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Nuovo record del debito pubblico:
per fortuna!

Il debito pubblico italiano a gennaio di quest’anno è arrivato a 2.603,1 miliardi di euro, un nuovo e assoluto record, cerchiamo allora di capire di cosa stiamo realmente parlando dal punto di vista contabile e verso chi siamo indebitati, tralasciando volutamente altri aspetti nondimeno importanti, come, ad esempio, cos’è, perché esiste e se uno Stato ne può fare a meno.
Banca d’Italia, nella pubblicazione “Finanza pubblica: fabbisogno e debito” del 15 marzo 2021 mostra che al 31 dicembre 2020 il debito delle amministrazioni pubbliche ammonta complessivamente a 2.569 miliardi e 400 milioni di euro ed è ripartito per detentori come mostro nell’infografica di seguito, dove ho evidenziato le percentuali spettanti ai vari creditori e nella legenda invece le cifre corrispondenti.

La prima considerazione da fare è che il 70% del debito rimane ripartito tra banca d’Italia, banche, istituzioni finanziarie e famiglie italiane mentre solo il restante 30% è attribuibile a non residenti. Di seguito la ripartizione

La successiva considerazione è che il 22% del totale, per ben 556 miliardi, è detenuto da Banca d’Italia ed è importante chiarire cosa questo voglia dire. Per farlo utilizziamo un ulteriore ripartizione fatta dall’Osservatorio dei Conti Pubblici (Ocpi) di Carlo Cottarelli, con l’accortezza di informare che questi dati sono stati diffusi in una pubblicazione del 18 dicembre 2020, quindi mancava qualche giorno alla chiusura dell’anno.

Come si vede, alla percentuale detenuta dalla banca d’Italia l’Ocpi aggiunge la quota detenuta dalla Bce e dalle Istituzioni europee arrivando al 36,6% e limitando il debito “reale”, cioè detenuto dal mercato (in generale e sia residenti che non residenti), al 121,4%. Ben inferiore al picco del 2014 e previsto in calo nel 2021.
La domanda da sciogliere è: perché il debito pubblico in rapporto al Pil è in totale al 158%, cioè un valore di 2.600 miliardi, mentre qui ne definiamo “reale” solo il 121,4%, cioè un valore di circa 2.000 miliardi?
Questo succede perché quando il debito è detenuto da una Banca Centrale è come se la moglie dovesse soldi al marito, quindi il capitale resta in famiglia e gli interessi prodotti dal prestito vengono periodicamente incassati dal marito, cioè dal Governo. Quando poi la situazione generale ritornerà sotto controllo e non richiederà nuovo debito, quello accumulato non avrà nessuna necessità di essere rimesso sul mercato. Potrà essere cancellato oppure tenuto per i successivi 100 anni allo 0% di interesse.
Per ulteriore chiarezza, è di queste settimane la notizia che il Governo italiano di Mario Draghi ha contrattato una consulenza con la società internazionale McKinsey per la gestione del Recovery Fund. Ebbene circa 5 anni fa ho pubblicato un articolo su queste pagine scritto con Claudio Bertoni che trovate qui (https://www.ferraraitalia.it/cancellare-il-debito-pubblico-per-mckinsey-non-e-un-problema-ma-ai-mercati-finanziari-non-conviene-41104.html) e che trovava spunto proprio da un report edito da questa società di consulenza. In sintesi si faceva la differenza tra debito lordo e debito netto, cioè per avere reale contezza del debito in capo ad uno Stato bisognerebbe sottrarre al debito totale quello detenuto dalle banche centrali. Esattamente il ragionamento fatto dall’Ocpi di Carlo Cottarelli.
A questo ragionamento vorrei aggiungere che il debito detenuto poi dai residenti, in particolare alle famiglie, garantisce un piccolo rendimento ai propri risparmi che tendenzialmente potrebbe poi essere speso all’interno del circuito economico che lo ha prodotto, generando guadagno per la comunità.
Ma vorrei introdurre anche un ulteriore spunto di riflessione. Dai dati risultanti dalla pubblicazione “Finanza pubblica: fabbisogno e debito” della Banca d’Italia si evince che 228 miliardi e 162 milioni vengono conteggiati sotto la voce monete e depositi e si riferiscono nella quasi totalità ai soldi che girano, le banconote da 10, 20 e 50 euro che utilizziamo per le piccole spese quotidiane. Un “artificio” contabile che potrebbe anche non doversi trovare da quel lato della contabilità (passività) e che porterebbe a questo punto il debito pubblico quasi al 100% nel suo rapporto con il Pil.
In conclusione, il debito c’è e ha la sua importanza, ma non necessariamente è da considerare un record negativo o un impedimento sulla strada del benessere collettivo. Ad esempio, e per chiudere, il debito creato nel 2020 è servito per comprare mascherine e respiratori, vaccini, dare ristori a chi è stato costretto a chiudere e anche bonus alle famiglie per le baby sitter e allora: sicuri di volerlo ridurre?

NGEU:
Uno strumento di ingegneria sociale per il controllo delle masse

Parlare di Next Generation Eu significa cercare di capire:
– sostanzialmente cosa succede nel mondo e in Europa
– incidentalmente il perché di Draghi, del voto bulgaro al suo governo, dell’appiattimento ad un pensiero unico di partiti che solo ieri si odiavano
– cosa possa aspettarsi il popolo italiano
È un approccio schematico che prende in considerazione un punto di inizio che, anche se non rappresenta il Big Bang, quantomeno ci evita di parlare solo di effetti senza passare dalle cause.
I punti da considerare ai fini del ragionamento sul Ngeu sono almeno tre:
– Quanti sono i trasferimenti reali destinati all’Italia
– Quali le condizionalità politiche
– A cosa è destinato realmente il “piano di salvataggio”
I trasferimenti previsti li vediamo dall’infografica di seguito, di questi una parte sono credito/prestito e una parte sono trasferimenti a fondo perduto.

