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VICTOR STOICHITA: DIMENTICARE / TORNARE.
Biografia di un giovane talentuoso vissuto Oltrecortina.

 

Victor Stoichita

Da sempre leggo Victor Stoichita, ben prima che venissero pubblicati dal Saggiatore i suoi Breve storia dell’ombra, L’invenzione del quadro, Effetto Sherlock… Lo sanno bene alla libreria Tschann del Boulevard du Montparnasse che mi ha procurato i suoi libri di storia dell’arte in francese nelle edizioni del ginevrino Droz, del parigino Hazan
Non poteva quindi sfuggirmi nel 2014 un libro, Oublier Bucarest, che parlava di lui, della storia di una straordinaria giovinezza trascorsa in un paese oltre cortina, né era possibile evitare oggi la tentazione di rileggere quel libro nell’edizione italiana appena uscita per i tipi del romano Bordeaux.

A colpirmi, di primo acchito – né poteva essere diversamente – è il mutamento del titolo, che mentre continua a sottolineare il genere autobiografico (un récituna storia), accentuato dall’aggiunta di un elenco dei personaggi di cui si precisa il rapporto strettissimo con l’autore, ristabilisce un legame (Ritorno a Bucarest) con un paese che l’edizione francese di Actes Sud pareva in qualche modo mostrare interrotto (oublierdimenticare). O meglio, segnato da una necessità di distacco, difficile ma necessaria per riuscire a crescere e a scegliere una vita diversa altrove.

Giacché poi solo di Bucarest e della Romania queste pagine parlano, raccontando la storia di un’infanzia, di un’adolescenza, di una prima giovinezza passate nella capitale dell’antico Regno o sulle rive del Mar Nero in una famiglia dalla straordinaria cultura letteraria e musicale nella quale i più ‘normali’ sono ex-professori di liceo, mentre gli altri insegnano (o insegnavano) nelle università, sono medici e ricercatori di fama, avvocati, scrittori, deputati, principi, pour cause incorsi nelle persecuzioni del regime o incarcerati con motivazioni incomprensibili.
Una famiglia nella quale si conosce il latino e si parlano tutte le lingue (il rumeno, ovviamente, ma anche il francese, il tedesco, l’inglese, alle quali il nostro protagonista aggiungerà precocemente lo spagnolo e l’italiano), si suonano pianoforte e violino, si conosce la storia, muovendosi poi nel mondo esterno con la spensieratezza del carattere o dell’età e la prudenza necessaria per sopravvivere. C’è pure, da parte di una zia Margot, amica di Marthe Bibesco, una visita all’atelier di Brancusi e un incontro mancato di poco con Proust, a causa del ben noto timore del grande Marcel per i profumi delle signore.

È un ambiente, quello di cui Stoichita ci parla, nel quale si respira l’aria delle grandi capitali europee (soprattutto Parigi), con la raffinatezza e l’intelligenza conseguenti (persino nella convinzione che solo una linea sottile separa il puro e l’impuro), nonostante che gli interni nei quali si svolge l’azione siano prevalentemente quelli di un appartamento di stato dove in spazi ridotti (e perfino, in casi estremi, materassi condivisi) sono costretti a vivere più nuclei parentali dell’aristocrazia decaduta e della medio-alta borghesia a cui sono stati confiscati e nazionalizzati i beni con l’accusa di essere “nemici del popolo”.
A cui soprattutto, come a quanti non obbediscono alla logica del potere e della delazione, continua a essere preclusa la possibilità di libere scelte e il diritto di coltivare abilità e vocazioni. Eppure tutti, a diversi livelli, vivono nelle difficoltà con dignità ed equilibrio e con la convinzione che nulla si ottiene senza disciplina.
Colpisce la capacità in particolare dei giovani (Victor, Adrian, il fratello con l’orecchio assoluto costretto a rinunciare alla musica) di ritagliare momenti di vivacità e spensieratezza nella grigia vita di un paese dell’Est (popolato verso la metà degli anni Sessanta anche dai ‘fantasmi’ dei sopravvissuti dei Gulag) dove perfino gli atlanti sono stati normalizzati dal comunismo imperante. Un mondo nel quale la lettura dei classici e dei romanzi di cappa e spada, combinata a una buona dose di fantasia, può alimentare miti di eroismo e riscossa, di ribellione e di fuga, ma anche di colpa e rimorso: si pensi a Victor ragazzino (pungash, birbante, monello) che scappa di casa per seguire gli zingari, che scambia con un compagno un topolino con delle lamelle di chewing gum o grida all’aria “Viva Lagardère”.

