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Sul tappeto volante di Super Mario:
tutte le bugie e le malefatte del governo Draghi

 

Con la conferenza stampa di fine anno il Presidente del Consiglio Draghi ha sostanzialmente detto di essere pronto per ascendere al Quirinale, anche perché ha sostanzialmente realizzato gli obiettivi che il suo governo si era ripromesso.

Vale la pena scavare un po’ più a fondo su quest’affermazione.
Draghi ha sostenuto che l’Italia ha bene affrontato le vicende della pandemia, arrivando ad un alto numero di vaccinati, ma ha sostanzialmente eluso la questione di fondo, e cioè che siamo ben lungi dall’averla sconfitta. Evitando di soffermarsi sul fatto ormai acclarato che questo traguardo può essere acquisito solo se si mette in campo una politica globale, e in particolare la possibilità che tutti i Paesi, a partite dai più poveri, possano dotarsi dei vaccini necessari, passando necessariamente per la messa in discussione della proprietà intellettuale e dei brevetti oggi appannaggio di Big Pharma e fonte degli enormi profitti da loro realizzati.

Poi, Draghi, ha fatto presente che sono stati realizzati i primi 51 obiettivi fissati dall’UE nei nostri confronti per il 2021 per accedere ai fondi del Recovery Plan. Ora, a parte il fatto che non si riesce ad avere un riscontro preciso di quest’annuncio (il sito del governo italiadomani dedicato al PNRR non dà lumi in proposito), colpisce ancora una volta l’enfasi posta sul ruolo quasi salvifico del PNNR stesso, quando gli stessi documenti governativi stimano il contributo che esso può dare alla crescita e all’occupazione in termini non così rilevanti, visto che parlano di un incremento cumulato del PIL da qui al 2026 di 2-3 punti percentuali.
Per non parlare della vera e propria propaganda messa in campo sull’incremento del 6,2% del PIL nel 2021 – la crescita più sostenuta dell’Italia nell’ultimo secolo, come ripreso dalla stampa mainstream a proposito di alcune dichiarazioni della Von der Leyen -, mettendo tra parentesi il crollo dello stesso dell’8,9% nel 2020, che fa apparire il dato del 2021 più come un rimbalzo di quanto successo con la caduta del 2020 piuttosto che il segnale di una crescita duratura.

Lasciamo poi stare come è stata presentato l’intervento sulla cosiddetta riforma fiscale, che mi ha fatto venire in mente l’aforisma di Mark Twain, quando diceva che “ci sono tre tipi di bugie: le bugie, le sfacciate bugie, e le statistiche”.
Infatti, qui, il ministero dell’Economia è riuscito a sostenere, guarda caso proprio a ridosso del sacrosanto sciopero generale proclamato dalla CGIL e dalla UIL, che il vantaggio maggiore andava ai redditi bassi.
Peccato che, per dimostrare una tesi così ardita, si sono mischiate le capre con i cavoli, e cioè è stato messo insieme il ridisegno dell’IRPEF, l’introduzione del nuovo assegno unico per i figli e il nuovo sgravio contributivo, peraltro transitorio solo per il 2022, e si è costruito il calcolo sui valori percentuali  e non su quelli assoluti.

Ma questo gioco delle tre carte non può occultare il fatto che la rimodulazione dell’IRPEF avvantaggia in particolare i redditi medi e che i redditi alti ottengono riduzioni dell’imposta più forti di quelli medio-bassi, producendo un effetto regressivo.
Come dimostrano le tabelle pubblicate da Il Sole 24 Ore, la riduzione dell’IRPEF vale 335,7€ per i redditi pari a 15.000€ l’anno, 203,5€ per quelli pari a 20.000€, 944,8€ per chi dichiara 40.000 e 270€ per quelli pari a 75.000€. Questo risparmio fiscale, peraltro, sarebbe più che vanificato dai forti rincari delle tariffe, in particolare della luce e del gas, avvenuti nei mesi passati e di quelli che si preannunciano anche con l’anno nuovo. Rincari che, secondo l’Istituto di ricerche Nomisma, porterebbero ad un aggravio per una famiglia media pari a più di 1200 € per il 2022, che, in assenza di ulteriori interventi strutturali da parte del governo, finora del tutto insufficienti, si tradurrebbero in una seria contrazione del reddito delle famiglie stesse.

Al di là dei proclami e della propaganda, ciò che si sta verificando è un peggioramento delle condizioni di vita e di reddito della parte meno abbiente della popolazione e di aumento delle disuguaglianze sociali, rafforzate anche da un andamento occupazionale che non ha recuperato la perdita registratasi con la pandemia e che è alimentata soprattutto con il ricorso ai contratti a tempo determinato. A cui si aggiunge un calo delle protezioni sociali, che certamente non si arresta, anzi, con provvedimenti quali quelli previsti dal governo per il contrasto alle delocalizzazioni, che si riducono ( vedi qui Cavallini) ad una pura proceduralizzazione e monetizzazione dei licenziamenti.

Il fatto è che, continuando con i dettami neoliberisti che anche il governo Draghi sta portando avanti, si conferma quello che sostiene uno che se ne intende, il finanziere Warren Buffet, e cioè che “ è  in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo.“
Si potrebbe sostenere che questo è il compromesso inevitabile di un governo al cui interno è presente sia il Centrosinistra che la Destra, con quest’ultima in una posizione preminente. Il punto, purtroppo, è che anche il Pd, qualora lo si volesse ancora etichettare come forza di Centrosinistra, non appare in grado, o non intende, presentarsi come portatore di una linea alternativa al neoliberismo imperante.

Sul fisco, ci si limita a proporre un contributo di solidarietà per i redditi alti, senza avere il coraggio di prospettare un’idea di tassazione significativamente progressiva. Oppure, si è ben lungi dall’avanzare l’ipotesi di una tassazione sul patrimonio e, quando lo si è fatto, in modo blando e confuso, di fronte alle prime opposizione, abbiamo assistito ad un veloce dietrofront.

Né meglio il Pd si è espresso rispetto al tema delle delocalizzazione e delle crisi industriali. Qui ci è toccato sentire il ministro Orlando ragionare sul fatto che le prime non si possono impedire e che, tutt’al più, si possono evitare comportamenti troppo sbrigativi. Insomma, non va bene licenziare via whatsapp o tramite mail, ma le lettere di licenziamento sono almeno meno offensive!

Ancora, se guardiamo al tema delle privatizzazioni, a partire da quelle che riguardano il servizio idrico, magari occorre evitare scelte troppo pesanti in proposito (anche se la Regione Emilia-Romagna non fa difetto a inoltrarsi su questa strada), ma non c’è dubbio che le grandi aziende nazionali o le multiutilities (leggi ENI, Hera, IREN e via dicendo), ispirate da una logica privatistica e di massimizzazione dei profitti e dei dividendi, costituiscono anche per il Pd un buon modello per la gestione di servizi pubblici essenziali.

Insomma, non c’è troppo da stare allegri rispetto a quel che passa il convento della politica. Per fortuna c’è una società attiva, sono in campo movimenti e organizzazioni sociali che, anche nei tempi della pandemia, non sono disposti a sottostare al pensiero unico e alle scelte che da lì provengono. Soprattutto, quando sono in grado di mettere in campo lotte e mobilitazioni significative, come dimostra il risultato positivo, sia pure ancora parziale, cui sembra approdata la vicenda della GKN [vedi gli articoli di Marina Carli Qui e di Nicola Cavallini Qui su questo quotidiano], rilevata  con tutti gli addetti da un nuovo imprenditore. E’ perlomeno una base da cui ripartire, sapendo che il percorso sarà lungo e non semplice, ma anche che esistono risorse, uomini e donne che continuano a pensare e lavorare perché un altro mondo sia possibile e realizzabile.

Cover: elaborazione grafica di Ambra Simeone

FANTASMI
Uno spettro si aggira per l’Europa: il capitalismo.
Me l’ha detto un teologo

 

L’altro giorno passeggiavo con un mio amico il quale, pur essendo un teologo cattolico, chissà perché preferisce la saggezza ebraica alla teologia cattolica. Su questo punto è sempre stato evasivo. Durante la passeggiata gli ho chiesto un’opinione sul Recovery Plan di Mario Draghi. Lui, di solito taciturno, inaspettatamente si è lasciato andare a questo lungo discorso:
“Vedi Sergio, queste non sono domande da fare a un teologo. Comunque proverò a risponderti. Il Recovery Plan è un piano, un progetto. Bene, un famoso proverbio ebraico recita: “Quando un uomo fa un progetto, Dio ride”.
Anche se, si potrebbe obiettare, qua c’è poco da ridere. Fatto sta che Lui ride, forse anche in modo sguaiato. Purtroppo, con o senza Covid19, siamo immersi in una nebbia intellettuale che impedisce a molti di noi di vedere, di capire cosa è accaduto e cosa sta accadendo all’umanità. Siamo immersi nella cura del particolare e ci perdiamo nei particolari. In fondo è normale che sia così, abbiamo bisogno di sopravvivere e lottare contro le minacce che si affacciano dietro ogni angolo. Guardiamo in basso perché ovunque ci sono buche e trappole. Non abbiamo tempo per contemplare le cose dall’alto e se non teniamo gli occhi bene a terra rischiamo di distrarci e cadere in una buca. Come diceva Spinoza, filosofo insuperabile, “Ogni uomo, come ogni ente, tende essenzialmente a autoconservarsi e a potenziarsi”, perciò non guardiamo molto oltre i nostri piedi. C’è chi la chiama concretezza. Ma se per un attimo riuscissimo a fendere questa nebbia mentale vedremmo qualcosa che, credo, pochi riuscirebbero a sopportare. Preferiamo girare la testa altrove, scatta una resistenza mentale, umana e comprensibile, che ci tiene al riparo da quella che Michael Moore chiamava ‘The awful truth’, l’orribile verità.

