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4 leggi di iniziativa popolare per cambiare la Politica Ambientale in Regione:
dal 1 aprile si raccolgono le firme nelle piazze.

 

Dai primi giorni di aprile si potrà firmare ai banchetti in tutta la nostra Regione per rendere possibile la presentazione di 4 leggi di iniziativa popolare regionale promosse dalla Rete per l’Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna e da Legambiente regionale.
4 proposte di legge su questioni decisive rispetto alle politiche ambientali e di contrasto al cambiamento climatico: acqua, rifiuti, energia e consumo di suolo.

La genesi di questa scelta proviene da un percorso lungo, i cui presupposti stanno nel Patto per il lavoro e il clima promosso dalla Giunta regionale nel dicembre 2020 e sottoscritto da più di 50 tra Organizzazioni e Associazioni, a partire da quelle sindacali e imprenditoriali.
Quel Patto indicava obiettivi ambiziosi – il passaggio alle energie rinnovabili al 100% nel 2035 e l’azzeramento delle emissioni climalteranti al 2050 – ma, al di là del fatto che essi erano semplicemente enunciati e non supportati da interventi coerenti e cogenti, ancor più sono continuamente contraddetti dalle scelte del governo regionale.

Prevale, infatti, una logica economicista e produttivista, per cui l’importante è che ci sia una forte crescita quantitativa del PIL, senza verificare cosa ciò comporti per il benessere dei cittadini e per la salvaguardia delle risorse naturali ed ambientali.
Si continua a pensare che per tale sviluppo quantitativo è fondamentale attrarre investimenti, anche stranieri, al di là del loro impatto ambientale e anche delle ricadute sulla qualità e quantità dell’occupazione. Si ragiona sulle Grandi Opere, a partire da quelle autostradali, come leva per lo sviluppo, in continuità di un modello di mobilità basato sui veicoli privati e ignorando ciò che questa scelta comporta in termini di consumo di suolo.
Ancora: si prosegue con le privatizzazione di servizi pubblici, come quello idrico e della gestione dei rifiuti, che garantiscono la gestione di beni comuni fondamentali e si ripropone un’idea di produzione e distribuzione centralizzata e verticistica dell’energia, che ha come conseguenza quella di privilegiare le fonti fossili rispetto a quelle rinnovabili.

Una politica regionale in sintonia con quella del governo centrale, che, peraltro, utilizza la stagione terribile di guerra in corso in Ucraina per proporre ulteriori politiche regressive, in particolare in tema di energia, quando, a proposito di autonomia delle fonti, anziché puntare ad uno sviluppo rapido di quelle rinnovabili, si avanza l’idea di estrarre più gas e, addirittura, di far tornare in auge le centrali a carbone! Oppure quando, con il disegno di legge delega sulla concorrenza, attualmente in discussione in Senato, si prova ad estendere ulteriormente le privatizzazioni a tutti i servizi pubblici, da quello idrico ai rifiuti e alla sanità.

Le 4 proposte di legge di iniziativa popolare si muovono in direzione contraria e alternativa.
La proposta di legge sull’acqua
(e anche quella sui rifiuti) sposta l’intervento decisionale in materia più vicino ai cittadini e agli Enti Locali, superando l’attuale gestione centralizzata in Regione e riportandolo a livello territoriale e mette l’accento sul ruolo fondamentale della gestione pubblica.
La proposta di legge sui rifiuti si pone l’obiettivo di ridurre fortemente la loro produzione e quella dei rifiuti non riciclati, rendendo per questa via possibile l’uscita dal ricorso all’incenerimento nei prossimi anni.
La proposta di legge sull’energia è imperniata sull’idea della pianificazione regionale e territoriale degli interventi per arrivare sul serio alla copertura del 100% del fabbisogno energetico da fonti rinnovabili entro il 2035, alla riduzione del 32% dei consumi lordi finali al 2030 e del 55% di emissioni climalteranti al 2030, passando ad un nuovo modello basato sulla produzione e sul consumo decentralizzato e democratico.
La proposta sul consumo di suolo, dando priorità al riuso e alla rigenerazione urbana, anche attraverso un censimento degli edifici e delle aree dismesse, indica la prospettiva del consumo di suolo zero come quella da realizzare concretamente.

Pur dopo l’intervento della Consulta statutaria regionale, ispirata da una logica perlomeno restrittiva e poco incline a favorire la partecipazione dei cittadini, che  ha dichiarato inammissibili alcune norme contenute nella stesura iniziale delle proposte di legge, che intervenivano con ancora maggior cogenza sui contenuti sopra delineati, le 4 proposte di legge mantengono una forte valenza per cambiare radicalmente le politiche regionali finora perseguite su quelle questioni.
Ancor più, le proposte di legge vanno viste anche nella logica che le connette: infatti, mettere insieme e cambiare radicalmente il paradigma che riguarda i temi dell’acqua, dell’energia, dei rifiuti e del suolo significa non solo considerarli beni comuni da sottrarre al mercato, aggredire il complesso delle politiche ambientali, ma anche proporre un’idea alternativa dell’attuale modello produttivo e sociale. Lo stesso modello che provoca le crisi economica, sociale e ambientali in cui siamo immersi.

E’ necessario sottolineare che la promozione di leggi di iniziativa popolare, con la raccolta delle firme necessarie per presentarle, è una scelta che, volutamente, intende basarsi sulla partecipazione consapevole dei cittadini e sull’espansione della democrazia. E questo non solo perché ci troviamo di fronte alla gran parte della politica che sembra sempre più caratterizzarsi per essere distante dalle istanze delle persone e autoreferenziale, anche nella nostra Regione.
Basta pensare a quanto è stato fatto in tema di affidamenti del servizio idrico, che, con una legge regionale e con una modalità che hanno impedito una vera discussione pubblica, sono stati tutti prorogati alla fine del 2027. Decisione che, anche grazie all’iniziativa del movimento per l’acqua pubblica, è stata impugnata dal governo e ora è sotto esame da parte della Corte Costituzionale.

In realtà, puntare sulla partecipazione e su quanto si muove nella società, nonostante tutto, compreso ciò che è accaduto negli ultimi anni che ci hanno visto far fronte alla pandemia e ora alla guerra, potenti fattori per disincentivarla o perlomeno per far pensare che siamo sovrastati da eventi su cui non possiamo influire, non è un atto di “ottimismo della volontà”, ma si dipana dalla consapevolezza che solo così si possono determinare scelte che vanno in direzione dell’affermazione di un mondo che abbia un futuro, e che esso possa essere più giusto. Per non lasciarlo in mano ai potenti e a chi, per convinzione o ignoranza, li sostiene.

A Ferrara I primi banchetti in sono in Corso Martiri Libertà 55
venerdì 1 aprile ore 10-12,30 – sabato 2 aprile  ore 10-12,30 e 16-19 domenica 3 aprile ore 10-12,30

Per leggere tutti gli articoli di Corrado Oddi è sufficiente cliccare sopra il suo nome, anche sotto ogni suo articolo 

acqua pubblica

VERGOGNA EMILIA: L’ACQUA DEVE RESTARE PRIVATA.
L’Assemblea Regionale vota di soppiatto la proroga dei contratti a Hera e Iren.

 

Poco più di 10 giorni fa l’Assemblea Regionale dell’Emilia-Romagna ha approvato un emendamento alla legge regionale “Misure urgenti a sostegno del sistema economico ed altri interventi per la modifica dell’ordinamento regionale” che proroga gli affidamenti del servizio idrico in regione fino alla fine del 2027,
Uniche eccezioni, i territori di Reggio Emilia e Rimini, dove sono in corso procedure di gara.
L’emendamento, approvato da tutti i Gruppi consiliari, tranne quelli di Europa Verde e Gruppo misto che non hanno partecipato al voto, compie una scelta molto grave, perché prolunga ulteriormente la situazione di privatizzazione del servizio idrico in regione e rappresenta un ennesimo mancato rispetto dell’esito referendario del 2011.

