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Non arrenderti mai…
…un racconto

Non arrenderti mai…
Un racconto di Carlo Tassi

Ricordi tuo padre cosa diceva?
“Non arrenderti mai, qualunque cosa accada, non arrenderti ragazzo”
Lui non si è mai arreso, eppure ti ha lasciato solo.
Tuo padre non c’è più e la vita ti circonda indifferente, soverchiante come il cielo.
E guardi il cielo e vorresti essere altrove. Come polvere mossa dal vento, invisibile, libero.

“Non arrenderti mai” diceva tuo padre.
Ma ti ha lasciato solo, ed è questo il tuo solo pensiero.

Anche oggi un cielo color piombo, e oltre le nuvole il mistero di un sole da troppi giorni assente.
Il freddo resiste anche all’estate. E resta costante, sempre, dentro di te.
Il cuore, le pietre e il ghiaccio si mescolano spargendo poltiglia di vita e fango.
Dolore e vuoto in cerca di rimedio, invano. Ma il tempo è sovrano.

Ti butti nella mischia, lottando, imprecando, correndo alla meta.
“Non arrenderti mai” senti la voce di tuo padre. Ma la sua voce non basta, e vorresti di più.
Vorresti parlargli ancora una volta, poter incrociare il suo sguardo.
E contare le sue rughe, sentire l’odore di sigaretta dei suoi vestiti.
Ma resta solo un foglio bianco impossibile da riempire, ormai.
E rabbia e lacrime come una cantilena imparata a memoria, controvoglia.
La vita a volte brucia come una ferita aperta.
Sanguina, s’infetta, ma poi guarisce. Che il tempo è sovrano.

Perciò non arrenderti mai ragazzo!
Perché la strada è lunga e sparsa di pericolose meraviglie. Seducente e terribile, ti sfida ad ogni curva.
Corri e non fermarti. Certo, questa salita è una morsa che prende il respiro e spezza le gambe.
Ma oltre queste rocce nere, lo vedrai, le nuvole si scansano e finalmente incontrerai il sole.
E’ inevitabile, perché il sole c’è sempre, anche quando non lo vedi.

Ne vale la pena? Certo che sì: il tempo è sovrano.

Never Back Down (Novastar, 2006)

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DIARIO IN PUBBLICO
Il Pallidone, il Rosso, l’Ossimoro e via inventando

 

Nella gara immaginifica che scuote e delizia il ‘fragile’ sistema culturale della nostra ‘Ferara’ ci si avvia alla creazione di nuovi miti e nuovi contendenti. Tutto nasce da una definizione del roboante ‘signore della cultura’ che ci definisce “pallidi intellettuali”, dove l’aggettivo certamente non montaliano, per sempre fissato nel celeberrimo “Meriggiare pallido e assorto”, a quanto apprendo dalla stampa è rivolto anche a me. Ma me ne compiaccio. Essere pallido e ragionare, contrapponendosi a chi è sempre rosso di rabbia e di immotivato sdegno. Il mio ruolo allora diventa quello del Pallidone, che deve il suo colorito non certo alla presenza di anemia o altri sintomi patogeni, ma ad una discreta consapevolezza, usatissima in altri tempi, quando il pallore era significativo di discrezione e di calma da contrapporsi al Rosso – non certo di tal colore per motivi politici e ideologici – quanto per costituzione e mentalità connaturate. Nel ‘teatrino’ delle sorprese che accumula, oltre all’uso smodato della fragilità, altri lessemi, confortato dall’uso spericolato di “poc’anzi” e “quant’altro” (e si legga lo spassoso e intelligente libro di Claudio Nutrito pubblicato nel 2014, Quant’altro parole di salvataggio per parlare senza dire niente) viviamo accompagnati da ‘altro’ e ancor più spassoso uso di una parola, questa volta non rivolta a me ma ad un amico carissimo, il quale viene interpellato da un amministratore che ammette di averlo colto in fallo su di una formula di “deposito temporaneo gratuito di durata illimitata”.
Il suddetto assessore conclude che la definizione che ha proposto è un ossimoro. Anzi un errore! E lo rimprovera di non avergli inviato una mail, quasi che gli atti pubblici e la loro discussione si potessero risolvere mail. Così s’infoltiscono le schiere dei contendenti. Sulla pubblicazione della lettera stilata da un gruppo che s’interessa della politica culturale della città e che nel giro di una settimana ha raccolto 1500 adesioni si è scatenata l’ira della dottoressa Sgarbi, che minaccia di portare tutti i firmatari in tribunale per fantomatiche offese. Altra figura fondamentale si aggiunge alla recita: quella di Medea. Così tra Covid e ristori, tra vaccinazioni e scelte Draghi, il ‘popolo’ partecipa alla recita. Frattanto s’accumula e si inferocisce il ricorso ai ‘social’, che nell’amata pronuncia ferrarese si scandisce come sciocial esibiti dal primo cittadino in una sequela straordinaria di followers.

E così ‘Ferara’ s’inorgoglisce delle proprie lotte.