“C’è anche una canzone dei Rolling Stones che dice: The awful truth/is really sad…”

“Giriamo la testa dall’altra parte – mi interrompe lui infastidito – perché sprofonderemmo in una cupa depressione che sarebbe di ostacolo ai nostri sforzi di sopravvivenza immediata. Mario Draghi, il PRRN, la Commissione Europea e i cosiddetti 20 Grandi del mondo, ovvero le grandi menti strategiche, le grandi potenze, le grandi lobbies che spingono sull’acceleratore e tentano di guidare il treno impazzito del capitalismo mondiale, i cervelli più lucidi (o forse solo meno annebbiati) da molto tempo hanno fatto il seguente ragionamento: affrontare alla radice i guasti dell’economia globalizzata, le cause del disastro climatico e dei flussi migratori incontrollati non è realistico né conveniente. Mettere in discussione l’attuale modello economico e sociale rischia solo di creare problemi maggiori di quelli che già ci affliggono. Lasciamo certe utopie a Greta Thunberg e ai soliti idealisti stressati e frustrati, ai nostalgici del comunismo e a Papa Francesco. Noi siamo gente pragmatica.”

“Diceva Mick Jagger che il mondo è governato dal diavolo” insisto io nel tentativo di sfuggire alla predica, ma è tutto inutile.

“Invece di aggredire le cause del problema, una missione fallimentare – prosegue ispirato – dobbiamo difenderci dagli effetti provocati dal problema. Anche se non tutti hanno i mezzi per difendersi perché, come è ovvio, questo non è un mondo per poveri. Io non sono certo in grado di leggere nel pensiero altrui, ma dopo aver letto la suddivisione degli stanziamenti del PRNN uso un semplice procedimento indiziario. Non sono in grado di fare analisi puntuali e dettagliate, mi limito ai dati più evidenti: si punta tutto sulla ripresa economica nel breve e medio periodo, senza sottilizzare sui mezzi e sulla sostenibilità. La ricerca medica si deve concentrare su vaccini e medicine che ci proteggano dalle prossime inevitabili pandemie, protezioni che non saranno certo alla portata di tutti, ma pazienza. Bisogna capire come ridurre il riscaldamento globale senza danneggiare la crescita, ma soprattutto trovare dei sistemi per proteggerci dagli effetti più rovinosi dello stravolgimento del clima. Epidemie e catastrofi sono date per scontate e anche in questo caso le protezioni dalle conseguenze non sono alla portata di tutti. Ma questa è l’unica strada da percorrere. Poi, chi vivrà vedrà, da cui ne consegue che chi morirà non vedrà. Meglio rimediare al problema che prevenire. Difficile spiegare diversamente il criterio con cui sono stati ripartiti i fondi europei del famoso PRNN.”

“La scorsa settimana ho letto su Ferraraitalia un articolo di Corrado Oddi sul Recovery Plan [Qui]. Mi era parso interessante, con quel link al Recovery Planet [Qui] “

“L’ho letto anche io. Certo, decisamente interessante, a modo suo.”

Dopo una pausa a effetto mi guarda negli occhi e dice: “È questo, lo spettro che si aggira per l’Europa, lo spettro del capitalismo. Perché il capitalismo, di cui tante volte dall’Ottocento fino a anni recenti è stata annunciata l’inevitabile morte, approfitta di crisi, catastrofi ed emergenze per risorgere e rinnovarsi, per ristrutturarsi come si usa dire.
Perché, a ben vedere, il capitalismo è immortale, a prescindere dai morti che semina lungo il suo cammino. E alle sue spalle si intravede, nascosto sotto le sembianze di un liberalismo più o meno compassionevole, lo spettro gelido di Malthus, anche lui sempre in buona forma e soggetto a periodiche resurrezioni. Se questa, come sospetto, è la ‘terribile verità’, accontentiamoci di vivere in quella parte di mondo che certe protezioni dai disastri se le può permettere. E poi, se ne avremo voglia, ci permetteremo anche il lusso di denunciare sdegnati i nostri privilegi sapendo che tanto non li perderemo, come fanno Bill Gates e altri suoi simili.
E allora smettiamola di vendere illusioni o utopie di seconda mano. Meglio un sano cinismo invece di inganni e droghe ideologiche. Questo credo sia il retro pensiero dei grandi strateghi, di coloro che la sanno lunga. E a volte credo perfino che questi signori abbiano ragione. Poi chissà se Dio ride di loro, difficile a dirsi. Ma è anche vero che senza utopisti, eretici e visionari questo sarebbe il peggiore dei mondi possibili. Dopo averli mandati all’attacco dell’esistente, quando hanno svolto la loro funzione e ci siamo impadroniti di una parte delle loro idee, nulla ci impedisce di denigrarli, perseguitarli, incarcerarli e se è il caso di mandarli al rogo. E il ciclo continua.
Comunque, per favore, la prossima volta che ci vediamo lascia stare i Rolling Stones. Non sono argomenti da discutere con un teologo, è di pessimo gusto.”

Poi tira un gran sospiro e alza gli occhi al cielo, come se da lì potesse venire qualche indicazione utile.

“Eppure quando vedo la faccia di Greta Thunberg o quella di un vecchio gesuita come Papa Francesco – Dio solo sa se crede a quello che dice e forse neanche LUI lo sa – e accosto queste facce a quella di Mark Zukerberg o di Christine Lagarde, beh, non ho dubbi su quale sia il mio posto. E mi chiedo perché. Forse perché non ho capito niente.”

Ciò detto, con passo maestoso, se ne è andato a pranzo. Forse anche io non ho capito niente. Vado a casa a sentire Let it bleed dei Rolling Stones. Anche loro eterni fantasmi immortali, immortali come il capitalismo.

Per leggere tutti gli articoli, saggi, racconti, divagazioni della rubrica FANTASMI clicca [Qui]

LA SBORNIA DA RECOVERY PLAN:
Non è tutto oro quello che luccica

 

Più di un anno di pandemia ci consegna un Paese con meno lavoro, più diseguale e più povero, con un forte decremento del PIL e una grande crescita del debito. I numeri sono impietosi in proposito: nel 2020 sono stati persi circa un milione di posti di lavoro, per lo più di lavoratori precari, indipendenti, giovani e donne.
Per quanto riguarda le disuguaglianze, già un anno fa il governatore della Banca d’Italia Visco avvertiva che “per le famiglie che prima dell’emergenza sanitaria erano nel quinto più basso della distribuzione (del reddito), la riduzione del reddito sarebbe stata due volte più ampia di quella subita dalle famiglie appartenente al quinto più elevato”. Ancora: nel 2019, il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta era al 7,7 % della popolazione, mentre nel 2020 esso è arrivato a toccare il 9,4 %. Il 2020 si è chiuso con una caduta del PIL pari all’8,9% in termini reali rispetto al 2019, mentre il rapporto tra debito pubblico e PIL ha subito un’impennata al 155,8 per cento dal 134,6 per cento del 2019. Il debito aggiuntivo cumulato già oggi autorizzato da qui al 2026 raggiungerà la cifra astronomica di 496,8 miliardi (confrontate questa cifra con le risorse provenienti dal Recovery Plan).

Insomma: siamo dentro la più grande crisi ecologica, economica e sociale dal dopoguerra del secolo scorso ad oggi. A cui si aggiunge la crisi democratica provocata dal governo Draghi, ben testimoniata dal totale esautoramento del Parlamento, che è stato convocato per discutere del Recovery Plan alle 16 di lunedì pomeriggio scorso, dopo aver ricevuto la sua ultima versione alle 14, due ore prima, un documento di più di 300 pagine, che, come ha sottolineato lo stesso Presidente Draghi, segnerà il destino dell’Italia per i prossimi anni.
in realtà, questo documento non aveva bisogno di essere discusso, essendo già stato concordato nei giorni precedenti tra il Presidente del Consiglio e la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Un esempio perfetto di tecnocrazia al lavoro, del resto confezionato da esperti di questa tecnica di governo, come Draghi, che già nella precedente crisi economica-sociale del 2011-2012 si proclamava non preoccupato, perché tanto c’era una sorta di ‘pilota automatico’ al comando, ben rappresentato dai vincoli prodotti dall’Unione Europea in tema di politiche di austerità.