Se consideriamo che il bilancio Ue è settennale e andiamo a vedere i conti del bilancio 2012- 2018 risulta che l’Italia ha versato 112,85 miliardi e ne ha ricevuto 76,49, di conseguenza ha contribuito al netto al bilancio europeo per 5,2 miliardi all’anno trasferendo all’Europa in sette anni 36,36 miliardi. Nel 2019, proseguendo, l’Italia ha versato 16 miliardi e 799,2 milioni e ha ricevuto 11 miliardi e 386,2 milioni con un saldo negativo che mantiene e conferma l’andamento medio del bilancio settennale precedente.
Per il bilancio 2021-2027 l’Italia dovrebbe versare, calcolando la perdita di Pil conseguente alla pandemia, tra i 13 e i 15 miliardi all’anno per un totale di circa 100 miliardi. Poiché ne dovrebbe ricevere 81 miliardi, il saldo negativo sarà di una 20ina di miliardi cioè un trasferimento di poco meno di 3 miliardi all’anno.
Cosa succede alla parte prestiti, ovvero 127 miliardi? Per calcolare il vantaggio bisognerebbe comparare il tasso di interesse praticato ai Titoli che emetterà la Commissione europea a quelli che sta emettendo l’Italia e che sono prossimi allo zero. Si tenga presente che nell’ultima asta del 16 febbraio i Btp a 10 anni sono stati collocati all’interesse lordo dello 0,604%.
Secondo le stime di Cottarelli, avvalorate all’epoca da Gualtieri, dall’operazione Ngeu (parte prestiti) si avrebbe un risparmio di 25 miliardi. Risparmio comunque tutto da dimostrare poi nella pratica e che non tiene conto del fatto che i Titoli emessi vengono oramai quasi tutti assorbiti dalla Bce e che quindi gli interessi che paghiamo sui Btp vengono poi rigirati all’Italia. Una volta si chiamava “partita di giro” ed era solo contabilità mentre oggi è vita quotidiana.
Compreso che il Ngeu non porterà ricchezza infinita e non ci risolleverà da tutti i mali, passiamo al secondo punto, le condizionalità.
In un momento in cui è necessario spendere e fare debito per assicurare la ripresa, come persino Draghi ha ammesso in varie occasioni durante il 2020, la Commissione continua ad essere ancorata ai principi dell’austerity dettata in particolare dai paesi frugali come l’Austria, l’Olanda e la Finlandia per cui già dal 2024 ci potrebbero essere i primi controlli sul livello delle spese (deficit e debito) che potrebbero anche portare all’interruzione dei programmi di finanziamento. Considerando che è stato previsto per cosa questi finanziamenti si possano spendere, che l’erogazione deve essere approvata dalla commissione e che poi bisognerà rendicontare ogni euro, viene da se che le condizionalità non solo ci sono ma potrebbero rappresentare un peso burocratico enorme. Al punto da limitare sia l’efficacia nell’immediato che la resa nel tempo.
Quelle che precedono però sono per lo più esempi di condizionalità economiche. Un esempio di condizionalità politica potrebbe essere rappresentata … dal governo Draghi che grazie ad una manovra a dir poco inimmaginabile solo poco tempo fa, ad opera di uno sparuto gruppo parlamentare, diventa il gestore del Recovery italiano. Nientemeno una troika anticipata con regia del Pdr e plauso dell’intero emiciclo romano che, se non fosse per l’astensione di Fratelli d’Italia e qualche fuoriuscito, sembrerebbe di essere un po’ più a Est qualche decennio fa.
Detto questo rimane il punto centrale, a cosa serve realmente questo piano e forse, a voler essere diretti, a chi serve veramente.
La Germania ci tiene così tanto che l’Italia si “salvi” da mettere il suo stellare rating a disposizione dei Titoli che la Commissione europea metterà sul mercato nonostante sia stata parte integrante se non fondante dei paesi frugali. Archiviando le contestazioni a Draghi da parte della sua Banca Centrale e dei cosiddetti “falchi” ai tempi del “whatever it takes” (perché la Germania dovrebbe addossarsi le responsabilità del debito italiano & company?), si passa alle benedizioni di oggi e, insieme al francese Macron e all’amico Biden, promuove l’intervento del Ngeu e l’arrivo del salvatore.
Soldi dunque a disposizione dei paesi in difficoltà, Italia in prima linea come maggior beneficiario, mentre loro regalano senza, in sostanza, prendere nulla o quasi. Del resto con il surplus commerciale accumulato la Germania potrebbe tranquillamente fare da sola, quindi pura generosità e sogno europeo.
Ma la debolezza dell’Italia è una questione da analizzare in senso un po’ più ampio. L’Italia è un paese debole dal punto di vista politico ed esprime tutta la sua debolezza nella sua politica estera dato che si muove sempre “a corredo” di necessità altrui, in particolare per tutto ciò che interessa ad americani ed inglesi. Negli ultimi anni la strana corrispondenza tra interessi altrui e la nostra è diventata esplicita anche nei confronti dei francesi con il caso Libia (erano i tempi di Berlusconi – La Russa – Sarkosy) o quello del Mali nel 2012 – 2013. Con il caso, invece, dei turchi lasciati liberi di spadroneggiare nel Mediterraneo e in Libia grazie alla gestione Conte – Di Maio risulta del tutto evidente la nostra debolezza e inconsistenza geopolitica.
Del resto l’Italia, pur avendo inutilmente capacità belliche superiori alla Turchia, non ha altrettanto unità d’intenti e chiarezza di obiettivi, quindi qualsiasi azione di contrasto messo in atto da parte di navi militari italiane sarebbe contestata in primis proprio dalla politica, poi dall’informazione ed infine dalla magistratura, un film già visto.
Dunque un paese debole e instabile internamente a cui si aggiunge poca visione e coerenza estera (Cina si, Cina no) ma indubbiamente ricco, terzo Pil europeo e primo nella ricchezza privata. Un problema serio per i suoi partner e competitor. Abbiamo l’obbligo di rimanere nel campo occidentale per mantenere gli assetti strategici americani e occidentali e dobbiamo rimanere ancorati al sistema euro per non scompensare l’unità europea che si basa sempre più chiaramente sull’egemonia tedesca e la grandeur francese che a tratti riaffiora.
L’Europa ha bisogno in ogni caso che l’Italia continui ad assicurare il necessario interscambio commerciale, un suo crollo scompenserebbe un intero sistema e non certamente solo il nostro Paese.
Come si potrebbe spiegare quello che abbiamo visto succedere in queste settimane, gli eventi che hanno portato all’insediamento di Draghi se non mettendo tutto in riga, analizzando fatti e circostanze che includono l’assetto politico mondiale, gli aspetti macroeconomici, i deficit e surplus delle bilance commerciali di paesi come gli Usa e la Germania. Cos’è l’Italia per paesi così forti e determinati, che hanno piani industriali, commerciali e di interessi internazionali da difendere?
Non possiamo essere noi il pericolo, non lo vogliamo noi e non lo vuole la Germania e la Francia, gli Usa e la Gran Bretagna. Abbiamo un ruolo nello scacchiere altrui, di cui non è sensato pensare di essere parte decisoria, bisogna rispettare e continuare ad essere dei buoni gregari. Dobbiamo anche accettare di essere salvati e che venga deciso come.
L’Italia è una grande risorsa, buona fino a quando fa la sua parte e non crea problemi e quindi da tenere sotto controllo perché si dimostra spesso scheggia impazzita, imprevedibile, preda a volte di impulsi populisti. Ci hanno tenuto sotto controllo benissimo gli americani quando ci hanno impedito di affacciarci troppo ad Est dopo la seconda guerra mondiale, gli inglesi e i francesi hanno tessuto i fili durante gli “anni di piombo” e lo fanno ora i tedeschi per impedirci di rovinare i loro interessi economici, nuova formula di controllo degli stati.
Cos’è il Ngeu? Tante cose o forse una sola veramente centrale, qualcosa che fa a pagamento quello che una banca centrale potrebbe fare gratis, uno strumento di ingegneria sociale per il controllo degli stati europei che serve a tutti tranne, forse, a quelli che avrebbero bisogno di sostegno finanziario.

