Tag: reddito

Da Robin Hood a Sceriffo di Nottingham:
lo sciopero generale visto da Marattin.

 

“Le faccio un esempio: una commessa di un supermercato che durante questo periodo ha continuato a lavorare, garantendo il servizio anche quando il Paese era in lockdown, non arriva a prendere 20 mila euro lordi l’anno, la metà se ha un contratto part time. Ed avrà un riconoscimento fiscale di poco superiore ai 100 euro annui, mentre chi prende tre volte il suo reddito ne riceverà oltre 600”. (Maurizio Landini).

Luigi Marattin è un ex enfant prodige della politica italiana. Ex, perché non può più essere considerato una promessa, ma una certezza. Ferrarese d’adozione: laureatosi nella nostra facoltà di Economia, è stato assessore al Bilancio al Comune di Ferrara durante una delle giunte Tagliani, nonchè responsabile economico del PD.
Attualmente è deputato di Italia Viva, avendo seguito Renzi nella fuoriuscita dal Partito Democratico. I suoi “spiegoni” di economia e politica hanno un comune denominatore: io vi spiego le cose con numeri e dati, gli altri (se non la pensano come me) sono ignoranti o ciarlatani. L’ultimo spiegone, apparso sul suo sito e sulla sua pagina social (eccolo in versione non commentata: [Qui] ) parla (ovviamente male) dello sciopero proclamato da Cgil e Uil contro la manovra economica del governo. Stilisticamente fa un salto di qualità: Marattin si fa le domande e poi si dà le risposte. Un botta e risposta solipsista. Marattin chiede e Marattin risponde. Siccome non la penso quasi mai come lui, ma mi sono stufato di essere considerato per questo un minus habens, (da lui e dai suoi fans) ho deciso di analizzare punto per punto le risposte che lui stesso dà alle domande che lui stesso si fa.

NB: LE DOMANDE (di Marattin) SONO IN MAIUSCOLO, le risposte di Marattin in corsivo.

1) I SINDACATI CHIEDEVANO CHE TUTTI GLI 8 MILIARDI ANDASSERO ALL’IRPEF.
7 miliardi su 8 (87,5%) sono stati destinati all’Irpef: un solo miliardo all’IRAP, per eliminare l’imposta a circa un milione di piccoli contribuenti (autonomi, ditte individuali, persone fisiche).

Intanto: chi ha stabilito che 8 miliardi devono bastare? “Tutti gli 8 Miliardi” è un’espressione fuorviante: perché non potevano essere 10 miliardi, ad esempio? Ci sarebbe stato più spazio per una riduzione sia dell’Irpef che dell’Irap (che peraltro serve a finanziare la sanità pubblica).

Buona parte della maggioranza di governo chiedeva di destinare all’IRAP almeno 3 miliardi, ma questa richiesta non è stata accolta.
Questo passaggio è fantasmagorico: la maggioranza voleva destinare più soldi al taglio dell’Irap, ma la richiesta “non è stata accolta”. Da chi? Da Marattin? Da Draghi? Evidentemente “la maggioranza” ha cambiato idea, a meno che Marattin non intenda che la sua illuminata minoranza – Robin Hood –  ha convinto la riottosa maggioranza – Sceriffo di Nottingham – a dargli retta, per accontentare “i sindacati”.

2) I SINDACATI CHIEDEVANO CHE LE RISORSE DESTINATE ALL’IRPEF VENISSERO DESTINATE INTERAMENTE A LAVORATORI DIPENDENTI E PENSIONATI.
Il 95% delle risorse Irpef (6,6 miliardi su 7) vengono destinate a lavoratori dipendenti e pensionati.

Con le percentuali Marattin fa il mago, tanto basta cambiare il totale di partenza: adesso i miliardi, che prima erano 8, sono diventati 7. Se fossero ancora 8, la percentuale di destinazione già scenderebbe all’82%. Ma siccome “le risorse destinate all’Irpef” sono 7 miliardi, allora 6,6 miliardi destinati a dipendenti e pensionati sono la quasi totalità. Che è come dire: io (sindacati) ti chiedo di darmi il 100% di 10, tu (governo) decidi di partire da 8 e mi dai 7,5, che è il 93,5%, ma di 8, non di 10.

3) I SINDACATI CHIEDEVANO CHE TUTTE LE RISORSE FOSSERO DESTINATE AI PRIMI TRE SCAGLIONI DI REDDITO.
Il 90% delle risorse Irpef viene destinato ai primi tre scaglioni di reddito, cioè i contribuenti sotto i 55 mila euro annui.

4) E IN PARTICOLARE AL PRIMO SCAGLIONE?
Al primo scaglione (i contribuenti sotto i 15 mila euro annui) vengono destinate il 16% delle risorse.

5) NON È UN PO’ POCO?
Nel primo scaglione ci sono circa 17 milioni di contribuenti.
Di questi, 10 milioni non pagano neanche un euro di Irpef.
E tutti e 17, mediamente, pagano 27,78 euro al mese.

Scusi Marattin: se 10 milioni su 17 “non pagano neanche un euro di Irpef”, il “tutti e 17, mediamente, pagano 27,78 euro al mese” è una media del pollo alla Trilussa. Esiste un modo più lineare di dirlo: ci sono 10 milioni di persone (lo scrive Marattin, non io) che guadagnano fino a 8.174 euro l’anno e non pagano Irpef (no tax area).
Poi ci sono 7 milioni di persone che guadagnano da 8.175 euro a 15.000 euro l’anno. E costoro non pagano affatto una media di 27,78 euro al mese di Irpef. Ad esempio, uno che guadagna 15.000 euro lordi l’anno, di Irpef attualmente ne smena circa 134 al mese (al lordo delle detrazioni). Altro che “mediamente 27,78 euro”(che comunque, in un successivo spiegone dello stesso Marattin, sono diventati “mediamente 13”, a proposito di certezze sui numeri).

6) AH, HO CAPITO. E NON C’ERA UN ALTRO MODO PER AUMENTARE COMUNQUE LE LORO BUSTE PAGA?
Si, e lo hanno proposto i sindacati. E cioè agire non (solo) sul cuneo fiscale (cioè l’Irpef, su cui come abbiamo visto non c’era più tanto spazio disponibile), bensì sul cuneo contributivo: cioè ridurre i contributi obbligatori che vengono trattenuti ogni mese sulle buste paga dei lavoratori, in modo da incrementare lo stipendio netto.