Comunque, oggi arriva la ‘risoluzione dei nostri problemi’, con l’approvazione del Piano di Ripresa e Resilienza Nazionale (PNRR). Vale la pena approfondirne i contenuti, gli assi di riferimento di fondo, la sua utilità ed efficacia.
Come sufficientemente noto, esso prevede uno stanziamento complessivo di circa 235 miliardi, suddivisi nelle sei missioni fondamentali: Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura (50 mld), Rivoluzione verde e transizione ecologica (70 mld circa), Infrastrutture per una mobilità sostenibile (31,4 mld), Istruzione e ricerca (33.8 mld), Inclusione e coesione (29,6 mld), Salute (19,6 mld), non discostandosi di molto, sia per i capitoli che per le risorse assegnate, da quanto a suo tempo elaborato dal governo Conte.
Su ciascuna di queste scelte ci sarebbe molto da dire, e in termini sostanzialmente molto negativi.

Mi limito ad alcune considerazioni parziali ed esemplificative: su digitalizzazione e innovazione, si assume questa priorità in modo acritico, senza alcuna riflessione sul modello sociale e produttivo che la diffusione dell’utilizzo delle tecnologie informatiche e dei Big Data comporta, in termini di controllo sociale e limitata creazione di occupazione. A quest’ultimo proposito, mi pare particolarmente suggestiva e passibile di utili riflessioni la notizia uscita recentemente per cui Apple ha varato il suo piano industriale da qui al 2026, prevedendo investimenti giganteschi, per ben 430 miliardi $, quasi il doppio del PNRR, per potenziare il proprio impegno nella ricerca hi-tech e nell’intelligenza artificiale, che, però, sono destinati a generare in tutti gli Stati Uniti solo 40.000 posti di lavoro, confermando la tendenza al disaccoppiamento tra investimenti e occupazione nei settori ad alta tecnologia.
In questa missione è inserita anche la voce “Cultura e turismo”, scelta che potrebbe apparire curiosa, ma che viene chiarita dallo stesso testo quando si scrive che ci si prefigge “l’obiettivo di rilanciare i settori economici della cultura e del turismo, che all’interno del sistema produttivo giocano un ruolo particolare, sia in quanto espressione dell’immagine e brand del Paese, sia per il peso che hanno nell’economia nazionale (il solo turismo rappresenta circa il 12% del PIL)”, vale a dire considerandoli sostanzialmente come fattori produttivi.

Per quanto riguarda la transizione ecologica, le risorse a favore delle energie rinnovabili sono decisamente insufficienti, con l’obiettivo di installare impianti per circa 5 GW da qui al 2026, mentre ne servirebbero almeno 25, supportando le politiche di ENI e SNAM che continuano anche per per il futuro a puntare sulle energie fossili, in primis il gas, e a progettare impianti come il CCS di Ravenna per ‘catturare’ e sotterrare la CO2 emessa, anziché evitare di produrla.
Sempre in questo capitolo, non è previsto un intervento efficace per contrastare il dissesto idrogeologico, mentre in tema di acqua e servizio idrico non si ragiona per risparmiare seriamente la risorsa, per esempio costruendo un vero Piano per la riduzione delle perdite delle reti, e si prospetta un nuovo intervento di ulteriori privatizzazioni, consegnando il Mezzogiorno alle grandi multiutilities di natura privatistica Hera, Iren, A2a e ACEA, cancellando così totalmente l’esito referendario di dieci anni fa.
Ancora: si stanziano risorse notevoli per l’Alta velocità, circa 28 mld, più di quanto va al tema della Salute, finanziato con un po’ meno di 20 mld, che non recuperano neanche i tagli effettuati negli ultimi 15 anni e che, soprattutto, dimostrano quanto poco si sia imparato dalla vicenda della pandemia.
Infine, vengono delineate una serie di cosiddette “riforme”, il vero oggetto del contendere con l’Unione Europea, ben più stringenti rispetto al documento del governo Conte: Riforma della Pubblica Amministrazione, riforma della Giustizia, Semplificazione e promozione della concorrenza, Riforma Fiscale e altre ancora, tutte ispirate ad una logica di apertura al mercato e di “liberazione” dai vincoli che lo ostacolano. Qui, in fondo, sta l’anima del Recovery Plan: un’idea di modernizzazione, trainata da una spinta all’innovazione e legittimata da una presunta conversione ecologica, che, però, ancora una volta assume come parametri e obiettivi l’idea della crescita quantitativa, della competitività e della concorrenza, della centralità dell’impresa e del mercato come regolatore fondamentale, peraltro da sostenere con il debito “buono” quando la crisi diventa troppo grave.

Il punto di fondo è che, però, non si vuole vedere – e tanto meno ammettere – che questo meccanismo non funziona più. Ce lo dicono gli stessi numeri del PNRR e del Documento di Economia e Finanza 2021: al di là della propaganda e della grancassa suonata in questi giorni, le stesse pagine del Recovery Plan stimano, nello scenario più ottimistico,  una crescita aggiuntiva cumulata proveniente dallo stesso da qui al 2026 del 3,6%, che vuol dire circa una media dello 0,6% in più ogni anno, mentre l’occupazione, sempre in termini cumulati, dovrebbe aumentare del 3,2%, il che, però, significa che solo nel 2024 si dovrebbe ritornare ai livelli occupazionali del 2019.
Non una grande prospettiva, che poi viene decisamente aggravata se consideriamo l’andamento del debito pubblico: i dati – contenuti nel DEF ma non nel PNRR – dicono che nel 2024 saremo ancora agli stessi livelli registrati alla fine del 2020, attorno al 152% del PILe si ritornerebbe alla situazione pre-Covid, vicino al 135% del PIL, solo nel 2032.
Qui sta un punto decisivo, quello che, passata la sbornia delle “più grandi risorse a nostra disposizione”, nel giro di qualche anno, potrebbe improvvisamente far diventare  ‘cattivo’ il debito che oggi viene chiamato buono, riproponendo nuovi scenari di lacrime e sangue. Soprattutto se non verrà cambiato radicalmente il paradigma del Patto di Stabilità europeo in vigore fino all’inizio della pandemia e oggi sospeso probabilmente fino alla fine del 2022, che però comporta la revisione dei Trattati, la modifica profonda dell’ortodossia economica, che appare anch’essa solo sospesa e non abbandonata, la messa in campo di un’altra idea di Europa e del suo modello produttivo e sociale.
Questo, sia detto per inciso, sarà probabilmente il vero terreno di scontro nei prossimi anni, utile a verificare una possibile svolta, che non c’è stata, a differenza dei tanti che l’hanno esaltata, con la creazione del Next Generation UE, fatto più per necessità che per virtù, come del resto è successo nella gran parte delle economie capitalistiche, a partire dagli Stati Uniti.

All’inizio del suo discorso alla Camera, il Presidente del Consiglio Draghi ha invitato a giudicare il Recovery Plan con gli occhi dei giovani, delle donne, delle persone sofferenti durante la pandemia. Sono d’accordo nel seguirlo lungo questa strada ma, proprio per questo, non posso che essere, nel contempo, preoccupato e distante da chi, come questo governo, non riesce a usare lenti diverse, se non un po’ riverniciate, rispetto al passato per pensare al futuro. Che reclama, invece, un cambiamento radicale e la messa in discussione delle scelte di fondo che ci hanno condotto sino a qui e che si ritrovano, sia pure aggiornate, in questo Recovery Plan. E che per questo va respinto, anche con la mobilitazione sociale e politica, e riscritto.
Stanno provando a farlo un insieme di soggetti e movimenti che si sono aggregati ne La società della cura [Vedi qui]. Ne va, appunto, del nostro destino futuro.

Ministero della Transizione o della Finzione Ecologica?
Una rete sociale diffusa scrive un piano alternativo

 

Finalmente  anche l’Italia si è dotata di un Ministero della Transizione Ecologica. Tutta una serie di fatti, però, mi fanno venire il dubbio se non siamo, invece, di fronte ad un Ministero della Finzione ecologica.
Intanto, qualche giorno fa, è arrivata l’approvazione della Valutazione di Impatto Ambientale per 11 nuovi pozzi per l’estrazione di idrocarburi, di cui ben 7 in Emilia-Romagna. Tempo addietro è stato deciso di prevedere una procedura semplificata per l’autorizzazione all’ipotizzato CCS di Ravenna, che dovrebbe diventare il più grande impianto di cattura e stoccaggio della CO2 in Europa, con cui ENI intende utilizzare i propri giacimenti di gas a largo della costa ravennate per immettervi la CO2 proveniente da processi industriali o dai suoi stessi impianti, prolungando così il ricorso alle fonti fossili, mentre, sempre a Ravenna, il Progetto Agnes, basato sulle rinnovabili, potrebbe entrare in funzione nel 2023, ma tale data rischia di andare più in là proprio per i lunghi tempi autorizzativi.
Forse qualcuno potrebbe pensare che sono elementi di dettaglio, tutt’ al più segnali inquietanti, ma circoscritti. Se, però, alziamo lo sguardo a ciò che si sta predisponendo sul Recovery Plan, e, segnatamente, sulla missione Rivoluzione verde e transizione ecologica”, le preoccupazioni aumentano ulteriormente. Su questo punto, il lavoro è ancora in corso, il governo Draghi sta rimettendo le mani all’elaborazione del precedente piano, ma, da quanto è dato conoscere, si sta andando in una direzione negativa, che sa molto di ‘greenwashing’ ed è poco attenta e utile per affrontare seriamente il problema del contrasto al cambiamento climatico e di un passaggio forte verso le energie rinnovabili e a un nuovo modello di produzione e consumo energetico.

