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san giorgio e il drago paolo uccello

PRESTO DI MATTINA
San Giorgio

San Giorgio fuori le mura

San Giorgio “fuori” le mura. Non solo come avverbio geografico, ovvero per indicare il luogo in cui è stata edificata la chiesa a lui dedicata. Ma anche come preposizione storica, che allude a un valoroso defensor civitatis venuto da lontano – e precisamente dalla Cappadocia in Turchia – per approdare alle nostre terre contese da numerosi e bellicosi contendenti.

Terre che per conciliarsi necessitavano di un santo super partes; un immigrato che, arrivando dall’esterno, potremmo definire un santo neo-comunitario. Oltretutto è «un santo di punta»: il coraggio è quello di un guerriero, ma al tempo stesso il suo essere straniero lo rende sensibile e attento alla mediazione e all’integrazione delle pluralità diversificate e conflittuali, capace di conciliare i conflitti e tessitore di ciò che accomuna le parti.

Per questo fu scelto come alleato di questa chiesa e della città nella difesa delle proprie autonomie e libertà, compagno di viaggio nel processo identitario e unitario, difensore e custode, a presidio del diritto e dell’identità locali in formazione. Era un forestiero, ma è diventato cittadino a pieno diritto – civis optimo iure – in favore dei diritti e della dignità di coloro che lo hanno accolto e prediletto.

Giorgio [Qui] non è un proto-vescovo da cui si è originata la nostra chiesa, né un martire della chiesa locale, attorno al quale si raccoglie un’identità spirituale ecclesiale cittadina, perché egli è antecedente la nascita dell’una e dell’altra.

San Giorgio è un santo che precede, precursore e antecedente la chiesa locale e forse anche la stessa diocesi di Voghenza, attestata come sede vescovile a partire dal 330, da cui è nata quella di Ferrara. A metà del VII secolo la sede episcopale fu trasferita a nord dapprima a Ferrariola (Forum Alieni situato nell’attuale borgo San Giorgio, sorto sulla biforcazione del Po; di origine romana, l’abitato gravitava intorno all’attuale chiesa ove rimasero i vescovi per circa cinque secoli), quindi dal XII secolo a Ferrara.

San Giorgio è stato per la città e la chiesa locale come un innesto su in un albero selvatico, l’inserimento di un una preziosa gemma. Così come nell’olivastro viene innestato il germoglio di un ulivo buono, siamo stati uniti a lui per ferita martirale: la stessa che unì a Cristo il martirio di san Giorgio, avvenuto fuori le mura di Nicomedia, un’antica città dell’Anatolia. Così inseriti l’uno nell’altro per ferita il selvatico è divenuto albero fruttifero, di molteplici frutti oleosi.

Chi ha colto in profondità il senso di questo patrocinio ecclesiale non meno che civico è stato mons. Antonio Samaritani, storico pomposiano quanto cittadino. È una storia innovativa quella che si legge ne La Chiesa di Ferrara nella storia della città e del territorio, innovativa soprattutto come taglio, in quanto protesa a tenere insieme la comunità religiosa e la comunità civile in un fruttuoso intreccio.

«Una lettura ardua – ha ricordato Ranieri Varese – che, senza rinnegare la ‘storia’ in senso tradizionale, vuole fare emergere le ‘storie’, attraverso il recupero della memoria di avvenimenti e pensieri disparati e maggiormente collegati alla quotidianità del vivere; la loro somma, più di atti e azioni eclatanti, costruisce e caratterizza quel passato che vogliamo mantenere e del quale vogliamo dare consapevolezza» (Boll. Eccl. 2004, 3).

Attraverso la ricerca storica e la narrazione di microstorie, Samaritani riscopre così la vocazione “sinecistica” della nostra gente (sunoikismós da oikos=casa e sun=con). Vocazione unificatrice di pluralità molteplici e minoranze diversificate, chiamate ad abitare insieme.

Per stile sinecistico si intende l’unificazione di entità politiche precedentemente indipendenti in una città od organizzazione statale; uno stile “al plurale”, fatto di “scambio” dunque, “consortile”, capace di mediare tra realtà divere, che si colloca “tra” e si pone “in mezzo”.

Città, la nostra, avvezza a “modularsi” e, tuttavia, non priva di inquietudine – sottolinea Samaritani – perché coinvolta in uno «sforzo di libertà da uomini e cose», ma proprio per questo, attenta alle diversità, capace così di riconoscere ciò che giova al più e meglio vivere.

Ma seguiamolo tra le pagine del testo Radici della spiritualità ferrarese, (in Boll. Eccl. 2 1993); la sua bibliografia conta 419 titoli tra libri, saggi e articoli, catalogata e digitalizzata presso il Cedoc SFR [Qui]

«San Giorgio, certissimamente, è un santo che antecede la nostra diocesi. Non è un santo da nuclei cittadini, ma da nuclei bellicosi, castrensi. È un santo dei bizantini (e noi eravamo territorio bizantino, imperiale) è un santo anche degli aggressori, dei Longobardi, di cui Ferrara ha sempre temuto l’attacco, nonostante il primo freno del 568, quando essi si stabiliscono nella confinazione sul Panaro.

Il santo patrono costituisce l’identità civica di un complesso demico: laddove non c’è un santo patrono, non ci sarebbe una coscienza religiosa specifica, una coscienza civica specifica, e questo noi lo dobbiamo mettere in conto.

Siamo una diocesi, in qualche modo, acefala nata come castrum, il castrum Ferrariae (la zona tuttora presente tra via Mayr, Ripagrande e via XX Settembre, la zona tra via Casotto, via Belfiore, via Salinguerra). Questo castrum non è una civitas, è soltanto un momento di difesa del territorio, quindi non ha raggruppato una entità di popolazione tale da sprigionare, come coscienza religiosa, un suo santo patrono.

Fra i tre castra di Ferrara, della zona nostra, abbiamo il castrum di Argenta, che ha una titolazione a S. Giorgio (castrum documentato nel 515 nel Liber Pontificalis di Agnello di Ravenna [Qui]). Nel nostro territorio abbiamo poi la pieve di S. Maria in Padovetere (sono presenti il battistero in tracciato di fondamento, e il tracciato della chiesa stessa).

Il castrum di Comacchio ha la titolazione ad un altro santo castrense: S. Cassiano [Qui], un santo che non connota una spiritualità locale, ma trasferita da altrove. È singolare questa capacità di scelta ferrarese: questa gente, che non ha le punte polemiche del mondo bizantino, non ha la bellicosità longobarda, assume un santo che sia di mediazione, di adattamento.

Il carattere ferrarese in tutti i campi, ieri, oggi e forse domani, e anche nella tipica spiritualità, ha un timbro di sintesi, non di avanguardia. S. Giorgio è un santo di punta: va bene per la dominazione bizantina, ma va bene anche per la dominazione longobarda e le vicende che hanno fatto la nascita e la morte di Voghenza, e in qualche modo anche la nascita e l’affermazione tormentata di Ferrara, sono, appunto, vicende di scontro tra Romani e Bizantini e Longobardi», (ivi, 347-348).

Ferrara: da presidio militare a città umanistica

Un tormentato e difficile passaggio fatto di mediazioni, di integrazioni, di composizioni e di aggiustamenti in vista di una sempre maggiore unità. Da castrum a civitas: la trasformazione cioè di una polarità in contrapposizione, militarmente difensiva/offensiva, ad una comunità mediatrice, conglobante, conciliatrice e innovativa. Una duplice polarità attestata – così mi sembra – anche nell’iconografica ferrarese del patrono san Giorgio.

Una prima polarità guerresca: il san Giorgio del nuovo e dell’antico duomo, all’esterno, nella lunetta del protiro il primo, sulla facciata della chiesa extra urbana il secondo. Entrambi a cavallo; uno con la spada sguainata nell’impeto dell’assalto, l’altro tutt’uno con l’impennata del suo cavallo, brandendo la lancia come un pugnale, incombente sopra il drago.

Di contro, all’interno di entrambe le cattedrali, un san Giorgio pacato, in riposo, quale segno della seconda polarità pacificante. Un san Giorgio tutto interiore, contemplativo, quello del dipinto nell’abside dell’antico duomo, opera di Maurilio Scannavini.