SCHEI
The Drake is on the table

L’investitura più esilarante è arrivata dallo stratega del due per cento: Matteo Renzi, che nel suo pseudo inglese con la bocca piena di pici ha rivendicato di non avere avuto un piano, ma di avere regalato agli italiani un sogno (sempre modesto l’uomo): Mario Draghi a capo della squadra  – quale, sarà sinistramente eccitante scoprirlo – che deciderà come impiegare la cascata di denaro (209 miliardi) che è riservata all’Italia sotto il nome di Recovery Fund.

Il Drago è un serpente (etimo latino, a sua volta proveniente dal greco): è presente nell’immaginario collettivo di tutte le culture, in quelle occidentali come essere malefico portatore di morte e distruzione, in quella orientale come creatura portatrice di fortuna e bontà (cit. Wikipedia). Noi siamo in Occidente, quindi il dragone dovrebbe portarci sfiga e malocchio, ma quella roba lì è già arrivata sotto forma virale, per cui lo abbiamo orientalizzato per l’occasione. Si tratta dunque di una creatura ambigua e ambivalente, e in quanto tale rivestita di un fascino speciale, come tutte le creature la cui collocazione di genere non è ben chiara. L’ambiguità è definita dal punto di vista dell’osservatore: se l’osservatore fosse un dipendente del Monte dei Paschi di Siena nel 2008, anno in cui Draghi, da Governatore di Bankitalia, firmò l’autorizzazione all’acquisto di Antonveneta per un prezzo poi definito spropositato da diversi analisti, il Drago sarebbe percepito come un portatore di sventura, perchè quell’acquisizione, unita alla gravissima tempesta finanziaria scatenatasi dal 2009, sancì l’inizio del declino della banca più antica d’Italia. Se l’osservatore fosse uno Stato indebitato fino al collo (tipo il nostro) che, nel 2012, doveva strapagare interessi a chiunque per invogliarlo ad assumersi il rischio di prestargli denaro, Mario Draghi, fresco governatore della Banca Centrale Europea, sarebbe considerato un salvatore della patria. Infatti il Drago disse chiaramente agli speculatori che scommettevano sul fallimento di Italia e Spagna che la sua banca, dotata di risorse pressochè illimitate, avrebbe fatto di tutto (whatever it takes) per evitarne la bancarotta. Come? Comprando illimitate quantità del loro debito. Capite che, se il capo delle riserve monetarie e auree del continente vi dice che potete scordarvi di scommettere contro l’Italia e la Spagna perchè tanto lui ci metterà tutti i soldi che servono, la speculazione finisce, il debito di questi paesi torna ad essere percepito come sicuro (perchè ci sarà comunque il Capo dei Soldi che lo sosterrà) e gli interessi che lo Stato dovrà pagare ai suoi creditori scenderanno, e torneranno ad essere simili agli interessi che paga la Germania, formidabile corazzata statale capace di ridiventare la locomotiva d’Europa dopo aver perso una guerra mondiale sotto la rovinosa e genocida dittatura hitleriana. In quel 2012 Draghi disse ai draghetti, ai piranhas, ai gamblers e agli squali una cosa semplice, un messaggio secco: finchè ci sono io l’euro rimane, e nessuno Stato fallirà. Su questo sì, che potete scommettere. Tutte le volte che un potente appartenente alla tradizione democratica occidentale, addirittura italiana, trasmette un messaggio così netto e inequivocabile, uno resta a bocca aperta per lo stupore: ma allora anche uno dei nostri può parlare così chiaro?

Lo Stato italiano si ritrova ora, per motivi diversi (in parte) da quelli di nove anni fa, nella medesima pericolosa situazione di pre-dissesto finanziario. Infatti attualmente il debito pubblico ammonta ad una cifra pari all’incirca al 160% del Prodotto Interno Lordo. Come dire che in famiglia porti a casa 100.000 euro l’anno, ma che ne devi restituire 160.000 – fortunatamente, non tutti in un anno. Non è tanto la quantità secca del debito che ti inguaia: infatti, se l’anno prossimo portassi a casa 110.000 euro (il tuo prodotto interno lordo familiare), e il tuo debito fosse stabile, avresti più risorse per ripagarlo. Peccato che, nell’anno del coronavirus, le tue entrate non aumentano ma diminuiscono, mentre il tuo debito rimane uguale, quindi il rapporto negativo cresce.

Mario Draghi però, con la sua sola chiamata all’incarico di Presidente del Consiglio, ha già prodotto un effetto positivo: il tasso d’interesse del tuo debito è sceso. Il mondo dei prestatori di denaro (fondi, stati sovrani, privati) si è rassicurato: è come se un (notoriamente) ricco e affidabile gentiluomo avesse messo una mano sulla spalla dei tuoi creditori, dicendo loro: tranquilli, ci sono io a garantire per questa famiglia. Là dove non arrivano loro, ci sono io. Non solo. I tuoi creditori, fino a ieri sospettosi e diffidenti sulla tua capacità di investire e spendere con criterio la cascata di denaro che ti arriverà in casa per far fronte al crollo delle tue entrate da crisi Covid, adesso sanno che a gestire quei soldi nel tuo interesse (e nel loro) c’è il ricco e affidabile gentiluomo di nome Mario Draghi.

Possibile che un banchiere, per giunta drago, sia così filantropo? Secondo molti non è necessario che sia filantropo, ma che sia efficiente. Il suo grado di efficienza deve essere superiore alla media dei tecnocrati efficienti, perchè purtroppo, come è noto a tutti, la tua famiglia non brilla per la capacità di tenere sotto controllo le spese voluttuarie, e spende male (nel senso che potrebbe risparmiare di più) anche quei soldi che le servono per aggiustare i lavandini, ritinteggiare i muri, cambiare la macchina, comprare le medicine, fare la spesa del mese. In parole povere: la tua famiglia ha bisogno di un amministratore di sostegno, e lo ha trovato. Il migliore sulla piazza, si dice.

Se siamo minimamente consapevoli di quanta è l’acqua nella quale nuotiamo, esistono zero possibilità che Mario Draghi non ottenga la fiducia dal Parlamento per formare un Governo. Zero. Se invece siamo ancora convinti di poter sguazzare (si fa per dire) in un universo parallelo; se siamo ancora convinti di poter continuare a giocare alla piccola politica romana (e purtroppo, appena ti insedii nella Capitale da privilegiato vieni rapito dalla languidezza malandrina del ponentino), allora esiste la possibilità che Mario Draghi non riesca a trovare una maggioranza che lo sostenga. Personalmente sarei piuttosto spaventato all’idea che uno con il suo curriculum fosse chiamato a mettere ordine nei nostri conti senza poter contare su denaro fresco. Un tecnocrate, per quanto abile, per quanto capace di non sacrificare al dominio della téchne tutta l’umanità che da ragazzo lo pervadeva, non fa mai scelte neutre. Al limite fa scelte che servono a tutelare il sistema, ma se ci guardi dentro scopri i morti e i feriti. La mia speranza è riposta nella circostanza che la sua occasione da statista arriva assieme ad una valanga di denaro, e Dio solo sa quanto abbiamo bisogno che questo denaro venga impiegato bene.

