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totem arti festival 2016

LA SEGNALAZIONE
Con il Totem Arti Festival un’oasi di arti sulle rive del Po

Contaminazione fra musica, teatro e performance, fra paesaggio urbano e paesaggio naturale, fra passato e presente. Partecipazione per ritrovare il piacere di passare del tempo insieme, fra una birra e un piatto vegan, per fare quattro chiacchere con gli amici e conoscerne di nuovi, riscoprire il senso dell’essere comunità. È il Totem Arti Festival di Pontelagoscuro, che si svolgerà dal 3 al 5 giugno ed è giunto in questo 2016 alla sua quarta edizione.
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Quest’anno, ha spiegato in conferenza stampa il direttore artistico Natasha Czertok, proprio come le oasi lungo le rotte delle carovane “il teatro e il festival diventano un luogo e un momento di incrocio di esperienze”. Inoltre si è voluto puntare “sul radicamento nel territorio e sulla valorizzazione del lavoro” che viene prodotto durante tutto il resto dell’anno con i laboratori, per grandi e piccoli, e con i nuovi talenti che il Teatro Cortazar ospita durante l’anno come sede di residenze artistiche.
Proprio sulla scia di questo forte accento sull’aspetto della formazione va una delle novità di questo 2016: il workshop con operatori sociali di diverse provenienze, che si terrà nell’ambito del progetto europeo “ARTS: Alternative Routes To Success” (di cui Teatro Nucleo è partner) nelle ore mattutine dei giorni del Totem e che verterà sul teatro come “strumento di trasformazione e di inclusione sociale” e sul tema “dell’arte come diritto e momento indispensabile nella vita dell’individuo e della comunità”, ha spiegato Natasha.
Altra novità di quest’anno è la collaborazione con Witoor Sport (eventi in bici, cicloturismo). “Tutto è nato – ha detto Simone, presidente di Witoor – per risolvere il problema di far arrivare anche i ferraresi al Festival a Pontelagoscuro” e da qui è nata la domanda “come fanno a incontrarsi le biciclette e il teatro?” La risposta la avrete partecipando a “La migliore delle pedalate possibili”, una ‘sbiciclata con sorpresa’ che partirà venerdì 3 giugno alle 19.30 (ritrovo 19.15) da Palazzo Savonuzzi in via Darsena e arriverà al Totem giusto in tempo per assistere al primo spettacolo serale in programma: “Il migliore dei mondi possibili”, ispirato a “Candido” di Voltaire, di Magdalena Barile con regia di Simona Arrighi, Sandra Garuglieri.
Ad aprire la tre giorni sulle rive del Po, venerdì 3 giugno a partire dalle 16.30, saranno tre performance che arrivano a conclusione di progetti di formazione svolti durante l’anno: “una scelta simbolica”, ha sottolineato Natasha. “Quadri di un’avventura” è la performance conclusiva delle attività condotte dalla cooperativa Teatro Nucleo nell’ambito del Progetto teatrale per l’infanzia sul territorio; poi lo spettacolo di circo “Sdisordine” di Henri Camembert, alias Enrico Formaggi, giovane componente ferrarese del collettivo di circo contemporaneo Laden Classe, che è stato presente al Cortàzar in residenza artistica lo scorso marzo; infine la restituzione dell’esperienza “Corpo e azione in rete”, progetto di formazione sulla performance contemporanea, che ha visto tra i formatori coinvolti Natasha Czertok, con tre performance: “Ti trovo”, “Rimbalzi” e “Bestiario universale”.
Per quanto riguarda la musica si conferma la collaborazione ‘storica’ con l’associazione Radio Strike, che curerà la musica nel parco Tito Salomoni per tutti e tre i giorni. Da segnalare, sabato 4 giugno, la serata Borderline a sostegno di etichett e produzioni indipendenti. Eugenia di Radio Strike ha spiegato che il progetto Borderline è “nato quattro anni fa dall’esigenze di discutere il sistema del diritto d’autore e i temi del diritto all’arte e alla creazione”, ecco i punti in comune con il Totem 2016. Sabato sera si esibiranno i Cut “gruppo bolognese già affermato e non iscritto Siae, affiancati dai più giovani Jakson pollock. Inoltre – ha continuato Eugenia – il dj set sarà curato da Radio Barn, un gruppo di ragazzi con diversi tipi di disabilità”.
Domenica 5 giugno gran finale con il concerto jazz e la jam session con Carlo Atti e “Tenebra”, di e con Davide Della Chiara e Natasha Czertok, liberamente tratto da “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad, produzione del Teatro Nucleo realizzata con il sostegno della Joseph Conrad Society (Uk).
Durante tutti i tre giorni del Totem Arti Festival sarà sempre aperta nel Parco “Tito Salomoni” la mostra “Sahara occidentale e Palestina. Due popoli occupati”, in collaborazione con il Festival dei Diritti, inoltre sono previsti anche spettacoli per bambini e un servizio di animazione e sarà sempre presente il punto ristoro anche quest’anno a cura di “La Vegana”, mentre il bar offrirà bevande analcoliche e birre artigianali.

Sito del Totem Arti Festival

Chiedi chi erano i Dead Moon

La notizia del giorno probabilmente è una notizia solo per me e un numero boh di altre persone.
Ma ad ogni modo questo è un giorno davvero triste per il rock’n’roll.
A una settimana esatta dalla morte di Andrew Loomis, Fred e Toody Cole hanno annunciato ufficialmente il loro ritiro causa pensione e acciacchi vari.
Ma chi sono Andrew Loomis e Fred e Toody Cole?
Andrew Loomis era il batterista dei Dead Moon, band in cui Fred e Toody erano rispettivamente chitarra/voce e basso/voce.

Brano: “Dead Moon Night” dei Dead Moon
Brano: “Dead Moon Night” dei Dead Moon

E chi erano i Dead Moon?
Erano il progetto più duraturo e relativamente “famoso” di Fred Cole.
Progetto messo su nel 1987 a quarant’anni.
Tutto questo dopo anni e anni di gruppi messi su e sciolti sempre marchiati dal sacro fuoco del più rigoroso spirito indipendente.
Ma indipendente per davvero, non in quel senso che adesso sembra una parolaccia.
Fred Cole è uno che si è guadagnato il proprio posto nella storia del r’n’r almeno due volte.
Prima volta: con i Lollipop Shoppe direttamente negli anni ’60 finendo pure su Nuggets, la celeberrima e fondamentale raccolta di band garage/proto-punk compilata da un Lenny Kaye non ancora chitarrista del Patti Smith Group.
Seconda volta: con sua moglie e Andrew Loomis formando appunto i Dead Moon.
I Dead Moon si registravano e stampavano i dischi da soli, si organizzavano i tour da soli e il loro culto – diffusosi negli anni a livello mondiale – si basava su una sola cosa: la musica.
E nella vita di tutti i giorni Fred e Toody portavano avanti una famiglia e un negozio di strumenti musicali.
Un negozio che per anni ha fornito strumenti più che buoni a prezzi più che onesti a legioni di ragazzini alle prime armi.
Insomma, tutto quello che dovrebbe essere sempre IL PUNK.
E così è triste sapere che gente di questa pasta è costretta a darsi una calmata.
Ed è ancora più triste il mondo che ci ritroviamo/ci ritroveremo quando se ne andranno tutti gli altri Lemmy e Bowie e Andrew Loomis.
A questo punto c’è solo una cosa da fare: su di volume.
Già ci devo vivere in un mondo così… a ‘sto punto tanto vale farsi esplodere le orecchie per dimenticare.

Ogni giorno un brano intonato alla cronaca selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

 

Selezione e commento di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. xoxo <3

Radio Strike è un progetto per una radio web libera, aperta ed autogestita che dia voce a chi ne ha meno. La web radio, nel nostro mondo sempre più mediatizzato, diventa uno strumento di grande potenza espressiva, raggiungendo immediatamente chiunque abbia una connessione internet.
Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano attorno ad esso.