In Emilia Romagna la grandissima parte delle gestioni del servizio idrico è svolta da 2 grandi multiutilities quotate in Borsa e ispirate da una logica privatistica, Iren e Hera, e ora, proprio quando si poteva aprire il percorso per la ripubblicizzazione, in particolare nelle gestioni finora affidate a Hera, si fa loro questo grande regalo.
Infatti, a fine anno sarebbe scaduta la concessione del servizio idrico a Hera nel territorio di Bologna, alla fine del 2023 a Forlì-Cesena e Ravenna, alla fine del 2024 a Ferrara e Modena.

A Bologna, in particolare, si era avviato un confronto tra gli amministratori locali, Atersir (l’Agenzia regionale che interviene sul servizio idrico e quello dei rifiuti), il comitato acqua pubblica e altri soggetti per far svolgere all’Università di Bologna uno studio sulle forme di gestione del servizio idrico e sulla sua possibile ripubblicizzazione. Un passaggio propedeutico per arrivare ad una scelta condivisa per il futuro del servizio idrico nell’area metropolitana.

Intanto, la prima cosa che fa riflettere è come l’Assemblea Regionale è arrivata alla decisione. Questa è stata presa senza nessuna discussione preliminare con i comitati dell’acqua e altri soggetti della società civile, con un emendamento introdotto di soppiatto in una legge che parlava d’altro.
Un vero e proprio colpo di mano. Una modalità che è esattamente il contrario di quella volontà di favorire la partecipazione, che la Regione proclama a ogni piè sospinto. Una partecipazione che appare sempre più come comunicazione dall’alto (la politica del partiti) verso il basso (la società civile). Una partecipazionesoprattutto,  che non deve riguardare le decisioni di carattere strategico, come quella di cui stiamo parlando.

Le ragioni per giustificare tale scelta sono decisamente inconsistenti.
Si è detto che la continuità delle gestioni serve per poter realizzare gli investimenti che dovrebbero arrivare dal PNRR per il servizio idrico. Dimenticandosi volutamente di riflettere sul fatto che gli eventuali nuovi gestori dovrebbero comunque portare avanti gli investimenti già programmati.
Ancora, si è sostenuto, secondo l’infausta teoria del ‘meno peggio’, che era preferibile concedere una proroga di 6 anni piuttosto che procedere ad una gara, che avrebbe prodotto un affidamento di 30 anni. Facendo finta di non vedere che esiste un’alternativa alla messa in gara del servizio idrico: la ripubblicizzazione, appunto.

Un servizio idrico che, comunque, fino ad un nuovo affidamento, continua in proroga alla gestione esistente e che non esiste alcun obbligo per effettuare una gara all’immediata scadenza della concessione. Come dimostra l’esperienza concreta, che evidenzia che la gara per il servizio idrico a Reggio Emilia è stata indetta nel 2017-18, 6 anni più tardi della fine della concessione avvenuta a fine 2011, mentre a Rimini, con la concessione scaduta nel 2012, si è proceduti alla gara solo nel 2018. Peraltro, a 10 anni di distanza, queste procedure di gara non si sono ancora concluse!

Quello che rimane, allo stato dei fatti, è che le scelte relative al territorio regionale in tema di acqua e rifiuti sono dettate dalle grandi multiutilities e che la politica si adegua.

Si decreta per via legislativa la prosecuzione delle privatizzazioni per un tempo molto lungo (dicembre 2027), impedendo che si potesse discutere della possibile ripubblicizzazione del servizio idrico. Si tratta In più, siamo in presenza di un vulnus democratico, visto che la gestione privatistica di Hera e Iren rappresenta un vero e proprio schiaffo rispetto agli esiti del referendum del 2011.
Infine, vi è persino un forte dubbio di legittimità giuridica sul come si è compiuta questa scelta: in contraddizione con quanto dispone la legislazione nazionale, con il Codice ambientale 152 del 2006, che dice che la materia degli affidamenti è competenza degli Enti di governo degli Ambiti Territoriali Ottimali – nel nostro caso Atersir – qui si interviene direttamente per via legislativa con una legge della Regione.

L’impressine di fondo è che questo non è provvedimento a sé stante, ma si inquadra in una strategia ben precisa volta a privatizzare completamente il servizio idrico nel Paese.
Basta leggere le pagine del PNRR dedicate alla missione “Tutela del territorio e della risorsa idrica”. Al di là delle risorse stanziate, decisamente insufficienti, il cuore del PNRR in materia è quello della “riforma” per rendere “efficienti” i soggetti gestori del servizio idrico.
Nel mirino, c’è, in primo luogo il Mezzogiorno e molto probabilmente l’azienda di diritto pubblico Acqua Bene Comune di Napoli, la prima e quasi unica esperienza che ha dato compiutamente corso all’esito referendario.

L’intenzione – che peraltro informa tutto il PNRR – è che l’intervento pubblico sia servente nei confronti del mercato, per crearlo e sostenerlo, ed è finalizzato ad aprire la strada alla conquista del Mezzogiorno da parte delle grandi aziende multiutilities quotate in Borsa, per rendere irreversibile il modello di gestione costruito sulle stesse.

Non si può rimanere indifferenti e fermi di fronte a questa situazione.
Il Coordinamento regionale comitati per l’acqua pubblica e la Rete regionale Emergenza Climatica e Ambientale hanno indetto per mercoledì 3 novembre alle 14,30 un presidio sotto la sede della Regione Emilia-Romagna.
Intanto, il
Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua organizza una “carovana per l’acqua” che toccherà vari territori e culminerà a Napoli con una manifestazione di carattere nazionale il 20 novembre.

Non ci rassegniamo al fatto che, a 10 anni di distanza, si vorrebbe definitivamente cancellare la volontà popolare espressa con i referendum del 2011, tantomeno che ciò provenga da una regione come l’Emilia Romagna e con il silenzio del Comune di Bologna, che, per bocca del suo neosindaco, ha appena finito di dire che intende ispirarsi alle città più progressiste dell’Europa, come Parigi e Barcellona. La prima ha ripubblicizzato il servizio idrico ancora nel 2011, la seconda è impegnata, nonostante l’opposizione del governo centrale, in una battaglia per fare altrettanto. Qui, invece, sembra di assistere al denunciato blablabla che si nutre di tanti buoni propositi annunciati per poi compiere scelte che vanno in tutt’altra direzione. Ma che, proprio per questo, vanno contrastate e fermate.

QUELL’ARIA CHE CI UCCIDE
Un bilancio sulla qualità dell’aria a Ferrara e in Emilia Romagna

 

In attesa del prossimo report di Legambiente (Ecosistema urbano 2021), che uscirà presumibilmente negli ultimi mesi dell’anno, per avere una fotografia dello stato ambientale delle nostre città, può essere utile fare alcune considerazioni generali e qualche approfondimento relativamente a come è stata la qualità dell’aria nella nostra regione da ottobre 2020 a marzo 2021.

Come premessa è necessario tenere in considerazione quanto affermato in un comunicato della Regione Emilia-Romagna dei primi giorni di gennaio di quest’anno dall’assessore all’ambiente Irene Priolo: l’intenzione di introdurre misure straordinarie per ridurre l’inquinamento atmosferico, rilevando da un lato il “pessimo stato dell’aria nonostante il lockdown” e dall’altro gli “sforamenti delle soglie superiori agli obiettivi previsti dalle norme praticamente in tutto il territorio”.