Il materiale a disposizione è abbastanza complesso e lì non si esplicita una strategia chiara, al di là delle risorse significative a disposizione (circa 70 miliardi di €, che potrebbero persino lievitare attorno agli 80, su un totale di circa 220  miliardi dell’insieme del Recovery Plan). Ci ha pensato, però, qualche giorno fa, in un’intervista su Repubblica,  il neoministro alla Finzione ecologica Cingolani a chiarire il tutto [Vedi qui], sostenendo che la transizione energetica si appoggerà sull’utilizzo del gas, in ossequio ai piani dell’ENI, e che poi, con il 2050 si potrà pensare alla fusione nucleare.
Ora, una simile ipotesi significa allungare la vita all’utilizzo delle fonti fossili, com’è anche il gas, ritardare il passaggio alle energie rinnovabili e, soprattutto, non porsi il tema decisivo, che è quello di puntare all’ autoproduzione e al consumo distribuito consentito da queste ultime, superando un’opzione di sistema centralizzato e tendenzialmente autoritario, quello che deriva appunto dall’utilizzo delle energie fossili e del nucleare.
Né si può stare più tranquilli, esaminando, sempre all’interno della missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, quanto previsto a proposito di tutela del territorio e della risorsa idrica. Qui, oltre alle poche risorse indicate (complessivamente  circa 15 miliardi, ma di cui 10 già previsti, per un saldo quindi di circa 5 miliardi, mentre si stima che solo per una serio Piano di contrasto al dissesto idrogeologico ce ne vorrebbero 26 nell’arco di diversi anni), viene riproposta, anzi rafforzata, un’idea di ‘riforma’ degli affidamenti del servizio idrico per favorire la completa privatizzazione dello stesso, in particolare nel Mezzogiorno, dopo che nel Centro Nord già la fanno da padrone le grandi multiutilities quotate in Borsa, IREN, A2A, HERA e ACEA. Sarebbe, proprio a dieci anni dai referendum sull’acqua, la definitiva certificazione dell’annullamento della volontà popolare, dopo che essa è stata già fortemente disattesa in questi anni.

Il quadro non è molto migliore nella nostra Regione
In Emilia Romagna, nel dicembre scorso, si è giunti alla definizione del Patto per il Lavoro e il Clima, sottoscritto, oltre che dalla Regione, da diversi altri soggetti, dalle Associazioni di impresa ai sindacati confederali, da Legambiente ai Comuni capoluogo e altri ancora.
Chi non l’ha sottoscritto è stata la Rete regionale per l’Emergenza Climatica e Ambientale (RECA), nata da circa un anno e che per la prima volta è riuscita a raggruppare in una visione comune 76 tra Associazioni e Comitati regionali e territoriali che intervengono, da vari punti di vista, sui temi del contrasto al cambiamento climatico, della conversione ecologica e della difesa dei Beni Comuni.
RECA ha deciso di non firmare perché quel Patto non rappresenta la svolta necessaria per mettere in campo politiche adeguate per affrontare proprio questi ultimi temi. Infatti, al di là degli obiettivi generali individuati – il passaggio alle energie rinnovabili al 100% in Regione entro il 2035 e l’azzeramento delle emissioni climalteranti entro il 2050 –  che possono essere condivisibili, in realtà nel Patto per il Lavoro e il Clima non sono definiti i tempi e gli interventi che dovrebbero portare alla loro realizzazione, né gli impegni da mettere in atto in questa direzione già in questa legislatura.
Di fatto, si continua a tacere, il che vuol dire continuare ad andare avanti lungo scelte che contraddicono quegli obiettivi, come il forte ricorso a grandi opere stradali e autostradali, il ricorso massiccio ad aree dedicate alla logistica senza affrontare la questione del consumo di suolo che ciò determina, il via libera al Centro di Cattura e Stoccaggio (CCS) di Ravenna.
Quest’ultimo progetto è una scelta sbagliata; il CCS è infatti basato su tecnologie costose e non ben verificate, di fatto alternativo al ricorso rapido alle fonti rinnovabili, un vero e proprio tentativo di mettere sotto la sabbia la CO2 emessa anziché evitare di produrla.
Ancora, non ci sono scelte convincenti e coraggiose su diversi punti: solo per esemplificare, non c’è cenno alla ripubblicizzazione del servizio idrico, proprio quando potenzialmente si apre questa possibilità a Bologna con la scadenza della concessione a Hera alla fine di quest’anno. Manca una politica che punti fortemente alla riduzione dei rifiuti prodotti e al loro riciclaggio, così come al superamento degli inceneritori, mentre non sono indicati forti investimenti sul trasporto pubblico e per la riduzione significativa del parco automobilistico privato.
Insomma, per tutto un’insieme di valutazioni, la Rete regionale per l’Emergenza Climatica e Ambientale ha deciso di scrivere il proprio “Patto per il clima e il lavoro” [per leggere il Patto di RECA clicca Qui], un piano alternativo a quello elaborato dalla Regione e sul quale si intende aprire un confronto vasto con le persone e nella società regionale.
Sono davvero tante le realtà e le intelligenze collettive che lavorano per disegnare una reale transizione e conversione ecologica, per la difesa e la valorizzazione dei Beni Comuni. sia a livello territoriale che nazionale: una prospettiva sempre più necessaria per il mondo che viene e che dobbiamo costruire.

O LA BORSA O LA VITA
Acqua Bene Comune VS Privatizzazione e Speculazione Finanziaria

 

Le ricorrenze rischiano sempre di diventare momenti celebrativi oppure di portare a ragionamenti scontati. Non fa certo eccezione la Giornata Mondiale dell’ Acqua ta  , che, da lungo tempo, è proposta per oggi 22 marzo: è facile aspettarsi proclami più o meno dotti sull’importanza dell’acqua come risorsa essenziale per la vita, sulle minacce cui essa è esposta dal cambiamento climatico e anche appelli perché se ne faccia un uso responsabile e sostenibile.
Per fortuna, però, c’è anche chi non si incammina su questa strada, come il Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua, che ha scelto di “dedicare” questa scadenza ad una brutta vicenda, ma che rende bene l’idea del punto al quale siamo arrivati.
Mi riferisco al fatto che, per la prima volta nella storia – il 7 dicembre 2020 – è stato costruito un contratto “future” sull’acqua alla Borsa Merci di Chicago, una delle piazze finanziarie più importanti al mondo. Con tale scelta, si arriva ad un vero e proprio salto di qualità: non solo l’acqua è completamente mercificata, ma ora si può tranquillamente trattarla come base per la speculazione finanziaria.

Questa, infatti, è oggi la natura dei contratti futures scambiati in Borsa. Ma cosa sono essi esattamente? I futures, in realtà, non sono nient’altro che contratti derivati che impegnano due parti (un acquirente e un venditore) a effettuare una compravendita di una merce o di un titolo ( il cosiddetto sottostante) ad una certa data e ad un determinato prezzo.
L’esempio più classico è quello dell’agricoltore che vende una certa quantità di grano al mugnaio a un prezzo definito oggi per una consegna spostata nel tempo ( 1 quintale di grano al prezzo di 100 $ scambiati tra sei mesi). Inizialmente, dunque, quando nascono, a metà dell’ ‘800, i futures svolgono una funzione assicurativa: al di là di come andrà il raccolto del grano, il compratore e il venditore sanno che si scambieranno il grano a quell’epoca e a quel prezzo, ovviamente mettendo in conto le possibili perdite o guadagni, ma avendo entrambi quella certezza.
Nel corso del tempo, però, da quando è diventato abituale collocare e scambiare i futures in Borsa, essi possono essere venduti o comprati in qualunque momento, senza aspettare la scadenza prefissata, e al prezzo esistente in quel momento.
Non si negoziano più i futures per avere quella merce a quel prezzo alla data prefissata, ma diventano uno strumento speculativo: compro un contratto futures con il prezzo del grano a 100 $ a sei mesi, ma se dopo 2 giorni il prezzo del grano sale a 105 $ , rivendo il mio future, lucrando sulla differenza del prezzo.
Di fatto, si compiono vere e proprie scommesse sull’andamento del prezzo della merce, tant’è che meno del 2% dei contratti futures negoziati arrivano alla scadenza definita. Siamo alla finanza-casinò, quella che ha contraddistinto l’attività finanziaria negli ultimi decenni, guidata dall’imperativo di fare i soldi con i soldi ( e molto spesso, con quelli degli altri), che peraltro ha fortemente contribuito alla crisi del 2008 e degli anni successivi.

Ora, al di là del fatto che il future sull’acqua originato alla Borsa di Chicago è ancora più complesso di come l’ho descritto, rimane il dato di fondo che l’acqua è entrata nel vortice della finanza speculativa. E, purtroppo, non appare come un fatto episodico, ma una realtà costruita da un elemento strutturale, come hanno ricordato i dirigenti di CME Group che hanno dato vita al future sull’acqua, e cioè che, a causa del cambiamento climatico, dell’aumento della popolazione, del peggioramento qualitativo dell’acqua, essa è destinata a diventare bene sempre più scarso e soggetto all’accapparamento, per cui inevitabilmente essa non può che essere governata dalla logica del mercato, della domanda e dell’offerta per fissarne il prezzo e, infine, come tutte le merci, anche ai processi speculativi.

