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La povertà e la regalità del Golgota

di don Franco Patruno

Pasqua-Patruno
Un’opera di don Franco Patruno

C’è una meraviglia che invita la volontà a capire e, senza paradosso, si lascia stupire da ciò che vede. Il vedere, in questo caso non è il mero percepire tangibile della vista, ma un guardare che s’approssima all’intus legere, un leggere oltre la consuetudine e le apparenze. L’abitudine all’immagine del Crocifisso può disattendere l’attenzione adorante. Se l’apostolo Paolo ci ricorda i due atteggiamenti dello scandalo e della follia, è per far memoria della fede come abbandono alle Promesse. Scandalo perché la morte appesa al legno è maledetta da Dio; follia perché esalta un Dio debole, che perdona, che non si vendica né rivendica il torto subito. Tale povertà, considerata inerzia e destino dei vinti della e dalla storia, acquista contorni ironici mirando la scritta sul palo: una regalità degli sconfitti. Ma è quello scandalo e quella follia che l’Appeso alla croce attira a se, senza distinzione o preferenza di persone. Anche chi, non sapendo, s’è fatto voce estrema dell’ora del Tentatore (“Scendi dalla croce, e noi ti crederemo!”), è assunto dall’assurdità di questo abbraccio dilatato oltre i tempi e gli spazi. Se c’è consapevolezza di un’avversione nel condurre il condannato alla cima del Golgota, dall’alto di uno sguardo che non patisce solo la tragica immediatezza di ciò che avviene, non è lamento, ma grazia senza limiti la tenerezza del “perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Il male oscuro che dall’origine fa da velo alla coscienza esplicita delle profondità del peccato, si esprime anche in questa scena solo apparentemente quotidiana: un uomo tra i tanti che s’è illuso d’essere Figlio di Dio. Chi pensa che questi atteggiamenti siano storicizzabili solo all’interno di quel contesto storico, non potrà afferrare che pure Paolo, ricordando il suo passato di violento oppositore dei cristiani, dica, con un’affermazione a tal punto densa di significato teologico da interpellarci ogni volta che in essa c’imbattiamo, che il suo astio era perfettamente in buona fede. Quella Croce, allora, suppone la meraviglia dell’ospitalità. La libertà umana non è violata, perché protende verso un incontro: è la rivelazione, che viene dall’alto, che toglie il velo, che abilita ad una comunione che nessun merito umano avrebbe potuto acquisire. Si conosce perché si è conosciuti. Se ci si pensa, anche nei rapporti dialogici la fiducia accordata in anticipo dà la possibilità di ascolto dell’altro, perché non crea ostacoli con preventivi e opachi sguardi. La similitudine ha una giustificazione: creati a immagine e somiglianza di Dio – quindi del Padre, del Verbo e dello Spirito – siamo resi partecipi dell’infinito di quella relazione. Giovanni, ispirato, contempla le parole di Gesù: diventare una cosa sola come “uno” è il rapporto che lega il Figlio al Padre nello Spirito santo. La nostra intelligenza non è annullata ai piedi della Croce: accettare il mistero, pur non essendo la semplice soluzione di un problema, è espressione di una rinnovata razionalità liberata. Certo, la tentazione miracolistica, il Crocifisso lo sapeva dal deserto, è la via più facile, perché ogni appariscente esibizione s’affida al “qui e ora” dell’esaltazione panica, della suggestione sensitiva o l’inclinazione, ricorrente in ogni costane dello gnosticismo esoterico. Ma non si dimentichi l’evento fondamentale: è nell’attimo nel quale il Cristo abbandona liberamente lo spirito al Padre, e pure effondendolo secondo alcuni esegeti, che avviene la trasformazione in tutta la sua pienezza. Non è una metamorfosi la Risurrezione, ma la nuova condizione del ritorno, l’assunzione definitiva di ogni frammento d’universo, la convocazione universale e la destinazione ultima di tutti i figli di Dio. E ciò avviene attraverso il Verbo fatto carne, che non ha tenuto gelosamente per se la sua forma gloriosa di Figlio unico di Dio, ma ha accettato la condizione incarnata che conduce, per i percorsi di una storia non virtuale, non solo alla morte, ma a quella morte di Croce. L’esaltazione è subitanea, anche se sinfonicamente ritmata in giorni dalla sacra liturgia. E’ il suo destino, la vocazione propria già prefigurata dagli annunci, soprattutto dal Servo che, come pecora condotta al macello, diventa l’Agnello che toglie i peccati del mondo. Quell’Agnello che Giovanni contempla accanto all’eterno trono.
La povertà del Golgota è la regalità che meraviglia per il suo essere totalmente inedita, come dono che viene dall’alto. Ogni logica del “do ut des” viene sconfitta, perché incisa nel peccato d’origine. La Pasqua è scritta in quei giorni, nella ferialità di avvenimenti che, come testimoniano i discepoli che ritornano ad Emmaus, potrebbero lasciare i segni della sconfitta che si piega alla malinconia per ciò che non è stato. Rimane il silenzio di chi, compreso nell’abbraccio eterno, si ferma in muta ma gioiosa contemplazione.