ACCORDI
Buongiorno ;)
Il brano di oggi…

Oggi torno di potenza verso il grande mondo delle notizie.
Ovviamente scivolando di ginocchia come facevo all’asilo che tanto ormai sono grande e mia madre non mi può più cazziare per i pantaloni che prendono fuoco.
Torno nel grande mondo delle notizie perché Spotify ci fornisce degli utilissimi consigli per la nostra sveglia mattutina.

“Atomizer” del 1986
“Atomizer” del 1986

Si sono gentilmente offerti di selezionare 20 canzoni per noi.
Lì per lì mi son detto: ma non l’ho fatto come volevo io per tutte le medie e le superiori con un normale stereo?
Poi ho deciso di ascoltarle tutte e, un po’ come prevedevo, mi è piaciuto solo Bill Withers.
Ho anche telefonato a mia madre per chiederle cosa ne pensava e lei mi ha ribadito un concetto che mi aveva espresso già ai tempi.
Il concetto è: Led Zeppelin = pentole e coperchi.
Tutto questo perché l’ho traumatizzata con Moby Dick e quell’assolo di batteria per qualche mese.
Ne ho preso nuovamente atto ma questa volta le ho dato ragione.
Ho anche approfittato della situazione per ringraziarla nuovamente perché grazie a quella sua fissa con gli Aerosmith, a lungo andare ho capito molte cose anche sui Led Zeppelin.
Poi ho messo giù e ho pensato che Spotify non ha pensato a me così ho pensato io a me e ho pensato a come mi sveglio io di solito.
E ho realizzato che mi sveglio ogni giorno in un modo diverso.
Se mi svegliassi con Walkin’ On Sunshine come suggerisce Spotify potrei fare una strage prima del caffè.
Troppi sbalzi di umore la mattina.
Quindi, basandomi su come mi sono svegliato ieri ecco la mia sveglia di ieri.
È un buon esorcismo per chi darebbe fuoco a tutto ogni mattina.
Ma anche un ritornello con una strizzata d’occhio che ogni ferrarese che si rispetti coglierà al volo.
Un indizio: Settimo.

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LA SEGNALAZIONE
Borderline: il festival no Siae al via oggi.

Al via oggi Borderline, il festival musicale che propone solo gruppi esenti da Siae, organizzato da Radio Strike, la prima web radio ferrarese.

da: ufficio stampa di Borderline

Borderline, il festival delle etichette indipendenti rigorosamente no Siae, inaugura sabato 5 settembre a Ponticelli di Malabergo.

Ci sono almeno nove buoni motivi per non perdere la prima giornata di Borderline, il festival delle etichette indipendenti che festeggerà la terza edizione tra sabato 5 e domenica 6 settembre a Malalbergo: Pueblo People, Plutonium Baby, The Smudjas, The White Mega Giant, Alga Kombu, Turi Messineo con Marco Pecorari, Lorø, Urali, Montauk.
La rassegna musicale, ospitata dall’accogliente parco che circonda La Casona, comincerà alle 15 e si protrarrà fino a notte inoltrata. Su due palchi allestiti per l’occasione si avvicenderanno alcune delle più interessanti proposte italiane, gruppi provenienti da un panorama decisamente indipendente e votato alla causa no Siae.
Apriranno le danze i Montauk – rock alternative, prodotti da Toten Schwan – e Urali, cantautore attualmente alle prese con il nuovo disco che uscirà a settembre per Stop Records. Seguiranno i Lorø, trio elettronico che farà vibrare l’aria della campagna emiliana con gli ottimi pezzi contenuti nell’album omonimo uscito a marzo, e le Alga Kombu, riott girls provenienti da Bologna, la cui attitudine è decisamente punk. Il live continuerà all’insegna della sperimentazione strumentale assieme a The White Mega Giant, prodotti da Shyrec, e Turi Messineo con Marco Pecorari. Al calare del sole protagonista della scena sarà l’energico punk rock al femminile delle The Smudjas, che dopo aver attraversato in lungo e in largo l’Europa porteranno il loro ultimo ep, “February”, anche nel verde della campagna emiliana.
Per chiudere alla grande si esibiranno i Plutonium Baby, gruppo storico romano dove si incontrano il rock’n’roll delle Motorama e la new wave dei Cactus, e i Pueblo People, trio milanese nato pochi anni fa ma accolto con grandi apprezzamenti sia dal pubblico che dalla critica grazie alle sonorità potenti dell’ultimo disco, “Giving Up On People”.
Il decimo motivo? Per tutti quelli che preferiscono apprezzare i concerti “dalle retrovie”, godersi la bellezza di queste ultime giornate estive tra amici e chiacchiere, vale la pena ricordare che Borderline non si apprezza solo sotto il palco ma anche curiosando tra dischi, dvd, libri, fanzine, illustrazioni, abiti serigrafati artigianalmente. Tra gli espositori ci saranno diciotto etichette indipendenti, assieme a due stand dedicati esclusivamente all’editoria. Alle 18.30 inoltre si terrà la proiezione di “Black Hole”, reportage realizzato da Turi Messineo per raccontare le controculture italiane dagli anni Sessanta ad oggi.
Per gli amanti della buona tavola la cucina sarà sempre aperta e a disposizione, con gustose ricette sia tradizionali che vegane, chi vorrà fermarsi per la notte troverà la zona camping a offerta libera, esattamente come l’ingresso.
Per essere aggiornati sulle tante iniziative proposte da Borderline e conoscere nel dettaglio il programma dell’iniziativa – organizzata da Radio Strike, la prima web radio ferrarese, e l’associazione Primo Moroni – basta seguire la pagina Facebook del festival.
Per ulteriori informazioni: borderline@radiostrike.org – 3935656638.

ACCORDI
La famiglia irreale.
Il brano di oggi…

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Picture Book di The Kinks.

È di questi giorni la pubblicazione sul Sun di alcune foto in cui la Famiglia Reale britannica si comporta in modo un po’ strano.
Un po’ come quel Mr. Hilter nel celebre sketch dei Monty Python.
Le foto pare siano del 1933 circa e tutti, dalla Regina Madre all’attuale Regina Elisabetta, fanno quel gesto che all’epoca andava parecchio.
È quel gesto, anzi quel saluto che fece anche David Bowie a bordo di una bella Mercedes “d’epoca”, mi pare a Victoria Station durante quel suo periodo diciamo “molto europeo”.
David Bowie fu giustamente massacrato per quella cosa.
A me viene un po’ da ridere.
In fondo di certe simpatie fra i membri della Royal Family si è sempre saputo e il video da cui sono prese le foto girò anche in forma di cinegiornale ai tempi.
La Famiglia Reale parla di “dispiacere per lo sfruttamento di immagini private”.
Il Sun si difende invocando “una certa rilevanza storica e il dovere di informare”.
Più o meno.
Io nel frattempo non riesco a smettere di ridere.
E a questo punto c’è solo una cosa che posso fare: ridere ancora di più.
Così stavo per scegliere Queen Bitch di Bowie come pezzo del giorno, sghignazzando ancora da solo.
Ma all’ultimo ho cercato di recuperare un po’ di aplomb.
E ho capito che un episodio del genere richiede uno sghignazzare un po’ più british.

album: The Kinks Are The Village Green Preservation Society (1968)

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Love a loser.
Il brano di oggi…

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Love a Loser di The Raincoats.