Non solo è sacrosanta l’indignazione per questa deriva, che va in direzione opposta all’idea che l’acqua sia un bene comune e il suo accesso deve essere garantito a tutti, come diritto umano universale, sancito dalle stesse prese di posizione dell’ONU, ma occorre anche costruire un’iniziativa adeguata per contrastarla.
Lo si sta facendo a livello internazionale. E in Italia 
lo si è fatto nei giorni passati, con la petizione promossa dal Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua, che in poco tempo ha raccolto oltre 43.000 firme [firma anche tu Qui]  e che abbiamo chiesto di presentarla oggi al Presidente del Consiglio e ai Presidenti della Camera dei Deputati e del Senato. Nella stessa direzione andrebbe anche l’approvazione della legge per la ripubblicizzazione del servizio idrico, elaborata a suo tempo sempre dal Forum dei Movimenti per l’Acqua, ferma dall’inizio della legislatura alla Commissione Ambiente della Camera e che l’attuale maggioranza di governo non sembra lontanamente aver l’intenzione di discutere, così come la riscrittura della parte del Recovery Plan in tema di tutela del territorio e dell’ acqua, dotato, nell’ultima versione conosciuta, di risorse insufficienti, mal indirizzate e, ancor più, ispirato da una logica di ulteriore privatizzazione del servizio idrico, in particolare nel Mezzogiorno.
E ancora: occorre bloccare l’improvvida  intenzione avanzata da alcuni Comuni (Firenze, Assisi e Ferrara), con il sostegno del Ministero degli Esteri, di candidare il nostro Paese a ospitare nel 2024 il Forum Mondiale dell’Acqua, scadenza espressione del pensiero mercatista delle grandi aziende multinazionali che gestiscono il servizio idrico.

Realizzare ora gli obiettivi sopra indicati assume grande valore, a maggior ragione ora che stiamo avvicinandoci al decennale dei referendum sull’acqua e sul nucleare svoltisi il 12 e 13 giugno 2011.
Si tratta di una una scadenza importante, non per farne l’ennesimo appuntamento celebrativo, ma per rimarcare che la maggioranza assoluta dei cittadini italiani si sono espressi in modo chiaro e preciso e che quell’esito è stato largamente disatteso e contraddetto.
Intendiamoci: non che quel risultato non sia servito, visto che senza quel pronunciamento il servizio idrico sarebbe stato totalmente privatizzato entro la fine del 2011, Nello stesso tempo, però, abbiamo presente che, non solo non è stata attuata la ripubblicizzazione del servizio idrico, ma, sia pure in modo più strisciante, la privatizzazione è andata avanti comunque e, con la complicità dell’Agenzia regolatoria nazionale che ha compiuto un’operazione degna delle ‘tre carte’, è rimasto il profitto garantito nelle tariffe.
Di fatto, siamo di fronte ad un attacco deliberato alla democrazia, con l’intento – purtroppo in gran parte riuscito – di diffondere sfiducia e rassegnazione nei confronti della mobilitazione collettiva. In ogni caso, il movimento per l’acqua pubblica continuerà la propria iniziativa. Sappiamo che stiamo parlando del futuro, che i processi in corso, a partire dal cambiamento climatico e dalla stessa pandemia, ci consegnano l’alternativa tra la Borsa e la vita, tra i Beni Comuni e la mercificazione e finanziarizzazione degli stessi, tra la cura e il profitto. Non penso ci siano dubbi da che parte stare.

Partecipa al webinar su zoom “il futuro dell’acqua in borsa”, oggi, lunedì 22 marzo, alle ore 18,30 [clicca Qui] 

DI MERCOLEDI’
La coincidenza di chiamarsi Marco(valdo).

 

Come sono arrivata alle avventure di Marcovaldo è davvero frutto del caso, più esattamente una somma di piccole casualità. Sabato scorso ero al funerale triste e tenero di un compagno delle scuole elementari, Emilio Marco. Emilio era il nome che lui dava di sé, ma a noi bambini della classe piaceva di più il secondo. Non so dire per gli altri, personalmente trovavo Emilio un nome da vecchio e lo evitavo con decisione. Le scelte che si fanno da bambini sono spesso definitive e per tutto il resto della vita restano indenni da qualunque ripensamento.

Solo oltre cinquant’anni dopo, quando ho letto i suoi due nomi e il cognome sul necrologio esposto in piazza al mio paese ho pensato che non c’era più Emilio. Sarà che ora siamo vecchi anche noi per i bambini delle elementari e questo ora è il nome giusto, fatto sta che come Emilio l’ho lasciato andare, ma il nome Marco è rimasto. L’ho ritrovato nel protagonista del romanzo che sto leggendo, Con la testa fra le mani di Nicola Cavallini, un libro uscito nel 2006 in cui Marco, appunto, è un giovane uomo incastrato nei problemi dei quarant’anni, vivo che più non si potrebbe. Si dibatte fra il lavoro e i ruoli dentro la famiglia, fra le passioni che ha dovuto lasciare e la voglia di dare forma al proprio destino.

Al giovane Marco vorrei dare spazio in questa rubrica in uno dei prossimi articoli. Ora seguo la traccia che il caso mi ha disegnato: un altro Marco nonché Valdo è venuto dritto dritto dalla narrativa  degli anni Sessanta, nei panni di un tizio che era vicino a me stamattina al supermercato, uno che ormai arrivato alla cassa si è fermato bruscamente ed è tornato indietro, sterzando a fatica per invertire il senso di marcia, visto il carico che aveva accumulato nel suo “cestino di ferro con le ruote”. Ho pensato: chissà se va anche lui a disfarsi di tutte le mercanzie che ha comprato. Lo so che potevo pensare a una dimenticanza, a un ultimo barattolo da comprare, invece ho ripensato a Marcovaldo al supermarket, il  penultimo racconto dei cinque riservati all’inverno che formano la raccolta Marcovaldo di Italo Calvino, uscita presso Einaudi nel 1963.

Come si sa nel testo si alternano cinque gruppi di racconti dedicati alle stagioni, secondo la scansione ciclica primavera-estate-autunno-inverno. Marcovaldo e la sua famiglia devono districarsi nella non facile vita della grande città in cui vivono: lui immigrato dal sud insieme alla moglie, mentre i loro bambini sono nati lì. Sono una famiglia povera, che vive dello stipendio del papà manovale e i figli non hanno mai visto un bosco, pensano di poter cacciare i piccioni che fanno il nido sul terrazzo condominiale, regalano al figlio di un ricco industriale dei fiammiferi, un tirasassi e un martello, credendo che sia povero e via dicendo. Sono ingenui e sensibili come il loro papà.

A questa raccolta di racconti ho girato intorno molte volte nel corso della mia carriera di insegnante. Li ho letti e riletti insieme ai ragazzi, cogliendo di volta in volta elementi diversi nella tessitura dei testi. Oggi, però, niente lezione sullo straniamento con cui Marcovaldo guarda alla rumorosa città industriale negli anni del boom economico italiano, niente riferimenti alla canzone di Adriano Celentano Il ragazzo della Via Gluck, con la sua difesa del verde e della natura contro il cemento e l’aria ammorbata della metropoli. In una quinta ricordo che avevamo anche formulato l’ipotesi di un Calvino precursore della letteratura postmoderna in Italia, proprio a partire da questi racconti, ironici e con tratti surreali, ma già così malinconici, tutti costruiti sulla sconfitta, a cui va incontro un ‘eroe’ come il nostro manovale ogni volta che affronta la complessità di un mondo per lui non decifrabile.

Oggi penso al carrello di Marcovaldo, semplicemente. Nel freddo dell’inverno 1963 un contadino,  immigrato come lui dalle campagne del sud, trova nel carrello della spesa traboccante di cibi un autentico oggetto del desiderio. Lo si trova dentro al labirinto dei piaceri del supermarket, disponibile all’ingresso con la sua bocca vorace che chiede di essere riempita con ogni bendidio. Sono le sei di sera e la “folla consumatrice”, che per il resto della giornata ha prodotto beni di consumo, si riversa nei supermercati, facendo a gomitate per fare acquisti.

Marcovaldo è a passeggio con la moglie Domitilla e i suoi quattro bambini: a che fare? Calvino dice che “essendo senza soldi, il loro spasso era guardare gli altri fare spese”. Non stasera, però. Stasera entrano tutti e sei, ognuno prende un carrello, poi avanzano “in processione” tra gli scaffali pieni di roba. Non si tocca nulla, dice il pater familias, è proibito. Ma chi può resistere a simili tentazioni? I bambini vedono le altre signore riempire di barattoli i loro carrelli e di getto si tuffano a mettere scatole e scatolette nei loro. Di nascosto anche Marcovaldo si prende il lusso di riempire il suo: va a zig zag tra le corsie dell’edenico labirinto e afferra datteri, salsa piccante e spaghetti. E’ purtroppo vero che la cassiera lo attende, laggiù alla cassa, ma intanto anche uno come lui, a cui lo stipendio tra “rate e debiti scorreva via appena percepito” nel risucchio della famiglia numerosa , “poteva per almeno un quarto d’ora gustare la gioia di chi sa scegliere il prodotto, senza dover pagare neanche un soldo”.