Anzi, gli impedimenti (basti ricordare la “nota sociale” che sottraeva punti nelle votazioni ai giovani provenienti da famiglie borghesi rendendo loro difficile la prosecuzione degli studi) fungono da propellente, motivano l’accresciuto impegno, la ricerca di libri introvabili sulle bancarelle, il reperimento di trattati vietati fotocopiati di straforo; abituano (per salvare quanto non rientra nell’etica del realismo socialista) a sfumare i fatti della storia e della cultura, ovvero a predisporsi a esibire una seconda verità in caso di necessità, per salvare il possibile della sapienza del passato. Spingono insomma a imparare per sapere sempre di più, del pubblico e del privato. Anche della musica canticchiata nelle carceri da un nonno visto per troppo poco tempo, o dei testi del grande rinascimento inglese e della filosofia insegnati in prigione ai compagni di cella da un grande studioso.

Il libro comincia come un film, o una fotografia in bianco e nero (per altro a contrasti netti, in bianco e nero, sono i rapporti possibili marcati sulla scacchiera del Potere) che ricorda quella di Una famiglia di Ettore Scola. Ma d’altronde dall’autobiografia di Stoichita un regista talentuoso riuscirebbe sicuramente a trarre un bel film.
Tutto inizia nel 1956, con una ‘festa’ che accompagna l’anno della destalinizzazione sancita dal XX Congresso del partito comunista sovietico e la rivoluzione ungherese (con relativa illusione di mutamenti), e si chiude nel 1968, quando i carri armati sovietici, entrando a Praga, uccidono ogni residua speranza di libertà e indipendenza nei paesi che il patto di Varsavia collocava a forza nell’orbita d’influenza sovietica.
Prima e dopo questi avvenimenti che hanno segnato la storia, si ripetono per i nostri personaggi i riti dei paesi a libertà limitata: l’attenzione a non suscitare invidie e gelosie, l’abitudine a nascondere i sentimenti, l’ansia per la difficoltà di ottenere un passaporto (sempre a rischio, e per cervellotiche ragioni, di revoca) e il dover risolvere il dilemma, che si fa imperativo alla fine del liceo, tra fuggire (ovvero passare in un altro paese) e restare (ovvero fermarsi in un paese per cui si è avuto un qualche visto a termine). Che poi, come ben si capisce, è dilemma solo nominale se in ogni caso, una volta presa la decisione, il risultato è sempre quello del non ritorno.

Insomma fuggire-partire-restare strappandosi dalla famiglia, dagli amici, da una terra amata, imponendosi di dimenticare tutto quello che si potrà davvero frequentare di nuovo (in primis il proprio passato) solo a distanza di decenni, e in qualche modo da lontano, attraverso la scrittura. Ritornando così a una Bucarest perduta, abbandonata, per non dover passare le estati a lavorare nei campi o a fare il muratore (secondo l’imposizione del regime), e per poter dare un futuro al sogno di decostruire le immagini e le segrete geometrie alla maniera di Barthes e Foucault, per tentare di diventare archeologo sottomarino, o meglio (stando a quello che poi è successo) di studiare l’iconologia e il significato delle arti visive alla maniera di Panovsky, di vedere e guardare anche grazie all’ausilio della filosofia e delle poetiche quel che è nascosto, divenendo uno dei più grandi storici e critici d’arte che abbiamo oggi in Europa.

“Esiliato all’estremità del mondo languivo”, così Ovidio, letto in solitudine mentre il desiderio della lontananza si mescola all’angoscia della lontananza, la speranza della partenza alla paura della partenza, la forza della conoscenza al timore per la debolezza della conoscenza, e si fa sempre più acuta la consapevolezza che solo la volontà e la cultura possono aiutare a tentare quanto sembra impossibile. Irraggiungibile come un salto in lunghezza di più di cinque metri dopo mesi fuori allenamento che permette di superare un concorso; o il resistere al potere carismatico della folla grazie a quanto si è imparato dai libri di Max Weber e Norbert Elias.