Un lutto che ha colpito la nostra comunità, specie quella di quartiere, è stata la scomparsa del professor Morsiani, un medico celebre e competente; ma io lo definirei soprattutto con una parola che tanti, troppi, ora sporcano e male interpretano: un intellettuale curioso di tanti aspetti della vita politica, sociale e culturale. Con lui negli ultimi anni condividevo la passione per i pelosi, che portavamo a ‘pascolare’ nel giardinetto davanti al Monastero di Sant’Antonio in Polesine, ben presto divenuto una specie di conversation room all’aperto, a cui partecipavano compagni di peloseria o curiosi. Poi Lilla mi è mancata e da lontano guardavo con malcelata invidia e tristezza il ‘profe’ che portava a spasso la sua cagnetta. Una volta ci incontrammo lungo la nostra via XX settembre. Morsiani portava un bellissimo berretto di tweed grigio. Gli feci i complimenti per l’indumento. Senza proferir verbo lui se lo tolse e me lo diede: “tenga è suo!” Alle mie proteste non volle sentire ragioni: nemmeno di un cambio. Ora quel bellissimo berretto l’ho indossato oggi per ricordarmi la qualità e la generosità di un uomo gentile. Che nel mio lessico è ciò che di più laudativo si possa dire per ricordare.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

Diamoci tregua per capire dove stiamo andando

Abbiamo tutti bisogno di tregua. Che non significa oziare, perdere tempo e occasioni, immobilizzarci e perdere mordente; significa piuttosto rallentare, sospendere per un attimo tutto ciò che ci sta fagocitando, respirare ossigeno che ci disintossichi, riprenderci. Rabbia, rancore, paura sono stati d’animo che a volte, per alcuni spesso, prevalgono nella vita del quotidiano, nelle azioni, negli incontri, nei progetti, nei ricordi del passato, nella realtà del presente, nelle aspettative del futuro.
Siamo mossi da un’ansia interiore compulsiva, incontrollabile, presente nelle nostre vite come una seconda veste, insinuandosi in ogni nostra scelta e azione, sensazione, emozione. “Mors tua vita mea” è diventato lo slogan che ci accompagna, l’antidoto egoistico a una condizione di sofferenza di cui non ci rendiamo sempre conto, una corazza nella quale ci sentiamo apparentemente al sicuro, perché se tocca agli altri noi possiamo assistere indenni a ciò che sarebbe potuto accadere anche a noi. Schemi fasulli, fatti di cartapesta e illusioni, perché sappiamo fin troppo bene che quel “noi” è fatto di tutti. Abbiamo più che mai, in tempi di incertezza, incognite, punti interrogativi, dubbi e false certezze, di quel tempo sospeso che ci permetta di fermarci per un attimo, resettare pensieri venefici, liberarci da quel sottile disagio accumulato simile a una catena che ci impedisce di essere creature libere, gioiose, vere.
“Tregua” è un termine di origine tedesca che deriva da “trauen” – “fidarsi”; il riflessivo “sich trauen” significa osare, azzardare, avere il coraggio. Con questo verbo le antiche popolazioni germaniche, definite da noi ‘barbariche’, chiedevano al nemico di cessare le ostilità, di sospendere i massacri delle guerre, imploravano la tregua per onorare i caduti e bruciare sulle pire i loro morti, per riposare, recuperare onore e umanità, ricomporre la loro identità tribale e chiamare a raccolta i loro valori culturali dispersi.
La “tregua” interviene nella Storia ogni volta che emerge il bisogno di disegnare uno spartiacque tra lutti, morte, violenza, sangue, e la necessità fisiologica di pace, riposo, ripresa, recupero degli aspetti umani dimenticati. Nel Medioevo, la cosiddetta “Tregua di Dio” era l’appello più profondo all’Altissimo, la cui autorità doveva impedire, almeno nel periodo tra Quaresima e Avvento, uccisioni, stupri, rapine e ogni sorta di aberrazioni.
La “tregua” è sempre stata una specie di liberazione provvisoria da una condizione coercitiva, dolorosa, insostenibile, disumana. E’ proprio nel grande romanzo “La Tregua” di Primo Levi (1962), che troviamo l’interpretazione più drammatica di questa condizione: per l’autore è soltanto una parentesi fondata sull’illusione destinata a spegnersi nel breve raggio di tempo. Levi racconta del lungo viaggio da deportato ebreo liberato ad Auschwitz, dopo l’arrivo dell’Armata Rossa sovietica, intrapreso per tornare nella sua città natale di Torino. Racconta il ritorno in patria dopo il lager, del sollievo di aver scampato l’olocausto e la morte nelle camere a gas, del rientro alla vita quotidiana ritrovata. “Ora abbiamo ritrovato la casa, il nostro ventre è sazio. Abbiamo finito di raccontare. E’ tempo. Presto udiremo ancora il comando straniero: ”Wstawac!” – l’ordine di alzarsi all’alba di ogni giorno che i deportati sentivano urlare dai loro aguzzini –“. Levi suggerisce come la tregua, sebbene necessaria, non sia altro che una liberazione temporanea dalla tensione della tragedia che continuerà a pervadere l’esistenza umana. Un ciclo senza soluzione di continuità.
“La tregua” (1960) è anche un romanzo di Mario Benedetti, poeta e scrittore uruguaiano, uno dei grandi autori della letteratura latino-americana del ‘900. Martin, un uomo di 49 anni, vedovo con tre figli ormai grandi, conduce una noiosa vita da impiegato di commercio: assiste al trascorrere del tempo con disillusione, rassegnazione e fatalismo. Viene assunta la giovane Avellaneda, timida e chiusa, che stravolgerà la sua vita dando avvio a un amore insperato e con questa relazione clandestina il tempo, quel tempo che prima non trascorreva mai, viene rimesso in movimento con una sferzata di vitalità. Non era felicità, era solo una tregua, ammette il protagonista, la parentesi in cui tutto viene sospeso rispetto il prima e il dopo. La giovane verrà a mancare e lui si ritroverà nuovamente solo. “Una vita che prende il vento a gonfie vele per poi, caduto il vento, tornare nella quiete della bonaccia.”
Abbiamo bisogno di tregua per capire dove stiamo andando, per orientarci meglio. Abbiamo bisogno di dare una tregua ai nostri sensi di colpa per concedere loro il beneficio del perdono. Abbiamo bisogno di tregua per vedere con sguardo nitido ciò che ci circonda. Che la “tregua” di Capodanno sia per ciascuno di noi un momento di respiro profondo, rigenerante, che permetta di proseguire il cammino con sana energia e calore umano.