Per leggere tutti gli articoli della rubrica SCHEI di Nicola Cavallini, clicca[Qui]

La ricerca dei soldi nasconde l’incapacità di fare politica

I soldi non sono un problema ma, nonostante l’evidenza, si continua a far finta che non sia così. In diverse occasioni, e praticamente tutti gli ultimi governatori della Fed americana, hanno avuto modo di ribadire il concetto che le banche centrali possono creare moneta dal nulla e senza sforzo, ovviamente in presenza di un’economia in grado di creare beni da poter poi acquistare.

Ma nonostante queste dichiarazioni e sebbene anche lo stesso Draghi, in una delle sue ultime conferenze stampa da governatore della Bce, abbia avuto modo di confortare i giornalisti sull’impossibilità che la banca centrale possa finire i soldi, la politica continua a perseverare negli stessi errori e noi a rincorrere i nostri politici nelle loro perversioni interpretative che ci allontanano dall’obiettivo.

In un periodo come questo, in cui una pandemia sta logorando i rapporti economici e di conseguenza quelli sociali, sarebbe molto utile non perdersi dietro schermaglie ideologiche come quelle del Mes e concentrarsi sui reali problemi delle persone. Il difficile non è creare soldi ma creare le condizioni per uscire dalle crisi, oggi come ieri la ricerca dei primi continua a rimanere una questione politica che impedisce la risoluzione delle seconde.

Basta guardare, ad esempio, cosa sta succedendo nelle ultime aste dei nostri titoli di stato. Da qui possiamo trarre alcune importanti evidenze di politica monetaria puntualmente ignorate dall’analisi complessiva: la prima riguarda lo spread che è oramai scomparso dai radar dei catastrofisti, mentre gli interessi sul debito pubblico sono arrivati a livelli bassissimi se non addirittura negativi. Il motivo di questa discesa è noto ed è dovuto al massiccio intervento della Banca Centrale Europea, che ha continuato ad acquistare titoli di debito, coadiuvata in questo dalle dichiarazioni della Commissione Europea pronta a lanciare a sua volta piani di acquisto. Andando più a fondo, per cercare di capire cosa muove davvero gli eventi finanziari e monetari, dovremmo arrivare alla conclusione che per avere sempre i soldi necessari per realizzare i nostri progetti, senza doverci preoccupare di debito e interessi ma solo delle idee, della produzione e della gestione delle capacità, abbiamo bisogno di avere a disposizione, sempre, una banca centrale. Fare in modo, insomma, che politica monetaria e politica fiscale coincidano, cioè che cuore e braccia facciano davvero parte dello stesso corpo.

Bisognerebbe procedere insomma ad una revisione dell’attuale assetto monetario europeo e superare la dicotomia tra chi gestisce la politica fiscale e chi quella monetaria. Rimettere finalmente al servizio degli stati le banche centrali.

Una seconda evidenza attiene al fatto che gli investitori chiedono i nostri titoli e sono disposti ormai a comprarli anche a tasso negativo. Infatti le richieste, da febbraio circa, eccedono l’offerta di almeno 200 miliardi. Non ci sono dunque problemi di finanziamento né di credibilità sui mercati. La vera speculazione sta nel fatto di far credere il contrario, ed è proprio quando si diffondono queste paure che lo spread si allarga e quindi gli interessi aumentano. Paure giustificate dal fatto che quando non si può far leva sui poteri di intervento delle banche centrali, si rimane in balia degli umori del mercato.

Infine, alcuni Paesi, come la Spagna, il Portogallo e la Francia, sembrano intenzionati a non richiedere la parte del Recovery Fund a debito, vorrebbero quindi fermarsi all’incasso della parte sussidio che per l’Italia sarebbe di 120 miliardi. Perché, si chiedono, accendere un mutuo condizionato con la Commissione Europea quando i tassi di mercato sono così vantaggiosi e senza condizioni? Quello che serve, in fondo, non è che questa venda debito agli stati ma che aiuti a tenere bassi i tassi di mercato e imponga alla Bce, laddove serva, di acquistare titoli. Quello che si otterrebbe sarebbe semplicemente che banca centrale e istituzioni europee lavorerebbero per la stabilità dell’economia, e ciò renderebbe possibile attuare le necessarie riforme per la crescita e gli investimenti.

Quindi, se non ci sono problemi di accesso al mercato ma una richiesta di titoli in aumento e a tassi di interesse bassi o negativi, cosa ci impedisce di impegnarci subito in una seria rincorsa al tempo perduto e iniziare ad investire seriamente in ospedali, scuole e lotta alla disoccupazione, senza aspettare Recovery Fund e Mes, considerato poi che anche altri Paesi europei stanno ragionando in tal senso?

Ed ecco che il punto allora è politico, solo politico, e nulla ha a che fare con la disponibilità di denaro.

Il governo, in questi ultimi otto mesi, ha già messo a deficit (cioè speso o preventivato di spendere a debito) nei suoi piani finanziari, e Dpcm vari, circa 70 miliardi senza che si siano visti né progetti né opere concluse.

Non abbiamo un piano serio sui trasporti, sulle scuole e sulla capacità di queste ultime di avere telecamere, internet e quanto serva per la didattica a distanza o la fornitura di adeguati supporti per tutti gli studenti che ne abbiano bisogno. Non ci sono ospedali e terapie intensive che si siano aggiunte in tempo utile a quelle esistenti prima dell’inizio della pandemia, piani di sanità che permettano le cure anche a chi non è affetto da coronavirus, assunzioni di medici e infermieri, insegnanti e personale ausiliario.

Forse l’unico vero motivo per cui si invoca a gran voce l’utilizzo dei fondi europei è davvero la necessità di non dover essere costretti a cimentarsi con sfide al di sopra delle proprie capacità. Legare i destini dell’Italia alle istituzioni europee, attraverso un indebitamento condizionato, potrebbe essere una scelta mirata per lasciare ad altri l’onere di prendere decisioni che non si è in grado di prendere autonomamente.

SCHEI
(Punt e) MES, quel punto di amaro e mezzo di dolce

Chi si ricorda della pubblicità del Punt e Mes? “One point of sweetness and half a point of bitterness recita tuttora lo slogan sul sito, traduzione inglese dell’ espressione in dialetto di un agente di borsa amante del vermut che, nella bottega Carpano di Torino, alla domanda del cameriere su cosa volesse da bere, rispose soprappensiero “‘n punt e mes”. Lui in realtà stava pensando a quanto era salita la quotazione di un titolo che stava seguendo, ma il cameriere capì un’altra cosa e gli portò un vermut corretto con mezza china. Questo narra la leggenda sulla nascita del più celebre vermouth industriale italiano, con un bicchiere del quale Gianni Agnelli era solito accompagnare il pasto. Lo slogan in italiano me lo ricordo invertito, cioè un punto di amaro e mezzo di dolce, ma poco importa. Quel che importa è che i soldi c’entrano sempre.