In quello nuovo sta invece il san Giorgio bronzeo, rinascimentale, di Domenico de Paris [Qui]; quasi senza sforzo, come appoggiato alla lancia, trafigge il drago; elegante, composto, con la mano sul fianco, con il volto disteso, perfino tranquillo. Anche il san Giorgio del Maestro delle storie di Elena è elegante, pienamente umanistico, attendista, ma vigile; tiene la spada nel fodero e vi si appoggia con delicata attenzione. Dosso Dossi [Qui] lo ritrae invece con la spada e la lancia in disarmo, il drago accucciato ai suoi piedi, quieto, la posa prospettica e l’armatura, nella sua compattezza dinamica; viene da pensare al motto di Manuzio: festina lente.

Genius loci

Proprio la designazione da parte della chiesa locale di «vivente titolare», di patrono vivo e attivo anche nella realtà di oggi, aggiunge un nuovo tassello a quel mosaico in fieri che si vuole designare con l’espressione genio cristiano del luogo: la qualifica della nostra come Chiesa georgiana.

Così Samaritani: «L’unitarietà e l’unicità del patrono “castrense” di Ferrara, san Giorgio in Ferrara legittima, l’espressione di sempre di Chiesa Georgiana per Ferrara». Due cattedrali in successione per lo stesso patrono; ma con la nuova cattedrale, gli verrà affiancato un altro martire ma vescovo, san Maurelio [Qui], per un’ulteriore e più precisa sottolineatura dell’identità ecclesiale:

«I fautori della grande riscossa dell’identità ferrarese, saranno vescovi come Landolfo (1099–1139), il “fondatore” della nuova cattedrale, e promotore di numerosi sinodi, equilibratore delle nuove forze religiose emergenti. Non sono più i monaci, ma le vicinie, le corporazioni, le parrocchie cittadine, che nascono proprio in questo periodo, a far riemergere una sigla unitaria, che è il patrono S. Maurelio, ultimo vescovo di Voghenza, proto-vescovo di Ferrara.

La diocesi di Ferrara, quando nasce ha bisogno di recepire la sua estrazione georgiana, e così si può dire: nasce ferrea, castrense, però capisce che è troppo generico il patrocinio di S. Giorgio; ha bisogno del patrocinio specifico, di un santo contrassegnato dalla lotta spirituale, dalla difesa di un’ortodossia, insidiata da Ravenna come rappresentante dell’Oriente e in qualche modo tipica di una zona nella quale fu più forte il senso della romanità che non in Roma stessa. Ma questo santo patrono ha una vita dura ed una affermazione difficile» (ivi, 348).

Così è pure la nostra quotidiana lotta spirituale, dura e difficile, transito pasquale pure dall’incredulità al credere, dal disperare alla speranza dal disamore ad una provvidenza di amore: sempre e ancora una ferita martiriale. Una condizione che mi ricorda quella dell’oleoso ulivo di Virgilio, una promessa certa di fecondità e di pace: da ferita di vomere un carico di frutti.

Non serve al contrario coltura per gli ulivi,
non richiedono il falcetto ricurvo
e la costanza dei rastrelli,
una volta che abbiano attecchito ai campi
e resistito ai venti;
la terra, se viene aperta dal dente della marra,
fornisce da sé sufficiente umidità,
se poi viene arata dal vomere,
un carico di frutti.
Coltiva per questo l’ulivo
che nella sua fecondità
è simbolo di pace.

In copertina: San Giorgio e il drago di Paolo Uccello (da: wikipedia.org)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

sala vuota

Biblioteche: partecipazione vera o finta?
L’Amministrazione Comunale di Ferrara preferisce decidere da sola.

 

Finalmente è  arrivato il momento della partecipazione?!?
Abbiamo appreso dalla stampa cittadina che, nei prossimi giorni, partirà il progetto “Cara biblioteca”, organizzato dall’Amministrazione comunale di Ferrara e volto a coinvolgere i cittadini nella definizione del futuro del sistema bibliotecario comunale. Parrebbe una buona notizia, dopo l’insistenza con cui, in vari modi, da più di 2 anni, bibliotecari, cittadini, Associazioni che hanno a cuore le politiche culturali nella città avevano sottolineato la necessità di procedere in questa direzione.
Di criticità, però, a questo proposito, ce ne sono molte e non si può certo dire che siano il prodotto dei soliti malcontenti o che giungano improvvisati.

In primo luogo, quest’ascolto dei cittadini, organizzato tramite 5 assemblee, avviene a valle della decisione dell’Amministrazione Comunale di esternalizzare le biblioteche Rodari di viale Krasnodar e Luppi di Porotto, avvenuta nei mesi passati.
Esternalizzare, o sarebbe meglio dire, privatizzare 2 delle 6 biblioteche esistenti nel territorio comunale non è un fatto di poco conto. Ha significato cambiare volto al sistema bibliotecario ferrarese nel senso di un evidente disinvestimento e deresponsabilizzazione dell’Amministrazione comunale in questo settore.

Logica avrebbe voluto che una scelta di questo tipo, come peraltro richiesto in tante occasioni e da molti soggetti, dovesse eventualmente avvenire dopo aver messo in campo un reale processo partecipativo e di ascolto dei cittadini. Decidere prima e chiamare poi a discutere, se è ancora possibile poter dire la propria su questo cambiamento, non depone certamente a favore della bontà e delle reali intenzioni di chi oggi promuove questo percorso.

Ancor più, vale la pena ragionare su come esso si dovrebbe svolgere.
Al di là del coinvolgimento assembleare e della sottolineatura dell’importanza dell’ascolto, passaggio certamente importante e che si spera venga promosso non solo con l’informazione tramite articoli di stampa, occorre chiedersi cosa vuol dire realizzare una reale partecipazione
Se s
i intende, cioè, la reale possibilità per i cittadini, in termini individuali ma anche collettivi, di poter contare nella formazione delle decisioni. Oppure essi siano semplicemente chiamati ad esprimere un’opinione che non è dato sapere quanto potrà essere tenuta in considerazione e tantomeno influire nelle nelle scelte che si andranno a compiere.

Non mi si dica che dire ciò significa avere una posizione pregiudiziale o essere animati da uno spirito sospettoso. Basta ragionare su ciò che è successo negli anni passati, quando sono stati utilizzati varie forme e strumenti, compresi quelli  previsti dallo Statuto comunale, per sollecitare l’Amministrazione comunale ad attivare una seria partecipazione e discussione.

Nei mesi di ottobre e novembre del 2019 è stata promossa, da parte dell’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori delle biblioteche, con il sostegno dei sindacati di categoria CGIL CISL UIL, una petizione rivolta all’Amministrazione comunale che chiedeva di dar vita ad una nuova e importante struttura bibliotecaria nell’area Sud della città, procedere ad assunzioni adeguate di personale comunale e rinnovare il modello bibliotecario.

Sulla petizione sono state raccolte più di 2000 firme e, da parte dell’Amministrazione comunale, sono arrivate solo risposte generiche, ma nessun impegno concreto.
Sull’ipotesi di una nuova struttura bibliotecaria nell’area Sud della città, assistiamo all’alternarsi, quasi con un andamento carsico, di dichiarazioni di intenti e assenza di iniziative fattive in proposito.
Sulle assunzioni di bibliotecari comunali, a fronte dell’uscita progressiva degli stessi per il pensionamento, non si procede neanche alla loro sostituzione integrale.
Sulla assoluta necessità di un nuovo modello bibliotecario all’altezza dei tempi, di cui non si intravede neanche l’ombra di un impegno in questo senso.
Analogo destino l’ha subito un’altra petizione, promossa nella primavera del 2021 dal Gruppo cittadine e cittadini a difesa delle biblioteche, su cui si erano registrate un migliaio di adesioni individuali e più di 30 tra Associazioni e organizzazioni sociali e culturali, per certi versi ancora più circonstanziata nei contenuti e tanto più ignorata.

In ogni caso, se l’Amministrazione comunale è seriamente intenzionata a portare avanti un reale percorso partecipativo, lo può dimostrare con i fatti.

Esso, infatti, per essere tale, oltre al momento dell’ascolto, si regge se ha almeno altri due punti di svolgimento.
Il primo è quello, una volta terminata la fase di espressione delle domande e dei bisogni, di dar vita ad un Tavolo partecipativo, promosso dall’Amministrazione comunale, cui chiamare Associazioni e soggetti interessati alle politiche culturali nella città, rappresentanze dei cittadini che hanno partecipato alle assemblee preparatorie, gli stessi bibliotecari, il cui ruolo è fondamentale e sarebbe certamente sminuito se rimanesse limitato ad un incontro preliminare, come quello rivolto agli utenti.
Tale Tavolo dovrebbe avere il compito di elaborare proposte e allargare la discussione, chiamando anche “esperti” e confrontandosi con altre esperienze esistenti al di fuori della nostra città e che si cimentano con il tema di costruire sistemi bibliotecari adeguati agli anni che stiamo vivendo.

