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Cile: una Costituzione rivoluzionaria alla prova del referendum.
Intervista al deputato cileno Tomás Hirsch

Intervista di Olivier Turquet

Il 4 settembre il Cile voterà per approvare il testo della nuova Costituzione. Questo evento storico è largamente ignorato o poco seguito dai media, soprattutto da quelli europei. Ne abbiamo parlato con Tomás Hirsch, deputato di Acción Humanista e soprattutto attivista politico che ha seguito fin dall’inizio l’intera questione costituzionale.

Gli umanisti hanno sempre messo in cima alle loro priorità la necessità di una nuova Costituzione in Cile. Tomás, potresti fare un breve riassunto di come siamo arrivati a questo plebiscito?

Questo plebiscito è il risultato di una lunga lotta del popolo cileno, di varie organizzazioni sociali e partiti politici. Molti credono che l’origine sia nelle proteste del 18 ottobre 2019, ma la cosa è iniziata molto prima. Già quando, nel 1980, la Costituzione della dittatura è stata proclamata a ferro e fuoco, abbiamo iniziato a organizzare e mobilitare i vari movimenti sociali e partiti politici per avere una Costituzione democratica. Inoltre, porre fine alla Costituzione del 1980 era uno degli impegni del primo governo dopo la dittatura, che però non è stato rispettato.
Per noi umanisti questa è sempre stata una delle richieste fondamentali per cui ci mobilitavamo; quando ero candidato alle elezioni presidenziali abbiamo fatto un gesto che è rimasto impresso nella memoria del Cile, ossia gettare nella spazzatura la Costituzione di Pinochet. Questo atto, che ha scandalizzato alcuni potenti e i membri dell’élite politica, economica e militare del nostro Paese, ha risuonato profondamente nel nostro popolo.

Questa mobilitazione è continuata per decenni, fino a quando, dopo la rivolta dell’ottobre 2019, per dare corso e incanalare le diversissime richieste sociali si è giunti alla convinzione che non si trattava di sistemare uno o due aspetti dell’attuale legislazione, ma di andare al cuore del modello. E questo significava partire dal presupposto che viviamo da decenni sotto una Costituzione profondamente antidemocratica sia nella sua origine che nel suo contenuto, che non garantisce alcun diritto, che stabilisce differenze brutali tra una piccola minoranza e le grandi maggioranze del Paese.

Fu allora che si raggiunse un accordo per procedere verso una nuova Costituzione generata in democrazia. È stata eletta un’Assemblea Costituente (nell’ottobre del 2020, N.d.A.), che ha elaborato una proposta per un anno ed è questa proposta che sarà votata il 4 settembre con due opzioni: approvo o rifiuto. In un primo plebiscito, l’80% degli elettori ha votato a favore di una nuova Costituzione e lo stesso 80% ha votato a favore del fatto che fosse redatta da membri dell’Assemblea Costituente eletti a tale scopo e non da parlamentari. Così sono iniziati i lavori di questa Assemblea, la prima al mondo completamente paritaria, con il 50% di uomini e il 50% di donne, con un’ampia partecipazione di rappresentanti degli 11 popoli nativi e con una significativa presenza di indipendenti.

Se il testo proposto viene approvato, inizia il processo di implementazione della nuova Costituzione e di generazione delle centinaia di leggi che devono essere promulgate per renderla realtà; se viene respinto, la Costituzione della dittatura viene formalmente mantenuta. Tuttavia c’è già un accordo sul fatto che il mandato popolare ha chiesto la stesura di una nuova Costituzione e quella attuale, sebbene ancora in vigore dal punto di vista legale, è già morta politicamente e nel cuore del popolo cileno. Pertanto, anche se il testo verrà respinto nel plebiscito, promuoveremo la creazione di una nuova Assemblea Costituente per presentare un nuovo progetto che possa essere approvato.
Ma naturalmente speriamo e siamo convinti che l’approvazione vincerà e che avremo una nuova Costituzione a partire dal 4 settembre.

La nuova Costituzione cilena è stata definita d’avanguardia e rivoluzionaria. Quali sono, secondo te, i suoi punti più importanti?

Non c’è dubbio che questa nuova Costituzione sia assolutamente all’avanguardia e rivoluzionaria, perché non solo pone fine a una Costituzione generata sotto una dittatura, che come abbiamo già detto è antidemocratica nella sua origine e nel suo contenuto, ma soprattutto perché ci permette di affrontare le sfide del XXI secolo in modo nuovo e migliore. In questa Costituzione sono presenti i diritti della natura – e credo che sia la prima volta al mondo – così come la protezione delle altre specie, riconoscendole come esseri senzienti. Viene data particolare enfasi alla cura dell’ambiente e al riconoscimento della crisi climatica attuale, che viene segnalata come una delle sfide da affrontare.
È una Costituzione che dal primo all’ultimo articolo garantisce, protegge, incoraggia e promuove l’uguaglianza di genere, i diritti della diversità e della dissidenza sessuale e include i diritti delle persone transgender, questioni che non erano mai state considerate prima.

La nuova Costituzione definisce il Cile come un Paese plurinazionale in cui sono riconosciuti gli 11 popoli indigeni originari del nostro Paese, una novità assoluta. L’acqua viene ripristinata come bene comune che non potrà mai essere privatizzato e lo stesso vale per il mare e per le risorse naturali. La nuova Costituzione promuove inoltre la democrazia partecipativa diretta con iniziative di legge popolari, revoca del mandato, revoca popolare delle leggi e referendum municipali. In altre parole, si struttura lo Stato in base alla partecipazione diretta dei cittadini alla politica.

È una Costituzione che garantisce i diritti sociali in modo molto importante. L’articolo 1 definisce il Cile come uno Stato sociale e democratico basato sullo Stato di diritto, plurinazionale, interculturale, regionale ed ecologico. Credo che l’articolo 1 sintetizzi in modo molto profondo un cambiamento culturale strutturale del nostro Paese e per questo ci dà tanta speranza di avanzare verso la costruzione di un Paese più giusto, più democratico, più partecipativo, più decentrato e con più diritti per tutti.

Alcuni sondaggi danno un risultato incerto a favore dell’approvazione: qual è la tua impressione in base all’azione quotidiana in campagna elettorale?

E’ vero, i sondaggi continuano a mostrare un risultato in cui il rifiuto è vincente. Tuttavia, nelle ultime settimane c’è stato un cambiamento di tendenza e l’approvazione sta aumentando di due o tre punti ogni settimana. Credo che nei sondaggi delle prossime due settimane assisteremo a una sua vittoria. Non ho dubbi che il 4 settembre vinceremo, perché c’è un’immensa maggioranza di cileni che vuole una nuova Costituzione che garantisca tutti questi diritti.

Tuttavia, quello che è successo in questi mesi è stata una campagna brutale da parte della destra, che ha diffuso fake news e manipolato l’informazione grazie al controllo che ha su tutti i media – canali televisivi, giornali, stazioni radio e anche attraverso le reti sociali – con campagne multimilionarie in cui hanno soprattutto squalificato la proposta basandosi su falsità, vere e proprie falsità: sostengono che le persone si vedranno portare via la casa, che i loro fondi pensione saranno espropriati, che i popoli nativi controlleranno il sistema giudiziario. Insomma, una serie di bugie incredibili, ma che in molti casi sono state credute dai cittadini e hanno generato paura, incertezza, dubbio, ed è questo che negli ultimi tempi si è riflesso in una possibile prevalenza del voto di rifiuto. E’ chiaro però che questa tendenza si sta invertendo, perché nell’ultimo mese le forze che sostengono l’approvazione sono scese in piazza in massa e sono andate nei quartieri a parlare con la gente. Stiamo portando avanti una campagna chiamata “due milioni di porte per l’approvazione”, che parla con le famiglie, cosa che il rifiuto non può fare perché non ha il sostegno popolare.
Quindi in quest’ultimo mese, come è successo nel ballottaggio presidenziale dello scorso anno, siamo fiduciosi che il risultato volgerà a favore dell’approvazione[1].

Cosa possiamo fare noi, dal resto del mondo, per sostenere questo processo costituente?

Penso che il sostegno che possiamo ricevere dal resto del mondo sia molto importante: in primo luogo, per motivare le comunità cilene che vivono in altri paesi a partecipare, a votare, a essere presenti: questa nuova Costituzione significa anche migliori condizioni per loro. In secondo luogo, per aiutare a diffondere il testo anche in altri paesi. In terzo luogo, per mostrare attraverso le reti il sostegno all’approvazione e a coloro che stanno lottando duramente per questo.
Penso che queste siano alcune azioni molto concrete che si possono realizzare in altri Paesi e che senza dubbio aiuterebbero molto nella campagna per l’approvazione di una nuova Costituzione in Cile.

[1] Si riferisce ai sondaggi che davano Boric perdente al secondo turno, in cui l’attuale Presidente del Cile ha poi vinto con ampio margine, N.d.T.

Qui il testo originale della Nueva Constitucion Politica de la Republica de Chile: nueva constitucion de chile

Questo articolo è uscito oggi, 21 agosto 2022, con altro titolo, sull’agenzia di stampa internazionale pressenza

EUTANASIA: mobilitazione nazionale Ass.Coscioni nel week end

da: Associazione Luca Coscioni 

EUTANASIA, MOBILITAZIONE NAZIONALE ASS.COSCIONI NEL WEEK END. IN 16 REGIONI.
L’ULTIMA CHIAMATA AL PARLAMENTO PRIMA DEL REFERENDUM DI LUGLIO AGOSTO E SETTEMBRE.
76 I TAVOLI INFORMATIVI
“Sono benvenuti ai tavoli nuovi volontari, avvocati e notai autenticatori”

IL DETTAGLIO SU CITTA’ E REGIONI AL CENTRO DELL’INIZIATIVA [Vedi qui]

L’Ass.Luca Coscioni, attiva a livello internazionale a tutela del diritto alla Scienza e alla Salute,  questo week end a partire da oggi venerdì 14 maggio è presente in 16 regioni con una mobilitazione nazionale per l’Eutanasia Legale. Sarà un’ultimo tentativo di invitare il PArlamento a legiferare con l’allestimento di 76 tavoli informativi in tutta Italia, in vista della grande raccolta firme che avverrà nei mesi di luglio agosto e settembre, quando tutto il paese sensibile al tema sarà chiamato a manifestare la propria adesione, necessaria al raggiungimento delle 500.000 firme utili alla convocazione di un referendum nazionale.

L’iniziativa del week end rappresenta per noi un’ultima chiamata al Parlamento prima della grande mobilitazione estiva – annuncia Marco Cappato, Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni -. Nonostante il deposito del testo base avvenuto questa settimana in Commissione sul provvedimento di legge relativo all’aiuto alla morte volontaria, il timore ora è che la discussione resti intrappolata nelle sabbie mobili dalle stesse logiche clientelari che hanno bloccato per otto anni la discussione della nostra proposta di legge.

Infatti il testo depositato evidenzia un compromesso al ribasso tra i partiti, che sancisce una grave e incomprensibile discriminazione tra malati. E’ proprio con l’obiettivo di una piena e non discriminatoria legalizzazione dell’eutanasia sul modello olandese che dal primo luglio partirà la campagna di raccolta firme promossa dall’Ass.Luca Coscioni sul referendum di abrogazione parziale dell’articolo 579 del codice penale che abbiamo depositato in Cassazione, per il quale hanno già fornito la disponibilità a raccogliere le firme 2.200 volontari.

DIARIO IN PUBBLICO
Ce l’hai la tessera?

Lentamente risorgo dai guai fisici per testimoniare questi momenti di funzione pubblica che, come già era accaduto in passato, ancora adesso, nonostante i cambi di amministrazione e altro, ripropongono l’immagine di “Ferara, stazione di Ferara” secondo l’antica abitudine.

Mi accorgo all’ultimo momento che la tessera elettorale è esaurita; quindi disciplinatamente il lunedì mattina prendo il taxi e mi dirigo all’Ufficio elettorale, dove da una parte stazionavano i richiedenti del documento e dall’altro si allungava una lunghissima fila dell’ufficio immigrazione. Esce il vecchietto disciplinatore degli uffici a cui bisogna rivolgersi e con aria seccata fa entrare due di noi e li indirizza a sinistra su per la scala. Ubbidiente mi accingo a salire i gradini e contandoli mi accorgo che sono 50! Sono appena reduce da una colica renale, ho un’età di diversamente giovane, perciò non era forse dovere indicare l’ascensore per scalare il piano? Inutile. Bocche cucite! A questo punto esplode la mia rabbia e all’annoiatissima impiegata, che mi guarda con disprezzo, urlo la mia indignazione. Silenzio. E, dopo avermi sbattuto il certificato nuovo, mi affida ad un altro burbero in camicia bianca, che si degna di accompagnarmi all’ascensore e farmi scendere. Inutile protestare dicendo che, al di là di ciò che mi serviva, la tessera era il documento necessario per esprimere la mia volontà democratica: ciò per cui mi sono battuto tutta la mia vita civile. Mentre uscivo ironicamente esprimo il mio ‘grazie’ per avermi aiutato a recuperare il documento. Il vecchietto soddisfatto mi risponde “ non c’è di che!”. Finalmente tronfio di avere i documenti prendo il secondo taxi e mi reco al seggio, naturalmente vuoto, con i giovani scrutatori ansiosamente pronti a esprimere al meglio il proprio dovere e compito, tra mascherine, lavaggi delle mani e distanziamento.

E nella mattina piena di sole m’avvio a piedi a casa, scrutando se dalla casa del nipote medico si avvertano segni di presenze animali, o se nel breve percorso ancora riconosco i pelosi della zona.

I risultati elettorali mi procurano una certa curiosità, non tanto per l’evidente tenuta del governo di alcune regioni-chiave che sembravano definitivamente perdute, quanto per l’oculatezza con cui i cittadini hanno votato. Un brivido mi coglie, quando penso come la Toscana potesse disconoscere la sua identità di sinistra. E non certo per Giani, che ben ho conosciuto e che trovavo eccessivo nelle sue spacconate anche in tempi lontani. Puoi dare fiducia a chi si è gettato per anni la notte di Capodanno dal ponte Vecchio in Arno per cosa? Ma al di là del mediocre Giani, quel che ha retto è stata la fondamentale supremazia del rosso in quella regione. L’avessimo persa sarebbe stato non grave, ma gravissimo. Almeno per me. Poi mi accingo a passare le lunghe ore a sentire i soliti noti a sproloquiare, a commentare, a giudicare. E le nottate con Mentana, Vespa, la Berlinguer, la Gruber, per citarne alcuni che ripetono all’infinito ciò che avevano enunciato domenica e ora mercoledì continuano a ripetere .

Nel frattempo arrivano decine e decine di libri su e di Pavese, che mi aiuteranno a pensare come attuabile la trasferta a Parigi in ottobre alla Maison d’Italie, l’ambasciata italiana, per degnamente commemorare i 70 anni della morte di Cesarito. In questo duro lavoro sono aiutato dall’altro pavesiano di ferro: Fiorenzo Baratelli che mi ha promesso di sollevarmi a prendere l’impresa. E non sarà facile rimuovere e collocare in scaffali atti all’uopo le centinaia di volumi. Ma già l’ho premessa che quella mèsse sarà un giorno tutta sua.

