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Il giardino delle artemisie giganti
…un racconto

Il giardino delle artemisie giganti
Un racconto di Carlo Tassi

Dei ricordi fanciulleschi che affollano la mia mente, mai come adesso tormentata da tanta nostalgia, uno più di tutti ha sempre stuzzicato la mia fantasia. Parlo di uno strano episodio mai del tutto risolto.
Mi trovavo in vacanza in un pittoresco paesello sulle rive di un lago, di cui per mia riservatezza non farò il nome, cintato da montagne poderose con pendici aguzze come lance a grattar nuvole perennemente di passaggio. Le giornate ombrose e insolitamente fresche costringevano spesso me e mio cugino a rinunciare a giocare nelle acque fredde del lago, in alternativa non rimaneva che avventurarsi nei dintorni campestri oltre il caseggiato.

Stavamo con le nostre famiglie in una grande villa presa in affitto per tutto il mese d’agosto. Il proprietario era un vecchio insegnante di musica a riposo, tal Brunamonti, un tipo solitario ma cordiale, che ci aveva preso in simpatia e ci raccontava puntualmente storie curiose e bizzarre che spacciava per vere e sacrosante. Una di queste riguardava un bellissimo giardino dell’entroterra a nemmeno mezzora di cammino da dove alloggiavamo. Bastava percorrere la via maestra del paese e, passata l’ultima casupola prima della campagna, prendere a sinistra un largo sentiero sterrato e circondato da rovi impenetrabili che saliva su una collinetta irta di cipressi. Una volta in cima, appariva una vecchia villa in stile liberty e un maestoso giardino con tanto di serre, camminamenti, aiuole, fontane e laghetti.
Ebbene, un pomeriggio plumbeo di fine agosto, ad appena due giorni dalla fine di quell’indimenticabile vacanza, decidemmo di raggiungere quel posto e vedere coi nostri occhi se ciò che ci aveva raccontato il nostro padrone di casa era vero oppure no.
A dire la verità il tragitto ci parve subito più impegnativo di quanto ci eravamo immaginati. Non eravamo ancora usciti dal paese che avevamo imboccato la strada sbagliata, e ci volle una buona mezzora solo per raggiungere il bivio ai piedi della collina. La salita poi si rivelò più ardua del previsto e, quando fummo giunti in cima, non c’era l’ombra di nessuna villa e tantomeno di un giardino.
Fu mio cugino che, avendo intravisto la porzione di un tetto che spuntava tra gli alberi in lontananza, mi chiamò dicendomi che forse quel tetto apparteneva proprio alla villa che stavamo cercando. E fu così.

Per raggiungere la villa descritta da Brunamonti dovemmo attraversare un fitto boschetto di cipressi e, una volta arrivati, ci rendemmo conto che il suo racconto aveva trascurato diversi particolari che fin da subito ci fecero venir voglia di tornarcene a casa.
La villa c’era, ma quel tetto, avvistato da mio cugino tra le cime appuntite dei cipressi, altro non era che la cuspide del campanile di una pieve gotica che affiancava un piccolo cimitero diroccato le cui lapidi erano quasi sommerse dalla vegetazione. La villa, effettivamente liberty, era poco distante sulla destra, ai margini di una fitta boscaglia di cipressi e grossi abeti la cui ombra oscurava qualsiasi cosa si celasse al suo interno.
Tutte le costruzioni apparivano disabitate da chissà quanto tempo e delle spesse tavole di legno inchiodate agli ingressi stavano a testimoniarlo.
Anche il giardino era lì, proprio come aveva detto Brunamonti, e la cosa più incredibile viene adesso!

Secondo Brunamonti il giardino era posto dietro la villa. Io e mio cugino ci guardammo in faccia titubanti, ma alla fine decidemmo di aggirare il fabbricato e di vedere cosa c’era dall’altra parte. Camminammo cauti e tesi più che mai, avevamo dieci anni io e dodici lui, e tutto quello scenario che si era rivelato intorno a noi si prestava benissimo a far correre le nostre fantasie in luoghi ben più oscuri e terribili di quanto avremmo voluto.
Ricordo ancora adesso – e la sensazione che riaffiora è tuttora viva e pulsante come di cosa appena successa – ciò che provai quando finalmente vidi quel giardino: meraviglia, estasi e terrore!

Il giardino era maestoso, lussureggiante, qualcosa che non avevamo mai visto. Innumerevoli varietà esotiche di piante fiorite creavano un arcobaleno di colori e stordivano coi loro profumi. Poi alberi enormi e sconosciuti e siepi dalle incredibili geometrie.
Ma la domanda che causava tanta meraviglia era: come poteva esistere un giardino come quello se il posto era isolato e abbandonato da tanti anni quanti noi non potevamo nemmeno immaginare? Poi una seconda domanda: dov’erano e com’erano fatte le artemisie giganti raccontate da Brunamonti?
In fondo era stata proprio quella seconda curiosità a spingerci ad affrontare quel viaggio: le artemisie giganti.

Il vecchio maestro ci aveva detto che in quel giardino esisteva una rara specie di artemisia carnivora che un giorno di tanti anni prima aveva divorato un ignaro fattore che si era addormentato all’ombra di una di esse. Successe che durante il sonno venne paralizzato dal suo profumo tossico, che i suoi rami gli si strinsero intorno, che le sue foglie lo avvolsero come in un sudario e che, rilasciando sul poveretto la sua linfa corrosiva, iniziò a digerirlo come nella più tremenda delle storie dell’orrore.
Brunamonti raccontò che quell’incidente indusse il vecchio proprietario della villa, un ricco barone, a liberarsi di quelle piante tanto pericolose distruggendole e sostituendole con altre artemisie, del tutto identiche alle prime ma innocue. In verità Brunamonti ci confidò che il sospetto della gente del tempo era che il barone non distrusse affatto le sue artemisie carnivore, ma più semplicemente lo lasciò credere. Il nobile non fece proprio niente e le artemisie carnivore rimasero al loro posto come prima, e ci restarono per tutti gli anni a venire.
Per questa ragione, il giardino divenne via via un luogo evitato da tutti quelli che ne conoscevano la storia. La morte dell’ultimo discendente del barone ne decretò poi il definitivo abbandono e la caduta in rovina.
Quel giardino in cui ci trovavamo però era tutt’altro che in rovina.

Restammo assorti parecchi minuti a ripensare alla storia che il maestro Brunamonti ci aveva raccontato, e intanto ammiravamo estasiati e perplessi l’insolito stato di grazia di quell’immenso giardino. Poi qualcosa ci distolse dai nostri pensieri.
Era uno strano rumore sommesso, come qualcosa di pesante che strisciava sul terreno. Ci guardammo attorno ma non vedemmo nessun movimento, tranne l’ondeggiare delle piante e dei rami mossi dal vento. Eppure quel rumore continuava, e pareva farsi più forte.
Ricordo come quel vago senso di inquietudine che ci aveva accolto appena arrivati sul posto divenne improvvisamente una paura profonda. Paura che si trasformò in terrore appena avemmo l’impressione che erano stati gli stessi alberi a muoversi nella nostra direzione. Alberi splendidi e maestosi che, con movimenti impercettibili, si avvicinavano a noi trasformandosi ai nostri occhi in giganteschi mostri terrificanti.

In una manciata di secondi eravamo già sul sentiero sterrato.
Correndo come due lepri scendemmo rapidamente verso il paese e poi nella casa delle vacanze, dove alla fine giungemmo entrambi col cuore in gola.
Era tardi e i nostri genitori stavano sistemando la tavola per la cena sotto il portico di fronte all’ampio cortile. Vedendoci arrivare, ci venne incontro mio padre tutto accigliato che ci rimproverò di aver messo in ansia tutti quanti per essere stati via oltre quattro ore senza avvisare nessuno.
Quattro ore? Tanto tempo era passato?
A quel punto arrivò un aiuto inaspettato proprio dal maestro Brunamonti.
L’anziano padrone di casa s’avvicinò a mio padre e gli disse, scusandosi, che sapeva della nostra visita nel giardino in cima alla collina e che si era dimenticato di informare e rassicurare le nostre famiglie che non avremmo corso alcun pericolo.
Tanto bastò per rasserenare tutti quanti ed evitarci una sicura punizione.

Più tardi, il vecchio maestro ci prese in disparte e ci confidò che aveva immaginato dove fossimo andati perché si ricordava le nostre facce dopo che avevamo ascoltato il suo racconto del giorno prima sul giardino di artemisie.
Ci chiese poi se avevamo trovato il giardino.
Entrambi gli eravamo grati che avesse mentito a mio padre salvandoci dal castigo – in effetti, sicuri che non saremmo stati via a lungo, non avevamo informato nessuno della nostra escursione, tantomeno lui – così gli raccontammo tutto quello che avevamo visto. L’unica cosa che evitammo di dire fu la causa del nostro repentino ritorno a casa.
Lui ascoltò tutto con estremo interesse poi ci chiese: “Avete detto che il giardino era ancora in perfetto stato?”
“Certo!” rispondemmo noi in coro.
Sulle labbra di Brunamonti spuntò un leggero sorriso: “Allora, ragazzi miei, quello che immaginavo è vero: le artemisie carnivore sono ancora lassù e – il sorriso si fece strano – a quanto pare sono diventate degli ottimi giardinieri…”

Firth Of Fifth (Genesis, 1973)

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Nina …un racconto

Nina
Un racconto di Carlo Tassi

A volte il mio lavoro mi porta a sentire storie che non vorrei mai sentire. Peggio è quando poi devo scriverle. Come quella che ho saputo dalla bocca di un balordo ubriaco conosciuto appena.
In cambio di una bottiglia di vodka scadente m’ha raccontato la storia di una ragazza tanto bella quanto sfortunata.

Era una ragazza bellissima e veniva da un paesino della Ex Jugoslavia.
Capelli color miele, occhi verdi e pelle olivastra, una bellezza come solo tra i Balcani se ne può trovare. Un’anima quindicenne resa orfana da una guerra bastarda. Un’antilope tra i maiali, da un campo profughi all’altro, fino all’orfanotrofio di Barbablù. Il direttore, un tizio viscido e corrotto, la vede e fiuta l’affare. In cambio di un bel gruzzolo la cede a due lupi in giacca, cravatta e tatuaggi. Un vero patto tra belve: la giovane preda è catturata, altra carne fresca per l’Organizacija è assicurata.
La fanciulla viene presto iniziata, la sua anima annientata. Amore, romanticismo e dolcezza saranno presto scordati. Gli stessi sogni, come cuccioli indesiderati, saranno soffocati. Il suo nuovo mondo è un pattume lercio da raschiare.
Una bambina diventata donna in poche settimane, nel modo più becero e spietato.
Un’altra vergine stuprata, calpestata, masticata e sputata. Pronta all’uso.
Svuotata di tutto e riempita soltanto d’eroina da non poterne più fare a meno. Come vuole la procedura, una puttana ubbidiente vale giusto un’altra puntura. Avanti il prossimo!
Ma la ragazza dagli occhi color smeraldo è bellissima, la più bella tra le schiave di quel lurido reame. Non può passare inosservata e il capo difatti l’ha notata.
Così il vento cambia improvvisamente, e l’incantevole gioiello biondo è d’un tratto curato e ripulito. Rimesso a nuovo per esser coccolato. La bambola prediletta dell’orco.
Mesi d’inferno, dal terrore della guerra alla disperazione della schiavitù. Poi questo paradiso bugiardo, perverso, fatto di catene dorate e caramelle avvelenate: l’harem del grande boss.

Però l’anima della ragazza non è ancora morta, i ricchi maiali hanno fatto male i conti. Una sera, una possibilità da cogliere senza paura. Niente da perdere se non la vita.
Le catene sono allentate, una piccola distrazione del padrone basta e avanza.
La ragazza ha imparato a fingere bene, è furba e veloce, ruba dei soldi e fila via lontano. In treno, in corriera, in autostop. Trova un’altra città, una grande metropoli, caotica, indifferente, ciò che serve per scomparire.

Per strada migliaia di facce le girano intorno di continuo, una folla assente d’estranei distratti, in altro affaccendati. Sola e trasparente il più possibile per la costante paura d’esser trovata, mentre la fame le morde lo stomaco. Soprattutto la fame. Perché la libertà da sola non basta. Perché deve fare i conti con la propria sopravvivenza e capisce che le resta sempre e solo una scelta: vendere l’unica merce che possiede.
Settimane, mesi, battendo i marciapiedi di periferia come un fiore tra i rifiuti, ancora uno splendido fiore dopotutto. Vivere da emarginata dormendo dove capita, fare sesso per quattro soldi, mangiare qualche pasto caldo alla mensa, farsi una doccia in qualche bettola per poi offrirsi ai clienti, infine procurarsi la dose serale d’eroina per sfuggire agli spettri del mattino. Ogni giorno è un conto alla rovescia col proprio nulla da perdere. Nessuno scopo, nessuna speranza, soltanto un altro buco nella carne per riaccendere il calore buono dei ricordi.

Ma una sera incontra un uomo. È più grande, ha soldi per pagare e far regali, ben presto diventa il suo miglior cliente. Forse nasce qualcosa. Nuove attenzioni, distrazioni. Un sentimento imprevisto o un’insolita avventura? Certamente attrazione, magari qualcosa di più. Lui le trova un posto dove stare, dice di volerle bene, fa promesse vaghe, ma appare e scompare e lei resta sola spesso. Come la volta che scopre d’essere incinta. Incinta di lui.
Lui si fa vivo e lei glielo dice. Lui reagisce freddamente. Tra i due qualcosa cambia e si rivela: due mondi troppo distanti, inconciliabili.
Lui la rassicura, la porterà in clinica, le pagherà l’aborto. Poi le dà dei soldi, un bacio in fronte e se ne va in modo strano. Lei resta lì, una mano sulla pancia a guardare la porta che si chiude. L’uomo non tornerà più. Altra solitudine, nuova delusione, ennesimo tradimento. Ma la pancia cresce e crescerà fino alla fine. Nove mesi tra gli stenti, contro ogni logica, ingiustamente, nel più completo abbandono.
Eppure nel suo seno cresce qualcosa per cui lottare, per cui vivere e tornare a sperare, lo sente ed è forte. La vita che nasce fa strani scherzi, s’aggrappa, resiste testarda, insegue ostinata la luce anche nelle tenebre più profonde.
Quindi resiste. Sopravvive nove mesi all’inferno per lei, per la figlia che verrà.

Sono le tre di un grigio pomeriggio di novembre. Una cameretta senza riscaldamento al primo piano d’una vecchia bettola abbandonata. Rimasugli d’un pasto e poche cose di nessun valore sparse intorno. Dal letto sfatto, sudicio, la ragazza s’alza a sedere, poi si piega in due dal dolore. Fitte nella pancia, il travaglio s’annuncia così. Lei stringe i denti, i dolori compaiono a intervalli regolari come le contrazioni. Fuoriesce abbondante il liquido dal ventre colandole sui piedi. Aumenta il dolore. La bimba spinge, vuole uscire.
La ragazza s’accuccia in un angolo, spinge e urla e spinge. Lacrime e sangue, come si dice. E poi dolore e rabbia, e finalmente la gioia d’un vagito.
L’accoglie in grembo, senza più forza né fiato, le resta solo un pianto muto di gioia impastata a disperazione. Una bellissima bambina di tre chili e mezzo. La guarda, l’accarezza con le esili dita insanguinate. Un fagottino che si muove appena, fragile e forte d’una forza inaudita. Tutto il suo mondo è ora racchiuso in quel nuovo esserino.

Ma l’incanto dura poco. Le lenzuola inzuppate di sangue, escrementi e placenta, l’odore acre, il cordone da tagliare, la sporcizia dappertutto. La bimba piange, non smette, ha fame, ha freddo. La madre ha perso molto sangue, è debole, non ha latte. Cerca di cullarla, di calmarla, l’avvolge nell’ultimo panno pulito rimasto. Le canta una vecchia ninna nanna d’anni spensierati, spezzati: la sua infanzia in Kosovo.
La lotta è impari. Vincono la fame e il freddo. La giovane madre è sconfitta, in preda al delirio, decide cosa fare. Aspetta fino a tarda sera, esce con la piccolina e s’avvia lungo la strada tra le ombre delle baracche. Si ferma davanti al cassonetto dell’immondizia, lo apre, bacia la sua bimba un’altra volta, la depone delicatamente all’interno e se ne va.
Forse la mattina arriva all’improvviso, come un lampo accecante. La ragazza apre gli occhi in preda al terrore, stavolta lucida, di nuovo presente. Cerca di ricordare dove ha portato la sua bambina. Corre fuori in preda al rimorso, sperando che non sia troppo tardi. Arriva al cassonetto, lo apre, non trova nulla. Svuotato, completamente, come il suo ventre, il suo cuore, il suo mondo.
Torna alla bettola, non corre più, cammina lentamente, inebetita da troppo dolore. Sale le scale, entra nella piccola stanza dove poche ore prima era nata sua figlia. Fruga nella borsetta, afferra il coltello che teneva per difendersi dai clienti violenti o da quelli del racket se mai l’avessero trovata.
La lama è affilata. L’affonda nelle braccia e la trascina all’interno della carne squarciandosi entrambi i polsi. Lo fa con rabbia, in profondità, da recidere vene, arterie e nervi. Il sangue esce a fiotti e ricopre tutto, mentre lei s’adagia nel letto ormai fradicio. In pochi minuti il calore l’abbandona, si trasforma in gelo e il gelo si trasforma in un sonno profondo, privo di dolore e di respiro.
La morte arriva così, come un sollievo, come una vecchia amica premurosa.

Almeno questo è ciò che molti hanno creduto sia successo, compreso l’ubriaco che ho di fronte.

La storia appena ascoltata è angosciante, spietata, dura come poche altre sentite in passato. Mi lascia dentro un certo malessere, un sapore amaro, inevitabile.
Ma questa storia non finisce qui.
Il fatto è che l’ubriaco s’ammutolisce. Il suo sguardo è sperso chissà dove. Prende la bottiglia per scolarsela tutta. Io gli blocco il braccio, Temo che col pieno di vodka non sia più in grado di raccontare il resto, sempre che un resto da raccontare ci sia.

“È tutto?” gli chiedo “Ma tu come facevi a conoscerla questa ragazza?”
“La bambina…” sussurra.
“La bambina?” lo incalzo “Sai che fine ha fatto?”
“È viva sai… ora dovrebbe avere nove anni!” dice.
“E come s’è salvata?”
“Nina si chiama… ha gli occhi verdi di sua madre!”
A questo punto afferro la vodka e gliela sfilo dalle mani. Lui mi guarda con odio e fa una smorfia. “Ridammela!” ordina rabbioso, mentre il suo fiato puzzolente mi si appiccica addosso.
Mi tappo il naso e gli mostro la bottiglia piena ormai per metà. “Se la rivuoi mi devi raccontare la fine della storia… siamo d’accordo?”
“Per niente amico… ridammi la bottiglia! Le cose regalate non si restituiscono!” raglia sempre più minaccioso.
Mi rendo conto adesso che l’ubriaco appartiene alla categoria di quelli molesti. Gli ridò la vodka sperando di calmarlo, mentre nel nostro angolo l’aria è diventata irrespirabile.
Lui agguanta la bottiglia e mi sorride. È evidente che l’umore degli alcolizzati è assai mutevole e soggetto a cambi repentini, come in questo caso.
Mi chiedo se questo balordo non fosse uno di quegli sgherri del racket sulle tracce della ragazza. Se così fosse mi sarei cacciato in un bel guaio, ma se appartenesse all’organizacija non potrebbe mai essersi ridotto così. Gli osservo le braccia: nessun tatuaggio.
“Allora vuoi sapere la fine della storia?” mi chiede.
“Certo, sono qui apposta, ti ascolto!” faccio io.
“Dunque… quella notte arriva il camion dell’immondizia. Uno dei netturbini sente il pianto disperato della neonata, apre il cassonetto e la trova lì dentro, avvolta in una coperta chiusa da un fermaglio. La raccoglie e la porta subito in ospedale. Era affamata e infreddolita, ma la cosa che preoccupava di più era che soffriva di una forma abbastanza grave di astinenza da eroina… Ma fu curata e alla fine si salvò!”

“E tu come sai tutto questo?” gli chiedo.
“Perché io ero il medico che l’ha curata, amico mio!” dice.

Rimango senza parole. L’ubriaco che avevo di fronte, imbruttito, incattivito, era stato un medico dell’ospedale. “Quindi tu saresti il dottore che ha salvato la figlia di quella povera ragazza? Ma come fai a conoscere la storia di sua madre?” gli chiedo.
“Certo… io l’ho salvata!” dice. Fa una breve pausa, poi alza la bottiglia come per brindare, se la tracanna tutta e aggiunge: “Perché io conoscevo sua madre”
“Ah… ma allora come hai saputo che la bambina era sua figlia?” chiedo io sempre più perplesso.
Lui fa un lungo sospiro, un’altra zaffata puzzolente. Però, nonostante il litro di vodka nello stomaco, sembra stranamente lucido. “È semplice… ho visto il fermaglio che aveva quando l’hanno trovata. C’era il nome di sua madre, Nina. L’ho riconosciuto, gliel’avevo regalato io!”

La storia era decisamente interessante. Già immaginavo come l’avrei intitolata.

“L’hanno deciso quelli del tribunale di darle il nome di sua madre. E…” s’interrompe.

“Ti ascolto” dico io.

“Io sono suo padre! Io ho illuso sua madre e poi l’ho abbandonata! Avevo una famiglia, moglie e figli. Ero un medico stimato… ho avuto paura di perdere tutto e l’ho lasciata da sola nella merda… ma l’amavo davvero! Poi ho visto quella bambina, mia figlia. Ho saputo dalla polizia in che modo era morta sua madre… Tutto per colpa mia! Ho iniziato a bere e alla fine ho perso tutto ugualmente, famiglia, lavoro… Tutto”

Penso che avrei dovuto capirlo subito. “Ma c’è una bambina di nove anni che magari vorrebbe conoscere suo padre… Potresti ricominciare da lei” gli dico.

Lui sorride. È un sorriso amaro, consapevole, lucidissimo. Non è il sorriso che di solito t’aspetti di trovare sulla faccia di un alcolizzato. “Nina ce l’ha già una famiglia. È stata adottata. I suoi genitori sono brave persone. Lei va a scuola, fa una vita normale. Io che c’entro? Poi ho la cirrosi. Mi restano solo pochi mesi e li voglio scontare così”
Si alza, barcolla, mi ringrazia per la bevuta, mi saluta e se ne va.

Di quell’uomo non ho più saputo nulla.

Ottima, anzi pessima storia. La intitolerò Nina.

