio dell’insediamento. Ed è così che, grazie ad uno spazio messo a disposizione dalla cooperativa Castello, ed un contributo del Comune, si è arrivati ad inaugurare la nuova “casa del quartiere”.

“Qui si potranno condividere capacità, problemi e soluzioni”, ha detto Patrizio Fergnani, del Servizio salute e politiche socio sanitarie del Comune di Ferrara, uno dei facilitatori di Porte A.per.Te.

“Ora sta a voi fare in modo che questo posto non si riempia di ragnatele, ma di persone”, ha auspicato Chiara Sapigni, assessora alla Sanità, ai Servizi alla Persona e all’Immigrazione.

“Noi ci preoccupiamo della sanità, ma anche della salute, non solo fisica, ma anche sociale, e il benessere non si raggiunge da soli, bene dunque questo nuovo spazio”, ha affermato Paola Castagnotto dell’Azienda sanitaria locale.

“Sono anni che lavoriamo qui per facilitare i rapporti tra i vicini, e questo traguardo è davvero importante per tutti”, ha spiegato Eris Gianella della cooperativa Camelot.

Daniele Guzzinati, Presidente della Cooperativa “Castello”, ha chiuso i saluti istituzionali ricordando che “la qualità della vita è da sempre un obiettivo della cooperativa di abitanti: in collaborazione con le Istituzioni offriamo uno spazio ai cittadini perché lo possano riempire di partecipazione.”

Quindi gli abitanti, diretti da Natasha Czertok e Greta Marzano, hanno proposto delle letture ispirate sia ai ricordi del quartiere, come la cocomerata di Ferragosto, che a fantasiose proposte per il futuro, come gli scivoli per collegare le case fra loro.

Queste suggestioni sono emerse nel corso del laboratorio teatrale sulla memoria del quartiere “Teatro tra le case”, condotto dal Teatro Nucleo, che ha anche coordinato le riprese del video “Abitare al Doro” di Martina Pagliucoli, e la ricerca fotografica di Giacomo Stefani, fatta di ritratti degli abitanti nelle loro case e suggestivi scorci che mostrano le architetture immerse nel verde. Immagini che rimarranno nello spazio di vicinato per ricordarne la storia.

Il pomeriggio si è concluso con un rinfresco preparato dagli stessi abitanti e con il mercatino dei lavori dei bimbi della scuola Guido Rossa, la nuova linfa vitale del quartiere.

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IMMAGINARIO
Indovina chi viene a cena.
La foto di oggi…

La scorsa domenica 6 settembre si è svolta la “Cena d’estate attorno all’acquedotto”, che ha visto la partecipazione di decine di famiglie e bambini. Organizzata da Comune di Ferrara e Circi in collaborazione con l’associazione Basso Profilo, l’iniziativa ha coinvolto gli abitanti del quartiere Giardino, alcune delle sue attività commerciali e tutti coloro che hanno voluto coronare la giornata di festa attorno all’acquedotto condividendo cibo e sorrisi.

Estate bambini prosegue anche oggi martedì 8 settembre presso il Polo per l’Infazia di via del Melo. Clicca qui per leggere il programma.

Foto: Le Immagini agenzia di comunicazione e ufficio stampa di Estate Bambini.

OGGI – IMMAGINARIO CITTA’

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

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NOTA A MARGINE
Al Doro ‘il buon vicinato’ esiste già

Personalmente credo che la maggior parte delle depressioni abbiano radici nella solitudine, ma la comunità medica preferisce parlare di depressione piuttosto che di solitudine. È più facile liberarci del problema dando una diagnosi e una scatola di farmaci. Perché se cominciassimo a parlare di solitudine, sapremmo, per certo, che non ci sono farmaci. Non c’è industria medica che tenga, basta l’amore umano.” (Hunter Patch Adams)