Infine una notizia importante mi comunica gioia e fiducia. La storica dell’arte Barbara Guidi, operativa a Ferrara, ha vinto la direzione del Museo Civico di Bassano. Una scelta tutta meritatissima, che stringerà sempre di più i rapporti tra Ferrara e Bassano, nell’imminenza delle celebrazioni del Centenario di Canova, che rappresenterà per me – se lo raggiungerò – il punto di arrivo del mio impegno sull’artista, in atto da più di 30 anni. Chissà.

E mentre riguardo il bellissimo numero di Studi Neoclassici che è ora in composizione quattro nomi mi ritornano in mente: Antonio, Cesare, Elsa, Giorgio.

I miei eroi di una vita.

UN VOTO “TRA VIRGOLETTE”
Mentre gli italiani vogliono tornare alla normalità

È stato detto che quella del 20 e 21 settembre è stata fra le prime chiamate alle urne in Europa dopo la terribile ondata pandemica e, nonostante i timori della vigilia, tutto pare si sia svolto nella normalità.
Non era per nulla scontato; meglio così e bravi tutti. Una volta tanto l’Italia ha dato prova di non ispirarsi al modello Cialtron Eston.
Ma sono i risultati a tenere banco nel dibattito pubblico.

Si potrebbe dire che sia stato un voto complessivamente tra virgolette.

Per prima cosa, il quasi 70 a 30 dei sì al referendum costituzionale è un esito che non ammette distinguo. Ma solo tra virgolette, perché è ancora presto per valutare le conseguenze della riduzione di onorevoli e senatori, congiuntamente al progetto di riforma elettorale in discussione in Parlamento. Un sistema proporzionale che, come detto da Roberto D’Alimonte in audizione della Commissione affari costituzionali a Montecitorio lo scorso 24 giugno, “priva gli elettori della possibilità di decidere chi governa e lascia i partiti liberi di decidere a piacimento con chi allearsi dopo il voto”.

Se si pensa che questo cambiamento è voluto principalmente dal partito che ha fatto della democrazia diretta la propria stella cometa, altro che tagli alla casta verrebbe da dire. Il problema è che i pentastellati non sarebbero i soli ai fornelli a condividere questa ricetta e allora staremmo per assistere a un solenne ritorno delle segreterie di partito.

Ricapitolando: da una parte si esulta per un taglio storico delle poltrone in una ritrovata sintonia del Palazzo con la volonté dei cittadini, dall’altra il simulacro di armonia è destinato a mostrare intatto il fossato, perché i nuovi parlamentari più che eletti saranno pienamente nominati. Con competenze, capacità e attaccamento al territorio che è facile lasciare immaginare, per collegi elettorali nel frattempo diventati come delle siberie.

Un minuto dopo l’esito del voto referendario, qualcuno ha gridato alla conseguente illegittimità dell’attuale Parlamento, sovradimensionato secondo la riscritta norma costituzionale. Conseguenza del verbo dal sen fuggito sarebbe stata l’invocazione di elezioni anticipate (prima del semestre bianco, durante il quale il Presidente della Repubblica non può sciogliere le camere), se evidentemente non fosse stato ricordato all’irruenza di prevalente marca padana, che non si è mai visto un tacchino chiedere di anticipare il Natale.

A proposito di irruenza padana, Matteo Salvini ci sta facendo una capa tanta col cartello con sopra scritto: “Da 46 a 70 consiglieri regionali”, per celebrare la vittoria della sua Lega alle regionali. Qui le virgolette sono d’obbligo e basterebbe fare la somma: era stato lui a porre l’asticella elettorale su un punteggio tennistico (6 a 1), se non un 7 a zero, mentre è finita 4 a 3; perde prima la sfida in Emilia-Romagna e perde anche in Toscana nonostante stavolta non sia andato per citofoni in campagna elettorale; la stratosferica affermazione di Luca Zaia in Veneto (73,5%) è il risultato di una lista personale che è quasi tripla rispetto ai voti del partito e la Lega, in generale, esce dalle regionali con un 13,1 rispetto al 33,1 delle Europee 2019.

Oltre alle virgolette, si può dire che la formazione leghista a due punte per fare il pieno dei voti stia mostrando delle crepe, perché i risultati paiono venire più da quella di governo, mentre quella che non sa stare seduta a tavola sbaglia goal anche a porta vuota.
E qualche problema potrebbero iniziare ad averlo anche certi contesti locali in cui si è ricorso allo stesso schema di gioco.

Il problema è che li perde a destra a favore di Giorgia Meloni (vincente nelle Marche ma sconfitta in Puglia), in un rimescolamento di carte che se, da un lato, mette in crisi il modello salviniano di Lega nazionale (rispetto al ritorno di un respiro più autonomista), d’altro canto non lascia presagire un tranquillo traghettamento del popolo verde su sponde più moderate.

Per restare in paragone fluviale, si è detto che la contesa regionale ha visto un vincitore: Nicola Zingaretti.
Anche qui, però, non è campato in aria usare le virgolette. È vero che ha retto come un insospettabile argine a una bomba d’acqua da molti data in arrivo, tanto che c’era già chi si scaldava a bordo campo per l’ennesima sostituzione di segretario, ma le vittorie di Campania e Puglia avvengono con nomi che si pongono ai confini dell’ortodossia piddina.

In ogni caso, l’affermazione, si dice, dà ora fiato al ritrovato Pd per porre sul tavolo di palazzo Chigi alcuni punti con più decisione: si rincorrono gli esempi di Mes, decreti sicurezza di Salvini, ius soli…
Certo è difficile per l’alleato di governo – M5S – nascondere il tonfo regionale del 7,2 %, rispetto al 35,6 del 2018, intestandosi il 70 a 30 referendario, al cui risultato, peraltro, hanno contribuito anche quasi tutti gli altri partiti.

C’è da aggiungere, sempre in tema di virgolette, che laddove è stata messa in campo (Umbria, 2019, e ora in Liguria), sia pure a costo di non pochi mal di pancia, l’alleanza elettorale Pd-5 Stelle esce con le ossa rotte. E questo è un problema, perché è uno dei presupposti politici del governo Conte bis.

Non occorre, invece, usare le virgolette per definire il risultato di Matteo Renzi, alla prima prova delle urne. Vista l’ininfluenza del suo Italia Viva persino in Toscana, alcuni vanno giù pesante ribattezzandolo per la circostanza Italia morta.

Volendo tentare una sintesi del voto, si potrebbe dire che esce una domanda di tregua allo stato di emergenza che stringe questi tempi tribolati senza sosta.
Gli italiani sono sembrati dire che ne hanno abbastanza dell’emergenza pandemica, climatica (nel libro Terra bruciata Stefano Liberti scrive che rispetto ai 328 eventi meteo estremi del 2010 oggi se ne contano 1.665), ed economica e si sono rivolti alla politica per chiedere un po’ di normalità e tranquillità, che tra l’altro dovrebbero essere gli ingredienti essenziali per usare come dio comanda i 209 miliardi del Recovery Fund, più – se si vuole – i 37 del Mes.
Riusciranno i nostri (tra virgolette) eroi?

LA FEBBRE ALTA DELLA DEMOCRAZIA

Settanta a Trenta: come prevedibile nel Referendum per il taglio netto dei parlamentari il Si’ hanno largamente prevalso. Non è stato un plebiscito – molti intellettuali, leader politici disubbidienti e tante persone di buon senso si sono espressi per il No – ma la netta vittoria della antica bandiera del Movimento 5 stelle è innegabile.
Difficile e interessante però capire chi sia il vero vincitore della tornata referendaria. Non certo i pentastellati, usciti dalle urne delle Elezioni Regionali con le ossa rotte, pesantemente ridimensionati, o addirittura spariti: Il grande mare dei loro consensi sembra essersi prosciugato.
IL Centro Sinistra e il Partito Democratico riesce a tenersi Toscana e Puglia. Salvini rimane fermo al palo e dovrà guardarsi dal suo futuro competitor, il leghista pragmatico Zaia che trionfa nel suo Veneto. La Meloni conquista per la prima volta le Marche. Infine Conte e il suo governo bipolare possono sperare di arrivare alla fine della legislatura, rintuzzando smottamenti e spinte centrifughe.
Il quadro politico sembra confermato. Ognuno rimane al suo posto. Ma forse non per molto: un durissimo autunno  e un gelido inverno ci diranno se gli equilibri politici che l’esito del referendum ha puntellato, reggeranno davanti all’approfondirsi della crisi. Se basteranno i tanti miliardi in arrivo a turare le falle dell’economia e della società italiana. Se le tanto promesse e sempre accantonate riforme – vedi Zingaretti – verranno finalmente messe in agenda.

Non so chi possa davvero gioire per un Parlamento dimagrito. In sintesi: abbiamo risparmiato due lire e abbiamo tolto rappresentanti a vari territori del Paese. Ma il referendum è solo una tappa di un lungo percorso. In realtà il problema è il Parlamento stesso, la forma più alta di rappresentanza prevista dalla Costituzione. Da molti anni, da molti governi e di vari colori, il Parlamento è stato svuotato di poteri, e parallelamente il potere esecutivo (e gli accordi tattici tra i capipartito) sembra aver preso definitivamente il sopravvento. Magari qualcuno – è già successo nel recente passato – pensa che in fondo il Parlamento possa essere aggiunto alla lista degli enti inutili. In tutti i casi, anche se stentiamo ad accorgercene, la democrazia italiana ha la febbre alta.

E’ importante capire i messaggi fondamentali che emergono dal referendum. Capire cioè cosa sta succedendo, e cosa potrebbe accadere, al rapporto tra cittadini e istituzioni, tra una  società sempre  più “liquida” e una politica sempre più distante e autoreferenziale. In ultima analisi: dove sta andando in Italia la democrazia e l’istituto della rappresentanza che rappresenta uno dei pilastri della nostra Carta Costituzionale.
Se ci chiediamo chi ha orientato la grande maggioranza degli italiani a votare Sì, la direzione, la spinta è stata ancora una volta impressa dal vento dell’antipolitica: una opinione pubblica che dimostra sfiducia, o disinteresse, o disgusto per la politica, per i partiti, per l’irrilevanza delle forme di rappresentanza popolare. Beppe Grillo aveva dato voce a questo profondo malessere, poi i 5 stelle l’avevano capitalizzato con straordinari risultati elettorali. Ebbene, la crisi verticale del partito di Di Maio, come pure l’appannamento del programma populista di Salvini o le indecisioni del Pd, hanno lasciato intatta la forza dell’antipolitica, momentaneamente orfana, ma in ottima salute: tanto che la vedremo puntualmente ripresentarsi nel prossimo futuro.

Non uso questo termine, antipolitica, con un’accezione solo negativa (e quello che invece normalmente si legge) ma come un sentimento drammatico e plurale: una coscienza individuale diffusa di estraneità e impotenza verso le piccole e grandi scelte assunte dalla classe politica dirigente.

Potrebbe sembrare l’anticamera della “fine della politica”, o comunque della politica come l’abbiamo conosciuta in questi ultimi vent’anni.  Invece, ecco un fatto nuovo di questo Referendum, i grandi partiti – proprio loro che erano potenzialmente sul banco degli accusati – si sono accodati – Tutti – al vento dell’antipolitica. E accodandosi al Si, prendendosi un pezzetto di vittoria, hanno pensato di allungarsi  la vita, .almeno per un poco. Almeno per un poco le cose sarebbero andate avanti come sempre. Al governo come all’opposizione.

Così probabilmente sarà. Si tirerà avanti fino all’elezione del Presidente della Repubblica  e alla fine della legislatura. Il nodo però rimane. E assomiglia a una bomba inesplosa. Una politica che per sopravvivere si accoda all’antipolitica non promette nulla di buono. Una classe politica che non ha il coraggio di riformarsi, che non riesce a dare nuova rappresentanza alle istanze sociali, che non riflette sulla crisi della forma partito, che non restituisce dignità, ruolo, potere al Parlamento, che si affida a questo o quel potente califfo locale: le premesse per una crisi della democrazia italiana ci sono tutte.

Germogli del qualunquismo

 

La contesa intellettualmente disonesta sul referendum mi ha profondamente intristito. Mi ha tolto ogni motivazione per esprimere una preferenza di cui colgo la profonda inutilità, e la strumentalizzazione che verrà fatta dell’esito, qualunque esso sia. Da una parte chi grida all’attentato alla democrazia, dall’altra chi sbeffeggia e sputtana. In mezzo i costituzionalisti, usati per conferire una ridicola dignità accademica alla propria posizione e denigrare quella altrui, in un miserevole gioco di specchi. Nessuno che abbia riconosciuto una legittimazione alle ragioni dell’altro. In quale penosa melma è finita per affogare la mia passione per il diritto costituzionale…

“Facciamola finita, venite tutti avanti, nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto assurdo bel paese.”

Francesco Guccini

Un referendum tutto sbagliato

Secondo i sondaggi i sì al Referendum del 20-21 settembre per la conferma della legge costituzionale sulla riduzione dei parlamentari, non dovrebbero avere problemi a vincere sui no.
Eppure.
Nel fronte della destra, ad esempio, non si capisce bene l’indicazione ufficiale della Lega per il sì. Faceva parte delle condizioni del contratto che avevano dato vita al governo giallo-verde, ma dal momento che quella maggioranza non c’è più non è chiaro perché non prevalga il “liberi tutti”.
Ci sarebbe una ragione in più, da quelle parti, per rimettere tutto in discussione.
Da destra, infatti, si attende con ansia l’esito delle concomitanti elezioni regionali e se il centrosinistra dovesse portare a casa la sola Campania (con la perdita di Puglia, Marche e Toscana e la conferma di Toti in Liguria e Zaia in Veneto), per il governo in carica non sarebbe un bel segnale.

Si dice che la prova regionale, da sola, non basterebbe a produrre la caduta del Conte bis (anche perché il presidente del Consiglio su questa partita non si è esposto in prima persona), ma se si dovesse aggiungere il risultato negativo del Referendum le cose potrebbero prendere un’altra piega. E a quel punto un semplice rimpasto di governo, dato per possibile in caso di sconfitta alle regionali, potrebbe non bastare più.

Se a destra i rebus non mancano, a sinistra la musica non cambia.
Nel Pd, ad esempio, pare tutto un ribollir di tini.
Accanto alla posizione ufficiale per il sì, si allarga giorno dopo giorno la schiera di quanti fanno pronunciare quella decisione sempre più a denti stretti.
Anche in questo caso, l’impegno risale al momento in cui si è formata la nuova maggioranza giallo-rossa che ha dato vita al governo Conte due. L’accordo è stato che il Pd, contrariamente a quanto fatto fino a quel momento in Parlamento, avrebbe votato favorevolmente in ultima lettura alla legge costituzionale per la riduzione dei Deputati da 630 a 400 e dei Senatori da 315 a 200.

Siccome era chiaro anche alla casalinga di Voghera che questa riforma, da sola, non stava in piedi, il partito di Nicola Zingaretti aveva strappato la promessa di ottenere il contrappeso di una nuova legge elettorale che però, a pochi giorni dalle urne, rimane una promessa.
Non ci voleva un oracolo per prevedere che, a questo punto, si sarebbero levate le voci di quanti hanno sottolineato la debolezza della linea del partito sul punto.
Comprese quelle, silenzi inclusi, che sono state in cabina di regia a tessere le ragioni della nuova alleanza, vincendo anche le iniziali resistenze del segretario nazionale, che non scartava l’ipotesi di andare a elezioni a costo di andare incontro a una sconfitta più che prevedibile.