Se il tremore nello scoprirsi tra i dieci ammessi alla facoltà sperata, i 100 lei deposti ai piedi della statua di Sant’Antonio, un colloquio con la madre protetto dallo scorrere dell’acqua in una stanza chiusa per evitare la possibilità delle microspie, il rischio di finire sotto un tram pensando a una borsa di studio e a un passaporto forse finalmente ottenuti, un oggetto misterioso che appare e scompare sul fondo del Mar Nero ripescato in apnea durante una plongé, la soluzione di un quesito difficile che arriva dalla memoria fotografica delle pagine di un libro dimenticato, il misterioso vaticinio di una zingara…, appartengono a una storia personale che affascina e colpisce per l’indubbia eccezionalità, le pagine conclusive del libro che raccontano come un regime in crisi (quello di Ceausescu nel ’68) possa cercare la propria legittimazione dalla folla proponendosi come capace di risolvere la crisi e di difendere un popolo dinanzi a un pericolo estremo ci insegnano come sia stato e sia sempre importante saper riflettere sugli avvenimenti politici evitando facili isterismi, guardando con sospetto soluzioni che orientano la ‘massa ondeggiante’ alla legittimazione di un capo.

DIARIO IN PUBBLICO
Ricordi d’infanzia

Alle notizie sui disordini di Tripoli e della situazione in Libia, la memoria involontaria riporta in superficie le canzoncine che a noi quasi infanti venivano insegnate negli asili e nelle scuole. Dalla roboante
Tripoli bel suol d’amore
ti giunga dolce questa mia canzon.
Sventoli il tricolore
Sulle tue torri al rombo del cannon!
Naviga, o corazzata:
benigno è il vento e dolce la stagion.
Tripoli terra incantata
Sarà italiana al rombo del cannon!
Un classico scritto nel 1911 al tempo della conquista della Libia a cui se ne accompagnava un’altra, la più intrigante, in dialetto ferrarese, e da noi figli della lupa amatissima perché ci permetteva di urlare una parola proibita senza essere ripresi. Ecco la prima strofa e vado a memoria:
La muier dal Negus
L’è andada in bicicleta
L’ha fatt na curva stretta
La s’è rusgà na teta
Bim Bum Bam
Al rombo del canon.
Quale importanza ci veniva dal poter pronunciare ‘teta’! proibitissima nel lessico familiare. Tra le due il trait-d’-union era “il rombo del cannon”.
Il nostro razzismo fatto in casa si esprimeva con queste esplosioni di cantate marziali sotto l’aura del protettorato del ferrarese Balbo sulla Libia. Educare i bambini alla mentalità di guerra produceva oltre il solito effettaccio retorico – e si pensi ai tanti film di guerra prodotti tra Roma e Venezia sotto il regime – ad una scelta estetica. Se vedo le mie foto in divisa scaturisce l’immagine di una volontà di eleganza fatta e prodotta con materiali poveri come, del resto erano tutti quelli confezionati in regime autarchico: calzettoni di lana che pizzicavano maledettamente, camicia cucita in casa sulle preziose Singer a pedale (per chi se lo poteva permettere) e il cappelletto d’orbace. Un’autarchia che ancora nelle scelte politiche del presente si posta perentoriamente con il diktat salviniano “prima gli italiani” che si spiega, per lui, con “solo” gli italiani.
Ora, se si pensa alla situazione libica derivata dalle scelte dei francesi e dalle trame tra Gheddafi e B. non possiamo se non preoccuparci di quello che potrà succedere anche di fronte alla proclamata (ma per quanto?) neutralità italiana così come viene sbandierato dal governo in carica.