Non finisce bene questa avventura trasgressiva e straniata sulle quattro ruote di un carrello. Ho già svelato che i nostri ‘eroi’ devono disfarsi dell’insidioso carico di merci che hanno accumulato, perciò approfittano di una apertura lasciata nel muro dai manovali del cantiere che lavora all’ampliamento del supermarket. Escono nel buio e procedono sobbalzando… Il racconto finisce mentre loro lassù “sul castello d’assi d’un’impalcatura, all’altezza delle case di sette piani” scaricano il loro bottino dentro le “fauci di ferro” di una gru, quando la sua enorme ganascia raggiunge il bordo dell’impalcatura. Surreale. E anche simbolico: tutte le bocche sono state riempite, quella del carrello e ora quella di una macchina, tranne le loro.

Non più per caso mi viene in mente la colletta alimentare, cui ho preso parte il mese scorso. Oggi mentre scrivo scade la raccolta di medicinali per le famiglie indigenti, le più colpite dalla crisi economica nella fase Covid della nostra storia recente. Torno a Marcovaldo e mi chiedo se davvero non è bastato il tempo della mia vita per produrre cambiamenti sostanziali verso la coesione e l’inclusione sociale, che oggi trovo indicate tra le sei missioni fondamentali del Recovery plan fin qui formulato. Il passo dei mutamenti storici è troppo lungo e mi scavalca, forse dagli anni Sessanta sono stata dentro la cronaca e basta, col mio ruolo nella società segnato dai contratti del comparto scuola, uno dopo l’altro.

Intanto nell’editoriale di Maurizio Molinari, uscito domenica su La Repubblica, è riportata una sintesi chiara di cosa fare ora. Il compito che il neo governo Draghi si è assunto di “mettere in sicurezza il paese” ci proietta dentro il XXI secolo e passa per alcune linee fondamentali, tra cui guidare la transizione verso un’economia più verde, “favorire l’innovazione tecnologica sul mercato del lavoro”, intensificare la lotta alle disuguaglianze. Aggiungo la ricostruzione della scuola e il sostegno alla ricerca, con disincantata speranza.

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DI MERCOLEDI’
Ricordando Sciascia: Una storia semplice

 

Mercoledì scorso ho trovato ancora una volta il mercato del mio paese mal distribuito tra la piazza e la via principale. Dipende dal Covid, mi è stato detto, le bancarelle disposte così sono più distanziate. Sarà, ma mi sembra un altro mercato in un altro posto. Ci sono venuta raramente in questi ultimi  mesi, solo per gli acquisti di frutta e verdura e senza incontrare molta gente. Qualche conoscente meno riconoscibile del solito con la mascherina e il cappello addosso.

Mercoledì scorso ho incontrato invece i miei amici storici. Entrambi con le sportine della spesa appena fatta, entrambi con l’aria da neopensionati. Abbiamo subito parlato della situazione politica, una settimana fa confusa, appesa al filo di una crisi priva di sbocchi evidenti. Ora che ne scrivo si è evoluta fino a coinvolgere il Quirinale e l’incarico che Mario Draghi ha accettato con riserva.

E’ stato un parlottare fitto fitto, che strideva con il contorno dei banchi del pesce, dove i clienti erano in silenziosa attesa del loro turno. Accesi da una mimica facciale vivacissima, dovevamo risultare buffi a chi avesse notato il contrasto con le nostre braccia immobili, tese dal peso delle sporte. Una crisi ora! E giù con le questioni di merito, e poi con quelle di metodo. Soprattutto: non era questo il momento! Con la pandemia che ha spostato perfino le bancarelle del mercato, non avesse portato altre difficoltà nelle vite di tutti. Con il Recovery plan da presentare entro aprile all’Europa! Con la crisi economica che c’è. E le ripercussioni sociali. Intanto le incombenze della giornata ci hanno dato lo stop, ma nel lasciarci un’ultima battuta ci è uscita, ironica: “Una bella situazione! Soprattutto chiara e semplice e da risolvere!”

Mio padre lamentava che al bar le chiacchiere dei clienti risolvevano ogni giorno i problemi nazionali e internazionali e per questo aveva smesso di andarci, trovando insopportabile tanto dilettantismo. “Anche oggi hanno messo a posto l’Italia”, diceva. Ora ho visto me in questa luce e ho sorriso nell’andarmene via. Proprio ‘una storia semplice’! Metto la ‘U maiuscola’ ed ecco il titolo dell’ultimo romanzo di Leonardo Sciascia, un poliziesco di ambientazione siciliana, uscito nell’anno in cui l’autore è scomparso, il 1989.

Il titolo del libro riprende la battuta che pronuncia il questore di Ragusa quando viene chiamato nelle campagne di Monterosso sul luogo di un delitto commesso alla vigilia della festa di San Giuseppe: Giorgio Roccella, un anziano diplomatico tornato inaspettatamente dall’estero nella propria casa siciliana è stato trovato morto alla scrivania dello studio; accanto c’è una pistola, la sua, e questo basta al questore per decretare che si tratta di suicidio e per concludere: “Questo è un caso semplice, bisogna non farlo montare e sbrigarcene…”

Come in un giallo classico, la narrazione si proietta nella ricostruzione minuziosa dei fatti. In questo, l’autore accentua lo sguardo sui diversi stili investigativi e mette in primo piano le deduzioni del giovane brigadiere di polizia, che ha fatto il primo sopralluogo nel villino di Roccella. Per lui si tratta di omicidio. Molti altri soggetti curano le indagini nei tre giorni successivi al ‘delitto’, sia dalla parte della polizia che dei carabinieri e nella gerarchia dei poliziotti si mettono in luce due pezzi grossi, questore e procuratore della Repubblica. Ognuno ipotizza come sono andate le cose sulla base dei riscontri che vengono effettuati via via. Il lettore è colpito dalla ironia con cui Sciascia mette a nudo l’incompetenza e il pressapochismo generali, e più i personaggi ricoprono un’alta carica più sono lontani da una considerazione razionale dei fatti. Ironia amara, che alla fine del libro arriva a svelare la custodia nel solaio del villino di una celebre tela del Caravaggio trafugata da tempo a Palermo (la Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi) e la preparazione della droga che avveniva nei magazzini attigui alla casa. C’è di mezzo la malavita anche in questo romanzo che Sciascia ha costruito con la volontà di mostrare le attività mafiose e le loro infiltrazioni sempre più tentacolari nel tessuto politico e sociale della Sicilia e del Paese. E’ accaduto con gli altri romanzi politici che l’autore ha scritto dagli anni ’60, da Il giorno della civetta nel 1961 e A ciascuno il suo nel 1966 a Todo modo che è del 1974 e fino a questo ultimo romanzo del 1989.

Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia” recita la dedica che apre Una storia semplice. Sono parole di Friedrich Dürrenmatt, il versatile intellettuale svizzero, che è coetaneo di Sciascia e autore tra gli altri di un romanzo uscito in Italia nel1986, dal titolo Giustizia.

“Voglio scandagliare scrupolosamente: chi potrebbe dirlo tra i nostri personaggi? Non il colonnello dei carabinieri, che abbraccia l’opinione opposta a quella del questore per partito preso; non il questore e il magistrato inquirente che spiegano frettolosamente i fatti, dando prova di una superficialità a tratti grottesca. Eliminiamo anche il nugolo di agenti e di carabinieri spruzzati sulla scena del delitto a fare coreografia. Chi resta a rielaborare i dati di realtà con metodo e razionalità è il giovane brigadiere che, dopo il primo sopralluogo, ha osservato con passione persone e comportamenti. Nel ricostruire l’accaduto lo sostiene il professor Franzò, amico d’infanzia della vittima e per molti anni stimato professore di Italiano. È sua la più bella battuta del romanzo, la dice quando raggiunge la questura per dare la sua testimonianza e viene accolto dal magistrato che era stato suo allievo. Il professore lo ricorda molto bene, ricorda anche di avergli assegnato sempre l’insufficienza nei componimenti di italiano. Trascrivo le loro parole: “L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…”

L’italiano non è l’italiano: è il ragionare – disse il professore. Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto”.

Cosa deve scoprire il brigadiere! Quale verità amara sulla corruzione, che ha coinvolto persino un uomo di chiesa nelle attività illecite che si tenevano nel villino di Roccella. Che è entrata fin dentro il suo ufficio. In una delle sequenze finali il brigadiere spara. Spara per difendersi dal suo commissario che gli ha puntato contro la pistola. È stato più veloce, il brigadiere. E’ stato abile nel fare il suo lavoro e nel cogliere due errori che il commissario si è lasciato sfuggire. Forse, come gli suggerisce il professor Franzò, li ha commessi per un “fenomeno di improvviso sdoppiamento: in quel momento è diventato il poliziotto che dava la caccia a se stesso”. Viene da pensare a Pirandello.

L’8 gennaio scorso Sciascia avrebbe compiuto cento anni. Immagino che saranno tante le occasioni per ricordarlo e per celebrarne il ruolo di scrittore impegnato e acuto. Per rivedere il contributo che ha dato come parlamentare e come fine conoscitore della politica italiana.