Il comunicato regionale informava anche dell’intenzione di “avviare progetti strutturali già presentati al Governo nell’ambito del piano di ricostruzione nazionale attraverso i fondi europei del Next Generation Eu” e a predisporre a tale scopo “un piano di interventi triennale, stanziando già nell’anno in corso 21 milioni di euro”, quota da incrementare ulteriormente negli anni 2022 e 2023. “Si tratta di proposte avanzate insieme a Piemonte, Lombardia e Veneto per complessivi 2 miliardi di euro nell’area dell’intero Bacino Padano”. “Anche per ottemperare – veniva affermato – a quanto previsto dalla condanna all’Italia da parte della Corte di Giustizia Europea del novembre 2020 circa la qualità dell’aria nel nostro paese per ciò che riguarda il Bacino padano”.

Il piano regionale, veniva specificato, verrà indirizzato su tre assi prioritari di intervento relativamente alle principali fonti di inquinanti dell’aria:
– la mobilità,
– le modalità di riscaldamento degli edifici,
– l’attività agricola.

Da anni l’Agenzia Ambientale Europea (EEA) (https://www.eea.europa.eu/it) denuncia quanto l’inquinamento atmosferico continui ad avere impatti significativi sulla salute della popolazione europea, in particolar modo per i cittadini delle aree urbane. “I maggiori rischi immediati per la salute sono rappresentati dall’inquinamento atmosferico e acustico, soprattutto nelle città”, afferma Catherine Ganzleben, responsabile del gruppo Inquinamento atmosferico, ambiente e salute. Secondo le stime dell’OMS, in Europa, un decesso su otto è dovuto all’inquinamento ambientale. Decessi che potrebbero essere evitati attraverso gli sforzi per migliorare la qualità dell’ambiente.
In Italia ogni anno sono oltre 60mila le morti premature dovute all’inquinamento atmosferico che, oltretutto, costituiscono un danno economico (tra i 47 e i 142 miliardi di euro all’anno) stimato sulla base dei costi sanitari comprendenti le malattie, le cure, le visite, i giorni di lavoro persi, (a livello europeo sarebbero 330/940 miliardi). E, dice l’Agenzia Europea, dovrà essere il rispetto dei nuovi limiti normativi segnalati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, molto più stringenti degli attuali, a tutelare la salute delle persone. Attualmente i 3/4 della popolazione urbana è esposta, per le sole polveri sottili, a concentrazioni troppo elevate rispetto a quanto indicato dall’OMS.

Ma quali sono gli inquinanti sotto osservazione presenti nell’aria? In termini di rischio per la salute umana sono le polveri sottili (PM), il biossido di azoto (NO2) e l’ozono troposferico (O3), che vanno distinti da quelli emessi nel corso dei processi di combustione di qualunque natura (origine primaria), come il monossido di carbonio, il biossido di carbonio e gli ossidi di azoto, e poi polveri e idrocarburi incombusti, oltre ad anidride solforosa nel caso in cui i combustibili contengano zolfo. Gli inquinanti primari possono subire processi di trasformazione chimico-fisica che portano alla formazione degli inquinanti secondari, nuove specie chimiche, spesso più tossiche, e di più vasto raggio d’azione dei composti originari.

Il particolato atmosferico (le polveri sottili) presenta una complessa composizione e origina da molteplici sorgenti diverse, sia di tipo antropico (attività umane) che naturali.

Le polveri sottili (PM), il cosiddetto PM10 e PM2,5 sono quelle che causano i maggiori effetti sulla salute, e, assieme a quelle ancora più fini (nanopolveri), sono infatti collegate all’insorgenza di problemi polmonari e cardiovascolari, in particolari nei soggetti asmatici, negli anziani e nei bambini.

La loro presenza è generalmente minore nell’Europa Settentrionale e maggiore nell’Europa Meridionale e Orientale, dove i fattori che favoriscono le alte concentrazioni degli inquinanti atmosferici sono i livelli elevati delle emissioni, l’alta densità urbana di molte città che impedisce la dispersione degli inquinanti prodotti localmente, la bassa piovosità, i venti deboli e l’elevato irraggiamento solare, che favoriscono la formazione e l’accumulo degli inquinanti, e anche la prossimità alle aree desertiche dell’Africa Settentrionale. I contributi antropici al PM nell’Europa Meridionale sono dominati dalle emissioni dirette delle automobili e da quelle domestiche e industriali, oltre al contributo importante dalle cosiddette polveri urbane, dovute al risollevamento di polveri del suolo, all’usura di freni, pneumatici e del manto stradale, alle opere di costruzione/demolizione e, in quantità minore, alle emissioni di polveri dovute al vento. Altri contributi importanti sono la combustione di biomasse per riscaldamento domestico (in particolare le stufe e i camini a legna), gli incendi boschivi, la combustione di rifiuti agricoli e le emissioni portuali e navali.

L’insieme dei prodotti di queste reazioni viene definito smog fotochimico.

Alla luce di queste considerazioni risulta interessante analizzare i dati degli ultimi anni relativi all’andamento dei principali inquinanti dell’aria, sia delle località della nostra che di altre regioni padane, in modo da avere un quadro della situazione il più possibile vicina alla realtà dei nostri territori per quanto riguarda la qualità dell’aria che respiriamo e della cui importanza, ricordiamolo, ci viene detto da medici ed esperti che, da decenni, lanciano allarmi sostanzialmente inascoltati.

Un contributo importante è dato dal Rapporto Mal’aria di città 2020, dossier di Legambiente pubblicato nel gennaio 2020, in cui vengono riportate le località che hanno superato almeno uno dei limiti giornalieri previsti per il PM10 e per l’Ozono nell’anno 2019 e i giorni totali di superamento. La città che guida la classifica di questo poco ambito titolo è Torino con 147 giorni di superamento dei limiti. Seguono Lodi con 135 e Pavia con 130. Ferrara con 103 giorni si colloca al 18° posto, mentre Frosinone 25ma (con 68 giorni), e Caserta 31ma (con 52 giorni) sono le prime località del centro/sud dell’elenco.

Tra le prime 25 sono 19 le città appartenenti a Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna, mentre 5 sono venete.

Ferrara, nell’ultimo triennio, ha mostrato, per le polveri sottili PM10, un numero crescente di giornate complessive di superamento del limite giornaliero di 50 μg/m3: 41 giorni nel 2018, 60 nel 2019 e 73 nel 2020. I rilevamenti (dati ARPAE) sono riferiti alla centralina di C.so Isonzo (l’altra, urbana, è collocata a Villa Fulvia, mentre le tre extraurbane della provincia sono a Cento, Ostellato e Iolanda di Savoia-Gherardi).