One (U2, 1991)

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tombino-donna

Il cantastorie degli anelli

Non amo i gioielli preziosi. Sono pigra, li cambio di rado perché ho paura di perderli, però mi piacciono gli anelli. Gli anelli mi parlano. Raccontano storie. Per me sono il continuum. All’anello associo sempre l’immagine di una catena di ferro che tiene ancorata una nave: tanti grossi anelli di ferro uniti fra loro. Forse è per questo che, per me, gli anelli sono importanti; tenere ancorata una nave non è cosa da poco! Contengono tante storie, una dentro l’altra e questo li rende affascinanti. Credo che un buon artigiano di gioielli sappia che ogni anello debba raccontare almeno una storia perché diventi quello dal quale non ci separeremo e deve saper recuperare nella forma la storia che gli viene raccontata. È capitato così all’anello di cui vi voglio parlare. Il mio amico Matteo lo ha reso speciale, infatti tutti dicono: “ma che bello e che strano che è, dove lo hai preso?”

Era l’anello di mio nonno, il nonno materno che non ho conosciuto, è morto un anno prima che nascessi. Mia madre me lo regalò per i miei venticinque anni di matrimonio; una fascia irregolare d’oro che sulla parte superiore portava impresse le cifre per la cera lacca. Cifre che il tempo ha sbiadito e reso quasi in leggibili. Mia madre dice che ci fosse una C e una R, Carlo Reverdi; la R stava per il cognome della mia bisnonna e già questo me lo ha reso, da subito, simpatico. Portava in sé le tracce delle radici matrilinee e non, come si usa dal concilio di Trento, quelle del padre, e poi la R si adattava bene a me, al mio nome. Si penserà che ho dita tozze e un po’ è vero, si narra, che le sue fossero, invece, bellissime e molto affusolate, e infatti l’anello era piccolo per il mio anulare ma grande per il mio mignolo. L’ho indossato subito. Al mignolo poteva andare anche se rischiavo di perderlo.

Mi ricordava le lettere che il nonno, appena diciottenne, era un ragazzo del ’99, aveva scritto dal fronte. Le avevo lette quando all’università avevamo fatto un corso monografico sulle testimonianze di chi era stato in guerra: la storia raccontata dal basso e non da chi l’ha governata, anche se oggi penso che non si governa la storia, la storia non la fa uno da solo al comando, la storia la facciamo tutti noi insieme, ma allora non si pensava così. Lui faceva parte di un corpo privilegiato, era ufficiale di artiglieria, calcolava la traiettoria dei cannoni. Il freddo, la solitudine, il silenzio della morte, quello sì lo ha compreso e vissuto. Era stato felice di partire, sarebbe andato a salvare la patria e eventualmente a morire compiendo il suo dovere. Alla fine le domande interiori aprivano dubbi e contraddizioni. Raccontavano la complessità conosciuta, vissuta sulla propria pelle e sulla pelle dei compagni.

L’anello l’ho indossato subito, dicevo, e uscita dalla casa materna, sono balzata sulla mia moto. Mentre guidavo sul ponte Monumentale – era una splendida giornata – ho sentito un ticchettio a rimbalzo… Din Din Din. Ho guardato il mio mignolo destro e l’anello non c’era più. Ci sono voluti pochi istanti per realizzare che il din din era dell’anello, ho accostato in fretta e furia e messo il cavalletto alla Vespa. Sono corsa indietro sul ciglio della strada. Confidavo che l’oro luccicasse e rispondesse al bagliore dei raggi solari settembrini. La strada, come la maggiore parte delle strade, era al centro leggermente più alta e digradava sui lati. Mi sono detta che fosse finito vicino al marciapiede, ma c’erano le macchine parcheggiate.

È iniziata una ricognizione che è durata più di un’ora. Ho guardato al centro della strada alla ricerca di un luccichio, ho guardato sotto le macchine, dietro ogni ruota, in ogni angolo buio. Ho iniziato dal lato destro, il lato del senso di marcia, dove mi pareva più logico fosse finito, poi sono passata all’altro lato. A tratti si univa un netturbino e un passante che vedendomi rannicchiata sotto le macchine, mi domandava cosa cercassi. Qualcuno provava ad aiutarmi, ma l’urgenza era mia e poco dopo desistevano, come era giusto che fosse.

Passata un’ora e mezza mi sono detta che dovevo telefonare alla mamma e confessarle la perdita del prezioso ricordo. Lei stava andando all’aeroporto a prendere un’amica, non poteva fare dietro front e mi disse: “se lo hai perso è perché doveva succedere, non ti preoccupare!”. Mi sollevò la coscienza ma io non volevo mollare; cominciai a controllare ogni tombino. Avevo scoperto che, anche se pesante, la griglia dei tombini riuscivo ad alzarla e così sono passata al vaglio di tutti quelli che c’erano. Dopo circa venti minuti si è palesata mia madre con una squadra di amiche tutte ottantenni.

Esilarante, la squadra femminile si mise sulle tracce dell’anello perduto, tanto più che avevano fatto voto a Sant’Antonio! Chi con gli occhiali, chi un po’ sorda, chi zoppicante, tutte decise a ritrovare il cimelio. Sono giunta all’ultimo tombino. Le speranze ormai un lumicino. Il tombino era più profondo degli altri e sul basamento stagnava acqua sporca, impossibile vederne il fondo.

Ho detto a mia madre che dovevano trovare un bastone nella speranza che rimescolando avrei potuto udire un ticchettio. Mia madre si è ricordata di avere una racchetta da sci nel portabagagli e si è diretta verso la macchina; è curioso quanto i portabagagli degli anziani restino pieni di cose impensate!
Ha attraversato in curva a monte della mia Vespa. Poco dopo è tornata sorridendo; tra le mani l’anello schiacciato in piccoli pezzetti. Luccicavano sulla linea di mezzeria proprio nel tratto in cui lei aveva attraversato.

Nessuna di noi aveva pensato di controllare il pezzo di strada a monte dell’improvvisato parcheggio della mia Vespa. Era distrutto. Ma la storia era intatta. Sono andata da Matteo* e gliel’ho raccontata nella speranza che me lo potesse sistemare. Matteo è il cantastorie dei gioielli.  lo ha fatto con la cura dei veri artigiani!  Non potendo riunire i pezzi li ha incastonati su una fascia color argento. Ognuno con la sua forma particolare. Oggi quell’anello mi riporta alla catena che tengono le navi ancorate: tanti pezzi, ognuno con la sua piccola storia; brillano uniti su un unico pezzo e tengono ancorata la mia nave!

* ) Matteo Bonafede orafo e artigiano di San Sebastiano Curone

mani inclusione solidarietà

PRESTO DI MATTINA
Identità narrabili

Identità nascoste.

«”La gente, chi dice che io sia?. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti”. Ed egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che io sia?” Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo (Messia)”. E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.» (Mc 8,27).

La buona notizia di Gesù, il segreto nascosto nella sua identità, ciò che il suo nome rivela e cela allo stesso tempo, strada facendo nell’intreccio e nel dispiegarsi della vita, viene alla luce poco alla volta nelle narrazioni dei vangeli, nel manifestarsi del suo agire, di un fare continuamente in relazione alle persone che incontrava.

È il principiarsi, l’accadere di una storia narrante e sempre di nuovo narrata, in cammino e facentesi nell’intreccio con altre storie, di cui forma la trama, il disegno delle libertà, in un ri-gioco narrante.

Ogni volta, ogni incontro, un giorno dopo l’altro, è qualcosa della sua identità che affiora per nascondersi subito dopo, perché la ricerca del “chi sia lui” non si fermi, ma continui oltre, persino quando è lui stesso a dire di sé e della sua missione di essere il “Figlio dell’uomo“, ispirandosi alla figura nella visione del profeta Ezechiele. Identità questa ad un tempo solidale con noi in umanità e con Colui che lo ha mandato a fare grazia, a inaugurare il tempo ultimo della grazia che va scoprendo, vivendo tra la gente.

L’altro, lo Spirito del Signore, l’ispiratore delle storie di Dio tra gli uomini, sceso di nuovo su Gesù nella sinagoga di Cafarnao, come al battesimo, gli rivelò la sua identità filiale, di unigenito così ora, nelle scritture aperte, gli racconta le storie che lo hanno preceduto, l’identità nascosta in quella sua storia nuova di umanità, iniziata a Betlemme e disvelata in un nuovo capitolo a Cafarnao: «Lo Spirito mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 11,18).

Il segreto del suo bel nome si saprà solo alla fine nel vangelo narrante di Marco: un nome fatto di diversi nomi susseguenti fino all’ultimo (‘titoli cristologici’ li chiamano i biblisti; come sementi dolcissime nell’unica melagrana cristologica – penso io – del bel nome di ‘Gesù’).

Altrettante identità nascoste scopriranno i suoi discepoli interrogando le scritture alla luce dello Spirito del crocifisso-risorto, dopo la Pasqua, iniziando proprio dalla confessione di Pietro, nel versetto citato sopra.

Egli vorrebbe fermarsi a quello che ha scoperto: il ‘Messia vittorioso’, perché dell’altra identità quella di ‘Figlio dell’uomo’ – che rivela il modo di Gesù di attuare la sua messianicità nella forma del ‘Servo sofferente di Jahvé’ preconizzato nei canti di Isaia – proprio non ne voleva sapere, né lui né gli altri, perché rivelativa di debolezza, dolore, rifiuto, consegna di sé, accettazione di un ingiusto destino. Non era ancora pronto a narrare di Gesù: «il Giusto mio servo giustificherà molti e si addosserà la loro iniquità» (Is, 53, 11).

Il suo buon nome si manifesterà solo alla fine, dopo aver percorso l’itineranza esistenziale, storica e narrativa dei canti del Servo di Jahvé inscritte nelle vicende del suo popolo e degli altri popoli. Il nome, tenuto nascosto come un segreto in quello messianico di Cristo, sarà pronunciato con fede proprio da un pagano, il centurione romano, di fronte alla morte di quel giusto: in quella desolazione egli confesserà anche a noi la sconcertante verità nascosta in quel condannato crocifisso: «Vere hic homo Filius Dei erat» (Mc 15, 39).

Il segreto dell’identità di Gesù si esprime anche per noi facendosi strada attraverso un divenire che è insieme esistenziale e narrativo. Il vangelo ci fa essere parte di ciò che esprime attraverso la sua storia narrante. Ci fa entrare nelle vicende della “buona notizia di Gesù” e così dà forma anche alla nostra identità attraverso la sua identità, che è al tempo stesso ereditata e già scritta nel passato, ma ancora da creare nel tempo a venire.

Scrive Giovanni in una lettera: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1Gv 3,2).

Il «lieto fine è nascosto» direbbe Margaret Atwood [Qui], la scrittrice canadese di narrativa sociale e di racconti anche per bambini; così l’identità di ciascuno è nascosta anche a lui stesso: essa si rivela nelle storie che ci verranno raccontate e in quelle che narreremo strada facendo.

Realizzare l’identità significa così esprimere ciò che di irrepetibile è nascosto nella propria umanità, il cui tragitto è paragonabile al dispiegarsi di una narrazione. Senza la narrazione essa rimane indecifrabile: il racconto è il modo di rispondere alla domanda “chi sono”.

Scrive il filosofo e accademico canadese Charles Taylor [Qui], che «noi non possiamo fare a meno di concepire la nostra vita in termini narrativi, come una ricerca… L’immagine che ho di me stesso è quella di un essere che si muove e diviene, fenomeno che, per sua natura, non può essere istantaneo.
Ciò significa non solo che ho bisogno di tempo e di molte traversie per sceverare ciò che, nel mio carattere, nel mio temperamento e nei miei desideri, è relativamente fisso e stabile da ciò che è, invece, variabile e mutevole; ma anche che, come essere che si muove e diviene, io posso conoscere me stesso solo per il tramite dei miei progressi e dei miei regressi, delle mie vittorie e delle mie sconfitte. La mia immagine di me stesso necessariamente ha uno spessore temporale e una struttura narrativa» (Radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna, Milano 1993, 73; 71).

L’altro narrante svela noi a noi stessi. Ulisse si commuove pur conoscendo le sue origini per il canto dell’aedo Demodoco che, alla corte dei Feaci, canta la sua storia e le sue imprese e così egli riconosce se stesso, in un modo nuovo e singolare, tanto che a quel racconto egli si commuove profondamente e piange.

Nell’assemblea domenicale, mi piace pensarlo, Gesù stesso, presente e vivo nel suo Spirito e nel suo corpo che sono le scritture, il pane eucaristico e anche noi che siamo membra del suo corpo spirituale, sentendo di nuovo raccontare da noi, raccolti attorno a lui, la sua vita e quella dei suoi discepoli e udendo di nuovo sentirsi chiamare Figlio dell’uomo, Figlio di Dio, Servo e Messia sofferente, Gesù Signore e Maestro non credete che non si commuoverà ancora oggi allo stesso modo in cui provò compassione davanti alle folle stanche e sfinite come pecore senza pastore o presso il sepolcro di Lazzaro?

Nella liturgia e ogni volta che si legge il vangelo è un accrescimento di identità narrativa per i credenti e per la chiesa; una nuova tappa nella coscienza di sé, un’apertura del già, verso il non ancora “di chi saremo”.

Pure la Chiesa assume un’identità in progress, narrativa. Se resta aperta all’appello dell’altro scoprirà sempre più se stessa, la sua vocazione iniziale, e potrà continuare ad interrogarsi come ha fatto Papa Paolo VI al Concilio quando disse: “Chiesa che dici di te stessa, chi sei? Saprà così comprendersi confrontandosi con l’identità del suo Signore ogni volta che lo incontrerà affamato e gli darà da mangiare, malato e in carcere e si recherà a visitarlo, straniero e lo ospiterà”.

Nell’ultima enciclica, Fratelli tutti, Papa Francesco ricorre alla parabola del Samaritano: «un estraneo sulla strada: … Uno si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato una cosa su cui in questo mondo frettoloso lesiniamo tanto: gli ha dato il proprio tempo. È stato capace di mettere tutto da parte davanti a quel ferito, e senza conoscerlo lo ha considerato degno di ricevere il dono del suo tempo. Con chi ti identifichi? Questa domanda è dura, diretta e decisiva. A quale di loro assomigli? … La narrazione è semplice e lineare, ma contiene tutta la dinamica della lotta interiore che avviene nell’elaborazione della nostra identità, in ogni esistenza proiettata sulla via per realizzare la fraternità umana. Una volta incamminati, ci scontriamo, immancabilmente, con l’uomo ferito. Oggi, e sempre di più, ci sono persone ferite. L’inclusione o l’esclusione di chi soffre lungo la strada definisce tutti i progetti economici, politici, sociali e religiosi». Inclusione o esclusione danno forma anche alle nostre identità.

E in un omelia sulla formazione dei presbiteri del 2008, quando era ancora in Argentina, Francesco disse: «La nostra identità… non è fatta per mantenere un integrismo sdegnoso e conservativo, ma tutto il contrario: la Chiesa custodisce l’integrità del dono per essere in grado di darlo e comunicarlo intero a tutti gli uomini nel corso di tutte le generazioni. Non è identità autoreferenziale, ma identità d’amore che ci spinge verso la periferia, consapevolezza di ciò che siamo per grazia, identità che riferisce tutto a Cristo. Identità inviata, identità in missione», (Nei tuoi occhi è la mia parola, Milano 2016, 608).

L’identità del samaritano resta nascosta finché non è chiamata fuori dall’incontro con l’umanità dell’altro: è il suo agire che la rivela a lui stesso e a noi; essa ci dice chi egli sia e la qualità dell’umano in lui fatto di compassione e responsabilità, essa si manifesta attraverso il dispiegarsi del racconto fino alla locanda con la promessa di ritornare.

L’identità e la storia restano così aperte verso un’ulteriorità narrativa ed esistenziale che possono prolungarsi e continuare anche attraverso e dentro le nostre storie di oggi. Chiuse invece le identità degli altri due, il levita e il sacerdote, esse rimangono congelate, fossilizzate nel ruolo fatto valere e posto al di sopra della coscienza stessa di umanità; è il personaggio e non la persona a dettare l’agenda delle priorità e dei valori facendo così regredire l’identità, privata dei legami, nel nulla dell’irrelazione e determinando l’immediata uscita di scena dei personaggi.

Se il ruolo, la funzione anche ecclesiale, prevalgono e prendono il sopravvento sul cammino della persona che è essenzialmente relazionale, in cerca della sua identità nell’incontro dialogico con gli altri, allora questa si chiude su se stessa, viene fissata a quel dato momento e quasi sempre rinsecchisce irrigidita.

Così l’identità germinale sarà come una gemma bruciata dal gelo o l’incipit di una storia, di un libro chiuso prima che si arrivi alla fine. L’identità vocazionale di ciascuno è itinerante ed insieme claudicante. Non si giunge alla fine senza l’altro, come una storia senza racconto. È dunque esistenzialmente identità narrativa, in cerca del suo narratore e del suo nome, della sua posizione tra tanti personaggi e altri nomi che gli rivelano il suo: chi egli sia.

L’immagine usata da Paul Ricoeur [Qui] per dire una tale identità è quella della promessa fatta, che rimane anche quando mutano le situazioni e gli avvenimenti; si resta fedele a quanto promesso anche nei cambiamenti. «Mantenere una promessa, infatti, significa in qualche modo sfidare i mutamenti del tempo e opporre un diniego al cambiamento. Promettendo, la persona in qualche modo si “distende” nel tempo e mantenendo la promessa crea una continuità con se stessa nonostante i possibili mutamenti nel tempo. In questo senso, a differenza del carattere, si tratta di una permanenza mantenuta attivamente: Quand’anche il mio desiderio cambiasse, quand’anche io dovessi cambiare opinione o inclinazione, “manterrò”», (Sé come un altro, Milano 1993, 213).

Come in una narrazione noi interagiamo in una trama e sfondo stabili, oltre ogni cambiamento di scenario, di accadimenti positivi o negativi, gioiosi o dolorosi, vittorie e sconfitte. Bivi della vita segnati da ciò che ci rende unici e irripetibili, come quando diciamo “io ti prometto”, “ti perdono”, “ti amo”.

Nonostante situazioni ed eventi, e malgrado io stesso sia sottoposto a mutazioni e cambiamenti nel tempo, resto e mi mantengo identico pur nel diversificarsi delle relazioni e degli eventi. Tale identità risulta così insostituibile, ma non nel senso che io non possa essere sostituito, bensì per il fatto che nessun altro può vivere per me, promettere al posto mio, né può nascere, amare, morire per me.

Si scopre la propria identità proprio come si nasce, si promette, si ama sempre in relazione a qualcun altro che narra il nascere il promettere, l’amare: “Chi mi vede, mi racconta”.

«Lo statuto relazionale dell’identità postula infatti sempre l’altro come necessario: sia questo altro impersonato da una pluralità di spettatori che colgono gli atti che lo manifestano, sia esso impersonato da colui che narra la storia di vita risultata dagli atti medesimi. Al contrario dello spettatore, il narratore tuttavia non è presente agli accadimenti e ha perciò su di essi, come lo storico, uno “sguardo retrospettivo”. Egli conosce meglio degli altri ciò che è accaduto proprio perché non partecipa direttamente al contesto delle azioni da cui è risultata la storia…. Se ognuno è chi nacque, sin dall’inizio e con una promessa di unità che la storia eredita da quell’inizio, nessun racconto di una storia di vita può infatti tralasciare quest’inizio da cui la storia medesima è cominciata. Il racconto del suo inizio, il racconto della sua nascita, non può tuttavia che venire all’esistente nella forma della narrazione altrui», (Adriana Cavarero [Qui], Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Milano 1997, 38; 55).

Questo inciso testuale mi rammenta una poesia armoniosa di Vivian Lamarque [Qui]:
«Se sul treno ti siedi
al contrario, con la testa
girata di là,
vedi meno la vita che viene,
vedi meglio la vita che va
».

Da un rimando all’altro, alla fine, un breve racconto che ci rimetta di nuovo per strada, alla ricerca di identità ancora nascoste e riapra una storia che sembrava finita e una pace che si era smarrita:

«Rabbi Zusia, viaggiava molto spesso in incognito, come un mendicante; una volta capitò in una locanda e uno sconosciuto dall’aspetto ricco lo prese per uno straccione e lo trattò, molto male con disprezzo. Più tardi però nella sinagoga venne a conoscenza della sua identità e si mise a urlare i suoi rimorsi e a correre dietro Zusia dicendo: “Perdonatemi, Rabbi, altrimenti non ritroverò mai più il sonno né la pace”. Allora Rabbi Zusia gli sorrise scuotendo la testa: “Perché chiedi a Zusia di perdonarti? Non gli hai fatto niente! Non è Zusia che hai offeso ma un povero mendicante; va’ e chiedi dunque ai mendicanti, ovunque tu vada, di perdonarti”».

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nuvole terra pioggia

PRESTO DI MATTINA
Accendere l’immaginazione

 

Tornare a immaginare: questa la sfida della fede oggi. Essa è come il cieco nato Bartimeo, a cui Gesù chiedeva: “che cosa vuoi io faccia per te?” “Che io veda” fu la risposta. E quella della fede dovrebbe essere: “Che io torni ad immaginare una cosa nuova, mai pensata prima, una nuova luce capace di far ritrovare la strada nell’oscurità”. Proprio quanto accadde pure nell’esperienza profetica di Isaia, il quale accolse la parola di Dio rivelata in un germogliare di immagini alimentate dall’immaginazione: «Per amore vostro, ecco io faccio una cosa nuova: aprirò una via nel mare, una strada tra le acque profonde e anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa per dissetare la vostra solitudine. Il deserto e la terra arida si rallegreranno, la solitudine gioirà e come fiore di narciso fiorirà; si coprirà di fiori, festeggerà con gioia e canti d’esultanza», (43, 19-20 e 35, 1-2).

Ma ancor più con Gesù è stato un germogliare di parabole, un racconto incessante di immagini e gesti. Un ‘teatro dell’improvviso’ sono i suoi miracoli, le storie del venire inaspettato di un Padre nella vita degli uomini tramite il figlio. Parole e segni generativi di un immaginario capace di trasformare il cuore, di far passare la vita dall’inganno alla verità, dall’illusione alla realtà; del profilarsi di nuovi scenari, di cambiamenti di rotta per dare forma alla fiducia, far rifiorire la speranza mettendo il Padre suo, la sua presenza, nel cuore di ogni immaginazione umana.

Nel vangelo Gesù rivela il Padre, oltre che con la parola, attraverso il suo volto, ma anche riconoscendone i tratti nei volti delle persone che incontra. Egli lo scorge in essi: vede il Padre nei piccoli, nei malati, nei peccatori negli esclusi e ridona forma nuova, umana, filiale e fraterna alle immagini distorte, deformi dell’umano che grida davanti a lui. Come in uno specchio il suo sguardo converte l’immaginazione religiosa stravolta, come le immagini riflesse su specchi deformanti, restituendo dignità a Dio, liberandolo dalle sue caricature idolatriche, e con ciò liberando le persone dai giochi e dai pesi ideologici, moralistici con cui le convenzioni religiose li mortificavano, sino a oscurare l’immagine di figli di Dio presente in loro. Lo stile di Gesù, il suo modo di porsi in relazione, di manifestarsi, l’immagine di sé che dava e che si rifletteva sui volti di coloro che lo contornavano era quella della stessa santità di Dio, la sua santità ospitale, smisurata, che Gesù sperimentava stando nell’intimità con il Padre suo e che si irradiava sul suo volto imprimendosi nei suoi gesti, nelle parole e nel modo di vivere in questo mondo con la gente.