7) E IL GOVERNO E LA MAGGIORANZA CHE HANNO DETTO?
Che va bene.
Si è deciso di impiegare per il 2022 un ulteriore miliardo e mezzo per ridurre dal 9,19% al 8,39% il cuneo contributivo per i lavoratori a basso reddito.
A cui ovviamente si sommeranno i benefici derivanti dalla riduzione dell’Irpef.

Qui vediamo che finalmente il Governo e la maggioranza che lo sostiene sono di nuovo d’accordo – mentre prima la minoranza illuminata, come abbiamo potuto dedurre, aveva convinto la maggioranza a “dare ascolto ai sindacati”. Questo, in effetti, sembra l’unico punto sul quale c’è una convergenza tra le parti – si può discutere sulla percentuale di riduzione del cuneo, ma si sa che il meglio è nemico del bene. Il “bene”, peraltro, vale per un solo anno, il 2022.

8 ) LANDINI DICE OGGI CHE NON È GIUSTO CHE CHI GUADAGNA 20 MILA EURO RICEVA 100 EURO, E CHI NE GUADAGNA 60 MILA NE RICEVA OLTRE 600. SONO GIUSTE QUESTE CIFRE?
No, sembra proprio di no.
Dalle uniche tabelle che considerano, correttamente, non solo il beneficio derivante dalla riduzione delle aliquote ma anche quello dall’aumento delle detrazioni (Il Sole 24 Ore, 4 dicembre) vediamo che chi guadagna fino a 20.000 euro avrà un beneficio medio annuo di 193 euro, mentre chi ne guadagna 60.000 uno di 559,8.

Marattin, come “sembra proprio di no”?
Magari c’è una differenza (basata su una approssimazione numerica) con il ragionamento di Landini, ma la sostanza è proprio quella lì. Quindi, sembra proprio di sì.
Una persona che guadagna 20.000 euro l’anno ha una riduzione di pressione fiscale di 193 euro all’anno, chi guadagna 60.000 euro avrà una riduzione della pressione fiscale di 559,80 euro l’anno.
Anche prendendo per buoni i conti di Marattin, vuol dire questo: se io guadagno 1.600 euro al mese, lo Stato mi restituisce con questa manovra 16 euro al mese (un centesimo del mio stipendio). Se guadagno 5.000 euro al mese, lo Stato mi ridà 46,65 euro al mese (poco meno di un centesimo del mio stipendio).

Giudicate voi se questa restituzione è giusta, se opera una qualche forma di redistribuzione del reddito.

9) VABBÈ MA ALLORA HA COMUNQUE RAGIONE LANDINI! CHI GUADAGNA DI PIÙ PRENDE PIÙ VANTAGGI!
No, perché i vantaggi fiscali non si misurano in valore assoluto: una stessa riduzione di tasse di 10 euro non impatta allo stesso modo su chi ne pagava 20 ( = beneficio del 50%) e su chi ne pagava 1.000 ( = beneficio del 1%).

Qui il ragionamento comincia a zoppicare come un tavolo cui segano una gamba. Se abbiamo appena visto che non c’è una stessa riduzione di tasse, ma chi guadagna di più ha una riduzione maggiore, perché Marattin fa l’esempio parlando di “una stessa riduzione di tasse di 10 euro”? Se facesse il confronto sulle reali, rispettive, riduzioni, dovrebbe concludere che l’impatto, che lui chiama “beneficio”, è lo stesso. Il che, secondo me, grida un po’ vendetta.

10) AH GIUSTO. E ALLORA COME SONO I VERI BENEFICI?
Un lavoratore dipendente che guadagna 20.000 avrà un beneficio di circa il 25%.
Chi ne guadagna 60.000, di circa il 3%.

“Ah giusto” un piffero (vedi sopra). La sostanza è che chi prende 20.000 euro l’anno e chi ne prende 60.000 (come esposto sopra) ricevono indietro dallo Stato praticamente la stessa quota parte del loro stipendio mensile. Valutate voi se questo è giusto. Questa è la tabella pubblicata da Avvenire:

{1}

 

11) VABBÈ HO CAPITO… MA NON È COMUNQUE SEMPRE GIUSTO RIDURRE LE TASSE SOLO AI “PIÙ POVERI”?
No, per niente. Anche se, lo riconosco, suona molto bene come slogan.
Ma i dati ufficiali (Fonte: Dipartimento Finanze, Mef) ci dicono che i veri tartassati delle nostra Irpef sono altri:
i 2,3 milioni di contribuenti Irpef che guadagnano più di 50.000 euro annui ( = poco più di 2.000 euro netti al mese, e oltre) sopportano da soli il 42% di tutta l’Irpef italiana ( = imposta netta, al netto del bonus Renzi).

Sarà anche vero, ma di questa percentuale, quanta viene pagata da coloro che guadagnano oltre 75.000 euro annui? E come mai Draghi ha proposto un (modesto) contributo di solidarietà (spot) a carico di questa fascia e a favore dell’abbassamento del caro bollette, e quattro partiti della maggioranza (tra cui Italia Viva di Marattin) si sono opposti? Come mai in questo caso Robin Hood era Draghi, e Marattin è passato tra le fila dello sceriffo di Nottingham?

12) CIOÈ SCUSA…. QUELLI CHE GUADAGNANO PIÙ DI 2.000 EURO NETTI AL MESE PAGANO A MOMENTI QUASI LA METÀ DELL’IRPEF?Esatto. In realtà è pure peggio di così, perché gli ultimi dati disponibili si riferiscono al 2019, quando non era ancora entrato in vigore l’allargamento del bonus Renzi.
Che aveva ulteriormente alleggerito il carico fiscale effettivo sulle fasce dai 28 ai 40 mila euro annui, lasciandolo inalterato per coloro che ne guadagnano 50.000 o più.
Nell’immaginario collettivo di qualcuno, dipinti come ricchi nababbi privilegiati.

Non occorre descriverli come nababbi (peraltro si parla dei redditi oltre i 75.000 euro, ripeto) per ipotizzare l’equità di un contributo di solidarietà a loro carico, che non li avrebbe né danneggiati né favoriti rispetto alla tassazione attuale, ma avrebbe dato una mano a chi subisce maggiormente il caro bollette, ovvero le fasce di reddito più basse.