Dalle bancarelle del mercato ho saputo ricordare intanto la sua ironia, tagliente come una lama. Poi, qui a casa dalle pagine del romanzo ho voluto trarre quello che Sciascia dice della scrittura. Oltre alla battuta “feroce” del professor Franzò sul carattere ragionativo dello scrivere, trovo due passi piuttosto incisivi: nel primo il professore sottolinea il valore testimoniale e storico della scrittura, quando riferisce che l’amico Roccella era tornato nella sua Sicilia per cercare nel solaio del villino due “pacchetti di vecchie lettere: uno di Garibaldi al suo bisnonno, un altro di Pirandello a suo nonno (avevano fatto assieme il liceo); e gli era venuta la fantasia di recuperarli, di lavorarci un po’ su”.

Nell’altro Sciascia parla di sé e della sua scrittura di denuncia, mentre ci dice quanta fatica faccia il nostro brigadiere quando deve passare dalla realtà alle parole, quando deve stendere i rapporti e trasferirvi il suo lavoro di osservazione: “Ma, curiosamente, il fatto di dover scrivere delle cose che vedeva, la preoccupazione, l’angoscia quasi, dava alla sua mente una capacità di selezione, di scelta, di essenzialità per cui sensato ed acuto finiva con l’essere quel che poi nella rete dello scrivere restava. Così è forse degli scrittori italiani del meridione, siciliani in specie: nonostante il liceo, l’università e le tante letture”.

Sulla figura e l’opera di Leonardo Sciascia vedi anche:
Sergio Reyes, UN ILLUMINISTA IN SICILIA : Attualità di Leonardo Sciascia a 100 anni dalla nascita [Qui]
Giuseppe Traina, DENTRO IL GIALLO : I personaggi di Sciascia e Simenon davanti al potere [Qui]

 

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Cosa c’è (e cosa manca)
nel “pacco regalo” del recovery plan

Dentro una delle crisi di governo più “incomprensibili” da molti anni in qua, però il Recovery plan, il progetto nazionale per arrivare ad avere le risorse europee di Next Generation UE, dopo l’approvazione nel Consiglio dei Ministri del 12 gennaio, appare in dirittura d’arrivo. Vale allora la pena spendere alcune parole per capire meglio quali sono gli obiettivi lì contenuti e l’orizzonte lungo il quale si muove. Lo si deve fare al di fuori della retorica sulla “svolta” europea, sul suo valore di appuntamento con la Storia, sulle ingenti risorse a disposizione e via dicendo, ma guardando bene contenuti e profilo lì presenti.

La prima considerazione che si può avanzare riguarda l’utilizzo dei 209 mld di € ( 65,4 mld. di sussidi a fondo perduto e 127,6 mld. di prestiti dal Recovery Fund europeo), lievitati nell’ultima versione a 222 mld con l’incorporazione di ulteriori risorse europee. Nell’ultima versione nota, essi sono distribuiti su 6 missioni fondamentali: Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura (46,1 miliardi); Rivoluzione verde e transizione ecologica (68,9 miliardi); Infrastrutture per una mobilità sostenibile (32 miliardi); Istruzione e ricerca (28,5 miliardi); Inclusione e coesione (27,6 miliardi); Salute (19,7 miliardi). Si potrebbe disquisire a lungo se non si poteva trovare un equilibrio più utile tra queste voci, spingere maggiormente in direzione degli investimenti piuttosto che degli incentivi, destinare maggiori risorse ai nuovi progetti rispetto a quelli già esistenti, superare una decisa frammentazione degli interventi previsti nelle singoli missioni.Non c’è dubbio, però, che alcune siano decisamente sottovalutate. Solo per esemplificare, basta pensare a quanto destinato alla salute, che non ripaga neanche l’insieme dei tagli prodotti negli ultimi 10-15 anni. Ragionamento analogo vale per la scuola e l’istruzione.

Al di là di questo, però, ciò che emerge con ancora più forza e, purtroppo, inadeguatezza, sono le finalità cui vengono indirizzate le risorse dei vari capitoli.  Anche qui, senza poter entrare in una disamina più approfondita, non si sfugge alla constatazione che non si affrontano le questioni di fondo che i vari temi propongono, continuando a seguire un pensiero debole e subalterno alle narrazioni mainstream.
Se guardiamo al tema della digitalizzazione, ormai assunto come un mantra in qualunque discussione che dovrebbe portarci nel futuro, non si va al di là delle politiche già avviate in questi anni, con un loro potenziamento, o di buoni, quanto scontati, propositi: incentivi a Industria 4.0, che notoriamente non sono in grado di guidare una reale ricollocazione dell’apparato industriale, e innovazione nella Pubblica Amministrazione.
Su quest’ultima questione, non si può evitare di notare che degli 11,45 mld, ad essa dedicati, ben 4,75 se ne vanno per il progetto Cashless, meglio noto coma Cashback, ossia per l’ incentivo all’utilizzo di mezzi di pagamento elettronici sia per i consumatori sia per gli esercenti. Insomma, si evita di misurarsi con le novità emerse in questi anni, e cioè il dominio delle grandi aziende multinazionali hi-tech made in USA – in primis le famose FAANG, Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google– che hanno dato vita ad un modello costruito sul fatto di produrre profitti mediante le inserzioni pubblicitarie e la pratica strutturale dell’elusione fiscale, utilizzare i dati degli utenti come nuova materia prima e ridurre l’esperienza umana a merce da collocare sui mercati. Fino alla conseguenza di aver privatizzato l’informazione, la comunicazione e la loro produzione, come emerso in questi giorni con la vicenda dell’esclusione di Trump da Facebook e Twitter. Decisione condivisibile, ma, come evidenziato da molti commentatori, che evidenzia il grande potere di soggetti privati nel disporre chi può intervenire o meno in quello che è diventato spazio e discussione pubblica. Questa è diventata la vera questione: ricondurre a bene comune e servizio pubblico informazione, comunicazione e conoscenza e impedire la loro appropriazione privata, su cui la stessa Unione Europea fatica a misurarsi e il Recovery Plan dimostra grande cecità.
Allo stesso modo, si possono avanzare obiezioni forti in tema di quanto previsto sulla cosiddetta “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, che non assume fino in fondo l’obiettivo europeo della riduzione del 55% al 2030 delle emissioni da gas climalteranti e tantomeno quella di una fuoriuscita in tempi rapidi dall’utilizzo delle risorse fossili. Per non parlare, per usare un eufemismo, del rischio di supportare interventi di vero e proprio “green-washing”, in gran parte ispirati da ENEL e ENI.
A questo proposito, sembra sia rientrata l’intenzione di erogare risorse per il progetto sbagliato di realizzare a Ravenna il più grande impianto di cattura e stoccaggio della CO2 nel sottosuolo, che comunque rimane obiettivo dell’ azienda energetica nostrana, ma viene confermata l’idea di ricorrere ad un uso massiccio del gas per la riconversione delle centrali a carbone.
Ancora in questa missione, si può leggere quanto emerge sulla tutela e valorizzazione del territorio e della risorsa idrica, dove sono individuate risorse aggiuntive assai scarse e, soprattutto, viene incentivata una nuova spinta per la privatizzazione del servizio idrico, con l’obiettivo di consegnare alle grandi multiutilities quotate in Borsa – Iren, Hera, A2A, Acea– gli affidamenti anche nel Mezzogiorno, dopo che esse sono saldamento insediate in tutto il Centro Nord.
Sulla salute, non si assume con chiarezza  la centralità del ruolo della sanità pubblica, dopo la stagione della privatizzazione strisciante cui abbiamo assistito anche in questo settore, mentre per scuola e istruzione ciò che emerge è che una parte consistente delle risorse stanziate ( 11,7 mld. sul totale di 28,5 mld.) va sotto l’intervento “Dalla ricerca all’impresa”, ribadendo che scuola e istruzione sono subordinate alle esigenze del mercato e del sistema delle imprese.