Sabato scorso arrivo nel viale alberato fra gli alloggi di via Medini, in zona Doro, mentre stanno terminando i preparativi per il secondo appuntamento di “Porte A.per.Te”, progetto per lo stimolo alla coesione sociale nato nell’ambito di Community Lab, un percorso di partecipazione attiva dei cittadini per la ricerca di nuove politiche locali. Dopo la camminata di quartiere del 21 aprile scorso, l’appuntamento di sabato è “Un’occasione DORO”, una festa di quartiere promossa dal Comune di Ferrara in collaborazione con la Cooperativa di abitanti il Castello, la Cooperativa Sociale Camelot, il Teatro Nucleo e l’Associazione Casa e Lavoro.
Non ci vuole molto tempo per capire che qui le pratiche di buon vicinato sono già una realtà: gli abitanti in pratica si conoscono quasi tutti e sono già dei provetti organizzatori di quelle che fino a non troppo tempo fa si sono chiamate cene sociali. Non aspettavano altro che l’occasione buona per…far festa appunto. In più, proprio grazie alla camminata di quartiere, è stata coinvolta la vicina scuola d’infanzia Guido Rossa. “Abbiamo due sezioni comunali e una statale per un totale di 75 bimbi”, mi spiegano le maestre Patrizia e Manuela. Per l’occasione hanno organizzato un mercatino con giochi e oggetti raccolti anche grazie all’interessamento delle mamme. Tutto il ricavato di sabato è destinato all’acquisto di materiale per la scuola stessa, mentre “l’invenduto verrà donato alla parrocchia del quartiere”.

festa-quartiere-doroCentro nevralgico dei festeggiamenti non potevano che essere l’angolo buffet e, giusto accanto, il barbecue per l’immancabile grigliata di carne. Gli addetti alla cottura sono la signora Tina, Franco, il presidente della Cooperativa di abitanti a proprietà indivisa il Castello che gestisce questi alloggi, e Saverio, che si è trasferito qui da Reggio Calabria 37 anni fa ed è stato consigliere della Cooperativa per 20 anni, “ora largo ai giovani” scherza.
Poco più in là c’è lo spazio karaoke, con un impianto audio di tutto rispetto, gestito dal signor Filippo che ha preparato un medley di successi italiani e non dagli anni ’50 a oggi. Nella cooperativa da più di 25 anni, è lui a tenere i corsi di informatica di base per i suoi vicini di casa. Tra una canzone e un’altra una signora si ferma a chiacchierare con me, ci tiene che io riporti tutta la sua soddisfazione per questa iniziativa: “Servirebbero più occasioni di incontro come questa, oggigiorno la gente non fa che correre di qua e di là. Io ogni tanto mi chiedo: si corre così tanto, ma per andare dove? Cosa rincorrono?”
Lì accanto gli organizzatori hanno montato la “Tenda della memoria”, dove chi vuole può portare un oggetto o raccontare un proprio ricordo del quartiere e di come è cambiato in questi anni, contribuendo così al progetto di narrazione della propria storia collettiva. Osservo le foto di quando ancora la zona era un grande cantiere e, dato che non c’era ancora la chiesa, le funzioni religiose, le comunioni e le cresime si svolgevano sotto una grande tensostruttura. Intanto ascolto la storia di Linda e Giuseppe, arrivati da Terracina nel 1982: “quando sono venuta ad abitare qui – racconta Linda – ho realizzato uno dei miei sogni, mi sono comprata una cucina nuova. È quella che uso ancora oggi!”