13) MA IN QUESTA LEGGE DI BILANCIO CI SONO ALTRE MANOVRE PER I PIÙ DEBOLI?
Si. L’introduzione dell’assegno unico universale, oltre a razionalizzare e semplificare il sistema, incrementa di 6 miliardi all’anno il sostegno alle famiglie.
Viene distribuito sulla base dell’Isee ( = indicatore di reddito e patrimonio), e non solo sul reddito (come i vantaggi Irpef), ma per come è disegnato andrà ovviamente soprattutto a vantaggio delle fasce deboli.

“Soprattutto”, appunto. Perché l’assegno unico universale è, appunto, universale (50 euro a figlio anche per Isee sopra i 40.000 euro).

14) QUINDI FAMMI CAPIRE… È GIUSTO LO SCIOPERO?
Non spetta alla politica dire se uno sciopero è giusto o ingiusto. Lo sciopero è un diritto costituzionale che va rispettato, se esercitato entro i limiti prescritti dalla legge.
Poi certo, ogni lavoratore dovrà valutare la situazione con la propria testa.

La mia testa infatti mi dice che:

la rimodulazione dell’Irpef è antiprogressiva: invece di beneficiare soprattutto le fasce deboli, la curva addirittura diminuisce verso l’alto;

non aumenta sostanzialmente la quota di detrazioni per le fasce più deboli;

non aumenta la base imponibile, lasciando immutate le imposte piatte sui capitali, sui lavoratori autonomi, cedolare secca;

non è stata varata una decontribuzione strutturale per le fasce di reddito basse;

non è passato nemmeno un modesto contributo di solidarietà per i redditi alti finalizzato a contenere l’aumento delle bollette.

La mia testa mi dice che questa manovra potrebbe rilanciare (poco) i consumi di chi già si può permettere di consumare, mentre non restituisce nulla a chi non si può permettere né di consumare, né di progettare un futuro – ricordiamo che i lavoratori con contratti precari sono tutti nella fascia bassa.
Tutto questo avendo a disposizione risorse eccezionali, che nei prossimi anni non arriveranno più, con 10 miliardi di sgravi alle imprese che vorranno assumere lavoratori provenienti da aziende in crisi, certo; tra queste, quelle come GKN che chiudono e delocalizzano senza che lo Stato possa metterci bocca, e continuerà a non mettercela (perchè non viene varata alcuna misura per contrastare le delocalizzazioni selvagge).

La mia testa mi dice che non andrà tutto bene, Marattin. E che uno sciopero è anzitutto un sacrificio per chi sciopera, mentre Bonomi fa il fenomeno dicendo che lui andrà in fabbrica a tirare la carretta (sottinteso, mentre gli operai vanno in gita). E che lo sciopero è un diritto costituzionale, e il modo democratico e non violento che hanno le parti deboli del conflitto sociale per far sentire il loro peso, e la loro voce.
Buono sciopero a tutti.

LE PAROLE PROIBITE:
Tassa Patrimoniale

Ci sono alcuni temi, addirittura alcune parole, che in questo Paese, per il pensiero unico mainstream, sembra non si possano neanche pronunciare. Una è la parola tassa patrimoniale. E’ bastato che alcuni parlamentari, in testa Fratoianni e Orfini, presentassero un emendamento alla legge di bilancio su un’ipotesi di tassa patrimoniale, che peraltro si potrebbe discutere dal punto di vista tecnico e politico, per far venire giù l’ira di Dio.
Lasciamo stare le destre, per cui ogni imposizione fiscale è una bestemmia, ma qui non c’è da stupirsi, visto il blocco di interessi che rappresenta. Anche Renzi occhieggia a quel mondo, o perlomeno – diciamo così – è decisamente sensibile alle sirene confindustriali. Ma sentire Di Maio affermare che così si danneggia la classe media – esempio fulgido di ignoranza o di tentativo di intorbidire le acque – e il PD, che dice che loro non c’entrano niente con quest’estemporanea iniziativa, lascia un po’ interdetti. Comunque, almeno in questa fase, l’obbiettivo di bloccare il tutto non è riuscito, visto che dapprima la Commissione Bilancio della Camera dei Deputati aveva dichiarato l’emendamento inammissibile con una motivazione incredibile, “per carenza o inidoneità della compensazione”, ossia sostenendo che esso avrebbe prodotto una scopertura finanziaria, per poi doverlo riammettere.

Mi sono chiesto da dove deriva quest’accanimento pregiudiziale contrario anche solo a voler discutere dell’imposizione patrimoniale. Una prima risposta è che non si vuole neanche minimamente togliere il velo alle spaventose e crescenti disuguaglianze esistenti nel Paese. S
Sempre per stare alla ricchezza, che riguarda il patrimonio immobiliare e finanziario degli individui e non va confuso con il reddito degli stessi, al 1° semestre del 2019 essa ammontava a ben 9.279 miliardi di €.  Secondo i dati della Ong Oxfam, Il 20% più ricco degli italiani deteneva quasi il 70% della ricchezza nazionale, il successivo 20% era titolare del 16,9% del patrimonio nazionale, mentre il 60% più povero possedeva appena il 13,3% della ricchezza del paese. Il 10% più ricco della popolazione italiana (in termini patrimoniali) possiede oggi oltre 6 volte la ricchezza della metà più povera della popolazione.
Guardando il vertice della piramide della ricchezza, il risultato è ancora più sconfortante: il patrimonio del 5% più ricco degli italiani (titolare del 41% della ricchezza nazionale netta) è superiore a tutta la ricchezza detenuta dall’80% più povero.
E non è tutto: tra gli inizi dei primi anni 2000 e il primo semestre del 2019, le quote di ricchezza nazionale netta detenute dal 10% più ricco degli italiani e dalla metà più povera della popolazione hanno mostrato un andamento divergente. La quota di ricchezza detenuta dal 10% più ricco è cresciuta del 7,6%, mentre la quota della metà più povera degli italiani è lentamente e costantemente scesa, riducendosi complessivamente negli ultimi 20 anni del 36,6 per cento. Ancora: nel 1995, nel nostro Paese, il 10% più ricco della popolazione concentrava nelle proprie mani circa la metà della ricchezza netta, mentre nel 2016 questa quota ha superato il 60 %.