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) è denaro pronta cassa. Sto forse esagerando? Beh, è certamente più pronta del Recovery Fund, che ci metterà del tempo a tradursi in schei – e già il proverbiale genio bizantin-italico sta provvedendo a complicare le cose con commissioni bicamerali e task force su come gestire questa massa di denaro. Quindi il MES è lo strumento che farebbe al caso nostro, se guardassimo solo all’urgenza di avere soldi. E questa urgenza è assoluta, come ho già scritto e riscritto (mentre scrivo cinquanta aziende stanno fallendo per cassa e non per competenza, perché si fallisce quando finiscono i soldi). Ciò premesso, il MES è la tentazione a portata di mano. Quando il discorso rischia di complicarsi passo dallo Stato alla persona, o alla famiglia. Il MES può essere per lo Stato italiano l’equivalente del possidente locale che presta soldi a strozzo ad una famiglia in difficoltà, che non ha più credito o ne avrebbe, ma in troppo tempo. Se avete bisogno di soldi adesso, la banca non è il posto che fa per voi. Uno strozzino invece potrebbe.

Ma è uno strozzino, appunto. Varoufakis, l’ex ministro delle finanze della Grecia ai tempi del mancato accordo con la cosiddetta Troika, credo la metterebbe giù così. Per lui il MES non è altro che quel meccanismo di strozzinaggio che ha strangolato i suoi concittadini, costretto al taglio dei servizi sociali, impedito per sempre una risalita dal debito che non fosse una dichiarazione di insolvenza. E non si fida nemmeno del MES attuale, che a suo parere è stato imbellettato per dargli l’aspetto di una sirena, ma sotto il trucco si nasconde la spietata Circe di sempre.
Varoufakis con certa gente ci ha trattato, quindi li ha conosciuti, a differenza di noi, che guardiamo i nudi fatti da fuori. E i nudi fatti osservati da fuori, forse ingenuamente, sembrano raccontare che il MES post Covid-19 non è più quel MES.

Uno strozzino, il giorno dopo che ti ha prestato i soldi, comincia a suonare al tuo campanello per sapere se stai lavorando per restituirglieli. Non solo quelli che lui ti ha prestato: quei soldi sono un favore costoso, proprio perché nessuno te li avrebbe procurati così in fretta. Quindi gli dovrai restituire anche degli interessi salati, che salgono per ogni giorno di ritardo nella restituzione. Non pensate al vostro mutuo trentennale, che vi fa sobbalzare quando leggete che, alla fine dell’ammortamento, avete ridato il doppio di quanto vi è stato imprestato. In trent’anni però. Con un usuraio questo può accadere in trenta giorni.

Questo MES post Covid (una linea di credito fino a 36 miliardi di euro), però, non ha tassi da usuraio. Anzi, ha tassi favorevolissimi, migliori di quelli che ti chiederebbe un tuo amico (tipo uno che compra i BTP) per prestarteli lui. Inoltre, questo MES non ha condizioni particolari di restituzione. I tempi sono lunghi (7 o 10 anni), e l’unica condizione posta per la concessione è che questi soldi vengano spesi per far fronte a costi sanitari da emergenza Covid, diretti o indiretti; il che potrebbe autorizzare a pensare che, visto quanto sta succedendo, molte spese non direttamente sanitarie possano essere finanziate perché correlate causalmente all’emergenza pandemica: ad esempio, tutti gli interventi di logistica del distanziamento. E, in ogni caso, se questi soldi potessero servire anche solo per migliorare l’impostazione della medicina territoriale, la disponibilità dei posti letto intensivi e la remunerazione (almeno) degli infermieri di area emergenza e urgenza, ci sarebbe da festeggiare.

Io non sarei tanto preoccupato, come lo è Varoufakis, che mi controllino come una Troika e che ad un certo punto ripristinino le norme draconiane di prima del Covid, in modo da “fregarmi” e sottopormi, a posteriori, a condizioni umilianti e insostenibili per rientrare. Non sarei nemmeno troppo preoccupato, alla Movimento 5 stelle, che prendere debito privilegiato (vuol dire che, in caso di fallimento dell’Italia, la massa attiva dovrebbe prima rimborsare il MES e poi, se ne rimane, pagare i creditori non privilegiati, tra cui i detentori di BOT, BTP eccetera) dia un messaggio negativo ai mercati, tale da far aumentare i tassi da pagare sul nostro debito.
Intanto la cifra attingibile dal MES è comunque una percentuale bassissima rispetto al debito pubblico. Poi, proprio il fatto di attingere al MES, a quanto si legge, consentirebbe alla BCE l’acquisto in quantità illimitata di titoli del debito della nazione prenditrice, tale da scongiurare a priori la speculazione. Se il mercato è sicuro che ci sarà sempre qualcuno a comprare il tuo debito (concetto esemplificato dalla famosa frase “whatever it takes” di Mario Draghi), e questo qualcuno è una Banca Centrale, la rischiosità relativa del debito di uno Stato rispetto ad un altro si annulla; quindi i tassi del debito non salgono.

Quello di cui sarei, piuttosto, preoccupato è il fatto che questi soldi finiscano nelle mani dell’inefficiente macchina statale italiana, capace di trasformare in sterco il cibo più gustoso, il tutto senza passare dallo stomaco e dall’intestino, per una sorta di miracolo al contrario.
Guardate, ma solo per dirne una, la storia dell’ospedale Covid di Milano: costato 21 milioni, attrezzato per 400 posti, ricoverati totali una decina, una cattedrale nel deserto, visto che, come ha scritto il prof. Bruschi, cardiochirurgo del Niguarda, il giorno dell’inaugurazione in pompa magna, “una terapia intensiva non può vivere separata da tutto il resto dell’ospedale. Una terapia intensiva funziona solo se integrata con tutte le altre strutture complesse che costituiscono la fitta ragnatela di un Ospedale perché i pazienti ricoverati in terapia intensiva necessitano della continua valutazione integrata di diverse figure professionali, non solo degli infermieri e dei rianimatori ma degli infettivologi, dei neurologici dei cardiologi, dei nefrologi e perfino dei chirurghi“.
E’ questa la desolata ragione per cui non saprei esprimere un’opinione certa sull’opportunità di assumere nuovo debito attingendo al MES. Le mie perplessità non si concentrano sulle possibili trappole nascoste nel meccanismo dell’ente creditore, ma sull’affidabilità e serietà del debitore. Per sollevarmi lo spirito, forse vale la pena di berci sopra un buon vermouth.

Cover: immagine da Wikipedia commons

SCHEI
Recovery Fund: dai Mister No alle Wonder Women

Recovery Fund: imperversano ovviamente le reazioni alla più importante trattativa tra Stati europei del secondo dopoguerra – o, se preferite, della prima guerra batteriologica della storia. Inizio citando l’europarlamentare della Lega Gianna Gancia, moglie di Roberto Calderoli, che scrive su Twitter (rivolta a Salvini e Meloni): “Che spieghino agli italiani da dove avrebbero preso i soldi loro”. Lodevole manifestazione d’indipendenza intellettuale. Parliamo dell’ex presidente della Provincia di Cuneo, leghista della prima ora. Giorgia Meloni, peraltro, da paracula-mica-scema-romana, afferma adesso che “Conte si è battuto” e che “l’Italia esce in piedi dalla trattativa”. Di Ursula Von der Leyen e del suo piglio e linguaggio nuovo ho già parlato: è stata la prima a chiedere scusa all’Italia e a cambiare l’atteggiamento della Commissione Europea verso di noi, i più colpiti economicamente dall’epidemia, ma perché siamo stati i primi a chiuderci a chiave. E di questa scelta si coglie tutto il drammatico valore adesso, che negli Stati Uniti le persone stanno cadendo come mosche e in Brasile si comincia a parlare di genocidio commesso dal proprio Presidente. Le due nazioni che più di ogni altra hanno rubricato per mesi la pandemia al rango di febbriciattola.