Da lì dovrebbero scaturire le linee di un nuovo progetto per disegnare il futuro del sistema bibliotecario a Ferrara, che poi – ed è questo il secondo punto di ulteriore sviluppo di un meccanismo partecipativo – andrebbero riportate alla discussione di tutti i cittadini interessati, con una nuova tornata assembleare.

Sono questi i basilari e sperimentati passaggi su cui si fonda una partecipazione capace di dare protagonismo ai soggetti interessati: ascolto e esplicitazione dei bisogni, costruzione di un’ipotesi di progetto di intervento, verifica della stessa attraverso una discussione larga.

Se non ci si incammina su questa strada, vuol dire che siamo di fronte ad un’idea di partecipazione guidata dall’alto, che serve solo ad autolegittimare le scelte di un’Amministrazione autoreferenziale e nessuna intenzione di tener conto di quello che pensano i cittadini/utenti e le persone che lavorano nel sistema bibliotecario.

Un modo di procedere che abbiamo già visto in passato, con Amministrazioni precedenti, e che si conferma oggi. Sul nodo biblioteche ma anche su altre questioni e situazioni.
Sembra che, da un po’ di tempo in qua, da piazza Municipale in molti si esercitino a magnificare la partecipazione e, contemporaneamente, lavorino per depotenziarla e renderla inoffensiva, rendendo residuale il ruolo dei cittadini, delle Associazioni, dei soggetti sociali e dei lavoratori.
E lo sappiamo bene, senza un vero protagonismo, nessun progetto, anche il più innovativo, riesce realmente a decollare e vivere.

Allora sì, come giustamente ha rilevato Ranieri Varese qualche giorno fa, saremmo solamente di fronte all’ennesima conferma che non c’è una volontà di assumersi responsabilità, capacità di progettare il futuro, rilanciare una forte presenza pubblica nel sistema culturale e bibliotecario della città.

Per leggere tutti gli articoli di Corrado Oddi è sufficiente cliccare il suo nome sotto il titolo.

cane gatto amicizia

Diario in pubblico: Amitiés

 

L’impulso primario è certamente quello di riferire sulla conferenza dantesca intitolata “Narrare l’indicibile. Vedere l’invisibile. Dante e la funzione della memoria “, che ho tenuto venerdì 15 ottobre 2021 presso la sala Agnelli della Biblioteca Ariostea di Ferrara.
Il luogo era totalmente fruibile e m’immaginavo una presenza media. Lo stupore è stato sommo quando la sala si è praticamente riempita e si contavano 72 ascoltatori.

E che ascoltatori! I ‘giovani’ allievi ora importanti studiosi della scuola fiorentina di Mario Vayra a Claudio Cazzola, l’affermatissimo critico Stefano Prandi dell’Università di Lugano, i miei ‘ragionieri’ da Fiorenzo Baratelli a Roberto Cassoli a Marcello Folletti che mi presentava. E ancora il ‘primo amico’ Ranieri Varese, Luisella Genta che mi aprì le porte della mente e della casa a Lipari, Cristina Felloni, amica di una vita e compagna fedele nella mia esperienza nell’Associazione Amici dei Musei e tanti altri amici, tra cui commovente la presenza di Alessandra Chiappini ed Enrico Grandi che nonostante un importantissimo avvenimento non hanno rinunciato a presenziare almeno ad una parte della conferenza. E con loro tanti altri amici incuriositi dall’argomento. Una prova e conferma dei valori dell’amicizia? Certamente sì!

Sono naturalmente orgoglioso del commento che Marco Ariani mi ha spedito dopo la lettura della mia conferenza e che qui riporto integralmente non perché sia ‘laudabile’ ma per il coinvolgimento intellettuale che ne deriva:
“Caro Gianni, mi hai veramente commosso per il mysterium simplicitatis con il quale hai mediato ad un pubblico certo non esperto una materia così complicata. Davvero efficace, emozionante, perfettamente adeguata all’occasione e precisa scientificamente nella sostanza. Belle le suggestioni fotografiche e la rievocazione di tante auctoritates dimenticate (l’immenso Curtius!). Lettura limpidissima di quei canti, profonda pur senza vezzi di elucubrazioni accademiche. Capisco davvero il grande successo. Grazie per le lodi, anche se un po’ esagerate. Ribadisco che la retorica medievale non faceva tutte queste differenze tra similitudini e metafore (che si fanno oggi per un’eredità sostanzialmente romantica), perché si sapeva che la metafora altro non è che una similitudine raccourci e, viceversa, la similitudine altro non è che una metafora in extenso. Complimenti. Un abbraccio, Marco.”.

Ma la complessità della parola ‘amicizia’ diventa palpabile allorché per cognizione di causa continuo a consultare i programmi televisivi dove la parola ‘amici’ assume le più diverse (e stravaganti) interpretazioni.
Dai vecchi compagni di un mondo musicale degli anni’80 del secolo scorso alla seriosa compresenza in tante reti di amici che ad una più attenta disamina non sembra lo siano del tutto.

Si vedano i programmi che analizzano la sconfitta nelle amministrative dei rappresentanti del centro destra: Salvini, Meloni, Berlusconi e le loro dichiarazioni a proposito dei fatti che hanno portato ai gravissimi incidenti dell’assalto alla sede nazionale della CGL. Alla cautela con cui appoggiano o negano la possibilità di sciogliere un associazionismo di marca prettamente ‘fascista’.

Al proposito va pienamente condivisa l’analisi di Fiorenzo Baratelli di cui riporto parte del suo ottimo commento: “La destra ha subito una disfatta, ma il suo popolo non è scomparso. L’astensione ha colpito soprattutto la sua parte. La confusione è grande tra i suoi leader, ma le elezioni politiche sono cosa ben diversa da elezioni parziali amministrative, per altro svoltesi in un contesto particolare. 3) L’astensione è un problema drammatico, anche se non è una sorpresa. Sono decenni che la talpa della crisi della rappresentanza scava: rischiamo una democrazia senza popolo.”.
Nelle nostre quotidiane telefonate, Baratelli tenta, non sempre raggiungendo lo scopo, di leggermi le vicende politiche in chiave pragmatica. Anche questo è un segno di amicizia e di responsabilità, ma a volte il mio pensiero sfugge alla comprensione della prassi.

Altri amici in quella giornata commemoravano all’Istituto di cultura parigino Giorgio Bassani. Ero dispiaciuto di non poter essere con loro ma la ricompensa sarà quella di poter parlare del grande volume sulle poesie di Bassani il cui commento è affidato alla carissima amica Anna Dolfi. La possibilità che mi è stata data di una recensione al volume e la conduzione della presentazione ferrarese al Centro studi bassaniani mi rendono orgoglioso di questo incarico.

Allora. Viva l’amicizia, viva la cultura e le sue forme. Naturalmente pensando che una grandissima prova di amicizia è quella di vaccinarci. Tutti e senza se e senza ma.

Per leggere tutti gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

 

Il VAMPIRO E NON SOLO
La stampa universitaria ferrarese nel dopoguerra

 

Giuseppe Scandurra in Ibridi Ferraresi. L’Antropologia in una città senza antropologi presenta una ricerca su “una rete di intellettuali a Ferrara tra l’inizio degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Ottanta”. Potrei muovere un appunto: numerose e qualificate presenze di studiosi della materia a Ferrara ci sono state anche prima dell’insegnamento a cura di Giuseppe Scandurra, grazie alla mia antropologa preferita, Laura Lepore, da anni qui attiva. Ma Scandurra e Lepore si conoscono e si stimano. Inoltre il piacere che mi ha dato la lettura non mi fa soffermare su questo aspetto. L’inquadramento offerto dall’autore, il ricordo e la diretta testimonianza di cari amici mi sono stati particolarmente graditi e mi stimolerebbero piuttosto a qualche aggiunta.
Una generosa citazione di Ranieri Varese, riportata da Scandurra, mi include nella “rete di intellettuali” dei quali si interessa l’autore. “Poi c’è questo volume di Lugli su un allievo di Capitini – mi mostra il libro pubblicato da Lugli (2017), [n.d.a.] – che dà uno spaccato di Ferrara dal Dopoguerra fino agli anni Cinquanta, poi non ci sono altre cose di questo tipo”.