Ma la memoria storica di via Medini è Peppino, portiere di calcio, finanziere e maratoneta, arrivato “nel maggio del 1977 su una 127 con la sua famiglia e due o tre valigie”. In due parole, senza star tanto lì a filosofeggiare, mi riassume perfettamente il senso di questo pomeriggio. “Mio nonno mi diceva sempre: dai con tutte e due le mani e chiedi con una sola. Bisogna dare per avere. Oggi si pensa che il rapporto con i vicini è una perdita di tempo, per me no: se una signora mi chiama perché ha bisogno di cambiare una lampadina, lascio il pranzo e vado ad aiutarla”.
Finalmente riesco a distrarre per un attimo Franco dall’importantissimo compito di addetto alla griglia e mi faccio spiegare meglio cos’è la cooperativa di abitanti a proprietà indivisa il Castello. “La cooperativa esiste dagli anni Settanta e da allora costruiamo alloggi con finanziamenti prima statali e ora regionali, che vengono assegnati con bandi che contengono determinate caratteristiche, per esempio negli ultimi si faceva riferimento soprattutto al risparmio energetico”. La quota associativa è di circa 50 euro, ma vengono richiesti determinati requisiti, come “il non possedere una proprietà abitativa nel comune in cui si fa richiesta o il non superare un determinato reddito annuo”. La prenotazione e l’effettiva assegnazione di un alloggio avvengono a fronte di un investimento che “serve per integrare i fondi regionali per la costruzione di nuovi alloggi e la manutenzione e il rinnovo di quelli già esistenti”. “L’assegnazione però non ha scadenza e se l’assegnatario decide di andarsene gli viene restituita la quota che ha investito per entrare, come avviene in tutte le altre cooperative”, sottolinea Franco. Nelle cooperative a proprietà indivisa, rimanendo la proprietà degli immobili nel patrimonio della cooperativa stessa, le spese condominiali costituiscono una parte integrante della gestione degli immobili, con la conseguenza che nell’importo del canone di godimento dovuto dai Soci, una sorta di affitto mensile, vengono ricomprese anche le suddette spese condominiali. Inoltre nella cooperativa il Castello “i consumi vengono contabilizzati al singolo utente, quindi chi consuma meno paga meno”.
L’elemento distintivo è che, trattandosi di una cooperativa, deve e vuole perseguire uno scopo mutualistico: soddisfare in modo prevalente i bisogni dei soci ai quali vengono assegnati gli alloggi a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle di mercato. Ecco perché ultimamente i giovani stanno tornando a interessarsi a questa modalità di trovare casa: l’affitto qui va dai 150 euro, per i monolocali, ai 350 euro per gli appartamenti più grandi.

festa-quartiere-doroNel frattempo il tavolo dell’aperitivo si sta riempiendo di cose da mangiare e di bottiglie da bere: c’è chi ha fatto la pizza, chi torte salate e dolci, qualcun altro arriva con snack e salatini già pronti, fragole fresche o bibite e coca cola, perché è tornato tardi da lavoro e non ha fatto in tempo a cucinare, ma nessuno ha voluto rinunciare a portare qualcosa. Si passa il tempo parlando del più e del meno e ascoltando le zirudèle e le barzellette di Gastone. C’è anche chi partecipa a modo suo, osservando un po’ perplesso dalla propria finestra questa stranissima riunione di condominio in cui le uniche urla che si sentono sono quelle dei bimbi che si rincorrono fra gli alberi.

Link correlati:
Pagina Facebook del progetto Porte A.per.Te [vedi].
La camminata di quartiere del 21 aprile [vedi].

NOTA A MARGINE
Una scacchiera gigante e il percorso InformAttivo per vivacizzare viale Krasnodar

Dopo una lunga settimana trascorsa a inaugurare progetti pilota sparsi per tutto il territorio ferrarese, si è appena conclusa l’iniziativa “Scombussoliamoci – Prove generali di comunità” con l’apertura di due nuovi presidi del progetto Com.Bus in viale Krasnodar (per il presidio di Quartesana [leggi], per il progetto Com.Bus [leggi]).
In due anni di progetto che hanno visto sorgere giardini sensoriali, scalinate ridipinte ed ex cabine rinate sotto forma di biblioteche, il viale della periferia di Ferrara è stato luogo anche di due interessanti proposte di riqualificazione territoriale pensate dai bambini delle classi quinte, in questo caso della scuola primaria Matteotti: una piazzetta (piazza dei Poeti) adibita a scacchiera gigante sulla quale giocare e, in uno spiazzo in mezzo al verde qualche centinaio di metri oltre le trafficatissime strade principali, un percorso denominato “informAttivo” nato con il compito di illustrare tutto quello che il quartiere ha da offrire ad abitanti e passanti.