Vedendo il suo abbassarsi sulle persone e il suo rialzarle, la fede che incontra il suo sguardo e vede i suoi gesti, ascoltandone le parole impara così dal maestro a discendere con lui nel cuore di ogni immaginazione umana, anche la più contorta, falsata, sfigurata ed a prendere su di sé le immagini di deformità, di rifiuto, di sopraffazione, di fallimento per trasfigurarle. Non senza conseguenze. A forza di rispecchiarsi nei volti sfigurati portandone il peso, il suo volto diventa quello del servo di Yhwh ‒ come ci ricorda Isaia ‒ deturpato, torna a riflendere. Gesù sfigurato per trasfigurare. La volontà del Padre, diceva infatti Gesù ai suoi amici, è che nulla vada perduto della bellezza/bontà della creazione, dello splendore di grazia che si cela in ogni volto umano: «[Egli] Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima, eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori…  Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce», (Is 53,2-4; 11).

Ha ricordato Carlo Maria Martini che «Il caso serio della fede si gioca soprattutto sulla domanda: credi a un Dio che si presenta umile, benevolo, pieno di tenerezza, a un Dio crocifisso? Rispetto all’incredulità crescente attorno a noi la risposta non può essere: miglioriamo la catechesi, organizziamoci meglio, preghiamo di più. Bisogna puntare sul caso serio, aiutare la gente a riconoscere e accogliere [l’immagine di] un Dio che si esprime nella fragilità e nell’umiltà della carne, nel suo avvicinarsi cortese e delicato alle persone, nella potenza di fronte alle tenebre e nella compassione di fronte alla debolezza umana, un Dio che risplende nell’estrema inermità del Crocifisso», (Imparare a credere, Milano 2019, 175).

La fede deve lasciarsi allora infiammare dall’immaginazione e coinvolgersi pure con l’immaginazione dei nostri contemporanei. Una sorta di ‘gioco’, ma serio e profondo, a scambiarsi immagini, come fanno i bambini con le figurine dei calciatori; a mettere insieme tessere di puzzle per ritrovare i volti, le persone, gli ambienti, i paesaggi, i sentieri. È nell’immaginare e nell’essere immaginato che l’uomo aderisce alla realtà e comunica con essa, la trasforma: è fondamentale che nella nostra fede si lasci entrare in gioco l’immaginazione! Essa sta in strettissimo rapporto con il racconto: è la sua trama, e con la storia, ne è sua sequenza. Raccontare non è cadere nell’immaginario; questo legame non toglie nulla al racconto come luogo rivelativo della verità.

Non è un caso dunque che il Vangelo di Tommaso, conosciuto nell’antichità e riscoperto dal romanzo di Dan Brown, non sia stato inserito tra i vangeli che sono normativi per la fede. Il motivo è molto semplice: esso consisteva in una serie di detti attribuiti a Gesù e verosimilmente attinti alla fonte Q, la maggior parte dei quali erano pertanto presenti anche nei quattro vangeli, ma era privo della forma del racconto. Che non è un ‘contorno’, ma il riflesso vivo del logos che agisce nel mondo e fa storia con noi.

Per questo motivo anche il Concilio vaticano II ci parla della comunicazione che Dio fa di se stesso nella storia, presentando la sua rivelazione sotto forma di un dialogo, con immagini di amicizia, di comunione; e in riferimento alla giustizia con immagini di liberazione, di squarciamento delle tenebre del male; di guarigione, di riscatto e di risurrezione di fronte alla malattia, al perdersi nel male e alla morte. Così pure quando parla della realtà della chiesa usa altrettante immagini bibliche: il campo, il podere, l’edificio di Dio, l’ovile, la porta, la madre e la sposa, la vigna di cui Cristo è la vite e noi i tralci, l’immagine del corpo e delle membra di cui Cristo è il capo. Immagini indispensabili per dire il suo mistero, la sua realtà «visibile e spirituale», (LG 6; 7; 8). La chiesa per essere immaginata e compresa, va messa in relazione ‒ paragonata dice il concilio ‒ al mistero di mediazione del Verbo incarnato; è segno e strumento, germe e primizia di colui che porta in sé l’immagine dell’invisibile Dio e rende visibile nella sua umanità l’immagine dell’uomo nuovo «secondo Dio nella giustizia e nella santità vera» (Ef 4,24).

L’immaginazione è il luogo in cui si manifestano le strutture del mondo; quella parte di noi che dà forma in noi alle cose; generativa di universi simbolici differenziati, in cui trovare e mostrare corrispondenze tra gli uni e gli altri. È un ambiente che fa incontrare gli opposti, permette il passaggio dall’uno all’altro. Ha dunque una imprescindibile funzione mediatrice, perché è soglia e frontiera al tempo stesso, pensata non solo per dividere, ma soprattutto come diaframma che tiene unito. È uno strumento indispensabile della fede proprio perché ne condivide l’esperienza della soglia, del passaggio, dell’incontro con la diversità e la libertà dell’altro.

L’immersione nel mondo simbolico dell’immaginazione chiede di essere incarnato nel reale, ma non in modo confuso, mischiando, sostituendo l’uno all’altro, alterando ciò che è proprio di ciascuno; scambiamo il piano delle immagini con quello della realtà.
Compito dell’immaginazione e suo dono è quello di rigenerare la creatività, accumulare esperienze da riversare nella realtà e interpretarla e condividerla e accrescerla in una forma pienamente compiuta, similmente al modo delle note e dello spartito musicale che si realizza, suonandole in un concerto sinfonico.

L’uso sregolato e invasivo dell’immaginario come avviene oggi, inflazionato da stereotipi a finalità commerciali e ideologiche, allontana dalla bellezza; si ferma agli strati scintillanti, superficiali, incantatori di essa, manipolando e mortificando la sua forza generatrice sino a renderla sterile, priva di creatività nel profondo.

Accendere l’immaginazione è il titolo dell’ultimo libro del teologo domenicano Timothy Radcliffe. Egli ci ricorda che se si vuole che il cristianesimo torni a far ardere il cuore va presentato come un’avventura radicale: «Il cristianesimo in Occidente potrà rifiorire solo se riusciremo a coinvolgere l’immaginazione dei nostri contemporanei. Credo che l’ateismo rappresenti non tanto una sfida per la nostra intelligenza, quanto piuttosto per la nostra immaginazione».

C’è un ambito dell’immaginazione che si concentra sull’orizzonte del finito, quello terreste come fosse unico ed esclusivo, scartando, a volte, quello dell’immaginazione aperta all’infinito, l’ambito spirituale, trascendente. La fede ‒ che si fa discepola di colui che nell’incarnazione è mediatore di nuova alleanza, vissuta e comunicata attraverso questi due immaginari terrestre e celeste, uniti nel suo spirito, nella sua carne, e narrati nei suoi vangeli, in lui congiunti senza confusione e distinti senza separazione ‒ può allora interfacciarsi all’immaginazione dei nostri contemporanei, per ritrarre nuovamente con loro l’icona del Volto santo in cui si incontrano l’orizzonte e l’immaginario del finito e quello dell’infinito, dell’immanenza e della trascendenza per ritrovare ed annunciare ancora quella bellezza primigenia e futura, Alfa e Omega, che salverà il mondo (Fëdor Dostoevskij).

Così ho provato a immaginare con John Lennon: «Immaginate che non ci sia alcun paradiso/ Se ci provate è facile/ Nessun inferno sotto di noi/ Sopra di noi solo il cielo/ Immaginate tutta le gente/Che vive solo per l’oggi … Si potrebbe dire che io sia un sognatore/ Ma io non sono l’unico/ Spero che un giorno vi unirete a noi/ Ed il mondo sarà come un’unica entità». Lennon stesso ne spiegò il senso affermando che il contesto del brano aveva una valenza “anti-religiosa, anti-nazionalista, anti-convenzionale e anti-capitalista”, e se veniva accettato così universalmente era solo perché era “coperto di zucchero”. Ad ispirare Lennon fu un testo poetico di Yoko Ono: Cloud Piece: “Imagine the clouds dripping/ Immagina le nuvole gocciolanti, scava un buco nel tuo giardino per raccoglierle”. Non si tratta qui di cambiare interpretazione ma di scorgere, come una ferita, un varco possibile tra due universi proprio grazie alle parole poetiche che hanno generato il brano: un passaggio attraverso un “frammento di nuvola”.

Vi ho intravisto la figura di una piccola soglia, sul liminare di un confine che sembra ormai invalicabile. Su quel confine ho immaginato il tendersi e distendersi e il venirsi incontro di due immagini: una gocciolante dall’alto, da nubi di un cielo irraggiungibile; l’altra, figura di mani che scavano uno sprofondo nel giardino dell’umano perché «non ci siano patrie/ Nulla per cui uccidere o morire». E poi quasi subito ho immaginato quelle gocce mutarsi in lacrime e bagnare il giardino dei salmi andando a raccogliersi tutte nella cavità del salmo 56 (55); dove il salmista immagina Dio come un viandante, un nomade che attraversa con lui il deserto del suo dolore e si accorge che al posto della preziosissima acqua tiene raccolte le ancor più preziose, preziosissime, sue lacrime: «I passi del mio vagare tu li hai contati, nel tuo otre raccogli le mie lacrime: non sono forse scritte nel tuo libro? Nell’ora della paura io in te confido».

Credo che anche dall’immagine di una gocciolante nuvola che si perde nel terreno, dissetandolo, si possa scoprire il reale, immaginandolo di nuovo con umiltà e pazienza.

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DI MERCOLEDI’
Giovani scrittrici del disagio

 

Quanto disagio nella loro scrittura. Penso che potrebbero essere mie figlie, penso che sono giovani  e hanno il privilegio di scrivere. Di pubblicare quello che scrivono, romanzi per lo più. Eppure raccontano come per seguire una sorta di terapia e nel raccontare esplorano il loro disagio. Mi riferisco a due autrici pressoché coetanee di cui ho letto in questi giorni. Ho letto un libro per ciascuna: Come il mare in un bicchiere di Chiara Gamberale e La più amata di Teresa Ciabatti.

Come sono arrivata a Chiara Gamberale? L’ho vista in tv, proprio mentre finiva la sua intervista e la presentatrice ricordava il titolo del suo ultimo libro uscito qualche mese fa. Ho controllato nella mia libreria ritrovando di lei solo la fiaba Qualcosa e Le luci nelle case degli altri e ho pensato che vorrei rileggerli, soprattutto il secondo col suo titolo bellissimo. Sono sicura di avere letto almeno altri due suoi libri, ma non li ho rintracciati, forse provenivano dalla biblioteca scolastica e là sono ritornati.

Come sono approdata a Teresa Ciabatti. Ho letto una recente recensione sul suo Sembrava bellezza, uscito da pochissimo e finalista al premio Strega 2021. A parlarne bene sulle pagine di Repubblica Michela Marzano, che ho conosciuto di persona un paio di anni fa: una scrittrice profonda, generosa nell’incontrare i ragazzi dei Licei cittadini che gremivano la Sala Estense e molto aperta, sia alla conversazione che al dialogo. Poi, sedute davanti a un piatto di cappellacci ferraresi a uno dei tavolini del Brindisi, così piccolo da non farle sentire la mancanza dei locali parigini, ci siamo confrontate sul nostro mestiere di insegnanti. Lei professoressa ordinaria di filosofia morale all’Université Paris Descartes, io docente di lettere al Liceo Classico cittadino. Era presente anche Nadia Terranova, che ci ascoltava e ci incalzava con nomi e titoli di autrici italiane da leggere assolutamente, perché andavamo mescolando al resto i discorsi sul nostro ruolo di lettrici, sempre.

Dunque Marzano consiglia di leggere l’ultimo libro di Ciabatti. Dopo, succede tutto molto in fretta: non posso uscire dal mio paese perché la nostra regione è zona rossa e alla biblioteca di Poggio Renatico trovo il romanzo precedente, La più amata, che è uscito nel 2017.
Trovo invece il “quaderno”, lei lo definisce così, di Gamberale: Come il mare in un bicchiere. Porto a casa entrambi e comincio da quest’ultimo. Strano libro. Senza filtri che separino la scrittura dalla biografia minuta; un quaderno che diventa anche diario delle lunghe settimane vissute in lockdown lo scorso inverno. Alcune pagine sono davvero intense, sono piene di spunti per guardare la vita dentro le nostre case e dentro le persone. Per fare un bilancio su quello che sta cambiando, sulla fragilità di tutti. Sulla forza di tutti, che si fa strada nell’autrice come donna e come madre. Mi ricorda l’urgenza di racconto che ha ispirato tanta narrativa della Resistenza alla metà del secolo scorso. Siamo di nuovo in guerra e la scrittura tende a ricalcare la vita vissuta con le parole. Come durante la Resistenza l’esperienza individuale si pone come paradigmatica, rivelando la vita di tutti.

Quando passo al romanzo di Ciabatti bastano le prime pagine a farmi sospirare “Ecco un’altra autobiografia”, con la storia personale e della famiglia. Eppure un passo dopo l’altro vengo  inglobata nello spessore delle pagine, dove i ricordi della autrice scorrono talmente vivi da essere dentro il suo presente, dentro il garbuglio della sua psicologia. Ne parla in modo così scoperto. Ecco la cifra del Novecento, la biografia di sé che ricalca l’impianto della psicanalisi: Teresa e il suo rapporto col padre, adorato. Teresa e la difficile convivenza con la madre. La distanza che aumenta tra lei e il fratello gemello mentre diventano adulti.
Rispetto al “quaderno di Gamberale la storia di questa bambina privilegiata, nata in una famiglia ricchissima, che i genitori hanno amato, ma senza darle sicurezza, è la storia di un isolamento. Che a tratti scade in solipsismo. La bambina diventa adulta senza vivere il proprio romanzo di formazione, senza fasi di crescita che disegnino per lei una identità dotata di una qualche armonia, di un equilibrio. Il suo raccontare si muove su piani temporali che variano continuamente e il cursore del tempo passa dall’infanzia al presente e alla adolescenza per ritrovare sempre le stesse inquietudini e la donna che a quarantaquattro anni ancora si sente incompiuta, “qualcosa meno di un adulto”.

Cosa hanno in comune le due scrittrici, mi chiedo. Ho in mente  una  risposta ma mi occorre rivedere il genere letterario della autobiografia a cui i due libri fanno riferimento.

E’ un volume  ponderoso, il numero cinque della Letteratura Italiana Einaudi che staziona dal 1986 sulla mensola a sinistra della mia scrivania; il titolo è Questioni e fa al caso mio. Trovo il saggio di Marziano Guglielminetti dedicato a Biografia e Autobiografia e ripercorro, paragrafo dopo paragrafo, lo sviluppo tutto al maschile che la scrittura di sé ha disegnato nei secoli, dalla agiografia medievale alla letteratura di consumo del XX secolo, dove spesso parlano della propria vita non solo letterati e artisti, ma anche attori, sportivi e politici.

Mi confermo che il primo tratto in comune, banalmente ma non troppo, è che sono davanti a una scrittura di genere: a parlare di sé e del proprio paesaggio interiore sono due donne. Entrambe  mettono a nudo con determinazione l’osmosi difficile tra l’io e il mondo. Sono donne che affrontano i dilemmi della complessità di cui è fatto il nostro tempo, sorrette da un uso raffinato del linguaggio, che usano come strumento di chiarificazione interiore.
Un secondo elemento comune è che sono figlie della tradizione del romanzo psicologico e questa loro radice le spinge a scardinare dall’interno almeno un aspetto costitutivo del genere autobiografico, ovvero la concezione del tempo. Entrambe selezionano con nettezza i fatti e i momenti salienti da raccontare, ma rinunciano a collocarli in ordine cronologico secondo la sequenza codificata di infanzia, adolescenza, età matura. I nodi emotivi, le gioie e le sofferenze del passato sono recuperate attraverso frequenti flash back e riesplodono vivi nel presente della narrazione, contaminando tra loro i diversi piani temporali. Sono figlie del paradigma instaurato all’inizio del Novecento dalla narrativa di giganti come Svevo e Pirandello, i cui protagonisti ci mostrano il loro io che si frantuma perplesso e smarrito in un mondo senza riferimenti assoluti, figli a loro volta della nuova epistemologia del relativismo.

Infatti nelle due autrici non rilevo alcuna nota agiografica, nessuna esaltazione di sé; semmai qualche spunto di ironico abbassamento verso “l’inettitudine”, come è stata immortalata da Svevo nella Coscienza di Zeno. Nel libro di Gamberale, ogni volta che il vivere quotidiano sembra sopraffarla con la complessità dei compiti e dei doveri. Nella narrazione di Ciabatti quando il resoconto di sé assume un vago sapore scandalistico, si direbbe per la voglia di punirsi per i vizi e gli errori commessi.

Eppure c’è qualcos’altro che le determina. Non sono solo figlie ma anche madri. E’ passato un  secolo dall’ “involontario soggiorno sulla terra” di Pirandello e l’istanza narrativa degli autori e delle autrici che sono venuti dopo ha attraversato altre stagioni. Passata la fase pigra e sfiduciata della letteratura postmoderna, in questi primi vent’anni del nuovo millennio pare tornata la voglia di racconto. Anche del racconto di sé, andando oltre la disgregazione della identità del personaggio, oltre anche la sopraffazione del “Là fuori”, come lo definisce Gamberale. Più marcati in lei, ma soffusi anche nelle pagine finali di Ciabatti, trovo i tratti di una resilienza, che credo caratterizzi l’eroe degli anni Duemila. Come accettazione dei capricci della Fortuna, direbbe Machiavelli, passata attraverso i capricci anche del modello consumistico e le montagne russe della nostra vita globalizzata. Una sorta di pars construens del nostro io, che sa di non poter modellare il mondo, ma gli resiste e può riprogrammare il suo percorso dopo che un ostacolo lo ha fatto deviare. Ne è un campione Marco Carrera, il protagonista del libro che ha vinto l’ultimo Strega: Il colibrì di Sandro Veronesi.
Uno scrittore doveva esserci, no?

Nel testo faccio riferimento ai seguenti libri:

  • Chiara Gamberale, Come il mare in un bicchiere, Feltrinelli, 2020
  • Teresa Ciabatti, La più amata, Mondadori, 2017
  • Sandro Veronesi, Il colibrì, La nave di Teseo, 2019

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La grattugia gialla

— Non c’è, — disse Marco accucciato davanti all’armadietto aperto, ispezionando l’interno con lo sguardo.
— Guarda meglio. Vedrai che c’è, — lo esortò Alessandra, ritta dietro di lui, con le mani sui fianchi.
— Non c’è, non c’è… — ribadiva Marco, spostando appena e in punta di dita le prime cose sul davanti.
— Cerca bene, sono sicura che c’è.
— L’abbiamo buttata.
— Impossibile! Era funzionante! Non vedi nulla di giallo?
— L’abbiamo buttata, non c’è!
— E quella cosa gialla laggiù? — fece Alessandra arcuando lo sguardo e scorgendo uno spiraglio giallo dietro una moka senza manico e una caraffa thermos mai-usata-ma-non-si-sa-mai nella parte più recondita dell’armadietto, a destra.
— Una cosa gialla, una cosa gialla… ah, quella là dietro, dicevi? — esordì Marco che fino all’ultimo aveva finto di non vederla. Fu costretto ad estrarre tutti gli oggetti in prima e seconda fila, inutilizzati da almeno dieci anni, lasciati lì a prendere polvere, come ripeteva sovente a sua moglie, sperando di sollecitarla a liberarsene. Sul pavimento radunò riviste, manuali da cucina e foglietti sparsi, tazzine, bicchieri e piatti scompagnati, contenitori e coperchi di tutte le dimensioni, accessori di robot da cucina ormai smaltiti, e: — Questa, intendevi? — domandò traendo fuori una grattugia in plastica.
— Ecco! Te l’avevo detto che non l’avevamo buttata! — esultò Alessandra, prendendola in mano e esaminandola quasi fosse una ceramica preziosa. — Ma senti che plastica! Senti com’è resistente! Non ne fanno più di così spesse! Questa è plastica che dura nel tempo, non si deforma e non si spezza, non come quelle di adesso che sembrano di vetro! — esclamava la donna, dando colpetti sulle spalle del marito inginocchiato e intento a reintrodurre nell’armadietto tutto ciò che aveva estratto, nel vano tentativo di ripristinare l’originario incastro.
— Sì, sì, ho capito, — borbottava Marco, pentendosi di non aver dato aria anche a quella “cosa”, come aveva fatto con tanti oggetti inutili che intasavano gli armadietti e i cassetti e con diversi soprammobili accatastati sulla credenza in sala che la donna si ostinava a conservare, quasi la loro perdita fosse inconcepibile. Invece, della loro sparizione (che lui attuava sottraendo un oggetto alla volta, meticolosamente) lei neppure se ne accorgeva e aveva solo il vago sentore che lì, una volta, ci fosse “più pieno”… — Ormai, — continuò il marito, — sarà talmente appiccicosa che dovrai buttarla.
— Buttarla? Scherzi? Basterà lavarla e funzionerà a meraviglia!
— Ma a cosa ti serve? Non avevi già una grattugia? — chiese l’uomo, mentre prendeva mentalmente nota degli oggetti crepati o inservibili.
— Devo macinare delle fette biscottate sbriciolate.
Marco si voltò a guardarla. — Fammi capire. Tutta questa fatica per tre fette biscottate?
— Quattro fette, — precisò lei. — Stasera faccio le cotolette. Mi serve il pangrattato per l’impanatura.
— E questo cosa sarebbe? — fece Marco alzandosi in piedi e esibendo una confezione di pangrattato della Mulirosso, estratto dall’armadietto pensile.
— Sì, lo so che c’era. Mi servirà anche quello. Farò un misto, così non si avvertirà quella punta di zucchero. Non farai mica lo schizzinoso, vero? Lo sai che non bisogna buttare via niente! Non te l’ha insegnato la mamma? Si buttano via solo le cose vecchie e rotte.
— In questo caso… — concluse Marco, afferrando la moglie per i fianchi e trascinandola verso la pattumiera.
— Stupido! — strillò Alessandra, puntando i piedi e divincolandosi. Poi, mugugnando, andò verso l’acquaio e incominciò a smontare la vecchia grattugia di plastica gialla, continuando a magnificarla, ricordando a gran voce quante volte l’aveva usata per tritare il pane secco. E le tante cotolette preparate quando, in tempi di stipendio magro e con due bambini in crescita, da due fette di petto di pollo ne ricavava quattro che, passate nell’uovo e impanate più volte, sarebbero diventate delle “signore porzioni” per accontentare occhi e stomaco — una furbata.
Mentre la moglie era di schiena all’acquaio, Marco si accinse a spazzare la “polvere dei secoli” uscita dall’armadietto insieme alle carabattole. E intanto pregustava la soddisfazione di scartare quelle cianfrusaglie di cui aveva preso nota — una alla volta, meticolosamente — nascondendole in cantina, per poi un giorno, senza farsi vedere dalla donna, caricarle nel bagagliaio dell’auto e portarle alla stazione ecologica. Qui sarebbero state avviate all’inceneritore oppure riciclate per ritornare in commercio sotto chissà quale forma. E già s’immaginava lo stupore della moglie, la volta che le avrebbe cercate e non più trovate. E la sua faccia tosta quando, all’accorata domanda di lei, avrebbe giurato e spergiurato, mano sul cuore, di non sapere assolutamente che “fine” avessero fatto. Il che — si giustificava candido — non sarebbe stata una bugia…

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

PRESTO DI MATTINA
La Bibbia: una storia di storie

Il volto nelle parole è un libro del critico letterario Ezio Raimondi, che contiene nella premessa una felice citazione di Italo Calvino: «Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni?».