Non arrenderti mai…

Never Back Down (Novastar, 2006)

Ricordi tuo padre cosa diceva?
“Non arrenderti mai, qualunque cosa accada, non arrenderti ragazzo…”
Lui non si è mai arreso, eppure ti ha lasciato solo.
Tuo padre non c’è più e la vita ti circonda indifferente, immane come il cielo.
E guardi il cielo e vorresti essere altrove. Polvere mossa dal vento, invisibile, libera.

“Non arrenderti mai” diceva tuo padre, ma ti ha lasciato solo ed è questo l’unico tuo pensiero.
Anche oggi un cielo color piombo, e oltre le nuvole il mistero di un sole da troppi giorni assente.
Dentro di te è lo stesso. Il gelo perdura anche d’estate. Il cuore, le pietre e il ghiaccio si mescolano spargendo poltiglia di vita e fango. Dolore e vuoto in cerca di rimedio, invano. Ma il tempo è sovrano.
E ti butti nella mischia. Lottando, correndo alla meta. “Non arrenderti mai”, senti la voce di tuo padre. Ma la sua voce non basta, e vorresti di più. Parlargli ancora una volta, contare le sue rughe, sentire l’odore di sigaretta dei suoi vestiti.
Rabbia e lacrime sono tutto ciò che resta. La vita a volte brucia. Come una ferita sempre aperta, sanguina, s’infetta, ma poi guarisce… il tempo è sovrano.

Perciò non arrenderti mai ragazzo, perché la strada è terribile, pericolosa e meravigliosa.
Corri, non fermarti. La salita è una morsa che ti prende il respiro e ti spezza le gambe, ma oltre le colline le nuvole si diradano e c’è speranza di incontrare il sole, finalmente!
Chissà, forse vale la pena tentare… una volta ancora.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Tre lettori: abbandonarsi sì, ma con accortezza…

Tre uomini rispondono e ammettono: abbandonarsi si può, sognare anche. E poi chiedono: meglio essere guardinghi?

Naufragar m’è dolce in questo mare… ma con salvagente!

Cara Riccarda, caro Nickname, io totale abbandono in amore e voi?
Stefano

Caro Stefano,
siccome non mi aspettavo questa domanda, l’ho ignorata evitando di rispondere a me stessa prima che a te. La risposta non ce l’ho o forse non riesco a formularla. Me la potrei cavare rispondendoti dipende, ma questo non direbbe nulla di me e molto dell’altro, come se tutto dipendesse, appunto, da cosa vedo e sento in chi mi sta di fronte più che in me. Posso dire che la divina mania delle cose d’amore l’ho conosciuta e, quando è successa, l’ho vissuta senza chiedermi nulla e senza dosare quanto avevo da dare.
Riccarda

Caro Stefano,
io generalmente NON mi abbandono. Ma quando accade è magnifico.
Nickname

Puzza di bruciato? Freno a mano tirato!

Cara Riccarda, caro Nickname,
credo solo che il confine tra essere guardinghi e avere il freno a mano sia qualcosa di labile.
Fabio

Caro Fabio,
labile, modificabile, reversibile. Stare guardinghi è anche un po’ da saggi, specie quando si è stati a guardarsi le ferite. A me capita sempre più spesso di dire vediamo un attimo, vedere cosa non lo so. È un atteggiamento mitigatore che si mette sul confine in attesa di tirare il freno a mano o spingere l’acceleratore.
Riccarda

Caro Fabio,
si può intendere anche così. Personalmente il freno a mano non ha a che fare con una diffidenza, piuttosto con la paura e la voglia di essere nudi, in senso lato. (Baglioni lo diceva in senso stretto).
Nickname

Pensar troppo fa male al sonno…

Cara Riccarda, caro Nickname,
forse siamo già sogno, oltre Mercurio, il sogno di un’entità astratta. Il non ancora pensato che diventa amore quando lo senti. Il non pensato diventa sentito e l’ansia vitale trasforma le caviglie dolenti in ali per raggiungere ciò che ancora non sai.
P.P.

Caro P.P.,
l’ansia vitale porta sempre nella direzione giusta. Tendiamo a lasciarla inascoltata perché irrazionale e improvvisa, ma se bussa è perché in quel momento abbiamo bisogno di quella cosa lì e non di altro.
Riccarda

Caro P. P.,
mi hai fatto tuffare nell’inconscio e nell’irrazionale, mi inviti a tenermi alla larga dal pensiero. Umberto Galimberti sarebbe fiero di te. Lo trovo un buon suggerimento, per quanto espresso in linguaggio onirico. Cercherò di sentire. Pensare, penso fin troppo.
Nickname

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Amore e rabbia, si può farne a meno?

Dialogo A due piazze tra Riccarda e Nickname: tirare il freno mano, muoversi tra la paura, la rabbia e la voglia di abbandonarsi, nell’attesa di diventare come Mercurio.