Il dato del 2020 risulta particolarmente alto (il secondo in regione dopo Modena) anche perché nei giorni dal 27 al 30 marzo, come ha dichiarato il Responsabile Centri Tematici Qualità dell’aria di Arpae ER, tutte le città emiliano romagnole hanno risentito di valori anomali delle PM10 a causa del trasporto di masse d’aria ricche di polveri provenienti dalle zone orientali tra il Mar Nero e il Mar Caspio.
Lo sforamento dei limiti per tre/quattro giorni consecutivi è avvenuto in un’epoca dove normalmente non si assiste a tale fenomeno. Per la nostra città (ma anche per le altre della regione) la sostanza comunque non cambia, facendo registrare, al netto delle giornate “anomale”, un numero elevato di giorni fuori norma. Nel 2020 si è infatti assistito ad una percentuale delle giornate favorevoli all’accumulo di PM10 abbastanza elevato (64%), la più alta degli ultimi dodici anni di rilevazioni, assieme a quelle delle annate 2015 (68%) e 2017 (67%).
Oltre a Ferrara, anche Parma, Reggio Emilia, Modena e Rimini hanno fatto rilevare superamenti oltre ai limiti di legge in tutti e tre gli anni considerati, con Modena che raggiunge i 75 giorni nel 2020 (71 eliminando quelli anomali), mentre è Reggio Emilia nel 2018, con 56, la località che raggiunge il più alto numero di giorni di superamento. All’opposto Bologna, con 42 superamenti nel 2020 (39 togliendo i 3 anomali di marzo), è la città con i valori più bassi in regione, mentre nel 2018 con 18 e nel 2019 con 32 non raggiunge il limite di 35 giornate previste dalle norme, risultando la più “virtuosa” della regione.
A conclusione di questa carrellata di dati è doverosa una annotazione, che riguarda tutto il territorio regionale: il 2020, anno della pandemia e del lockdown, ipoteticamente avrebbe dovuto far registrare valori più bassi per l’inquinamento da polveri sottili, ma non è stato così. Trovare cause e spiegazioni a ciò non è semplice, almeno ora.

Analizzando invece i dati degli sforamenti progressivi per le polveri sottili PM10 relativamente al solo periodo 1 gennaio/31marzo 2021 si rileva un netto calo delle giornate di superamento dei limiti per tutte le province della regione.
Ferrara registra un calo di giornate passando dalle 39 del 2020 alle 27 del 2021 (erano state invece 41 nel 2019). Le cause di queste differenze, a volte anche di notevole entità, rispetto al numero rilevato di sforamenti tra diverse annate o tra diverse località relativamente allo stesso periodo di osservazioni, come già accennato, sono spesso di difficile comprensione e da attribuire principalmente alla variabilità delle condizioni atmosferiche, pioggia e vento in particolare che, se presenti, di norma portano all’abbattimento degli inquinanti nell’aria.

Ci si può legittimamente chiedere, in considerazione dei dati esposti, se le misure, annunciate nel comunicato di gennaio citato ad inizio articolo, che sono state e che verranno adottate dalle Amministrazioni – Regione, Comuni – al fine di ridurre i livelli di inquinamento dell’aria siano corrette e sufficienti.

Nel comunicato si afferma che “sarà predisposto un piano straordinario triennale per definire le nuove, ulteriori misure, accompagnate e sostenute con l’assegnazione di nuove risorse a favore di cittadini, imprese e Comuni”. Restano in vigore fino al 31 dicembre 2021 le limitazioni alla circolazione dei veicoli più inquinanti, mentre si sospende il blocco dei diesel Euro4 che sarebbe scattato l’11 gennaio, e che già da ottobre 2020 avrebbe dovuto essere attuato, ma prorogato a inizio 2021 causa il protrarsi dell’emergenza COVID-19. Il rinvio (concordato con le Regioni del Bacino Padano e approvato anche dall’allora ministro all’Ambiente Sergio Costa) è stato giustificato dal fatto che il blocco non fosse conciliabile con le limitazioni di capienza imposte al trasporto pubblico locale dall’emergenza pandemica e con la contestuale adozione di misure compensative sul piano ambientale al fine di non arretrare sul fronte della lotta all’inquinamento e per la qualità dell’aria.

In una video-conferenza tenutasi sempre ai primi di gennaio, l’assessore Priolo ha espresso la volontà, assieme ai sindaci e agli amministratori di tutti i territori, di “proporre nuovi interventi e ampliare quelli esistenti per migliorare la qualità dell’aria e tutelare così la salute dei cittadini, il bene più prezioso di una comunità, come ci ha insegnato tristemente la pandemia che stiamo affrontando da un anno. Con queste prime misure, e altre che stiamo elaborando, saremo in grado di abbassare l’inquinamento nella nostra regione”.

Rimane comunque incomprensibile cosa intenda la Regione quando annuncia da un lato un piano straordinario triennale e limitazioni alla circolazione dei veicoli più inquinanti, e, dall’altro, la decisione di sospendere il blocco della circolazione dei diesel Euro4 (misura per altro annunciata in molte città in Italia e all’estero e che, in particolare nell’area padana, avrebbe avuto certamente effetti positivi sulla qualità dell’aria). E quali sarebbero i veicoli più inquinanti la cui circolazione andrebbe limitata? Forse quei mezzi, particolarmente obsoleti e dalle emissioni pestilenziali che, almeno da ottobre a marzo, già non dovrebbero circolare? Sembra un po’ poco per migliorare una situazione che da anni risulta particolarmente grave!

In conclusione, e in estrema sintesi, può essere utile ricordare quanto viene affermato nel rapporto di Legambiente Mal’aria di città 2020 a proposito di cambiamenti climatici: l’inquinamento atmosferico e il climate change sono due facce della stessa medaglia.

NOTA: dati presentati nel seguente articolo sono stati tratti in parte dal Rapporto Mal’aria di città 2020 di Legambiente e in parte dal sito di ARPAE (Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia dell´Emilia-Romagna) nelle pagine relative all’inquinamento dell’aria (https://www.arpae.it/it/temi-ambientali/aria/report-aria). 

In copertina: particolare della copertina del volume di Filippo De Pisis La citta dalle 100 Meraviglie, Casa d’arte Bragaglia, Roma, 1920

FERRARA: INVECE DI RIAPRIRE…
Chiude il Museo del Risorgimento e della Resistenza

Dal Portale Turistico, Terra e Acqua, della Provincia di Ferrara si apprende che il Museo del Risorgimento e della Resistenza rimarrà chiuso fino a data da destinarsi. I locali al piano terreno del palazzo dei Diamanti devono essere sgombrati per far posto alla biglietteria e al bookshop.
La nuova sede alla Casa della Patria non è ancora pronta e ci si dovrà adattare per il momento negli spazi di Porta Paola, dove sarà possibile consultare i documenti, mentre il materiale espositivo sarà conservato nei magazzini comunali. Pare che la collocazione provvisoria durerà anni, visto che la ristrutturazione della Casa della Patria neppure è iniziata e quando prenderà avvio sarà lunga.

In realtà la notizia l’apprendo da un whatsapp di amici, che mi invitano a condividere un lungo appello contro la chiusura del museo, evidenziandone l’intensa attività sul territorio, soprattutto a favore delle scuole. Un prezioso interlocutore della didattica scolastica capace di arricchire i curricoli e di promuovere le uscite sul territorio. Non dunque un ‘mausoleo’, ma una struttura dinamica, creativa, impegnata ad ampliare la propria offerta come dovrebbero fare tutte le istituzioni culturali. Chiudere un museo, che etimologicamente è il luogo sacro alle Muse, è come compiere un sacrilegio. In questo caso un sacrilegio contro l’intensa rete di rapporti con associazioni, istituti culturali e istituti scolastici, che la direzione del museo in tanti anni di lavoro è riuscita a costruire, come un prezioso patrimonio che è andato ben oltre il tessuto cittadino.