Da ragazzo che gira ormai da anni con una valigetta piena di “documenti di lavoro” oggi devo dire che proprio per questo sono un po’ commosso.
Ma se qualcuno si chiedesse “ah chissà che lavoro fa questo” io purtroppo sarei costretto a rispondere citando il Drugo in quella scena immortale: sono disoccupato.
E’ per quello che sono commosso, porca vacca.
Per quello e anche perché ho letto di questo 23enne di Liverpool, tale Jordan Lockett, che purtroppo attualmente si trova a vivere da senzatetto.
‘Sto tipo però pare aver avuto un gran colpo di fortuna perché mentre chiedeva qualcosa da mangiare ai passanti in Bold Street, si è trovato davanti questo Aaron O’Dwyer che usciva, vedi te il caso, da un colloquio di lavoro.
Notando un sacco di fogli, ovvero i “documenti di lavoro” di Lockett, O’Dwyer gli ha sganciato 5 sterline e si è accorto che quei “documenti di lavoro” erano curriculum.
E tutti iniziavano con questa frase: sono stanco di buttarmi via.
Non proprio il massimo come incipit per un CV ma forse, proprio perché colpito da quella frase, O’Dwyer ne ha fotografato uno, promettendo a Lockett che l’avrebbe postato sul suo Twitter.
In nemmeno un giorno sembra che la foto sia stata ri-twittata 3000 volte e questo vuol dire che adesso, quasi sicuramente, Jordan Lockett qualche possibilità di smettere “di buttarsi via” se la sia procurata.
Augurando una botta di fortuna simile a chiunque sia in quella condizione e/o quella in cui sono io ecco il pezzo di oggi.

album: Looking In The Shadows (1996)

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Chiedi chi erano gli Stooges.
Il brano di oggi…

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TV Eye The Stooges.

Oggi compie gli anni la Merkel e per quanto mi riguarda può anche esplodere la Quarta Guerra Mondiale, perché la Terza ce la stiamo vivendo, ma senza la fionda di cui parlava Einstein.
Io non avrò comunque orecchie perché 17 luglio per me vuol dire una cosa sola: Ron Asheton.
Nasce infatti il 17 luglio 1948, l’uomo che per me é LA chitarra elettrica.
Adesso persino Rolling Stone è sceso dal pero e lo piazza al numero 60 della “Classifica dei Migliori Chitarristi”, ma quando nel 1969 lui e gli Stooges se ne uscirono col primo album prodotto da John Cale, Rolling Stone prese una delle sue tantissime cantonate definendo gli Stooges “sballati scioperati”.
Era un’epoca in cui andavano le false finezze, se così le possiamo chiamare, ovvero assoli, assoli e assoli.
Di chitarra, di batteria, di pernacchie, di tutto.
Assoli ovunque, attaccati lì con lo sputo. Mi sa che anche il commesso al supermercato faceva gli assoli per battere gli scontrini.
E gli assoli possono essere una figata, sì, ma non sono per tutti. O almeno, fare degli assoli non è timbrare il cartellino, come sembrava d’obbligo allora, per dio.
Gli accordoni apparentemente semplici di Ron Asheton furono capiti da pochi, un po’ come accadde con la banana dei Velvet Underground.
Il vecchio Lester Bangs, però, capì al volo sottolineando anche come gli Stooges fossero la prima band americana a dichiarare l’influenza di quel disco con la banana in copertina.
Ascoltando Asheton sul primo disco si può intuire che suonasse la chitarra da neanche due anni.
Ma è in quei momenti di “inesperienza” e “incertezza”, che, soprattutto nel r’n’r, esce il meglio.
Perché ti trovi costretto a trovare il TUO modo e, come sottolineava Bangs, “This is possibly the ultimate rock ‘n’ roll story, because rock is mainly about beginnings, about youth and uncertainty and growing through and out of them.”.
Lo stile di Ron Asheton può sembrare sì grossolano, ma anche ben lontano da tutto ciò che alla lunga trasformò gran parte del rock’n’roll in paccottiglia.
Un pezzo come I Wanna Be Your Dog però brilla di un minimalismo e di una sobrietà molto più vicine a certa musica indiana e a certi compositori minimalisti che alla ginnastica da manico che tanto andava nel 1969.
Anticipa pure roba come Glenn Branca e, in campo strettamente r’n’r, praticamente TUTTO quello che venne dopo.
Dai Ramones che gli devono tutto, ai Joy Division, ai Sonic Youth e ai Nirvana, fino a certa drone music in cui si è infangato il metal da un po’ di anni a ‘sta parte.
Asheton assimilò la lezione di Hendrix, l’eleganza dei Doors e il rumorismo dei primi Velvet facendo confluire il tutto in uno stile davvero suo, figlio anche delle sue orecchie sottili da cultore del jazz.
E infatti è in Fun House, l’album successivo, che il tutto esplode in una sua crescita enorme e in uno stile ancora più aperto e libero ma sempre fedele a quel suo “less is more” e lontano anni luce dai dozzinali numeri circensi di cui si diceva prima.
C’è di mezzo una divertente storia di droga ma se anche uno come Miles Davis, proprio nel 1970, arrivò a dire “gli Stooges hanno una grande anima”, io dico che non c’è altro da aggiungere.
Purtroppo gli Stooges non durarono perché la loro etichetta li silurò quell’anno stesso a causa dei soliti motivi: i ragazzi non facevano girare un granché di soldi.
Il bubbone però nel frattempo era esploso e nel 1977 la cosa arrivò anche alle orecchie dei sordi.
Nel 2004 circa, fortunatamente, gli Stooges si riformarono per una delle poche reunion sensate.
Iggy ormai era il Papa del punk o “uno dei grandi estremisti della musica americana”, come disse Simon Reynolds. Ron Asheton, invece, non se la passava molto bene a suonare per pochi e a vivacchiare a casa della madre con gatti e birrette.
Ad ogni modo, gli Stooges ho avuto la fortuna di vederli nel 2006, dopo due giorni senza dormire, bevendo solo acqua e con un panino in corpo.
Era il primo concerto a cui andavo, un superfestival di quelli molto caotici.
Suonavano anche i Damned ma io ero lì solo per gli Stooges.
E alla fine fu un’epifania e, se fu un’epifania quella, non oso immaginare cosa potesse essere un loro concerto nel 1970.
Ron Asheton era irriconoscibile, sembrava Peter Griffin, come mi disse un amico che era lì davanti con me.
Ma dio, quando ha cacciato il primo accordo… la sua chitarra era ancora QUELLA.
Io ho imparato a suonare sui suoi pezzi e ancora oggi quando me li risuono, ogni volta in quegli accordi scopro ancora cose nuove.
Soprattutto quando mi butto su Fun House che, come dichiarò una volta Iggy, non è nient’altro che “variations on a theme by Ron”.
Ecco quindi una di quelle variazioni, con tanto amore e gratitudine eterna a un uomo che, purtroppo, fu costretto a giocare le proprie carte nell’età d’oro dei bari più cialtroni.

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Hemp for victory.
Il brano di oggi…

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Good Times di Willie Nelson.