Si inizia così un viaggio alla ricerca di noi stessi, in un faccia a faccia con l’altro, per decifrarne esperienze ed immaginazioni. È una ricerca volta a trovare quel senso che ogni corporeità racchiude: la forma di una spiritualità che si configura attraverso le parole. L’obiettivo è quello ri-trarre, nel senso di tirar fuori dal testo, con il racconto che procede in avanti, come ogni storia, i volti rinchiusi nel passato. Estrarli dalle pagine per farli transitare oltre, attraverso il passante del presente, nell’orizzonte del futuro. Là dove cioè la memoria del passato diventa generativa di nuove invenzioni, creatrice di nuove parole, come diafanie velate di altre spiritualità affioranti dalla materialità dei testi: altri volti da rischiarare.

Tutto ciò rievoca in me la figura dei ‘passatori’ di un tempo, coloro che aiutavano ad attraversare i fiumi o le frontiere. Tali non sono forse anche gli abitanti del passato, i loro testi, traghettati sulla barca del presente di chi li legge, e rilasciati sulla sponda di un altro mare sconosciuto?
Non è solo un’esigenza estetica, quella del passatore che scorre le pagine delle opere per godere di altre voci, immagini, notizie. La sua è anche un’urgenza ‘estatica’: far uscire la vita, la propria e l’altrui, divenuta stretta. Sciogliere di nuovo la libertà di un’esistenza segregata, di un libro chiuso, di una voce prigioniera del silenzio o di un volto velato dall’oblio. Il processo estatico è autenticamente liberatorio solo se diventa responsabilità per gli altri, se è proteso verso un ‘noi’, uno spazio in cui condividere quel patrimonio spirituale comune che s’incrementa nella misura in cui ce ne spossessiamo donandolo.
Gli ‘altri’ che attendono una risposta sono gli anonimi lettori ,traghettati da un libro all’altro per quel patto sottinteso stipulato con l’autore. È così che anche le parole, rivedendo la luce negli occhi del lettore, diventano parole estatiche. Quante volte infatti ri-nasce una parola? Tutte le volte che viene letta.

Scrive Claudio Magris nell’introduzione a Il volto nelle parole: «[Enzo Raimondi] vede e parla con le opere che incontra, le riporta in vita, in un dialogo incessante che restituisce loro un volto e una voce… la [sua] vita stessa appare intessuta, quasi formata dalle esistenze incontrate nei libri o nella realtà – che si incrociano con essa e in essa. “…Ogni [suo] esercizio interpretativo è un racconto”. L’interpretazione è un divenire che trasforma il passato e pure chi lo interpreta: gli eventi dietro l’interprete che li considera “sono nello stesso tempo ombra del suo spazio interiore”» (Il volto nelle parole, Bologna 1988, 8).

Leggendo questi testi non ho potuto non pensare all’aspetto letterario e narrativo della stessa Bibbia. Che ha generato letteratura, perché è essa stessa grande letteratura, una storia di storie, tanto che potremmo dire: “In principio era il racconto”. Non per caso si narra in un antico midrash (in ebraico da dārash investigare, ricercare, studiare, interpretare, narrare) che «Dio ha creato gli uomini perché Egli – benedetto sia – adora i racconti». Per questo non deve sorprenderci che sia proprio nelle storie della Bibbia che Egli abbia scelto di nascondersi, per essere da lì cercato.

Per il vero, solo da poco tempo si è iniziato a parlare di interpretazione narrativa della Bibbia, di un Dio come soggetto e ispiratore di un racconto in cui vicende, personaggi e storie ritornano dal passato solo grazie ai loro lettori. Viene così a generarsi un’alterazione, una via di uscita. Il testo stesso tracima in nuovi spazi, percorre nuovi territori; si contamina con altre immagini, si confronta con differenti situazioni trasformandosi in nuovi ulteriori racconti. Si pensi all’imponente romanzo di Thomas Mann, Giuseppe e i suoi fratelli, in parallelo al testo biblico delle storie familiari della Genesi.

Da una storia nasce una proliferazione di altre storie: o meglio una ‘storia altra’. Uno spin-off si direbbe oggi nel gergo televisivo; un episodio, una vicenda umana, un evento derivante in modo imprevisto da un’azione o da una situazione interna od esterna al racconto, scaturita da una trama precedente, come da talee nuovi germogli. Papa Gregorio Magno avrebbe spiegato il termine spin-off, riferito alla Bibbia, dicendo che «la Scrittura cresce con chi la legge». Così ogni testo ed anche la Bibbia non va compresa come un punto di arrivo, ma nel suo carattere prospettico, nella possibilità di dare vita ad altre storie. Essa è, nella felice espressione di Northrop Frye, «il grande codice», generativo di cultura e letteratura che ha influenzato profondamente gli stili e i modi di pensare ed agire dei popoli che ha incrociato (Il grande codice. Bibbia e letteratura, Milano 2018).

L’interpretazione narrativa si prende a cuore la ‘lettura’ del testo biblico. Ciò che la interessa non è tanto la Bibbia come documento ma come ‘monumento’ (da mònere = ricordare, far sapere). E questo è possibile solo se un lettore rigenera il ricordo e, nella lettura, fa rivivere la storia, diventandone così testimone. Per questo i rabbini dicono che la Torah ha settanta volti: per sottolineare che non c’è un solo modo di interpretare il testo biblico, ma tanti quanto sono i possibili lettori, i quali, non diversamente da un martello che colpendo la roccia ne fa scaturire scintille, producono una molteplicità di interpretazioni e di sensi.
Come non ricordare, a questo proposito, il lavorio incessante di ruminazione della sacra Scrittura a partire dai Padri del deserto, e poi l’operosità diuturna di tutti gli altri frequentatori e interpreti della sacra Pagina nel medioevo fino ad oggi?
Tutti, ciascuno a suo modo, cercatori del volto nascosto tra le parole di quella storia che li farà a loro volta narratori di buone novelle.

Fu il francescano Nicola di Lira (1270-1349) che, dando forma a tradizioni più antiche nell’interpretazione scritturistica, promosse il ritorno al senso letterale nella lettura e nello studio della Bibbia, senza dimenticare il suo significato nascosto, spirituale. Riprendendo un celebre distico di Agostino di Danimarca, egli seppe così formalizzare i quattro sensi di lettura del testo biblico. Si parte dal “senso letterale”: la lettera insegna i fatti, la storia; poi il “senso allegorico”: l’allegoria insegna ciò che devi credere; ed ancora il “senso morale” ti insegna come comportarti; ed infine il “senso anagogico”, ovvero ciò che sta oltre, al di là, che ti insegna a cosa devi tendere; è il “senso spirituale”, l’esperienza di intimità generata dall’incontro col mistero dell’Altro nascosto nel testo.

Questi differenti significati che si incontrano nella lettura hanno dato origine a quell’esercizio che è detto Lectio divina. È la preghiera liturgica fatta con la Parola di Dio. La lettura delle Scritture porta ad un dialogo con esse, per incontrare colui che, attraverso le Scritture, parla ancora oggi ed invita a fare esperienza della sua amicizia. Il Concilio ha esortato ad apprendere «la sublime scienza di Gesù Cristo» (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. “L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo [Girolamo]» (Dei Verbum, 25).

La Lectio divina è così un percorso di lettura segnato da varie tappe. Si passa da un luogo ad un altro, avvicinandosi sempre di più al luogo dell’incontro. Un itinerario simile a quello descritto da Teresa d’Avila nel Castello interiore: partendo dalla porta del castello che è l’invocazione che ci venga aperto; si passa poi, di dimora in dimora, attraverso una esperienza sempre più profonda della propria umanità e interiorità, che crescono nella relazione all’altro, fino a giungere ed avere parte alla sublime umanità del Cristo. Dall’esteriorità della lettura del testo (lectio) si entra dentro al testo e tramite la meditazione (meditatio) dentro sé stessi. Meditare corrisponde a misurare, soppesare, accostando pensiero a pensiero sino a scoprire il significato di un parola alla luce di un’altra. È come lavorare di notte o percorrere una galleria oscura: alla fine si vedrà la luce, qualcuno ci viene incontro. Nella terza tappa, che prende la forma di un dialogo orante (oratio), si intrecciano parole e silenzi, domande e risposte, suppliche o rendimento di grazie: una preghiera dialogante: nella prossimità di una voce il riconoscimento di una presenza. Si giunge così a contemplare l’altro nel testo (contemplatio) come invitati a prendere posto, introdotti in uno spazio dentro la pagina, una dimora segreta, la cella del vino di cui parlano il Cantico e Teresa: è l’esperienza della intimità, di quel legame dell’amore che libera l’amore. Si sta non come una cartolina o un santino in un libro d’ore. L’intimità dell’amore è piuttosto simile alla condizione della scrittura in pagina: nero e bianco, diversi e distinti, ma intimamente uniti.

Una domanda: “Che cos’è che trasforma la lettura in preghiera, il lettore in discepolo alla mensa della Parola del Maestro interiore?” Un movimento: apri e leggi; vieni e vedi.

Un anno a Trafoi con i ragazzi della parrocchia in una sosta, lungo un ghiaione, mi misi a raccogliere sassi, come se cercassi nello scaffale in biblioteca. Poi le nuvole coprirono tutto, ovattando l’intorno di silenzio e mi ritrovai d’improvviso in una biblioteca di pietre: sassi neri, squadrati, rigati di bianco ai lati, come libri e quaderni di pietra. Biblioteca della montagna! Diari silenti che narravano l’evoluzione e la storia del mondo! Anche breviari filettati d’argento, che pregavano dentro il suo groviglio e il suo dolore. Solo lo sguardo penetrante del desiderio la coltre nebbiosa, in perseverante attesa di qualcuno, come goccia dopo goccia che scava le pagine di pietra, arriva ad aprirle. Solo il cuore che ascolta il silenzio le comprende e le prega.

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Nina

One (U2, 1991)

A volte il mio lavoro mi porta a sentire storie che non vorrei mai sentire. Peggio è quando poi devo scriverle. Come quella che ho saputo dalla bocca di un balordo ubriaco conosciuto appena. In cambio di una bottiglia di vodka scadente m’ha raccontato la storia di una ragazza tanto bella quanto sfortunata.

Era una ragazza bellissima e veniva da un paesino della Ex Jugoslavia.
Capelli color miele, occhi verdi e pelle olivastra, una bellezza come solo tra i Balcani se ne può trovare. Un’anima quindicenne resa orfana da una guerra bastarda. Un’antilope tra i maiali, da un campo profughi all’altro, fino all’orfanotrofio di Barbablù. Il direttore, un tizio viscido e corrotto, la vede e fiuta l’affare. In cambio di un bel gruzzolo la cede a due lupi in giacca, cravatta e tatuaggi. Un vero patto tra belve: la giovane preda è catturata, altra carne fresca per l’Organizacija è assicurata.
La fanciulla viene presto iniziata, la sua anima annientata. Amore, romanticismo e dolcezza saranno presto scordati. Gli stessi sogni, come cuccioli indesiderati, saranno soffocati. Il suo nuovo mondo è un pattume lercio da raschiare.
Una bambina diventata donna in poche settimane, nel modo più becero e spietato.
Un’altra vergine stuprata, calpestata, masticata e sputata. Pronta all’uso.
Svuotata di tutto e riempita soltanto d’eroina da non poterne più fare a meno. Come vuole la procedura, una puttana ubbidiente vale giusto un’altra puntura. Avanti il prossimo!
Ma la ragazza dagli occhi color smeraldo è bellissima, la più bella tra le schiave di quel lurido reame. Non può passare inosservata e il capo difatti l’ha notata.
Così il vento cambia improvvisamente, e l’incantevole gioiello biondo è d’un tratto curato e ripulito. Rimesso a nuovo per esser coccolato. La bambola prediletta dell’orco.
Mesi d’inferno, dal terrore della guerra alla disperazione della schiavitù. Poi questo paradiso bugiardo, perverso, fatto di catene dorate e caramelle avvelenate: l’harem del grande boss.

Però l’anima della ragazza non è ancora morta, i ricchi maiali hanno fatto male i conti. Una sera, una possibilità da cogliere senza paura. Niente da perdere se non la vita.
Le catene sono allentate, una piccola distrazione del padrone basta e avanza.
La ragazza ha imparato a fingere bene, è furba e veloce, ruba dei soldi e fila via lontano. In treno, in corriera, in autostop. Trova un’altra città, una grande metropoli, caotica, indifferente, ciò che serve per scomparire.

Per strada migliaia di facce le girano intorno di continuo, una folla assente d’estranei distratti, in altro affaccendati. Sola e trasparente il più possibile per la costante paura d’esser trovata, mentre la fame le morde lo stomaco. Soprattutto la fame. Perché la libertà da sola non basta. Perché deve fare i conti con la propria sopravvivenza e capisce che le resta sempre e solo una scelta: vendere l’unica merce che possiede.
Settimane, mesi, battendo i marciapiedi di periferia come un fiore tra i rifiuti, ancora uno splendido fiore dopotutto. Vivere da emarginata dormendo dove capita, fare sesso per quattro soldi, mangiare qualche pasto caldo alla mensa, farsi una doccia in qualche bettola per poi offrirsi ai clienti, infine procurarsi la dose serale d’eroina per sfuggire agli spettri del mattino. Ogni giorno è un conto alla rovescia col proprio nulla da perdere. Nessuno scopo, nessuna speranza, soltanto un altro buco nella carne per riaccendere il calore buono dei ricordi.

Ma una sera incontra un uomo. È più grande, ha soldi per pagare e far regali, ben presto diventa il suo miglior cliente. Forse nasce qualcosa. Nuove attenzioni, distrazioni. Un sentimento imprevisto o un’insolita avventura? Certamente attrazione, magari qualcosa di più. Lui le trova un posto dove stare, dice di volerle bene, fa promesse vaghe, ma appare e scompare e lei resta sola spesso. Come la volta che scopre d’essere incinta. Incinta di lui.
Lui si fa vivo e lei glielo dice. Lui reagisce freddamente. Tra i due qualcosa cambia e si rivela: due mondi troppo distanti, inconciliabili.
Lui la rassicura, la porterà in clinica, le pagherà l’aborto. Poi le dà dei soldi, un bacio in fronte e se ne va in modo strano. Lei resta lì, una mano sulla pancia a guardare la porta che si chiude. L’uomo non tornerà più. Altra solitudine, nuova delusione, ennesimo tradimento. Ma la pancia cresce e crescerà fino alla fine. Nove mesi tra gli stenti, contro ogni logica, ingiustamente, nel più completo abbandono.
Eppure nel suo seno cresce qualcosa per cui lottare, per cui vivere e tornare a sperare, lo sente ed è forte. La vita che nasce fa strani scherzi, s’aggrappa, resiste testarda, insegue ostinata la luce anche nelle tenebre più profonde.
Quindi resiste. Sopravvive nove mesi all’inferno per lei, per la figlia che verrà.

Sono le tre di un grigio pomeriggio di novembre. Una cameretta senza riscaldamento al primo piano d’una vecchia bettola abbandonata. Rimasugli d’un pasto e poche cose di nessun valore sparse intorno. Dal letto sfatto, sudicio, la ragazza s’alza a sedere, poi si piega in due dal dolore. Fitte nella pancia, il travaglio s’annuncia così. Lei stringe i denti, i dolori compaiono a intervalli regolari come le contrazioni. Fuoriesce abbondante il liquido dal ventre colandole sui piedi. Aumenta il dolore. La bimba spinge, vuole uscire.
La ragazza s’accuccia in un angolo, spinge e urla e spinge. Lacrime e sangue, come si dice. E poi dolore e rabbia, e finalmente la gioia d’un vagito.
L’accoglie in grembo, senza più forza né fiato, le resta solo un pianto muto di gioia impastata a disperazione. Una bellissima bambina di tre chili e mezzo. La guarda, l’accarezza con le esili dita insanguinate. Un fagottino che si muove appena, fragile e forte d’una forza inaudita. Tutto il suo mondo è ora racchiuso in quel nuovo esserino.

Ma l’incanto dura poco. Le lenzuola inzuppate di sangue, escrementi e placenta, l’odore acre, il cordone da tagliare, la sporcizia dappertutto. La bimba piange, non smette, ha fame, ha freddo. La madre ha perso molto sangue, è debole, non ha latte. Cerca di cullarla, di calmarla, l’avvolge nell’ultimo panno pulito rimasto. Le canta una vecchia ninna nanna d’anni spensierati, spezzati: la sua infanzia in Kosovo.
La lotta è impari. Vincono la fame e il freddo. La giovane madre è sconfitta, in preda al delirio, decide cosa fare. Aspetta fino a tarda sera, esce con la piccolina e s’avvia lungo la strada tra le ombre delle baracche. Si ferma davanti al cassonetto dell’immondizia, lo apre, bacia la sua bimba un’altra volta, la depone delicatamente all’interno e se ne va.
Forse la mattina arriva all’improvviso, come un lampo accecante. La ragazza apre gli occhi in preda al terrore, stavolta lucida, di nuovo presente. Cerca di ricordare dove ha portato la sua bambina. Corre fuori in preda al rimorso, sperando che non sia troppo tardi. Arriva al cassonetto, lo apre, non trova nulla. Svuotato, completamente, come il suo ventre, il suo cuore, il suo mondo.
Torna alla bettola, non corre più, cammina lentamente, inebetita da troppo dolore. Sale le scale, entra nella piccola stanza dove poche ore prima era nata sua figlia. Fruga nella borsetta, afferra il coltello che teneva per difendersi dai clienti violenti o da quelli del racket se mai l’avessero trovata.
La lama è affilata. L’affonda nelle braccia e la trascina all’interno della carne squarciandosi entrambi i polsi. Lo fa con rabbia, in profondità, da recidere vene, arterie e nervi. Il sangue esce a fiotti e ricopre tutto, mentre lei s’adagia nel letto ormai fradicio. In pochi minuti il calore l’abbandona, si trasforma in gelo e il gelo si trasforma in un sonno profondo, privo di dolore e di respiro.
La morte arriva così, come un sollievo, come una vecchia amica premurosa.

Almeno questo è ciò che molti hanno creduto sia successo, compreso l’ubriaco che ho di fronte.

La storia appena ascoltata è angosciante, spietata, dura come poche altre sentite in passato. Mi lascia dentro un certo malessere, un sapore amaro, inevitabile.
Ma questa storia non finisce qui.
Il fatto è che l’ubriaco s’ammutolisce. Il suo sguardo è sperso chissà dove. Prende la bottiglia per scolarsela tutta. Io gli blocco il braccio, Temo che col pieno di vodka non sia più in grado di raccontare il resto, sempre che un resto da raccontare ci sia.

“È tutto?” gli chiedo “Ma tu come facevi a conoscerla questa ragazza?”
“La bambina…” sussurra.
“La bambina?” lo incalzo “Sai che fine ha fatto?”
“È viva sai… ora dovrebbe avere nove anni!” dice.
“E come s’è salvata?”
“Nina si chiama… ha gli occhi verdi di sua madre!”
A questo punto afferro la vodka e gliela sfilo dalle mani. Lui mi guarda con odio e fa una smorfia. “Ridammela!” ordina rabbioso, mentre il suo fiato puzzolente mi si appiccica addosso.
Mi tappo il naso e gli mostro la bottiglia piena ormai per metà. “Se la rivuoi mi devi raccontare la fine della storia… siamo d’accordo?”
“Per niente amico… ridammi la bottiglia! Le cose regalate non si restituiscono!” raglia sempre più minaccioso.
Mi rendo conto adesso che l’ubriaco appartiene alla categoria di quelli molesti. Gli ridò la vodka sperando di calmarlo, mentre nel nostro angolo l’aria è diventata irrespirabile.
Lui agguanta la bottiglia e mi sorride. È evidente che l’umore degli alcolizzati è assai mutevole e soggetto a cambi repentini, come in questo caso.
Mi chiedo se questo balordo non fosse uno di quegli sgherri del racket sulle tracce della ragazza. Se così fosse mi sarei cacciato in un bel guaio, ma se appartenesse all’organizacija non potrebbe mai essersi ridotto così. Gli osservo le braccia: nessun tatuaggio.
“Allora vuoi sapere la fine della storia?” mi chiede.
“Certo, sono qui apposta, ti ascolto!” faccio io.
“Dunque… quella notte arriva il camion dell’immondizia. Uno dei netturbini sente il pianto disperato della neonata, apre il cassonetto e la trova lì dentro, avvolta in una coperta chiusa da un fermaglio. La raccoglie e la porta subito in ospedale. Era affamata e infreddolita, ma la cosa che preoccupava di più era che soffriva di una forma abbastanza grave di astinenza da eroina… Ma fu curata e alla fine si salvò!”

“E tu come sai tutto questo?” gli chiedo.
“Perché io ero il medico che l’ha curata, amico mio!” dice.

Rimango senza parole. L’ubriaco che avevo di fronte, imbruttito, incattivito, era stato un medico dell’ospedale. “Quindi tu saresti il dottore che ha salvato la figlia di quella povera ragazza? Ma come fai a conoscere la storia di sua madre?” gli chiedo.
“Certo… io l’ho salvata!” dice. Fa una breve pausa, poi alza la bottiglia come per brindare, se la tracanna tutta e aggiunge: “Perché io conoscevo sua madre”
“Ah… ma allora come hai saputo che la bambina era sua figlia?” chiedo io sempre più perplesso.
Lui fa un lungo sospiro, un’altra zaffata puzzolente. Però, nonostante il litro di vodka nello stomaco, sembra stranamente lucido. “È semplice… ho visto il fermaglio che aveva quando l’hanno trovata. C’era il nome di sua madre, Nina. L’ho riconosciuto, gliel’avevo regalato io!”

La storia era decisamente interessante. Già immaginavo come l’avrei intitolata.

“L’hanno deciso quelli del tribunale di darle il nome di sua madre. E…” s’interrompe.

“Ti ascolto” dico io.

“Io sono suo padre! Io ho illuso sua madre e poi l’ho abbandonata! Avevo una famiglia, moglie e figli. Ero un medico stimato… ho avuto paura di perdere tutto e l’ho lasciata da sola nella merda… ma l’amavo davvero! Poi ho visto quella bambina, mia figlia. Ho saputo dalla polizia in che modo era morta sua madre… Tutto per colpa mia! Ho iniziato a bere e alla fine ho perso tutto ugualmente, famiglia, lavoro… Tutto”

Penso che avrei dovuto capirlo subito. “Ma c’è una bambina di nove anni che magari vorrebbe conoscere suo padre… Potresti ricominciare da lei” gli dico.