La legge regionale dispone che i “musei e i beni culturali costituiscono sistemi integrati sul territorio, che interagiscono e cooperano con gli altri istituti culturali per garantire la più diffusa conoscenza del patrimonio culturale e per promuovere la sua funzione educativa…”. Se per allargare gli spazi espositivi del palazzo dei Diamanti si sacrifica un museo come fosse una ‘Cenerentola’, è evidente che il sistema integrato disposto dalla legge viene meno nella sua compiutezza e nelle sue finalità, in particolare quelle peculiarmente educative del Museo del Risorgimento e della Resistenza.
Si smaglia un nodo di quella rete indispensabile per una città che apprende, per una città della conoscenza, condizione necessaria per essere una città della cultura non solo a parole. Ma questo è un orizzonte che neppure è preso in considerazione dai nostri amministratori, sempre più impegnati a commercializzare l’arte e la cultura anziché promuoverne la produzione.
Bel risultato per un assessorato che si intitola, con enfasi antropologica, alla “Civiltà ferrarese”!

C’è un deficit di cultura in chi pensa di saperla amministrare e di avere le chiavi della sua diffusione, che sarà pure diffusione, ma non certo mobilitazione di saperi e di conoscenze, ancora la cultura statica delle esposizioni, come se i grandi Expo agli esordi del ‘900 non fossero mai finiti e fosse necessario continuare a riprodurli in piccolo.
Così non si riesce a misurare il danno che si produce, innanzitutto nei confronti della propria comunità, col chiudere un museo che ne conserva la storia e l’identità. Chiusura che difficilmente si sarebbe compiuta, se avesse comportato una grande perdita dal punto di vista dei biglietti strappati.

Per fortuna l’avvio del Sistema Museale Regionale sembra andare nella direzione di promuovere i musei come luoghi della conoscenza, della costruzione del pensiero critico e creativo. Almeno le parole recentemente pronunciate dalla presidente dell’ICOM, il comitato italiano dell’International Council of Museums confortano in questa direzione, promettono l’attivazione di processi educativi innovativi, di processi di solidarietà territoriale.
Di questa solidarietà, del patto educativo tra scuola e territorio è stato promotore fino ad oggi il Museo del Risorgimento e della Resistenza, assai prima che la Commissione presieduta dal nostro concittadino, professor Patrizio Bianchi, indicasse i patti educativi tra scuola e territorio come strumento per affrontare la ripresa scolastica in regime di Coronavirus.

Da anni il Museo del Risorgimento e della Resistenza, l’Istituto di Storia Contemporanea, le associazioni dei partigiani a partire dall’Anpi, il Comitato Scuola Costituzione collaborano entrando nelle nostre scuole a dialogare con le nostre ragazze e i nostri ragazzi, grandi e piccoli, compiendo un lavoro di formazione di enorme importanza soprattutto oggi. Conoscenza della Costituzione, formazione alla cittadinanza consapevole e responsabile che nasce dal sentirsi partecipi di una storia ed eredi dei valori conquistati, da chi per quei valori ha combattuto sacrificando la propria vita.

Ma questo non può eludere la domanda su come la nostra amministrazione locale intenda rispondere alla richiesta di patto educativo formulata dalla commissione del professor Bianchi, che non può certo esaurirsi nella fornitura di banchi o nell’abbattimento di tramezze per fare più spazio.
Aver chiuso il Museo del Risorgimento e della Resistenza è l’espressione della assenza di sensibilità nei confronti della formazione dei nostri giovani, delle attività costruite nel corso degli anni con grande intelligenza da un’istituzione culturale della città. È grave che nessuno abbia pensato che una delle conseguenze sarebbe stata quella di impoverire le occasioni di apprendimento dei nostri studenti, di privarli di uno spazio che avrebbe potuto dilatare le loro aule senza la necessità di abbattere muri. Ma tutto questo è lontano mille miglia dalla cultura dei nostri amministratori.

La cosa appare ancora più miope e stupida se si pensa che dal prossimo settembre prenderà l’avvio l’insegnamento dell’educazione civica nelle nostre scuole e che verrà a mancare ai nostri studenti un prezioso alleato per la loro crescita.
Se chiudere un museo è sempre un sacrilegio perché si impoverisce un territorio, lo è ancora di più quando ad essere più poveri saranno le scuole e i loro studenti, ma evidentemente qualcuno considera più importante la biglietteria del palazzo dei Diamanti.

Attenzione e buone pratiche per sostenere le persone con disabilità.
Parla la vicepresidente Elly Schlein

di Regione Emilia Romagna

In piena emergenza Coronavirus le persone con disabilità sono costrette ad affrontare routine stravolte e una quotidianità da reinventare, affrontando grandi difficoltà legate alle limitazioni della mobilità e alla sospensione dei servizi educativi e nei centri diurni. E con essi, le famiglie.
Per questo la Regione Emilia-Romagna nei giorni scorsi è già intervenuta a chiarire, facendo riferimento alle indicazioni del Governo, che la persona con disabilità nei casi strettamente necessari può uscire dal proprio domicilio per attività correlate alla propria condizione di salute (ad esempio per evitare rischi di crisi comportamentali), – a piedi o in macchina, eventualmente accompagnata da un familiare o da chi la assiste – autocertificando negli appositi moduli l’indispensabilità dell’uscita e sempre osservando le regole di distanziamento sociale. Accanto all’autocertificazione la Regione consiglia di dotarsi di certificazione medica, che le AUSL di tutta la regione stanno già rilasciando su richiesta.

Ed è alle persone con disabilità e alle loro famiglie che guarda la lettera che la Regione ha inviato ieri a tutti i Comuni, da Piacenza a Rimini, in occasione della Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, istituita nel 2007 dall’Assemblea Generale dell’Onu, per richiamare l’attenzione di tutti sui diritti delle persone nello spettro autistico. L’obiettivo della missiva è quello di fare il punto sulle iniziative messe in campo nell’emergenza e chiedere attenzione particolare su tutto il territorio regionale per garantire supporto e vicinanza alle persone con disabilità e alle loro famiglie, a maggior ragione dopo la sospensione, a causa delle misture restrittive di contenimento del Coronavirus, dei servizi educativi e dei centri diurni, che ha portato, per molti, all’interruzione dei percorsi educativi e scolastici e delle relazioni con i propri contesti di cura sociosanitari. Una condizione – quella della prolungata permanenza in casa – che, soprattutto per chi presenta elevate fragilità psichiche e quadri spesso associati a disturbi del comportamento, rischia di causare situazioni particolarmente complesse e difficilmente sostenibili.

“Proprio ieri in cui si è celebrata la Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo, che quest’anno cade in piena emergenza sanitaria da Coronavirus – sottolinea la vicepresidente con delega alle disuguaglianze, Elly Schlein – abbiamo voluto invitare tutti i Comuni a riflettere insieme a noi sulla condizione di difficoltà e a volte di isolamento in cui stanno vivendo le persone con disabilità e le loro famiglie, a causa delle restrizioni imposte per contenere il diffondersi del contagio e a condividere le buone pratiche messe in campo per il supporto. In molti casi si stanno svolgendo prestazioni educative o assistenziali a distanza. In alcuni territori, come previsto dal decreto “Cura Italia”, per situazioni particolarmente gravose, le sedi dei centri diurni, ancora sospesi, sono state aperte per interventi individuali. Interventi che si svolgono chiaramente nel rispetto delle norme di prevenzione del contagio, senza creare aggregazione e con l’adozione di tutte le misure necessarie per garantire la massima tutela della sicurezza e della salute, sia degli operatori che degli utenti. In altri contesti questo tipo di prestazioni è stato garantito, nei casi più difficili, anche grazie alla collaborazione degli educatori. Tutti insieme – prosegue la vicepresidente – possiamo collaborare al meglio per riuscire a rendere questa emergenza meno gravosa per le persone più fragili e vulnerabili. Per parte nostra, garantiamo non solo ogni sforzo per dare risposte di supporto concreto già in questa fase, ma metteremo il massimo impegno, lavorando fin da ora, per una ripartenza quanto più possibile rapida dell’intera rete dei servizi per la disabilità al termine dell’attuale emergenza. Sarà per tutti- chiude la vicepresidente- una grande sfida, affrontabile solo con grande spirito di collaborazione”.