N: Posso vivere senza amare? Amore è una parola che tratto con enorme diffidenza. In parte per l’abuso che ne viene fatto, in parte per la paura e la voglia di abbandonarmici.
Esiste un sentimento più forte di questo? La rabbia, forse. Esiste un compito da svolgere per me? (sì, per me. Quando parliamo degli altri, agli altri, parliamo sempre e solo di noi stessi). Sì, esiste. Canalizzare la rabbia. Seppellirla sotto un metro di terra, infatti, la rende uno zombie. Non te ne libererai mai. Canalizzare la rabbia. Usarla come un propulsore per fare le cose che non ho fatto. E poi metterla via, finalmente. E amare, finalmente.

R: Vivere senza amare? Non puoi, non devi. Ci sono gli illusi dell’autarchia, quelli che si fermano prima di amare l’altro, quelli che, di fatto, hanno perso. Di fronte a questi sigillati, un tempo ho provato persino ammirazione, sì, una paradossale e insana invidia, pensavo che avrei voluto essere anch’io così, avere un cuore autosufficiente, dal battito indipendente e a comando. Vagheggiavo un cuore lucido e liscio come una lastra di ghiaccio dove tutto scivola, dove non ci sono porosità che possano fare passare il minimo brivido di sentimento. Ma anche le lastre di ghiaccio si spaccano e sotto c’è l’abisso in cui è meglio non finire. E mi arrabbiavo perché l’amore se non arriva a destinazione, ti continua a sobbalzare dentro e allora o lo seppellisci da qualche parte o lo butti fuori con rabbia, creatività, chilometri di corsa, una spesa folle, qualcosa che non hai mai fatto.
Della rabbia te ne devi liberare, ma dell’amore no, si ripresenta in altre forme, verso altre persone, magari un po’ di più verso te stesso.
Dici che hai paura e voglia di abbandonarti all’amore, un nostro comune amico direbbe che il freno a mano va lasciato e che nell’amore va messo in conto tutto, l’abbandono, la perdizione e il sublime.
A che punto sei?

N: L’immagine del freno a mano tirato è efficace. Temo di essere parcheggiato in pendenza, che è assurdo per un animale di pianura. Sento più un peso alle caviglie. Il punto in cui sono non fa parte di un tragitto con un vero traguardo. È il percorso che conta, a patto di affrontare i gran premi della montagna scaricando i pesi lungo i tornanti.

R: Non sapendolo usare bene, con quel freno a mano ho fatto dei testa coda, ma sono anche scivolata giù quando l’ho lasciato troppo andare. Quanto alle tue caviglie, oggi ti senti dei pesi, domani potrebbero essere ali: Mercurio con le ali ai piedi, diventava un portatore di sogni.

Cari lettori, cosa vi sentite alle caviglie? Siete più inclini alla paura o all’abbandono verso l’amore?

Scrivete a parliamone.rddv@gmail.com

L’accoglienza vista da un treno di infima classe

Domenica, dopo avere concluso una due giorni di lavoro particolarmente impegnativa me ne stavo tornando a casa in treno regionale e, approfittando della calma, stavo mettendo ordine nei vari materiali raccolti. Alla seconda fermata sale un numeroso gruppo di giovani africani un po’ rumorosi come nel loro costume, ma nel complesso compagni di viaggio come altri. Noto quelli che si posizionano vicino a me, tutti giovani, ben curati, con jeans stracciati come il faut, braga bassa, scarpe da ginnastica non dozzinali, pendagli e cappellini; tutti corredati di cuffie e smartphone.

Continuavo il mio lavoro assorto con il biglietto ben visibile nel taschino della giacca quando passa il controllore, una ragazza giovane e minuta; si ferma; io esibisco il mio documento di viaggio e lei con fare un po’ impacciato mi dice: “Mi vergogno moltissimo a chiederle il biglietto”; un po’ stupito le chiedo come mai e lei: “Il vagone è pieno di extracomunitari (beh, me ne sono accorto!) e lei è l’unico che ha il biglietto”. Resto francamente interdetto, capisco il suo imbarazzo e le chiedo cosa ci sta a fare la polizia, che su queste cose dovrebbe vigilare.
Finisco il lavoro, chiudo il computer e decido di postare la cosa su Twitter.

Tweet 1Controllore: “mi vergogno a chiederle il biglietto…” Perché? “La carrozza è piena di africani tutti senza biglietto. Lei è l’unico che paga”

Quindi, da bravo sociologo, aggancio uno dei ragazzi che mi pare sveglio e gli faccio una mini intervista, tentando prima con l’italiano e poi con l’inglese. Da dove vieni e venite? Nigeria. Da quanto siete in Italia? Un anno circa. Come mai non pagate il biglietto? Noi, no work no money, mi risponde con un gran sorriso. Proseguo per entrare nel vivo, ben intenzionato a capire come sono arrivati, dove vivono, come passano il tempo e dove trovano i soldi per vestiti, scarpe, cuffie e smartphone. La cosa sembra funzionare ma di li a poco, un agitazione crescente che si diffonde nella carrozza mi indica che non riuscirò a perseguire il mio obiettivo. Il treno infatti rallenta: uno dei giovani in mezzo al corridoio inizia a saltellare e a sbracciarsi gracchiando a mo’ di rap: “no lavoro no soldi, no lavoro no soldi, no lavoro no soldi”.

Tweet 2Tutti i viaggiatori abusivi africani sono ben vestiti e con smartphone. Ne interrogo uno: “In Italy da 1 year, from Nigeria, No work, no money”

I ragazzi trottano in varie direzioni e si fiondano frettolosamente giù dal treno ormai giunto al capolinea. Scendo e vedo il controllore che indica a due poliziotti quelli in fuga, mentre quattro di loro vengono pacatamente fermati. Esco dalla stazione e, due minuti dopo, li vedo già in piazza che sciamano a piccoli gruppi verso gli autobus in attesa, tutti euforici e contenti.