Lui sorride. È un sorriso amaro, consapevole, lucidissimo. Non è il sorriso che di solito t’aspetti di trovare sulla faccia di un alcolizzato. “Nina ce l’ha già una famiglia. È stata adottata. I suoi genitori sono brave persone. Lei va a scuola, fa una vita normale. Io che c’entro? Poi ho la cirrosi. Mi restano solo pochi mesi e li voglio scontare così”
Si alza, barcolla, mi ringrazia per la bevuta, mi saluta e se ne va.

Di quell’uomo non ho più saputo nulla.

Ottima, anzi pessima storia. La intitolerò Nina.

PRESTO DI MATTINA / Un parroco griot
che sciacqua i panni nell’acqua viva della gente

“Sciacquare i panni in Arno”: è la celebre espressione usata da Alessandro Manzoni per esprimere il desiderio di adattare lo stile dei Promessi sposi alla lingua toscana, la koiné di quello che poi diventerà l’idioma di una nazione sempre alla ricerca di unità, non solo linguistica. “Ho settantun lenzuoli da risciacquare, egli scriveva, con precisione, all’amico e poeta Tommaso Grossi, riferendosi alle pagine del romanzo bisognose di purificazione e autenticità.

Me ne rammento ora pensando che anch’io ‒ nella mia primordiale vocazione, quando ancora mi aggiravo in parrocchia ‘per prova’ ‒ scelsi di sciacquare i panni della mia ‘teologia accademica’, immergendola simbolicamente nelle acque del Nilo e del Danubio. Proposizioni, tesi teologiche e concettualizzazioni dogmatiche decantati e resi vivi dalla lettura di quelle tradizioni e linguaggi spirituali trasudanti esperienza e prassi di vita. Quei testi, intrecciati alle parole e ai concetti studiati, li purificavano, come a contatto con la lisciva dei lavandai e incarnandoli nella vita reale: domande e risposte, inquietudini e dubbi scaturenti dai vissuti delle persone incontrate. Così, poco a poco quell’immersione nelle acque profonde del vivere umano in compagnia di maestri spirituali dai nomi strani (staretz, zaddik, hassid) mi facevano ritrovare la strada di una teologia umana, narrativa e dialogica, capace di comunicare con la gente perché in ascolto dei loro vissuti, così da poter ridire a ciascuno, con il proprio linguaggio, per strada o agli incroci, nella piazza affollata o sull’autobus quasi vuoto, ridire quelle “immense parole” di quel caro fratello: “ama il prossimo tuo come te stesso”.

E come diventarono sempre più vere, per me, strada facendo, le parole del Concilio, scoprendo che non vi è nulla di quanto è genuinamente umano, che non trovi eco nel cuore di un discepolo di Cristo. Il vissuto del suo annuncio, per essere credibile, dovrà sempre di nuovo intrecciarsi con “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono”, (Cfr. Gaudium et spes, 1).

Così fu decisivo per me, fin dall’inizio, l’incontro con i Detti dei Padri del monachesimo antico, continuato poi anche in occidente con Benedetto. Parole centellinate con il setaccio del silenzio, generate dal distacco da sé stessi e dalla pace in Dio: fuge, tace, quiesce, lungo il corso del Nilo nel deserto egiziano. Ma pure fu alleata preziosa in quella sfida volta a rendere intelligibile il sentire e l’intelligere della fede con il cuore, l’optima lectio di quelle due tradizioni spirituali sorte nell’800 in Europa orientale, tra i Carpazi e lungo il Danubio: l’ortodossia, detta dell’’esicasmo’ e il giudaismo, ‘hassidismo/chassidismo‘.

La tradizione esicastica, da hesychia, che esprime calma, pace, tranquillità, assenza di preoccupazione; uno stato d’animo generata dalla sperimentazione concreta e persistente di quel sereno affidamento evangelico al quale Gesù ci invita: “Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita… Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?” (Mt 6, 25-26).

Questa esperienza ascetica, attraverso una preghiera incessante del nome di Gesù, era diffusa fra i monaci dell’Oriente cristiano fin dai tempi dei Padri del deserto. Conosciuta già da Evagrio Pontico, e praticata con uno stile gioioso dallo staretz Serafino di Sarov, il san Francesco russo, e da molti altri maestri spirituali, essa approdò tra i monaci del monte Athos dove è tutt’ora in uso. Una tradizione spirituale che ben è riassunta in un celebre detto di Evagrio sulla realtà costitutiva del teologo, in cui questi afferma che “se sei teologo pregherai veramente e se preghi veramente sarai teologo” (De Oratione, 60).

Ma non solo. Sciacquando il detto di Evagrio nelle acque profonde del vivere umano, ben si potrebbe anche aggiungere che “per essere teologo devi essere misericordioso, e solo se sei misericordioso sei davvero teologo”. “La verità cristiana, infatti, non può essere che verità pratica in quanto capace di orientare la vita”. Un fare dunque, una prassi, quella della misericordia, che è un dire anche nel silenzio della parola. Testimoniare, attuando la parola di Dio: che si può comprendere e credere solo facendosi.

Per Martin Buber, autore de I racconti degli hassidim, il ‘chassidismo’ rivela con l’immediatezza delle sue narrazioni che l’uomo può vivere come un tutto, unificato, in comunicazione con la totalità della realtà. Dio lo si sperimenta attraverso uno spirito di gentilezza. È presente in ogni cosa e lo si raggiunge anche nel più semplice avvenimento attraverso un’attenzione ai piccoli e alle piccole cose. Del resto, Hasid (che significa ‘pio’; plurale Hassidim), deriva da chesed, parola che designa lo stesso amore di Dio, amore di viscere materne, la compassione di un amore che tutto perdona e giustifica rendendo capaci di amore, giusti (Tzaddikim), anche quelli che lo praticano.

Per questo, nei racconti dei Chassidim si legge che se qualcuno esercita veramente l’ospitalità acquista i privilegi dei suoi ospiti. Chiesero a Rabbi Israel: “Da dove trae il giusto quella che tu chiami la ‘sola forza della giustizia’; forse che il Santo dei Santi, tale lo creò fin dalla nascita?”. Rispose: “Quando nasce, il giusto non riceve dal cielo un dono speciale. Il Giusto trae la sua forza di giustizia dai dolori, dalle sofferenze e dalle angosce della vita di questa terra”. Allora un altro discepolo, che aveva ascoltato l’insegnamento domandò: “Ma i giusti che con la sola forza della Giustizia consentono al mondo di continuare ad esistere, a quale popolo appartengono?”. Ed egli rispose di nuovo: “Essi provengono da diversi popoli che vivono su questa terra. E un filo sottile, ma possente, li unisce: il profondo amore verso il Santo dei Santi, il profondo amore per la parola di Dio, e il profondo amore per tutte le creature umane”.

Divenuto parroco, ho continuato a sciacquare i panni del mio catechismo nell’acqua viva della gente. Sotto forma di un Vangelo narrante e di una teologia narrativa disposta ad ‘investire nel ‘racconto’, ho cercato di ri-divenire discepolo di colui che esprimeva in parabole la bellezza del mistero di Dio e del suo Regno. In ciò mi sono sempre sentito molto vicino ai griot, di cui parla anche Cristina Campo; i cantastorie girovaghi della savana africana, figure di libertà e fedeltà insieme, uomini e artigiani della ‘parola’, che ebbi la fortuna di conoscere quando visitai per una decina di giorni la missione di Fratel Silvestro in Burkina Faso. In antichità, ad ogni principe era addetto un griot, il quale, nelle riunioni pubbliche, presentava il suo signore e ne proclamava la vita e le imprese. Ma di volta in volta egli si faceva anche araldo, annunciando le novità che sentiva lungo il cammino. Nelle adunanze diveniva portavoce di chi non aveva voce, conciliatore nelle controversie, mediatore tra famiglie e individui, conosceva la storia e custodiva la memoria delle genealogie dei clan che raccontava nel corso di pubbliche riunioni.

Animato da questa cifra narrativa, ho continuato negli anni a sciacquare i miei panni nelle modestissime acque del Po di Primaro e del Volano. E da quel risciacquo emerse anche un libretto di tanti racconti, intitolato Come alberi piantati lungo corsi d’acqua, che raccoglieva le storie scritte ogni Natale per la gente della messa di Mezzanotte. Ogni anno una storia: il racconto di un albero. Perché un albero?

Perché l’albero, come scrive Romano Giardini: “diventa figura del carattere simbolico delle cose e simbolo dell’esperienza del sacro, di come l’occhio umano deve rivolgersi al mondo e penetrarlo fino a coglierne il mistero”, (Religione e rivelazione, Milano 2001, 22). Del resto ‒ a pensarci bene ‒ si scrivono storie come si piantano alberi: a partire da un seme. Un seme che ogni volta può essere una domanda, una promessa, una speranza, un dolore o una gioia che l’incontro con gli altri ci affida. Sementi, verso cui ci si scopre responsabili, debitori di una corrispondenza di amore che ci chiama a divenire seminatori. Una parola neonata dunque, che attende un’altra parola e poi un’altra ancora, più coraggiosa, più vagabonda, che si metta a girare in cerca di altre per fare nascere piccoli racconti, nei quali ‒ come ha scritto Cristina Campo ‒ viene alla luce quello che copertamente sono tutte le grandi fiabe: “una ricerca del Regno dei cieli (Gli imperdonabili, Milano 2002, 223-224).

Prendiamo ad esempio la parola ‘ranno, che non conoscevo. Così è chiamato quel miscuglio filtrato di cenere e acqua bollente usato anche da mia nonna per lavare le lenzuola e renderle candide. Ecco la sua storia. “Un giorno mentre Rabbi Isacco Eisik stava cantato la canzone del sabato, dal titolo Quando osservo il sabato, in cui è detto: – Perciò lavo il mio cuore come ranno -, egli si interruppe e disse: – Il ranno non si lava, si lava col ranno! -. Poi però replicò a sé stesso: – Ma nella santità del santo sabato, un cuore può diventare così pulito da acquistare la forza di pulire come il ranno altri cuori”.

Lo scolaro che riferiva questo, molti anni dopo, quando era diventato egli stesso uno zaddik, raccontava ai suoi hassidim: “Sapete come sono diventato un ebreo? Il mio maestro, il santo Rabbi di Kalew, mi ha tolto l’anima dal corpo, e, come le lavandaie al fiume, l’ha insaponata e battuta e sciacquata e asciugata e ripiegata e me l’ha rimessa dentro pulita. A Rabbi Isacco fa eco dal deserto Abba Isacco il Siro che alla domanda: – In che cosa consiste la purezza di cuore? – , rispose: – in un cuore pieno di misericordia – . Gli fu chiesto ancora: – Che cos’è un cuore pieno di misericordia? –  – È un cuore pieno di compassione per tutta la creazione…-  Colui che ha la purezza del cuore porta dentro di sé la sofferenza dell’intero universo».

PRESTO DI MATTINA
L’invenzione dei colori: “Dio ha creato gli uomini perché ama i racconti”

Ricordo che da ragazzino mi impressionava molto il suo modo di raccontare.
Lo ascoltavo introdurre le varie puntate dello sceneggiato televisivo sull’Odissea, e mi colpiva il suo modo di pronunciare il nome Ulisse. Così come mi coinvolgeva quando alla televisione leggeva qualche sua poesia, incarnando con esse il sentire del tempo. Ricordo per esempio quando recitò la celeberrima I fiumi, quasi descrivendo un viaggio interiore, l’avanzare sempre di nuovo, mai pago, delle ascensioni dello spirito – ma questo lo imparai molto tempo dopo. Ed era in grado, con le sue parole, di ridestare il senso della memoria, la sua itineranza come risvegliata proprio da quei paesaggi e luoghi in cui aveva vissuto: “Questo è l’Isonzo/ e qui meglio/ mi sono riconosciuto/ una docile fibra/ dell’universo/ Il mio supplizio/ è quando/ non mi credo/ in armonia”. Non per nulla, nel sentire nominare l’Isonzo, mio nonno coglieva l’occasione per raccontarmi della guerra sul Carso e dei fiumi che scomparivano e poi comparivano dalla terra imitando lo scorrere del tempo nascosto e svelato.

Sto parlando ovviamente di Giuseppe Ungaretti (1888-1970), del quale lunedì ricorreva il cinquantesimo dalla morte. Non è per questo però che lo ricordo, qui oggi. Ma per una sua ermetissima poesia dal titolo Casa mia, che forse per la vicinanza con la Pasqua, mi è tornata alla mente in questi giorni. Unitamente a quel suo stile narrante, che sapeva coniugare parole e mimica, attraverso l’espressione del volto e delle mani, non di rado con l’indice alzato quasi come un sacramento: verbum e signum interconnessi.
Una parola – in breve – che si dà a vedere, e un segno che si fa ascoltare. Rappresentazione dell’invisibile nel visibile dell’anima sul volto, che coinvolge e trasforma anche coloro che vi partecipano con lo sguardo e l’ascolto: un narrare performativo, insomma, che fa quello che dice e dice ciò che fa.
Agostino, il retore di Tagaste direbbe, Verbum visibile e signum audibile, ricordando Giovanni l’evangelista: è “quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza” (1Gv 1,1-2). Segni e parole intimamente congiunti, dove le espressioni del volto e i gesti della mano rafforzavano il realismo delle parole, e queste svelavano il segreto nascosto nell’animo, il sentire dell’esperienza che si vuol comunicare, come di testimone che ha vissuto dentro gli eventi e può dire presente, adsumus, siamo davanti.
Ecco allora il testo della poesia di Ungaretti:
Sorpresa dopo tanto
d’un amore,
Credevo di averlo sparpagliato per il mondo.

Ho ruminato queste parole come fanno i monaci con la Scrittura santa. Finché questi pochi versi mi hanno ricordato la stessa concisione di un’altra sorpresa, anche quella di un amore perduto e ritrovato: quello annunciato dall’angelo alle donne impaurite al sepolcro il mattino di Pasqua: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto” (Lc 24, 5-6). Un annuncio, anche quello, sparpagliato per il mondo, che tuttavia raccoglie, riunisce, tiene insieme senza perdere la diversità del molteplice, senza uniformarlo né omologarlo, riuscendoci solo con l’amore.
Sorpresa di un amore: quella che prende il fiato, non te l’aspetti, ma ti ruba il cuore, lo strappa dal suo luogo interiore e lo fa partire alla ricerca di colui senza il quale non può più vivere. Ed è proprio questo partire, lo strappo di una sequela, che lo destina alla sorpresa.

Il poeta è come il mistico: il suo cuore lo fa partire sempre, di nuovo. Non può fare a meno di lasciarsi sorprendere da ciò che è umano, di riscattare la bellezza che segretamente nasconde se non vuol “perdere l’amore”.
E fu proprio per non perdere l’amore nascosto nel Vangelo della Pasqua, nel tentativo di far risplendere tutta la bellezza dei suoi colori agli occhi della gente, che una domenica di quasi vent’anni fa mi venne di raccontare questa storia. E se è vero che un detto rabbinico afferma che “Dio ha creato gli uomini perché Egli – benedetto sia! – ama i racconti”, penso che con quella storia rallegrai anche il cuore di colui che ai miei occhi ha fatto il cielo e la terra.

Ma come si racconta una storia? Cerco di impararlo da un Rabbi il cui nonno era stato discepolo del Baalshem, al quale fu chiesto di raccontare una storia. “Una storia”, disse, “va raccontata in modo che sia essa stessa un aiuto“. E raccontò: “Mio nonno era storpio. Una volta gli chiesero di raccontare una storia del suo maestro. Allora raccontò come il santo Baalshem solesse saltellare e danzare mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò, e il racconto lo trasportò tanto che ebbe bisogno di mostrare saltellando e danzando come facesse il maestro. Da quel momento guarì. Così vanno raccontate le storie”. Non ricordo più come andò quella domenica, so solo che dopo tanto tempo mi sorprende ancora.

I colori della Pasqua

In principio, quando Dio creò la luce, vide che era una cosa buona perché la terra, informe e oscura, cominciò ad illuminarsi. Quando poi separò le tenebre dalla luce nacquero il giorno e la notte. Affinché il giorno rimanesse luminoso per tutto il tempo stabilito, accese nel cielo il sole; e perché la notte non fosse troppo oscura, la illuminò con la luna e le stelle.
Solo il sesto giorno, dopo avere creato l’uomo e la donna, si accorse che mancavano i colori, sia alla terra sia al firmamento. Lo capì perché l’uomo e la donna non si guardavano intorno più di tanto e non rimanevano stupiti della sua opera. Per forza! Tra la luce e le tenebre c’era un arcobaleno di grigi, o più chiari o più cupi, da mettere tristezza anche al più allegro dei suoi angeli.
Allora decise subito di rimediare e, convocati sette angeli, diede a ciascuno un colore e li mandò ad abbellire la sua creazione. E così il primo angelo dipinse, all’inizio della settimana, tutta la terra e il cielo di rosso; poi, il giorno successivo, un altro angelo passò sopra il rosso con il giallo e così di seguito fino al settimo angelo, col suo ultimo colore, sino alla fine della settimana.
Ma il risultato non era stato certo dei migliori e l’uomo e la donna rimanevano stupiti sì, ma per la confusione del continuo cambiamento. Allora Dio divise con delle linee la terra e il cielo perché formassero come dei settori e inviò ancora i suoi angeli a colorare e il cielo e la terra. Ma il lavoro non era che a metà quando ordinò di sospenderlo subito. Un mondo fatto ad arlecchino, con tante pezze colorate, non piaceva neppure a Lui.

Non era certo un tipo da avvilirsi; quindi si mise a pensare velocemente poiché stava avvicinandosi il settimo giorno, il giorno del riposo, e non voleva proprio che l’uomo e la donna passassero la festa in una grande malinconia.
Dio chiamò le nubi e in un momento non furono più nere di pioggia, ma rosse, gialle, verdi, blu. Ordinò al vento di disperderle per tutta la terra e cadde così una pioggia di colori su tutta la creazione, ma le gocce, cadendo l’una sull’altra, si mescolavano tutte insieme formando un miscuglio sgradevole e disordinato, una poltiglia cupa.
Eppure l’aveva negli occhi quello stupendo arco che avrebbe posto sopra la terra dopo il diluvio: l’arcobaleno come segno di pace e di armonia fra Lui e gli uomini. Allora decise che sarebbero stati l’uomo e la donna a colorare il mondo. Li convocò alla sua presenza e fece loro dono di tutti i colori dell’arcobaleno. Ma l’uomo e la donna non incominciarono nemmeno perché non riuscivano a mettersi d’accordo: lui, le cose, le voleva colorate in un modo, lei, in un altro. Ed entrambi, per non litigare, abbandonarono i colori in un angolo del paradiso.
Ma Dio non si arrese nemmeno questa volta. Fece scendere su di loro un sonno profondo e, mentre dormivano, mise tutti i colori nei loro occhi. Al risveglio l’uomo e la donna rimasero davvero stupiti. Quando guardavano le cose o i loro volti, questi prendevano colore ed anche gli sguardi dell’uomo e della donna divenivano raggianti. Tutto si trasformava colorandosi appena veniva osservato, ma quando essi si voltavano, tutto ritornava nel grigiore e nell’oscurità. Sembrava allora che mancasse qualcosa per fissare i colori alle cose, o per far sì che, per il mutare della luce, essi non si perdessero. Ma cosa occorreva? Che cosa avrebbe fissato per sempre i colori alla terra, al cielo e sul volto dell’uomo?
Già il sole stava sorgendo sul settimo giorno, era l’alba. Dio si ricordò dei due angeli che aveva creati per annunciare alle donne, il mattino di Pasqua, la risurrezione del suo Figlio. Li chiamò a sé e li mandò a svegliare l’uomo e la donna che dormivano profondamente. Entrambi furono pieni di paura al vederli, ma appena i loro occhi si fissarono in quelli degli angeli, in loro entrò la gioia della risurrezione. “La gioia! – disse Dio – …ecco che cosa mancava!”. E nel settimo giorno Dio creò i colori perché rallegrassero gli occhi ed il cuore dell’uomo e della donna e non si spegnesse mai in loro un ardente ed irresistibile desiderio della bellezza, quella che sarebbe nata dalla gioia della risurrezione di quel silenzioso mattino di Pasqua.

Zucchero filato e liquirizia

Dancing in the Moonlight (Toploader, 2000)

Ricordo una sera di maggio di tanto tempo fa.
Era il tempo della leggerezza, della spensieratezza, di un‘irresistibile bellezza.

Uscii a ora di cena con la pancia in subbuglio. In tasca ventimila lire, in mano le chiavi della Uno, negli occhi il suo viso appena accennato, nella testa un desiderio non confessato.
Guidai in riserva, tanto casa sua era vicina. Cinque minuti di strada e già ero arrivato. Col cuore in gola controllai la sua finestra illuminata e aspettai che sbucasse dal portone.
Giunse di corsa, chiusa nel suo giubbotto di jeans. Vestito a fiori, gambe magre sotto la gonna, scarpe da tennis e catenina alla caviglia. Poco trucco e frangetta, capelli e occhi neri, neo da far sognare e bocca da baciare.
Bella come nessuna, sconosciuta quanto basta. Un’isola misteriosa, ancora da scoprire ed esplorare, conquistare e possedere.
Incontrata per caso due settimane prima. Quella sera, finalmente, ero Messner arrivato in cima.

Di quella sera rivedo tutto, ogni particolare, come fosse ieri.
Ricordo ogni attimo respirato, con lei sempre al mio fianco. Una magia appena nata, distrattamente vissuta, dalla nebbia del passato riaffiorata. La vivo ora come allora.

Nell’aria bollicine d’aranciata, nel buio scintille di luce colorata. Zucchero filato al luna park. Le mani appiccicate succhiando liquirizia. Lecchiamoci le dita, siamo a metà della partita.
Intorno la musica a tutto volume, il vociare degli amici. Suoni scatenati di radiosa baldoria.

Ma i suoni, prima esagerati poi sempre più discreti, si eran come scansati. Perché era lei al centro della storia, e solo lei destinata alla gloria.

Così scappammo via. Cercammo un posto per nasconderci, trovarci e afferrarci.
A poca distanza c’era un luogo appartato. Era un parco isolato con un piccolo parcheggio non illuminato. Eccolo lì il buio tanto desiderato!

Proseguì la serata e s’avverò ciò che fino allora avevo solo sognato.
Ci guardammo per un tempo infinito, poi parlammo e ridemmo, prendendo a calci il silenzio imbarazzato. All’improvviso, inevitabilmente ci toccammo, c’accarezzammo, ci baciammo, spogliandoci di tutto. Ci restò solo batticuore e pelle d’oca, coraggio e timore, fame e pudore.
Così tremammo, ci stringemmo, e uniti in un sol corpo ci scaldammo.
E golosi divorammo interminati istanti. A sentirci, stordirci e consumarci come spossati amanti.
E poi abbandonarci e quietamente consolarci.