Chi e come può uscire dal proprio domicilio

La Regione, sulla base delle segnalazioni pervenute dalle associazioni che si occupano di disabilità, è già intervenuta con alcuni chiarimenti, facendo riferimento alle risposte ad analoghe richieste da parte dell’Ufficio per le persone con disabilità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

In particolare, è stato chiarito che, per evitare il rischio di crisi comportamentali legate alle limitazioni alla mobilità, la persona con disabilità può uscire dal proprio domicilio, a piedi o in macchina, per attività correlate alla propria condizione di salute solo se strettamente necessario e osservando le regole di distanziamento sociale, eventualmente accompagnata da un familiare o da chi la assiste. Come per tutte le uscite da casa per motivi di salute, è indispensabile l’autocertificazione.

La Regione ha suggerito che, a supporto dell’autocertificazione, ci si doti di certificazione medica. Le Aziende sanitarie, su richiesta dell’interessato o del familiare che lo rappresenta, rilasceranno una certificazione attestante la condizione o lo stato di disabilità e le eventuali ulteriori informazioni ritenute necessarie. Ad oggi sono già state prodotte da tutte le Ausl le certificazioni richieste.

Assistenza alle persone con disabilità

Dal monitoraggio dei servizi offerti a livello locale alle persone adulte e minorenni con disabilità, sia fisica che intellettiva, con disturbi psichici e dello spettro autistico, emerge che le Aziende Usl, pur in una situazione di oggettiva difficoltà (oggi vengono garantite solo le prestazioni urgenti e indifferibili) si sono attrezzate per contattare i casi gravi (tra cui le persone con disturbi dello spettro autistico), con colloqui telefonici o videochiamate; sono stati predisposti materiali informativi per le famiglie, spunti per giochi e attività, letture online.

In alcuni casi, come previsto dal decreto “Cura Italia”, per situazioni particolarmente gravose, le sedi dei centri diurni, ancora sospesi, sono state aperte per interventi individuali. Interventi che si svolgono chiaramente nel rispetto delle norme di prevenzione del contagio, senza creare aggregazione e con l’adozione di tutte le misure necessarie per garantire la massima tutela della sicurezza e della salute, sia degli operatori che degli utenti. In altri contesti questo tipo di prestazioni è stato garantito, nei casi più difficili, anche grazie alla collaborazione degli educatori.

Prosegue inoltre la collaborazione tra Regione, Associazione dei Comuni (Anci) e delle Province (Upi), Enti gestori e sindacati per individuare protocolli condivisi per rimodulare parte dei servizi attualmente sospesi in altra forma, proprio per dare risposte concrete alle difficoltà delle persone con disabilità e delle loro famiglie in questa fase di emergenza.

Le buone pratiche già avviate

Alcune esperienze locali e buone pratiche si stanno diffondendo sul territorio regionale e tra queste quella di Rimini, dove la collaborazione tra Comune e Ausl ha portato all’identificazione di uno spazio all’aperto – un parco a gestione privata – dove, con accesso contingentato e senza creare aggregazione, le persone con disabilità in situazione di necessità hanno potuto trovare sollievo trascorrendo un po’ di tempo fuori casa in sicurezza e nel rispetto delle misure restrittive e di distanziamento. Esperienza poi ripresa anche in altri territori.

Allo stesso modo alcune Aziende sanitarie stanno predisponendo soluzioni utili a fronteggiare emergenze legate all’eventuale ricovero del familiare caregiver di disabile, individuando la reperibilità di operatori sociosanitari attivata direttamente dal 118. Anche per quanto riguarda gli eventuali ricoveri di persone autistiche le Aziende sanitarie si stanno organizzando in modo da garantire, compatibilmente con la situazione emergenziale, la presenza di personale con competenze adeguate.

Rinascimento sempre in divenire: la raffinata arte del restauro

Lo scorrere del tempo, è risaputo, altera la realtà. L’insondabile varietà e diversità di ogni cosa esistente, uguale solo a se stessa, non cessa mai di subire continue modifiche, anche impercettibili, che accumulandosi determinano una difformità crescente anche rispetto alla propria apparenza precedente. Tornare indietro non ci è ancora permesso, ma ridare una forma il più possibile simile a quella passata, questo sì.

Restauratrici e restauratori lo sanno bene, perché lo fanno di mestiere quotidianamente. Non si tratta, come invece tale attività veniva una volta interpretata, di ricostruire a tutti i costi gli oggetti, piccoli e grandi, giunti sino a noi. E’ piuttosto la cura che con rispetto si può loro riservare, includendo interventi svolti solo se si ha la certezza documentata di come doveva essere la parte mancante, e solo se si può disporre di materiali molto affini. Con un’accortezza, però. Le manomissioni svolte devono essere ben riconoscibili, in modi vari, cosicché in futuro le azioni del nostro tempo possano essere distinte e separate dalle condizioni originarie. Una rinascita, insomma, un nuovo Rinascimento che la nostra era regala alle tracce di chi ci ha preceduto, dalla preistoria ai giorni più vicini, ma anche ai periodi più remoti. E’ il caso, questo, del restauro dei fossili. Gli ultimi anni hanno visto Ferrara come una felice fucina di riparazione dell’antico, dalle imponenti costruzioni ai delicati affreschi, ma certo tra i casi maggiormente rilevanti e in special modo esperibili da tutta la cittadinanza spiccano i restauri del giardino e delle piroghe di Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro e sede del Museo Archeologico Nazionale. L’anno fruttuoso è stato il 2010, a partire dal quale si è potuto apprezzare il lavoro minuzioso e condotto con grande professionalità che ha restituito alla nostra città l’opportunità di rivivere questi luoghi e questi reperti come un salto indietro nel tempo. Le prime a far nuovamente mostra di sé sono state le imbarcazioni, la cui sala è stata riaperta nel mese di maggio. Al solito, il restauro si è configurato come soltanto una parte di un processo più ampio, curato dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici. Le barche sono state prima studiate e analizzate scientificamente, per identificare da un punto di vista fisico e chimico il legno utilizzato, comprenderne il deterioramento e riconoscere i prodotti usati in precedenza per conservarlo. Fatto ciò, si è potuto procedere con il restauro vero e proprio, che addirittura si è dovuto svolgere nella sala espositiva, a causa delle importanti dimensioni delle navi. E il problema è divenuto risorsa: alcune fasi dei lavori le si è potute vivere in diretta, a stretto contatto con le difficoltà che esperte ed esperti del campo affrontano ogni giorno. Esattamente come quelle riconosciute e superate da coloro che hanno rivolto le proprie capacità alla sistemazione del giardino neorinascimentale, punta di diamante dell’intero complesso museale, riaperto nel mese di giugno. Molti gli enti, le realtà e le personalità coinvolte, anche stavolta grazie alla pianificazione della Regione Emilia-Romagna. Dalla iniziale condizione in cui il giardino versava, di degrado e mancanza di valida manutenzione, bisognava tornare a far risplendere un unicum irripetibile. Ma non solo, poiché oltre a far tornare l’area nella situazione originaria di inizio Novecento, non era possibile cancellare gli eventi precedenti o successivi, fingendo che non fossero mai accaduti. Così, si è proceduto con indagini preliminari, per andare alla ricerca delle specie vegetali succedutesi nel corso dei secoli e di eventuali strutture archeologiche dimenticate dal tempo. L’intervento, poi, si è focalizzato non solo sul giardino novecentesco, ma anche su quello rinascimentale, giunto ai giorni nostri in una minima parte.