Ma la vera protagonista del cambio di passo è stata Angela Merkel, cancelliera di Germania. La ragione è molto semplice: se non fosse stata la Germania (la nazione di maggior rilievo economico dell’Unione) a cambiare atteggiamento verso l’ipotesi di un debito europeo mutualistico e condiviso (perché questo è il Recovery Fund), gli equilibri non si sarebbero mai modificati. Se lei non avesse spostato letteralmente il peso della Germania dai paesi cosiddetti “frugali” – con gli altri, visto che ad esempio i Paesi Bassi hanno il più alto debito privato pro capite dell’area, e sottraggono miliardi di euro di entrate fiscali ai paesi vicini con il loro dumping  – verso i paesi ad alto debito pubblico ma anche alta responsabilità sociale, come Italia (soprattutto), Spagna, Portogallo e Francia, questo accordo non sarebbe stato possibile. Non vogliamo annoiare con i numeri (li potete trovare un po’ dappertutto in questi giorni), ma non credo possa essere disinvoltamente e sbrigativamente definita una “fregatura” il fatto che più di un quarto delle risorse nuove stanziate andrà all’Italia. Non importano le ragioni che hanno spinto la Merkel a cambiare idea: a volte un sano egoismo da politica navigata, che può passare alla storia come l’affossatrice dell’Europa unita o come la sua salvatrice e sceglie la seconda strada (e non ce n’era una terza), è il veicolo che trasporta un concetto di solidarietà tra nazioni diverse e lontane culturalmente, socialmente, economicamente; nazioni che si ritrovano a firmare un compromesso fondato sull’idea che nessuno si salva da solo, e questa volta la frase non suona stucchevole, perché si tratta della pura verità.

Naturalmente le incognite sul campo rimangono tante. Ci sono delle condizionalità, c’è un ruolo lasciato al Consiglio europeo (i singoli Stati) anziché alla Commissione Europea nel valutare le riforme dei singoli paesi beneficiari. Ma è caduta l’idea che uno Stato singolo possa mettere il veto sulla destinazione dei denari: si decide a maggioranza. A questo punto tocca a noi. Il premier Conte ha dimostrato capacità negoziali niente affatto scontate: se la mettano via i sarcastici dei DPCM uno al giorno, avrei voluto vedere loro (o uno qualunque dei politici di mestiere sulla scena) a portarsi a casa un risultato paragonabile a quello che porta a casa lui. Adesso gli tocca un compito ancora più arduo, a lui e al suo fragile governo, che deve dimostrare la stessa tenuta nervosa: quello di cambiare alle fondamenta un paese che sembra immodificabile nei suoi difetti atavici. Non solo. La crisi economica più grave della storia moderna è già cominciata, e quando inizierà a mordere troppa gente (perché i soldi del Recovery non arriveranno certo a settembre) sarà già tardi, se non saranno state messe in campo misure contingenti di salvataggio (ricordiamo, rimborsabili quelle adottate da febbraio 2020) per garantire la sussistenza materiale delle persone. Dovranno essere un mix di varie cose, dalle moratorie fiscali a sovvenzioni alle persone fisiche, per fare la spesa, per comprarsi i vestiti. E’ un’impresa complessa, purtroppo, perché nel frattempo lo Stato deve incassare i soldi per la gestione corrente: che serve a pagare gli stipendi, le pensioni, l’assistenza sanitaria, le strutture scolastiche. Questo è il rischio più incombente che vedo, ed è un rischio che è capace in un baleno di distruggere anche il patrimonio di credibilità che Conte si è guadagnato. Perché quando la gente non ha più un euro in tasca tu puoi anche essere Gorbaciov (mi viene in mente lui, se penso ad un gigante politico che ha tentato un’operazione gigantesca), ma il tuo popolo se la prenderà con te.

In questo quadro, mi sembrano ingenerose le critiche di chi, anche dalle pagine di Ferraraitalia, lamenta un arretramento, una rivincita della Vecchia Europa, una vittoria dei mercatisti come messaggio di fondo dell’accordo raggiunto. In una Europa minacciata dai sovranisti, non solo nel blocco di Visegrad ma dentro gli stessi paesi del Nord, un accordo con questi contenuti è un ponte aperto per attraversare il baratro. Senza, ci sarebbe il baratro e basta. Mai come in questo caso, il meglio è nemico del bene.

Infine: sarà la pressione di questi mesi di lockdown e di paura del futuro che mi spinge ad alleggerire, e mi diverto allora a pensare ad alcuni dei protagonisti di questo negoziato come dei personaggi dei fumetti: Rutte – Mister No che viene piegato a più miti consigli da una batteria di donne combattenti: delle vere Wonder Women. Credo infatti che in questa occasione le donne forti della politica europea abbiano fornito un contributo di concretezza e pragmatismo che può essere ascritto a qualità “di genere”.

Copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

HA VINTO LA VECCHIA EUROPA NEOLIBERISTA
Nonostante gli applausi, l’accordo non apre verso un futuro federalista e solidale

Dopo più di 4 giorni di discussione, alla fine è arrivato l’accordo sul Recovery Fund europeo. L’accordo prevede che siano disponibili sempre 750 miliardi di euro, rimodulati però tra 390 come sovvenzioni a fondo perduto e 360 come prestiti, rispetto ai 500 dei primi e 250 dei secondi, come precedentemente convenuto. Peraltro, all’Italia spetterebbero 82 miliardi di risorse a fondo perduto, 3 in meno della proposta iniziale, mentre i prestiti salirebbero a 127 miliardi, 38 in più, sempre rispetto a prima. Vengono confermati sconti significativi nei contributi al bilancio europeo a favore di Olanda, Danimarca, Svezia, Austria e Germania. Sul rispetto dello stato di diritto, questioni rivolte in primo luogo ad Ungheria e Polonia, ci sono solo affermazioni e procedure generiche.
Cambia, in modo sostanziale, il meccanismo decisionale per accedere a tali finanziamenti: intanto rispuntano le famose condizionalità per cui gli Stati membri devono presentare propri Piani nazionali di ripresa e resilienza (Recovery Plan) che devono rispettare le raccomandazioni che la Commissione produce sulle politiche economiche e sociali dei singoli Stati. In più, la sede decisionale per l’approvazione di tali Piani passa dalla Commissione Europea al Consiglio Europeo, che li assume a maggioranza qualificata, dando così vita al tanto declamato ‘freno a mano’ rispetto alle scelte nazionali.