Intervento di don Franco Patruno sull’Osservatore Romano del 9 aprile 2004

L’umiliazione e la dignità

Nel rapporto sociale con gli altri chi esercita il mestiere di critico deve esulare dalle questioni private, pena confondersi nella marea dei facebookanti o dei twisteriani i quali sbattono in prima pagina i loro problemi ben sapendo che poco importa agli altri quante volte al giorno iterano le loro azioni. Ma quando il fatto privato si trasforma in esempio di una condizione generale allora diventa dovere morale superare quel limite.
La vicenda riguarda mia nipote Elisabetta, che mi autorizza a narrare ciò che le è capitato. Eli a diciannove anni vede chiudersi definitivamente una vita cosiddetta normale. Le si rompe un tacco, sbatte la testa, va in coma e letteralmente risuscita dopo quaranta giorni provata gravemente nel fisico ma conservando intatte le facoltà intellettive. Con l’aiuto degli amici, della famiglia e col suo radioso sorriso si laurea, trova un lavoro e accetta, pur dovendo essere seguita negli spostamenti, di condividere la vita degli altri, specie di coloro che sono stati colpiti nel fisico, quelli che un orrendo termine si definiscono i “diversamente abili”.
Eli diventa un esempio di un eroismo che non si piega alla crudeltà della condizione imposta: con fierezza, con determinazione, con consapevolezza. E per tutti noi che la conosciamo acquista l’autorevolezza di chi ha dato uno scopo preciso e intenso alla sua vita. Si riavvicina alla religione, la pratica con costanza e determinazione. Insomma non si è abbandonata al destino ma lo domina e lo conosce.
L’altra sera tornando dalla sua consueta visita all’Aias dove incontra i suoi amici in via Cassoli s’avvia per ritornare a casa con la sua carrozzina elettrica ed estrae il telefono cellulare per avvertire del suo ritorno. Gli si avvicina un ragazzino dall’apparente età di circa sedici anni che le chiede se ha bisogno. Eli col suo sorrisone e risponde “no grazie”. Fulmineo allora costui le strappa il telefono e inforcando la bicicletta sparisce nel traffico. La costernazione della mia amatissima nipote si esprime in una sola frase che si ripercuote come un’ossessione in tutti i suoi discorsi: “Mi sento umiliata”, “Sono stata ancora umiliata”. Ed è insopportabile per chi non solo condivide il suo destino ma per tutti coloro che hanno ancora rispetto per la dignità morale.
La costernazione autentica e sconsolata del maresciallo dei carabinieri che stende il verbale e trasforma in rapina il furto subito non basta a lenire l’umiliazione di Eli. Frattanto viene consigliato ai suoi amici dell’Aias di non recarsi da soli in sede e limitando così ancora di più la loro libertà.
Ma alla forza di Eli umiliata ma non scoraggiata si contrappone il destino di quel ragazzetto che forse ha compiuto quel gesto disgustoso per procurarsi droga o qualche altro piacere fuggitivo. Non extracomunitario come a molti verrebbe subito alla mente definirlo, ma con un chiaro e inequivocabile accento ferrarese come depone Elisabetta. E qui allora s’intreccia la responsabilità di tutti noi per prevenire, forse opporsi, a una deriva di valori etici che sembra sempre più lontana da quelle condizioni che il nostro tempo sembra dimenticare così velocemente.
Certo non siamo più al tempo di Dickens e Ferrara non è una metropoli dove accadono fatti sicuramente un tempo impensabili in una tranquilla e forse troppo addormentata città di provincia. Eppure la globalizzazione ha portato l’indifferenza del valore etico, anche qui nel luogo di una relativa sicurezza ormai tramontata perché nella tranquilla Ferrara come a New York o Londra o Roma si compiono atti simili forse ancora più efferati in quanto l’inconsapevolezza di ciò che si commette è ancora più profonda.
Che fare? Sarebbe il caso di invocare un inasprimento delle pene che tutt’al più farebbero trascorrere in carcere gli anni più formativi senza procurare una vera “redenzione”. E ancora possibile parlare di “redenzione” oppure il senso dell’eticità si sta profondamente tramutando? Sono domande a cui non so rispondere, ma la frase di Eli, l’umiliazione subita ma alla quale non si arrende dovrebbe e forse lo sarà esempio per tanta gioventù in cui ancora speriamo e che dal proprio interno saprà trovare quella soluzione che forse noi adulti non abbiamo saputo trovare (e forse nemmeno cercare).

Grazie ancora amata nipote per questa lezione che ci hai dato non arrendendoti, ma trovando quella parola che ci fa abbassare gli occhi riconoscendo la tua forza e il tuo coraggio.

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