Per giocare ad esser esperti e navigati come adulti. Vergognandoci un po’, ma forse no.
E solo alla fine riscoprimmo il silenzio dell’amore, dopo il desiderio e il suo sfacciato rumore.

Zucchero filato e liquirizia. Di quella sera, in bocca ho ancora il sapore.

il treno di margherita binario

Il treno di Margherita

Conoscete tutti il detto ‘Sbatti il mostro in prima pagina‘. Beh, è sempre successo, e succede ancora, anche nel tempo dei social del Terzo Millennio. Nel Mondo Lontano, che oggi è diventato prossimo, proprio come il bar sotto casa. E nel Mondo Vicino, che invece è diventato lontano, perché incollati allo schermo dello smartphone. non riconosciamo il nostro vicino. Succede dappertutto, anche nella periferia del mondo, Ferrara compresa. Il mostro in prima pagina, o l’ultima sparata di Renzi e di Salvini, o il contatore  dei morti del Coronavirus… Sembra che non se ne possa fare a meno. Funzionano. Mediaticamente parlando sono un must. Un appuntamento obbligato. Un necessario tributo che ogni giornale deve pagare. Per essere letto. Per avere successo. Per raccogliere più pubblicità.

Ma qual è il giornale, il quotidiano (sia fatto di carta e inchiostro o viaggi per l’etere) che si sognerebbe di ‘sbattere in prima pagina’ un racconto? Chi è quel pazzo che può fare informazione attraverso la letteratura? Una musica? Una canzone? Una foto, Una poesia? Se siete già lettori di Ferraraitalia, avrete capito che quei pazzi siamo noi. Leggete Il treno di Margherita di Carlo Tassi. Racconta solo una storia. Una di quelle brutte storie che continuano a succedere. Lontano, Vicino, anche Vicinissimo. Un fattaccio di cronaca che riempie la prima pagina per un giorno (ricordate una decina di giorni quel treno sulla Ferrara – Bologna fermo per intervenuto suicidio?), e subito dopo sparisce. E non ci si pensa più. Noi invece ci pensiamo ancora. Buona lettura.

Effe Emme

Who’s Gonna Find Me (The Coral, 2006)

Il sovrintendente passava sempre alla solita ora. Era un tipo preciso, pignolo, non ti guardava mai in faccia. Per lui eri merda, merda come tutti quelli che stavano sotto di lui.

Quel lunedì tre agosto gli uffici erano chiusi per ferie. Io ero stato chiamato all’ultimo momento per fare uno straordinario: mi dovevo occupare delle pratiche inevase di Margherita.
Margherita Cantelli aveva lavorato nell’ufficio a fianco al mio fino a tre giorni prima. Poi, venerdì mattina, aveva deciso di salutare tutti gettandosi sotto l’intercity per Bologna.

Margherita entra in stazione alle dieci e tre quarti circa. La stazione è affollata, molta gente è in viaggio per le vacanze. Margherita non ha bagagli, si ferma a dare un’occhiata al tabellone degli arrivi e delle partenze, sembra tranquilla, addirittura sorridente. Poi s’avvia spedita nel sottopasso. Sale la rampa, sbuca sulla banchina tra i binari quattro e cinque e resta in attesa. Ha pure il tempo di fumarsi un’intera sigaretta mentre aspetta sul bordo del quinto binario.
Una voce metallica gracchia dall’altoparlante: “Attenzione, allontanarsi dal binario cinque. L’intercity proveniente da Venezia e diretto a Firenze è in transito ad alta velocità!”
Un potente fischio in lontananza annuncia l’imminente arrivo del convoglio e in un attimo il treno sfreccia sul binario con un frastuono assordante. Tutta la stazione sembra tremare al suo passaggio mentre lo spostamento d’aria fa volare le cartacce lasciate per terra e le pagine d’un giornale dimenticato su una panchina. Il treno sembra non finire mai e la sua velocità è tale da non riuscire a distinguere le facce dietro i finestrini.
Poi, finalmente, l’enorme serpentone d’acciaio passa e s’allontana. La gente, all’apparenza indifferente, resta stordita per qualche secondo. Una bimba, in attesa di partire assieme a sua madre, guarda a terra e vede qualcosa d’insolito, sembra una biglia di vetro. La raccoglie. È morbida, calda, e le tinge la manina di rosso. La porge alla mamma. La donna riceve l’occhio azzurro rigato di sangue, lo fissa: un intero bulbo oculare, un macabro regalo dalle piccole mani innocenti della figlioletta. Grida inorridita.
Un secondo grido e un altro ancora. La gente si sporge dal bordo della banchina, guarda in basso, sulle rotaie del binario cinque. Un ragazzo di vent’anni si piega in avanti e vomita, un poliziotto sbuca dal sottopasso, accorre e chiama il collega sull’altra banchina, gli dice di far presto e di portare dei teli bianchi. Altri restano a guardare in silenzio, espressioni d’orrore e di disgusto nelle loro facce…

Music at Night (The Coral, 2007)

Margherita era bella, una mora con gli occhi d’uno splendido azzurro chiaro. Proprio bella!
Prima o poi le avrei chiesto d’uscire…
Il sovrintendente era brutto. Ma non solo brutto, era un fottutissimo stronzo. E per lui ogni occasione era buona per dimostrare a tutti quanto era fetente.
“Sortini, ha liberato la scrivania della Cantelli?” urlò alle mie spalle.
Ebbi un sussulto e mi girai. “Non ho ancora finito dottore…” risposi.
Il sovrintendente Soprani attraversò la porta dell’ufficio e mi si parò di fronte. “Si sbrighi! Non dorma come al solito!” sbraitò a due centimetri dal mio naso. “Tutta la roba della Cantelli dev’essere portata via e sistemata entro mezzogiorno! Sennò peggio per lei!”
Girò i tacchi e uscì, tronfio e impettito come al solito.
Io continuai il mio lavoro senza fiatare. Mi rimase appiccicata addosso quella sua alitosi fatta d’acetone, aglio marcio e fondi di caffè che mi rivoltava lo stomaco. Spalancai la finestra, tornai alla scrivania di Margherita, aprii i cassetti e tirai fuori tutto.
Elenchi, preventivi, contratti, schede di lavoro. Poi un sacchetto di caramelle, un gufetto di porcellana, due cornici con le foto di lei durante una vacanza di qualche anno prima. Guardai ancora una volta il suo sorriso incantevole e mi venne un groppo alla gola.
Mi chiedevo perché era successo. Se lo chiedevano tutti naturalmente.
In fondo all’ultimo cassetto trovai un libretto con la copertina celeste. Lo aprii, lo sfogliai: era un diario.
Non avrei dovuto ma iniziai a leggere. Magari c’era scritto qualcosa che potesse spiegare il suo gesto…
Magari…

Scorsi le pagine velocemente e mi soffermai sulle ultime.
Lessi: “Il maiale, m’ha toccata anche oggi. Ha avuto il coraggio di sorridermi e di dirmi di star tranquilla. Che tanto rimarrà un segreto tra di noi. Di non preoccuparmi, che, se faccio quello che mi chiede, poi l’assunzione me la rinnova anche stavolta… Mi faccio schifo… Vuole guardarmi mentre ingoio il suo sperma… Sto male, non riesco a togliermi quel sapore dalla bocca, quella puzza orrenda mi perseguita… Sono andata in bagno a vomitare per l’ennesima volta. Vorrei gridare a tutti che lo odio ma non posso, non adesso che son rimasta sola… Ieri gli ho detto che con lui avevo chiuso, che non venisse più a cercarmi, che avrei detto tutto all’ispettorato, che l’avrei denunciato, sputtanato. Ma lui è Soprani, l’onnipotente, e m’ha risposto che può mettermi a casa in qualunque momento e che nessuno mi crederebbe… Poi se l’è tirato fuori e m’ha riso in faccia… Forse me lo merito, forse sono marcia io, sennò non mi spiego perché a me e non ad un’altra… Oramai la soluzione è una sola, devo soltanto trovare il coraggio di farlo e buonanotte…”
“Sortini, ancora qui? Non ha ancora finito con la Cantelli?” risuonò la solita voce sgradevole, sempre alle mie spalle.
“No dottore… m’è capitato tra le mani il diario di Margherita e ho letto qualche riga…” dissi io fissandolo negli occhi.
Il sovrintendente impallidì e per la prima volta incrociò il mio sguardo. Sembrava sorpreso, disorientato. “E che c’è scritto?” balbettò.
“Delle cose assai interessanti. C’è anche il suo nome sa?” gli dissi, “Cose incredibili. Dovrò darlo alla polizia ferroviaria che sta indagando sulla disgrazia…”
“Sortini, lo consegni a me. Ci penso io a darlo a chi di dovere!” mi disse col sorriso più falso che abbia mai visto.
“Mi dispiace sovrintendente, qui Margherita parla di lei e dei vostri rapporti particolari… Dovrò consegnarlo io a chi di dovere!”
“Sortini, non sia stupido. La Cantelli soffriva di depressione, lo sanno tutti. Avrà scritto sicuramente delle cazzate senza senso… lo dia a me!”
“Era depressa, certo… e qui se ne capisce il motivo!”
“Ha cominciato a dare i numeri dopo la morte dei suoi. Ho pure cercato d’aiutarla, ma non è servito a nulla.” sospirò. Aveva la stessa faccia tosta d’un mafioso al funerale della sua vittima.
“Ma la pianti per piacere!” sbottai. Ormai la mia sopportazione era giunta al limite massimo.
“Su Sortini, mi dia quel diario se ci tiene a continuare a lavorare in questo posto!” m’intimò.
“Mi sta minacciando dottor Soprani? Lo sa cos’ho appena letto in questo diario? Lo sa che potrebbe essere denunciato per quello che c’è scritto qua dentro?”
“Denunciato per cosa? Per i vaneggiamenti di una troietta arrivista?” chiese con strafottenza. Quella sua maschera di superiorità e finta sicurezza si stava sfaldando davanti ai miei occhi. Era evidente la sua paura così come la meschinità di cui era impregnato. Vedevo un ometto piccolo piccolo sul punto di crollare.
Andai alla finestra per respirare. “Lei ha un problema di alitosi… gliel’ha mai detto nessuno?” dissi.
Improvvisamente Soprani s’avventò verso di me. “Dammi quel cazzo di diario!” gridò.
Lo scansai e gli afferrai un braccio spingendolo via. Tentò di colpirmi con un pugno ma era più bravo a comandare che a fare a botte. Lo afferrai e lo lanciai oltre la finestra.
Sentii un tonfo sordo, m’affacciai dal davanzale e lo vidi: giaceva immobile in una pozza di sangue, un fantoccio disarticolato sul marciapiede del cortile interno.
Dopo un volo di cinque piani l’impatto col cemento gli aveva fracassato il cranio, spezzato le ossa e spappolato gli organi interni. Era morto sul colpo.
Mi guardai attorno, non vidi nessuno. In quell’ala del palazzo tutti gli uffici erano chiusi da venerdì.
Me ne andai. Il giorno stesso portai il diario ai carabinieri, del volo dalla finestra del sovrintendente non dissi nulla. Lo trovarono due giorni dopo già gonfio e pieno di mosche.

Passarono altri tre giorni quando, sulla prima pagina della Nuova, lessi questo titolo: “Molestie sul lavoro, duplice suicidio di vittima e carnefice”. Così andai al cimitero a trovare Margherita, sulla tomba c’era ancora il manifesto funebre. Posai un mazzolino di fiori di campo in un vaso e le dissi: “Mi dispiace non averlo capito prima Margherita. Ti vedevo tutti i giorni e non immaginavo quanto soffrissi… Non è vero, quel treno non t’è passato sopra. Tu quella mattina sul treno ci sei salita e te ne sei andata per fare finalmente il viaggio che volevi. Ora sei lontana da tutta questa merda! Ciao Margherita, sii felice. Sappi che quello stronzo ha avuto ciò che si meritava, è in viaggio anche lui adesso… Ma stai tranquilla, non lo rincontrerai più, è andato nella direzione opposta!”

DIARIO IN PUBBLICO
O bli-bli o bla-bla… Il racconto e la politica

Imperversa tra i protagonisti (invariabilmente gli stessi) dei nostri talk show televisivi il termine ‘racconto’ della e nella politica che viene declinato associandolo al tratto fisiognomico caratteriale del ‘raccontatori’ tra i quali si distinguono il Marco Travaglio dal sorriso sprezzante – pericolosissimo – l’arruffio della barba di Marco Damilano da cui esce una valanga di racconti – a volte contraddittori – la testa d’uovo (letteralmente) di De Angelis, la rada barbuzza bionda di Giannini, il pelo bianco di Beppe Severgnini e la bocca spalancata di Antonio Polito, tanto per citare i più assidui inquadrati tra i tacchi 45 cm della Gruber e le sue giacchette perfette, tra le spille di Barbara Palombelli e le improbabili mises di Bianca Berlinguer. Tutti con alle spalle i sorrisi minacciosi e carnosi di Maurizio Belpietro e la versione Crozza di Alessandro Sallusti. Zoro frattanto tenta di ‘raccontare’ in modo diverso, ma purtroppo la nuova versione dura lo spazio della trasmissione.

Informiamoci allora su cosa significa la parola racconto e affidiamoci alla Treccani:

Raccónto s. m. [der. di raccontare]

1. Relazione, esposizione di fatti o discorsi, specie se fatta a voce o senza particolare cura, oppure se relativa ad avvenimenti privati (si distingue perciò da narrazione come raccontare da narrare, ed è diverso anche da resoconto, più ufficiale e tecnico)

2. Componimento letterario di carattere narrativo, quasi sempre d’invenzione, più breve e meno complesso del romanzo (in quanto dedicato in genere a una sola vicenda e destinato a una lettura ininterrotta) e distinto dalla fiaba perché tende a presentare i fatti come realmente avvenuti (per questi suoi caratteri si identifica sostanzialmente con la novella).

3. Nel linguaggio della critica letteraria (specie nella critica formalistica), è sinonimo di intreccio, contrapposto alla fabula, ed è pertanto usato per ogni opera narrativa in versi o in prosa.

Escludiamo per amor di semplificazione la definizione 3 e – pur con qualche riserva – la 2.

Dovrebbe, dunque, il racconto della politica assumere il significato più pregnante di ‘resoconto’ di ciò che la politica fa. Il risultato è: “ciapal”, in ferrarese (“prendilo” in italiano) che nella versione dialettale meglio esprime l’impossibilità dell’azione…

Sembra che al resoconto ormai si assommi anche la seconda definizione del dizionario, in quanto i narratori ufficiali tendono motu proprio a trasformare il resoconto in componimento letterario, che ha per sua caratteristica quella di ‘presentare i fatti come realmente avvenuti.

E’ quello che gli ‘itagliani’ – ormai popolo avvinto alla narrazione – richiedono a gran voce, come insegna loro il gran Maestro, dantescamente parlando, Salvini.

Basta dire ciò che non lede il loro interesse, la loro priorità (prima gli italiani) e tutto può venir raccontato. Chi tra la comunità nazionale non avrebbe sognato di brindare al Papeete tra belle ‘femmine’ che sculettano ‘Fratelli d’Italia’?

Ciò che imperversa nel racconto e la politica è la volontà di narrare ciò che è già avvenuto come fosse una novità e predisporre un futuro perlomeno immaginifico a ciò che già si ‘suppone’ sarà l’andamento delle cose.

La più schifosa presenza della ‘narrazione’ è però ciò che racconta la parte più oscenamente fascio-nazista (sì, ne esistono tanti, e troppi di aderenti a questa orrida ideologia ) all’indirizzo di Liliana Segre. Da catalogare costoro come sub-umani, ma non da confondere con le bestie dotate di ben più alta capacità di comprensione.

Questo dovrebbe indignare i tanti italiani che non sono raggelati dalle interpretazioni narrative. Questo dovrebbe essere il cammino dell’umanità. Ben venga il progetto di Luigi Marattin che dovrebbe rendere legge la conoscenza dell’identità reale di chi usa i social per offendere e anche per esaltare a sproposito.

Il mio sogno odierno? Fare come il grande direttore d’orchestra Daniel Harding che, giunto all’apice della carriera, abbandonerà per un anno il suo lavoro, per volare. Sì. Volare materialmente. Volare quindi anche oltre la musica e riconquistare il diritto alle scelte e all’infinito del volo.

Ma io povero tapino dove volerei? Lo so e lo faccio da sempre: nell’infinito dell’arte e della poesia. Purtroppo chi ci trascina a terra è la necessità-dovere di fare i conti con la ‘narrazione’, la prosa della politica.

Al via il Festival dei Diritti di Ferrara con la conferenza-spettacolo di Annalisa Vandelli

“Non voglio vivere in un Paese che non soccorre le persone in mare!” Sono queste le parole quasi in chiusura di conferenza stampa pronunciate ieri negli spazi di Factory Grisù da Annalisa Vandelli, reporter freelance, che ha dato inizio, con la sua esposizione di gigantografie e il suo spettacolo, alla diciassettesima edizione del Festival dei Diritti di Ferrara. Tra le foto esposte nella sala macchine del Consorzio, Annalisa si è chiesta “cosa urge per noi che raccontiamo?” La domanda, rivolta soprattutto ai colleghi reporter, fa un chiaro riferimento ai tanti cambiamenti in atto nel mondo in questo momento. “Stiamo vivendo un periodo storico straordinario e terribile allo stesso tempo. Spero che queste foto facciano ragionare” e rivolta sempre ai colleghi: “Dobbiamo riappropriarci delle nostre parole e dei contenuti. Noi possiamo fare differenza culturale”. Tocca, nel corso del suo dialogo, anche la difficile questione del lavoro del reporter in Italia e del ruolo delle Ong affermando che “queste foto sono state realizzate grazie ad una organizzazione non governativa. Questa parola, Ong, è tanto offesa oggi, ma grazie a lei ho potuto raccontare, e raccontare è fondamentale. È la nostra identità. Raccontare è conoscersi. Una Ong, non un giornale, mi ha permesso di fare questo.”

L’uso dell’immagine, quindi, come una lunga storia da immagazzinare in sé stessi e interpretare attraverso il proprio sguardo critico. Ma non solo perché “attraverso le foto” – ha aggiunto – “facciamo un atto politico, ma non partitico”.
Un lungo viaggio il suo tra la “miseria ma non la miserabilità”, tra la “libertà vera” data dalla lettura mentre tutto intorno il mondo va a rotoli, un viaggio che ci dice che “non siamo uguali ma simili e bisogna tornare a guardarsi tra simili”.

Lo spettacolo dal titolo “E se quel guerriero avesse le vostre corde?”, ha visto in scena Annalisa insieme al LiberTrio, in quello che è un continuum spazio-temporale tra la scena e il suo libro “Per puro splendore” dal quale sono state tratte le gigantografie esposte negli spazi dell’ex caserma dei Vigili del Fuoco. Messo in scena ieri nel giardino di Grisù, è stato descritto da lei stessa come un “tentativo di viaggio e ragionamento insieme al pubblico, passando in rassegna diversi paesi e diversi temi. È un cambio di sguardo attraverso il mondo della foto e della musica. Viaggio tra autori classici e luoghi di migrazione”.

Il Festival dei Diritti continuerà fino a dicembre ed avrà tre grandi temi, come affermato da Francesca Battista (Cgil) che saranno la discriminazione, la diversità e l’immigrazione, con varie manifestazioni che toccheranno più punti della città, nell’ottica della “continuità e discussione” – come da lei stesso affermato – “su un diverso modello di sviluppo, con un pensare globale ma un agire locale”.

Il Festival ha avuto il patrocinio del Comune di Ferrara ed un contributo della Regione Emilia Romagna ed ad oggi il suo comitato promotore è composto da Nexus Emilia Romagna, Arci Ferrara, Arci Emilia Romagna, Camera del Lavoro Territoriale – Cgil Ferrara, Associazione Cittadini del Mondo, Cooperativa Teatro Nucleo, IBO Italia e UDI Ferrara.

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DIARIO IN PUBBLICO
Parole alla moda

La scena degna di un burlesque anni Venti dell’eurodeputato Ciocca che sigla il proprio dissenso per la bocciatura del programma letta da Moscovici levandosi la scarpa – rigorosamente made in Italy – e bollando i fogli della ‘condanna’ al grido “this is shit”. Questa frase viene all’unisono tradotta da tutti i commentatori come “questa è cacca”. La regressione al livello infantile dell’espulsione delle feci come “cacca”, invece del più corretto “merda”, la dice lunga sull’universo culturale dei rappresentanti del nostro governo. La diminutio renderebbe più grazioso e meno invadente il termine. Rivolgersi alla parola infantile potrebbe – lo spero ma ne dubito – mettere in luce quell’aspetto ludico e innocente che il gesto sottintende forse involontariamente, forse falsamente. Ci sarebbe poi un altro gioco linguistico che renderebbe ancor più imbarazzante il gesto: l’assonanza Ciocca-cacca.
Ben più pesanti le parole che hanno determinato la condanna nel processo Cucchi dei presunti responsabili del pestaggio o di quelle del processo Aldovrandi. Il ‘filologo’ che ha chiaramente esaminato parole che hanno prodotto azioni condannabili è l’avvocato Fabio Anselmo di origine ferrarese. Bravo!

Altre parole alla moda sono ‘narrazione’ e ‘racconto’ che rimandano a un presunto aspetto letterario di un semplicissimo fatto quasi sempre politico sociale ed economico. Qui la difesa delle lettere mi spinge a un indignazione che nasce dalla conoscenza specifica dei termini suddetti entrambi dominio delle arti parallele. Michelangelo può fare una ‘narrazione’ di letture bibliche nel soffitto della Sistina. Io posso leggere un racconto di Cesare Pavese, ma mi rifiuto di leggere o sentire il ‘racconto’ o la ‘narrazione’ del salvataggio di Alitalia o di ciò che il presidente Conte dice o secondo la nuova moda ‘racconta’ a Mosca al compare Putin.
Così, resi tremebondi da catastrofi annunciate, pronunciamo (anch’io helas!) parole come ‘spread’, ‘mission’, ‘endorsement’, anche se ‘girata’ o ‘trasferimento’ mi sembrerebbero voci più appetibili-capibili.
E affoghiamo in noie tremende rese appena sopportabili dalla chiusura delle ‘sagre’ mentre ci attendiamo – e pour cause – mirabilia dalla tre giorni di ‘Ad alta voce‘, quest’anno intitolata ‘Origini. Parole che trasformano’. Di che ‘origini’ s’intende parlare nei numerosissimi inviti? Quello che mi attira di più è ‘Le origini della vita’, se non altro perché ci sarà la mia amatissima Lia Levi; invece quello che sospetto di più è ‘Il viaggio nelle parole’, in quanto famosi relatori parleranno dell’evoluzione del linguaggio nell’era digitale dove almeno tre parole m’insospettiscono ‘era’ ‘evoluzione’ ‘digitale’. ‘Evoluzione’ o ‘involuzione’ o meglio ancora ‘cambiamento’? Ma a tutto dovrò rinunciare poiché in quel mattino dovrò essere al cimitero ebraico per rispondere davanti alla tomba di Giorgio Bassani alle domande che mi porrà il conduttore del filmato prodotto dalla figlia del grande scultore Dani Karavan che sarà presente all’inaugurazione della mostra a lui dedicata al Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah-Meis il 30 ottobre.