Tweet 3“Giunti a Piacenza i baldi giovanotti africani si danno a giocosa fuga. 4 fermati dalla Polfer li vedo in Piazza 2 minuti dopo”

Dal bip dell’iphone sento che ci sono messaggi in arrivo e mi accorgo che i miei tweet hanno scatenato l’inferno. Chi s’indigna, chi s’incazza, chi porta altre esperienze personali, chi non risparmia qualche battuta pesante. Purtroppo realizzo di aver postato senza collegare i tweet con un hashtag e la storia che volevo raccontare è frammentata in tre blocchi separati. Comunque ecco qualche risposta che mi arriva via Facebook:

Commento Fb 1“Sarebbe bene ascoltare la voce di questi viaggiatori abusivi africani come tu li hai definiti, sarebbe ancora meglio porgli domande dirette e capire perché non hanno lavoro e basta con la solita propaganda populista e razzista che loro tolgono il lavoro a noi”

Commento Fb 2“[…] questa non è accoglienza, ma piuttosto è semmai mancanza di organizzazione e controllo da parte delle autorità, queste persone vivono in Italia ma non appartengono al sistema quindi non seguono e non conoscono le regole, davanti ad una massa così prorompente la popolazione autoctona non può avere responsabilità”

Un altro post di commento propone un’esperienza personale diretta decisamente fastidiosa ed inquietante:

Commento Fb 3“Su certe tratte o i controllori hanno il supporto della polfer e fanno applicare il regolamento oppure fa bene il controllore a evitare. […] A me, una volta, è capitato ben di peggio. Era pieno di extracomunitari senza biglietto a cui il controllore non ha fatto nulla, è arrivato a un signore anziano davanti a me, che aveva il biglietto regolarmente, ma si era dimenticato di obliterarlo. Il controllore pretendeva che il signore pagasse 5 euro di multa per mancata obliterazione. A quel punto c’è stata una vera insurrezione popolare, delle persone in regola che si sono opposte fermamente. Con che coraggio poteva pretendere i 5 euro da un vecchietto, che comunque aveva pagato il biglietto, quando ci saranno state almeno 20 persone in quella carrozza senza biglietto?”

A qualcuno che sostiene che i poveretti scappano dalla guerra un commentatore così replica:

Commento Fb 4“Scappare dalla guerra? Ricordo che si scappava dalle guerre quando c’era un invasore straniero troppo potente che schiacciava interi popoli… vedi i profughi delle invasioni naziste! Ma quando “guerra” significa guerra civile, ricordo che si restava e si combatteva per il futuro del proprio paese! Casomai si mettevano in salvo donne e bambini facendo partire quelli… ma vedo che la stragrande maggioranza di questi “rifugiati” è composta da giovani maschi, in teoria, perfettamente in grado di combattere! C’è qualcosa che non mi torna!”

Trascuro il resto della conversazione virtuale per trarre qualche considerazione operativa dalla mia piccola e, tutto sommato, divertente avventura, che ho avuto modo di condividere con altre persone.
Vi è innanzitutto una gran differenza tra polemizzare sui social ed essere presenti in prima persona, con tutti i timori, le paure e i sentimenti che questa presenza comporta. E’ proprio questo vissuto tangibile, che può essere sperimentato, solo dagli attori protagonisti, che non viene più riconosciuto come pertinente nel mare dell’informazione digitalizzata; tuttavia è proprio questo il livello della vita quotidiana dove sempre più spesso le persone comuni esperiscono soggettivamente l’impatto straniante generato dalla presenza massiccia di persone differenti, che spesso non seguono le regole comuni e di cui non comprendono né lingua né comportamenti.
Tutto questo non sarebbe certo fonte di tensione se i migranti di altra etnia e cultura fossero micro minoranze distribuite e assolutamente desiderose di integrarsi attraverso il lavoro: chi gira l’Italia sa però che vi sono luoghi, tratte di trasporto pubblico, giardini, interi quartieri, dove sempre più spesso l’abitante autoctono si trova esso stesso in qualità di timoroso estraneo.
Situazioni dove i cittadini italiani passano con la testa bassa, covando rancore, reprimendo la rabbia, con la paura incollata addosso; vie, piazze e giardini, che le donne evitano o che attraversano con gli occhi bassi per non incontrare lo sguardo di qualche giovanotto che potrebbe fraintendere.
Osservando questi luoghi – come la carrozza ferroviaria teatro di questa descrizione – si ha la netta sensazione che l’accoglienza, l’integrazione, l’aiuto, siano solo una vuota rappresentazione retorica da esibire nei salotti della politica mediatizzata e, che poi, alla prova dei fatti, chi si trova col problema sotto casa, lo debba semplicemente subire in silenzio.
Dunque, intorno ad un comportamento piuttosto banale di un gruppo specifico – non pagare il biglietto e non subire per questo alcuna forma di sanzione – si addensa una fitta costellazione di altri comportamenti – non avere un lavoro ma possedere ed esibire i segni della società dei consumi, bighellonare negli orari in cui la gente lavora – che alimentano sospetti e pregiudizi che rischiano di ricadere anche su quei migranti operosi che attraverso il lavoro costruiscono la loro integrazione.
Ma più ancora – di fronte al racconto di questa storia banale – intristisce il sentire la rabbia, la sofferenza vera e disperata di quegli italiani che, caduti in povertà per causa della crisi, si sentono discriminati, abbandonati da uno stato corrotto, feroce nella sua protervia burocratica e, allo stesso tempo, incapace di far rispettare ai nuovi venuti, per la cui accoglienza investe miliardi di euro, le più elementari regole della vita civile.