La seconda ragione di quest’occultamento risiede nel fatto che il PD, peraltro in compagnia della gran parte dell’esperienza socialdemocratica europea, di fronte alla crisi del Welfare State, si è lasciato ammaliare ed egemonizzare dal pensiero neoliberista degli ultimi decenni, provando al massimo a temperarne i suoi eccessi più estremi. Che, in tema di tassazione, ha predicato con successo che il livello della tassazione era troppo alto, che ciò ingenerava inefficienze nel sistema economico, e che lasciare ai ricchi risorse importanti avrebbe comportato un suo ‘gocciolamento’ ( il famoso trickle-down) verso la popolazione più povera, per cui i benefici economici elargiti a vantaggio dei ceti abbienti avrebbero favorito l’intera società, comprese la classe media e le fasce di popolazione meno abbiente.

In realtà, per fortuna, in altri Paesi, si discute, eccome, dell’imposta patrimoniale. Il governo spagnolo, seppure con una modalità discutibile,  l’ha introdotta nella recente legge di bilancio, fissando un prelievo dell’1% sui patrimoni superiori a 10 milioni di €.
Persino negli Stati Uniti, si ragiona sulla proposta di Sanders. Essa è una proposta radicale: far pagare l’1% a chi possiede più di 32 milioni di dollari di patrimonio, con un’aliquota crescente fino all’8% per chi possiede più di 10 miliardi di dollari. Secondo le stime tratte dal sito di Sanders, la misura consentirebbe di accumulare oltre 4.000 miliardi di dollari in 10 anni, riducendo in modo sostanziale la concentrazione della ricchezza negli Stati Uniti.
Per stare all’Italia, un semplice e grezzo calcolo matematico ci dice che, applicando un prelievo con un’aliquota dell’1% sul 5% più ricco della popolazione ( altro che ceti medi!), si potrebbe arrivare ad un gettito molto consistente, superiore ai 30 miliardi di €. Un bel contributo per ridurre le disuguaglianze, ottenere risorse senza indebitarsi per finanziare un Piano straordinario per il lavoro, trainato da investimenti pubblici, provare a costruire una traiettoria positiva per uscire dalla crisi sanitaria ed economica che ci affligge, uscire dai politicismi e dagli interessi di bottega che sembrano essere la natura più profonda del dibattito politico in corso.
Ma forse è chiedere troppo: ci basterebbe, più modestamente, sviluppare una discussione trasparente, impegnata e capace di stare al merito delle questioni, senza demonizzazioni o silenzi imbarazzati.

Miseria e nobiltà: dati sulla ricchezza globale e considerazioni sulla povertà

Il Billionaire Census 2018 ci aggiorna sullo stato di salute dei miliardari nel mondo. Ebbene nel 2017 c’è stato un aumento del 14,9% in numero e del 24% in volume rispetto all’anno precedente.

miliardari nel mondo 2017

Dunque 2.754 miliardari che possiedono una ricchezza di 9.205 miliardi di dollari, circa 4 volte il Pil italiano, che però dovremmo dividere per 60 milioni di persone.
Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, risulta la persona più ricca del mondo. La sua fortuna è aumentata di 34,2 miliardi di dollari nell’ultimo anno per arrivare ad un patrimonio netto di 133 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti hanno il numero maggiore di miliardari, con 680 persone, con un aumento del 10% rispetto al 2016. Tuttavia, il numero dei super ricchi in Cina sta crescendo rapidamente e, con un aumento del 36%, conta ben 338 miliardari. Germania, India, Svizzera, Russia e Hong Kong hanno tutti più miliardari del Regno Unito, che l’anno scorso ha perso quattro miliardari e si è portata a 90 fortunatissimi.
Aumentano nella super classifica le presenze femminili. La popolazione femminile miliardaria è, infatti, aumentata del 18%, raggiungendo quota 321, rispetto a un incremento del 14% del numero di maschi. Tuttavia, le donne rappresentano solo l’11,7% del totale.

E l’Italia? L’Italia si piazza bene anche nella classifica della ricchezza privata finanziaria per Stati, dove risulta al decimo posto anche se con una perdita del 19% rispetto al 2000.
Ecco la classifica dei più ricchi nostrani.

Ovviamente se considerassimo anche il valore degli immobili la ricchezza privata italiana sarebbe molto più alta, oltre gli 8.500 miliardi di euro (fonte: Banca d’Italia). In ogni caso la somma della ricchezza così configurata di questi dieci paesi rappresenta il 73,5% della ricchezza mondiale, in altre parole il resto del mondo (circa 180 paesi) deve dividersi il rimanente 26,5%.

Ma qual è la ricchezza finanziaria mondiale? Il Rapporto Global Wealth 2018 ci toglie qualche curiosità.

Classifica della ricchezza per Stati

Ebbene, 201,9 trilioni (201.900 miliardi) di dollari in costante crescita, compresa la quota europea, come si vede dall’infografica sopra.
Di solito siamo abituati a vederci dividere il debito pubblico procapite per rimarcare le nostre colpe e propagandare l’austerità. Se invece facessimo la stessa operazione con la ricchezza?

Ricchezza totale e per regioni del mondo
Divisione della ricchezza per regioni del mondo e procapite

Scopriremmo che ogni essere umano possiede 40.000 dollari, ma se la divisione la facessimo per aeree geografiche, noi italiani avremmo addirittura 142.000 dollari a testa mentre un africano dovrebbe accontentarsi di 3.000 dollari. Sempre ricordando che stiamo parlando di ricchezza finanziaria, esclusi quindi immobili privati e vari asset statali, non si può non constatare che questa, pur sottostimata, supera l’entità del debito globale (leggi l’articolo di Ferraraitalia).

Ci si spaventa del debito ma i numeri dicono cose oltre la paura. Per esempio che il debito accompagna la crescita e che nel mondo c’è molta più ricchezza di quanta ne serva per ripagarlo, almeno ragionando in termini di statistiche e di medie. Siamo comunque inondati di ricchezza, abbiamo miliardari, ma anche tanti milionari; noi italiani viviamo in un Paese con una ricchezza privata globale che rasenta i 9.000 miliardi di euro, uno Stato che possiede beni artistici e culturali mobili e immobili per un valore di 219,3 miliardi di euro (fonte: ilsole24ore), circa 500 miliardi di immobili, terreni e armamenti (fonte: La Repubblica) e poi partecipazioni varie per un valore di circa 45 miliardi, e tanto altro che normalmente non viene calcolato nei bilanci: strade, ponti e tubi fognari sono beni per un Paese, così come il denaro che i governi hanno in banca, i loro investimenti finanziari, i pagamenti a loro dovuti da privati e imprese. Anche le riserve di risorse naturali nel sottosuolo fanno parte del patrimonio, cosa particolarmente importante per paesi ricchi di risorse naturali come la Nigeria e la Norvegia. Ma i beni includono anche le imprese statali come le banche pubbliche e, in molti paesi, i servizi pubblici come le aziende elettriche e idriche. Lo dice il Fondo Monetario Internazionale nel suo ‘Government Debt Is Not the Whole Story: Look at the Assets’.