Il vampiro, rivista universitaria ferrarese, particolare

In un’intervista Franco Cazzola ricorda la modestia dell’apporto culturale dato alla città dagli studenti universitari. Poco viene dagli studenti cattolici e di sinistra. I goliardi dell’Afu pubblicano ogni tanto Il Vampiro. Franco non aggiunge altro. Nei primi anni Sessanta frequenta a Bologna, anche se lo ricordo ben attivo, con me Ranieri ed altri, a costruire l’Unione Goliardica Ferrarese, laica e di sinistra.
Nel 1961 su invito di Massimo Felisatti, che ne cura la redazione, scrivo su Ferrara. Rivista del Comune una Panoramica sulla stampa universitaria, che è, proprio sul tema in questione, “uno spaccato di Ferrara dal Dopoguerra fino agli anni Cinquanta”. Il Vampiro ricordato da Cazzola si definisce un semisatirico ed esce come numero unico. Non è stato sempre così. Il 1° settembre 1945 esce Il Vampiro, promosso da un gruppetto di studenti desiderosi di discussione e di rinnovamento della vita universitaria. È un quindicinale, che ha un buon successo e diviene settimanale. La sua esperienza è di poco più di un anno. Termina infatti il 28 ottobre 1946. Presenta più motivi di interesse. L’orientamento del periodico è lontano dalla sinistra politica e sindacale prevalente a Ferrara, ma non nell’Università. L’affermata “solidarietà tra i lavoratori del braccio e della mente” non trova un riscontro adeguato nella pubblicazione. Un periodico satirico, Uranio 235, sostenitore della prospettiva fusionista tra socialisti e comunisti lo attacca in più occasioni. Polemiche ci sono pure con La Nuova Scintilla della Federazione del PCI.
Non mancano interventi interessanti sulla vita politica, sulle iniziative e sui problemi del tempo. Redattori ne sono, con altri che non ho conosciuto, Giorgio Bissi – socialdemocratico e poi a lungo Presidente della Cassa di Risparmio –,  i miei cari amici Gianluigi Magoni – custode dell’intera collezione de Il Vampiro, all’epoca direttore con Giorgio Franceschini de Il Popolo Libero, combattivo settimanale della DC, e Carlo Bassi – cattolico, buon amico degli antifascisti Balboni, Devoto e Savonuzzi – studente partecipa alle proposte per il piano regolatore di Ferrara nel ’45, collabora pure alla rivista culturale Quartiere, fondata da Claudio Varese. Il settimanale mostra, 10 novembre ’45, apprezzamento per i Corsi della Scuola del lavoratore, nella cui realizzazione Balboni è fortemente impegnato. Oltre a una valenza professionalizzante, hanno lo scopo di rendere capaci i lavoratori di dirigere i Consigli di fabbrica e le cooperative.

Un anno dopo il periodico qualunquista Il torchio, 29 dicembre 1946, censura questo impegno: “Alla Scuola del lavoratore (sezione femminile della Camera del lavoro – fondo della solidarietà nazionale) si esibisce periodicamente il compagno Balboni Silvano, studente di medicina. Cosa insegna questo signore alle lavoratrici (tra cui ragazze di 14 e 15 anni)? L’igiene della casa? Il modo di curare l’influenza o di evitare i contagi morbosi? Ohibò! Neanche per sogno! Il nostro compagno insegna psicanalisi. Ed è notevole la disinvoltura con cui il compagno Balboni volgarizza le più spinose questioni sessuali al lume delle teorie freudiane… Non potrebbe il compagno Balboni dedicarsi ad altro insegnamento più proficuo, tenendo presente che Freud è ancora ai margini della vera scienza e soprattutto che non è ancora arrivato il momento di insegnare le porcherie a scuola. Le porcherie di Freud naturalmente!”.

Il linguaggio del settimanale universitario è diverso ma non gli risparmia l’accusa di qualunquismo. La risposta è nella domanda rivolta a diversi esponenti politici cittadini: “Dato, ma non concesso, il nostro qualunquismo, è legittimo identificarlo col fascismo?”. Vale ancora la pena leggere l’intervento di Giangi Devoto. Ma le risposte complessive scavano un solco maggiore tra questi universitari e la sinistra. Non sono mancati, soprattutto nel primo periodo, ritratti di esponenti particolarmente impegnati, azionisti, socialisti, come, sempre nel ’45, 27 ottobre “Viva Savonuzzi”, 1 dicembre “Viva Devoto”, nel ritratto fa capolino Silvano Balboni, 24 dicembre “Viva Cappelletti”, sindacalista socialista, combattente antifranchista e antifascista. Ancora il 20 aprile del ’46 vi è un ricordo dell’antifascista Francesco Viviani.
La Festa della matricola promossa nel maggio, per modalità e contenuti, provoca però una dura reazione sindacale e politica che ne impedisce il proseguimento. Ancora un mese prima della chiusura pubblica una vera e propria inchiesta, a cura di Bissi e Bolognesi, “Mortara 70, dicono che là dentro sono tutti comunisti, ma sbagliano perché non c’è che un colore: ed è quello grigio e senza vita della miseria, che soffoca come una cappa di piombo…”,

Coetaneo al Vampiro è Ercolino d’Este, promosso dall’Unione Studenti Italiani di orientamento democratico, ma di brevissima durata. Il Fronte della gioventù ha un periodico, Gioventù in lotta, diretto da Vittorio Passerini, comunista, con il vice Valentino Galeotti, cattolico di sinistra. Su questo preferiscono scrivere universitari e giovani intellettuali, comunisti e azionisti, meno i socialisti.
Un fratello minore del Vampiro, sopravvissuto come saltuario numero unico è, negli anni ’50, il Cuchino, promosso da universitari o nostalgici goliardi a Copparo. Una sorta di foglio di servizio è Il Fucino, che ricordo presente negli stessi anni Cinquanta. Dal ’48 fino al ’57 direi, studenti universitari di sinistra (Passerini, Pittorru, Felisatti?) fanno circolare un bollettino ciclostilato di irregolare frequenza, Università Libera. Ricordo di averne visto qualche copia in occasione del mio vecchio articolo sulla stampa universitaria.

DIARIO IN PUBBLICO
Ricordi perduti e ritrovati

Ho appena visto un orrendo film Mamma o papà?, in cui un criceto viene martirizzato dalla immonda madre di tre altrettanto orridi figli. I due genitori in via di separazione (Paola Cortellesi e Antonio Albanese) cercano in ogni modo di non venir scelti dai figli, per scaricare sull’altro la responsabilità della convivenza. La madre non sopporta il criceto, che appartiene al figlio più piccolo, e lo vuole uccidere, ma non ci riesce. L’animaletto si stufa e provoca un incendio, che distrugge la casa, ma riporta uniti i genitori. Dopo questa visione il mio criceto ed io abbiamo deciso di darci invece a ricordi leggeri e vaganti, che hanno messo in agitazione le mie cellule mentali e provocato una serie di incontri/scontri.

Tutto comincia con una pianta e un luogo. Mi trovo ad un  grande convegno sui giardini, che si svolse in Sicilia presso la Fondazione Lucio Piccolo d’Orlando, il cugino di Tomasi di Lampedusa, nella sua meravigliosa casa a Capo d’Orlando. Necessaria se non obbligatoria la visita a un grande vivaio di Milazzo, dove acquistai una pianta di cui, fino a pochi giorni fa, non ricordavo né il nome né il modo con cui arrivò all’Orto Botanico di Ferrara. L’unica traccia certa e stampata nella memoria: l’arrivo all’aeroporto di Bologna della pianta tenuta saldamente in braccio dall’amica Margherita Visentini.

Laboriosi contatti nel frattempo mi permisero di ricostruirne la storia, grazie a chi la consegnai che, a sua volta, la ricoverò all’Orto Botanico di Ferrara: il professor Filippo Piccoli che, con non del tutto celata ironia, mi ragguagliò sul nome e sulla specie: un Frangipane, che schiude i suoi profumatissimi fiori in questa stagione. Nome scientifico Plumeria. Così diligentemente registro da Wikipedia:  “Le Plumerie sono i fiori con cui nelle isole del Pacifico si usa preparare grandi collane da regalare agli ospiti; si tratta di arbusti di dimensioni medie o piccole, strettamente imparentati con gli oleandri, la carissa, gli adenium”.