La Giornata europea della cultura ebraica che si è tenuta a Firenze domenica 2 settembre al Giardino del Tempio dal titolo Storytelling – Le storie siamo noi è stata organizzata principalmente da Enrico Fink e dalla moglie Laura Forti assessore culturale della comunità ebraica di Firenze ed ha avuto un successo di pubblico strepitoso. Nella giornata più di mille persone hanno partecipato agli eventi tra incontri culturali, musiche e cibi della tradizione ebraica. Il primo incontro dedicato al rapporto tra memoria e contemporaneità, moderato dallo scrittore Wlodek Goldkorn, ha visto tra gli altri gli interventi del giornalista Gad Lerner, della filosofa Donatella Di Cesare e della grande Lia Levi che ci ha affascinato nel raccontarci come a lei bambina sotto le leggi razziali ha dovuto assimilare un concetto per lei ancora sconosciuto: la sua identità ebraica.
Al pomeriggio toccava a noi con una comprensibile ansia. Il tema era “Narrare l’Italia ebraica del ‘900: Giorgio Bassani in collaborazione con il Centro Studi bassaniani del Comune di Ferrara. A parlare Portia Prebys curatrice del Centro, il sottoscritto co-curatore e Anna Dolfi tra le massime studiose dello scrittore ferrarese e cara amica dello scrittore. Partiamo da Ferrara con Claudio Cazzola, autore di un importante libro su Viviani, il professore di greco e latino di Giorgio Bassani al Liceo Ariosto di Ferrara e a Firenze ritroviamo Portia e tanti amici di quell’entourage culturale; tra gli altri Carlo Sisi, a David Palterer, il presidente della casa editrice Giuntina, Enza Biagini, Laura Dolfi e una folta rappresentanza degli gli allievi della sorella Anna. Ci raggiunge pure reduce da Cortona il sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani con la moglie Paola e da Roma Daniele Ravenna presidente delle celebrazioni per il centenario bassaniano con la moglie Anna. E per stare in famiglia i figli della sorella di Bassani, Jenny, David e Dora Liscia con i rispettivi consorti. Portia ha prodotto un power point di straordinaria efficacia raccontando luoghi e momenti e cose appartenute a Giorgio che ora si trovano nel Centro a casa Minerbi- Del Sal a Ferrara. Anna Dolfi, da par suo, ha interpretato l’aspetto politico delle opere del primo Bassani ed io ho ripercorso la presenza dei ferraresi a Firenze nel secolo scorso: da Claudio Varese a Lanfranco Caretti, da Guido Fink a me, più le ‘giovani generazioni’ Claudio Cazzola, Mario Vayra, Monica Farnetti per parlare solo dei ‘letterati’. Ho raccontato il mio incontro con Guido Fink nel 1947 e le riunioni a casa Varese a Firenze in cui si riuniva tutto l’entourage ferrarese-fiorentino.
Alla fine due premi. Il primo quello donatomi da Lia Levi che non ha voluto ritornare a Roma senza avermi ascoltato. Il secondo che per un momento ha fermato il tempo. Mi s’avvicina una signora apparentemente della mia età. Si complimenta e mi sussurra che le ricordavo il suo professore delle medie a Ferrara. Quel professore era Giorgio Bassani che la ebbe allieva nella scuola israelitica del Ghetto dopo l’espulsione degli studenti ebrei dalle scuole statali.
E questo è stato il premio più ambito della giornata fiorentina.
Tra poco si svolgeranno importanti manifestazioni al Centro e a Ferrara dove si svolgerà anche il Premio Bassani.
Speriamo che questo luogo diventi una consuetudine culturale della città.
Noi ce la mettiamo tutta.

Tra parole e numeri: identikit dei migranti per spegnere i pregiudizi e aprire bene gli occhi