Va bene che la politica non è uno sport per signorine, ma si fatica a non notare le singolari traiettorie di una strategia tutta celebrata, così pare lontano dai Palazzi, sull’altare della tattica. Anche perché i presupposti politici di non lasciare il Paese in mano ai populisti e di un’alleanza strutturale con i pentastellati, rimasta nel libro dei sogni nella preparazione delle prossime sfide regionali, stanno mostrando la corda.

Fin qui le mosse, almeno alcune, di una politica che, anche nel caso specifico, muove i pezzi su una scacchiera sempre più prossima allo stallo. Se poi si vuole dare un’occhiata ai contenuti della riforma, a fare acqua sono le ragioni dell’impostazione di partenza.

Molti ricorderanno l’esultanza in piazza Montecitorio dei 5 Stelle, a legge approvata, con Di Maio (un ministro della Repubblica) che con tanto di forbice simulava il taglio delle poltrone.

Prima ancora di qualsiasi tecnicismo costituzionale, una riforma di rango costituzionale si può basare sul risparmio dei costi?
Se si accetta la tesi che la democrazia sia un costo, prima o poi il problema sarà “il” Parlamento, non più solamente quello di adesso, certamente bisognoso di cambiamenti.
Dovrebbe preoccupare che le scorie di tante parole in libertà seminate negli anni si stanno sedimentando non solo nel dibattito politico, che è già un problema, ma anche nel quadro istituzionale, oltre che in tanta acquiescenza. E qui il danno diventa difficilmente calcolabile e dio solo sa se reversibile.

Se si prestasse attenzione allo stato di salute che gode la stessa cultura democratica sulla scena globale, oltre che nazionale, dovrebbe suonare come un allarme il fatto che con questa riforma, come fa notare anche l’Istituto De Gasperi di Bologna, il rapporto abitanti-deputati passerebbe dagli attuali 96.006 ai prossimi 151.210, vale a dire il numero più elevato tra tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, Regno unito incluso. Con tutte le conseguenze sulla rappresentanza di interi territori e di collegi così ampi da richiedere campagne elettorali alimentate con spese che solo pochi possono permettersi.

Diversi fanno notare che così il potere rischia di concentrarsi nelle mani dei capi e la partitocrazia farebbe festa. L’opposto di ciò che il movimento lanciato da Beppe Grillo ha sempre urlato, sublimato nello strampalato slogan di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno.

In letteratura si chiama eterogenesi dei fini: costruire inconsapevolmente (sic?) l’esatto contrario di ciò che si sbraita a parole.
Se non si comprende fino in fondo la posta in gioco, sarebbe bene che chi si è finora contraddistinto più per dire quello che pensa che per pensare a quello che dice, si astenesse nel mettere le mani a cose che vanno ben oltre le possibilità di certe teste inutili e dannose.

Il problema è che entrare in questo ordine d’idee richiederebbe una visione che, l’esperienza di anni ci racconta, pare fuori della portata di, almeno, buona parte di una classe dirigente che finora ha prodotto prevalentemente disastri.
Ma questo non fa che rendere più preoccupante la temperatura di un intero paese, pandemia a parte.

#nonsivotaascuola
ma per la politica italiana la scuola è “l’ultima della classe”

Nella maggior parte delle regioni italiane le scuole riapriranno il 14, il 15 o il 16 settembre.
Qualche giorno dopo, le scuole sedi di seggio elettorale chiuderanno di nuovo perché domenica 20 e lunedì 21 settembre si voterà in tutta Italia per il referendum costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari, per le elezioni dei Consigli regionali in Veneto, Campania, Toscana, Liguria, Marche, Puglia e Valle d’Aosta e per l’elezione del Sindaco in oltre 1.000 i Comuni, tra cui 19 capoluogo. Ovviamente, in caso di ballottaggio, solo in quei Comuni si rivoterà dopo due settimane cioè il 4 ottobre.
In Italia ci sono circa 60.000 seggi elettorali, di questi oltre 51.000 sono in sedi scolastiche statali quindi una percentuale altissima di scuole viene impegnata per le elezioni.

Solo quest’anno, dopo decenni, alcuni politici di diversi schieramenti hanno proposto chiaramente di votare in altre sedi che non siano le scuole (da Nicola Zingaretti a Maria Stella Gelmini).

In questi anni di grande assenteismo dalle urne, evidentemente il motivo risiede nella paura di subire, in termini di mancato consenso elettorale, l’evidente contraddizione fra il riaprire finalmente le scuole dopo il lungo periodo di lock down seguito dalle vacanze estive e dal chiuderle subito dopo, per qualche giorno, a causa delle elezioni.
La prima domanda che sorge spontanea è: si può votare in altre sedi che non siano quelle scolastiche?
La risposta è assolutamente sì perché in altri Paesi lo fanno: ad esempio: “nel Regno Unito i seggi elettorali sono spesso allestiti per strada, in posti dove la gente solitamente passa per andare al lavoro. In Olanda nel 2014 si è votato da Starbucks”. In Francia e in Germania, i seggi sono allestiti in uffici pubblici, ma anche in piazze e scuole. In Germania si può votare per lettera (Briefwahl)” (1). In Spagna si può compilare la scheda a casa (papeletas electorales) per poi consegnarla nei seggi. Da altre parti del mondo si usa il sistema telematico per il voto a distanza (a proposito di didattica a distanza…).

In Italia si potrebbe votare negli uffici pubblici, negli uffici postali, nelle stazioni, nelle palestre, nei palazzi dello sport e chissà in quali e quanti altri posti, se ci si pensasse con impegno.
La seconda ed ultima domanda è: perché certi politici, considerati i tempi brevi a disposizione, ci stanno pensando solo adesso visto che hanno scarsissime possibilità di riuscita?
Sono anni che propongo altre soluzioni perché le scuole siano sempre aperte, anche d’estate (per manifestazioni, concerti, cineforum, incontri, eventi, sagre, centri estivi, …) e soprattutto che non chiudano nei giorni prima e dopo le elezioni; di conseguenza la mia conclusione è sempre la stessa: il nostro non è un Paese che dà  Priorità alla Scuola.
Ora però è arrivato finalmente il momento che quei politici ci dimostrino se ci tengono davvero alla scuola impegnandosi a fare le leggi che servono perché… tra il progreDIRE e il contrafFARE c’è di mezzo il NorMARE.

16 Luglio, ore 17,30: appuntamento al Parco Massari

P.S. A questo proposito ricordo a chi è di Ferrara che il Coordinamento ferrarese di Priorità alla Scuola ha convocato un’assemblea per capire che scuola dovremo aspettarci a settembre, per parlare di ciò che sta succedendo a Ferrara ed immaginare quello che potrà accadere nelle prossime settimane.
L’appuntamento è per giovedì 16 luglio alle ore 17,30 al Parco Massari di Ferrara per parlare di:
– linee guida e prime conferenze di servizio;
– la situazione a Ferrara: le indicazioni dei tecnici del Comune ed il lavoro dei Dirigenti Scolastici;
– iniziative future sia a livello locale che nazionale;
– varie ed eventuali.
Il ritrovo è fissato all’ingresso del Parco dal lato di Corso Porta Mare.
L’invito è esteso a tutte le persone interessate: genitori, studenti, insegnanti, dirigenti, personale e cittadini.

(1) https://www.giornalettismo.com/dove-si-vota-negli-altri-paesi-europei/

IL LIBRO
Tutto quello che avreste voluto sapere sulla Costituzione e nessuno vi ha mai detto
L’avvocato Palma: “Vi racconto lo stupro della Carta degli italiani”

“Le mie intenzioni sono quelle di divulgare – con un linguaggio comprensibile a tutti – gli aspetti di criticità tra la nostra Costituzione da un lato e i Trattati europei e la moneta unica dall’altro”. Ventuno libri: novelle, letteratura, storia e tanti riferimenti alla Costituzione e al diritto; ma anche articoli e interventi con cadenza pressoché giornaliera su tanti quotidiani online e cartacei. Dal blog scenarieconomici.it a La Verità, il Giornale, il Giornale d’Italia… passando per tante conferenze in giro per l’Italia. Così l’avvocato Giuseppe Palma si fa testimone dei valori della nostra carta costituzionale e delle implicazione connesse agli assetti economici.

In questo suo ultimo libro “La Costituzione, come nessuno l’ha mai spiegata”, che ci prepara ai 70 anni della nostra Carta, vuole riportare l’attenzione sulle promesse fatte da chi, come lei, si era impegnato per il No al referendum del 4 dicembre scorso. C’è ancora da fare? non siamo “fuori pericolo”?
No, purtroppo non siamo fuori pericolo, anzi, siamo in costante pericolo! Con la vittoria del No al referendum costituzionale dello scorso dicembre abbiamo evitato sia la costituzionalizzazione del vincolo esterno Ue sia un assetto istituzionale privo di adeguati pesi e contrappesi. Ma il pericolo non è assolutamente scampato: la Costituzione è stata stuprata, nel 2012, con la costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio. Occorre debellare quello scempio e dobbiamo vigilare sui futuri tentativi di stupro! Con questo mio nuovo libro spiego agli italiani, con un linguaggio semplicissimo, i principi inderogabili della nostra Costituzione, mettendovi a confronto gli obiettivi dell’Ue e dell’euro, evidenziandone i gravi aspetti di criticità.

Lei è anche il promotore di un disegno di revisione costituzionale presentato in Senato dalla senatrice Paola De Pin e che ho intervistato su queste stesse pagine (leggi). Vuole aggiungere qualcosa?
Con quel Ddl, che ho redatto tra dicembre e febbraio, propongo principalmente l’abrogazione del vincolo del pareggio di bilancio e la costituzionalizzazione dei contro-limiti così come sanciti dalla Corte costituzionale con le due importantissime sentenze del 2007 e 2014. In pratica, propongo di ripristinare la Costituzione primigenia tipizzando la “linea del Piave” contro le illegittime intrusioni da parte della normativa europea ed internazionale confliggente con i Principi Fondamentali della Carta e i diritti inalienabili della persona.

Il suo libro ha tratti romantici e del resto l’autore si è ben dimostrato poeta avendo al suo attivo anche delle pubblicazioni di poesie. Mi sembra voglia colpire i cuori prima che la ragione.
Io nasco poeta. E’ la mia passione. Ho scritto una poesia anche in difesa della Costituzione, intitolata: “Una sigaretta con la più bella del mondo”, scritta la notte tra il 25 ed il 26 aprile 2016.

Da un punto di vista prettamente giuridico, di analisi della Carta Costituzionale, quale è l’obiettivo di questo libro?
Il mio ultimo libro si propone l’obiettivo di spiegare a tutti gli italiani i Principi Fondamentali della Costituzione, e di farlo in maniera diversa da come sono stati spiegati finora. Il tutto tenendo presenti i lavori preparatori dei Padri Costituenti, quindi le loro intenzioni autentiche. Inoltre, cerco di spiegare – sempre tenuto conto dei lavori dell’Assemblea Costituente – il rapporto impossibile tra Costituzione italiana e Trattati europei/moneta unica. Ricordatevi che le intenzioni dei Padri Costituenti, rinvenibili dai verbali dei lavori preparatori, sono fonte autentica di interpretazione della Costituzione. Se i tempi cambiano, sono i tempi che devono adeguarsi a quelle intenzioni, e non viceversa!

Ritorna sulla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio con l’articolo 81 che definisce “vile”
In realtà non se ne è mai andato. Il Parlamento inserì quella vigliaccata in Costituzione nel 2012, e da allora esiste ed è lì… fu un vero e proprio attentato alla Costituzione! Tra i più vili! Nel libro spiego perché fu una vigliaccata e perché il vincolo del pareggio di bilancio è incompatibile con i principi fondamentali.

Parla anche di un tema a lei caro, il rapporto tra Costituzione e Trattati Europei. Un rapporto difficile?
Un rapporto impossibile. Nel libro v’è spiegato tutto con metodo scientifico. I verbali dei lavori preparatori dell’Assemblea Costituente non lasciano dubbi: le limitazioni di sovranità verso ipotesi federative a livello europeo furono messe ai voti e bocciate! Le limitazioni di sovranità di cui all’art. 11 della Costituzione vanno riferite – nelle intenzioni dei Patres – esclusivamente all’Onu, e al solo fine di evitare altre guerre! Il tutto in condizioni di reciprocità!

Da un punto di vista costituzionale la nostra presenza nell’euro è legittima? e nell’Unione Europea?
No, non lo è. Come Le dicevo prima, le limitazioni di sovranità di cui all’articolo 11 della Costituzione vanno riferite – nelle intenzioni dei Patres – esclusivamente all’Onu, e al solo fine di evitare altre guerre! Il tutto in condizioni di reciprocità!

Nel libro si parla di cosa è stato realmente respinto dal popolo in sede referendaria lo scorso 4 dicembre.
Si, esatto. L’obiettivo principale della riforma, come risulta dalla relazione del Governo Renzi, era quella di accelerare l’iter legislativo che consentisse l’ingresso più celere – all’interno del nostro ordinamento giuridico – della normativa europea.

In questo libro c’è qualcosa di Ferrara.
Sì, lo scorso 19 novembre sono stato a Ferrara e, dopo la mia conferenza una donna mi ha detto – in lacrime – di aver conosciuto quella sera cose che lei non sapeva. Nel libro l’ho citata come “la donna di Ferrara”, che, da quella stessa sera, ha iniziato ad interessarsi della più bella del mondo, la nostra Costituzione.

Il libro è acquistabile online in ebook direttamente dal sito della Key editore oppure attraverso una qualsiasi libreria on-line. A breve uscirà anche la versione cartacea, per informazioni è possibile consultare il blog dell’avv. Palma (vedi)

Dopo il referendum: Europa e sovranità nazionale

E’ passato poco più di un mese dal referendum e dalle feroci polemiche che lo hanno accompagnato. La sconfitta è stata chiara, ma a fronte di questa non si vede (o non si vuol vedere) una corrispondente vittoria, mancando i vincitori di una rappresentanza politica qualificata capace di dare sostanza e concretezza agli esiti del voto. Non c’è stata un’analisi della vittoria del No da parte degli sconfitti, né si è ragionato sulle richieste latenti dei cittadini che forse chiedevano un segno chiaro, capace di rispondere alla necessità di nuove politiche su lavoro, sul welfare, sull’immigrazione, sulla scuola e la ricerca; che cercavano e cercano ancora giuste risposte in merito alla certezza dei diritti sanciti dalla Costituzione. L’etichetta di ‘populismo’ ha coperto rapidamente ogni doverosa discussione e ha finito col sussumere a sé i significati profondi di questo esito affatto scontato: non a caso è stato formato un nuovo governo fotocopia del precedente ben intenzionato – sembra – a perseguire sulla strada tracciata dall’esecutivo che è stato pesantemente sconfitto alle urne.