Le tre società in cerca di rappresentanza

Tutti i paesi occidentali sono attraversati da una profonda crisi: continua l’impoverimento del ceto medio e si accentua la polarizzazione sociale. In Italia l’ultimo Rapporto Eurispes 2017 disegna un paese preoccupato: solo una persona su dieci si aspetta un miglioramento della situazione economica, la metà fatica a fare quadrare i conti e uno su quattro si sente povero. Un recente rapporto della Fondazione Hume descrive un’Italia in cui coesistono tre società sempre più divaricate tra loro.

La prima società, quella dei garantiti, comprende i dipendenti pubblici e gli occupati delle grandi aziende private, in sostanza i cittadini con la garanzia del posto di lavoro. Un segmento in via di riduzione che ha visto uscire circa mezzo milione di persone tra il 2008 e il 2014, per effetto del calo della Pa e della crisi. I lavori tutelati sono calati dal 26,5% del 2007 al 23,9%, oggi sono quindi meno di un quarto.

La seconda società comprende lavoratori autonomi e dipendenti delle piccole imprese senza ammortizzatori sociali e precari assunti con contratti a termine. Insieme formano la cosiddetta società del rischio, lavoratori senza protezioni e che vivono nell’incertezza di scivolare in una zona di povertà. Anche questo secondo segmento si è eroso soprattutto per la crisi del lavoro autonomo.

A queste due si aggiunge la società degli esclusi, un terzo grande gruppo composto da disoccupati, lavoratori in nero, un segmento consistente e in crescita: comprende oggi circa 9 milioni di persone e si concentra soprattutto nel Mezzogiorno dove la sua incidenza è pari al 45,8%.
Un quadro preoccupante denso di rischi di disgregazione. È in atto da tempo una crisi del ceto medio che rappresenta il principale fattore di stabilità e di tenuta sociale.

La polarizzazione sociale è destinata ad acuirsi per effetto delle tecnologie che erodono lavori, marginalizzano le figure che ne erano protagoniste, svuotano e standardizzano i contenuti trasferendo competenze alle macchine e a servizi digitalizzati. Anche una parte di professioni che alimentavano la parte alta del ceto medio (dagli avvocati ai commercialisti) rischia di scivolare in un’area di precarietà.
Una larga varietà di strati sociali vive una seria crisi di rappresentanza. L’effetto congiunto della precarizzazione delle condizioni materiali, delle minori risorse disponibili per il welfare e della percezione soggettiva di marginalizzazione, insieme al venire meno del cd ascensore sociale, producono un mix di sentimenti di depressione e di rabbia. Oggi il ceto medio può diventare un luogo sociale del rischio: un gruppo radicalizzato, travolto dal panico di arretrare ancora e finire nel gruppo di chi non ha certezze lavorative e non può contare su ammortizzatori.
Ognuna delle tre società è attraversato da una ricerca inquieta di rappresentanza. Lo è anche il segmento dei garantiti che vive comunque sentimenti di frustrazione, una crisi di reputazione sociale e una crisi di identità (pubblica amministrazione).

La crisi del ceto medio riflette non solo il deterioramento di condizioni materiali, ma anche la perdita di riconoscimento, la crisi della reputazione sociale e del senso del lavoro. Ne sono un esempio gli insegnanti che percepiscono sia nel trattamento salariale sia nel ruolo sociale una sorta di declassamento e di perdita di centralità.
Lo è tanto più la seconda società che vive una crescente incertezza esistenziale che si traduce nell’impossibilità di fare progetti di vita a medio termine. Lo è, ovviamente, la società degli esclusi che esprimono legittimi sentimenti di rabbia e alimenteranno le rivolte anti élite.
Il divario tra i tre gruppi aumenta soprattutto per effetto di uno slittamento verso i gradini inferiori della scala; cresce una vasta zona di precariato senza cittadinanza sociale, cioè senza accesso non solo a certi standard di consumo, ma a salute e istruzione.

Le tre società propongono sfide complesse rispetto alla rappresentanza politica: la tendenza alla polarizzazione si traduce in processi di radicalizzazione. Intanto i conflitti nella politica tendono ad accentuarsi e a fondarsi su richiami simbolici assai più che su proposte politiche distintive.

I nuovi mostri

Halloween, la notte delle streghe, parliamo di mostri e di paurosi pensieri. Domanda: qualcuno si ricorda quali erano i mostri classici del passato?
Io, che sono ormai stagionato, ricordo con un certo rimpianto gente come Dracula, Frankenstein, l’uomo lupo, la mummia, la creatura della palude… Bei tempi!
Tempi in cui il mostro faceva il mostro; tempi in cui chi era cattivo lo era per davvero e nessuno l’avrebbe dubitato, del resto lo prevedeva pure il contratto: “Io uomo lupo dichiaro di essere un mostro in piena regola, zanne e artigli compresi. Dichiaro che, se ne avrò l’opportunità, inseguirò, sevizierò e divorerò le mie vittime senza pietà e rimorso, ululando, ringhiando e facendomi subito riconoscere per quello che sono: un mostro! Dichiaro inoltre che non ingannerò nessuno facendomi credere buono, che non racconterò frottole su ciò che faccio. Che non mi farò eleggere da chicchessia per poi cambiare partito come si fa con le mutande. Ma soprattutto che non cercherò mai di cambiare la Costituzione a mio esclusivo vantaggio. Lo giuro.
Adesso, lo devo dire, non si sa più a che mostro votarsi!
Sì perché i mostri di oggi sono tutti uguali, si fanno eleggere, dicono e promettono tutti le stesse cose per fare il contrario dopo, fanno i buoni poi ti fregano… e il bello è che non fanno nemmeno paura!
Che diamine! Un mostro deve far paura sennò che mostro è?
Questi fanno solo rabbia…