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Scacchiera di Alfatrotto

Il presidio attivato in piazza dei Poeti è stato presentato dal discorso inaugurale da Serena Maioli, ideatrice del progetto Com.Bus, che ha spiegato come “in tutto questo tempo trascorso a pensare come e dove riqualificare il quartiere, la scelta obbligata è stata proprio questa piazza, un tempo adibita a skate-park e oggi molto bisognosa di nuove attenzioni”. La pavimentazione della piazzetta è passata così dall’essere terreno di acrobatiche evoluzioni da parte degli skateboarder ad una gigantesca piattaforma di gioco. Quest’ultimo ha anche un suo nome, “Alfatrotto”, che come ha continuato a spiegare Serena “è un gioco molto simile allo scarabeo e pensato in tutti i suoi dettagli dai bambini, che insieme ai genitori hanno contribuito anche a costruire il materiale, come le pedine e i porta-pedine”. Anche gli stessi bambini della 5^A hanno preso la parola prima del taglio del nastro, desiderosi di raccontare a tutti i presenti il lavoro di questi due anni, frutto di tanti “giri” nel quartiere e di un’idea realizzata, non a caso, come in ogni progetto pensato da bambini che si rispettino, in questo grande spazio all’aperto.

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Percorso informATTIVO

Ma prima di mettersi a giocare veramente ad Alfatrotto, tutti i partecipanti all’inaugurazione si sono spostati per osservare la seconda ed ultima sperimentazione avviata nel quartiere, questa volta ideata dalla classe 5^C. Il “Percorso informAttivo” è stato posizionato lungo uno dei grandi parchi di viale Krasnodar con lo scopo di mettere a rete i vari parchi della zona, come ha spiegato nel discorso d’inaugurazione del presidio Elena Maioli che ha aggiunto come “si sia lavorato di fantasia con i ragazzi dopo aver capito che uno dei punti del quartiere sul quale spingere maggiormente fosse l’attività fisica, visto che viale Krasnodar è una delle zone più verdi di tutta Ferrara. Questa mappa rappresentante il percorso dei parchi con le sue postazioni – ha continuato – servirà agli abitanti del viale o ai turisti a prendere coscienza di quanti giochi, attività sportive e ricreative possono essere praticate in questo grande quartiere, senza mai dimenticarsi della sua storia, delle buone pratiche educative e della cura del territorio”. Anche in questo presidio è notevole l’entusiasmo dei ragazzi ideatori del progetto, che in un clima di festa in famiglia narrano uno dopo l’altro la storia della sperimentazione e accompagnano genitori e amici a provare il percorso.

Spostamenti tra sperimentazioni
Spostamenti tra sperimentazioni

Due novità quindi assolutamente importanti per viale Krasnodar, quartiere tanto difficile (come hanno potuto constatare i partecipanti all’iniziativa) quanto ricco di spunti e potenzialità da far emergere; tra mille difficoltà, ancora una volta, la purezza e la voglia di mettersi in gioco dei bambini emerge, colorata e rumorosa, e si fa notare. E così anche viale K. si dimostra quartiere veramente attivo, come attivi si sono confermati i suoi abitanti. Come ricordato in tutte le altre inaugurazioni, ora è proprio solamente compito dei bambini prendersi cura di quanto di bello hanno creato e fare in modo che sia solo l’inizio per tante altre idee analoghe.
Finisce così in bellezza l’impegnativa settimana per i ragazzi di Com.Bus, esausti ma entusiasti di aver finalmente visto realizzate tutte le sperimentazioni da loro avviate insieme a centinaia di ragazzi. Come loro stessi hanno ricordato, chiusa questa fase di sperimentazione se ne apre un’altra fatta di cura, di partecipazione e stimolazione verso quanta più gente possibile affinché si vivano al meglio questi nuovi spazi. Quest’ultimo è l’auspicio migliore, il vero obiettivo grazie al quale il progetto Com.Bus potrà dire di non aver lavorato invano.