Qualche notte fa io e un mio amico ce ne stavamo svaccati a parlare sul divano tentando di assorbire il massimo dell’escursione termica possibile.
Eravamo lì con le nostre birre e sigarette in mano quando a un certo punto la conversazione è finita sulla cannabis e sulle “sorprese” degli ultimi anni in materia di legislazione.
E in quel momento: pum, telepatia!
“VEDRAI CHE FARANNO COME CON LE SIGARETTE”.
E infatti ecco che puntualmente inizia a muoversi qualcosa anche nel nostro Bel (sì, ciao bel) Paese.
E infatti ecco che puntualmente, insieme a questa raccolta firme/proposta di legge arrivano anche i soliti commenti gusto “salame del mio vecchio nonno di campagna”.
Naturalmente è il solito Salvini ad aprire la gara di rutti al salame.
Ma per fortuna e anche per pietà, forse per paura nell’attesa delle parole di uno come Giovanardi ecco che il mio cervello trema e mi anticipa con una vocina che mi dice NO COMMENT.
Se ne possono dire tante sulla legalizzazione della cannabis.
Ma direi che certe cose sono oggettive.
In primis, in un paese come il nostro, che da sempre si è appoggiato a questa pianta dai mille utilizzi una proposta così è senza dubbio positiva.
E in un momento come quello che stiamo vivendo direi che le ricadute economiche non sarebbero una cosa da poco.
In secondis però, avendo ben presente il fanatismo di certi “adepti” un po’ mi viene male, soprattutto se penso a quei retrogradi da sempre attenti a marciare sui cliché del ragazzino che trasforma una semplice pianta in uno stendardo.
Ma secondo me io e il mio amico possiamo dirlo ancora: finirà come con le sigarette.
La cosa che un po’ mi inquieta è la modalità con cui arriveranno gli inevitabili cartelli com’è successo appunto con il tabacco.
Ma così su due piedi senza dubbio i pro sembrano più numerosi dei contro.
Poi è ovvio che queste siano cose più grandi di noi com’è ovvio anche che questa non troppo improvvisa apertura sia parecchio diversa dalle pittoresche performance di Pannella che ricordo da quand’ero piccolo.
Ovvio anche che la spinta venga quasi sicuramente dalle ultime mosse viste negli USA.
In fondo quelli sono gli stessi eterni ragazzi che nel 1942 circa, in mancanza di nylon per le corde da usare sulle navi da guerra girarono in fretta a furia un bellissimo film di propaganda dal titolo davvero roboante: HEMP FOR VICTORY.
Attendiamo dunque, come sempre da spettatori, gli sviluppi di questa questione che da sempre fa sognare grandi e piccini.
Ma che da sempre appassiona anche un “nonno di campagna” un bel po’ diverso da quel nonno che fa il salame.
In prima linea da tempi non sospetti, “aperto” e secondo me anche lucido come pochi sulla questione.
Augurando a tutti di imparare a riconoscere il Texas in casa propria lascio dunque la parola a questo “buzzurro” che in Texas c’è nato e cresciuto.

album: Good Times (1969)

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Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano attorno ad esso.

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Born To Lose.
Il brano di oggi…

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Lonely Planet Boy di Johnny Thunders.

In mezzo a tutti ‘sti accordi e abbracci vari di cui leggo sui giornali – accordi sulla Grecia, accordi sul nucleare iraniano, l’abbraccio della sonda con Plutone ma soprattutto l’abbraccio dei fan di vascorossi con il caldo e la coda per entrare al suo concerto a Padova una cosa su tutte mi ha colpito: l’abbraccio di un fan in coda con un grande classico, l’eroina.
Ebbene sì, questo tipo ha pensato di farsi un buco proprio nel bel mezzo della fila per i biglietti davanti a centinaia di persone.
Una cosa un bel po’ grottesca.
A me una cosa simile è capitata mentre aspettavo l’autobus in stazione qualche anno fa e, vedi te il caso, avevo in cuffia la banana dei Velvet Underground e di nuovo, vedi te il caso, il pezzo che stava andando in quel momento era “Heroin”.
Il tipo si era sparato la sua pera e stava attraversando la strada in direzione di quel portico quadrato sotto cui, come sa chiunque bazzichi Ferrara, all’epoca (o anche adesso?) c’era un distributore di siringhe.
In quel momento mi sono sentito un po’ strano perché sì “Christiane F.” l’abbiamo visto tutti, “Drugstore Cowboy” l’ho visto almeno tre volte, “il Pasto Nudo” l’ho letto a 13 anni e “Please Kill Me” me lo leggo ogni mattina in bagno, ma non mi era mai capitato di vedere quella cosa nel mondo reale.
E quella volta così, d’istinto “Heroin” l’ho mandata avanti.
Però oggi è anche il compleanno di John Anthony Genzale Jr. a.k.a. Johnny Thunders, uno dei più celebri italiani all’estero straight from Calabria dritto a New York e ancora meglio ai New York Dolls e poi agli Heartbreakers.
Non entrerò nei dettagli sulla sua vita ma mi limiterò a sottolineare quella cosa azzeccata che Wayne Kramer, proprio in “Please Kill Me” disse riguardo a lui: riusciva sempre a strappare la sconfitta dalle fauci della vittoria.
Più o meno.
E infatti diventò un peromane per calmarsi la paranoia da anfe.
Quindi oggi un classicone dei NY Dolls, in versione decisamente calmata, dritta dal mio album preferito del Johnny Thunders solista.

album: Hurt Me (1983)

Selezione e commento di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. xoxo <3 Radio Strike è un progetto per una radio web libera, aperta ed autogestita che dia voce a chi ne ha meno. La web radio, nel nostro mondo sempre più mediatizzato, diventa uno strumento di grande potenza espressiva, raggiungendo immediatamente chiunque abbia una connessione internet.
Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano attorno ad esso.

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La_Bastiglia_in_una_stampa_dei_primi_dell'ottocento

ACCORDI
A hungry mob is an angry mob.
Il brano di oggi…

Ogni giorno un brano intonato alla cronaca selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

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L’opportuniste di Jacques Dutronc.

Oggi è il 14 luglio e proprio come quel giorno cade di martedì.
Questa ricorrenza mi fa balenare in testa parecchie riflessioni su come funzioni la storia ma anche qualche riflessione un po’ sinistra sull’attualità.
In fondo si tratta di un avvenimento che all’epoca sembrò “solo” l’ennesima fra le tante bazzecole causate dalla marmaglia che non ne poteva più.
Solo con il tempo e il sedimentarsi degli anni ha preso quel significato simbolico che conosciamo tutti più o meno bene.
Come conosciamo tutti più o meno bene gli inarrestabili battutoni che partivano istantaneamente alle parole “Presa”, “della” e “Bastiglia” durante le lezioni di storia.
Io ho un amico che abita a Bastiglia, in provincia di Modena.
Non oso immagina quale inferno si potesse scatenare nelle aule della sua scuola elementare quando si arrivava alla Rivoluzione Francese.
Però non oso immaginare neanche quale inferno potesse essere un casino come quello di quegli anni.
I dittatori li ho visti cadere solo in tv ed ero troppo piccolo per ricordarmi di Ceausescu.
E quando dico “visti cadere” intendo Fidel che inciampa e cade, niente di più.
Tutta un’altra storia.
E adesso che l’aria nella decrepita Europa non sembra molto salubre mi chiedo se tutte quelle teste tagliate possano essere una cosa ripetibile nel 2015 e oltre.
Ricordando certe scene più o meno fresche viste nel ‘900 direi anche sì.
Magari senza quel piglio splatter così spinto che andava alla grande durante la Rivoluzione Francese.
Ma come ha detto Bob Marley, quindi non proprio un fine politologo “a hungry mob is an angry mob”.
Una frase molto più credibile di un rasta che pontifica sull’economia mondiale.
Ma chi si vuole appoggiare a un rasta?
La parola a un celebre politologo francese.

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album: L’opportuniste (1969)

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ACCORDI
Ha.
Il brano di oggi…

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Sound Of Dentage di Fecal Matter.

Anche se mi arrabbio più volte al giorno il pianeta in cui vivo non smette mai di deludermi.
Scopro infatti questa notizia freschissima che mi ha fatto galoppare i gattini (non i criceti, proprio i gattini) in testa a una velocità “ventilatore a 3”.
La notizia è: ventiduenne libanese in vacanza a Roma con amici ha sfregiato il Colosseo.
Ovvio che non condivido ma posso comprendere.
Il vandalismo è da sempre uno dei bisogni primari dell’uomo.
Se avessi una posizione di anche vago potere cercherei di regolamentare la questione, davvero.
Tipo, in primis istituirei una bella federazione con un gran bel logo, tirerei su tanti bei circoli appositi e in secondis proporrei una bella giornata nazionale dedicata a questo antico hobby.
Ma mica così facendo cadere ‘sta cosa dall’alto.
Presenterei quintalate di scartoffie per ottenere l’approvazione del popolo.
In fondo ci sono un sacco di proverbi molto saggi sul vandalismo e in fondo siamo stati tutti almeno una volta nella vita attratti da questa cosa.
Però c’è questa domanda che mi fa uscire di testa: ma perché questo c’ha scritto proprio le sue iniziali?
Ma che senso ha?
Se ti devi beccare cazziatone e multa e/o finire dentro vacci almeno per un motivo memorabile!
“HA”.
Ma si può?