Fermi restando i numerosi e impegnativi obblighi istituzionali da rispettare, questa acclarata continuità solleva più di una perplessità sia in quanti sono abituati a pensar male sia in chi si attendeva di ritornare rapidamente alle urne. La risposta data dai cittadini sembra ormai archiviata e rubricata tra le celebrazioni inutili di una democrazia rappresentativa decisamente moribonda. Non a caso al posto di una seria discussione civile sulla Carta Costituzionale, nei media riemerge con forza il tema tecnico dei meccanismi di voto e della legge elettorale.
Ciò nonostante non vi è dubbio che uno dei problemi di fondo sotteso al referendum permanga in tutta la sua drammatica evidenza non già come dimensione della più becera politica politicante nazionale, ma come componente essenziale del futuro dell’Italia all’interno dell’Europa. Al centro di questo tema stanno i rapporti con il sistema finanziario che di fatto governa la Ue mediante i suoi bracci operativi, la Commissione Europea, la Bce e il Fmi.
E’ noto, infatti, che questa Europa richiede tassativamente (e il nuovo governo lo ha ribadito con decisione) una forte e ulteriore cessione di sovranità da parte degli stati nazionali. In tal senso fin dal 2010 la CE e il Consiglio europeo hanno promosso un piano di trasferimento di potere dai paesi membri con un esproprio inaudito della sovranità statale. Il culmine è stato toccato forse nel 2012 con l’istituzione del Fiscal Compact, che in Italia è stato assunto, a parere di molti, nel peggior modo possibile: il 18 aprile 2012 il parlamento della Repubblica Italiana, con voto a maggioranza assoluta (contrari Lega e M5S), modificò l’articolo 81 della Costituzione Italiana introducendo il principio del pareggio di bilancio che di fatto sanciva definitivamente la perdita da parte dell’Italia della sovranità economica-fiscale.
Come potesse l’Italia con il suo enorme debito pubblico, senza sovranità monetaria e con tale obbligo aggiuntivo riuscire a stare in piedi senza tagli feroci, privatizzazioni selvagge, crollo del consumo interno e nuove tasse è cosa che molti non comprendevano e tuttora non capiscono. Ma quella decisione di enorme rilevanza costituzionale fu comunque presa, velocemente, in modo piuttosto riservato, senza nessun dibattito pubblico e con scarsissimo contributo informativo da parte dei media.
Eppure quella scelta ha consegnato, di fatto, il controllo della finanza pubblica italiana in mano di entità sovranazionali, costringendo lo Stato, in caso di bisogno, a chiedere moneta a quell’ente privato che è la Banca Centrale Europea (La Bce è di proprietà delle Banche Centrali degli Stati che ne fanno parte, che a loro volta sono composte in maggioranza da istituti privati).

Resta però il fatto che in Italia esiste ancora una Costituzione e un organismo, la Corte Costituzionale, che è il luogo più alto del controllo reciproco dei poteri e garanzia che la nostra Carta fondamentale non venga tradita: esso vigila proprio onde garantire che le leggi promulgate siano coerenti e conformi alla Costituzione. Il 19 ottobre scorso con la sentenza 275/2016 – passata sotto assoluto silenzio dai media – la consulta ha acclarato che l’equilibrio di bilancio introdotto nell’articolo 81 della Costituzione non può condizionare la doverosa erogazione dei diritti incomprimibili, che sono peraltro posti a fondamento della stessa Carta costituzionale: essi in sostanza devono essere garantiti e non rimanere mere dichiarazioni di principio.
Il pronunciamento ricorda con forza che nell’equilibrio dei diritti su cui si regge il nostro ordinamento, in caso di conflitto, prevalgono quelli che la Carta stessa indica come fondamentali. Questo non implica assolutamente che il pareggio in bilancio, inserito nell’art.81 non sia valido, ma piuttosto che deve essere rispettato senza comprimere altri valori fondamentali. Il ‘come’ farlo resta ancora compito importantissimo della politica, ammesso ma non concesso che essa non sia ormai diventata completamente succube dei poteri finanziari e delle lobby di potere.

Con l’ingenuità del semplice cittadino e senza entrare in considerazioni tecniche troppo complesse, potremo azzardare e dire che la Pubblica Amministrazione non può semplicemente e automaticamente tagliare i fondi che servono a garantire diritti fondamentali quali la salute, l’istruzione, il lavoro, l’equa giustizia, solo per garantire l’equilibrio di bilancio e senza renderne conto in modo trasparente ai cittadini. Tuttavia la possibilità di violare, se necessario, i vincoli di bilancio derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea per garantire i diritti tutelati dalla Costituzione, rischierebbe di mettere lo Stato stesso nella situazione possibile di indisponibilità finanziaria nel caso i mercati negassero il credito o la Bce non intervenisse per sostenerlo.
Se questo è vero si capisce immediatamente la cifra del conflitto, non solo potenziale, che esiste tra la dimensione nazionale e quella europea, tema che appunto molti elettori intravvedevano dietro il fumo sollevato delle retoriche e dalle narrazioni che hanno animato lo scontro sul referendum.
Un conflitto che sarebbe assai meno aspro se l’Europa non avesse perso quei valori, quelle idee e quell’entusiasmo piuttosto diffuso che aveva accompagnato il suo nascere e suo lento affermarsi. Invece, da almeno dieci anni, essa sembra avere smarrito la rotta e sempre più la speranza e la visione: essa appare ormai ai più come una gigantesca burocrazia, dominata dalla finanza e guidata da un cieco credo neoliberista, caratterizzata da una neolingua che la stragrande maggioranza dei cittadini non capisce, popolata di politici più attenti ai loro interessi particolari che alla crescita comune. Un’Europa deludente e senza cuore, che a parere di molti italiani non è per nulla vicina a quello che avrebbe potuto e dovuto essere.
In tal senso si può perfino capire l’ostinata (e strana per l’Italia) difesa della Costituzione da parte di quanti sono spaventati e non si riconoscono più in questo progetto europeo dove la finanza è tutto e i ‘popoli’ non sembrano contare nulla (Grecia docet).

Ora, se si vuol rimanere in Europa, delle due l’una: o i nostri politici hanno la forza, l’amor di patria e il talento per difendere e promuovere i valori e i diritti fondamentali sanciti dalla nostra Carta Costituzionale, facendosi portatori di una diversa e più sana idee di Europa; oppure bisognerà cedere ulteriore sovranità e mettersi con fiducia (?) nelle mani di questa Europa (dei burocrati, dei mercati e del potere finanziario) convincendo i cittadini che è necessario modificare (magari poco alla volta) la Carta costituzionale diventata ormai obsoleta e inadeguata.
L’alternativa, sostengono alcuni e in numero crescente, è quella di uscire dall’euro pur restando in Europa, fuggire da una moneta diventata ormai una gabbia di ferro che, in assenza di profondi cambiamenti, rischia di portare alla distruzione definitiva dell’economia nazionale (e di quel che resta dello Stato sociale).
Uscire dall’Europa e dall’Euro, ipotesi estrema, appare oggi decisamente insostenibile.
Di tutto questo però nelle discussioni post referendum non si trova traccia. La tensione rimane tuttavia fortissima e ai (pochi) cittadini consapevoli converrà essere molto vigili, soprattutto nel richiamare con forza il ruolo della politica che non può sperare di prosperare su questa ambiguità né continuare a giustificare le proprie scelte dietro al paravento del “ce lo chiede l’Europa”.

Il quadro politico, ideologico ed etico del dopo referendum:
Quando non conosci la meta, non esistono direzioni giuste

Con la percentuale di un secco 60 a 40 e un’affluenza quasi del 70 per cento l’elettorato ha dunque bocciato la riforma costituzionale a firma del governo, sottoposta a referendum domenica 4 dicembre.
La scelta di Matteo Renzi di concentrare su di sé il senso del sì e del no si è rivelata un errore fatale. La conseguenza è stata la metamorfosi di un disegno riformatore, per quanto imperfetto, in una “finzione suprema”, come scrive Massimo Cacciari (L’Espresso 4 dicembre), un “involucro formale del tutto superfluo” rispetto ai veri contenuti della contesa, ossia i destini del governo (e del partito) di Renzi.
Un’ennesima occasione persa. Non tanto per un testo di per sé controverso, quanto per l’opportunità di resistere alle trombe di un decisionismo strapaesano e alla tentazione di inseguire gli umori dei costi della politica, errore commesso dallo stesso centrosinistra nel 2001 nella riforma del Titolo V per scavalcare la Lega su analoghi umori federalisti.
L’occasione era di restituire la Costituzione al posto che le spetta, cioè su un’idea di popolo e di democrazia.
Ben oltre il contingente risultato delle urne, sulle cui conseguenze ora si arrovella un quadro politico che rispetto all’incertezza delle scelte politiche del premier ha visto premiata la certezza di una crisi profonda del sistema (ciclo economico, crisi di governo, nuova legge elettorale, elezioni e gli esiti tutti da vedere), le proporzioni del fallimento emergono da un dibattito che Michele Salvati innesca su Il Mulino, di cui è direttore (6/2016).

Il tema è quello, attualissimo, della crisi della democrazia e cioè, nell’era di un’inarrestabile globalizzazione di impronta neoliberale, la quadratura del cerchio di far convivere uno sviluppo più inclusivo (riducendo i micidiali effetti collaterali di diseguaglianze crescenti) con la democrazia politica.
L’angolo di visuale adottato dagli studiosi che scrivono sulla rivista bolognese è quello della sinistra, cioè la stessa parte politica che ha scritto riforma costituzionale bocciata dai cittadini.
Se per sinistra s’intende, come direbbe Norberto Bobbio, la parte più sensibile alla riduzione delle disuguaglianze in un’economia di mercato, i maggiori attacchi a questa cultura politica oggi provengono propriamente dagli effetti, esterni agli Stati nazionali, della globalizzazione economica, in termini di contrazione dei sistemi di welfare e di relazioni industriali in senso regressivo.
Globalizzazione che a differenza dei “Trenta gloriosi”, come sono chiamati in letteratura i decenni a forte espansione dopo la Seconda guerra mondiale, ora è alle prese con un perdurante ciclo economico negativo, con crescente concentrazione della ricchezza in poche mani.
Sul piano sociale e politico, fa presente il sociologo Carlo Triglia, si assiste parallelamente a processi di individualizzazione crescente, crisi della partecipazione tradizionale e dei partiti organizzati, personalizzazione delle leadership e avanzata dei populismi che cavalcano senza giri di parole paure e insicurezze.
Secondo Salvati, ecco il problema, stando così le cose non è più possibile parlare di socialdemocrazia, perché l’attuale fase economica globale a forte impronta neoliberale condiziona pesantemente gli stati ostacolandone le politiche redistributive e, nello stesso tempo, influisce sui cambiamenti delle società in senso disgregativo, minando le stesse basi sociali della sinistra (la solidarietà).
Il difficile banco di prova dei governi è come promuovere una ripresa economica solida (a costo di manovre lacrime e sangue) con un consenso ampio e stabile. Ma come costruirlo? E qui il tema degli interventi in campo economico e sociale si lega a filo doppio con la strategia delle riforme istituzionali.
Proprio all’indomani del referendum costituzionale, Sabino Cassese (Corsera 6 dicembre) scrive dell’eterno problema italico della legge elettorale. Bicameralismo e formula elettorale proporzionale sono in sintesi l’eredità (compromesso) dei padri costituenti, che rispecchia l’orientamento del decidere insieme piuttosto che contrapporsi, indebolire il governo piuttosto che contare sull’alternanza, rendere in sostanza mite il potere a costo dell’inefficacia, secondo il punto di vista della democrazia di Hans Kelsen. Tutto il contrario di quanto sostiene Joseph Schumpeter, per il quale democrazia vuol dire competizione e liberarsi dal complesso del tiranno. Fumo negli occhi per un paese, l’Italia, la cui storia politica è un susseguirsi di compromessi, rinvii e aggiustamenti, che sono anche all’origine di un debito pubblico che tuttora è un enorme macigno in mezzo alla strada dello sviluppo.
Se questo ragionamento porta dritto a un modello di democrazia maggioritaria, secondo la necessità di leader basati su un consenso solido e stabile, al riparo da vincoli di coalizione, con un ruolo rafforzato rispetto a parlamenti e ministri e così in condizione di prendere decisioni rapide in omaggio alla velocità dei tempi che corrono (sic!), con occhi da sociologo Triglia osserva che laddove avviene questo (Usa e Gran Bretagna) si assiste al binomio crescita economica – elevate disuguaglianze, cioè un esempio di capitalismo con intervento regolativo dello Stato fortemente ridotto.
“Vincere con la maggioranza – questa l’analisi – spinge le forze politiche in competizione (in un quadro tendenzialmente bipartitico) a cercare di conquistare il voto cruciale dell’elettorato centrale”. Così i più deboli incontrano più difficoltà a trovare ascolto e le possibilità redistributive si affievoliscono, osteggiate dall’elettorato, decisivo, di ceto medio. Le conseguenze sono un’astensione progressiva o, più recentemente, la predisposizione ai richiami del populismo proprio degli strati sociali tradizionalmente bacino elettorale delle sinistre.
La conclusione del docente di sociologia economica all’università di Firenze è che sistemi elettorali di orientamento proporzionale, sia pure con correttivi, sarebbero condizione più favorevole per la sinistra, in quanto strumenti istituzionali per costruire un consenso più inclusivo, il quale è condizione per sorreggere democraticamente politiche economiche maggiormente redistributive e a crescita a sua volta inclusiva (di stampo socialdemocratico).

E’ un tema lanciato nel dibattito sempre in bilico tra democrazia e capitalismo, in un tempo in cui il programma del secondo termine appare oggi irresistibile nel dotare i singoli di strumenti economici di partecipazione al mercato, più che di strumenti politici sul piano della partecipazione e della cittadinanza. Fermo più sull’aspetto del contratto economico, che sul contratto sociale come alta sintesi storica del pensiero politico europeo.
Non è detto che sia la strada giusta. In ogni caso se da una sinistra fosse uscita una riflessione e un disegno ispirati a un’idea più chiara di popolo e di democrazia secondo uno straccio di cultura riformista, nonostante tutte le difficoltà (compreso l’ostacolo oggettivo di una politica in preda a un incontenibile istinto di reciproca delegittimazione), c’è caso che qualcuno in più avrebbe capito il senso di una direzione di marcia e, magari, si sarebbe messo in cammino disposto a farne parte. Forse.

LA RIFLESSIONE
Europa e burocrazia

di Grazia Baroni

La parziale bocciatura della riforma Madìa della Pubblica Amministrazione rende evidente quanto la riforma costituzionale, se pur imperfetta, sia necessaria e vitale per lo sviluppo dell’Italia a prescindere dal risultato referendario del 4 dicembre. Quando la Corte Costituzionale ha fermato la riforma Madìa, che poneva un limite temporale alle dirigenze delle amministrazioni e di fatto creava i presupposti per aumentare la produttività e l’efficienza della pubblica amministrazione, si è resa palese la volontà dei burocrati di difendere i propri privilegi, altrettanto ha fatto con vigore nella campagna per la bocciatura della riforma costituzionale, mostrando la potenza della struttura burocratica nei suoi propositi di autoconservazione.

D’altronde, votare Sì al referendum avrebbe rappresentato un tentativo di dare stabilità all’Italia e soprattutto all’Europa creando un dilemma per coloro che hanno votato, perché questa Europa, nella forma in cui si sta delineando, non piace quasi a nessuno, se non a chi si sta avvalendo di questa realtà per occupare un posto di lavoro che è anche prestigioso e ben remunerato. Oggi sappiamo come sono andate le cose e la fragilità dell’Unione Europea è proporzionalmente maggiore.

Il dilemma, però, oggi ancor più di ieri, rimane: come cambiare questa Europa senza distruggerla?

E perché non piace questa Europa? Sostanzialmente perchè si fa riconoscere dalla cittadinanza dei singoli Stati europei solo attraverso le regole procedurali emanate dal Parlamento che sono vincolanti a tal punto da finire per ingessare la sua economia impedendone lo sviluppo. Però, nonostante questo, gli Stati Nazionali si affidano a tale struttura burocratica proprio perchè non si fidano gli uni degli altri. La burocrazia porta alla deresponsabilizzazione e riduce al minimo le differenze; le caratteristiche nazionali che sono la ricchezza dell’Europa vengono appiattite togliendo il senso stesso del progetto europeo. Di questo si fanno forti le destre che infatti ultimamente stanno prendendo potere in Europa.

Purtroppo il Parlamento Europeo non ha un mandato legislativo non essendoci uno Stato d’Europa, può solo svolgere funzione di controllo su ciò che la Commissione Europea promulga e che non sono mai direttive finalizzate a creare lo sviluppo armonico di uno Stato unitario e democratico ma linee di confine per compromessi produttivi e commerciali tra Stati in competizione tra loro e unici veri mandatari di deleghe popolari elettive, quindi gli unici legittimati democraticamente a scelte politico- economico – sociali vere e proprie.

Il risultato è che l’Europa esiste soltanto in quanto burocrazia e in quanto tale non può essere democratica (lo dice la parola stessa: burocrazia è il potere delle procedure, non del popolo) e questa realtà è dovuta al fatto che ciascuno Stato Nazionale, nonostante due guerre mondiali e decine di milioni di morti, non sia ancora capace a cedere la propria a sovranità per un progetto più ampio e più adeguato ai tempi come sarebbe lo stato democratico degli Stati Uniti d’Europa. Uno stato che vada oltre ai nazionalismi e che possa rappresentare una nuova realtà politica, progettata interamente dal nuovo a partire dalla sua struttura amministrativa. Una struttura amministrativa fondata sul concetto di democrazia, intesa come libertà personale in uno spazio di libertà comune, che si sostituisca a quella attuale burocratica e massificante che identifica la democrazia con l’omologazione; questa sarebbe l’unica vera sfida per iniziare il terzo millennio, in modo democratico in un mondo globale.

Sarebbe il primo passo per un cambiamento universale perchè si può constatare oggi che il problema della burocrazia come struttura organizzativa delle società odierna, invece di facilitare il cambiamento e lo sviluppo, tende a frenarli, a creare una sempre maggior corruzione e a sostituirsi al potere legislativo politico in tutti gli stati, siano essi monarchie, repubbliche o dittature.

Questo accade perché, guardando la storia della burocrazia, si rende evidente come essa sia nata a servizio della monarchia assoluta. All’epoca è stata molto efficacie e funzionale, ma con l’evolversi delle forme di governo, dalla monarchia parlamentare alla repubblica, non si è rinnovata se non nella razionalizzazione delle sue procedure grazie alle quali è diventata sempre più pervasiva e invasiva senza deviare dalla sua funzione di organo di controllo.

In uno stato veramente democratico, la burocrazia dovrebbe essere sostituita da una Pubblica Amministrazione la cui definizione descriva lo scopo gestionale dell’organizzazione della quale sarebbe la struttura, cioè la democrazia parlamentare.

Per realizzare un cambiamento di tale portata è necessario riflettere su alcune questioni:
• Cosa è la burocrazia e a cosa serve?
• Cos’è l’amministrazione e a cosa serve?
• Burocrazia e democrazia possono convivere o sono antagoniste?
• Uno stato ha necessariamente bisogno della burocrazia?
• Come trasformare l’esoscheletro da scarafaggio Kafkiano nel quale ci troviamo prigionieri in endoscheletro di un organismo libero e capace di trasformarsi?

La questione è importante e complessa, richiede una collaborazione di creatività, un dialogo tra ipotesi perciò sento la necessità di condividere tali interrogativi e riflessioni.

Chi è Grazia Baroni – brevi note biografiche
Grazia Baroni, nata a Torino nel 1951. Ha ottenuto il diploma di liceo artistico e l’abilitazione all’insegnamento. Laureata successivamente in architettura, ha insegnato per decenni e con passione disegno e storia dell’arte nella scuola superiore di secondo grado, cercando di coniugare l’arte con la vita e la coscienza. Ha partecipato alla fondazione della cooperativa Centro Ricerche di Sviluppo del Territorio (CRST) e collaborato ad alcuni lavori del Centro Lavoro Integrato sul Territorio (CELIT). E’ socia e attiva collaboratrice del Centro Culturale e Associazione Familiare Nova Cana da decenni.

Il dopo referendum
La scommessa di Renzi

“Oneri e onori”. Sta probabilmente in questa attribuzione – da parte di Renzi – “a chi ha vinto” la chiave di comprensione dello scenario politico dei prossimi mesi: gli onori per una vittoria virtuale, gli oneri per la gestione di una situazione oggettivamente complessa.
Renzi si è giocato tutto in questa partita, e ha perso: ma ha perso una battaglia, non la guerra… Avesse vinto, avrebbe potuto completare la legislatura agendo sostanzialmente incontrastato per il prossimo anno e mezzo, forte di un’investitura popolare resa tale dal carattere plebiscitario che per primo ha attribuito alla consultazione referendaria. Invece ha perso, incassando però un pesante 40 percento di consensi che, se da un lato costano la bocciatura della riforma, dall’altra lo autorizzano a tentare una nuova ciclopica scommessa, confortato nel suo ego da una potenziale base elettoralmente ampia, quel “popolo del sì” che ha ringraziato “con un ideale abbraccio, uno per uno…”: con il 40 percento si perdono i referendum, ma si stravincerebbero le elezioni.

Ecco perché il premier uscente potrebbe covare l’idea di tentare l’azzardo estremo e domani, alla direzione del partito, presentarsi dimissionario anche dalla carica di segretario del Pd, denunciando le resistenza e i freni al cambiamento opposti da una parte della nomenclatura interna. I partiti come macchine del consenso ormai non funzionano più. Da perderci realmente avrebbe la struttura organizzativa. Ma, nella società liquida, si ragiona di partiti leggeri e ciò che fa presa è la capacità di esercitare una forte leadership. Sarebbe certo un terremoto. Ma in termini strategici gli garantirebbe però una rigenerazione personale e mani totalmente libere per poter tentare l’avventura in solitaria, facendo leva sul suo carisma, con i fedelissimi accanto, al vertice di una nuova formazione politica, lasciando agli altri (Pd incluso) gli oneri della gestione da qui alle elezioni. In fondo con questo approdo darebbe una parvenza di senso alla sua proclamata intenzione di “lasciare la politica” in caso di sconfitta: sarebbe un tirarsi fuori e ricominciare daccapo. Potrebbe anche temporaneamente defilarsi per poi tornare in scena a furor di popolo… Ma quel che farà è per ora solo nella sua testa. Di certo non si lascerà logorare da un ipotetico reincarico per formare un governo elettorale dedito esclusivamente all’approvazione del bilancio e al varo (peraltro non semplice, dati i contrastanti interessi fra le forze parlamentari) di una nuova legge elettorale.

“Oneri e onori a chi ha vinto”, ha proclamato sicuro. Non sarà facile gestire la transizione. Un voto a primavera – come sarebbe logico e auspicabile per non trascinare l’incertezza, aggravare la crisi e affossare ulteriormente il Paese – non consentirebbe alla forze politiche di riorganizzarsi: il Pd già dilaniato e adesso ancor più lacerato, la sinistra radicale non trova un’identità solida e convincente, lo schieramento del centrodestra è diviso e litigioso, l’unico partito saldo sulle sue posizioni è la Lega di Salvini che però da sola conta solo su un ipotetico 12 per cento di consensi e fatica a stringere alleanze solide con gli altri rappresentanti del suo fronte elettorale.
Mentre un Renzi alleggerito dagli apparati ripartirebbe, appunto, da un 40 percento di elettorato in teoria non ostile e soprattutto avrebbe carta bianca. E libero sarebbe soprattutto di poter promettere (la cosa che meglio gli riesce) senza essere messo alla prova dei fatti, perché nei prossimi mesi toccherà agli altri, che già faticheranno a mettere insieme una qualche maggioranza parlamentare in grado di sostenere un governo di transizione. E lui potrà giudicare le incapacità altrui, le incertezze, gli sbandamenti. Ci sarà chi spinge per trascinare la legislatura per riorganizzare le fila o per garantire ai parlamentari la cospicua pensione. D’Alema, per esempio, già gracchia: “irresponsabile votare ora”. E Renzi sarà lì, con l’indice puntato, a segnalare le colpe e le incapacità.

Il nuovo Renzi si è già visto in tv, un’ora dopo una sconfitta che non deve essergli piovuta in capo come una meteora. All’evenienza era preparato. E l’ha affrontata con grande dignità e un discorso di commiato convincente ed efficace al punto da strappare un plauso pure a un nemico giurato come Peter Gomez, che con Marco Travaglio è la storica colonna del Fatto Quotidiano, giornale antirenziano per eccellenza.
E’ stato un Renzi ragionevole, quello della notte scorsa: almeno all’apparenza pacato, appassionato, generoso, responsabile al punto da caricarsi il fardello delle colpe e attribuire merito a chi si è impegnato – “spinto da pura passione” – nella battaglia per il cambiamento. Una battaglia che ora è pronto a ricominciare, forse addirittura senza nemmeno più la necessità di quella base di ancoraggio che è stato il Partito democratico all’inizio della sua avventura ai vertici della politica nazionale e poi nella immediatamente successiva esperienza di governo. Allora era uno sconosciuto, il “rottamatore” che gustava le logiche dei vecchi tromboni del Palazzo. Ora tutto il mondo invece sa bene chi è Matteo Renzi. E lui può pensare di mettersi in proprio. Convinto (con quel ‘pizzico’ di presunzione che non gli manca…) che chi lo ama lo seguirà.

Il dopo referendum
Considerazioni ultime sulla domenica del voto

Salgo sul taxi accolto da un elegantissimo autista che mi preleva al Liceo Ariosto dove si festeggia il compleanno della scuola con una serie d’iniziative straordinarie. Dopo un po’ mi chiede “Allora, cosa votiamo?”; rispondo che non lo so e che comunque non lo direi nemmeno a mia moglie (un evidente falso), ma che comunque la posta in gioco non vale questi sommovimenti di pancia e di testa. Eh si sa! Il solito radical–chic.
Scrive oggi Michele Serra nella sua ‘Amaca’ che se si facesse un gioco per indovinare con chi non vorreste andare a cena dell’eventuale schieramento condiviso, probabilmente ci andreste da soli. E’ vero, quasi sicuramente è vero. Allora che si fa? Si rinuncia al voto? Pessima idea per chi è stato abituato a considerare il voto non solo un diritto, ma un dovere nel sistema democratico. E questo valga anche per il voto referendario che non sposta per nulla il risultato sia che tu vada o non vada a votare. Restano dunque due soluzioni. O voti e nello stesso tempo annulli il voto oppure te ne stai a letto con la consapevolezza di non partecipare alla vita democratica. Ai posteri l’ardua sentenza. Ma non desidero, né voglio, né m’interessa che qualcuno ponga (pre)-giudizi sulla mia scelta.
Chiaramente è un’ipotesi di condotta e mai vi svelerò – beninteso a chi interessa – se è stata applicata o meno ieri.
Sono stufo di sentir parlare di scrofe grilline, di bambinetti petulanti a cui Salvini stringe la mano perché recitano la parte di ‘fuori lo straniero’ a otto anni, di rubizzi Renzi che con la gorgia ci vorrebbero insegnare quale paradiso potrà essere una futura Italia dopo la riforma, di pensose schiere di colleghi accademici che, con voce impostata e grave, vorrebbero convincermi della necessità (?) della loro scelta.
E nell’Italia scomposta, nella ‘Ferara’ in preda ai centenari dove i celebranti s’azzuffano a danno dei celebrati, di minacce di spostamenti d’intere pinacoteche da un luogo all’altro per rendere più appetibile l’offerta turistica (quella scientifica, si sa, conta poco) un momento di commozione prevale nell’ascoltare alcuni momenti della maratona arrostisca, che ininterrottamente si svolge nel salone grande della Pinacoteca nazionale dei Diamanti (forse?) a breve smantellata.

A chi nella sua vita ha svolto nove corsi accademici su Ariosto e il Furioso sarebbe potuto apparire superfluo, se non imbarazzante, secondo le regole universitarie, aderire a questa manifestazione.
No. E’ stato un modo straordinario di riascoltare la parola della realtà ovvero della poesia nella sua nuda verità. Ho sentito leggere il canto XI e il XII, tra i più amati e riconoscibili: Olimpia, Bireno, la condanna delle armi da fuoco, il gioco sensuale di chi vuol raggiungere lo scopo e giacere con la donna amata, le parole che, come carezze descrivono la nudità della donna come un paesaggio di colline e di fiori. Ed ecco schierarsi una intera classe, una quarta del liceo scientifico Roiti. Un’alternanza di voci e di fraseggio tra scambi di acuti e di gravi. Rotolano le parole. Mature nelle voci delle ragazze, adolescenti invece in quelle dei ragazzi invano adorni, come va ora di moda, da mustacchi e barbette. Gli occhi dei ragazzi tradiscono apprensione, quelle delle ragazze fierezza. Scuotono lunghe ‘capellature’ direbbe il poeta, sibilano le ‘essce’ ferraresi in improbabili ‘tzete’. E non importa se, nonostante ragioni di rima evidenti pronunciano ‘Circàssia’ e non ‘Circassìa’. La più bella (la mi’ nonna toscana avrebbe detto ‘la sembra una madonnina’) guarda protettiva i visi un po’ brufolosi dei compagni e uno in camicia bianca sgrana occhi pieni di stupore e di meraviglia. Accolti da convinti e meritati applausi sfilano fieri e lasciano il posto a un gruppo di ragazze straniere. Una di queste recita in lingua slava ( mi sembra…) alcuni versi e poi prosegue in un italiano perfetto. S’alternano dotte signore e convinti signori e il gruppo entusiasta delle bibliotecarie ‘ariostee’. Se di festa si deve e si può parlare, lo scopo è raggiunto.

Le celebrazioni per il compleanno del Liceo Ariosto sono altrettanto commoventi. Visi attenti, consapevoli che la festa è qui, avrebbero detto un tempo i miei compagni di liceo. E si parla non del ciuffo di Trump, ma di Ariosto. Di un grande non di un piccolo (…issimo).

Si stanno concludendo le celebrazioni. La febbre provocata dalla bassanite e dall’orlandite scema. Si pensa già ad altri traguardi.
Oggi ci svegliamo con altri pensieri provocati da scelte democraticamente prodotte.

Ma nessuno saprà dirci la verità più della poesia e, per citare rovesciando l’affermazione dell’amatissimo Eusebio-Montale, l’invocazione sarà: “Chiedici la parola che mondi possa aprirti”. E questa parola è e deve essere quella della cultura, della poesia, dell’arte.

Primi exit poll. Referendum Costituzionale. Anche a Ferrara prevale il No.

I seggi sono chiusi da pochi minuti. Sembra in vantaggio il fronte avverso. Il fronte del no, che si attesta per ora su percentuali decisamente alte:55-59%. Mentre il fronte a sostegno della proposta di revisione costituzionale oscilla tra il 41 e il 45%.

Anche Ferrara sembra seguire l’andamento nazionale: 48,10% per il Si, per il no invece 51,90 %.

Boom di affluenza alle urne, si calcola circa una percentuale attorno al 70%.

Nulla di definitivo, ma se si dovessero confermare questi dati, sarebbe per il premier una sconfitta non solo politica ma personale. Probabilmente un biglietto di sola andata per il Quirinale, presentando le dimissioni.

Ma é ancora tutta una partita da giocare.

Si attende a mezzanotte il discorso di Matteo Renzi.

Le ragioni del mio no al referendum

di Pietro Zappaterra

Per evitare errori di valutazione come nelle elezioni Usa, sarebbe opportuno dare voce al cittadino medio ed ai motivi del voto degli elettori comuni, sondando, oltre la testa, anche la pancia di chi deve esprimersi. Perciò vorrei che fosse aperto uno spazio alle motivazioni dei comuni elettori.
Il mio “no” deciso al referendum nasce dai seguenti motivi. Nel 1953 veniva eletto in parlamento Giorgio Napolitano, che nel 2006 diviene Presidente della Repubblica e viene rieletto a tale carica nel 2013. Nel 2011 Napolitano nomina senatore a vita Mario Monti e in novembre gli affida l’incarico di premier. Poi affida l’incarico a Enrico Letta che è sostituito nel 2014 da Matteo Renzi. Questi tre signori non sono stati eletti dal popolo, ma nominati. Quindi non hanno legittimazione per operar in nome e per conto dei cittadini. Il mio “no”non entra nel merito del quesito referendario perché non ne ho la conoscenza giuridica per farlo ma diviene una protesta contro le istituzioni sul modo di agire al di fuori della volontà popolare. L’ultima volta che abbiamo votato è stato nel 2013. Quello che è avvenuto dopo lo ritengo illegittimo e, per riportare la sovranità popolare, ritengo il “no” l’unica possibilità per riappropriarci del potere, costringendo le istituzioni al ricorso alle urne.

Voto “no” anche perché non si lascia ai cittadini la responsabilità del voto referendario su un tema così specifico che richiede conoscenze di diritto pubblico e costituzionale. Poi c’è da dire che questo referendum non richiede un quorum nel senso che sarebbe valido anche se in pochi vanno a votare contrariamente ad altri referendum che esigevano il quorum.. Voto “no” perché a mio avviso si scarica sui cittadini una scelta la cui competenza dovrebbe essere del parlamento con le procedure e maggioranze previste per la modifica della Costituzione. Un domani, se le cose si mettono male, potranno dire : ” l’avete voluta voi questa modifica alla Costituzione “. I senatori poi con questa modifica non saranno più votati da noi quindi una privazione del diritto di voto. Voto “no” perché non capisco cosa ci sia dietro tutto questo interesse per questo referendum tanto da scomodare banchieri e Presidenti di altre nazioni, etc., e non mi fido. Bastava dire volete ridurre il numero dei senatori ? sarebbe stato allora semplice rispondere si senza scrivere tutta una pappardella incomprensibile perfino a costituzionalisti più preparati
Voto no perché il mio voto sarà l’eredita che lascio alle generazioni future e sono troppo ignorante da assumermi la responsabilità di cambiare la nostra Costituzione con queste premesse. Dietro ogni articolo della carta costituzionale stanno centinaia di morti nella Resistenza. Quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla costi quel che costi
Io Voto “no” perché con il ”no” resta una speranza, con il “ si “ a mio avviso perdiamo anche la speranza

L’INTERVISTA
L’Assessora Annalisa Felletti risponde a SEL:”Un partito di litigiosi ormai collassato”

E’ innegabile che l’Assessora alla Pubblica Istruzione e alle Pari Opportunità del Comune di Ferrara Annalisa Felletti non stia attraversando uno dei suoi periodi migliori.
E’ di soli pochi giorni fa la notizia che il Coordinamento provinciale di Sel l’ha sfiduciata, esplicitando “con serena fermezza che l’Assessora non rappresenta più né il partito né il Gruppo Consiliare”. La decisione presa è stata giustificata dal fatto che “l’attività svolta dalla figura indicata per l’esecutivo dal partito nel 2014 è stata del tutto lacunosa, priva di dialogo con la forza politica che l’ha espressa e di efficacia nella città, e molto distante dal profilo politico che Sel prevede esprimano i propri amministratori”.
Abbiamo intervistato l’Assessora Felletti e con lei abbiamo parlato dell’uragano politico che le si è abbattuto contro, approfondendo i vari aspetti della vicenda.

Cosa pensa dell’attuale momento politico che sta vivendo?
Si tratta di un momento di particolare complessità. Le motivazioni non sono ascrivibili esclusivamente alla scena locale, ma hanno origine più profonda e lontana. Il Partito è progressivamente collassato su scala nazionale, perché il gruppo dirigente ai massimi livelli, aveva deciso di investire su un nuovo contenitore (Si-Sinistra Italiana) che tuttavia non riesce ancora tutt’oggi a decollare, archiviando a mio avviso molto prematuramente nella sostanza, Sel, anche se formalmente si scioglierà entro il 10 dicembre.

La sfiducia espressa dal partito nei suoi confronti è stata un fulmine a ciel sereno o aveva sentore di qualcosa?
Il dibattito, quando ancora c’era, era sempre stato caratterizzato da animosità. Le questioni sono piuttosto risalenti. Diversi accadimenti hanno minato sin da subito il rapporto di confronto interno al Partito. Anzi, prima ancora che la Coordinatrice Provinciale del Partito divenissi io, le dinamiche che ne descrivevano la vita interna erano tutte caratterizzate da estrema litigiosità, e dall’incapacità di giungere ad una sintesi in maniera condivisa e matura.

A cosa la imputa realmente?
Temo che per rispondere a questa domanda lo spazio concessomi per questa intervista non basterebbe…

Vorrei sapere qualche dato relativo al suo operato in questi anni
Appena in questi giorni ci stiamo appropinquando al giro di boa, siamo appena a metà legislatura; tuttavia credo che le cose fatte in questi anni, siano state tante ed importanti. Un lavoro che non ho certamente fatto tutto da sola, che rappresenta un risultato di tutta l’Amministrazione e per il quale devo ringraziare tutte quelle persone, funzionarie e funzionari del Comune, che ogni giorno lavorano al mio fianco, mettendo al servizio le proprie competenze e professionalità. Partendo dal settore della Pubblica Istruzione, abbiamo completamente innovato le proposte dei servizi educativi ed integrativi che il Comune di Ferrara offre, dall’estensione dell’orario di apertura, alla possibilità di effettuare il periodo estivo del mese di Luglio col personale educativo interno; in un quadro di risorse calanti, abbiamo trasferito maggiori risorse alle scuole. Abbiamo costruito un rapporto di confronto e scambio continuo con la comunità educativa dell’obbligo scolastico, investendo importanti energie nel rapporto di prossimità, e di conoscenza con il livello istituzionale di governo, credendo fondamentale costruire un’alleanza educativa con i piccoli cittadini, che sono il presente, ma soprattutto il futuro di questa città, lavorando a renderli il più consapevoli possibile del loro ruolo e della prospettiva.

E nel campo delle Pari Opportunità?
Importante anche il lavoro fatto sul fronte dei diritti civili e della parità: stiamo lavorando a partire dagli scorsi mesi, alla stesura del primo Bilancio di Genere di questa Amministrazione; lavoriamo quotidianamente in stretto contatto con le realtà associative femminili e della Comunità Lgbt della Città, allo scopo di costruire momenti di partecipazione e sensibilizzazione. Lo scorso 17 Maggio abbiamo inaugurato in Via Ripagrande, in uno spazio messo a disposizione dal Comune, la prima Antenna antidiscriminazione, riconosciuta dalla Regione Emilia Romagna, per le segnalazioni omofobe. Queste sono solamente alcune delle cose fatte e degli obiettivi raggiunti, ma che ritengo siano utili e di valore per la Città. Certo, c’è sicuramente ancora molto da fare!

Le chiedo una riflessione sul prossimo referendum.
Domenica mi recherò al seggio, sicura della mia scelta. Voterò No al Referendum; la mia è una scelta di merito, non politica o ideologica. Ritengo la proposta di riforma un’occasione persa, l’occasione per presentare una proposta che fosse davvero condivisa e non approvata a colpi di maggioranza. La ritengo una proposta di riforma pasticciata che creerà molti più conflitti di quelli che si proponeva di risolvere; una proposta che sposta eccessivamente il peso sulla capacità decisionale del Governo a scapito della partecipazione, all’insegna di un nuovo centralismo. Una proposta che non amplia gli spazi di democrazia, ma li restringe; una proposta di riforma che operando sulla seconda parte della Carta Costituzionale, in realtà interviene pesantemente sulla prima, nella quale sono affermati i valori importanti della Libertà, dell’Autonomia, del valore costituzionale del Lavoro. Per tutte queste ragioni, domenica voterò No!

Roberto Bin: sì a una riforma costituzionale che è meglio di niente

Roberto Bin, docente di diritto costituzionale a Unife e direttore della rivista on-line “Forum di Quaderni costituzionali” e dell’Istituto di Studi Superiori Iuss di Ferrara, è sempre stato a favore del sì alla riforma costituzionale della ministra Boschi, fin dall’inizio di questa campagna referendaria, che a suo parere “è andata oltre i livelli della decenza: si ragiona poco sulle cose e si straparla”. Non stupisce quindi di trovare un suo contributo nel volume intitolato “Perché sì” (Laterza), presentato nei giorni scorsi nella Sala dell’Oratorio San Crispino all’ultimo piano della libreria Ibs-Libraccio.

Roberto Bin
Roberto Bin

Il professor Bin è chiaro: al referendum del 4 dicembre bisognerebbe votare sì “per dare una svolta al modo con il quale questo paese affronta le politiche pubbliche”, dalla scuola al lavoro, all’assistenza alle famiglie, “non c’è un tavolo di discussione comune” e quindi “di fatto non ci sono politiche condivise perché non ci sono istituzioni per raggiungere accordi a livello legislativo e non amministrativo”. Il vero clou della riforma per Bin è, infatti, il cambiamento delle camere e del procedimento legislativo fra i due rami del Parlamento. “Siamo l’unico paese al mondo ad avere due Camere uguali che fanno le stesse cose”, sottolinea il costituzionalista: con la riforma ci sarà una camera che rappresenterà i territori e si metterà in moto così un “principio di collaborazione istituzionale” fra chi farà le leggi, la camera dei deputati, e chi poi le dovrà applicare, il Senato con i componenti provenienti dalle regioni. A suo parere su questo nuovo Senato c’è molta confusione: “non rappresenterà i territori nel senso che i rappresentanti del Molise cureranno gli interessi del Molise e quelli della Lombardia tuteleranno la propria regione. Il Senato servirà per la rappresentanza del sistema delle autonomie, assicurandosi che le leggi dello Stato non ne ledano gli interessi”. Insomma, spiega ancora Bin, “la seconda camera serve a portare la rappresentanza democratica locale: perché le leggi dovrebbero essere imposte alle istituzioni locali?”
Qui, a chi scrive, sorge un’obiezione: se, come afferma lo stesso professore, starà comunque alla Camera che legifera accettare o meno le istanze e le obiezioni del Senato, questo ‘principio di collaborazione istituzionale’ non è piuttosto precario?
“È affidato al buon senso della Camera legislativa, fra Istituzioni non ci pesta i piedi: la Camera dovrà tener conto seriamente e avere rispetto delle opinioni del Senato”, è la risposta di Bin. “Lei pensi a cosa è successo nei giorni scorsi con la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge Madia: è un vistoso esempio del Governo che ha proceduto senza una giusta consultazione delle regioni. La conseguenza è il conflitto, che non fa bene a nessuno: se la Camera decide di approvare una legge specialistica che scavalca il sistema delle autonomie, la reazione è di conflitto, mentre se passa la riforma il Senato potrebbe segnalare la cosa alla Camera”.

E proprio a proposito del contenzioso Stato-Regioni, altro punto caldo della campagna referendaria, Bin confessa: “non cambia niente” perché “la riforma non fa che riprendere ciò che quindici anni di giurisprudenza della Corte Costituzionale hanno sedimentato”. Però ci sono “due accorgimenti non da poco: lo Stato può dettare solo disposizioni generali e comuni e sono indicate alcune competenze regionali”. In altre parole se la tutela della salute è competenza dello Stato, la programmazione spetta però alle Regioni.
La riforma del Titolo V quindi “non distrugge le competenze regionali come dice il Comitato per il no, che sostiene che il centralismo non avrà più confini: il centralismo c’è già e la causa è che non c’è un Senato che intervenga nella formazione delle leggi per difendere le autonomie”.
Secondo Bin “la follia del nostro sistema è non aver immaginato e inserito un procedimento di collaborazione e concertazione fra Stato e Regioni”, costringendo la Corte a decidere a tal proposito solo in base “all’interesse prevalente, regionale o statale”, un criterio piuttosto “aleatorio”, afferma Bin.

Sicuramente per il professore “la produzione delle leggi non è un problema”, al contrario di quanti sostengono la riforma per “avere leggi in tempi più rapidi”, come si legge sul sito del Comitato per il sì. Bin però precisa: “se non c’è qualcosa di delicato”. Come nel caso “del testamento biologico, della legge sulla prescrizione, del reato di tortura”, tutti provvedimenti fermi al Senato. Un’altra osservazione interessante del docente Unife riguarda un aspetto meno immediato e meno citato del nuovo iter delle leggi: “democrazia non significa solo votare ed eleggere, significa anche far valere la responsabilità di chi fa le leggi. Avere due camere che si rimpallano le leggi significa non sapere chi ha la responsabilità delle norme”. E fa l’esempio proprio della tanto vituperata immunità per i senatori, mantenuta anche per il nuovo Senato: “non si sa chi l’ha voluta, è apparsa in commissione al Senato, poi è stata tolta e rimessa più volte”.
Ed ecco un’altra obiezione: siamo sicuri di approvare un riforma costituzionale scritta da politici così, che per stessa ammissione del docente Unife “non guardano al di là del proprio naso”? Non sarebbe meglio cambiare loro piuttosto che la Costituzione?
La risposta di Bin – ahinoi! – non sembra fare una piega: “Le riforme le fanno i politici, non possiamo aspettare di avere gli angeli in Parlamento: i politici sono quello che sono, questa riforma risolve qualche problema, nel senso che ci porta a delle soluzioni istituzionali che sono quelle che hanno tutti i paesi moderni. Che anche i nostri politici abbiano raggiunto questa consapevolezza fa piacere, non possiamo dire che perché non sono lungimiranti tutto ciò che fanno è meglio che non lo facciano: dovrebbero fare di più, ma quello che abbiamo è questo”.

Per quanto riguarda il Cnel, secondo Bin “è un organismo superato nei fatti, non costa tantissimo, ma è sostanzialmente inutile”, mentre si dichiara “fortemente contrario alla logica di risparmiare sui costi della politica: è talmente importante che bisognerebbe investire in politica” dichiara il professore. Infine, per quanto riguarda la tanto paventata ‘deriva autoritaria’, il costituzionalista non ha dubbi: “i poteri del governo sono ristretti”.
Ed ecco la terza e ultima obiezione. Bin ha parlato di una maggioranza sottoposta al possibile ricatto delle minoranze con l’attuale sistema bicamerale, mentre con il nuovo procedimento la maggioranza di governo uscita dalle urne sarebbe meno soggetta ai veti delle minoranze: con il crescente astensionismo che si continua a registrare nelle ultime tornate elettorali – clamoroso il caso delle ultime amministrative nella nostra regione – si può davvero parlare di una maggioranza di governo che corrisponde a una maggioranza nel Paese?
“È un argomentazione un po’ strana: il drastico ridimensionamento di coloro che non vanno a votare si registra in tutto il mondo, non è un fenomeno solo italiano. Dopodiché chi non va a votare per definizione ha torto: se loro non vanno a votare la maggioranza è delegittimata? No, non vanno a votare e quindi preferiscono non esprimere la propria opinione. Ciò non toglie che dopo il voto una maggioranza esiste, non vedrei altra soluzione democratica. Il problema è cosa succede se i politici non sono in grado di mobilitare gli elettori”.

La Costituzione funziona. E’ il resto che non va

di Daniele Lugli*

Dal ginnasio giravo con la Costituzione in tasca. Credo un regalo della Cassa di risparmio. Stretta e sottile, con lettere piccole, piccole, che allora leggevo benissimo. E la leggevo spesso, ogni volta arrabbiandomi all’articolo 7. Alcuni articoli mi piacevano di più, altri di meno. Non ricordo me ne spiacesse qualcuno, tranne sempre l’articolo 7. La ricorrenza dei patti lateranensi era semifestivo: lectio brevis. Andavo a scuola con un piccolo segno di lutto, l’11 febbraio.
Anni dopo, la pretesa di un’amica femminista – scontenta della dizione “senza distinzione di sesso” del primo comma dell’articolo 3 – di mettere le mani sui primi articoli, sui principi, mi convinse che non era proprio il caso. Meglio considerarli intangibili: restasse pure l’articolo 7. L’esame di Diritto costituzionale sembrava fosse lì ad aspettarmi. Fu un vero piacere.

Poi ci sono stati alcuni ritocchi alla Costituzione. Se ne poteva anche fare a meno. Uno più imponente c’è stato con il nuovo millennio: la riforma del Titolo V, quello sulle Regioni, le Province, i Comuni. E ci fu un referendum e ho votato a favore. Vinse le mie perplessità un bravo costituzionalista, che ora vorrebbe votassi di nuovo a favore, distruggendo completamente la riforma di allora. Mi pare insensato. Negli anni, con qualche intervento anche della Corte costituzionale, si è infine assestato un modo di procedere tra Stato, Regioni, Autonomie locali. Cambiando si ricomincerebbe da capo con le incertezze, le dubbie interpretazioni, sino a raggiungere, dopo qualche anno, un nuovo assetto che non si preannuncia migliore.

Ma il pezzo forte non è questo: sarebbe il ridimensionamento del Senato, con la fine del ping pong delle leggi tra le due camere. Ai miei tempi si diceva che le leggi potevano, tra Camera e Senato, fare “navetta”, un congegno del telaio che va avanti e indietro, per attuare la tessitura. La tessitura delle leggi è divenuta nel tempo sempre più scadente. Il nuovo assetto garantirebbe, si dice, la possibilità di fare più leggi e in tempo minore.
E’ la cosa che ci serve di meno in assoluto per la proliferazione legislativa e la scarsa qualità di contenuti e forma che la caratterizzano. Questa qualità andrebbe migliorata e non trasposta in Costituzione, come attesta invece la formulazione dell’articolo sostitutivo dell’attuale 70.

Ho studiato a lungo questioni organizzative. C’è solo una regola della quale mi sono convinto: se una cosa funziona non l’aggiustare.

*Movimento Nonviolento, già Difensore Civico Regionale dell’Emilia Romagna

Del referendum dico: “Per fortuna che sta finendo”

di Diego Gustavo Remaggi

Per fortuna ci siamo, in lontananza si sentono ancora gli ultimi spari delle cartucce in tasca ai due schieramenti. In sostanza, poca a dir la verità, lo schieramento del sì ha avuto un approccio del tutto inadeguato alla campagna referendaria. I contenuti sono molto pochi, il terrorismo indirizzato alla paura del post 4 dicembre è tanto. Ad esso si legano tanti temi, dalla salute alle sorti economiche del Paese stesso. Questo, all’insegna di un cambiamento, ma non di un cambiamento positivo o negativo, di un cambiamento e basta, come se bastasse il significato lessicale stesso del termine a darne una connotazione squisitamente vantaggioso per il Paese. L’importante è arrivare al 5 dicembre e cambiare pagina, dice Renzi, poi si vedrà. Ma davvero funzionerà come scommessa sul futuro?

Essenzialmente la presa di posizione renziana è basata sull’accentrare i favori delle classi sociali che qualche soldino nelle tasche lo hanno ancora, quella che viene definita “maggioranza silenziosa”, storicamente e giornalisticamente parlando: “vari movimenti d’opinione di ispirazione cattolica, conservatrice o moderata”. Ma diciamo pure che dalla sua, Renzi, ha anche una bella mano d’aiuto da endorsment internazionali, dall’Ocse e quotidiani schierati con corrispondenti dalla camicia bianca slip fit d’ordinanza. Qualche esempio? Il Financial Times che profetizza il fallimento di otto banche italiane in caso di vittoria del no, il Daily Telegraph che calca la mano sul pericolo dell’uscita dall’euro, Figaro che sostiene l’inquietudine dei mercati facendo confusione tra Brexit e vittoria del No. Se vogliamo dirla tutta, nei noti pastoni da quarta o quinta pagina si butta nel mezzo anche il temutissimo fallimento del vertice di Vienna sui tagli alla produzione petrolifera. Sì, è chiaro che non c’entra assolutamente nulla, ma fa numero e fa gioco.

In realtà nulla di tutto ciò ha un qualche fondamento reale. Partecipando, per lavoro, a diverse iniziative da parte dei diversi schieramenti ho potuto notare una cosa, interessante ma al tempo stesso significativa delle due diverse organizzazioni referendarie. Quasi tutte gli eventi organizzati dai sostenitori del sì hanno avuto in cartellone nomi “grossi” della politica nazionale e regionale, che non si sono fatti mancare di nulla, dalle spillette ai materiali informativi stampati con un design certosino e ovviamente costoso, a meno che pure chi si è occupato della parte editoriale non lo abbia fatto a gratis, ma ne dubito. Gli eventi organizzati dal comitato per il no hanno basato la loro campagna su una diffusione capillare di micro-esposizioni, mini-relazioni con cui hanno intrattenuto un vasto pubblico votante. Dalla loro, associazioni come Anpi, Arci, sindacati, comitati civici eccetera, con pochi nomi in vista e tanta discussione data dagli incontri con cultori della materia, accademici o costituzionalisti.

Personalmente ho trovato più convincente la campagna referendaria del No, e non solo perché io mi trovi già politicamente vicino ad un partito che sostiene un tale esito del referendum, ma perché è stata nella sostanza più efficace sotto ogni punto di vista, sia dal campo comunicativo che da quello più strettamente politico. Ritengo che Matteo Renzi abbia in qualche modo voluto dividere in due il Paese con una riforma costituzionale e questo per me è già un segnale “sospetto” della sua politica aperta al cambiamento indefinito di una identità sociale e civile come quella italiana. Un cambiamento in cui non riesco a vedere nessuna accezione positiva, specie se considerato esso stesso come punto di forza della campagna per il si. Un cambiamento non è un valore di per se: le cose possono cambiare in meglio o in peggio. Tralasciamo pure il fatto che sia di per sé improprio che un governo si faccia promotore di una revisione costituzionale, non è affatto inclusivo non permettere a tutte le forze politiche rappresentative degli italiani di potersi sentire parte di un così importante cambiamento.

Ne va del ritenere l’Italia un paese unito e nel volerlo disgregare soprattutto nella sua rappresentanza politica. E questo a me proprio non piace. Per tale motivo, assieme a tanti altri, voterò con molta serenità e sicurezza il mio no al cambiamento della Costituzione.

Perché sì, una voce dalla Provincia:
intervista a Francesco Colaiacovo, presidente del Conservatorio Frescobaldi

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Nella settimana decisiva per il Referendum del 4 dicembre, oltre che per il futuro del Governo Renzi, fra le tante voci di questa aspra campagna elettorale, una delle più interessanti da ascoltare nel panorama locale ferrarese è quella di Francesco Colaiacovo.
Attuale Presidente del Conservatorio di Musica Girolamo Frescobaldi e con una formazione giuridica, Colaiacovo ha alle spalle diverse esperienze, da quella militare in aeronautica a quella politica in qualità di Presidente della Circoscrizione Nord-Ovest di Ferrara dal 1997 al 2004 e di Presidente del Consiglio Comunale di Ferrara dal 2009 al 2014, oltre alle quelle di volontariato in realtà quali “Agire Sociale” e “Città del Ragazzo”.
Una conoscenza profonda e ricca di sfaccettature, con le idee molto chiare su come realmente funzioni la riforma e su quale decisione secondo lui più saggio prendere.

Nel quesito referendario se ne parla, ma in realtà pochi sanno di che cosa si tratti: che cos’è il Cnel?
Il Cnel è il Comitato Nazionale dell’Economia e del Lavoro; si tratta di un organismo di valenza costituzionale che aveva lo scopo di fare proposte di legge da proporre in Parlamento in tema, appunto, di economia e di lavoro. Doveva essere una fonte di idee ma in realtà ha fatto poco più di dieci proposte in 70 anni anni a fronte di un costo molto importante in termini di indennità e di infrastruttura burocratica.

Con la riforma verrebbe meno il bicameralismo perfetto, ma non il bicameralismo. Come funzionerebbe il nuovo modello e che vantaggi porterebbe?
Il principale effetto della riforma da questo punto di vista sarebbe quello di mettere solo in capo alla Camera dei Deputati, eletta a suffragio universale, l’emanazione delle leggi e la fiducia al governo. Si tratta del modello che adottano tutti i principali paesi democratici occidentali. Il Senato avrebbe, invece, poteri limitati rispetto a prima in campo legislativo. Rimarrebbe tuttavia il sistema attualmente in vigore nel bicameralismo perfetto per quanto riguarda le leggi di modifica costituzionale, gli ordinamenti territoriali e le leggi che disciplinano la presenza dell’Italia nell’Unione Europea. Si tratterebbe del 3% delle leggi che vengono fatte, per il resto il Senato avrebbe prettamente una funzione di proposte ed emendamenti rispetto alle leggi approvate alla Camera. Da quando verrebbe approvata una legge, il Senato avrebbe 10 giorni di tempo per chiedere di poter discutere di quella legge e 30 giorni per esprimere un parere rispetto al quale la Camera dovrebbe poi pronunciarsi in via definitiva.
Il Senato diverrebbe la “Camera delle Autonomie”, in quanto vi sarebbero i rappresentanti delle Regioni, oltre a 21 sindaci e diverrebbe il luogo dove tali rappresentanti potrebbero far valere le ragioni territoriali. A oggi il dibattito rispetto agli interessi e alle esigenze delle Regioni avviene nelle Conferenze Stato-Regioni, una volta che le leggi sono approvate. Tali conferenze hanno quindi un mero potere consultorio. Riguardo a tali leggi, invece, il nuovo Senato potrebbe proporre emendamenti prima della conclusione del processo legislativo, e anche l’eventuale bocciatura di tali emendamenti da parte della Camera, sarebbe un atto politico molto pesante. Inoltre il Senato parteciperebbe direttamente all’elezione del Presidente della Repubblica: con la riforma, il quorum dei tre quinti dalla quarta votazione implica una maggioranza più ampia rispetto a quella che sostiene il Governo e questo darebbe un peso al Senato ben maggiore di quello attuale, soprattutto nel momento in cui vi fossero due maggioranze diverse. Una grande novità sarebbe l’obbligo per i parlamentari di partecipare alle sedute, cosa che oggi non è presente nella Costituzione permettendo un tasso di assenteismo elevatissimo.

Qualora la Camera agisca contrariamente a un emendamento emesso dal Senato sarebbe una scelta di valenza politica molto forte. Per come sarebbe costituito il nuovo Senato, però, sarà molto più facile rispetto a prima avere una maggioranza di colore diverso qui e alla Camera. Rischieremmo quindi una deriva autoritaria da parte di quest’ultima?
È sempre una questione di scelta politica: non rispettare gli emendamenti proposti dal Senato quando ci sono in gioco politiche che hanno a che fare coi territori, per esempio il bilancio della sanità, significherebbe assumersi la responsabilità politica di dover affrontare l’opinione dei territori, i cui residenti esprimeranno i propri giudizi tramite il voto. Chiaramente a volte la Camera avrà l’onere di prendere decisioni contro agli interessi dei singoli territori, ma si tratta di una cosa che già accade, se non altro la riforma permetterebbe un momento di dibattito.

Il quesito referendario è stato da più parti accusato di essere populista, lei cosa ne pensa?
Il quesito è effettivamente accattivante, può essere populista lo sbandierare i risparmi che si otterrebbero con la riforma, ma ci sono dei fatti che sono oggettivi. La democrazia ha sempre un costo, però una buona democrazia può funzionare in maniera virtuosa. Il principale scopo della riforma è quello di rendere più efficiente il funzionamento dello Stato ed obiettivamente ci sarebbe un risparmio evidente: si passerebbe dai 315 Senatori attuali con indennità a solo 100 senatori senza indennità aggiuntiva rispetto a quelle che già hanno per i loro incarichi territoriali. Così come non è populista abolire il Cnel, eliminando un ente inutile e riducendo i costi in maniera importante.

Ma sarebbe davvero tutto più semplice? Si dice che ci sarebbero ben dieci modi diversi per approvare le leggi, mentre prima bastava solo la doppia approvazione…
Anche oggi ci sono diversi modi oltre a quello “classico”: la legge ordinaria, il decreto legge, la legge delegata, ci sono poi forme in cui le commissioni parlamentari possono pronunciarsi in sede deliberante, ed altre ancora. Non cambierebbe più di tanto sotto il punto di vista del numero dei metodi di approvazione, il vero cambiamento sarebbe in termini di snellezza ed efficienza. Fra l’altro si eviterebbe di dover assistere a decreti legge portati avanti all’infinito come vediamo oggi.

È stato proposto, fra gli emendamenti al testo di legge, un importante taglio agli stipendi dei parlamentari. Come mai, se lo scopo della riforma è “ridurre i costi della politica”, tale emendamento è stato rifiutato? Pensa che sia stata una scelta corretta?
Non si trattava di un emendamento alla legge costituzionale, in quanto la nuova legge costituzionale non parla degli stipendi dei parlamentari, ma dice soltanto che dove i senatori prima potevano godere di un’indennità, in futuro non avranno più tale diritto. Si trattava di una proposta di legge ordinaria da parte dei Cinque Stelle, il fatto è che quando si parla di un’indennità di un parlamentare la cosa va discussa in modo organico e non con una proposta di legge spot. A ogni modo è molto più importante in questo momento che il parlamentare abbia un obbligo di presenza sul posto di lavoro piuttosto che la riduzione del suo stipendio. È curioso fra l’altro il fatto che il partito che ha proposto tale disegno di legge sia stato lo stesso a nominare un Capo di Gabinetto a Roma con uno stipendio di 293mila euro. Non si può fare un ordine del giorno soltanto per mettersi in evidenza, bisogna ragionare concretamente su cosa serva all’Italia per funzionare meglio.

Sempre in tema di potere al popolo, con il progetto di riforma passerebbe da 50.000 a 150.000 il numero di firme necessarie alle leggi di iniziativa popolare.
Oggi bastano 50.000 firme per le proposte di legge di iniziativa popolare, ma quello che manca è l’obbligo di discussione in Parlamento riguardo a tali leggi. Perciò in 70 anni di Costituzione abbiamo avuto pochissimi disegni di legge di iniziativa popolare discussi in Parlamento, generalmente tali proposte non vengono neanche prese in considerazione. Se si vuole dare dignità al cittadino che si mette in strada a raccogliere firme bisogna garantirgli che il disegno di legge per cui si batte andrà discusso. La riforma introduce quest’obbligo per il parlamento previo il raggiungimento di un numero maggiore di firme, 150.000 appunto. Ma non è tutto: la norma costituzionale oggi dice che il cittadino per richiedere un referendum abrogativo deve ottenere 500.000 firme e perché tale referendum sia valido bisogna raggiungere il quorum del 50%+1 degli aventi diritto. Tutto questo con la riforma rimane. La grande novità sta nel fatto che se il quesito ha un sostegno popolare così forte da raggiungere le 800mila firme, perché il referendum sia valido basta raggiungere un quorum del 50%+1 degli elettori alle scorse elezioni politiche.

Matteo Renzi la scorsa primavera disse che se avesse fallito il referendum avrebbe lasciato la politica, in questo modo ha portato quello che doveva essere un referendum costituzionale ad essere un voto sulla sua persona, crede che sia stata una buona idea?
No, l’ho criticato subito perchè la Carta Costituzinale deve andare al di là delle persone e dei partiti: tutti i cittadini vi si devono riconoscere. Si ha una vera democrazia nel momento in cui può esserci alternanza, e deve essere garantito il buon governo di chiunque venga eletto e abbia la rappresentanza. Per questo Renzi ha sbagliato a personalizzare il referendum, se n’è poi reso conto e ha cercato di rimediare ma ovviamente le controparti non si sono lasciate sfuggire l’occasione di sfruttare questo errore che gli potrebbe costar caro. È anche vero che questo non è un governo politico, ma un governo nato dal fatto che nel 2013 le elezioni non le ha vinte nessuno: quando Napolitano promosse un governo di scopo ed accettò il suo secondo mandato lo fece soltanto a condizione che il Parlamento facesse le riforme. Alla luce di ciò la riforma principale è senz’altro quella costituzionale che andremo a votare il prossimo 4 dicembre. È chiaro che se non passa il referendum questo Governo non ha più ragione di esistere, ma questo non lo deve dire Renzi, è già parte del mandato.

Referendum Costituzionale, c’è chi dice “boh”
Ad un passo dal voto regna ancora il caos

[Pubblicato il 14 ottobre 2016]

Dunque il 4 dicembre si vota al referendum per dire sì o no alla riforma costituzionale che porta la firma della ministra Maria Elena Boschi. Se sia o no una buona riforma, il fatto stesso che il fronte dei costituzionalisti italiani sia irriducibilmente diviso, sembra di per sé una prova che si poteva fare meglio. Anche le perplessità nel fronte dei favorevoli suonano come una conferma a questo ragionevole dubbio (per Massimo Cacciari, senza mezzi termini, è “una puttanata”).
Ulteriore prova è che su una quantità di questioni è possibile dire tutto e il suo contrario. Esempi?
Partiamo dal quesito scritto sulla scheda. Come dicono tanti: tendenzioso. Difficile negarlo. D’altra parte, è altrettanto vero che si tratta del titolo della legge. E allora di chi è la colpa se deputati e senatori che oggi sbraitano sul punto, non hanno posto la questione durante le sei letture del testo complessivamente fatte nei due rami del Parlamento?

Come scrive Massimo Franco (Corsera del 6 ottobre), è parso poi maldestro il tentativo di attribuirne la responsabilità alla Presidenza della Repubblica, quando una nota del Quirinale fa sapere che il quesito è stato “valutato e ammesso dalla Corte di Cassazione”.
Si può andare veloci sulla questione degli imbarazzi che ciascuna delle singolari alleanze prodotte da questa contesa può rilanciare nell’altrui metà campo: da una parte Renzi-Verdini, dall’altra D’Alema-Brunetta-Civati-Salvini …

Non meno controverso è l’impianto della riforma. Difficile dare torto a Marco Travaglio e Silvia Truzzi nel loro libro “Perché no”. Quando la sinistra si mise di traverso alla riforma costituzionale del 2005 dell’allora governo Berlusconi (poi bocciata dal voto popolare), quello che sorprende non è tanto una differenza di posizione fra due riforme oggettivamente diverse (quella cambiava la forma di governo: il presidenzialismo, questa formalmente no), quanto le ragioni che scongiuravano di non compiere quel passo. Ci fu un vero e proprio diluvio di parole, essenzialmente su due fronti.
Il primo: non si cambia la Costituzione, che è di tutti, a colpi di maggioranza, altrimenti ogni maggioranza si riscrive la sua. Il secondo: la Costituzione più bella del mondo non va stravolta (erano 53 gli articoli toccati nel 2005), ma basta modificare pochi e singoli articoli. “Semplicemente perché non ce n’è bisogno”, scriveva l’Unione del centrosinistra nel suo programma del 2006. Qualcuno si spingeva a limitare ulteriormente l’ambito di possibili incisioni, ritenendo sufficienti leggi ordinarie, oppure la sola legge elettorale.

Ora, lasciando stare la riforma del 2001 del titolo quinto, targata centrosinistra (avvenuta coi soli voti di quella maggioranza), effettivamente è difficile trattenere la domanda: cos’è cambiato oggi perché la stessa parte politica arrivi a riscrivere 47 articoli? Per inciso, La Civiltà Cattolica (28 maggio scorso) scrive della modifica di 43 articoli della seconda parte, uno della prima, abrogazione di quattro, cambio di tre leggi costituzionali e introduzione di 21 nuovi commi come disposizioni transitorie, ma non perdiamo il filo.

Altro esempio: c’è chi dice che il nuovo Senato, non più elettivo, anziché essere composto dai consiglieri regionali, oltre ai sindaci e ai senatori a vita nominati dal presidente della Repubblica (e qui c’è anche l’obiezione: cosa ci fanno nella camera delle autonomie locali?), avrebbe potuto essere formato dagli assessori delle giunte regionali. Così sarebbe stata più chiara l’impronta amministrativa e di governo dei territori, invece di quella politica (i consiglieri espressione dei partiti).
Sul punto hanno replicato il costituzionalista Stefano Ceccanti (Il Mulino 4/2016) e Carlo Fusaro (docente di diritto pubblico comparato, su Aggiornamenti Sociali 6-7/2016), che il modello Bundesrat tedesco non è stato possibile perché il Pd controlla 17 governi regionali su 21 e qualcuno avrebbe certamente puntato il dito sulla furbata politica. C’è poi l’obiezione del “combinato disposto” di riforma costituzionale e nuova legge elettorale (Italicum), vera e propria anticamera verso derive autoritarie. E’ stato il filo conduttore del faccia a faccia tra Gustavo Zagrebelski e il presidente del Consiglio nello studio di Enrico Mentana a La 7.

Si può capire che lo stesso Carlo Fusaro, apertamente schierato per il sì, eccepisca che in Gran Bretagna il premier è il risultato di un sistema maggioritario in collegi uninominali e che non rappresenti mai la maggioranza assoluta degli elettori (La Nuova Ferrara 2 ottobre). E’ storicamente successo che lì abbia vinto le lezioni un partito, nonostante quello sconfitto abbia avuto numericamente più voti. Eppure nessuno si sognerebbe di definire la Gran Bretagna una dittatura.
Diverso è se a smontare la tesi del “combinato disposto” è uno schierato dalla parte del no come il politologo Gianfranco Pasquino: “una eccessivamente temuta deriva autoritaria” (La Nuova Ferrara, stesso giorno). Si potrebbe andare avanti con gli esempi, come sul raffronto fra le nove parole dell’attuale articolo 70 della Costituzione e le 438 usate dal riformatore nel nuovo, ma la musica non cambia: ci sono ragioni da una parte e dall’altra.

Per tentare di capire di più (o per complicarci la vita), è utile spostare l’attenzione dal testo al contesto. Michele Salvati fonda la necessità di rendere le democrazie più veloci su alcuni “passaggi storici epocali” (Il Mulino 4/2016) e quella italiana, secondo lui, avrebbe bisogno di essere più rapida per tenere il passo coi tempi. Più terra terra, ma non meno interessante, il ragionamento di Bruno Manfellotto su L’Espresso (2 ottobre). “E se vince il no?”, si chiede l’ex direttore del settimanale.
Certamente c’è vita, come qualcuno dice, dopo il 4 dicembre in caso di sconfitta del sì.
Anzi, anche in questo caso ci sono costituzionalisti che rivolgono l’appello del no perché poi sarebbe complicato tornare su norme una volta rafforzate dal consenso popolare, ma ce ne sono altri che dicono l’opposto.

La bocciatura referendaria, questa la lettura, rende possibile lo scenario del “Renzi a casa”, peraltro innescato dall’iniziale personalizzazione che lo stesso presidente del Consiglio ha voluto dare alla questione. Lo vuole la destra e lo vuole quella parte della sinistra che ha visto il ritorno in grande stile di Massimo D’Alema, il cui programma del suo Pds nel 1994 prevedeva una riforma tremendamente simile a quella oggi definita una schiforma e a cui il partito della nazione fa lo stesso effetto della croce per Dracula. Ha detto Enrico Mentana che l’uditorio presente al lancio del comitato per il no dell’ex “lider Massimo” più che antirenziano è parso antidiluviano. Un’ipotesi tutt’altro che di scuola quella della fine dell’esecutivo se prevale il no, visto che sulla riforma il governo ci ha messo tutto il suo peso e che, come ha detto Ezio Mauro, è difficile pensare a Renzi disposto a fare l’anatra zoppa.

Qui le ipotesi si accavallano fra un governo di unità nazionale con lo scopo di fare una nuova legge elettorale, visto l’azzardo di andare a votare con l’Italicum per la Camera e il Consultellum (ossia il Porcellum falciato dalla Corte costituzionale) per il Senato rimasto tale e quale, con lo spettro di due maggioranze diverse e in mezzo le grida di M5S e Salvini che darebbero del traditore al presidente della Repubblica nel caso non se la sentisse di mandare tutti alle urne in queste condizioni.
Come se non bastasse, anche l’Italicum è sotto giudizio della Corte, la quale, non a caso, ha detto che deciderà dopo il referendum e in tanti non si aspettano buone notizie. Sarà anche per questo che dopo l’iniziale “va bene così” ora pare riaprirsi il discorso sul piano politico. Nel ritorno in pompa magna di sua maestà l’ignoto, è comprensibile che il capo dello Stato stia reclamando la messa in sicurezza dei conti pubblici (si approvi prima la legge di stabilità), senza contare che nel frattempo c’è una parola sussurrata con sospettosa insistenza: proporzionale.

Si fa strada la tentazione di un ritorno alla legge che, si dice, garantirebbe la più diretta rappresentanza degli elettori. Lo ha detto anche il costituzionalista Massimo Villone in un recente dibattito ferrarese timbrato cinque stelle: il proporzionale ha consentito l’approvazione di leggi italiane di grande contenuto civile. Il professore ha dimenticato di ricordare che è il sistema di voto che ha sorretto anche il pentapartito, dal patto del camper che inaugurò il Caf (Craxi-Andreotti e Forlani) nei primissimi anni ’80, fino alla deflagrazione di tangentopoli nei primi ’90. Un decennio e oltre, fra i cui frutti più velenosi ci ha lasciato in eredità l’everest di un debito pubblico fra i primi al mondo e che nessuno sa come abbattere.

Un sistema rivelatosi esattamente all’opposto della rappresentanza popolare, perché i partiti fecero e disfecero alleanze, maggioranze e governi, prescindendo dalle volontà di voto.
Esteso è quindi il fronte del no, scrive Manfellotto, “ma non ha un leader di riferimento e nemmeno una strategia condivisa e – conclude parafrasando Mao Tse Tung – grande è la confusione sotto il cielo del no”.

In parole povere? Speriamo solo di non perderci tutti

Vediamo di seguire la logica e di non farci prendere dal panico. Se non si vuole avere un Senato zavorra, bisogna votare ‘Sì’. Poi però dobbiamo cuccarci quella nuova subcreatura composta di consiglieri regionali potenziati. Per forza. Non si scappa: questa è la legge ‘causa-effetto’. Allora aspetta, forse è meglio votare ‘No’. E rimarrà tutto così com’è. In ogni caso è del tutto inutile: hanno detto in tv che il problema è la legge elettorale. Il Primo Ministro invece avverte che quella di domenica è la nostra unica occasione per smetterla di pagare così tanto i politici. O meglio, così tanti politici, che è un po’ diverso. Quindi che fare? Panico. Aspetta. Ritorniamo al punto di partenza.

Dunque io voglio abolire il Cnel. Oh, su questo non ci piove. Mi ha sempre dato fastidio il nome Cnel. E questo è risolto. Poi continui a pensare. Da una parte togliamo il potere alle Regioni, dall’altro creiamo una nuova casta di consiglieri intoccabili. Di nuovo il panico di prima. Aspetta. Ritorniamo al punto di partenza.

La verità è che questo è un referendum difficile. Non che votare sia mai stato facile. Tuttavia in questo caso c’è qualcosa in più. La complessità è data non tanto dall’indecisione del cittadino, ma dal labirinto di strade e stradine, vicoletti, rotonde, bivi che sono impliciti nel quesito referendario. Se almeno ci avessero lasciato l’illusione di votare pro o contro il Presidente del Consiglio, pro o contro l’Europa. Questo quesito referendario nasconde un mare di questioni, nessuna visione bianca o nera. Bisognerebbe votare per il “Sì, però…” o per il “No, tuttavia…”. Oppure creare caselle apposite come “Ciononostante dico…”, o altre.

Aggiungici che, presentato come è stato presentato dai nostri politici, l’insidioso sopracitato quesito non sembra neppure una domanda vera e propria, ma un ricatto: “Se non voti così sappi che poi…”. Di poche cose siamo certi, una di queste è che entrambe le strade al bivio sono salti nel vuoto, con la complicazione di una legge elettorale non riformata che è come un coltello puntato alla gola.

Noi di FerraraItalia abbiamo deciso di lasciare ai talk e agli altri giornali tutta la retorica politically correct, le pagine equamente separate, i tempi attentamente cronometrati. Abbiamo chiesto a qualche nostro autore di fare ‘coming out’ allo scopo di svincolare il politicamente corretto e di confrontarci a carte scoperte. Non so se ci siamo riusciti, ma di sicuro potremo aiutare un po’ gli indecisi a formarsi un’idea, cambiare prospettiva, buttarsi.

Non sappiamo chi vincerà, noi speriamo solo di non perderci tutti.

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