Migrazioni. Il problema inizia già con la parola, con i vocaboli che si usano per descrivere e comprendere il fenomeno, conoscerlo e quindi renderlo meno inquietante e minaccioso. Migranti, extracomunitari, immigrati, emigrati politici, emigranti, migranti economici, sfollati, migranti irregolari, rifugiati, richiedenti asilo, profughi, e ancora: esuli, fuoriusciti, fuggiaschi, sfollati. La confusione linguistica è notevole e le guardie ideologiche del politicamente corretto sono già pronte ad imporre l’uso di nuovi termini obbligatori, lanciando il bando di proscrizione per quelli non più consoni alla neolingua. Intanto, l’uso di certe parole piuttosto che altre, resta un atto politico che svela ideologie, pregiudizi e a volte pura e semplice ignoranza: ognuna di queste parole richiama emozioni, sentimenti, categorie concettuali che di volta in volta avvicinano o allontanano, implicitamente approvano o respingono. In tale situazione una piccola ricerca, vocabolario alla mano, si rivela particolarmente utile.
Migrante e una categoria generica che indica una popolazione in transito verso nuove sedi, gente che passa, che è in movimento verso qualcosa.
Migrante economico indica tutte quelle persone che si spostano per motivi economici ovvero in cerca di lavoro, opportunità di reddito, possibilità di consumo e accesso ai benefici offerti dal paese di destinazione.
Migrante irregolare è colui che, per qualsiasi ragione, entra in un paese senza possedere i regolari documenti di viaggio (“sans papier”) e senza poi sanare questa condizione di inadeguatezza amministrativa.
Immigrato è un migrante che si è trasferito in un altro paese, colui che raggiunge il luogo di destinazione e qui si stabilisce.
Emigrato al contrario, è chi è espatriato temporaneamente o definitivamente; è insomma il migrante visto dal punto di vista della società di partenza anziché di quella d’arrivo.
Extracomunitario è un termine che indica qualsiasi persona che non sia cittadina di uno dei ventotto paesi membri dell’Unione Europea.
Richiedente asilo è una categoria giuridica che riguarda le persone che hanno presentato domanda per ottenere asilo politico in un paese estero. Il richiedente asilo diventa entro un lasso di tempo definito qualcos’altro (ovvero rifugiato, migrante economico, migrante irregolare) nel momento in cui ottiene una risposta ufficiale e definitiva alla sua domanda di asilo.
Rifugiato è un’altra categoria giuridica (art. 1 Convenzione di Ginevra, 1951) che si riferisce a persona per la quale si è accertato, tramite un’apposita procedura, il diritto ad avere asilo. Con ciò si riconosce ufficialmente che tale persona è stata costretta a lasciare il proprio paese a causa di persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche, appartenenza a gruppi sociali particolari e, a causa di questo, non può tornare nel proprio paese.
Profugo invece è un termine generico che indica chi lascia il proprio paese a causa di persecuzioni, guerre o catastrofi naturali; è dunque termine adatto a definire esodi di massa come quello dei siriani che fuggono dalla guerra.
In un campo e in un periodo storico dove le opinioni sembrano valere più dei fatti, la precisione linguistica dovrebbe essere fondamentale per discriminare e comprendere; purtroppo però la distinzione tra questi termini non è sempre semplice e tantomeno lo è la chiarezza a livello di linguaggio comune. In tale situazione capita di sentire definiti come rifugiati tout court perfino quanti, non ancora riconosciuti, sbarcano ormai quotidianamente sulle coste Italiane; capita di vedere erroneamente etichettati dei rifugiati come migranti economici e così via.

Migrazioni. Il problema si complica quando dai concetti si passa ai numeri tentando di quantificare un fenomeno che ormai dura da decenni; non a caso, malgrado il tema sia trattato quotidianamente da tutti i media, le percezioni delle persone divergono spesso profondamente dai dati ufficiali. In particolare, il fenomeno sembra ridursi, nelle opinioni di molti, al massiccio e drammatico flusso di persone che approdano quotidianamente sulle coste Italiane o che dalle navi italiane vengono raccolti in mare. In realtà questa è solo la parte più evidente di un sistema migratorio assai più vasto e complesso, per molti versi ignoto al pubblico. Ed anche questo tipo di flusso mediterraneo costantemente esposto alle telecamere dei media è tutt’altro che chiaro.
Per tentare di chiarire le cose bisogna innanzitutto distinguere chiaramente tra i flussi migratori rivolti verso l’Europa nel suo insieme e quelli che arrivano in Italia, posto che la composizione dei due insiemi è assolutamente diversa. Nel 2016 i paesi di provenienza più rappresentati su scala europea sono stati Siria (23%), Afghanistan (12%) e Nigeria (10%).