Con tutte le cose divertenti che poteva scrivere ha scritto “HA”.
Neanche i puntini c’ha messo.
Boh.
Ho capito che non sei Basquiat ma porca vacca, potevi fare di meglio.
Disegna degli animaletti, delle stelline, boh qualcos’altro.
Persino un classicone come “SCEMO CHI LEGGE” sarebbe stato un colpo migliore.
In arabo poi, pensa che bello.
Pensa che scherzone con tanto di “panico attentati” che poi diventavi il cocco dei TG.
Invece no, le iniziali come l’altro russo che c’ha messo una K l’ultima volta.
Boh.
Visto che non ci sono neanche più i vandali di una volta ho deciso che oggi onorerò un vandalo celebre e decisamente più creativo nell’esercizio di questo hobby senza tempo.
Soprattutto ai tempi in cui registrò ‘sto pezzo come si può ben vedere dall’immagine fissa del video.

vandalismo-colosseo
Fecal-Matter-cover
album: Illiteracy will prevail (1985/6)

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ACCORDI
Neu! e l’oro.
Il brano di oggi…

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Hero di Neu!.

E’ passata una settimana dall’esito del referendum in Grecia e mi fanno notare un certo calo di entusiasmo a riguardo dopo le notizie degli ultimi sviluppi su trattative, piani vari, ecc.
Addirittura, sempre secondo i miei informatori, pare si sia girata la frittata e non c’è il volto di Nostro Signore Gesù Cristo perché eh oh non è mica una tortilla.
La frittata si è girata e c’è la faccia di Tsipras.
Lo so, anche a me è sembrato strano.
Io fino all’ultimo avrei detto Yanni.
Invece no.
Secondo i miei informatori (che posso definire assai scientifici) pare che Tsipras sia già passato alla qualifica di “ex eroe” e/o “traditore” a causa di quello che alcuni chiamerebbero ACCORDO DI POTERE.
Io posso solo dire che forse Tsipras è il primo “politico bubblegum” della storia.
Non lo so.
Come dice un uomo molto più saggio di me, questa è una questione con un sacco di input e di output.
Ci sono di mezzo cose complicatissime che odorano di acciaio, raudo gusto forte e carta. Tanta carta e di vari tipi. Anche Syriza stessa sembra una marca di cartine.
Poi come mi faceva notare un altro amico sembra che tutti siano diventati economisti.
Di nuovo, anche qui mi rimetto e rimetto.
Lascio tutte le congetture e anche le marmellate ai nostri amici economisti e magari anche a Rita Dalla Chiesa se avesse voglia di spararne un’altra delle sue.
Se posso intanto vorrei spararne una delle mie e dire solo: Rita Dalla Chiesa Ortodossa.
E poi vorrei gioire soffermarmandomi per questa bella notizia: tutti se non altro sanno scrivere correttamente TSIPRAS.
Non me l’aspettavo.
Scrivendo questo articolo avrò sbagliato a scriverlo in almeno tre modi diversi.
Ma io sono un ragazzo di campagna.
E visto che se per oggi avessi scelto un pezzo di Yanni avrei fatto arrabbiare la Germania ho fatto anch’io come Tsipras e ho optato per un ACCORDO DI POTERE con la Germania.

yanni-if_i_could_tell_you
Neu-75
album: Neu! (1975)

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L’eroe del giorno.
Il brano di oggi…

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Crush with Eyeliner R.E.M. (feat. Thurston Moore).

Oggi sento il dovere di onorare un eroe. Non so davvero chi sia ma l’ho ammirato subito appena ho letto la notizia della sua meravigliosa impresa.
Questo personaggio, tale James McElvar, cantante della boyband scozzese Rewind ha dovuto prendere un aereo da Londra a Glasgow. Ma non ha voluto pagare le 45 sterline in più per il suo bagaglio di vestiti. Quindi cosa si inventa il nostro uomo?
DODICI STRATI DI VESTITI.
Ti schiaccio un cinque alto, ragazzo.
Ecco i numeri della sua impresa:
-6 magliette
-4 maglioni
-3 paia di jeans
-2 pantaloni
-1 giacca
-2 cappelli
SUPER.
Si è anche vantato su internet.
Peccato poi sia svenuto durante il volo.
Direi la cosa più assurda successa a bordo di un aereo dai tempi di Peter Buck che urla “I am R.E.M.” ubriaco e fa esplodere un vasetto di yogurt.
E anche la miglior performance coi vesiti a cipolla dai tempi di Thurston Moore durante uno dei primi tour europei coi Sonic Youth.

Quindi visto che la boyband di James McElvar farà sicuramente schifo e io non ho pensato nemmeno per un secondo di ascoltare un loro pezzo prendo due piccioni con una fava e per oggi vai con un classicone contentente sia Peter Buck che Thurston Moore.

remo-monster
album: Monster (1994)

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La mia buona scuola.
Il brano di oggi…

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1969 di The Stooges.

Quindi alla fine pare sia passata ‘sta riforma della scuola.
Anzi, senza pare perché è passata proprio e le pare arriveranno adesso.
Confesso di averci capito poco come sempre o almeno devo ammettere che non è il mio campo.
Ogni volta che sento parlare di scuola o istruzione o educazione sono sempre perplesso.
Forse un po’ per la mie esperienze all’interno del sistema educativo e forse un po’ per un naturale pessimismo/scetticismo che il buon Dio mi ha fornito in dotazione parecchio tempo fa.
Di sicuro è un argomento complesso e di sicuro è meglio che io me ne tenga fuori.
Per come l’ho sempre percepita io la scuola è una cosa che ti becchi sul groppone dai 6 anni di età, nient’altro. Sì, poi c’è quel momento in cui a 13 ti dirottano verso un altro stabilimento e lo devi scegliere tu.

Ovviamente ho anche dei bei ricordi. Ma forse si limitano alla prof di sostegno di una mia compagna delle medie che entra in classe con una borsa di dischi degli Stones.
Diciamo che dalla scuola ho imparato a interessarmi al r’n’r degli anni ’60/’70 integrandolo alla mia dieta a base di Nirvana e Aerosmith.

Ricordo anche un giorno in cui durante una noiosissima ora di algebra alle superiori presi la decisione di imparare a suonare la chitarra. Non propriamente un compito del sistema scuola.
Ma è un discorso vecchio come il Giovane Holden direi. Un po’ una palla, vero?

C’è un mondo brutto e cattivo là fuori e forse la scuola è questo: un buffet con tanti assaggini che anticipano anche gli aperitivi a cui dovrai essere preparato per una tua eventuale carriera universitaria.

Brindiamo quindi a questa bella americanata di riforma con il classico ritardo di 20 anni e ridiamo perché persino in America approcci come questo iniziano a essere messi in discussione.
A un classico si risponde con un classico.

album: The Stooges (1969)

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Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano attorno ad esso.

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Lee_Hazlewood_Garden_Courtesy_of_Mark_Pickerel

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Poeta, idiota o straccione?
Il brano di oggi…

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Poet, Fool or Bum di Lee Hazlewood.