matteo-renzi

L’OPINIONE
L’avventuriero

Gli sviluppi dello scandalo Mafia-Capitale confermano che la mutazione genetica del Pd è arrivata a livelli molto alti. La questione morale riguarda una classe politica e ceti economici di sinistra un tempo esemplari per rigore morale, rettitudine, stile di vita, valori predicati e coerentemente praticati.
Il processo degenerativo non nasce oggi. Ha avuto un’incubazione lunga, data almeno dagli anni ’90 (ne sappiamo qualcosa anche noi a Ferrara) e ha visto in un crescendo stupefacente interi pezzi della sinistra collusi o artefici dello scadimento etico e morale del Paese . Si pensi all’enormità dello scandalo dei consiglieri regionali o al ruolo infamante che parte del mondo cooperativo ha giocato, inquinando ancor più un mercato che bisognava migliorare combattendo la corruzione e le degenerazioni. Si è toccato il fondo.

Ai miei tempi (Pci) orgogliosamente si affermava “Veniamo da lontano e andiamo lontano”. Forse ingenui o troppo “ideologici”? Oggi però sono tanti i postideologici che “vanno” alle Procure della Repubblica convocati per dare “spiegazioni e chiarimenti” che spesso non convincono e per loro si aprono le porte delle patrie galere. Siamo sull’orlo del precipizio e il Pd, attraverso il suo segretario nonché premier, fa proclami roboanti assecondato da dirigenti che penosamente si affannano a spacciare bollini di qualità e di moralità che l’opinione pubblica più non gli riconosce.
Con sprezzo del ridicolo hanno persino tentato di spacciare il voto del 31 maggio come una grande vittoria del Pd e del suo leader. Donne ed uomini senza qualità e dal pensiero debole o nullo che dal berlusconismo hanno tratto il giusto insegnamento: sii fedele al capo, assecondane le iniziative, anche quelle più avventurose, sostieni l’insostenibile perché cosi’ vuole la politica oggi fondata sui leader massimi che allevano cortigiani e rifuggono le menti libere. I risultati sono catastrofici.

Nel giro di poco più di un anno il “fenomeno Renzi” si sta rapidamente sgonfiando. Gli stessi media che lo avevano creato oggi prendono le distanze vaticinando un futuro poco roseo per il rottamatore. Il grande inganno si è avuto nelle mitiche europee del 40,8. Il fiorentino ci ha campato sopra glissando – come tenta di fare ora – sul fenomeno impressionante dell’astensionismo che gli consegnava una percentuale alta ma anche milioni di voti persi (e migliaia di iscritti). Alle europee due italiani su dieci aventi diritto al voto avevano votato Renzi gli altri otto o avevano votato per altri o non erano andati neppure ai seggi.
Ora alle recenti regionali se ne sono persi altri due. Ancora due vittorie come questa e raggiungiamo Alfano! L’innovatore che ha in tasca il futuro per ora ci offre un presente che accentua vieppiù il distacco tra i cittadini , le istituzioni e la politica. Tutti i governatori delle regioni di “sinistra” e non, sono stati eletti (tranne Zaia) a larghissima minoranza.
Rammentate il voto emiliano? 37%!. Con quale autorevolezza e credibilità si rivolgeranno ai loro amministrati? Il consenso non cè, la partecipazione manca, ergo la democrazia ed il Paese sono più deboli. Predominano il disorientamento e la sfiducia che premia una destra non “populista” ma reazionaria. Insomma il re è nudo e al tirar delle somme il bilancio è deludente e si è fermato all’emarginazione di D’Alema, Bersani e qualche altro (da nessuno rimpianti) .

Il Presidente del Consiglio che voleva “cambiar verso all’Italia” per ora registra gli applausi della Confindustria e di Marchionne, mentre piovono i fischi e la rabbia di ceti sociali che si son visti ridurre diritti e spazi di libertà. Sindacati, magistrati, studenti, professori, pensionati sono stati messi nel mirino e vengono quotidianamente sbeffeggiati come forze retrive e di conservazione.
Questo il Presidente poi, viene il Segretario. Del Partito, sempre più in disfacimento: Renzi non se ne occupa, né se ne preoccupa. Cacicchi. camarille, malcostume, pullman di cinesi che votano alle primarie, trucchi in Liguria, voti comprati ‘stile Lauro’ da liste “apparentate” dirette da impresentabili che invitano a votare in Campania per De Luca, nel mentre fanno l’elegia del galeotto Cosentino, clientele intollerabile eccetera: nessuno ci ha messo mano, qui la rottamazione non si applica.
Con quale credibilità del resto se si ha Verdini che ha più pendenze giudiziarie che capelli in testa-come pilastro di sostegno? Se si ha Alfano come interlocutore? Sottosegretari “chiaccherati”?