Diversissima è la situazione in Italia (vedi tabella) che vede per lo stesso anno una assoluta prevalenza di popolazioni sub sahariane con ben il il 20,7% di persone proveniente dalla Nigeria (il paese con il PIL più alto dell’Africa: e la cosa dovrebbe far molto riflettere) e 11,4% dall’Eritrea.
Per il solo flusso migratorio relativo agli sbarchi che interessano l’Italia passando per il Mediterraneo, i dati consultabili sul sito del Ministero dell’Interno (Dipartimento per le libertà civili e le migrazioni) sono i seguenti: 41.925 (2013), 170.100 (2014), 153.842 (2015), 181.436 (2016) per un totale registrato ufficialmente di 547.303 persone approdate sulle coste italiane negli ultimi 4 anni. Vi è indubbiamente qualcosa di perverso, di freddamente burocratico nel parlare di un simile flusso di esseri umani attraverso semplici statistiche impersonali. Tuttavia un analisi anche molto semplice di quei numeri fa emergere una realtà piuttosto sconcertante sulla quale riflettere per inquadrare il fenomeno della cosiddetta accoglienza e le problematiche che genera a livello locale. Dietro ai numeri non ci sono solo aspettative e idee personali, calcoli, motivazioni e sofferenze, ma ci sono tradizioni, appartenenze etniche e religiose, culture, spesse volte assolutamente diverse dalla nostra (per fortuna) e non interpretabili semplicemente attraverso le nostre categorie di uso comune. Basti pensare, ad esempio, al modo di intendere il lavoro, il ruolo femminile e le regole della convivenza civile.

Un secondo aspetto ampiamente sottaciuto ma importantissimo è la composizione di genere. Lo sanno benissimo i cooperatori internazionali più avveduti (pochi) che hanno capito che in Africa, per attivare progetti con qualche speranza di successo, bisogna necessariamente lavorare con le donne e su piccola scala. Quanto sono dunque le donne in questo flusso di sbarchi? Sicuramente dipende molto dai paesi e dalle culture di provenienza ma i dati sono piuttosto sorprendenti rispetto alla percezione comune. Secondo il sito dell’UNHCR solamente il 13,2 % degli sbarcati sono femmine mentre i minori sono il 15,6%; di questi ultimi secondo Unicef Italia il 91% sono non accompagnati di eta compresa tra i 15 e i 17 anni, quasi tutti maschi in prevalenza provenienti da Eritrea, Nigeria, Gambia ed Egitto. Secondo il sito openmigration.org le donne arrivate nel 2016 provengono per oltre il 40% dalla Nigeria (11% Eritrea).

Un ultimo aspetto molto importante riguarda l’età, fattore importantissimo in un paese che ha da anni raggiunto il proprio limite demografico e sta dunque invecchiando; un recente studio condotto dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) su un campione di oltre 1000 soggetti adulti attualmente ospitati in centri di accoglienza (CARA), stima un’età media intorno a 27 anni, mentre il 90% dei migranti ha meno di 30 anni.
La sintesi è questa: almeno 80% degli sbarchi in Italia degli ultimi anni è rappresentato da giovani maschi, in età di servizio militare e di lavoro, rare le famiglie assolutamente minoritarie le donne. Anche a prescindere da ogni considerazione ulteriore che possa riguardare il numero di soggetti che avranno diritto allo status di rifugiati, anche a prescindere dal modo con cui queste persone potranno guadagnarsi da vivere in una nazione con un tasso di disoccupazione giovanile che raggiunge picchi del 40%, anche facendo finta di non vedere i profondi contrasti che esistono tra le etnie migrate e sempre più spesso con gli indigeni, non si può non vedere che la situazione è già socialmente esplosiva, che richiede cura particolare e che implica, per evitare il peggio, scelte profonde, coraggiose, innovative ed eque nei confronti di tutti i cittadini.
E intanto, sempre secondo i dati del Ministero e in attesa degli accordi con la Libia, nei primi due mesi del 2017 gli sbarchi sono già aumentati del 57% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: erano nello scorso anno 9.101 sono oggi 14.319.
Buona fortuna, Italia

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NOTA A MARGINE
Accanto al duomo insegne senza Ragione

“La cosa giusta per me sarebbe coprire interamente la facciata del palazzo, una delle opere peggiori realizzate dall’architetto Marcello Piacentini”. Non ha mezze misure Andrea Malacarne, presidente ferrarese di Italia Nostra, nel bollare l’edificio ricostruito (letteralmente) sulle ceneri del palazzo della Ragione in stile tardo-razionalista a opera di uno gli artefici dell’urbanistica di regime.
L’antico palazzo che ospitava il tribunale, edificato nel 1326 e più volte rimaneggiato nel corso dei secoli, fu completamente devastato da un controverso incendio – nella notte fra il 22 e il 23 aprile 1945 – che alcune fonti storiche attribuiscono alla volontà di uomini implicati nella dittatura delle camice nere, preoccupati per le compromissioni certificate dai documenti custoditi in quel luogo. Fatto sta che la ricostruzione fu affidata, per paradosso, proprio a uno degli architetti che in epoca mussoliniana aveva contribuito a definire lo stile del fascismo. Piacentini ibridò i tratti neogotici del preesistente edificio con linee e prospetti che nulla avevano a che fare.