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LA NOTA
Di notte a Ferrara

Nel linguaggio politico si parla di un ‘failed State’ (Stato fallito) quando non c’e più la possibilità di stabilire un regime democratico nel quadro di uno Stato o di una regione con confini chiari. Non ci sono più leggi e regolamenti per gestire i comportamenti della gente che vivono in quel territorio. Talvolta, passando in piena notte a Ferrara, fra piazza Travaglio e piazza Verdi, in via Carlo Mayr o in via delle Volte, ci si sente davvero in un ‘failed district‘, un territorio senza regole, un vero ‘wild east’ di una volta.
Via Carlo Mayr, di giorno una strada pubblica, aperta a tutti, di notte diventa una strada di fatto privata, totalmente bloccata dai clienti delle cosiddette ‘street bar’. Nemmeno io provo grande nostalgia per la città silenziosa e noiosa di qualche tempo fa, la ‘Ferrara funerale’, e mi piace l’idea della ‘movida’, ma talvolta il rumore diventa insopportabile come in un cantiere con le perforatrici ad aria compressa. Grazie a Dio, personalmente sento quel casino notturno solo da lontano perché la nostra camera da letto è collocata verso le Mura. E non capisco neppure perché il viluppo di stradine in questo storico quartiere di Ferrara sia diventato con gli anni sempre più una sorta di bagno pubblico a cielo aperto, per qualsiasi ‘bisogno umano‘. Sento un grande rispetto per i residenti che mattina dopo mattina curano il quartiere dove vivono. Grande rispetto anche per le donne e gli uomini della nettezza urbana, che ogni giorno fanno un lavoro spesso sgradevole per riportare un po’ di civiltà in un quartiere che, di notte, non sembra affatto appartenere all’Europa del XXI secolo ma ad un ‘failed State’, fuori dal tempo e dallo spazio.
Auguro una buona estate a tutti quelli che devono vivere e dormire nel piacevole e storico ambiente ferrarese, compresi gli ospiti stranieri. Sperando che l’ufficio del turismo e le autorità preposte leggano questa nota.

Insieme ma soli, gli abitanti di via Medini riscoprono il valore della comunità

zona-doro-camminataIn via Medini, poco fuori dalle mura cittadine e nel bel mezzo della zona Doro (ai confini del quartiere ferrarese di Barco), svetta, imponente ed esteso, il complesso di edifici gestito dalla cooperativa di abitanti a proprietà indivisa “Il Castello”: più di 300 nuclei famigliari dei quali la stragrande maggioranza composti da anziani, diverse attività commerciali, scuole, un bar, una parrocchia, sedi e sportelli di svariate associazioni e cooperative, un parco e sentieri alberati perfetti per passeggiate estive. Così è come si presenta il rione, bello, attrezzato e curato. Ma come spesso accade, guardando più in profondità e dietro le apparenze, si ricava la sensazione che aree come questa rischino l’effetto isolamento.

Logo del progetto Porte A.per.Te
Logo del progetto Porte A.per.Te

Proprio per prevenire questo rischio è nato Porte A.Per.Te, un progetto per lo stimolo alla coesione sociale nato nell’ambito di Community Lab, un percorso di partecipazione regionale che fa dei cittadini il motore per la ricerca di nuove politiche locali. Il progetto mira a definire proposte di coinvolgimento e iniziative volte a favorire la coesione sociale, tracciare quella che è la longeva storia del quartiere e studiare come tale territorio sia evoluto nel tempo. Porte A.Per.Te è gestito dal Servizio politiche sociali del Comune di Ferrara, azienda Usl, Asp servizi alla Persona, cooperative e associazioni ben integrate nel territorio e cittadini attivi.

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Preparazione alla camminata

Martedì scorso è stata organizzata proprio in via Medini una camminata di quartiere, l’occasione per dare il via concretamente al progetto e presentarsi fisicamente sul campo. L’obiettivo della giornata è stato incontrare quanta più gente del quartiere possibile, dai residenti ai commercianti, dalle scuole alla parrocchia, in maniera tale da ascoltare le voci di chi il quartiere lo vive e capire quali sono i bisogni reali, oltre che per analizzare le diverse modalità volte a cercare di facilitare le relazioni e le reti sociali all’interno del quartiere stesso.
Dopo la mattinata dedicata all’incontro con le scuole e a una tavola rotonda tra gli organizzatori e i facilitatori per discutere del progetto, nel primo pomeriggio è stata la volta dell’incontro con i capiscala degli edifici del quartiere; dalla chiacchierata con uno di questi ultimi (che grazie al loro ruolo possiedono una visione a 360° di quello che accade nella zona), componente inoltre del comitato di gestione della cooperativa di residenti, è emerso che “nonostante siano residenti qua più di trecento nuclei famigliari, in tanti anni non si sono mai sollevati particolari problemi, anche perché bene o male tra noi ci conosciamo tutti. Il mio compito è controllare che tutto vada per il meglio all’interno della cooperativa, esistono regolamenti di condominio da rispettare e, nonostante qualche piccolo ed inevitabile malinteso, tutto sommato siamo sempre andati tutti d’accordo”.
Un altro caposcala, Filippo, racconta che “nel tempo l’organizzazione all’interno del quartiere è sempre stata molto buona. Io stesso mi sono avvicinato da molto tempo alla cooperativa Camelot (che proprio tra questi edifici possiede uno sportello) per contribuire a fare qualcosa, e da qualche anno proprio in quella sede abbiamo creato un gruppo per insegnare agli anziani ad utilizzare il computer”.
Entrambi i capiscala ricordano inoltre come è andato trasformandosi nel tempo questo luogo: la maggior parte delle famiglie sono le stesse che per prime si sono insediate negli appartamenti, quando erano più giovani e con tanti figli che, ovviamente, favorivano aggregazione e partecipazione. Oggi, nel pensiero di entrambi, si considera inevitabile che questo spirito sia venuto meno, che ci siano meno interessi condivisi e minori occasioni di collaborare rispetto al passato. E proprio per questo emerge la solitudine di tanti anziani e il loro bisogno di incontrarsi e stare insieme.