La politica è passione, ma questa per alimentarsi ha bisogno di coerenza, disinteresse personale, spirito di servizio. Domina in Renzi invece un preoccupante relativismo etico. Nessuno nega che l’Italia abbia bisogno di riforme anche audaci, innovazione, modernità però entro un quadro di valori ed idealità che delineano percorsi politici chiari che sanno per chi e come fare le riforme. Per ora il volto del Pd assume le sembianze di un circo Barnum che spalanca porte e finestre a destra e abbassa saracinesche a sinistra.
La rottamazione renziana non riguarda i protagonisti della sinistra degli ultimi vent’anni. Ma appare a molti la rottamazione dei valori e della storia della sinistra italiana tout court. Si va verso l’ignoto. Buon viaggio Presidente-Segretario.

Gandhi

Gandhi: perché la gente grida

Un giorno, un pensatore indiano fece la seguente domanda ai suoi discepoli:
“Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?”
“Gridano perché perdono la calma” disse uno di loro.
“Ma perché gridare se la persona sta al suo lato?” disse nuovamente il pensatore.
“Bene, gridiamo perché desideriamo che l’altra persona ci ascolti” replicò un altro discepolo.
E il maestro tornò a domandare: “allora non è possibile parlargli a voce bassa?”
Varie altre risposte furono date ma nessuna convinse il pensatore.
Allora egli esclamò:
“Voi sapete perché si grida contro un’altra persona quando si è arrabbiati?
Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto.
Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare.
Quanto più arrabbiati sono tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l’uno con l’altro.
D’altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente.
E perché? Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola.
A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano solamente sussurrano.
E quando l’amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. E‘ questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano.”
Infine il pensatore concluse dicendo:
“Quando voi discuterete non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perché arriverà un giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per tornare.”
(Gandhi)

enfiata-labbia-rabbia-grillo-miserie-spregio-populismo-incolto

L’enfiata labbia e la rabbia di Grillo. Miserie e spregio del populismo incolto

Quivi trovammo Pluto il gran nemico.// “Papè Satàn, papè Satàn aleppe!”/ cominciò Pluto con la voce chioccia/… Poi [Virgilio] si rivolse a quella enfiata labbia e disse: “Taci maladetto lupo:/ consuma dentro te con la tua rabbia.” (Inferno, VII).

Dante che come si sa esprime sempre la verità attraverso la realtà delle situazioni, da buon profeta ha anticipato il profilo di un comico che centinaia d’anni dopo ha assunto le sembianze di Pluto, il dio degli inferi posto a guardia del luogo dove si consuma la malvagità in eterno. Quel comico che si chiama Beppe Grillo ha osato con una parodia dissacrante mutare le parole che un altro vero profeta ha posto a incipit del luogo dell’orrore e della negazione dell’umano come una sua “sacra” testimonianza. Non è bastata l’infamia della ignobile parodia, ma il nuovo Pluto con la sua ‘enfiata labbia’ ha osato ritoccare la scritta che campeggia a monito dell’invalicabile, sul cancello del campo di concentramento di Auschwitz. E per cosa? Per una ancor più miseranda lite politica dove il capo-popolo travalica il confine del lecito per spingersi nella sua satanica rabbia a colpire la sacralità dell’umano. E questo è un commento che nasce dalla convinta analisi di un laico che sa però che il “sacro” – e il “sacro” legato all’uomo – va rispettato, condiviso, per non ricadere nel gorgo dell’indicibile e del disumano.
Ai miei commenti forse anche troppo blandi che ho affidato a Facebook mi si risponde “pragmaticamente” che, pur non condividendo l’uscita del capo-comico (ma sarebbe meglio dire del capo-tragico), questo putiferio su una parodia e su una immagine non viene recepito da chi lotta nel presente e non sa come arrivare a fine mese, e che la sorte di noi “intellettuali” è non capire le esigenze primarie. Vale a dire lasciare chi non arriva a fine mese, i giovani, chi ha perso il posto di lavoro nell’ignoranza della storia o nella manipolazione della storia stessa. Un presente cieco e senza via d’uscita dove un falso profeta può manipolare la testimonianza di chi ha osato ergersi da uomo contro l’inaudito del genocidio. Mai. Nell’immondezzaio di ciò che tutti dicono, proclamano, esortano (vi ricordate il “kapò pronunciato dall’ex cavaliere al parlamento europeo? Vi ricordate la teoria del negazionismo, vi ricordate la tournée in Francia del cantante nazista Dieudonné? La gravissima parodia “La parodia – dalla lingua  greca  parà (παρα,  simile) e odè (, canto) – è l’imitazione di uno  stile letterario,musicale o artistico destinata  a essere riconosciuta come tale o anche l’imitazione caricaturale di un quantomeno noto personaggio esistente o fittizio” viene a essere un gravissimo reato, anzi la forma più abietta della sacralità comunque essa si esprima. Dante lo sapeva bene, se descrive Satana come parodia della Trinità o anche in tempi recenti Elsa Morante che nell’Isola d’Arturo fa lanciare l’insulto di “parodia” dal carcere in cui è rinchiuso, proprio dall’amante del padre di Arturo, Wilhelm Gerace. Dirò allora che il pensiero di Beppe Grillo è “parodia”, che mi pare la condanna più grave per chi si è macchiato di una simile infamia.
E i politici? Quelli che dovrebbero essere colpiti più profondamente da questa orgia di populismo? Quelli nostri locali o quelli nazionali? Dov’erano? Dove sono? Facile fare i programmi delle magnifiche sorti e progressive dell’economia, della cultura, del sol dell’avvenir e non rabbrividire e non protestare di fronte alla forma più evidente del disprezzo dell’eticità che comunque e nonostante tutto dovrebbe essere ancora presente nello svolgere l’attività che si chiama “politica”.

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