Visto che questa stagione così povera di sacralità non accenna a mollare la sua morsa letargica e visto che sono un ragazzo con un forte senso del sacro ho capito che mi rimane solo una cosa: una sana ritirata nel mio pantheon.
Si sta comodi ma soprattutto al sicuro là dentro.
Quindi, anche se non ho addosso degli stivali oggi mi pare giusto celebrare un uomo che di stivali ne sapeva parecchio: Barton Lee Hazlewood. Ma che nome tostissimo è?
Magari a qualcuno non dice niente ma a quei qualcuno suggerisco di riguardare il famosissimo video in cui Nancy Sinatra fa quel balletto. Quel classicone però è solo la punta dell’iceberg.
Quell’uomo ha un catalogo esteso almeno quanto il Texas.
Dagli strumentali prodotti insieme a Duane Eddy negli anni ’50 alla sua più celebre invenzione: quella roba che qualcuno ha chiamato “cowboy psychedelia” o “saccharine underground”.
Ovvero tutti quei suoi duetti con Nancy Sinatra e successivamente Ann Margret o meglio ancora le sue tonnellate di dischi solisti. Saccharine underground a me fa parecchio ridere ma cowboy psychedelia ci azzecca parecchio. In sostanza il baffone fa parte di quella nobile stirpe di “svecchiatori del country”. E infatti quand’è sbucato un giovanissimo Gram Parsons lui ha capito al volo.
Ma quella roba da cowboy lui l’ha svecchiata come nessuno prima.
In modo ancora più radicale rispetto a Gram Parsons, Willie Nelson e quella risma.
Il suo ruolo non si limita alle vaccate da vaccari.
Io l’ho sempre visto come un tipo speculare a Gainsbourg ovvero L’Eleganza, anche se con quel piglio da cowboy. E infatti la genialata è quella: siringhe di Chanel n°5 dritte nei muscoli di Bonanza.
Un bel lavoro difficile in cui il kitsch può essere sempre dietro l’angolo.
Perchè fare il francese elegantone è facile se non naturale.
Lo sappiamo tutti. Chi non ha mai detto “je t’aime”, “composé” o persino “baguette” o “Jacques Cousteau” per darsi un tono? Il figurone è assicurato, ovvio.
Se invece nasci in Oklahoma e ti laurei in medicina in Texas no: cowboy psychedelia, Texas posto di buzzurri, se vuoi essere cafone metti il nero col marrone, se vuoi esserlo di più metti il nero con il blu.
Le etichette sono facili e come diceva qualcuno prima di me sono “le scorciatoie del cervello”.
Quindi oggi mi viene naturale onorare una figura che ha passato la propria vita a mettere spessissimo il nero col marrone ma anche il marrone col blu che a me per esempio piacciono molto. E a polverizzare le etichette senza spocchia aggiunta.
Così poca spocchia che ha polverizzato anche la sua di etichetta, la LHI e così poca spocchia che persino lui se lo chiedeva: “poeta, idiota o straccione“?
Io non ho problemi, spesso ‘ste tre cose vanno a braccetto.
Ma non si può mantenere una propria eleganza anche in quel caso? A bomba e infatti si rispondeva da solo: NO, I’M ONLY ME.
Quindi auguri a quel baffo ma anche al suo baffo vero e proprio che a me personalmente ha sempre insegnato tanto. C’è? Non c’è? Come sulle copertine dei suoi dischi.
Esiste addirittura una branca di Lee Hazlewoodologi che giudica il valore dei suoi dischi in base al baffo in copertina. Discone se c’è il suo faccione col baffo, paccottiglia se non c’è il baffo.
Ma quelli sono pazzi.
Non hanno capito niente perchè quel baffo è un baffo ideale ed archetipico che vive di luce propria e appunto c’è anche se non c’è. Quel baffo è sempre vivo e lotta insieme a noi.

Lee_Hazlewood_Garden_Courtesy_of_Mark_Pickerel
album: Poet, Fool or Bum (1973)

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Elogio del silenzio.
Il brano di oggi…

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Nothin’ di Rowland S. Howard.

In ‘sti giorni ho letto una notizia che mi ha fatto pensare al mio primo compagno di band.
Ripete spesso ‘sta cosa: c’è molto poco da dire.
E’ una delle sue frasi classiche che lancia sempre con grande eleganza, soprattutto se è seduto su un divano o a tavola.
Questa cosa che mi ha spinto a una riflessione su una virtù poco à la page di questi tempi: il silenzio.
La mia testa è volata con naturalezza verso quelle belle cose che diceva John Cage.
Pare che l’ideona per il suo pezzo più famoso, 4′ 33″, gli sia venuta dopo una visita alla camera anecoica di Harvard.
Nonostante fosse una stanza adibita al “silenzio totale” lui ha sentito due rumori.
Io non ci sono mai entrato in una di quelle stanze ma mi fido ciecamente di lui.
Con quelle orecchie può dire ciò che vuole, dice il proverbio.
Io poi proprio non gli posso dare torto perchè ieri pomeriggio, lanciatissimo, ho deciso di registrare la mia cover di 4’33” e mi sono accorto subito della cosa che ha generato quel suo bel ragionamento: sentivo la ronza della mia chitarra nell’amplificatore.
Ma bella alta anche. E mischiata con ‘ste cicale eterne.
Quel pezzo è davvero difficilissimo da rifare.
Di nuovo, quel vecchio raccoglitore di funghi aveva ragione: è impossibile arrivare al silenzio totale.
La vera figata però è l’attenzione che questo pseudo-silenzio dovrebbe portare su ciò che nemmeno lui, lo pseudo-silenzio, riesce a coprire.
E di nuovo Cage ha avuto ragione perchè mentre ascoltavo la ronza delle mie orecchie mi è arrivata ‘sta cosa: a Mosca, in Piazza del Maneggio, proprio vicino alla Piazza Rossa pare ci sia stata una lite fra un sosia di Stalin e un sosia di Lenin.
Ovviamente è stato Stalin a iniziare, colpendo Lenin a ombrellate.
Tre, per la precisione.
Quindi visto che il silenzio non si può comprare al supermercato almeno il “no comment” è abbordabile e direi d’obbligo per una notizia del genere.
E visto che per molti 4’ 33″ è una truffa ecco l’unica cosa migliore di niente ovvero niente.

album: Pop Crimes (2009)

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Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano attorno ad esso.

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Ringo-Starr-the-beatles

ACCORDI
#peaceandlove: buon compleanno Ringo.
Il brano di oggi…

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Tomorrow Never Knows di The Beatles.

Purtroppo nella mia vita ho avuto qualche problema coi batteristi.
Oggi quindi non posso proprio fare a meno di inchinarmi davanti ai 75 anni di un Genio: Ringo Starr.
Sento già le pernacchie ma sono pronto a ribattere.
Di solito il ventaglio di giudizi su Ringo come impugnatore di bacchette spazia da: “L’uomo più fortunato del mondo”, “batterista mediocre” “lo sfigato in mezzo ai geni” alle più “gentili” variazioni sulle parole “senza infamia e senza lode”.
Lo ripeto: per me resta un genio se non il miglior batterista di sempre e/o uno dei batteristi più avanti di sempre.
E’ vero, non era un virtuoso (grazie a Dio, se posso permettermi…).
Ma a favore mio e di ‘sto nasone ci sono parecchie prove che provvederò a scaricare qui con il bilico (clic qui per ascoltare).
Io direi che questa è testa e di nuovo, genio.
E qui siamo ancora in quel settore, se non al free jazz (clic qui per ascoltare).
Per poi arrivare a questo (clic qui per ascoltare) che secondo me è un vero enigma oltre a una delle cose più personali mai sentite su una batteria.
Ogni volta che lo sento picchiare mi meraviglio di quanto sia al tempo stesso classico ma lontano dai cliché.
Se poi qualcuno volesse partire con la lagna il mio consiglio è: questi sono pezzi pop, non è Mingus e non è Coltrane.
E occhio perchè nei dischi di Mingus o di Coltrane non troviamo virtuosismi da discount.
Per i virtuosismi da discount ci sono aree apposite.
Ci sono sforzi atletici, clinic di batteria e li lascio volentieri a chi li cerca perché a me piacciono tre cose: le canzoni, la roba tripposissima (come M&C lì sopra) e il rumore puro.
E Ringo queste tre cose le ha spesso unite anche all’interno della stessa canzone.
Questa notte mi sono perso in chiacchere sui Beatles con un mio amico.
Lui mi ha suggerito una possibile lettura di questa scarsa considerazione di cui è vittima il nostro nasone: in mezzo a quelle melodie così belle la batteria te la perdi un po’ per strada.
Forse è vero. Ma cosa dire del pezzo che ho scelto per oggi?