Esattamente i fiori metaforici, con cui uno scatenato Vittorio Sgarbi su Il giornale incorona noi che abbiamo condiviso le osservazioni del professor Ranieri Varese con uno straordinario inanellamento di metaforici fiori in quanto – e cito – “gli argomenti di Varese sono acidamente condivisi da un piccolo gruppo di frustrati ringhiosi (Alessandra Chiappini, Gianni Venturi, Giuliana Ericani, Francesco Giombini), e da altri tristi e ignoranti chattanti….” .
Wow!!! Fantastico! Mi metto immediatamente a cantare: “La fleur que tu m’avais jetée/Dans ma prison m’était restée/Flétrie et séche, cette fleur/Gardait toujours sa douce odeur.” Mi sembra che nell’occasione il ricorso alla Carmen sia d’obbligo. Purtroppo per l’incontenibile mattatore i fiori che ci getta gli sono egualmente restituiti, poiché in quanto a ignoranza civile e umana giustamente nulla ha da insegnarci.

Allora, m’incalza il criceto, lasciamo le maledizioni sgarbiane e torniamo al Frangipane che ha bisogno di un clima particolarmente adatto in quanto “può essere coltivata all’esterno solo nelle zone con un clima invernale mite e completamente privo di gelate. In tutte le altre regioni, la pianta deve essere coltivata in vaso, in modo da poterla proteggere senza difficoltà e spostarla in un luogo riparato nel periodo invernale.” Così il mio frangipane probabilmente vive ancora nel mondo incantato dell’Orto botanico, oppure una pianta simile ne avrà preso il posto. Tuttavia mi rassicura il professor Gerdol docente di Plant Ecology: “Tutti gli esemplari di Plumeria sp. (cosiddetti frangipani) presenti in Orto e acquisiti in diversi momenti sono vivi. Non c’è però in alcun caso il riferimento alla località di acquisto o al donatore. In ogni modo, seppure in maniera indiretta, possiamo essere ragionevolmente certi che la Plumeria di cui mi chiedeva sia viva e vegeta”. Si recupera dunque l’esistenza del fiore e della sua vita all’Orto botanico ferrarese.

Ma il frangipane riporta alla memoria altri e più complessi ricordi legati a un luogo speciale, Villa Vigoni sul lago di Como, vicino a Menaggio, che è un pezzo di Germania incastonata nello stato italiano. Come ci informa la Fondazione: “Villa Vigoni è un laboratorio di idee, un punto di riferimento del dialogo e della collaborazione tra Italia e Germania nel contesto europeo. Convegni accademici, conferenze internazionali e manifestazioni culturali rendono Villa Vigoni un luogo d’incontro e di confronto, in cui si promuovono progetti e si approfondiscono conoscenze in ambito scientifico, politico, economico e artistico.[…].Il Centro costituisce anche un nodo centrale di una rete che, attraverso molteplici collaborazioni e momenti di incontro tra ricercatori, rende possibile il consolidamento dei rapporti internazionali”.

Ad un ennesimo incontro sui giardini partecipammo ad un Convegno che si tenne a Villa Vigoni, dove il presidente (il “ringhioso” che qui scrive), a differenza degli altri partecipanti, venne ospitato nella Villa che raccoglie immensità di tesori; ma solo all’ultimo venni avvertito che, dopo essere stato accompagnato in stanza, mi sarebbe stata proibita l’uscita, se non al mattino seguente. Troppo tardi per rifiutare gentilmente questo onore, per cui mi ritrovai rinchiuso in quel luogo da favola e fui invaso da pensieri cupi, come se all’improvviso si fosse spalancata la porta e dovessi sottopormi all’esame dell’onorevole V.S., che mi avrebbe gettato sul muso le mie inutili 300 e passa pubblicazioni, frutto del mio passato di “frustato ringhioso” e di comunista mangiator di bambini. Passai la notte trepidando e nella gloriosa e soleggiata giornata seguente nel parco finalmente vidi il grande frangipane, che non aveva bisogno di essere coltivato in vaso o ricoverato in serra ma protendeva i suoi rami fioriti e profumati ad accogliere la bellezza e il sapere.
Senza bisogno di urla e minacce, ma pacificamente, come qui ora a Vipiteno fanno i tigli, alleviando le pene umane con profumi e ombre.

Cover: plumeria frangipane, fioritura

MORTI DI REGGIO EMILIA
Avevo 19 anni: il mio ricordo per i ventenni di oggi.

«Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli,
e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli
dovremo tutti quanti aver d’ora in avanti
Voialtri al nostro fianco per non sentirci soli»
Fausto Amodei: Per i morti di Reggio Emilia

Mi chiedo cosa dica oggi (e a chi) una vicenda di sessanta anni fa e la canzone che ne fa memoria, Per i morti di Reggio Emilia. I miei ricordi sono più o meno questi.
Con l’amico di sempre, Ranieri Varese, frequento il Consiglio Provinciale della Resistenza, che si occupa di diffondere la conoscenza di quelle vicende tra i giovani. È un argomento pressoché tabù negli anni ’50. Ricordo in particolare, come illuminanti, le conferenze di Riccardo Bauer ed Enzo Boeri. Ranieri ed io siamo i più giovani in quegli incontri preparatori.
Nella primavera del 1960, in un incontro in vista del 25 aprile, vengono espresse preoccupazioni per la situazione del Paese. Si è insediato il governo Tambroni, monocolore democristiano con l’appoggio determinante dei neofascisti. La convocazione del congresso nazionale del MSI a Genova riceve una netta ripulsa dalla città. Viene annullato a fine giugno.

Manifestazioni contro il Governo, per la democrazia e l’antifascismo, si svolgono in varie città nei primi giorni di luglio. Anche a Ferrara, come a Reggio Emilia, la data è il 7 luglio, piazza Municipale strapiena, direi di ricordare una sola camionetta della Celere a garanzia dell’ordine pubblico. Tutto si svolge tranquillamente. Più oratori si susseguono. Saprò poi che la notizia dell’eccidio di Reggio Emilia è giunta al palco, ma è responsabilmente taciuta.

Reggio Emilia, 7 luglio 1960. Le Forze dell’Ordine sparano sulla folla.

Reggio Emilia, 7 luglio 1960. Le Forze dell’Ordine sparano sulla folla.A Reggio Emilia la Celere apre il fuoco sui manifestanti. Muoiono Ovidio Franchi, operaio, 19 anni; Lauro Farioli, operaio, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino; Marino Serri, pastore, 41 anni, partigiano della 76SAP, primo di sei fratelli; Afro Tondelli, operaio, 36 anni, partigiano della 76a SAP, quinto di otto fratelli; Emilio Reverberi, operaio, 39 anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi e commissario politico nel distaccamento G. Amendola.

Quest’anno Reggio li ha ricordati con diverse iniziative e in particolare con una manifestazione – promossa da Comune, Provincia, Cgil, Cisl e Uil, Anpi, Alpi-Apc, Anppia, Istoreco e Comitato democratico e costituzionale – il 7 luglio. Partecipava pure Silvano Franchi, il fratello di Ovidio. A Reggio, evidentemente, pensano che la data qualcosa ci dica sessanta anni dopo.

In quel tempo un giovane cantautore, Fausto Amodei, fa servizio militare soldato semplice, Centro Addestramento Reclute di Montorio Veronese. La notizia lo sconvolge e il suo modo di solidarizzare consiste nel comporre una canzone [puoi ascoltarla qui]. Sarà la sua più ascoltata e cantata. Amodei è già attivo nel gruppo di Cantacronache, sorto a Torino nel 1957 tra musicisti, letterati e poeti. Sono le prime canzoni ‘impegnate’ – pure belle – che ho modo di sentire nell’ospitale casa, a Ferrara, di un compagno di Liceo, Afro Maisto. Nella canzone l’autore chiama a una nuova resistenza nel nome dei caduti, già partigiani o loro eredi ideali, i due giovanissimi. Ranieri ed io abbiamo la stessa età di Ovidio!

Di Amodei non dirò altro. Le sue canzoni si possono ancora ascoltare con piacere. Io non le so cantare. Alla cresima, nelle prove del coro, mi dicono “Tu apri solo la bocca!”. Le parole però le so, non solo Per i morti di Reggio Emilia, ma almeno La zolfara, Qualcosa da aspettare, La marcia della pace. Le suggerisco quando qualcuno, chitarra in mano, le intona. Ora non succede più. Di Fausto Amodei, che però non ho mai incontrato, ho condiviso pure una parte di percorso politico: Unità Popolare, Psi, Psiup…

Io sono sicuro che occorre recuperare il meglio dell’Antifascismo e della Resistenza, di fronte al ritorno di un passato infame, nell’esplodere della diseguaglianza sociale, nella negazione delle diversità, nel connubio tra nazionalismo e religione, nella negazione dei diritti fondamentali.
In una intervista Enzo Biagi chiede a Primo Levi: “Come nascono i lager?” “Facendo finta di nulla” è la risposta. È una risposta che condivido e che considero attuale.