Riportare all’antico splendore, per quanto possibile e sensato, l’esito di un inevitabile degrado è interessante e affascinante da vedere. Appunto la fruizione è l’obiettivo principe di tali operazioni, sia per chi è esperto in materia sia per chi non è addetto ai lavori, operazioni che altrimenti, francamente, sarebbero prive di senso. Il Palazzo Costabili è lì ad attenderci.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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Si scrive Giardino degli Dèi, si legge Miniera di Racconti: alla (ri)scoperta di Ferrara

Demetra, Ade, Zefiro… Tra tutti i personaggi della mitologia greca, evocati dalle e dagli studenti del Liceo Scientifico Antonio Roiti, è stato forse Zeus, il padrone del tempo, il più velatamente presente, con la sua leggera e rinfrescante pioggia mattutina. Anche quest’anno, le Giornate Europee del Patrimonio la nostra città non se le è lasciate sfuggire. Si tratta di un appuntamento ormai fisso nel panorama del continente, che consente a milioni di persone di ammirare per la prima volta monumenti spesso non accessibili. Il tema scelto per l’edizione 2019 è ‘Un due tre… Arte! Cultura e intrattenimento’, con un obiettivo ambizioso: riflettere sul benessere che deriva dall’esperienza culturale e sui benefici che la fruizione del patrimonio può determinare. In particolare, il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara ha arricchito la propria offerta partecipando alla rassegna regionale ‘Vivi il Verde’, che da anni mira a far vivere alle e ai cittadini emiliano-romagnoli la natura in ogni sua declinazione. Il sottotitolo, ‘Intelligenza della natura e progetto umano’, è tutto un programma: partire dall’idea classica di giardino, artificio umano, per arrivare a immaginare nuove modalità di alleanza tra la nostra specie e il resto dell’ambiente.

Come non approfittare dell’occasione per vivere in una veste nuova il giardino neorinascimentale di Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro? Grazie alla guida della classe 5N e delle docenti Francesca Bianchini ed Elena Cavalieri D’Oro, le piante coltivate e gli intricati percorsi del labirinto non avranno più, d’ora in poi, così tanti segreti. Nonostante l’inclemenza meteorologica, le visitatrici e i visitatori, domenica 22 settembre, hanno con interesse seguito i piacevoli racconti legati alla moderna botanica e alle antiche leggende. L’evento, deliziato da un collaterale buffet, era parte del progetto scolastico ‘Muse Inquietanti’, portato avanti anche tra le sale del museo in qualità di alternanza scuola-lavoro, che negli ultimi tempi ha fornito il giardino di nuovi apparati fissi, dai quali è possibile apprendere molte informazioni su ciò che un occhio inesperto potrebbe non riconoscere.

Ma se si parla di questa ricchezza novecentesca, certamente il Garden Club Ferrara non può esserne del tutto estraneo. L’associazione ha infatti partecipato alle varie fasi del progetto, in virtù del forte legame che da sempre la unisce a tale luogo. La presidente Gianna Borghesani non ha avuto remore nel ricordare come proprio le volontarie e i volontari associati, a fine secolo, furono i grandi protagonisti del recupero di ciò che allora era semplicemente un accumulo di erbacce, che aveva addirittura nascosto del tutto il celebre labirinto.

Le ragazze e i ragazzi non erano tuttavia soli nell’allietare il curioso pubblico, poiché il Club Amici dell’Arte aveva, già dal giorno prima, allestito una mostra temporanea di proprie opere pittoriche, grafiche e fotografiche, all’interno della magnifica Sala del Tesoro e lungo il porticato, dando così voce al proprio scopo di promozione dell’arte e della cultura.

Eppure, è proprio il caso di dirlo, non è tutto rose e viole, come ha voluto sottolineare un’arguta lettura del labirinto fornita da una liceale. Se un tempo l’essere umano era chiamato a scegliere la strada con le proprie forze, nell’era di Internet nessun dedalo è più affrontabile con il solo aiuto del proprio ingegno.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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#EmptyTeatroER_chiara_ricchiuti_ferraraitalia (8)

Il Teatro comunale di Ferrara come non l’avete mai visto prima

Il teatro completamente vuoto e la possibilità di fotografare ovunque, accompagnati da una guida appositamente preparata e dallo squisito personale di sala. E’ stato così che grazie ad Igers Ferrara, una ventina di instagramer e fotografi hanno potuto visitare gli ambienti del Teatro comunale di Ferrara e scattare fotografie senza la presenza di altro pubblico, dando quindi la sensazione del vuoto, “empty” appunto, e di condividerle su Instagram e gli altri social network, con l’hashtag #EmptyTeatroER, che dà anche il nome al progetto. Attraverso questo tag, verrà composto un album, una galleria fotografica online unica nel suo genere.

Anche noi di Ferraraitalia abbiamo potuto curiosare in ogni angolo del teatro, dall’archivio al ridotto, dai palchi al palcoscenico, dal foyer al graticcio, e poi la sala prove e i camerini, il magazzino dei fari e il laboratorio per le scene. Di seguito alcune delle nostre foto.

Fotografie di Chiara Ricchiuti, clicca sulle foto per ingrandirle.

#EmptyTeatroER_chiara_ricchiuti_ferraraitalia (8)

Si ringraziano in particolare Barbara Lunghi, Veronica Villani e Gabriele Soattin di Igers Ferrara per averci invitato a partecipare alla visita.

Il progetto #EmptyTeatroER – Alla scoperta dei teatri dell’Emilia Romagna, partito da un’idea di Barbara Lunghi (local manager della community Instagramers Ferrara), è stato condiviso da tutte dalle communities locali della regione. Ogni community degli Instagramers Emilia Romagna partecipa con un teatro della propria provincia.

Instagramers Emilia Romagna  facebook.com/InstagramersEmiliaRomagna  IG @igersemiliaromagna ‐ TW @igemromagna  igersemiliaromagna@gmail.com

Links  Instagramers Ferrara (ideatore del progetto)
Facebook:  Instagramers Ferrara  IG @igersferrara  Turismo Emilia Romagna ‐ APT  http://www.travelemiliaromagna.it/  IG @turismoER

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Progetto regionale “Seinonda”, modello esemplare di processo partecipato

Viene presentato in questi giorni, alla tredicesima edizione del Parlamento europeo dei giovani, il progetto “Seinonda”, frutto di un percorso partecipativo promosso dalla Regione Emilia-Romagna per coinvolgere i cittadini e i vari portatori d’interesse nell’elaborazione del Piano di gestione del rischio da alluvioni. Il percorso, avviato nel 2013, è stato scelto come “modello esemplare di processo partecipato” dalla “Solidarity Water Europe” (la sigla francese è “Solidarité Eau Europe”, in breve See), organizzazione non governativa nata nel 1998, con sede a Strasburgo.

L’assemblea dei giovani – che riunisce in Svizzera, a Burier (Losanna), fino al 20 marzo oltre 70 ragazze e ragazzi provenienti da 17 Paesi europei – affronterà una discussione sui rischi legati all’acqua, su come prevenirli e gestirli, ponendo particolare attenzione all’importanza della partecipazione e della responsabilizzazione attiva della popolazione, con lo scopo di diffondere una vera cultura di prevenzione e protezione civile.