Tale complesso di decisioni rappresenta un ulteriore arretramento rispetto alle discussioni precedenti, non tanto sulle risorse stanziate, quanto sui meccanismi decisionali e sulle dinamiche che sono state messe in campo.
A differenza della narrazione che è stata presentata dalla gran parte del nostro sistema mediatico, secondo la quale è stata sostanzialmente bloccata l’offensiva dei Paesi cosiddetti ‘frugali’, in realtà quello che è successo è che l’Europa ha fatto un ulteriore passo indietro rispetto alla possibilità di rispondere in modo utile alle questioni che la crisi sanitaria, economica e sociale propone. Mi riferisco in particolare al meccanismo decisionale definito, che, nei fatti, rimette in piedi l’idea di un’Europa che deve controllare chi si discosta dall’ortodossia delle politiche di matrice mercatista e di vincolo del debito e che si basa sulla mediazione intergovernativa, che è quella che esalta le posizioni dei singoli Stati o di coalizione degli stessi.
Infatti, assumere la condizionalità del rispetto delle raccomandazioni dell’Unione europea implica, prima di tutto, ridare centralità al tema del rientro dal debito pubblico, che è stato il faro da cui sono partite le politiche di rigore e austerità dagli anni ‘90 in poi, oggi sospese, ma destinate ad essere ripresentate una volta superata l’attuale fase di emergenza. Basta pensare che anche le ultime raccomandazioni della UE rivolte all’Italia in piena pandemia, nel maggio di quest’anno, oltre ad indicare alcuni provvedimenti per far fronte ad essa, ricordano che “l’Italia presenta squilibri macroeconomici eccessivi. In particolare l’elevato debito pubblico  e la prolungata debolezza della produttività…”.
Inoltre, il passaggio dell’approvazione dei Piani nazionali dalla Commissione Europea, che, almeno, è organismo che deve essere legittimato dal voto del Parlamento europeo e non rappresenta i singoli Stati membri, al Consiglio Europeo, che, invece, è composto dai capi di Stato e di governo dei 27 Paesi membri ed è  esattamente rappresentativo dei governi nazionali significa proprio legittimare l’idea di un’Europa come assemblaggio di singoli Stati o coalizioni di essi, con la conseguenza di doversi misurare con il possibile potere di veto delle stesse.

Con questo arriviamo alla dinamiche presenti oggi in Europa.
Da una parte, ci sono i Paesi ‘frugali’, la coalizione formata da Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia e Austria. Intanto, bisognerebbe smetterla di continuare ad usare quest’appellativo, che dà un’idea distorta delle posizioni in campo, come se ci fossero i Paesi ‘attenti ai conti’ e quelli, in particolare del Sud dell’Europa, ‘spendaccioni’. Meglio sarebbe definire questa coalizione come quella del ‘neoliberismo nazionalista’, nel senso che essa esplicita un approccio fondato sul dogma dei vincoli di bilancio e sulla preminenza dei singoli Stati nella costruzione europea.
Da qui l’avversione alla concessione di risorse a fondo perduto e l’insistenza sui prestiti (che dovranno essere restituiti) e la sorveglianza sui singoli stati rispetto al loro utilizzo. Del resto, il profilo del loro portavoce, il premier olandese Rutte è esemplificativo al riguardo: ex manager della multinazionale Unilever, strenuo difensore del paradiso fiscale del suo Paese, ben attento a non farsi insidiare dalla forte destra sovranista olandese.

Poi, ci sono i Paesi del cosiddetto ‘blocco di Visegrad’: in testa l’Ungheria, assieme a Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia, interessati in primo luogo a mantenere la propria posizione per cui ricevono, anche in tempi ‘normali’, più risorse dall’Europa di quanto ne versano. Soprattutto, usando questo surplus per costruire il proprio consenso interno con vere e proprie politiche antieuropee e lesive dei diritti umani, dal costruire muri rispetto all’immigrazione extracomunitaria ad attaccare stampa e magistratura. Insomma, sono loro I veri “sovranisti”.

Ancora, i Paesi mediterranei: oltre all’Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e, a fasi alterne, la Francia (che non ha perso la velleità di giocare anche il ruolo di partner minore della Germania), che sono quelli che patiscono di più la crisi, provano, anche se in modo confuso, a perorare la causa di un’Europa più solidale e, dunque, accennano ora a politiche che possano mettere in discussione la linea dell’austerità e della centralità del rientro dal debito.
Potremmo denominarli come gli ‘incerti riformisti’.

A tentare di tenere insieme queste spinte contrapposte e anche tatticamente mutevoli, ci prova la Germania, a cui a volte si associa la Francia, che pare aver compreso che, dentro la crisi, è a rischio la stessa tenuta dell’Unione Europea e che, almeno adesso, occorre mettere in campo iniziative in discontinuità con il recente passato. Peccato che ciò sembra avvenire più per necessità che per virtù: insomma, ‘l’arte suprema della mediazione’. Che quindi si traduce nel trovare un punto di equilibrio tra le varie spinte in campo, peraltro molto distanti tra loro, piuttosto che nella capacità di delineare un progetto compiuto per un’altra idea di Europa per il XXI secolo.

Che, invece, è quello di cui avremmo bisogno e di cui continua a non esserci traccia. Del resto, è evidente che stare su questo terreno comporta un cambio di paradigma, una rottura con le scelte che l’Europa ha compiuto da decenni in qua: significa non semplicemente sospendere, ma abolire il Patto di stabilità, quello che ha imposto i parametri stupidi sui vincoli di deficit e debito pubblico, fare della Banca Centrale Europea una reale banca pubblica, costruire politiche che sul serio assumano il lavoro e i diritti come bussola di fondo per delineare un’altra idea di modello produttivo e sociale, modificare i Trattati europei in queste direzioni.
Qui potrebbero dare un contributo i Paesi del mediterraneo, a partire dal nostro. Certo, non aiuta in questo senso il Programma nazionale di riforma, deliberato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 6 luglio, che dovrebbe costituire la base per l’elaborazione del Recovery Plan italiano da portare in Europa. Purtroppo, il piano governativo si muove troppo in continuità con il passato, parla in modo insufficiente di scuola e sanità, enfatizza le grandi opere e la digitalizzazione come vettori di sviluppo e già si pone l’interrogativo centrale di come uscire dal debito pubblico che è stato creato in questi mesi. Anche da qui si può facilmente capire che il futuro non può semplicemente nascere dai governi e dalle mediazioni tra gli stessi in Europa. Solo uno scatto dei movimenti e della società  nazionale ed europea può mettere all’ordine del giorno il cambiamento che è necessario e, senza il quale, non si possono profilare soluzioni adeguate.