Vissuto sempre con fastidio dalla maggioranza dei ferraresi, il palazzo (definito “dell’Upim”, in riferimento ai grandi magazzini che ospitò per molti anni ma anche per rimarcarne l’estraneità al contesto storico-monumentale nel quale è inserito), calamitò sistematicamente grandi critiche; e l’idea, ora ribadita dell’architetto Malacarne, di oscurarne la facciata ebbe anche nei decenni passati numerosi sostenitori.

Le polemiche si rinfocolarono all’inizio degli anni Novanta quando parte dei locali dell’ex Upim furono acquisiti da Mc Donald’s. Lo sbarco della multinazionale americana dei fast food fu da molti vissuto come uno sfregio alla storicità della piazza: nella vis polemica, in parte ideologica in parte estetica, il marchio ‘stellestriscie’ artefice di una deprecata rivoluzione alimentare era additato come sgradito intruso, mentre l’invasivo odore di patatine fritte e hamburger e le ‘chiassose’ insegne al neon vennero segnalati come insulti all’antica magia del luogo. Nulla però poté impedire l’insediamento della nuova attività commerciale, alla quale in quasi 25 anni abbiamo fatto l’abitudine. Non al punto però da cancellare l’effetto sgradevole e dei grandi e inappropriati loghi che campeggiano sotto quattro arcate del palazzo della Ragione.

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Le contestate insegne del Mc Donald’s proprio di fronte al duomo

Su quelle enormi e invasive “M”, già all’attenzione di Ferraraitalia, simbolo del fast food più famoso del mondo si è in questi giorni appuntato l’interesse dei consiglieri comunali Leonardo Fiorentini e Ilaria Baraldi, che ne contestano la legittimità sulla base del regolamento comunale che “vieta insegne e impianti pubblicitari nelle arcate frontali e di testa dei portici, prospicienti la pubblica via” e ne chiedono la rimozione.
Anche il pur contestato ‘nuovo’ palazzo della Ragione ha titolo per essere rispettato. E soprattutto il rispetto si deve alla piazza e ai monumenti antistanti. “Quelle ‘M’ non dovrebbero stare lì – ha detto con apprezzabile franchezza alla Nuova Ferrara l’assessore all’Urbanistica, Roberta Fusari – Non so come all’epoca sia stato possibile installarle, di certo bisognerebbe curarsi di più del senso del bello e del rispetto degli edifici e degli ambiti storici. Anche perché altri possono chiedere di fare lo stesso”. Dopo un quarto di secolo e a polemiche sopite, si prospetta ora il crollo di un pezzetto di Mc Donald’s.

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Tu sola dentro una stanza. Giornalismo partecipativo e potere del web, la rivolta viaggia in rete

Ala’a ha diciannove anni, frequenta il primo anno di università ed è raro che si stacchi da Internet, se non per dormire. Fino a poco tempo fa, la sua vita era uguale a quella di qualunque altra ragazza della sua età: uscire con gli amici, andare al centro commerciale, studiare. Fino alla rivoluzione in Siria. Perché Ala’a vive a Chicago insieme alla sua famiglia di esuli siriani. Lei è lo hub, il nodo centrale che unisce centinaia, migliaia di cittadini siriani di mettersi in contatto, unirsi, manifestare, unire i singoli individui in gruppi e i gruppi in aggregazioni ancora più potenti e grandi contro la dittatura di Assad, calco di quella già perpetrata dal padre che tenta di mettere a tacere il popolo bombardando civili, picchiando attivisti, torturando chiunque venga catturato e trovato in possesso di tecnologie utilizzando la baashia (letteralmente: fantasma), forma di repressione violenza assai simile allo squadrismo.