Le vicende che ho semplicemente evocato sono state importanti nella mia formazione. Mi piacerebbe parlare ai ventenni di oggi per sentire se a loro questa vecchia storia dica qualcosa di vivo nel loro presente.
Poi penso: se a me, diciannovenne, avessero chiesto di riflettere su un fatto avvenuto sessanta anni prima, nell’anno 1900 cioè, come avrei reagito? Posso pensare all’uccisione di Umberto I o alla Guerra Boera. Alla monarchia si è posto fine con un referendum e non con colpi di pistola e tra coloni olandesi e soldati inglesi i più simpatici sono gli zulù. Sono risposte possibili. Non so se le avrei date.

Questo articolo è apparso con altro titolo anche sull’edizione in rete della storica rivista del Movimento Nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

Cover: Il corpo di Lauro Farioli, una delle cinque vittime della strage (wikipedia commons)

Vittorio-Sgarbi

INTERVENTI
La collezione di Vittorio Sgarbi per resuscitare Ferrara città morta d’arte e cultura

di Federico Di Bisceglie

Certamente il critico d’arte Ferrarese Vittorio Sgarbi, non è universalmente noto per la sua pacatezza, ne tantomeno per le parole e le espressioni gentili con le quali si rivolge a chi si oppone alle sue idee. In linea di massima l’opinione pubblica lo condanna per i suoi comportamenti e per le sue idee, molto spesso positive, ma possono risultare talvolta avventate e non di facile realizzazione. La città che gli ha dato i natali, l’ha sempre in un certo senso “tollerato”, ma mai amato, anzi spesso è stato oggetto di polemiche.
In questi giorni, a seguito del grande successo che sta avendo la sua mostra a Osimo “Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi” – 6000 visitatori dall’apertura della mostra – il critico d’arte ha proposto di accogliere a Ferrara le opere della fondazione che porta il suo nome e quello della madre, per la precisione a Palazzo Prosperi-Sacrati. A onor del vero la proposta è stata suggerita allo storico dal Ministro della cultura, il conterraneo Dario Franceschini, almeno stando alle dichiarazioni di Sgarbi. La scelta del luogo nel quale istituire il museo ospitante la collezione Cavallini-Sgarbi è stata operata dal critico presumibilmente poiché, da grande amante dell’arte e della cultura, vedendo le condizioni disastrose nelle quali versa il palazzo, ha ritenuto opportuno unire due obiettivi per ottenere un grande risultato: il restauro di un palazzo meraviglioso e la conseguente creazione di un museo. Purtroppo in questi casi, l’invidia, l’arroganza e i rancori nascosti da tempo, ma che all’occorrenza ritornano, giocano un ruolo fondamentale, e danno adito a incomprensioni e malintesi che molto spesso non avrebbero nemmeno senso di esistere. A scagliarsi contro il professor Sgarbi sono stati due figure di spicco dell’ambiente culturale ferrarese: Ranieri Varese, storico dell’arte ed ex direttore dei musei civici, e il vicesindaco e assessore alla cultura Massimo Maisto.
Varese ha obiettato il fatto, forse con un fondo di verità, che il restauro del palazzo sarebbe troppo oneroso; inoltre ha affermato, qui esponendosi in maniera evidentemente critica, che non sarebbe opportuno creare un museo stabile unicamente per ospitare le opere della fondazione Cavallini-Sgarbi. Il vicesindaco rimprovera lo storico dell’arte Sgarbi definire “morta” la città di Ferrara, mettendone addirittura in discussione la preparazione culturale. Fortunatamente a tacitare le acque è intervenuto il sindaco Tiziano Tagliani, che attraverso la grande diplomazia che lo contraddistingue, ha dichiarato che prenderà seriamente in considerazione l’ipotesi di ospitare a Ferrara la mostra e di vagliare progetti futuri in relazione alle opere attualmente a Osimo; tra l’altro sostenuto in questa posizione dal dirigente della Camera di Commercio di Ferrara, anch’egli favorevole alla seria valutazione dell’ipotesi presentata da Sgarbi.
Non è la prima volta che a Sgarbi viene negato ‘l’accesso’ alla città, sebbene il suo continuo e assiduo lavoro sia di spessore culturale elevatissimo e sia molto spesso volto alla valorizzazione del patrimonio artistico, in particolare degli autori erroneamente definiti “minori”. Basti pensare ai suoi interventi settimanali sull’inserto del Corriere della Sera, “Sette”. Come ha già sottolineato il sindaco Tagliani, i “no” aprioristici non hanno alcun senso e non portano a nessun risultato, ma questo episodio, in caso ce ne fosse bisogno, è un lampante esempio di chiusura mentale tipica di questa città (con le dovute eccezioni), e di conseguenza dell’amministrazione, poichè ancora non si è entrati nell’ottica di concepire il patrimonio artistico e culturale come tesoro, da sfruttare e da valorizzare, anche e direi soprattutto ai fini economici, perché ‘l’industria dell’arte’ è l’unica autentica ricchezza che l’Italia possiede.

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Angelo Andreotti: “Museoinvita, un tavolo attorno al quale sedersi”

da: Angelo Andreotti *

Colgo l’occasione dell’intervento pubblicato sugli organi di informazione locale del professor Ranieri Varese per chiarire che, nel mio articolo di apertura della neo rivista Museoinvita pubblicata dai Musei di Arte Antica, richiamando la rivista fondata da Varese stesso nel lontano 1971, intendevo omaggiare l’opera meritoria di chi mi ha preceduto, non certo esprimere l’intento di riproporre lo stesso modello. Anche a volerlo sarebbe impossibile sia per contesto sia per forma.

Per quanto riguarda il contesto, e trovando ormai inutile chiamare in causa ancora una volta la crisi economica (e conseguente riduzione di personale), basterebbe elencare quanto da quei tempi è entrato in corpo ai Musei d’Arte Antica facendoli diventare anche Storico Scientifici. L’elenco sarebbe molto lungo e avrebbe un’aria pretenziosa, ma al di là di tutto, questi sono segni dei tempi che non possono non influire anche sul concetto di “museo”, abituando chi come me – formato all’interno dei musei d’arte – deve ora confrontarsi nel concreto con problematiche tipiche, per esempio, di un Museo del Risorgimento e della Resistenza, di un Museo di Storia Naturale, e anche di un Centro Studi Bassaniani, quest’ultimo peraltro all’interno di un edificio (Casa Minerbi) che sarà condiviso dall’Istituto di Studi Rinascimentali, e da affreschi di pertinenza del MIBACT. Aggiungo per completezza anche il mio incarico (gratuito e su mandato dell’Amministrazione) come Segretario dell’Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale Siti UNESCO.

Angelo Andreotti è dirigente del servizio Musei d’arte antica e storico-scientifici
Angelo Andreotti è dirigente del servizio Musei d’arte antica e storico-scientifici

La domanda a questo punto è la seguente: visto il contesto, posso davvero pensare di riproporre un modello di rivista che sia quello pensato nel 1971? Certo che no. L’impressione che lo sia è dovuta, credo, al fatto che il primo numero parla di argomenti che riguardano i Musei d’Arte Antica, e che l’intera rivista è stata progettata esclusivamente dagli stessi Musei. Sorvolo sul fatto che ci sono pure altre riviste che trovano la loro collocazione in un ambito museale preciso, salvo poi collaborare alla pari con altre realtà territoriali, semplicemente “facendosi capofila” di un progetto, e sottolineo invece un’altra condizione del contesto odierno: il dissolversi lento e non del tutto chiaro e definito delle Amministrazioni Provinciali (che tanta ripercussione avrà sul territorio), e il mutamento sostanziale ma ancora in divenire delle Soprintendenze (che verranno separate dalla gestione museale). In queste circostanze cercare di iniziare un percorso comune sarebbe intempestivo, oltretutto non va dimenticato che molti spazi museali attendono ancora lavori di messa a norma antisismica, che coincideranno con una rivisitazione anche globale della loro identità.

Museoinvita è una rivista che abbiamo fatto nascere. Tutto qui per ora, ma è ovvio che andrà implementata attraverso il confronto diretto con le varie espressioni museali del territorio. Occorre tempo, e piuttosto che consumarne nell’attesa di renderla possibile, l’abbiamo resa reale in una modalità fluida, rimandando al dopo il confezionamento di un progetto comune. Come a dire che intanto abbiamo costruito il tavolo, e adesso che esiste possiamo tutti sederci attorno a esso. Faccio inoltre presente che altri tavoli di lavoro, che vanno nella nostra stessa direzione per quanto con altre finalità, sono in corso da tempo, come quello di coordinamento dei musei cittadini gestito in prima persona dal vice Sindaco Massimo Maisto, che peraltro ha già prodotto buoni risultati.