IMBOCCARE UN’ALTRA STRADA
Investire nei Servizi che abbiamo abbandonato
Ridurre le diseguaglianze che si sono aggravate

Ho avuto modo di scrivere nei giorni scorsi su questo giornale dell’esito deludente degli Stati Generali dell’economia, [Vedi qui] Rispetto all’impostazione che mi è sembrata prevalente in quell’assise, e cioè di una dialettica tra Confindustria e governo, con differenze sui provvedimenti da adottare ma non alternativa nella visione di fondo, bisogna invece dire che la strada da battere dovrebbe essere tutt’altra.
Occorre avere il coraggio di percorrere un disegno che guarda ad un’idea alternativa di modello produttivo e sociale, un progetto che, al di là di come lo si voglia definire, capace di sottrarre alla logica di mercato e alla realizzazione di profitto la loro centralità nel definire le priorità nelle scelte economiche e sociali.
In primo luogo, serve un massiccio investimento nella scuola, nella sanità pubblica e, in generale, nei beni comuni. Per la scuola, anche solo per la ripartenza a settembre nelle condizioni imposte dal contrasto al Coronavirus, si tratta di mobilitare tra i 3 e i 6 miliardi (più del doppio di quanto sinora stanziato) per avere più insegnanti e reperire spazi adeguati per tornare alle lezioni ‘normali’, superando la modalità non utile della didattica a distanza. Sopratutto, va cambiato il modello aziendalista e di puro assecondamento alle tendenze del mercato del lavoro, che si è affermato negli ultimi anni, e  colmato il divario nei confronti della spesa media per l’istruzione in Europa. Gli ultimi dati Eurostat disponibili, relativi all’anno 2017, mostrano, infatti, una percentuale della spesa suddetta nel nostro Paese per tutti gli istituti del sistema di istruzione (dalla primaria alla terziaria) pari al 3,8 per cento del PIL a fronte del 4,6 per cento della media europea, che attualmente ci colloca negli ultimi posti: l’Italia è quartultima tra i 28 paesi dell’Unione europea.

Per la sanità – senza dover ricorrere al MES, visto che i pochi risparmi in termini di minor tassi di interessi lì previsti, nel medio periodo costerebbero assai più cari sul piano delle condizioni da rispettare ( che rimangono non all’entrata, ma durante e alla fine del prestito) – l’ordine di grandezza dell’investimento necessario è perlomeno pari al definanziamento del sistema sanitario degli ultimi 10 anni e al raggiungimento dei livelli della spesa percentuale di Paesi come la Francia e la Germania. Non ci discostiamo di molto da circa 40 miliardi di Euro, che vanno prioritariamente utilizzati per potenziare i servizi territoriali, l’attività di prevenzione e il numero degli operatori, ridottosi fortemente in questi anni.

Oltre a questi interventi fondamentali nei campi principali del Welfare ( a cui, peraltro, ne andrebbero aggiunti altri, in particolare quelli volti a ripubblicizzare i servizi pubblici consegnati ai privati, dall’acqua al ciclo dei rifiuti), punto decisivo diventa quello di mettere in campo un Piano straordinario di investimento e intervento pubblico, in grado di produrre una nuova traiettoria di crescita sociale e occupazionale.
Qui non si tratta – come non smette di proclamare ad ogni piè sospinto il presidente di Confindustria Bonomi – di voler essere dirigisti o di imporre una sorta di visione astratta e ideologica per affermare il primato dell’intervento pubblico rispetto al mercato, ma di avere la consapevolezza che non sarà il mercato a poter dare risposte utili alla crisi aperta dinanzi a noi. Persino Cottarelli – il padre della spending review, fustigatore della spesa pubblica- riconosce che gli investimenti pubblici sono quelli che generano il ‘moltiplicatore’ ( cioè l’impatto sulla domanda e sull’occupazione) più alto rispetto ad altri tipi di interventi, come quello sull’IVA o sul fisco. A maggior ragione se si considera che le questioni da affrontare implicano un salto di paradigma rispetto agli orientamenti ‘naturali’ del mercato e che sono rappresentate dalla riconversione ecologica dell’economia, dalla cura e risistemazione del territorio e dalla creazione di lavoro, che vanno assunte come obiettivi in quanto tali. E’ su questi terreni che vanno indirizzate le risorse – e non solo quelle – che deriveranno dal Recovery fund che arriverà dall’Europa, anche se probabilmente depotenziato rispetto alle ipotesi iniziali.

A questi interventi, poi, bisognerà affiancare un’azione forte per ridurre le disuguaglianze sociali che si sono prodotte e amplificate in questi anni. Questo tema è stato finora troppo oscurato e sottovalutato, e non casualmente. Vale la pena approfondirlo.
Nel nostro Paese, secondo i dati elaborati da Eurostat nel 2018, il rapporto fra il reddito equivalente totale ricevuto dal 20% della popolazione con il più alto reddito e quello ricevuto dal 20% della popolazione con il più basso reddito è pari a 6,09. In sostanza il 20 per cento delle famiglie più ricche in Italia ha un reddito annuale oltre sei volte superiore rispetto a quello del 20 per cento delle famiglie più povere, che è il quinto rapporto più alto nell’Europa a 28 Stati, superati in questo solo da Lettonia (6,78), Lituania (7,09), Romania (7,21) e Bulgaria (7,66), mentre quelli di Germania e Francia sono pari rispettivamente a 5,07 e 4,23. Peraltro la media Ue a 28 Stati risulta essere di 5,17.
Ancora peggio va se guardiamo alla distribuzione della ricchezza ( che misura non il reddito, ma il patrimonio posseduto): qui l’elaborazione di OXFAM ci dice che la ricchezza del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41% della ricchezza nazionale netta) è superiore a tutta la ricchezza detenuta dall’80% più povero. La posizione patrimoniale netta dell’1% più ricco (che detiene il 22% della ricchezza nazionale) vale 17 volte la ricchezza detenuta complessivamente dal 20% più povero della popolazione italiana.

Sono dati impressionanti, se ci si sofferma un attimo a rifletterci sopra, che rendono necessario un intervento perlomeno per ridurre questa forbice. E, si badi bene, non solamente per una ragione di equità, ma anche perché, come ormai è sufficientemente noto, la crescita delle disuguaglianze è anche una delle radici da cui diparte la stagione delle crisi iniziata con il 2008. Non c’è dubbio – e questo vale in particolare per il nostro Paese – che la crescita della domanda interna, sostenuta in particolare dai redditi bassi e medio bassi, è componente importante per disegnare una nuova traiettoria di uscita dalle crisi. Non mi dilungo sui vari interventi che si possono mettere in campo in proposito: da una reale riforma fiscale che ripristini un tasso consono di progressività fiscale (a questo proposito sembra un’eresia ricordare che nel 1974 l’aliquota fiscale sui redditi superiori a 75.000 Euro andava dal 54 al 72%, mentre oggi essa è al 43%) all’istituzione strutturale di un reddito e di un salario minimo garantito, arrivando anche – altra eresia – alla tassazione sui grandi patrimoni.

Tutto quanto esposto rischia però di essere un’esercitazione intellettuale se, a partire dall’autunno, non si produrrà una mobilitazione sociale adeguata allo scontro che si profila. Una mobilitazione sociale che sui punti decisivi di una piattaforma di politica economica e sociale alternativa riesca a creare uno schieramento largo, partendo dalla costruzione di connessioni tra i vari movimenti sociali e, possibilmente, anche con il movimento sindacale. Vale la pena iniziare a lavorare per questa prospettiva.

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