Per il Fondo Monetario Internazionale il debito è solo una parte della storia, mentre le imprese pubbliche sarebbero da considerare ricchezza, peccato che in Italia sia partita dagli anni Novanta la gara alla privatizzazione di qualsiasi cosa si ‘muova’.
Tenuto conto di tutto questo, quando parliamo di austerità, sacrifici, scuole che crollano e ospedali che chiudono di cosa esattamente stiamo parlando? Di economia o di politica?

Chiudo con due considerazioni. La prima affidata a un estratto dell’ultimo rapporto Istat, ‘Condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie‘ del 6 dicembre 2018 che chiude degnamente il discorso sul 2017.
Un decimo della popolazione è in condizioni di grave deprivazione materiale
Nel 2017, il 20,3% (valore pressoché stabile rispetto al 20,6% del 2016) delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà, cioè fa parte di famiglie il cui reddito disponibile equivalente nel 2016 (anno di riferimento dei redditi) è inferiore alla soglia di rischio di povertà, pari a 9.925 euro (il 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito disponibile equivalente); il 10,1% si trova poi in condizioni di grave deprivazione materiale (in forte diminuzione rispetto al 12,1% dell’anno precedente), mostra cioè almeno quattro dei nove segnali di deprivazione previsti; l’11,8% (12,8% nel 2016) vive in famiglie a bassa intensità di lavoro, ossia in famiglie con componenti tra i 18 e i 59 anni che nel 2016 hanno lavorato meno di un quinto del tempo.

Indicatori di povertà.

La seconda considerazione riprende una frase di Winnie Byanyima, direttore esecutivo Oxfam, che qualche tempo fa ha detto: “Sono qui per dire ai grandi affaristi e ai politici che questo non è naturale, che sono le loro azioni e le loro politiche aver causato tutto ciò, e possono ancora invertirlo: siamo stanchi di sentir dire loro che sono preoccupati per la diseguaglianza e non fare nulla al riguardo, ora vogliamo i fatti”.
Questa frase che seguiva uno dei tanti rapporti Oxfam che evidenziava come l’82% della ricchezza generata nel 2017 nel mondo era andata all’1% più ricco della popolazione, mentre un buon 3,7 miliardi di persone non se ne erano nemmeno accorti.

Nota metodologica: per i dati sulla ricchezza mondiale si è tenuto conto dei risultati del Global Wealth 2018 del Boston Consulting Group (BCG) relativo ai dati sul 2017. Il Global Wealth 2018 del Credit Suisse rileva dati sulla ricchezza globale notevolmente più elevati e per l’anno 2018 la porta a 317 trilioni di dollari.

Rapporto Censis 2017: cresce la rabbia sociale

Il 51° Rapporto sulla situazione sociale del Paese del Censis edizione 2017 ci dice molte cose e, come ovvio che sia, si presta a molteplici interpretazioni. La ripresa c’è, ma lascia indietro i giovani, il ceto medio oramai appare come un ricordo dei tempi che furono, il Sud è sempre più indietro e la gente trova i suoi nemici negli immigrati e negli omosessuali e persino tra coloro con meno istruzione.

Il primo spunto di riflessione possibile, in un quadro del genere, è che negli ultimi tempi tutti gli indicatori non fanno altro che puntare il dito sulla crescente disuguaglianza. Quindi sarebbe ora che cominciassimo a riflettere un po’ più seriamente sui fenomeni che investono la nostra quotidianità.
Il primo passo: analizzarli nel complesso e non per singoli comparti. Per esempio, se l’export cresce dovremmo chiederci perché riusciamo a essere più competitivi, a cosa stiamo rinunciando in nome della concorrenza globale, se questo ha dei ritorni per il sistema Paese e quindi se la nostra società, nel complesso, cresce o fa passi indietro. Insomma, dovremmo chiederci se insieme ai nostri prodotti non stiamo mandando via più ricchezza di quella che poi ci ritorna indietro, in termini di salari reali, di sicurezza e di diritti sul lavoro.
E del resto se in questo Report si rileva che industria ed export crescono in maniera sostanziosa, che anche il manifatturiero cresce così come il turismo, allora perché “l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni. Il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese, il 64% è convinto che la voce del cittadino non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici”?

L’insoddisfazione monta perché sostanzialmente i proventi di questa crescita non sono distribuiti equamente, la crescita non è per tutti (a questo proposito leggi QUI) e proprio per questo aumentano le differenze di classe: “non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore. L’87,3% degli italiani appartenenti al ceto popolare pensa che sia difficile salire nella scala sociale, come l’83,5% del ceto medio e anche il 71,4% del ceto benestante. Pensano che al contrario sia facile scivolare in basso nella scala sociale il 71,5% del ceto popolare, il 65,4% del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti. La paura del declassamento è il nuovo fantasma sociale”.
Cresce allora la rabbia, l’insoddisfazione di un popolo che si vede sempre più ruota di scorta di una ripresa per pochi, ma sbandierata come un grande successo per tutti. Ma poiché ancora la rabbia non ha uno sbocco definito, per adesso si indirizza al diverso, all’immigrato, all’omosessuale, a chi non sembra sufficientemente istruito: “il 66,2% dei genitori italiani si dice contrario all’eventualità che la propria figlia sposi una persona di religione islamica, il 48,1% una più anziana di vent’anni, il 42,4% una dello stesso sesso, il 41,4% un immigrato, il 27,2% un asiatico, il 26,8% una persona che ha già figli, il 26% una con un livello di istruzione inferiore, il 25,6% una di origine africana, il 14,1% una con una condizione economica più bassa. E l’immigrazione evoca sentimenti negativi nel 59% degli italiani, con valori più alti quando si scende nella scala sociale: il 72% tra le casalinghe, il 71% tra i disoccupati, il 63% tra gli operai”.
Ma chi alimenta la distanza tra ricchi e poveri e tra classi sociali? Forse qualcosa si trova sempre tra i dati del rapporto, laddove viene segnalato un -32,5% di investimenti pubblici. Cioè lo Stato spende sempre di meno e quindi abbiamo meno ammortizzatori sociali, meno intermediazione tra il sacrosanto diritto all’investimento privato, e i suoi utili altrettanto privati, e chi invece non è capace di ergersi, per tante ragioni, a difensore di sé stesso. Non tutte le persone sono, infatti, in grado di fare industria o possono interessarsi di borsa valori o di export, anzi, tanti ne subiscono solo gli effetti negativi.