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Interviste ai residenti

Terminata questa fase, ha avuto inizio la camminata di quartiere vera e propria. Organizzatori e facilitatori, divisi in gruppi, hanno incominciato a sparpagliarsi per le vie della zona e incontrare gli abitanti per scambiare qualche parola e farsi raccontare la storia ed il legame di ognuno con il quartiere. Le interviste raccolte hanno aiutato a delineare ulteriormente la situazione di via Medini che, per quanto emerso, risulta essere tranquilla e vivibile ma pecca di punti di ritrovo. Tra i residenti ascoltati, per esempio, Cristina afferma di essere “tra i molti che questo quartiere lo hanno visto nascere. Oggi vive qua anche mia figlia nonostante i prezzi d’ingresso si siano alzati rispetto a quelli più abbordabili di un tempo, conseguenza dei tempi che sono cambiati notevolmente. In tutti questi anni – continua – la cooperativa sta cercando di fare il possibile per creare qualcosa di nuovo; io da parte mia ho partecipato ad alcune iniziative come il corso d’inglese, ma le mie attività e i miei hobby sono all’esterno del quartiere, anche perché qua l’unico punto di ritrovo è ‘il covo’, il bar nel quale ogni tanto ci fermiamo a fare due chiacchiere. Ciò che oggi viene a mancare rispetto ad un tempo è la nostra partecipazione, conseguenza sicuramente dell’età che avanza tra noi residenti”.

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Scorcio del quartiere

Oltre ai pochi punti di ritrovo e alla quasi totalità di anziani presenti nel quartiere, un altro tema affrontato è stato quello degli immigrati che, come ha spiegato Maria, altra residente, “all’interno degli stabili di via Medini sono pochi e li conosciamo appena, mentre subito fuori dal quartiere le famiglie straniere sono molte, in maggioranza pakistane e ben integrate con i figli regolarmente iscritti alle scuole”. Anche Maria conferma che nel tempo il quartiere è andato evolvendosi in meglio con la costruzione di nuove cose, anche se tuttavia “stiamo invecchiando un po’ tutti: non ci sono tanti giovani soprattutto perché i giovani qua eravamo noi vecchi di oggi, e nonostante tutto quei pochissimi ragazzi residenti tra noi sono molto cordiali e gentili”.

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Un momento finale della passeggiata

Un problema anche di costi quindi, non tanto per quanto riguarda il canone mensile ma piuttosto per l’anticipo sull’immobile che, unitamente alla difficile situazione economica nella quale siamo ormai da tempo immersi, non facilita l’ingresso nel quartiere soprattutto alle coppie più giovani, come precisa un’altra signora accorsa alla camminata: “non viviamo nel lusso ma abbiamo tutto quello di cui necessitiamo, gli appartamenti sono belli e confortevoli, non ci manca niente, tuttavia anche per venire a vivere qua e soprattutto per entrare nella cooperativa al giorno d’oggi è obbligatorio fare dei sacrifici economici, i costi di affitto e gestione sono nella media ma purtroppo non più tutti possono permetterseli. Noi residenti anziani – afferma – tutto sommato siamo coperti da quasi tutte le necessità, e quando usciamo facciamo le solite cose. Uno dei punti più problematici per alcuni credo sia la lunga distanza per raggiungere i supermercati e i pochi luoghi fisici dove poterci trovare tutti assieme”.