E veniamo alle parole più brutte, quelle pronunciate dal comico nazionale Beppe Grillo nella sua performance da attore consumato (occhi in fuori, barbetta tremolante, voce strozzata) nella kermesse romana dei 5stelle al Circo Massimo: “Chi siamo? Siamo pieni di malattie nevrotiche, siamo pieni di autistici, l’autismo è la malattia del secolo”. “L’autismo non lo riconosci, per esempio è la sindrome di Asperger, c’è pieno di questi filosofi in televisione che hanno la sindrome di Asperger. Che è quella sindrome di quelli che parlano in quel modo e non capiscono che l’altro non sta capendo. E vanno avanti e fanno magari esempi che non c’entrano un cazzo con quello che sta dicendo […] Hanno quel tono sempre uguale. C’è pieno di psicopatici…”. “Chi siamo? Siamo pieni di malattie nevrotiche, siamo pieni di autistici, l’autismo è la malattia del secolo”. Idiozie urlate e condite dalle sacrosante proteste di tanti parenti, amici o persone ‘normali’ indignate da un così disgustoso linguaggio.
Secondo il dialetto ferrarese, per non dire italianamente “ma và a c…re”, si potrebbe commentare “ma fat na ca’ ad giazz” e qui si capisce che sono alle prese con il dialetto per scopi a mio parere ben più nobili ovvero filologici di quello del disumano attore! Ciò che il capetto urla sembra sia stato condannato anche dai suoi 5stelle (o da parte di essi): meno male.
Mi consolo perché la mia canina Lilla – e non il mio ‘pet’! – ha compiuto felicemente gli anni. A lei ho rivolto parole confortanti e amorose ricambiate da un frenetico scodinzolìo e da un’allegra pipì mollata in cucina.

DIARIO IN PUBBLICO
La città e le sue necessità

“ Aiutiamoli al loro paese!” La perentoria frase del governo giallo-verde risuona lugubremente mentre Zoro alias Diego Bianchi mostra le condizioni della popolazione nel Congo o dei paesi che una volta così si chiamavano nel suo reportage “Propaganda Live” e della funzione svolta da Medecins sans frontieres in quei paesi o città che pretendono di avere questo nome. E’ difficile scordare gli occhi di quei bambini negli ospedali da loro gestiti ma è difficile soprattutto trattare da quasi farabutti (vero Salvini?) chi opera in quel contesto.

La città dunque e chi se ne deve fare responsabile.

Leggo sull’Espresso del 18 settembre la testimonianza di uno scrittore Christian Raimo che è diventato assessore alla cultura nel terzo municipio di Roma dove abitano 210 mila persone, quasi privo di servizi culturali e dove si erge un << centro commerciale ciclopico, Porta di Roma, un cubo enorme, un asteroide, una cattedrale nel deserto, in cui ogni anno entrano 14 milioni di persone>> mentre una fabbrica l’impianto Tmb per il trattamento meccanico biologico dei rifiuti appesta l’aria del luogo.

E’ questo il destino delle città quando si calcola che nel prossimo futuro la struttura della città attirerà la metà e più della popolazione mondiale?

Come riportare alla sua funzione reale la città?

Negando negli editti emanati ieri dal governo la possibilità di intervenire sulla riqualificazione delle periferie? O continuare a ignorare un miglioramento che per la sindaca Raggi di fronte ai miasmi della TMB sostiene sia un disagio temporaneo? Bene ha fatto il sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani a citare in giudizio il governo e l’architetto Roberta Fusari assessore all’urbanistica della città a spiegare tra il dolente e l’indignato il rifiuto del governo a finanziare il bellissimo progetto che avrebbe riqualificato un’ intera area di Ferrara tra l’ex Mof, il Museo dell’Ebraismo e il corso d’acqua del canale. Ma siamo poi sicuri che le decisioni della ‘sinistra’ si siano rivelate abbastanza coraggiose o lungimiranti o semplicemente politiche per ostacolare la trionfante ascesa della Lega?

Questa puntata del mio ‘Diario in pubblico’ doveva trattare di uno degli episodi culturalmente ed eticamente importanti che si sono svolti nella città estense in questo periodo: la proiezione in strada tra le spallette del Castello dove furono fucilati nel 1943 importanti personaggi ferraresi come ritorsione all’attentato che uccise il federale Ghisellini senza dubbio provocato dagli stessi fascisti e la farmacia ‘Barillari’ che si affaccia su quel muretto. Quel luogo ha prodotto un racconto edito nel 1956 nelle Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani, Una notte del’43 che diventa il soggetto del film di Vancini: La lunga notte del ’43. In questo luogo, Corso Roma al tempo degli avvenimenti, ora Corso Martiri della libertà il film di Vancini è stato proiettato con grande affluenza di pubblico, oltre un migliaio, che ha assistito con un silenzio partecipato all’evento.

Avrei quindi dovuto rifarmi allo splendido saggio di Guido Fink, Le tre notti del ’43 che introduce il volume edito per l’occasione e che riproduce la sceneggiatura originale del film fatta da Ennio De Concini, Pier Paolo Pasolini , Florestano Vancini ( La Carmelina, Ferrara 2018) con i contributi di Paolo Micalizzi, Anna Maria Quarzi e dello stesso Vancini. L’edizione è stata patrocinata ed effettuata dall’Istituto di Storia Contemporanea, dall’Assessorato alla cultura del Comune di Ferrara con il contributo del Comitato Nazionale Celebrazioni del centenario della nascita di Giorgio Bassani che ha messo in rilievo l’eccezionalità dell’avvenimento che si pone tra i migliori risultati dell’attività triennale del Comitato delle Celebrazioni bassaniane.

Avrei dovuto dunque ripercorrere con Fink quei momenti che mi videro inconsapevole testimone qualche anno dopo quella terribile notte quando, come ho raccontato in altre occasioni, fui testimone e partecipe di una delle prime produzioni letterarie di Guido e del riflesso che s’irradiava dalla difesa consapevole dell’amico che raccontava di un padre in viaggio che gli mandava tanti regali mentre il suo nome era scritto in quella lapide in via Mazzini dove si leggono i nomi delle vittime dell’Olocausto proprio fuori dalla porta in cui abitava, tra cui quella del padre e di parte della sua famiglia.

Avrei dovuto ricordare l’ospitalità romana negli anni Settanta offertami da Fabio ed Elvira Pittorru affinché potessi sostenere agiatamente il concorso per le scuole che si teneva a Roma. E le serate in pizzeria da ‘Piscia piano gioia mia’ e gli incontri con la colonia ferrarese a Roma tra cui Massimo Felisatti in primis ma anche talvolta Vancini e il seriosissimo e silenzioso Antonioni; poi ancora le vacanze a Lussinpiccolo con Gianni Buzzoni sposo di una sorella Vancini e gli incontri con i nipoti che imparai ben presto a conoscere nelle mie trasferte ferraresi.

Tutto si riconduceva alla protagonista principale delle storie ovvero quella F. che poi divenne Ferrara e al suo romanzo opera omnia del magistero letterario di Giorgio Bassani le cui frequentazioni fiorentine in quel decennio formarono noi giovani intellettuali raccolti attorno all’insegnamento di due ferraresi: Lanfranco Caretti e Claudio Varese.

Una città dunque da cui parte e si sviluppa un episodio che Bassani sigla con l’indeterminativo ‘una’ e che per il regista diventa ‘la’ lunga notte del barbaro eccidio.

Non sarà poi un caso che lo scandalo prodotto nasca non tanto dal racconto di Bassani ma dal film che osava mettere per la prima volta sulla scena quella che si configurerà poi come la guerra civile tra un popolo non più combattente contro lo straniero ma tra di loro come ricorda la testimonianza di Anna Quarzi. Una visione che costò parecchie difficoltà al regista e alla produzione, addirittura la negazione dei contributi ministeriali, come racconta lo stesso Vancini che parlò del film come un episodio di non resistenza <>. Quell’atteggiamento che lo stesso Bassani denunciò nella più bella delle Cinque storie ferraresi, Una lapide in via Mazzini cioè la volontà di dimenticare dei ferraresi come esemplificazione di tutti gli italiani, al ritorno di Geo Josz dall’inferno dei campi di concentramento.

Tutto questo era implicito come il silenzio davvero commosso che è sceso tra gli astanti nel momento in cui il film mostra quei poveri corpi caduti l’un sull’altro e che ci si rendeva conto della barbarie di quel gesto fratricida mentre dall’alto Barillari osserva e si ritrae.

La città dunque centro della Storia che dimostra la realtà e anticipa il futuro.

Quel futuro che ora si fa presente negli ospedali del Congo o nella scelta della realtà virtuale del terzo municipio romano.

Il giardino delle artemisie giganti

Dei ricordi fanciulleschi che affollano la mia mente, mai come adesso tormentata da tanta nostalgia, uno più di tutti ha sempre stuzzicato la mia fantasia. Parlo di uno strano episodio mai del tutto risolto. Mi trovavo in vacanza in un pittoresco paesello sulle rive di un lago, di cui per mia riservatezza non farò il nome, cintato da montagne poderose con pendici aguzze come lance a grattar nuvole perennemente di passaggio. Le giornate ombrose e insolitamente fresche costringevano spesso me e mio cugino a rinunciare a giocare nelle acque fredde del lago, in alternativa non rimaneva che avventurarsi nei dintorni campestri oltre il caseggiato.
Stavamo con le nostre famiglie in una grande villa presa in affitto per tutto il mese d’agosto. Il proprietario era un vecchio insegnante di musica a riposo, tal Brunamonti, un tipo solitario ma cordiale, che ci aveva preso in simpatia e ci raccontava puntualmente storie curiose e bizzarre che spacciava per vere e sacrosante. Una di queste riguardava un bellissimo giardino dell’entroterra, a nemmeno mezzora di cammino da dove alloggiavamo. Bastava percorrere la via maestra del paese e, passata l’ultima casupola prima della campagna, prendere a sinistra un largo sentiero sterrato e circondato da rovi impenetrabili che saliva su una collinetta irta di cipressi. Una volta in cima, appariva una vecchia villa in stile liberty e un maestoso giardino con tanto di serre, camminamenti, aiuole, fontane e laghetti.
Ebbene, un pomeriggio plumbeo di fine agosto, ad appena due giorni dalla fine di quell’indimenticabile vacanza, decidemmo di raggiungere quel posto e vedere coi nostri occhi se ciò che ci aveva raccontato il nostro padrone di casa era vero oppure no.
A dire la verità il tragitto ci parve subito più impegnativo di quanto ci eravamo immaginati. Non eravamo ancora usciti dal paese che avevamo imboccato la strada sbagliata, e ci volle una buona mezzora solo per raggiungere il bivio ai piedi della collina. La salita poi si rivelò più ardua del previsto e, quando fummo giunti in cima, non c’era l’ombra di nessuna villa e tantomeno di un giardino. Fu mio cugino che, avendo intravisto la porzione di un tetto che spuntava tra gli alberi in lontananza, mi chiamò dicendomi che forse quel tetto apparteneva proprio alla villa che stavamo cercando. E fu così.

Per raggiungere la villa descritta da Brunamonti dovemmo attraversare un fitto boschetto di cipressi e, una volta arrivati, ci rendemmo conto che il suo racconto aveva trascurato diversi particolari che fin da subito ci fecero venir voglia di tornarcene a casa.
La villa c’era, ma quel tetto, avvistato da mio cugino tra le cime appuntite dei cipressi, altro non era che la cuspide del campanile di una pieve gotica che affiancava un piccolo cimitero diroccato le cui lapidi erano quasi sommerse dalla vegetazione. La villa, effettivamente liberty, era poco distante sulla destra, ai margini di una fitta boscaglia di cipressi e grossi abeti, la cui ombra oscurava qualsiasi cosa si celasse al suo interno. Tutte le costruzioni apparivano disabitate da chissà quanto tempo e delle spesse tavole di legno inchiodate agli ingressi stavano a testimoniarlo.
E il giardino? Anche quello c’era, e la cosa più incredibile viene adesso!

Secondo Brunamonti il giardino era posto dietro la villa. Io e mio cugino ci guardammo in faccia titubanti, ma alla fine decidemmo di aggirare il fabbricato e di vedere cosa c’era dall’altra parte. Camminammo cauti e tesi più che mai, avevamo dieci anni io e dodici lui, e tutto quello scenario che si era rivelato intorno a noi si prestava benissimo a far correre le nostre fantasie in luoghi ben più oscuri e terribili di quanto avremmo voluto.
Ricordo ancora adesso, e la sensazione che riaffiora è tuttora viva e pulsante come di cosa appena successa, ciò che provai quando finalmente vidi quel giardino: meraviglia, estasi, terrore!
Il giardino era maestoso, lussureggiante, qualcosa che non avevamo mai visto. Innumerevoli varietà esotiche di piante fiorite creavano un arcobaleno di colori e stordivano coi loro profumi. Poi alberi enormi e sconosciuti e siepi dalle incredibili geometrie.
Ma la domanda che causava tanta meraviglia era: come poteva esistere un giardino come quello se il posto era isolato e abbandonato da tanti anni quanti noi non potevamo nemmeno immaginare? Poi una seconda domanda: dov’erano e com’erano fatte le artemisie giganti raccontate da Brunamonti?
In fondo era stata proprio quella seconda curiosità a spingerci ad affrontare quel viaggio: le artemisie giganti.

Il vecchio maestro ci aveva detto che in quel giardino esisteva una rara specie di artemisia carnivora che un giorno di tanti anni prima aveva divorato un ignaro fattore che si era addormentato all’ombra di una di esse. Successe che durante il sonno venne paralizzato dal suo profumo tossico, che i suoi rami gli si strinsero intorno, che le sue foglie lo avvolsero come in un sudario e che, rilasciando sul poveretto la sua linfa corrosiva, iniziò a digerirlo come nella più tremenda delle storie dell’orrore. Brunamonti raccontò che quell’incidente indusse il vecchio proprietario della villa, un ricco barone, a liberarsi di quelle piante tanto pericolose distruggendole e sostituendole con altre artemisie, del tutto identiche alle prime ma innocue. Ma Brunamonti ci confidò anche che il sospetto della gente era che, in verità, il barone non distrusse affatto le sue artemisie carnivore, semplicemente lo lasciò credere. Per questa ragione, il giardino divenne via via un luogo evitato da tutti quelli che ne conoscevano la storia. La morte dell’ultimo discendente del barone ne decretò poi il definitivo abbandono e la caduta in rovina.
Quel giardino in cui ci trovavamo però era tutt’altro che in rovina…
Poi qualcosa ci distolse dai nostri dubbi. Era stato uno strano rumore sommesso, come qualcosa di pesante che strisciava sul terreno. Ci guardammo attorno ma non vedemmo nessun movimento, tranne l’ondeggiare di piante e rami mossi dal vento. Eppure quel rumore continuava, e pareva farsi più forte.
Ricordo come quel vago senso di inquietudine che ci aveva accolto appena arrivati sul posto divenne improvvisamente una paura profonda. Paura che si trasformò in terrore appena avemmo l’impressione che erano stati gli stessi alberi a muoversi nella nostra direzione. Alberi splendidi e maestosi che, con movimenti impercettibili, si avvicinavano a noi trasformandosi ai nostri occhi in giganteschi mostri terrificanti.
In una manciata di secondi eravamo già sul sentiero sterrato. Correvamo come due lepri scendendo rapidamente verso il paese e poi nella casa delle vacanze, dove alla fine giungemmo entrambi col cuore in gola. Era tardi e i nostri genitori stavano sistemando la tavola per la cena sotto il portico di fronte all’ampio cortile. Vedendoci arrivare, ci venne incontro mio padre tutto accigliato che ci rimproverò di aver messo in ansia tutti quanti per essere stati via oltre quattro ore senza avvisare nessuno…
Quattro ore? Tanto tempo era passato?
A quel punto arrivò un aiuto inaspettato proprio dal maestro Brunamonti. Si avvicinò a mio padre e gli disse, scusandosi, che sapeva della nostra visita nel giardino in cima alla collina e che si era dimenticato di informarli e di rassicurarli che non avremmo corso alcun pericolo. Tanto bastò per rasserenare gli animi e per evitarci una sicura punizione.

Più tardi, il vecchio maestro ci prese in disparte e ci confidò che aveva immaginato dove fossimo andati perché si ricordava le nostre facce dopo che avevamo ascoltato il suo racconto del giorno prima riguardante il giardino di artemisie, poi ci chiese come avevamo trovato il giardino. Grati per il fatto che avesse mentito a nostro favore (in effetti, sicuri che non saremmo stati via a lungo, non avevamo informato nessuno delle nostre intenzioni, tantomeno lui), gli raccontammo quello che avevamo trovato, evitando però di rivelargli il motivo del nostro repentino ritorno a casa.
Lui ascoltò tutto con estremo interesse e alla fine disse: “Allora, ragazzi miei, è vero ciò che si dice in giro: le artemisie carnivore sono ancora lassù… e, a quanto pare, sono diventate degli ottimi giardinieri!”

Firth Of Fifth (Genesis, 1973)

LE STORIE DI MONDODISOTTO
Prima storia: la fissazione dell’Oculino Fissatore

L’Oculino è una creaturina assai strana.
Apparso dal nulla un giorno di tanto tempo fa, trascorre tutte le sue giornate ad osservare il mondo che lo circonda, senza far null’altro se non fissare ostinatamente questo o quello che abbia la ventura di passare nel suo ampio campo visivo. Non parla, non fa una mossa, lui osserva, e dall’alto della sua postazione vede tutto. Nessuno sfugge al suo sguardo indagatore. Tanto che l’autorità costituita, all’ennesima lamentela della timorosa comunità, pensò bene d’imporre al silente osservatore un’unica ma severa limitazione: esso non poteva in nessun caso indugiare il proprio sguardo su uno stesso individuo per più di due minuti!
Per controllare che l’Oculino rispettasse l’obbligo, vennero assunti alcuni sghiropetti che, noti per la loro onestà e soprattutto per essere dei proverbiali spioni, si appostarono nelle vicinanze per osservare di nascosto il solitario Oculino.
Nessuno poteva immaginare quali sgradevoli conseguenze subirono i poveri sghiropetti nell’eseguir l’incarico. Posso solo affermare che dopo poco tempo li videro correre come matti e allontanarsi senza più tornare.
Cosa realmente avvenne nessuno lo sa, qualcuno sospetta che gli occhi penetranti dell’Oculino abbiano ipnotizzato i suoi piccoli controllori facendoli impazzire, chissà…
Comunque, da quel giorno, degli sghiropetti non si seppe più nulla.
L’increscioso episodio alimentò altra incertezza tra gli abitanti della comunità. Fra essi iniziarono ad insinuarsi curiose dicerie che avevano come protagonista, suo malgrado, il solito Oculino.
La più diffusa sostiene che lo sguardo dell’Oculino sia, se preso in dosi massicce, veicolo di sventura.
Se passeggi per le vie del centro e cominci a grattarti la testa è assai probabile, si dice, che gli occhietti vitrei dell’Oculino si siano posati su di te oltre il lecito. In questo caso puoi rivolgerti alle autorità e protestare per l’abuso, un pubblico ufficiale avrà l’incarico di verificare se l’Oculino ha trasgredito alla regola già menzionata.
Nell’ipotesi vi sia stata infrazione, il Fissatore verrà punito con la bendatura coatta per un periodo dai due ai cinque giorni massimo.
A tal proposito, qualche tempo fa, l’Oculino Fissatore scelse di appollaiarsi in cima alla torre di Mastro Formigallo, il fornaio del paese. Mastro Formigallo, accortosi della presenza dell’Oculino, andò su tutte le furie e tentò di cacciare l’ospite indesiderato, questi non ne volle sapere e per tutta risposta cominciò a fissarlo con insistenza.
Mastro Formigallo, soggiogato dall’implacabile sguardo, s’impaurì non poco e si rassegnò lasciando che restasse nascosto sulla cima della sua torre.
Da quel momento l’imperturbabile Oculino poté controllare indisturbato tutto il paese. La sua nuova postazione lo rese invisibile agli abitanti di Verdonia, i quali, ignari , credettero che il Fissatore se ne fosse andato via per sempre, come del resto avevan già fatto gli Sghiropetti.
L’unico a conoscere la verità era ovviamente Mastro Formigallo, ma si guardò bene dal raccontarla.
Una mattina Pietro Mangiasassi andò a trovare il suo amico Mastro Formigallo, i due si conoscevano fin da piccoli e avevano la comune passione per le pietre preziose. Mastro Formigallo le collezionava, mentre Pietro Mangiasassi, quando poteva, ne faceva grandi scorpacciate.
Occorre precisare che molti anni prima, quando entrambi lavoravano come minatori, i due amici trovarono un enorme giacimento di gemme pregiate con le quali accumularono una fortuna che cambiò per sempre le loro vite: Mastro Formigallo poté finalmente realizzare il suo sogno di costruire la più alta torre di Verdonia, per poi aprirvi quella che divenne la più rinomata panetteria della città; Pietro Mangiasassi invece poté esaudire il suo vecchio desiderio di montare la più potente antenna mai inventata, che gli permettesse di starsene spaparanzato davanti alla tv tutto il santo giorno a guardare ciò che accadeva in superficie, ovvero a Mondodisopra.
Quel giorno i due amici si misero a giocare ai dadi, la posta in palio era un cesto pieno di rubini.
“Bellissimi!” pensava Mastro Formigallo.
“Buonissimi!” sospirava Pietro Mangiasassi.
Così, tra un rubino e l’altro, trascorsero tutta la giornata in reciproca compagnia fino a sera. Quando giunse il momento dei saluti, Pietro, incamminatosi verso l’uscita, s’accorse di qualcosa di strano.
In effetti qualcosa di strano c’era davvero: alzato casualmente lo sguardo verso il soffitto, Pietro Mangiasassi notò due sfere bianche che rilucevano pallidamente nella semioscurità attraverso il lucernario di cristallo, dopo pochi istanti le sfere luminose scomparvero.
A quella visione Pietro si avvicinò all’amico e, puntando il dito verso l’alto, gli chiese: «Senti un po’, per caso ospiti qualcuno al piano di sopra?»
«Che dici?» rispose stupito Mastro Formigallo, «Cosa te lo fa pensare?
«Mah, mi pareva di aver visto qualcosa… come delle luci. Saranno i rubini che ho mangiato… Credo di non averli ancora digeriti…» s’affrettò a dire Pietro.
Ma Pietro non ne era convinto, rimase sulla porta a guardare il lucernario, aspettava di scorgere di nuovo quelle strane luci. E intanto osservava pure l’amico, che era sempre più in imbarazzo.
Mastro Formigallo stette per un po’ in silenzio, poi abbassò lo sguardo a terra e con una voce appena sussurrata confidò: «Forse non ti sei sbagliato…»
«Che vuoi dire, spiegati!» lo incalzò Pietro.
Mastro Formigallo allora prese coraggio, e rivelò all’amico il suo segreto: «Caro Pietro…» disse, «Devo farti una confessione. Ricordi tempo fa, quando comparve in paese un tale Oculino Fissatore che importunava col suo sguardo i passanti sulle pubbliche vie?»
«Certamente!» rispose Pietro Mangiasassi, «Ne avevo sentito parlare. Poi mi pare se ne fosse andato…»
«Nient’affatto! È ancora tra noi!»
«Davvero? E dov’è?»
«È qua… ehm… in casa mia!»
«Ma allora… là sopra…»
«Certo! È lui… rintanato in cima a questa torre!»
«Voglio conoscerlo! Portami su e presentaci!»
“Non so se sia il caso, e poi è tardi…»
«Insomma, se non mi porti tu salgo da solo!»
«Vabbè se insisti… È che il suo sguardo mi mette i brividi.»
Detto questo, Mastro Formigallo accompagnò Pietro in cima alla torre. I due salirono le scale, giunti al piano superiore si fermarono davanti ad una porticina chiusa, bussarono.
Nessuno rispose, ma dopo qualche minuto d’attesa la porticina s’aprì.
Oltre la soglia li attendeva una creaturina pallida e minuta, con due grandi occhi liquidi e penetranti.
Pietro, perplesso, pensò: “Possibile che la gente di Verdonia abbia timore di costui? Mi sembra così innocuo e pacifico…”
I tre si osservarono per un po’, nessuno disse una parola.
Poi l’Oculino con un sospiro si girò, fece qualche passo, si appostò in un angolino della grande finestra che dominava la cima della torre e, disinteressandosi dei suoi visitatori, iniziò a contemplare il mondo sottostante.
Pietro guardò l’amico con aria di rimprovero e disse: «Mi meraviglio di te! Come fai a temere questa creatura? Non ti sei accorto della sua malinconia?»
«Ma Pietro…» protestò Mastro Formigallo, «Tutti lo temono! Si raccontano cose su di lui da far accapponare la pelle! Ma hai notato il suo sguardo? Ti fissa in un modo che pare voglia entrarti dentro… Poi non dice mai nulla…»
Pietro scosse la testa e spiegò: «Ma è possibile che tu non abbia ancora capito? Lui non parla perché non può: è muto! Sono i suoi occhi a parlare! Lui si esprime attraverso il suo sguardo… è così semplice…»
«Ma io… come potevo immaginare…» balbettò Mastro Formigallo.
Pietro allora sbottò, e investì il povero Mastro Formigallo con una delle sue proverbiali invettive: «Siete tutti quanti così rivolti verso voi stessi che appena incontrate uno diverso da voi lo additate con sospetto e timore! Ci costruite sopra chissà quali fantasie e lo emarginate da tutto e tutti con l’arroganza di chi crede che non possa esistere nient’altro, a parte la propria banale e rassicurante normalità!»
Mastro Formigallo lo guardò con aria affranta, le parole di Pietro avevano toccato la sua coscienza. Con un filo di voce disse: «Mi dispiace, non avevo capito… Io e tutti gli altri credevamo che fosse una minaccia solo perché non lo conoscevamo…»
Pietro sentì che l’amico aveva parlato con sincerità, gli posò una zampa sulla spalla e lo rassicurò: «Amico mio, dispiace a me d’averti rimproverato. Il tuo comportamento era dettato dalla paura, paura generata dall’ignoranza, paura tramutata in crudeltà!»
I due amici uscirono dalla stanza dell’Oculino, che, affacciato alla finestra e incurante di loro, era assorto nella sua contemplazione.
Pietro richiuse la porticina e discese le scale preceduto da Mastro Formigallo. Erano entrambi silenziosi, pensavano al piccolo Oculino rimasto solo, come sempre, a guardare il mondo dalla sua finestra.
Arrivati in basso, Pietro ruppe il silenzio: «Senti, avrei un’idea… Ti disturbo se per stanotte rimango qui da te?»
«No, anzi… Ma cos’hai in mente?» chiese incuriosito Mastro Formigallo.
«Nulla di particolare, è che vorrei conoscere un amico in più…» rispose Pietro, e così dicendo risalì le scale e si diresse verso quella porticina chiusa.
Giunto davanti all’uscio, si sporse dalla balaustra, guardò un’ultima volta il padrone di casa che era rimasto al piano di sotto e lo salutò: «Buonanotte.»
«Buonanotte.» fece l’altro.
Pietro girò la maniglia e aprì la porticina.
Sorrise ad un nuovo amico ed entrò…