Oggi i gruppi industriali sono figli di un sistema di sviluppo che si nutre di assenza di controllo statale e propensione ai mercati internazionali. Sono ad azionariato diffuso e gli azionisti devono essere remunerati a prescindere dai costi e dalle ricadute sociali, così come i compensi degli amministratori delegati vengono prima della pausa pranzo degli operai della ex Fiat o dell’aria respirabile di Taranto. Stare in questo mercato, come ci insegna il prof. Monti, impone bassi salari interni per poter competere con le nazioni che pagano poco e male i propri operai in giro per il mondo oppure con quelle più vicine che hanno già fatto le riforme strutturali, cioè che hanno già impoverito il futuro delle loro prossime generazioni.
Tutto questo imporrebbe un ripensamento sulla scala dei valori, ripensare proprio e subito il nostro modello di sviluppo, decidere insieme come costruire e distribuire un reale e diffuso benessere. Decidere se abbiamo bisogno davvero del mondo globalizzato oppure di uno sviluppo locale e territoriale. Se vogliamo crescere come società umana oppure come società per azioni. Quindi basta sprecare energie e tempo per fare la lotta alla calotta dei rifiuti o su quanto gli immigrati siano maltrattati in Libia dopo aver votato a favore dei bombardamenti in Iraq o venduto le armi impiegate per bombardare lo Yemen.

Dovremmo renderci conto che non abbiamo tempo per discutere se siano più giuste le occupazioni di destra o di sinistra, c’è da riprendersi in mano il futuro, che è un lavoro molto più serio oltre che più duro. E questo possibilmente prima che la nostra società sia definitivamente divisa in due gruppi, chi ha il potere e la ricchezza e chi non lo ha ma non se ne accorge perché occupato a combattersi per questioni marginali.
Ma per fare questo lo Stato dovrebbe tornare ed investire. Con sua e nostra consapevolezza che lo Stato è l’unica entità tendenzialmente democratica nel mercato a conduzione privata e alla mercé del più forte. L’unica entità che possa distinguere tra giungla e convivenza, che possa investire nel sociale per attutire i conflitti, nella sanità, per gli anziani e per i giovani, per il lavoro dignitoso attraverso la promozione del giusto salario e dei diritti garantiti, che possa fare da arbitro tra le pulsioni egoistiche dell’attività privata e quelle della condivisione, della distribuzione di risorse a quella fetta di popolazione che chiede una mano.

Il superamento della legge della giungla avviene solo con qualcuno che faccia da arbitro. E un primo e imprescindibile passo sarebbe di far ritornare in positivo quello che oggi è negativo per il 32,5 per cento, perché la spesa dello Stato non è debito per le future generazioni ma ricchezza per quelle presenti ed investimento in benessere per quelle future.

Info
http://www.censis.it/9

Il lavoro: non un reddito ma un valore

Secondo gli ultimi dati Istat (dati provvisori del 29 aprile 2016, su marzo 2016), dopo il calo di febbraio 2016 (-0,4%, pari a -87 mila occupati), a marzo la stima degli occupati risale dello 0,4%, tornando ai livelli di gennaio.
Rimane tuttavia preoccupante il fatto che la diminuzione di occupati di febbraio abbia coinvolto uomini e donne, sia stata determinata dai dipendenti e, soprattutto si concentrata tra i 25-49enni. Il tasso di disoccupazione nel paese è all’11,4% con 2.895.000 di disoccupati.
Alla fine di marzo 2016 i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore per la parte economica riguardano il 40,8% degli occupati dipendenti e corrispondono al 38,7% del monte retributivo osservato. Nel mese di marzo l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie rimane invariato rispetto al mese precedente e aumenta dello 0,8% nei confronti di marzo 2015.
L’Inps, attraverso il suo Osservatorio sul lavoro accessorio, ci informa però che, solo nel corso del 2015 sono stati venduti 115,1 milioni di voucher di importo nominale pari a 10 euro: il 66% in più rispetto al 2014; mentre il numero di lavoratori interessati nell’anno 2015 è stato pari a 1.380.030 unità (+36% rispetto al 2014).
Fin qui i numeri, ma il tema lavoro può essere ridotto costantemente solo ai numeri?
La Costituzione italiana ne fa una questione di cittadinanza e di emancipazione: la nostra repubblica democratica è fondata sul lavoro, che viene sancito come un diritto e un dovere, non solo individuale, ma sociale: attraverso il lavoro ogni persona trova – o dovrebbe trovare – i mezzi per liberarsi dal bisogno e raggiungere dignità e indipendenza; attraverso il lavoro si contribuisce – o si dovrebbe contribuire – non solo al benessere materiale della propria comunità, ma anche alla costruzione dei suoi valori, nel presente e nel futuro.
Oggi è il 1 maggio: la Festa del lavoro e dei lavoratori. Approfitto di questa ricorrenza per pubblicare alcune interviste che vorrebbero affrontare il tema del lavoro, una volta tanto non dal punto di vista esclusivamente economico, ma dal punto di vista politico e sociale.
Si comincia con Gaetano Sateriale: sindaco di Ferrara dal 1999 al 2009, ma con una lunga storia nel Pci e nella Cgil. Dal 2010 si occupa di politica industriale per la Cgil nazionale e dal 2011 è Coordinatore della Segreteria Generale della Cgil.