La forma stessa della rivista consente un’agilità che il modello cartaceo non potrebbe avere, e che può senza sforzo alcuno trasformare il tavolo di lavoro a seconda delle necessità. Essere stati noi a progettarla è di poca importanza, poiché la sua struttura ha caratteristiche fluide, non solide. Di più: la modalità online è una forma non soltanto che si adegua ai contenuti, ma anche li costringe a essere dinamici, a rimodularsi secondo realtà, a generare connessioni diversamente impraticabili o addirittura impensabili. Il bello di Museoinvita sarà proprio la sua capacità di trasformarsi nel tempo. Ma a tempo debito, soprattutto facendo sistema senza preordinare un sistema che, in tal modo, rischierebbe di interpretare pregiudizialmente la realtà, e dunque di paralizzare la comprensione del naturale corso degli eventi, in questo particolare periodo decisamente complesso e dai mutamenti spesso repentini.

* Angelo Andreotti è dirigente del Servizio Musei d’Arte Antica e Storico-Scientifici

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Varese: “Una rivista online aperta a tutti, primo passo verso il sistema museale cittadino”

da: Ranieri Varese

Angelo Andreotti, direttore dei Musei Civici di Arte Antica, nella presentazione della rivista online Museoinvita, ha avuto la non obbligata cortesia di citarmi e di collegare la nuova rivista all’ormai antiquariale “Musei Civici. Ferrara Bollettino Annuale”, fondato nel 1971 e chiuso nel 2000.
Credo che tutti i ferraresi debbano essere grati alla Amministrazione Civica e alla Direzione dei Musei per la creazione di una opportunità di documentazione e di ricerca legata alla attività, intensa e intelligente, che si svolge presso i musei civici: testimoniano le iniziative, l’aumento dei visitatori, i progetti.
Spero mi sia consentita qualche lieve osservazione, legata alle mutate situazioni.
Sono passati quarantaquattro anni, forse non ci si può limitare a delle riproposizioni. Un importante convegno (novembre 2011) ha sottolineato con forza la necessità della costituzione di un sistema museale cittadino, come già è avvenuto in altre località della regione. In varie dichiarazioni rappresentanti della amministrazione hanno manifestato la loro intenzione di avviarne la formazione. E’ auspicabile che avvenga attraverso un pubblico confronto.
Una rivista dedicata a un solo settore, e solo da questo organizzata, rischia di essere angusta e autoreferenziale; l’essere aperta a tutti è diverso dall’essere pensata da tutti.
Un primo passo anticipatore sarebbe stato, e ancora può essere, pubblicare online un periodico che sia espressione di tutti i musei presenti in Ferrara. Insieme pensato, con un comitato scientifico composto da rappresentanti di tutti i musei: da quelli statali ai civici, agli universitari ai religiosi. Senza gerarchie di temi e di settori: dalle cere anatomiche alla pinacoteca, dalla archeologia alla contemporaneità, dal collezionismo alle arti applicate.
I musei, oltre che luoghi di conservazione e di esposizione, sono e debbono essere centri di studio e di ricerca. La rivista deve essere sede ove testimoniare le attività e i problemi, ove raccogliere i risultati: temi che devono poter essere espressi da tutte le istituzioni. Il filo rosso che può e deve legare ogni cosa è il legame con il patrimonio storico monumentale e le sue implicazioni urbanistiche, con le opere e le raccolte conservate sia in città che nella provincia.
La Amministrazione Comunale può farsi capofila: sarebbe un segnale significativo anche nei confronti dei molti altri problemi che esistono.
Il tutto è possibile senza alcun aumento dei costi previsti.

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Maria Luisa Pacelli: “Dal prof. Ranieri Varese mi aspetterei critiche argomentate”

da: Maria Luisa Pacelli, Direttore Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, Fondazione Ferrara Arte

In genere non amo entrare in polemiche riguardanti Ferrara Arte o i musei di cui sono responsabile. Credo, infatti, che siano i risultati a dover parlare. Oltre a ciò, temo l’eccessiva semplificazione di argomenti complessi, che porta spesso a imprecisioni e a fraintendimenti. Ma alcune precisazioni in questo caso sono d’obbligo.

A proposito di fraintendimenti, durante la conferenza stampa di mercoledì scorso, in riferimento al professor Varese, non ho detto in nessun modo che non sia un interlocutore accreditato, al contrario: proprio perché a esprimersi è uno studioso autorevole con esperienza di direzione museale, mi aspetto critiche argomentate e puntuali, non generiche, come ad esempio nel passaggio in cui scrive: «…limitatezza delle offerte che non siano quelle espositive a loro volta non eccezionali a causa non solo di difetti di progettazione ma anche del venir meno del sostegno bancario, assenza di strumenti di promozione e di conoscenza». Le critiche sono assolutamente legittime, ma mi piacerebbe sapere quali sono i difetti della progettazione, o a cosa alluda il professore quando parla di assenza di strumenti di promozione (per le mostre, per i musei?) o di conoscenza (di chi? rispetto a cosa?).

Detto questo, non posso a mia volta non entrare nel merito di altre le riflessioni fatte dal professor Varese, sempre relativamente a Ferrara Arte. Penso innanzitutto che questa istituzione sia stata e sia ancora un’opportunità per Ferrara. Non a caso, molte città della regione, e non solo della regione, ne hanno seguito l’esempio con maggiore o minore continuità o successo, basti pensare a Ravenna, Forlì, Bologna, Padova, Rovigo. Si può, naturalmente, non essere d’accordo con la mia opinione, non trovo tuttavia accettabile che, ancora in maniera piuttosto generica e per questo insidiosa, nel primo intervento si scriva che Ferrara Arte «è responsabile, nel bene e nel male, della situazione attuale», per poi elencare una serie di problemi, che vanno dalla diminuzione dei pernottamenti, al calo dei visitatori delle mostre e dei musei, compreso il Castello (il cui numero dei visitatori, indipendentemente da Ferrara Arte, è peraltro in sensibile aumento da due anni), e, infine, smentire questa affermazione nel secondo intervento.

Ci sono molti altri punti toccati dal professor Varese che mi piacerebbe approfondire, non necessariamente per dissentire con lui, qui mi limito per ovvie ragioni di spazio a un paio. Nel suo secondo intervento è scritto che, incoerentemente da quanto affermato nell’articolo 2 dello Statuto della Fondazione, niente è stato fatto oltre alle mostre. Vorrei ricordare i cicli di conferenze, i concerti, le rassegne cinematografiche, gli spettacoli che, spesso in collaborazione con altre istituzioni o associazioni cittadine, sono stati organizzati in occasione delle esposizioni, per non parlare delle innumerevoli attività di approfondimento dedicate agli studenti di ogni ordine e grado. Tutto ciò è documentato e documentabile, se poi vogliamo discutere della qualità di queste iniziative, sono a disposizione.

Infine, un argomento che giustamente sta molto a cuore al professor Varese, è la tutela e la valorizzazione del patrimonio, che a suo parere soffre a causa di Ferrara Arte. In risposta a ciò vorrei ricordare alcuni fatti, che elenco. Delle ultime quattro mostre presentate al Palazzo dei Diamanti due erano dedicate al patrimonio cittadino (Antonioni e la mostra dedicata alla collezioni dei musei di Palazzo Massari). Due delle tre mostre in programmazione nei prossimi anni sono legate alla storia dell’arte e della cultura ferrarese (Pittura metafisica e Orlando Furioso). Attraverso le mostre il nostro patrimonio è stato promosso anche al di fuori delle mura cittadine e dei confini nazionali (solo per fare due esempi, la mostra di Antonioni a Bruxelles e, il prossimo anno, a Parigi, o la mostra sulle collezioni del Massari a Palazzo Pitti). Le mostre di Ferrara Arte non sono solo un’opportunità di promozione e valorizzazione, ma anche di tutela: esemplare da questo punto di vista è stata la rassegna Immagine e persuasione, organizzata con il Seminario Arcivescovile e l’Arcidiocesi e con i Musei Civici di Arte Antica. Per questa mostra, lo ricordo a ingresso gratuito, è stata restaurata la Crocifissione di Carlo Bononi della chiesa delle Sacre Stimmate e si è aperto al pubblico un luogo di grandissimo interesse storico artistico come Palazzo Trotti Costabili. Ogni qual volta l’oggetto delle mostre lo ha consentito, si inoltre è lavorato in collaborazione e con i musei: la rassegna sull’età di Borso d’Este del 2007, ad esempio, ha coinvolto non solo i Musei Civici di Arte Antica, ma anche il Museo della Cattedrale e la Pinacoteca, sinergie si sono istituite tra il Museo Boldini e la mostra Boldini nella Parigi degli impressionisti, durante la quale, non a caso, si è registrato un forte incremento dei visitatori del Museo. Centrata sul patrimonio e sulla stretta collaborazione tra istituzioni della città è anche l’iniziativa presentata alla stampa mercoledì scorso che, oltre a rendere fruibili opere delle collezioni del Massari chiuso per restauro, promuove e valorizza un monumento assolutamente centrale per Ferrara.
In conclusione, credo che la discussione sul ruolo di Ferrara Arte nel sistema museale ferrarese e rispetto al patrimonio della città non possa ignorare ciò che in questo ambito è stato fatto, o dare per scontato che sia stato fatto poco e male, senza argomentazioni puntuali o una seria disamina critica. Inoltre, fermo restando che si può e si deve sempre provare a fare meglio, ritengo che in un periodo – ormai molto lungo – in cui le risorse disponibili per la cultura sono sempre più scarse in questo paese, e quelle destinate agli enti locali in costante e vertiginosa diminuzione, questa città abbia fatto molto per promuovere la cultura in generale e il proprio patrimonio in particolare, e questo anche grazie a uno strumento come Ferrara Arte.