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La locandina dei prossimi eventi

Raccolte le interviste dei residenti, l’equipe del progetto si è infine riunita per condividere i dati raccolti e confrontarsi dopo aver tracciato un quadro maggiormente esaustivo di quale sia la situazione nella zona. Tutte queste informazioni saranno la base attorno alla quale creare il piano d’azione da attuare a partire da maggio; sabato 16 maggio sarà infatti l’occasione per il successivo appuntamento proposto da Porte A.Per.Te, ovverosia una festa nel quartiere ma aperta a tutta la cittadinanza ferrarese dove, oltre a condividere la proposta pubblica, saranno proposti musica, letture, teatro, stand con la storia del quartiere e banchetti nei quali i soggetti collaboratori dell’iniziativa (come la Cooperativa Camelot, Teatro Nucleo, Associazione casa e lavoro) si presenteranno, unitamente ai cittadini dei condomini a proprietà indivisa e a tutti i cittadini attivi.

Ancora una volta Ferrara si fa quindi promotrice di iniziative che mettono cittadini e territorio al centro, progetti nobili con l’unico scopo di esaltare il fondamentale concetto di partecipazione, unica arma in nostro possesso per contrastare situazioni di immobilismo, solitudine e degrado che, soprattutto in luoghi periferici proprio come la zona Doro, sono rischi sempre dietro l’angolo.

Link correlati:
Pagina Facebook del progetto Porte A.per.Te

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IL CASO
Due anni di biciclettate contro spaccio e degrado in zona stadio: dalle finestre applausi e fischi

“Ciao quartiere”, scandisce ad alta voce la ragazza che apre il corteo di una ventina circa di persone.

“Comitato Zona Stadio: biciclettata per riqualificare il quartiere. Unitevi alle pedalate per un quartiere migliore. Nella biciclettata toccheremo i punti nevralgici del quartiere: piazza Castellina, la zona dell’acquedotto, via Oroboni e il grattacielo”. Annuncia al megafono Massimo Morini, presidente del comitato nato il 15 marzo 2013, che ieri ha festeggiato il secondo compleanno con tanto di pasticcini, brindisi e palloncini legati ai manubri.

“Due anni di biciclettate – racconta al megafono un altro signore mentre pedala sotto le finestre di via Oroboni – cento serate in strada, due fiaccolate, dieci presìdi contro il degrado e lo spaccio di droga”.

“Buonasera signora siamo tornati – dice un signore rivolgendosi ad una donna che si affaccia alla finestra – siamo qui per voi. Se saremo in tanti, verremo ascoltati. Non nascondetevi dietro alle finestre”.

“All’inizio ci davano per morti dopo due mesi – spiegano dal comitato – ci dicevano che eravamo dei patetici, che non avevamo di meglio da fare. Abbiamo ricevuto delle offese, ci hanno anche tirato dell’acqua in testa, e gettato i vetri per terra, ma noi andiamo avanti contro il degrado e lo spaccio di droga”.

Non tutti infatti apprezzano l’iniziativa di questi cittadini. C’è chi la considera eccessiva o non risolutiva rispetto al problema o anche molesta per i rumore degli slogan declamati al megafono e dei fischietti. Per il comitato questo è invece proprio lo strumento di disturbo a quelli che loro vedono come attori del degrado della zona, ovvero gli spacciatori.

“Salviamo il quartiere”, grida una signora. “E allora pulitelo”, gli urla laconico di rimando un signore da un cortile.

Ma c’è anche qualcuno che si affaccia dalle finestre ad applaudirli. Di certo, conseguenza o meno della loro presenza, per le strade, quando passa il corteo, non si vede nessuno di sospetto.