Quello che, alla fine, emerge dal Recovery Plan, insomma, è un’idea di “ammodernamento” del Paese, fondato sui nuovi “driver” della digitalizzazione e della green economy, senza però mettere in discussione il paradigma della crescita trainata dal mercato e dalla finanza, anzi provando a dargli basi rinnovate e costruendo su queste una lettura ideologica della prossima fase di uscita dalla crisi e del nuovo sviluppo. Un tentativo che va visto anche nei suoi tratti di “novità”, non indulgendo ad un approccio per cui esso sarebbe una pura riproposizione del passato, ma, nello stesso tempo, senza occultare che non basterà la propaganda delle ingenti risorse a disposizioni per mettere tra parentesi che è destinato a non funzionare a quei fini.
Probabilmente ne sono consapevoli anche gli attori più avvertiti delle classi “dirigenti”, a partire dagli estensori del Recovery Plan, nel momento in cui indicano che nel 2023 il PIL crescerà tra il 2,5% e il 3% e il tasso di disoccupazione attestarsi dall’attuale 9,5% all’8,7% nel 2023.
Non grandi dati, in realtà, senza dimenticare che, dopo il forte ricorso all’indebitamento pubblico conseguente alla pandemia, il rapporto debito/PIL passerà, secondo la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza, dal 134,6% del 2019 al 158% del 2020, per “rientrare” ad un livello del 143,7% nel 2026. Con tutte le incognite che ciò comporterà in una situazione nella quale si riaprirà, probabilmente nel 2022, la discussione sui vincoli di bilancio in sede europea, dopo la loro sospensione decisa nel corso del 2020. Nonché il rischio, tutt’altro che remoto, che la crisi economica e sociale possa conoscere un ulteriore aggravamento nei prossimi mesise non verrà attivata la proroga del blocco dei licenziamenti, misura osteggiata sempre dagli apologeti del mercato, che non sanno e non vogliono prendere atto che è finita da un pezzo – in realtà mai esistita – la stagione della sua capacità di autoregolazione e, ancor più, di generare ricchezza sociale e sviluppo di qualità.
E’ invece proprio da questa consapevolezza che bisognerebbe ripartire, per riscrivere da capo il Recovery Plan, per prospettare viceversa un reale Piano per il lavoro e i beni comuni, assumendoli come misura e obiettivo di una nuova traiettoria per il Paese

HA VINTO LA VECCHIA EUROPA NEOLIBERISTA
Nonostante gli applausi, l’accordo non apre verso un futuro federalista e solidale

Dopo più di 4 giorni di discussione, alla fine è arrivato l’accordo sul Recovery Fund europeo. L’accordo prevede che siano disponibili sempre 750 miliardi di euro, rimodulati però tra 390 come sovvenzioni a fondo perduto e 360 come prestiti, rispetto ai 500 dei primi e 250 dei secondi, come precedentemente convenuto. Peraltro, all’Italia spetterebbero 82 miliardi di risorse a fondo perduto, 3 in meno della proposta iniziale, mentre i prestiti salirebbero a 127 miliardi, 38 in più, sempre rispetto a prima. Vengono confermati sconti significativi nei contributi al bilancio europeo a favore di Olanda, Danimarca, Svezia, Austria e Germania. Sul rispetto dello stato di diritto, questioni rivolte in primo luogo ad Ungheria e Polonia, ci sono solo affermazioni e procedure generiche.
Cambia, in modo sostanziale, il meccanismo decisionale per accedere a tali finanziamenti: intanto rispuntano le famose condizionalità per cui gli Stati membri devono presentare propri Piani nazionali di ripresa e resilienza (Recovery Plan) che devono rispettare le raccomandazioni che la Commissione produce sulle politiche economiche e sociali dei singoli Stati. In più, la sede decisionale per l’approvazione di tali Piani passa dalla Commissione Europea al Consiglio Europeo, che li assume a maggioranza qualificata, dando così vita al tanto declamato ‘freno a mano’ rispetto alle scelte nazionali.

Tale complesso di decisioni rappresenta un ulteriore arretramento rispetto alle discussioni precedenti, non tanto sulle risorse stanziate, quanto sui meccanismi decisionali e sulle dinamiche che sono state messe in campo.
A differenza della narrazione che è stata presentata dalla gran parte del nostro sistema mediatico, secondo la quale è stata sostanzialmente bloccata l’offensiva dei Paesi cosiddetti ‘frugali’, in realtà quello che è successo è che l’Europa ha fatto un ulteriore passo indietro rispetto alla possibilità di rispondere in modo utile alle questioni che la crisi sanitaria, economica e sociale propone. Mi riferisco in particolare al meccanismo decisionale definito, che, nei fatti, rimette in piedi l’idea di un’Europa che deve controllare chi si discosta dall’ortodossia delle politiche di matrice mercatista e di vincolo del debito e che si basa sulla mediazione intergovernativa, che è quella che esalta le posizioni dei singoli Stati o di coalizione degli stessi.
Infatti, assumere la condizionalità del rispetto delle raccomandazioni dell’Unione europea implica, prima di tutto, ridare centralità al tema del rientro dal debito pubblico, che è stato il faro da cui sono partite le politiche di rigore e austerità dagli anni ‘90 in poi, oggi sospese, ma destinate ad essere ripresentate una volta superata l’attuale fase di emergenza. Basta pensare che anche le ultime raccomandazioni della UE rivolte all’Italia in piena pandemia, nel maggio di quest’anno, oltre ad indicare alcuni provvedimenti per far fronte ad essa, ricordano che “l’Italia presenta squilibri macroeconomici eccessivi. In particolare l’elevato debito pubblico  e la prolungata debolezza della produttività…”.
Inoltre, il passaggio dell’approvazione dei Piani nazionali dalla Commissione Europea, che, almeno, è organismo che deve essere legittimato dal voto del Parlamento europeo e non rappresenta i singoli Stati membri, al Consiglio Europeo, che, invece, è composto dai capi di Stato e di governo dei 27 Paesi membri ed è  esattamente rappresentativo dei governi nazionali significa proprio legittimare l’idea di un’Europa come assemblaggio di singoli Stati o coalizioni di essi, con la conseguenza di doversi misurare con il possibile potere di veto delle stesse.

Con questo arriviamo alla dinamiche presenti oggi in Europa.
Da una parte, ci sono i Paesi ‘frugali’, la coalizione formata da Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia e Austria. Intanto, bisognerebbe smetterla di continuare ad usare quest’appellativo, che dà un’idea distorta delle posizioni in campo, come se ci fossero i Paesi ‘attenti ai conti’ e quelli, in particolare del Sud dell’Europa, ‘spendaccioni’. Meglio sarebbe definire questa coalizione come quella del ‘neoliberismo nazionalista’, nel senso che essa esplicita un approccio fondato sul dogma dei vincoli di bilancio e sulla preminenza dei singoli Stati nella costruzione europea.
Da qui l’avversione alla concessione di risorse a fondo perduto e l’insistenza sui prestiti (che dovranno essere restituiti) e la sorveglianza sui singoli stati rispetto al loro utilizzo. Del resto, il profilo del loro portavoce, il premier olandese Rutte è esemplificativo al riguardo: ex manager della multinazionale Unilever, strenuo difensore del paradiso fiscale del suo Paese, ben attento a non farsi insidiare dalla forte destra sovranista olandese.

Poi, ci sono i Paesi del cosiddetto ‘blocco di Visegrad’: in testa l’Ungheria, assieme a Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia, interessati in primo luogo a mantenere la propria posizione per cui ricevono, anche in tempi ‘normali’, più risorse dall’Europa di quanto ne versano. Soprattutto, usando questo surplus per costruire il proprio consenso interno con vere e proprie politiche antieuropee e lesive dei diritti umani, dal costruire muri rispetto all’immigrazione extracomunitaria ad attaccare stampa e magistratura. Insomma, sono loro I veri “sovranisti”.

Ancora, i Paesi mediterranei: oltre all’Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e, a fasi alterne, la Francia (che non ha perso la velleità di giocare anche il ruolo di partner minore della Germania), che sono quelli che patiscono di più la crisi, provano, anche se in modo confuso, a perorare la causa di un’Europa più solidale e, dunque, accennano ora a politiche che possano mettere in discussione la linea dell’austerità e della centralità del rientro dal debito.
Potremmo denominarli come gli ‘incerti riformisti’.

A tentare di tenere insieme queste spinte contrapposte e anche tatticamente mutevoli, ci prova la Germania, a cui a volte si associa la Francia, che pare aver compreso che, dentro la crisi, è a rischio la stessa tenuta dell’Unione Europea e che, almeno adesso, occorre mettere in campo iniziative in discontinuità con il recente passato. Peccato che ciò sembra avvenire più per necessità che per virtù: insomma, ‘l’arte suprema della mediazione’. Che quindi si traduce nel trovare un punto di equilibrio tra le varie spinte in campo, peraltro molto distanti tra loro, piuttosto che nella capacità di delineare un progetto compiuto per un’altra idea di Europa per il XXI secolo.

Che, invece, è quello di cui avremmo bisogno e di cui continua a non esserci traccia. Del resto, è evidente che stare su questo terreno comporta un cambio di paradigma, una rottura con le scelte che l’Europa ha compiuto da decenni in qua: significa non semplicemente sospendere, ma abolire il Patto di stabilità, quello che ha imposto i parametri stupidi sui vincoli di deficit e debito pubblico, fare della Banca Centrale Europea una reale banca pubblica, costruire politiche che sul serio assumano il lavoro e i diritti come bussola di fondo per delineare un’altra idea di modello produttivo e sociale, modificare i Trattati europei in queste direzioni.
Qui potrebbero dare un contributo i Paesi del mediterraneo, a partire dal nostro. Certo, non aiuta in questo senso il Programma nazionale di riforma, deliberato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 6 luglio, che dovrebbe costituire la base per l’elaborazione del Recovery Plan italiano da portare in Europa. Purtroppo, il piano governativo si muove troppo in continuità con il passato, parla in modo insufficiente di scuola e sanità, enfatizza le grandi opere e la digitalizzazione come vettori di sviluppo e già si pone l’interrogativo centrale di come uscire dal debito pubblico che è stato creato in questi mesi. Anche da qui si può facilmente capire che il futuro non può semplicemente nascere dai governi e dalle mediazioni tra gli stessi in Europa. Solo uno scatto dei movimenti e della società  nazionale ed europea può mettere all’ordine del giorno il cambiamento che è necessario e, senza il quale, non si possono profilare soluzioni adeguate.

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