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Una strategica visione culturale d’insieme per tracciare il profilo della città del domani

di Alessandra Chiappini

Alcuni articoli comparsi giorni fa sulla stampa locale sollecitano qualche riflessione. I temi, legati alla realtà culturale di Ferrara, si impongono in un momento di grande delicatezza sociale, politica, educativa, formativa, che la crisi economica in atto rende ancora più complesso. E’ noto che in frangenti di emergenza come l’attuale l’assunzione di decisioni –di ogni decisione verrebbe da dire- richiede una buona dose aggiuntiva di ascolto e di ponderazione, di fronte ai rischi che comunque comportano le scelte adottate in apprensione.

1) Sulla stampa locale e in occasione di incontri pubblici Ranieri Varese ha fornito una meditata e circostanziata riflessione circa la destinazione d’uso dell’area ex-caserma Pozzuolo del Friuli in riferimento ai progetti di recupero e riqualificazione presentati dall’assessore Fusari a nome dell’Amministrazione Comunale. Varese chiede di non sottovalutare l’importanza strategica della collocazione di tale area, anello di congiunzione fra il complesso di Schifanoia e quello di Marfisa d’Este, Palazzo Bonacossi incluso, rimarcandone la forte vocazione museale, difficilmente compatibile con alcuni diversi utilizzi (studentato, esercizi commerciali, edilizia residenziale) di parte dell’area ipotizzati dal Comune. Fra le motivazioni con cui l’assessore Fusari ricusa le suggestioni di Varese vi è l’insostenibile lievitazione dei costi conseguenti, tale da comportare l’azzeramento della altre operazioni edilizie attualmente in corso destinate a uso culturale. L’argomentazione è certo importante e potenzialmente anche dirimente. E’ tuttavia poco credibile che a Ranieri Varese, studioso attento, competente e pragmatico, già direttore dei Civici Musei d’Arte Antica, sfugga il pesante onere dell’impresa da lui ipotizzata: il senso che percepiamo nelle sue parole è la sollecitazione a considerare pure un’altra possibile traccia, un diverso modello, anche culturale, ad avviso suo e di non pochi altri più coerente. Nello scambio corretto e pacato fra i due interlocutori si fa riferimento al Museo della Città, ovviamente Ferrara in questo caso (una suggestione/lettura affascinante di un potenziale siffatto museo è fornita da Sergio Gessi in “Ferraraitalia” del 20 marzo scorso). Non si può non avvertire con un qualche disorientamento la divergenza fra ciò che è, per tipologia oggettiva e museologicamente consolidata, non per suggestione approssimativa, un “Museo della Città”, a qualunque realtà urbana si riferisca (ne sono dotate non poche città, in Italia e all’estero), e l’accenno dell’assessore alla città museo di se stessa, con le proprie emergenze e i propri tesori, inteso, questo, come il vero “museo della città”. Non sembra peregrino attribuire il sentore di genericità e una certa frettolosità di alcune risposte, quasi un non avvenuto approfondimento, all’affanno che la grave criticità del momento procura a chi si trova ad amministrare e far quadrare il magro bilancio senza tradire nulla dei bisogni fondamentali e della vocazione della città, nonché del progetto di mandato. Ma in queste approssimazioni talvolta si fatica a leggere il piano generale e coerente delle azioni, la visione culturale di sintesi della città, quella che risponde alla domanda: cosa vogliamo sia e diventi Ferrara in riferimento alla cultura e alle sue espressioni, nell’imminenza ma anche nei prossimi anni? Che fisionomia caratterizzante dovrà avere, e dunque, su cosa occorrerà puntare con forza?

2) Con grande sollievo molti cittadini che credono profondamente nella rilevanza dei servizi e delle attività culturali hanno salutato il progetto di recupero di Casa Minerbi. Hanno anche appreso dell’imminente avvio dei lavori per il riutilizzo di Casa Niccolini, limitrofa a Palazzo Paradiso. Assieme alle rilevanti migliorie recentemente apportate agli ambienti della Biblioteca Ariostea, questi sono parsi segni di grande speranza in un’epoca decisamente cupa. Un atto controcorrente, una sfida all’attuale diffuso sconforto lanciata da un’Amministrazione Comunale che non vuole gettare la spugna. Evviva. Proprio per questo è auspicabile che la finalità del ripristino di Casa Niccolini sia coerente con il modello e il piano dei servizi culturali che la città intende fornire, e non parta come scheggia impazzita a tamponare l’emergenza dell’immediato, senza specifica congruenza con la visione generale. Già all’indomani dell’acquisto di tale edificio era maturato un ragionamento non superficiale circa la sua destinazione d’uso, intesa come naturale ampliamento degli spazi della Biblioteca Ariostea. Fin da quegli anni lontani si individuò Casa Niccolini come possibile risorsa per una Sezione Ragazzi degna di questo nome, che la concezione di un’Ariostea accogliente per tutta la città, e non solo per agli studiosi specialisti, necessariamente richiede e merita.

3) Questa considerazione si propone anche in riferimento al tema, annosissimo, delle sedi delle associazioni culturali, alcune delle quali (Accademia delle Scienze, Deputazione di Storia Patria e Ferrariae Decus tra i primi) titolari di patrimoni documentario-archivistici e bibliografici importanti, la cui conservazione e disponibilità al pubblico dovranno essere salvaguardate e garantite. E anche se l’attuale contingenza non consente l’immediata attuazione di imprese finanziariamente impegnative oltre quelle già in corso, come osservava l’assessore Fusari, è pur vero che questo tema non può non trovare posto sin d’ora nella costruzione della sopra citata “visione” e dell’auspicato piano culturale cittadino. L’eventuale assegnazione di spazi, per quanto contenuti, ad associazioni in Casa Niccolini comprometterebbe irreparabilmente l’efficacia dell’espansione della Biblioteca, che necessiterebbe di spazi addirittura ulteriori, e non risolverebbe il problema associazioni. Quello del volontariato è tema delicato, non semplice e anche spigoloso per molteplici aspetti, come ben noto. Ma è pur vero che grazie all’affinamento delle competenze e al servizio alla città fornito da non poche di loro, le associazioni in questione costituiscono una risorsa rilevante, a Ferrara in particolare: sarebbe ingiustificato e ingeneroso sottovalutarla. E di competenza e maturità le associazioni hanno dato significativa prova di sé in diverse recenti circostanze, non ultima il convegno sui problemi e sulle prospettive dei musei a Ferrara promosso dagli Amici dei Musei nel 2011, con la relativa autorevole pubblicazione degli atti. E’ un testo, questo, che l’Amministrazione Comunale ben conosce e non c’è ragione di dubitare che lo consulterà nell’ambito della suddetta pianificazione. Si riterrebbe molto apprezzabile che l’attenzione e la vicinanza al volontariato culturale, tradizionalmente professati dal governo della città, costituissero il presupposto di una nuova coraggiosa scommessa nella quale la posta in gioco sia uno scambio fattivo e un pieno ascolto, nell’ovvio rispetto delle competenze istituzionali. E’ uno dei migliori auspici esprimibili dal volontariato culturale al governo locale che le imminenti elezioni amministrative determineranno.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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