Ringo-Starr-the-beatles
album: Revolver (1966)

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ouzo ouzo

ACCORDI
Grecia: istruzioni per l’ouzo.
Il brano di oggi…

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The Theme Of The Day di The Knacks.

E alla fine il referendum in Grecia ha smentito sia me che il mio amico greco.
Eravamo tutti e due un po’ scettici su una possibile vittoria del no.
Lui mi diceva che là la paura era tanta e proprio per questo molta gente avrebbe votato sì.
Adesso c’è da capire cosa succederà.
Io ho in testa un sacco di cose e davvero non so cosa aspettarmi. Il mio amico pure.
Però ci siamo resi conto di avere le idee un po’ più chiare di Rita Dalla Chiesa (riportiamo il suo commento sulla Grecia uscito su Facebook in fondo all’articolo, ndr).
E’ da ieri pomeriggio che cerchiamo di interpretare l’idea che ha questa donna riguardo alla Grecia e alla gente che ci abita. Ma c’è un lato positivo: abbiamo riso tutto il giorno.
Purtroppo però il mio amico non ha saputo confermarmi se i suoi connazionali si accontentano davvero di un tavolino blu (?) accanto al mare, un po’ di formaggio con le olive, un piatto di patatine “ignoranti”. Non ha neanche saputo dirmi come siano queste patatine “ignoranti”.
Ed è anche parecchio bravo con le patate lui. Davvero. Uno dei due sommelier della patata che conosco. Entrambi però eravamo d’accordo su una grave dimenticanza di Rita Dalla Chiesa: i MUDHONEY.
In Grecia vanno davvero forte. E’ grazie a loro che io e il mio amico ci siamo conosciuti. Ma forse Rita Dalla Chiesa non li conosce.
Quindi proverò ad allargare gli orizzonti di Rita Dalla Chiesa con questo bel pezzo al sapore di feta e olive.
Ciao, scappo a rovesciarmi in testa dell’ouzo su skype col mio amico!

album: Greek Garage Bands Of The 60’s
ouzo

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ACCORDI
A qualcuno piace caldo. A me no. .
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Rake di Townes Van Zandt.

Oggi è domenica, di nuovo.
E c’è un caldo orrendo, di nuovo.
Sui giornali si parla di “emergenza caldo” e “BOLLINO ROSSO”.
Non lo so, ma non ne parlano ogni anno?
Quest’anno però grosse novità: mancano i soliti mantra come “bere molta acqua”, “mangiare molta frutta”, “adotta un anziano e portalo al supermercato”.
Mi viene voglia di prendere un megafono, piazzarlo sul balcone e urlare quei consigli saggi con il fervore di Totò quando faceva quello sketch.
Dicono che il picco dovrebbe arrivare proprio oggi e “un nuovo picco” arriverà la settimana prossima.
Boh.
Alcuni, anche alla luce di queste piogge blitz mi parlano di una “tropicalizzazione del clima”.
Non so cosa pensare.
Mi sa che fino a quando non vedo i tucani e le scimmiette preferisco non pensarci.
L’unica cosa che posso fare è soffrire più o meno in silenzio.
Per fortuna ho i miei rimedi non “della nonna” ma “da nonna” proprio.
La mia lista di dischi assorbicaldo.
Fanno come le piantine con quella storia dell’anidride carbonica e dell’ossigeno.
Quindi ecco una piantina per oggi.

album: Delta Momma Blues (1971)

Selezione e commento di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. xoxo <3 Radio Strike è un progetto per una radio web libera, aperta ed autogestita che dia voce a chi ne ha meno. La web radio, nel nostro mondo sempre più mediatizzato, diventa uno strumento di grande potenza espressiva, raggiungendo immediatamente chiunque abbia una connessione internet.
Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano attorno ad esso.

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ACCORDI
Independence flag.
Il brano di oggi…

Ogni giorno un brano intonato alla cronaca selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

[per ascoltarlo cliccare sul titolo]

The Night They Drove Old Dixie Down di The Band.

Ebbene sì, l’avevo previsto ed è successo.
Questa cosa della bandiera confederata è arrivata all’apice negli Stati Uniti.
Non sabato scorso con quella tipa che è salita sul pennone a tirarla giù ma in ‘sti giorni con la notiziona: LA CBS HA SOSPESO LE REPLICHE DI HAZZARD.
La motivazione non è stata resa nota ma si può intuire facilmente.
Posso ridere? Chissene, tanto ho già riso tutto ieri.
In realtà la mia previsione era: assolderanno qualcuno che ritoccherà ogni scena di Hazzard in cui si vede il tetto della macchina.
Però forse anche i nostri amici yankee hanno pochi soldi e beh, via così, tabula rasa, taglio netto.
Ovviamente sono fatti loro ma ‘sta cosa mi lascia un po’ così.
Se posso pemettermi, pensano di aggirare il/i problema/i in quel modo?
Smettere di vendere quelle bandiere?
Smettere di passare Hazzard in TV e a ‘sto punto mettere anche dei bip in certi punti del pezzo che ho scelto per oggi?
Io li amo ‘sti americani nonostante tutta la brutta roba che si portano dietro, se non altro mi fanno sempre ridere.
Anche se forse a questo punto c’è davvero poco da ridere.
Si può discutere per giorni sul significato di quella bandiera, simbolo di schiavismo e odio razziale o memoria di mezza nazione che ancora si vive male quel ricordo.
Boh. Forse basterebbe anche solo ricordare che nel “buon Nord” parecchia gente che manifestava contro la schiavitù fu linciata in nome del caro vecchio “non vogliamo rogne qui”.
Forse in realtà è questo che brucia e brucia con tante altre cose che si porta dietro.
Buona festa del tacchino, ceffi.

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album: The Band

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Favola blues.
Il brano di oggi…

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You Are My Sunshine di Mississippi John Hurt.

Oggi è il 3 luglio ed è la giornata mondiale spazza-via-ogni-tipo-di-stereotipo.
Infatti pare che oggi (o a marzo) sia nato Mississippi John Hurt, l’uomo che più di tutti ha spazzato via gli stereotipi sulla musica afroamericana.
E’ stranissimo che non abbiano ancora fatto un film su di lui.
Nato a Teoc (forse) il 3 luglio 1893 (o 1892), ovviamente in Mississippi, ottavo di dieci fratelli. A nove anni inizia a suonare una chitarrazza che pare gli abbia comprato sua madre per un dollaro e mezzo. La mitologia “da bluesman” però si ferma qui.
Niente diavolo, niente incroci. Solo un lavoro da bracciante ed esibizioni alle feste in campagna.
Le cose “strane” invece iniziano più o meno nel 1923, quando John Hurt inizia a suonare con Willie Narmour, violinista e pure bianco. Nel 1928 Narmour vince un concorso e gli viene offerta una sessione in studio a cui invita il suo amico John Hurt. Non mi ricordo bene ma pare che i due vadano a registrare a Memphis in macchina e che in quella macchina ci fossero anche lo sceriffo e un tipo che produceva whiskey in casa. Vedi te di nuovo gli stereotipi. John Hurt registra due pezzi, lo stesso anno ne registra altri undici a New York ma poi sparisce.
Nei primi ’60 però, all’epoca del folk revival, un certo Tom Hoskins si mette in testa di andare a cercarlo. Si deve sbattere come un pazzo ma la scintilla arriva quando capisce che in Avalon Blues il nostro non parla della leggendaria Avalon ma di quel buco di posto in cui abita.
Ovviamente lo trova e ovviamente John Hurt torna in auge diventando il più luminoso dei “bluesman ritrovati”.
Non tanto per la sua storia ma per il suo stile completamente diverso da tutto ciò a cui siamo abituati a pensare quando ci dicono “blues”.
A parte l’assenza di quella mitologia tipica la vera aura unica di John Hurt è quel suo stile di chitarra nero ma bianco, blues ma country che come una volta ha detto una mia amica lo rende “il bluesman pop”.
Pare che la chitarra abbia imparato a suonarla da autodidatta e probabilmente è proprio da quel suo metodo che arriva quel suo stile così lontano dai cliché della “chitarra blues”.
E infatti Elizabeth Cotten, unico altro esempio simile ha fatto lo stesso.
Un classico del punk, praticamente. E quella voce poi, porca vacca. Completamente diversa diversa da tutti gli altri e di nuovo nera ma anche bianca ma completamente sensata visto che il nostro amico adorava quel biancuzzo di Jimmie Rodgers.
Auguri quindi al tranquillone del blues, punk inconsapevole, inventore di John Fahey ma anche trendsetter inconsapevole.
Vedi il bellissimo cardigan che sfoggia sulla copertina del disco da cui ho preso il pezzo di oggi.
Nettamente in anticipo su Bill Cosby.