sateriale
Gaetano Sateriale

In un intervento sull’ultimo numero di Azione Nonviolenta, dedicato al tema del lavoro, Lei ha scritto che “La situazione occupazionale del nostro paese è frutto di scelte sbagliate…accumulate ormai in un ventennio di non governo dell’economia”. Quali sono in sintesi queste scelte sbagliate?
L’unione europea fino ai primi anni 2000 poneva tra i suoi obiettivi espliciti per la crescita e la coesione sociale quello della massima occupazione. Le politiche economiche erano definite nel modo più consono al raggiungimento di quell’obiettivo. Ci si occupava molto di economia reale e poco di quella finanziaria, considerata una strumento per la crescita. I vincoli di bilancio non erano una variabile indipendente, ma regole per la convergenza.
In più, i vincoli europei alle politiche dei singoli stati non riguardavano le scelte interne dei servizi di welfare e del lavoro.
Oggi l’Europa ha invertito questo modello ponendo ai singoli stati vincoli di bilancio come variabile indipendente da raggiungere anche a costo di sacrificare i servizi sociali.
Malgrado la crisi abbia moltiplicato la disoccupazione (specialmente quella giovanile e femminile), non pone più al centro delle proprie strategie l’obiettivo del pieno impiego, ma il fiscal compact. I tagli successivi di spesa pubblica hanno prodotto riduzione dei servizi, anche primari come la salute.
L’Italia ha seguito queste scelte sciagurate e si trova ormai agli ultimi posti europei per crescita e occupazione. Le malattie dell’economia italiana sono tuttavia più vecchie, non è solo responsabilità europea. Il sistema economico italiano ha smesso di fare investimenti per aumentare la propria produttività e competitività dagli anni Novanta. Si è così accumulato un ritardo che si è andato moltiplicando con la crisi. Le imprese italiane, assecondate dai governi, non potendo più svalutare la moneta, hanno ritenuto che il fattore competitivo strategico fosse la svalutazione del lavoro. Questa scelta ha impoverito il lavoro, ma anche le imprese, che hanno rinunciato ad avere le competenze lavorative di cui avrebbero necessità.

L’ultimo atto di questo processo di svalorizzazione del lavoro è stato il Jobs Act, che sancisce il “completo rovesciamento del rapporto causa effetto della crisi”…
Il Jobs Act è stato presentato agli italiani come un percorso per introdurre nel lavoro “tutele crescenti”. La propaganda non corrisponde alla realtà: si tratta, si potrebbe dire, di “pubblicità ingannevole”. La stabilità del lavoro non è cresciuta, la disoccupazione non è calata. Di fronte a rilevanti incentivi economici le imprese si sono limitate a trasformare (stabilizzandoli pro tempore) lavoratori a tempo determinato: è un fatto positivo, ma che non cambia la deriva generale alla “precarietà stabile” che ormai vivono i giovani italiani.
Al contrario, le imprese hanno colto il messaggio vero che il Jobs Act conteneva: è permesso licenziare senza giusta causa e giustificato motivo senza che il giudice possa disporre il reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato. Tant’è che sono iniziati a moltiplicarsi (anche in Emilia e Romagna, anche a Ferrara) i licenziamenti dei delegati sindacali.
La triste verità è che il governo in carica (e il partito di maggioranza) non hanno o hanno perso la cultura del lavoro che è stata per oltre un secolo componente essenziale delle formazioni politiche di sinistra. Tanto da poter dire che il governo attuale e il partito di maggioranza hanno rinunciato alla loro cultura fondativa.

L’Osservatorio sul lavoro accessorio dell’Inps ci ha informato che, solo nel corso del 2015 sono stati venduti 115,1 milioni di voucher di importo nominale pari a 10 euro, con un incremento del 66% rispetto al 2014; mentre il numero di lavoratori interessati nell’anno 2015 è stato pari a 1.380.030 unità (+36% rispetto al 2014). Si conferma così il trend della diffusione crescente del lavoro accessorio. L’Italia, quindi, come repubblica democratica fondata… sul lavoro accessorio?
È triste ma è proprio così. Anche in questo caso la realtà e la propaganda viaggiano su percorsi opposti. Quello che doveva essere uno strumento di regolarizzazione per il lavoro nero ha trasformato molte attività in “lavoro usa e getta”. È un fenomeno cui porre urgentemente rimedio.

Perché il sindacato non riesce a raggiungere risultati significativi contro questo progressivo processo di svalorizzazione – in senso materiale e sociale – del lavoro?
Perché è una tendenza europea, perché il sindacato nella crisi è più debole, perché il sindacato fatica a intercettare i lavoratori che non hanno un luogo stabile in cui svolgere la loro attività. E anche perché il sindacato fatica, per la sua formazione anche culturale oltre che organizzativa, prevalentemente industrialista, a cogliere le innovazioni anche positive che stanno attraversando il mondo del lavoro dell’industria e dei servizi, grazie anche alle tecnologie informatiche e della comunicazione.

Come dare voce allora ai bisogni sociali del lavoro oggi?
I bisogni sociali e del lavoro si sono nella crisi molto mescolati: la disoccupazione riduce la coesione sociale e allarga di diseguaglianze, il lavoro povero non garantisce una vita dignitosa a chi lo svolge e alla sua famiglia.
Il sindacato (la Cgil) intende agire su due programmi paralleli e complementari. Il primo risponde alla necessità di creare più lavoro e ridurre la disoccupazione specialmente giovanile. Il secondo è un percorso di riconoscimento di nuovi e pieni diritti al lavoro e ai lavoratori, che tenga conto delle differenze esistenti ma che stenda una rete di tutele generali adeguata. È la “Carta dei Diritti” su cui si stanno raccogliendo le firme dei cittadini.

Nel 2013 la Cgil ha presentato un nuovo “Piano del lavoro”. Quali i punti e gli obiettivi principali? Dove reperire le risorse?
L’obiettivo principale del Piano del Lavoro della Cgil è quello di creare nuovi posti di lavoro soprattutto per i giovani, per non obbligare un’intera generazione a emigrare per cercare un lavoro dignitoso. In mancanza di una politica economica nazionale (o europea) di rilancio degli investimenti, il Piano del Lavoro persegue una realizzazione dal basso, dalle regioni e dai territori. Si parte dalle arretratezze (rischio idrogeologico, sismico, trasporti, logistica, inquinamento, ecc) e dai nuovi bisogni sociali (i servizi di assistenza e salute per una popolazione che invecchia) e si costruiscono progetti concreti per rispondere a queste esigenze diffondendo innovazione e lavoro. Lo strumento individuato per avviare questo percorso e diffonderlo nel paese è la contrattazione sociale territoriale, esperienza sindacale unitaria già avviata e diffusa di confronto con i Comuni e le Regioni sui temi sociali più rilevanti. Parliamo di circa un migliaio di accordi realizzati ogni anno, anche nel periodo attuale di crisi e taglio delle risorse pubbliche locali.
La crisi ci ha abituati a pensare che non ci siano più risorse, ma non è vero. Siamo in una fase in cui, in mancanza di prospettive di sviluppo certe, i capitali non vengono investiti, non in una fase in cui non ci sono più. Nel sistema pubblico le risorse per gli investimenti sono diminuite, ma non sono sparite. Io ripeto sempre, nei corsi di formazione sulla contrattazione territoriale con i Comuni, che quando un sindaco dice che non ci sono soldi, dice una cosa metà vera e metà falsa. Metà vera, perché certamente i Comuni hanno meno disponibilità di spesa che non negli anni scorsi. Metà falsa, perché le risorse che ha disposizione ha già deciso come impiegarle, prima del confronto con le forze sociali. Bisogna scegliere gli obiettivi prioritari e convogliare su quelli le risorse disponibili.