Storia e illustrazioni di Carlo Tassi

CAPO NERD
1960-1964, quando il Gotico divenne Pulp

Quasi un anno fa, nell’aprile del 2016, Roger Corman ha compiuto novant’anni.
Di questi novant’anni, una settantina li ha vissuti all’insegna della passione per il cinema. Passione diventata nel frattempo un lavoro ricco di soddisfazioni, l’ultima delle quali è certamente il conferimento dell’Oscar alla carriera del 2010.

Roger Corman

In Italia, Roger Corman non è mai stato annoverato tra i nomi celebri della cinematografia internazionale, eppure la sua mole di lavoro e il suo contributo alla settima arte hanno pochi eguali nel mondo. Degli oltre trecento film, tra quelli diretti, prodotti e distribuiti, l’opera che più gli ha garantito fama e risalto internazionale rimane il ciclo delle sette pellicole ispirate ai racconti di Edgar Allan Poe e girate a tempo record nell’arco di cinque anni, tra il 1960 e il 1964.
Ma se Corman è stato ed è un personaggio di successo, considerato da tutti gli addetti ai lavori uno dei grandi maestri ancora viventi del cinema del secondo novecento, la parabola di Edgar Allan Poe, mirabile fonte d’ispirazione per questo ciclo di film, è stata quanto di più tragico e fallimentare si possa immaginare.

Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe, la cui spiccata sensibilità è stata messa a dura prova dalle tante e tristi vicende che hanno accompagnato la sua pur breve vita, oggi rappresenta indubbiamente uno dei maestri della letteratura mondiale. Ma forse è proprio grazie alla sua storia travagliata che il valore della sua opera è risultato tanto elevato e inossidabile nel tempo. Certo, quello attribuito allo scrittore di Boston è stato un riconoscimento tardivo che non è servito a facilitarne un’esistenza sempre vissuta al limite della povertà. È tuttavia servito a farlo diventare il principale punto di riferimento del cinema di genere, fin dal suo timido esordio nei primi anni del Novecento. Se oggi i film dell’orrore sono quelli che sono lo dobbiamo a Poe, se abbiamo conosciuto personaggi come Sherlock Holmes, Hercule Poirot, Maigret, Nero Wolfe e tanti altri, protagonisti amatissimi di innumerevoli romanzi e film, lo dobbiamo all’Auguste Dupin di Poe. Possiamo tranquillamente affermare che il genio letterario di Poe è stato più utile al Novecento che al suo secolo d’appartenenza.

Analogamente, l’apporto di Roger Corman nel cinema non è stato da meno. Corman ha rappresentato un modello per tutti quelli che sono venuti dopo. Registi come Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Peter Bogdanovich, James Cameron, Joe Dante, si sono formati presso la sua factory. Ma anche attori emergenti come Jack Nicholson, Peter Fonda, Dennis Hopper, Charles Bronson, tutti destinati a diventare star indiscusse, hanno recitato da semisconosciuti nelle sue produzioni a basso costo. Forse, uno dei meriti maggiori di Corman è stato proprio quello di aver fatto finalmente conoscere al pubblico di massa l’opera di Poe, opera dalle atmosfere tetre e crepuscolari, confinata fino a quel momento nell’empireo della grande letteratura anglosassone, materia di studio di programmi scolastici e accademici. Il grande successo del ciclo dedicato a Poe potrebbe essere paragonato a ciò che è stato in tempi più recenti il fenomeno legato alla saga tolkeniana diretta da Peter Jackson: la riscoperta di un grande classico della letteratura e un notevole ritorno economico per l’industria cinematografica.
Il paragone apparirà senz’altro azzardato, considerata la disparità di mezzi economici e tecnici tra il ciclo di Corman e la trilogia di Jackson. Ma è pur vero che il genio di Corman è stato proprio quello di realizzare piccoli capolavori con budget ridotti, lontano dall’opulenza delle majors hollywoodiane. Un po’ come Edgar Allan Poe è riuscito a scrivere i suoi capolavori da semisconosciuto, pagato una miseria dagli editori dell’epoca.
Ebbene, con tali premesse, abbiamo la certezza che entrambi, pur appartenendo a epoche e ambiti artistici differenti, hanno rappresentato allo stesso modo un modello e un esempio da imitare, qualcosa di unico e tuttora ineguagliato.

BORDO PAGINA
La fantascienza destrutturalista di Mary Blindflowers

Nuova produzione letteraria per Mary Blindflowers (o M.A. Pinna), “originaria” di Roma , dove si è affermata come scrittrice originale-atipica-sperimentale e blogger controculturale con il suo Destrutturalismo letterario, dall’autrice lanciato alcuni anni fa. Attualmente a Londra, dopo l’ancora recente “Il Dio Mangiato”, lo stesso “Estinzione dell’atomo pensante” ecco Tibbs and Tibbs (sempre per Nettarg edizioni), quasi fantascienza alla Ursula K. Le Guin (tra le penne rosa perturbanti della brillantissima, ma ancora poco nota science fiction “rosa”, almeno iin Italia (in questi giorni proprio a Ferrara, una encomiabile iniziativa in merito al Centro Documentazione Donna (via Terranuova 12/b), a cura di Eleonora Federici “Quando la fantascienza è donna”. Mary Blindflowers è nota anche a Ferrara: ha edito tempo fa per La Carmelina “Mister Yod non può morire (di carattere fantascientifico-transumanista) e suo testi interviste inclusi nei lavori collettivi “Al di là della destra e della sinistra. Dopo il libro Manifesto” a cura di S. Giovannini e “La Grande Guerra futurista…” a cura del sottoscritto. Intervista a Mary Blindflowers che ci illustra la sua nuova opera, anche bilingue, italiano e inglese.

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D – Mary, Tibbs and Tibbs la nuova produzione, di che si tratta?
R – È un lungo racconto onirico basato su un procedimento di piani paralleli tra due mondi vissuti dal protagonista, Tibbs, alle prese con il suo io interiore e la sua stessa ombra che lo conduce in un pianeta sconosciuto. La vicenda non segue le regole classiche del romanzo, nessuno dei miei libri le segue, adopero cesure che interrompono bruscamente la narrazione per creare movimento ed evitare di cadere nell’uniformità da prevedibile manuale che tanto mi annoia quando leggo un romanzo. Questo procedimento sperimentale è stato giudicato azzardato da taluni, perché il lettore preferirebbe una sorta di realistica omogeneità. La letteratura contemporanea si spinge infatti sul versante delle risposte, i miei romanzi al contrario alimentano dubbi e riflessioni ma non hanno la pretesa di offrire risposte preconfezionate da esibire come trofei nelle conversazioni con gli amici, né di agganciare lucchetti nei ponti.

D – Mary, il Destrutturalismo letterario da te fondato, come si inserisce nella poetica attuale e generale italiana?
R – A dire il vero io non sono inserita da nessuna parte, non ho la tessera di un partito, non ho parenti importanti, non sono figlia di, non sono nemmeno borghese, non frequento salotti damascati. Non faccio parte di associazioni cattoliche, di gruppi poetici, non amo i corsi di scrittura creativa a pagamento indetti da editors che vorrebbero insegnare la creatività, che grande assurdità… Insomma io sono aut a tutti gli effetti, fuori da ogni circolo, una specie di mosca sulla panna e godo rischi e benefici del dire ciò che penso… Il termine Destrutturalismo indica semplicemente un modo differente di pensare e di concepire il reale, un procedimento di analisti trasversale che evita condizionamenti politici o associativi. Quando siamo piccoli ci piace smontare i giocattoli per vedere cosa si nasconde dentro il meccanismo. Questo significa “destrutturare”, vedere, capire ed esprimere in libertà le proprie idee, tutto qui, una cosa molto semplice che oggi sembra diventata complicata.

Info vedi link: http://controcomunebuonsenso.blogspot.it/

La storia
L’artista Giorgio Cattani: gli immigrati li prendo a casa mia

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“Quando andavo al cinema dell’oratorio salesiano, da bambino, sentivo sempre dire “prima le donne e i bambini”. Che si trattasse di un film di indiani o dell’assalto dei pirati, in tutte le situazioni di pericolo, si diceva sempre questa battuta. Questa volta alle donne e ai bambini è stata sbarrata la strada e ne sono indignato”.
Parla chiaro l’artista Giorgio Cattani, durante la conferenza stampa tenutasi questa mattina presso la galleria d’arte Fabula Fineart a Ferrara, e nelle sue parole c’è la volontà di fare un concreto gesto di apertura nei confronti degli immigrati.

Nato a Ferrara, insegnante all’Accademia d’Arte di Brera, Giorgio Cattani, artista quotato a livello mondiale, si accalora quando ricorda di aver avuto notizia dei fatti di Gorino durante la sua permanenza a Colonia per una fiera d’arte:”Mi ha molto rattristato il fatto che quanto successo a Gorino suscitasse nel pubblico tedesco presente alla mostra più indignazione di quanto ne potessi cogliere nelle parole dei miei concittadini. Nella Cattedrale di Colonia è stata posto un barcone a ricordo della tragedia delle persone morte in mare nella speranza di raggiungere le nostre coste. Nella chiesa di Goro invece c’è scritto “Non vi vogliamo qui”. Ci si chiede sempre “Perché gli immigrati non te li porti a casa tua?”. Ecco io li porto a casa. Mi dichiaro disponibile ad ospitare alcune di quelle persone rifiutate dagli abitanti di Gorino o, se la situazione si fosse già risolta, qualsiasi altro rifugiato che ne avesse bisogno” – e continua – “sono rientrato solo da un giorno in Italia e mi devo aggiornare sull’attuale situazione ma mi muoverò quanto prima per attivare tutta la procedura burocratica perché le mie non rimangano solo parole”.

Cattani è un uomo d’azione, come ricorda lui stesso “La mia ricerca in arte è da sempre legata al quotidiano, al tempo presente. Questo che faccio è un gesto che mi appartiene: sono stato un ragazzo degli anni ’60, attivo in politico e a livello sociale. Sono partito a Firenze durante la storica alluvione e non mi sono mai tirato indietro quando c’era da impegnarsi. Gli artisti sono testimoni del proprio tempo ma non danno soluzioni, per quello ci vogliono i politici. Nella nostra città ci sono dei personaggi negativi che soffiano sempre sulla benzina, vogliono che passino solo messaggi negativi. I problemi non possono essere risolti creando dei nemici. Le difficoltà devono muovere le mani tese. Se il politico non lo capisce è un delinquente”.

E’stato appena pubblicata una monografia del maestro Cattani che potrà essere acquistata presso la galleria d’arte Fabula Fineart, prima della messa in vendita, a breve, nelle librerie e il cui ricavato sarà interamente devoluto alle popolazioni terremotate.” Sono stato accusato di strumentalizzare il discorso degli immigrati mentre, nel nostro paese, succedeva questa catastrofe del terremoto. Questo è il mio modo di esserci anche per queste persone”.

Master sulla comunicazione ambientale

Era da tempo che pensavo fosse bello fare una iniziativa di approfondimento della comunicazione ambientale. Per anni in cui ho lavorato nel settore dell’acqua e dei rifiuti mi sono reso conto che tanta superficialità, tanta indifferenza e anche tanta diffidenza hanno spesso impedito lo sviluppo di una cultura verso la sostenibilità. Troppi professionisti del no e troppi eco furbi, come spesso ho detto, hanno inquinato dei sani principi ambientali.  Così dopo aver studiato le scienze della comunicazione e della informazione mi sono proposto come promotore di un master. Il Magnifico Rettore Zauli mi ha dato fiducia e i professori Zerbini e Poletti, che ringrazio, un grande supporto. Poi tanti professori mi hanno aiutato tra cui Masino, Vagnoni e Verlicchi e tutti altri che hanno dato la loro disponibilità e realizzato il programma: i professori Alietti, Alvisi, Baravelli, Bracci, Caleffi, Cavazzini, Fazioli, Franchini, Guidi, Maltoni, Mazzanti, Pasti, Scandurra, Schippa, Spinozzi e Tasso, Una grande squadra di qualificati professori che hanno costruito il master di primo livello di cui vorrei parlarvi.
E’ così nato il Master sulla Comunicazione Ambientale (Green Comunication’s Manager)
L’Università di Ferrara infatti promuove un Master di I livello da 60 crediti dal titolo “Esperto di Comunicazione Ambientale, Etica della Comunicazione per un’etica ambientale”
Il master si pone l’obiettivo della formazione di figure professionali competenti sulle problematiche dell’ambiente e in grado di fare comunicazione ambientale che generi cultura dell’ambiente nella società. Viene tenuto in prevalenza da professori strutturati oltre ad esperti riconosciuti.
L’obiettivo è mantenere alta la sensibilità e la domanda di sostenibilità e qualità sui servizi pubblici ambientali e più in generale sull’ambiente. E’ importante poter dialogare informando, facendo conoscere i pro e i contro di ogni soluzione tecnica e gestionale, coinvolgendo sugli obiettivi e sui principi e ricercando la collaborazione dei cittadini affinché le soluzione proposte possano essere accettate, i servizi possano essere utilizzati nel modo migliore e le modalità di informazione siano percepite, diffuse e corrette soprattutto nei servizi pubblici ambientali acqua e rifiuti.
Si tratta di un Master interdisciplinare (Facoltà di Studi Umanistici, Economia, Ingegneria e altre) incentrato sui temi di economia e management ambientale, sostenibilità e comunicazione; organizzato come corso di studio a distanza, con anche possibilità di attività didattica in presenza (incontri, seminari e laboratori, stage e/o project work) e in cui sono previste anche attività didattiche a distanza.
programma di riferimento, organizzato in quattro moduli:
A- Comunicazione pubblica, politica, ambientale, etica ambientale 21 crediti
B- Economia e Legislazione dei servizi pubblici ambientali 16 crediti
C- Il valore dell’Acqua e il ciclo integrato dei Rifiuti 19 crediti
D- Project work 4 crediti.
Per maggiori informazioni: http://www.unife.it/masters/eca
Per info e pre-iscrizioni: seaeventi@unife.it

L’umanità frustrata di Friedrich Dürrenmatt

Friedrich
Friedrich Dürrenmatt

Fin dalle prime battute i racconti dell’autore svizzero Friedrich Dürrenmatt (1921-1990) trasmettono la sensazione di vivere al di fuori della storia, in una terra di nessuno che oltrepassa le dimensioni della realtà, non identificabile. Sparisce un’appartenenza riconoscibile per lasciare il posto a una scena più ampia: quella dell’essere umano. Non c’è l’immagine della Svizzera felice, oasi culturale del provincialismo, depositaria di valori liberal borghesi, saggia, modello di convivenza pacifica. Non appare il Paese che in pochi anni a distanza dal secondo dopoguerra si è trasformato nel modello economico produttivo guardato come ‘miracolo’, con le sue banche e le sedi di multinazionali. Dürrenmatt ha bisogno di spazi diversi per uscire dalla ristrettezza, dall’immobilismo, dalla realtà angusta e opprimente, da quella, insomma, che alcuni autori del periodo, fra cui anche Max Frisch, definivano una specie di nevrosi difensiva elvetica. Ne sono nati racconti assolutamente singolari, a volte destabilizzanti, altre surreali o grotteschi, unico modo, secondo l’autore, per rappresentare l’umanità frustrata.

racconti

Nel racconto “Il Tunnel”, un giovane studente prende il treno per raggiungere l’università e quello che doveva essere un tragitto banale e quotidiano, si trasforma in un lungo, interminabile incubo. Il treno imbocca un tunnel che non finisce mai, tra l’indifferenza di passeggeri che non vogliono capire, controllori che non vogliono parlare, addetti ai bagagli che scendono al volo qualche minuto dopo la partenza, prima della catastrofe. Una caduta a picco che diventa verticale, in un abisso senza limiti. L’epilogo della folle corsa è sconcertante come nello stile abituale di Dürrenmatt. “La promessa” è il titolo che forse ha avvicinato di più il nome dell’autore al grande pubblico, perché trasformato in un bel film di Sean Penn con un bravissimo Jack Nicholson nella veste del protagonista, il commissario Matthäi. E’ la storia di una frenetica ricerca dell’autore del brutale delitto di una bambina di sette anni, ritrovata nel bosco. Uno scenario contrastante, dove il commissario non è creduto dai suoi stessi poliziotti e la realtà dei fatti è contraddittoria, in continua metamorfosi. Tutto diventa la negazione di tutto. In “La panne”, un commesso viaggiatore in panne con la propria auto, si ritrova improvvisamente coinvolto in una situazione inimmaginabile, un gioco crudele, quasi perverso, dal finale conseguente. I suoi soccorritori diventano giudici implacabili che lo inchioderanno davanti a responsabilità sempre negate, rimosse o che forse non gli competevano. Anche in questo caso il cinema ci viene incontro con un film di Ettore Scola, “La più bella serata della mia vita” liberamente tratto dal racconto. Ma forse l’effetto disorientante più emblematico, si trova in “La caduta”: il racconto esordisce con la descrizione di una movimentata festa, un buffet freddo a base di uova ripiene, prosciutto, toast, caviale, acquavite e champagne, che gli invitati di spicco, denominati semplicemente A, B, C, D, E, F, G, H, K, I, L, M, N, O, P, consumano con voracità, riempendosi la bocca, oltre che con le prelibatezze, con discorsi di facciata e grandi enunciazioni politiche contenenti il vuoto. L’atmosfera è quella di un ben camuffato campo di battaglia dove scontrarsi per il raggiungimento delle postazioni migliori di prestigio, come tante pedine su una scacchiera.
I racconti di Friedrich Dürrenmatt sono legati dalla metafora poliziesca attraverso la quale denunciare la smania di ordine e giustizia, fonte, secondo l’autore, di perversione e violenza. Ciò che spesso sfugge al giudizio dei tribunali può essere eticamente condannabile e viceversa. I meccanismi di indagine e di giudizio sono trattati con toni di pungente satira e spirito critico e l’autore vuole dimostrare una tesi ben precisa, attraverso l’utilizzo di trame investigative: il caso governa e determina i destini umani, il razionale non prevale sul caos, anzi. Solo chi ha sperimentato il disordine fino alle sue conseguenze estreme può riscoprire uno spazio in cui regna quella consapevolezza di sé non traducibile in parole, che può redimere dal caos postmoderno.
L’ultima pubblicazione dell’autore, poco prima della sua morte, è “La valle del caos”, ambientato in un isolato villaggio di montagna dove la vita ruota intorno a un centro terapeutico molto frequentato nel quale si incontra gente di ogni provenienza ed estrazione: gangster, gente comune, ricchi faccendieri e annoiati benestanti. Una fauna umana che compare, scompare, si incrocia per poi lasciarsi. Il caos. Un Dürrenmatt che non ha mai smesso di essere attuale, puntuale e pignolo osservatore dei comportamenti e dei fatti, critico superlativo della modernità disordinata e distruttiva.

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