PS:
La storia del viaggio in macchina, insieme a tante altre belle storie e a un’analisi da manuale ma da Manuale proprio, roba da testo universitario si trova in “Musica di Plastica: La ricerca dell’autenticità nella musica pop” di Hugh Barker e Yuval Taylor.

In Ariostea c’è!
(Se non lo trovate quasi sicuramente è perchè l’ho preso in prestito di nuovo io. Quindi se volete leggerlo scrivetemi che vado a metterlo giù e potete prenderlo voi.)

album: D.C. Blues – The Library Of Congress Recordings Vol. 2

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66-beatles

ACCORDI
Un altro centro commerciale.
Il brano di oggi…

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If I Needed Someone, The Beatles.

Aprendo internet e guardando le notizie ieri mi è venuto un po’ il magone.
Apro Facebook e vedo sul profilo di Ted Falconi ‘sto video allucinante in cui scorre tutta la demolizione di Candlestick Park.
Candlestick Park era lo stadio storico dei San Francisco 49ers, squadra di football locale.
Non che io abbia mai seguito il football, anzi, non c’ho mai capito niente e mi è sempre sembrato parecchio noioso.
La cosa che mi ha fatto venire il magone è stata il pensiero dell’ultimo concerto dei Beatles proprio lì a Candlestick Park prima del ritiro dai live e della bunkerizzazione in studio per il loro periodo “sperimentale”.
I Beatles che arrivano a Candlestick Park il 29 agosto del 1966 infatti sono esausti e svogliatissimi, si può dire anche nauseati dall’idea di salire su dei palchi con sistemi di amplificazione che ancora, come agli inizi della Beatlemania, non riuscivano a coprire le urla del pubblico.
I Beatles stessi dicevano che a volte quelle urla erano così forti che non si sentivano nemmeno fra loro sul palco e ‘sta cosa in certi momenti li costringeva ad andare quasi a tentoni.
E infatti dal pezzo di oggi un po’ si sente come non vedessero l’ora di scendere e tornarsene a fare casino in albergo e/o dormire e/o a pasticciare in studio con le cose nuove che avevano in testa.
Cosa che saggiamente decisero di fare.
Quindi facciamo ciao ciao a questo pezzo di storia buttato giù per costruire cosa?
Esatto, proprio come col CBGB’s.
Un altro posto che vende fuffa e delle belle casette nuove!

66-beatles
the-beatles-live-candlestick-park-august-29th-1966-cd
album: Candlestick Park

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1971-Willie-Dixon

ACCORDI
L’omone da un milione di $.
Il brano di oggi…

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I’m nervous di Willie Dixon.

Oggi è il primo di luglio e con tutto quello che c’è in giro scelgo di focalizzarmi su un omone da un milione di $.
Oggi, infatti, compirebbe 100 anni Willie Dixon, figura davvero gigantesca nella storia della musica e non solo, visto che durante la Seconda Guerra Mondiale si è fatto 10 mesi di gabbia in quanto obiettore di coscienza.
E’ stato il bassista, l’autore, l’arrangiatore, il produttore e pure il talent scout di casa alla Chess Records di Chicago e ha finito per scrivere più di 500 canzoni.
E la maggior parte di ‘ste canzoni sono diventate i più grandi classiconi di quello che chiamiamo “blues elettrico” o “Chicago Blues”.
Da Muddy Waters a Bo Diddley, passando per Chuck Berry e Howlin’ Wolf, beh non so come facesse ma probabilmente anche quando faceva pausa o si sedeva sulla tazza e aspettava un po’ magari stava lì con un blocchetto e gli usciva un classicone pure in quei momenti lì.
Roba così tosta, ma anche così trasversale che tutti ma proprio tutti abbiamo sentito un suo pezzo almeno una volta.
Perché in realtà era un autore pop e anche un innovatore enorme come scrittore di testi.
Fan dei Doors? Te lo sei cuccato e più di una volta.
Fan degli Stones? Idem.
Fan degli Who? Te lo sei cuccato gli hanno anche rubato un certo trick per il loro pezzo più famoso.
Fan dei Led Zeppelin? Idem e per pietà evito di infierire sui loro furti in questo caso anche effettivi.
Gusti meno “classici”? Motörhead, Chris Spedding, Meat Puppets, Jesus And Mary Chain, Holly Golightly. Persino una come Lydia Lunch, persino Diamanda Galás.
Gusti über-generici? Beh, quel famosissimo spot in cui entravano in un ufficio dei ragazzi muscolosi e sudatissimi con in spalla delle casse di una famosa bibita. Il pezzo che si sentiva sotto e che in realtà era il vero gancio dello spot indovinate di chi era?
Quindi 100 di questi anni a un uomo che di fatto è ancora vivo e vivrà davvero in eterno.

1971-Willie-Dixon
album: Willie’s Blues (1959)

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La nozione di grottesco.
Il brano di oggi…

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Just Dropped In di Kenny Rogers & The First Edition.

Oggi ricorre l’anniversario della cattura e consegna del caro vecchio Saddam.
Starò ben alla larga dal giudicare Saddam.
Mi limiterò soltanto a una riflessione personale su come sia stato un personaggio strettamente intrecciato alla mia vita, alla mia generazione e ad altre più o meno precedenti.
La prima volta che sentii parlare di ‘sto tipo ero in ospedale con la salmonella.
Era ovviamente il periodo della prima guerra del Golfo.
Io ero lì attaccato alla flebo ed era la prima volta che mi capitava.
Me ne stavo lì in ospedale e casualmente c’era pure mio fratello nato tipo da neanche un mese.
Non sapevo cosa volesse dire “grottesco” ma diciamo che la nozione mi entrò sotto pelle.
Tutti parlavano di ‘sta guerra e io non ci capivo niente.
Per me la guerra era solo una cosa di cui mi raccontavano i miei nonni.
La seconda volta in cui incappai in Saddam fu ovviamente durante quella roba del 2003.
In quel periodo facevo spesso fuoco per tornare a casa a sparami il Grande Lebowski, film in cui volente o nolente Saddam aveva un ruolo non da poco.
Lì,forse, la nozione di “grottesco”, entratami sotto pelle nel 1991, esplose in tutta la sua furia.
Vedi te il caso, ero di nuovo malaticcio e a rischio ricovero, ma questa volta per una seconda “sospetta appendicite”.
Era il periodo in cui iniziai a dimagrire di brutto e a diventare di fatto la persona che sono.
Toast, litri d’acqua e ascolto ossessivo di qualunque cosa dei Doors.
Iniziai a capire davvero che tutto era, di nuovo, “grottesco” e che la realtà era leggibile in parecchi modi se non addirittura illeggibile.
La terza volta che mi imbattei in Saddam fu quando scoprii che esisteva una marca di zucchero che si chiamava quasi come lui ed ero all’università.
Quindi, cosa dire?
Oggi dedico proprio QUEL pezzo al vecchio Saddam: folle dittatore, star della tv, babau della mia infanzia ed heyokah inconsapevole.
O almeno boh, una specie di pazzo Corrado coi baffi.

zucchero-sadam
Kenny Rogers & The First Edition (1967)

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