“Ci troviamo ogni venerdì sera alla 21 nel Piazzale Giordano Bruno di Via Cassoli – spiega Morini – lo scopo è monitorare il quartiere. Stiamo valutando con il Comune altre iniziative per riqualificare la zona, per farla rivivere, perché per migliorare la qualità di un quartiere la cosa più importante è viverlo. I residenti della zona non sono molto partecipi, un nostro grosso problema è quello di coinvolgere i cittadini. Il coinvolgimento è difficile, e stiamo cambiando tipo di iniziative per invogliare le persone ad uscire di casa e partecipare attivamente.”

“Purtroppo ogni volta che abbiamo messo i volantini ce li hanno tolti – spiega un signore – così abbiamo creato un blog: http://comitatozonastadio.wordpress.com”.

“E non si dica che non c’è neanche un cane” scherza Morini, riferendosi alla mascotte a quattro zampe del comitato.

(foto di Stefania Andreotti)

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Storia di nonna Dolenes e di gente per cui ‘la religione vera era la vita’

Luciano Curreri, nato a Torino nel 1966 e vissuto per molti anni nei dintorni di Ferrara, lavora all’estero, insegna lingua e letteratura italiana all’università di Liège, eppure, quando scrive di Quartiere, la parlata ferrarese sintetizza ancora un pensiero che in altro modo non potrebbe essere detto.
Quartiere non è un quartiere (Amos edizioni, 2013) è un racconto di una terra vicino a Portomaggiore e della sua gente, di una famiglia e di una donna, la nonna Dolenes, che hanno accompagnato Luciano Curreri nella sua crescita. Tutto è ricordo, ma è anche presenza di chi non c’è più, gancio con un passato che non si abbandona.

Il racconto inizia con un volo in deltaplano da cui Curreri vuole guardare il suo paesaggio, quello che da bambino vedeva attraverso una zanzariera. Dall’alto è diverso, ci vuole più coraggio, ma si abbracciano molte più cose.
Curreri, perché il volo e non un altro modo per riattraversare quelle terre?
“Avevo bisogno di riprendere il contatto con un contesto che non era più il mio, il volo è stato come delegare un alter ego che potesse distaccarsi e aiutarmi a ritrovare i luoghi dove ero stato, animati da persone che li rendevano concreti”.
I luoghi sono legati, appunto, alle persone, in particolare alla nonna Dolenes che, nel racconto, è insieme saggezza popolare, focolare, grande maestra, una donna per cui, lei scrive, la religione vera era la vita.
“Mia nonna mi ha insegnato che in ciascuna difficoltà c’è sempre un’opportunità vitale, è una visione del mondo dinamica, proiettata in avanti. Ho ricevuto questa eredità di pensiero trasmessa da una donna che non ebbe una vita facile. Per lei che aveva perso il marito da giovane e non si era mai risposata, un inciampo era cosa da nulla. Riuscì a compiere la sua missione di educazione della figlia e del nipote, io. La religione vera, per lei, era la vita e il suo lavoro era la migliore preghiera che conoscesse. Il volo che ho fatto, quindi, è stato un viaggio per rivedere il territorio dove sono cresciuto e dove non sono riuscito a riportare mia nonna per un suo ultimo viaggio nel 2004, prima che morisse”.
Il racconto è un ricordo del passato che, però, dialoga con un io del presente. In che rapporto sono?
“La memoria, purtroppo, oggi è di plastica e a breve termine. Nel racconto ho tentato di agganciarmi con la memoria a un ricordo vivo e sincero, a una parte di vita vissuta in mezzo a quelle persone. È un ricordo attivo, un omaggio a un mondo che non c’è più in alcune sue componenti, una società fatta di identità non scalfita, di rispetto, di slanci. Oggi sono cambiate tante cose, tutto è illuminato, non c’è più il buio, non c’è più il silenzio”.
Lei parla, a un certo punto, di libertà del lettore. In cosa il lettore è libero?
“Mi sono chiesto se sia meglio un lettore sedotto e affascinato o un lettore libero. Preferisco che l’approccio sia libero, chi legge deve essere libero di riconoscersi in un persorso universale, libero di ricordare a sua volta, libero di leggere Quartiere per frammenti, smontandolo come crede”.
Com’è finito quel volo?
“Mi sono un po’ sporto e sono precipitato giù… a sbiciclettare, a saltare i fossi, con la Dolenes”.

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