Perché la parola chiave dell’intera storia è proprio tecnologia, o meglio Internet, attraverso cui gli attivisti sono coordinati e possono postare immagini e filmati che costituiscono già la prova inconfutabile della colpevolezza del governo. Non super partes, ma in medias res. Dentro la rete, nella stanza della sua casa in periferia da cui è collegata al suo Paese di origine, a diecimila chilometri di distanza, alle strade percorse dai suoi amici virtuali, alle case distrutte e abbandonate, al rumore dei bombardamenti incessanti e delle azioni violente contro donne e bambini, contro uomini lasciati a morire per strada o in ex cliniche in cui non è possibile curare adeguatamente nessuno. Ala’a è parte attiva della rivolta in Siria, aiuta lo scambio di informazioni filtrandole attraverso i social media e la rete di citizen journalism che dimostra come sia l’informazione proveniente dai cittadini, da chi vive sul territorio, possa creare un effetto a catena sul giornalismo globale. Perché a fare giornalismo sono le persone di tutti i giorni, armate solo di camera e telefonino con cui filmare proteste e brutalità della dittatura; mentre chi ha scelto di restare e affrontare a suo modo il regime si chiede cosa aspetti l’Onu a intervenire in una situazione di questo tipo, in un territorio privo di no-fly zone, dopo la tiepida decisione di sei punti programmatici da fare rispettare – a ora completamente ignorati dal regime siriano.

Posta su Youtube video e foto, date, luoghi e traducendo informazioni, didascalie e notizie perché possano comprenderle un grande numero di persone. Perché diventino virali, perché possano essere condivise, diffuse. Perché il sentimento e la reazione che ne scaturiscono non siano episodi singoli e lontani ma contribuiscano a creare una rete di condivisione. Oscura gli account Facebook dei suoi amici e delle persone con cui è in contatto quando vengono arrestate, così che non vengano messi in contatto con altri dissidenti e non ne carpiscano informazioni attraverso la tortura e l’estorsione. Compra materiale tecnologico la cui novità depisti i militari da cui vengono intercettati; microcamere, bluetooth, miniregistratori. e lo spedisce oltreoceano nei Paesi limitofi, dove poi sarà recuperato dagli attivisti siriani. Riunisce altri immigrati siriani per raccogliere voci anche nel luogo in cui abita. Forza del documentario è creare un naturale collegamento tra lo scenario geopolitico contemporaneo e tante storie personali, piene di coinvolgimento e passione, coraggio e impegno politico, che costruiscono attivamente un movimento di protesta e un potentissimo sistema di informazione, strumento per fare sentire alta la voce e dare modo di non ignorare, di non poter scivolare in un negazionismo che per altre epoche storiche e situazioni altrettanto drammatiche si sta facendo, o si tenta di fare.

Uno dei temi ricorrenti di questa edizione di Internazionale è stato il web, e le mille potenzialità che offre. Che ha assunto a tutti gli effetti il ruolo cruciale che ebbero, durante la rivoluzione americana, pamphlet e macchina da stampa, e che oggi è assunto da iPhone e Facebook, da Twitter e Skype. Perché è attraverso questi mezzi che Ala’a resta in contatto con quelli che definisce i suoi amici siriani, di Damasco e di Hama.
Che conosce solo attraverso la rete, ma con cui condivide a tutti gli effetti ideali, sogni e speranze. Le cui vite si intrecciano, senza toccarsi fisicamente ma scorrendo sul sottile filo del web. Con quella di Bassan, brillante studente e regista che segue passo passo i manifestanti, filmando esplosioni e correndo a perdifiato per scappare dai cecchini che sparano a vista e che resta ucciso da una di queste esplosioni.
Con quella di Aous, studente che sogna di diventare un medico, che guida i manifestanti di Damasco e filma ciò che vede ma che abbandonerà la videocamera per imbracciare un fucile unendosi all’Esercito Siriano Libero, composto da disertori che scelgono di andare contro al potere pur di non dover combattere contro la propria gente.
Con quella di Omar, ventitreenne studente di architettura ucciso nel corso di una protesta, una delle anime a distanza di Ala’a che la ragazza si riprometteva, a guerra finita e a regime rovesciato, di andare a conoscere di persona.
Perché in Siria, come giù in Egitto e in Tunisia, è solo questione di tempo.

chicago-girl
La locandina di #chicago girl

#chicagoGirl: the Social Network Takes on a Dictator
Docufilm di Joe Piscatella
Siria-Usa 2013, 74′

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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