Cosa sono e quale funzione dovrebbero avere i Lis-Laboratori di innovazione sociale?
Per costruire piattaforme che rispondano ai nuovi bisogni sociali, il sindacato deve fare due cose: uscire dalle sue sedi e intercettare i bisogni non solo del lavoro, ma della sua comunità. Queste due operazioni di trasformazione (non semplici da realizzare) vanno svolte a diretto contatto con altre organizzazioni sociali e con le singole persone e le loro istanze. Abbiamo pensato che si possano creare punti di dialogo nei quartieri. Li abbiamo chiamati (forse un po’ pomposamente “Laboratori di innovazione sociale”)

Il Piano del Lavoro al suo interno ha anche un’agenda giovani…
Sì, perché abbiamo pensato che i giovani, con le loro competenze e le loro idealità, vadano coinvolti fin dall’inizio nella realizzazione del Piano del lavoro e non come misura finale della sua efficacia. Anche perché, sono già avviate in molte città iniziative autonome che perseguono lo stesso obiettivo di fornire risposte ai nuovi bisogni creando nuovo lavoro. Queste iniziative autonome vedono spesso i giovani come protagonisti. Spesso anche i coordinamenti giovani della Cgil che hanno dato vita a molte esperienze di coworking in Italia.

Sono ormai passati tre anni dalla sua presentazione e in alcune realtà il Piano è diventato riferimento di una nuova stagione di contrattazione territoriale. Un primo bilancio?
Molto positivo, seppur parziale. Stiamo in tutte le realtà preparando corsi di formazione per la nuova contrattazione territoriale cui partecipano le diverse strutture sindacali e i delegati. Pensiamo che il 2016 sia l’anno in cui si costruiscono le piattaforme delle città capoluogo e delle Regioni. In alcune Regioni (anche del Sud) sono stati fatti accordi che pongono al centro l’obiettivo della crescita e del lavoro e finalizzano a questi obiettivi risorse consistenti. Basti pensare al recente Patto per il Lavoro stipulato tra la Regione Emilia Romagna e circa 40 soggetti istituzionali e sociali (tra questi Cgil, Cisl e Uil).

Alla proposta economica del Piano del lavoro in questo 2016 si è affiancata la nuova battaglia sui diritti con la raccolta firme per la “Carta dei diritti universali del lavoro”…
Sono due percorsi paralleli e complementari. Creare lavoro prima di tutto, nelle sue diverse forme, cercando di favorire i rapporti stabili, le modalità e le retribuzioni dignitose, le prospettive di crescita, le tutele contro le irregolarità, i diritti. Venti anni di svalorizzazione del lavoro ci hanno portato alla situazione di crisi che conosciamo. Senza lavoro e senza una cultura adeguata di cosa significhi per le persone e per la società svolgere un’attività lavorativa dignitosa, dalla crisi non si uscirà. Il Piano del Lavoro e la Carta dei Diritti contro i “gufi” che predicano la stagnazione secolare e la jobless society.

1.  CONTINUA

Geografia della felicità

La parola greca ‘eudaimonìa’ può indicare lo stato di benessere che ingloba sia la soddisfazione personale dell’individuo sia il suo rapporto con il mondo. Si pensa, dunque, che un buon eudemonismo abbia sviluppato il nostro destino nella collocazione nel mondo, e non solo, rispetto al nostro umore personale. In fondo il benessere si potrebbe definire come un buon rapporto con noi stessi e con il cosmo. Siamo allora felici? Oggi, troppo spesso, quando si pensa alla felicità si pensa alla soddisfazione individuale, al modo in cui ci sentiamo, mentre la vera felicità dipende anche molto dal luogo in cui viviamo. Gli inglesi la chiamano ‘happiness’, ossia ciò che deve ancora accadere (to happen).

geografia-felicità
Copertina del report

Hanno provato a studiare l’argomento e a costruire una geografia della felicità in cui vengono indicati i luoghi in cui si vive meglio. Il “World happiness report 2015” stila un elenco: tocca alla Svizzera il primato, pare sia il luogo in cui si vive meglio e si è più felici (sarà vero?). Seguono Islanda e Danimarca. Lo studio è stato realizzato per l’Onu per meglio realizzare il programma sullo sviluppo sostenibile. Chi lo ha scritto sono illustri professori della University of British Columbia, della London School of Economics e dell’Earth Institute della Columbia University. Gli si può credere. Noi siamo al cinquantesimo posto, tra Ecuador e Moldavia. Se si leggono gli indicatori presi a riferimento si può capire il perché: si misura l’ordine pubblico, la salute, l’ambiente, il Pil, la corruzione, il reddito pro capite, le aspettative di vita e molto altro.
A me le classifiche non sono mai molto piaciute, però non è corretto sottovalutarle, perché comunque offrono segnali utili e interessanti. In questo caso, seguire il principio che occorre perseguire il benessere dei propri cittadini è importante e sarebbe utile che i governi del mondo (a partire dal nostro) affrontassero seriamente l’obiettivo di come promuovere e perseguire la felicità (e non solo la sopravvivenza).

geografia-felicità
Mappa del mondo con colorazioni in base al livello di felicità

Esiste poi uno stretto rapporto tra economia e felicità. E’ un tema centrale della modernità. Non si deve però confondere il benessere economico (ricchezza personale e dunque felicità esclusivamente privata) con la felicità pubblica (il bene comune, il benessere collettivo). C’è chi, come me, pensa che la felicità individuale discenda dal benessere pubblico, inteso come indicatore globale. Anzi c’è chi pensa che la felicità privata sia da considerare una felicità degli idioti e che solo la ricchezza collettiva (intesa come “economia civile” come la definisce Zamagni) conduca al valore dei diritti comuni, perché in fondo non si può essere felici da soli.

LEGGI IL RAPPORTO 2015 SULLA FELICITA’ NEL MONDO (in inglese)

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi