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L’EVENTO
Creatività a confronto: la fotografia vista da Maria Chiara Bonora e Denise Ania

di Linda Ceola

 

Foto di Valerio Spisani
Foto di Valerio Spisani

Due donne. Un esplosione di tenera creatività. Due approcci emozionali divergenti supportati da due mezzi fotografici diversi, l’uno digitale, l’altro analogico. Due processi creativi a confronto che trovano però un punto comune. La sensibilità, carica di sensualità e dolcezza.
Sensibile è infatti il titolo che Riaperture, associazione ferrarese neonata, ha scelto di dare ad un appuntamento fotografico tutto al femminile, che ha visto protagoniste Maria Chiara Bonora e Denise Ania mercoledì 7 dicembre scorso, alle h 21 presso ilturco, spazio coworking.

Maria Chiara Bonora inizia ad usare la macchina fotografica all’università, nei rilievi architettonici di edifici fatiscenti da restaurare, per poi sviluppare un rapporto più appassionato con l’obiettivo lavorando in uno studio di architetti, che a conclusione dei lavori era solito commissionare e pubblicare un reportage fotografico delle proprie opere. E’ qui che Maria Chiara inizia a dare un’”identità architettonica” al suo rapporto con la fotografia che diventerà il distintivo dei suoi lavori: “La fotografia che stavo facendo e l’architettura che si trovava di fronte a me avevano molte cose in comune, entrambe dovevano essere composte, avere una struttura, una gerarchia, delle proporzioni”.

Dopo questa esperienza Maria Chiara percepisce il potenziale creativo del mezzo fotografico ma non sa ancora bene come accrescerlo; inizia così a frequentare un circolo dedito ad esso, scegliendo di prendere parte ad un progetto sul pane ferrarese intitolato “L’anatomia della coppia”, dove attraverso un obiettivo macro interpreta in chiave erotica la tradizionale coppia ferrarese. “Dopo questo lavoro non sapevo come sviluppare questa possibilità di esprimermi e così mi sono fermata per anni, poi ho incontrato delle persone che hanno risvegliato in me il desiderio di riprendere” dice Maria Chiara, che questa volta però ha un intento preciso: costruire la fotografia. Progettarla. “Disegnare un’idea, cosa che proviene dalla mia formazione di architetto, rende più comprensibili concetti che altrimenti sarebbero difficilmente visualizzabili, inoltre mi aiuta a ricordare e fissare il risultato che voglio ottenere”.
Tra una fase e l’altra, l’idea, la documentazione, la stesura degli scritti, l’organizzazione dello spazio e l’accaparrarsi gli strumenti necessari allo scatto, passa sempre del tempo che per Maria Chiara è di estrema importanza per capire se ciononostante continua a ritrovarsi nel progetto ideato inizialmente o se il filo conduttore si è perso, portandola quindi ad abbandonare il lavoro.

“‘Del labirinto dentro e fuori di sé’ è un progetto che mi ha appassionato molto e in cui ho individuato la metafora di un percorso mirante alla consapevolezza di un valore interiore” dice Maria Chiara riferendosi successivamente alla sua fonte di ispirazione per questo lavoro, ossia il celebre Labirinto di Cnosso in cui al suo interno non si nascondeva un tesoro bensì un uomo dalle mostruose sembianze: il Minotauro. Effettua così una trasposizione grafica, prima proiettata e in seguito immortalata fotograficamente del suddetto labirinto sul proprio corpo, che diventa esso stesso intrico in cui farsi spazio per arrivare alla propria essenza più intima. Anche in questa occasione Maria Chiara suggerisce di soffermare l’attenzione sui molteplici piani presenti, che lo scatto nel suo compiersi abbatte, ossia lo sfondo bianco, il soggetto, il proiettore e la macchina fotografica, che necessitano di essere posti ad una precisa distanza frutto di un accurato studio iniziale.
Attualmente Maria Chiara è impegnata in un lavoro intitolato “Oniricon” riguardante i sogni che l’artista ha realmente fatto e poi scelto di abbozzarli su carta attraverso disegni e parole: “questi sogni raccontano la storia di un ritorno di qualcuno che non c’è più, ma senza malinconia né dramma; essi servono a me per tirare fuori delle sensazioni che altrimenti non uscirebbero, analizzandole ed elaborandole”.

Come rappresentare dunque i sogni attraverso la macchina fotografica? Maria Chiara individua due
fasi della narrazione: il presente di oggi che vuole ricordare e il passato rappresentato dal sogno e quindi dal ricordo, che devono assolutamente coesistere in un’unica immagine. “Ho affidato alla diapositiva il compito di rappresentare il sogno o comunque l’evento principale dello stesso e poi ho proiettato questa diapositiva su superfici in spazi diversi; una volta proiettata al buio l’ho fotografata rendendo chiara la coesistenza tra le due diverse dimensioni”. Le connessioni tra diapositive e superfici sono dettate da suggestioni assolutamente personali e legate al mondo onirico pertanto illogiche. Potremmo dunque definire Maria Chiara Bonora autrice di architetture fotografiche al confine tra il sogno e la realtà, anticipate da una sapiente progettazione su carta, fatta di schizzi e parole intrise di sensuale femminilità.

Denise Ania diversamente da Maria Chiara Bonora sceglie di utilizzare un mezzo fotografico analogico costruendo intorno ad esso la sua “poetica fotografica”. Subito ci porta con sé ad Istanbul città in cui si recò per motivi di studio inerente alla fotografia, mostrandoci alcuni scatti correlati tra loro da un termine conduttore appositamente selezionato, Charme. “Non porto sempre la macchina fotografica con me, non sono una fotografa d’assalto, ho un rapporto particolare con questo mezzo che uso solo quando sento una spinta irrefrenabile”. Inizia infatti a scattare fotografie solo dopo tre mesi di permanenza ad Istanbul, nell’intento di cogliere il fascino della città, intriso di contrasti, che Denise associa al colore rosso, colore dell’amore, della morte, della sessualità. La desolazione degli edifici altissimi che si elevano con l’unico scopo di contenere persone senza prevedere un contesto circostante di vivibilità, diventano presto oggetto delle sue attenzioni, dichiarandosi molto più attratta dai luoghi rispetto alle persone che sceglie di evitare di fotografare temendo in qualche modo di violarle.

Denise compra proprio ad Istanbul una Yashica, la macchina che più si addice alla sua idea di fotografia, cioè il risultato di un attesa che il mezzo digitale annulla completamente. Un attesa che non sempre da i frutti sperati ma che a Denise piace molto, definendola “gioco imprevedibile”. “Non so mai se le mie fotografie verranno a fuoco e quindi ho sviluppato un certo amore e una fiducia reciproca nei confronti del mio mezzo. Accetto quello che mi da e talvolta mi stupisce”. In Cappadocia per esempio Denise si lascia attrarre da una signora anziana e dal suo sguardo intenso e dopo lo sviluppo della fotografia scopre che la sua macchina ha scelto di mettere a fuoco lo sfondo anziché la figura della signora, portando l’attenzione all’interno della sua casa.

Un altro ambito interessante per Denise è quello dell’autoritratto: “anche qui non progetto niente, appena arriva la chiamata dell’autoritratto sposto tutto, sistemo la macchina fotografica e io sono lì”. Il tempo è una tematica ricorrente negli scatti di quest’artista, che già a 27 anni inizia ad avvertire un principio di decadimento fisico, che la fotografia in questo caso aiuta a fissare. Nel suo primo autoritratto realizzato non casualmente nel giorno del suo compleanno, il volto di Denise a noi nascosto è rivolto verso un quadro rappresentante un vaso di fiori, simbolo della caducità che incombe. “Non faccio mai degli autoritratti con sguardo diretto in camera, non intendo provocare nè focalizzare la mia attenzione sul sesso, ciononostante non mi limito ad inserire delle parti di nudo”. Restando in quest’ambito Denise ha trovato interessante anche l’utilizzo della webcam come strumento fotografico al fine di realizzare degli autoritratti senza identità in quanto privati interamente della testa del soggetto. Trattasi in questo caso di un’idea di progetto ancora abbozzata che l’artista intende sviluppare, come quello focalizzata sulla città di Ferrara che al momento conta solo uno scatto e che ha già intitolato Grazia. Denise non ama progettare con largo anticipo, si definisce “disorganizzata” e preferisce scattare solo quando sente che il momento è propizio, spinta da una forte energia e sensibilità emozionale.

Due processi creativi singolari, quello di Maria Chiara Bonora e Denise Ania che hanno voluto raccontarci cosa si cela dietro alle loro immagini.
La strada verso il photofestival di Riaperture che si terrà a marzo 2017 è ancora lunga. Stay tuned per il prossimo appuntamento fotografico!!
http://riaperture.com/
http://www.ilturco.it/

(Tutte le foto sono di Valerio Spisani)

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