Il workshop dedicato all’esperienza emiliano-romagnola ha permesso di illustrare il progetto nell’ambito delle attività del Parlamento europeo dei giovani, focalizzando gli interventi sulle azioni da mettere in campo durante un evento alluvionale e sulle modalità con cui organizzare una rete di volontariato in seguito al verificarsi di un evento calamitoso. I ragazzi sono stati invitati a prendere parte ad un momento partecipativo per contribuire a sviluppare modelli di gestione delle emergenze. Si tratterà di un vero e proprio evento partecipativo durante il quale i ragazzi saranno impegnati a contribuire con le loro idee e a sviluppare prototipi per progetti di gestione delle emergenze. Risultati che la Regione Emilia-Romagna potrà riportare a casa per il prosieguo delle attività legate alla Direttiva 2007/60/CE.

Dal comunicato stampa dell’ufficio stampa della giunta regionale Emilia-Romagna

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Spazio ai musicisti emergenti emiliano-romagnoli

Dal 10 marzo torna su RadioEmiliaRomagna, la radio web della Regione, la rubrica Mei Web Radio che valorizza i musicisti indipendenti ed emergenti della regione. Molte saranno le novità che porteranno Mei Web Radio a scoprire tante realtà, spesso inedite, di uno dei più importanti e significativi bacini della nuova musica in Europa, una vera Silycon Valley.

L’iniziativa, alla quinta edizione, è realizzata da Mei e Radio Bruno in collaborazione con RadioEmiliaRomagna, sul cui sito sono scaricabili le 356 puntate che hanno portato su questo palco virtuale oltre trecento musicisti emiliano-romagnoli.

Nel 2016 sono previste altre 40 puntate, la prima delle quali andrà in onda il 10 marzo e vedrà la presenza di Giordano Sangiorgi, patron del Mei, e del discografico Massimo Benini, coordinatore di “Mi Sento Indie” (il nuovo progetto musicale per esordienti nato a Bologna su input di Radiocoop e delle Librerie Coop, insieme a Irma Records e al Mei).

Sempre alla visibilità e all’ascolto delle nuove promesse musicali è dedicata la rubrica “Scelto per voi” su RadioEmiliaRomagna e la Free Zone di Magazzini Sonori (www.magazzini-sonori.it), il portale musicale della Regione, che contiene le presentazioni 1100 tra musicisti e band emiliano-romagnole, con circa 4100 brani ascoltabili gratuitamente in streaming.

Per saperne di più clicca qui

Dal comunicato stampa dell’ufficio stampa giunta regionale Emilia-Romagna

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Parco del Delta del Po, una legge regionale contro natura

dal Circolo del Delta di Sinistra Ecologia e Libertà

Si pongano insieme Parchi naturali e Siti di Rete Natura 2000 in un unico cervellotico calderone gestionale denominato ‘Ente di gestione per i parchi e la biodiversità’ o “ Macro Area”. Cosa si ottiene? Una mostruosità istituzionale. Certificata in anticipo da autorevoli esperti inascoltati a proposito della bislacca legge regionale dell’Emilia-Romagna approvata in fretta e furia sul finire del 2011, con la quale si sono sciolti i consorzi gestori dei parchi e istituite al loro posto cinque macro aree, per dare applicazione alla ‘milleproroghe’ di Calderoli. Senza che fosse peraltro necessario farlo. Come ben dimostrato dalla Regione Puglia che ha conservato in capo a consorzi di enti locali i propri parchi. Perché essi, per le loro finalità d’interesse generale, non erano e non sono riconducibili a meri servizi locali. Perché ogni Parco, per la sua originalità, richiede un’istituzione a sé dedicata e impegnata in una missione speciale. E, tale istituzione seppure interconnessa intimamente alle altre consorelle, grazie alla rete ecologica, da queste resta ben distinta nelle finalità da perseguire. Come riconfermato dalla Regione Lombardia che volendosi, diversamente dalla Puglia, ispirare alla legge Calderoli si è limitata a trasformare i suoi Parchi consortili in enti. Punto. Così, infatti, funziona una vera Rete Ecologica che è tenuta insieme essenzialmente dai suoi nodi strategici: i Parchi. Se questi sono malfatti o malgestiti la Rete si scioglie. Non c’è Macro Area che tenga! Ma, si sa: l’eccezione conferma la regola. E a ciò non sfugge nemmeno la Regione Emilia-Romagna che, per quanto maestra di buon governo, quando deve occuparsi di aree protette, il più delle volte, non ci prende. Continua evidentemente a farle velo il suo retaggio politico sviluppista. E così essa è ricorsa a un bizzarro barocchismo amministrativo, la macro area, per occultare il nanismo cronico che affligge buona parte dei suoi Parchi. Se la Lombardia ne ha 23 che proteggono il 25% del proprio territorio, l’Emilia-Romagna ne ha solo 14 piccoli o piccolisimi che insistono sul 7% del suo suolo, la cui metà è costituita all’incirca dal solo Parco del Delta del Po. Per non parlare poi della spesa pubblica regionale emiliana a favore dei Parchi che, per ettaro protetto, è tra le più basse d’Italia. In questi quattro anni di esistenza della suddetta legge nessuno degli obiettivi di efficacia, efficienza e risparmio gestionali da essa evocati è stato raggiunto. Anzi. Ma, che a recitarne a fine luglio il de profundis sarebbe stata in maniera tragicomica la stessa Regione nessuno poteva ragionevolmente aspettarselo. L’art. 18 della fresca legge regionale sul riordino istituzionale prevede sorprendentemente che i Siti di Rete Natura 2000 ubicati al di fuori dei Parchi e posti fino a ieri in capo alle Provincie – il cinquanta per cento di tutto il territorio protetto della Regione – non vengano più trasferiti in gestione alle Macro Aree, ma ai Comuni. E ciò senza tenere minimamente conto che l’Unione Europea titolare di Rete Natura 2000 aveva sconsigliato caldamente, lo scorso anno, proprio l’Italia dal farlo, per la natura troppo generalista dei suoi Comuni. Comunque sia, la frittata è ormai fatta. E conviene a tutti considerare ormai chiusa la triste vicenda delle Macro Aree, che a questo punto non hanno più ragione di esistere, e voltare definitivamente pagina. Ad incominciare da Valle Mezzano, il Sito più grande e problematico della Regione che ora ricadrebbe sulle spalle troppo gracili di ben quattro Comuni, se non venisse ricompreso subito all’interno del Parco del Delta del Po. Come Natura vuole!

 

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LA SEGNALAZIONE
Fondi europei: nuovi bandi regionali per l’innovazione e la ricerca

di Sara Spinedi*

Due nuovi bandi per la Regione Emilia Romagna, che fanno perno sull’implementazione dell’innovazione e della ricerca, ma con requisiti, obiettivi, e destinatari molto differenti tra loro, anche se per entrambi a sostenere i finanziamenti sono i fondi del Por Fesr (Programma operativo regionale/Fondo europeo di sviluppo regionale), rientrando nel periodo di programmazione economica che va dal 2014 al 2020.

Per il primo bando, si tratta di un finanziamento a fondo perduto, in conto capitale, di cui potranno beneficiare anche le grandi imprese, che hanno l’obiettivo di incrementare il processo innovativo, procedendo in primis attraverso l’inserimento di personale con elevato grado di istruzione, che sia quindi almeno laureato. La percentuale della spesa complessiva che andrà sostenuta, sarà coperta in misura pari al 45% del totale ammissibile ai fini del regolamento del bando. La presentazione delle domande andrà fatta a partire dal 2 settembre, e fino al 30 ottobre 2015.
Il secondo bando è incentrato sul sostegno della spesa da sostenere nella ricerca per lo sviluppo e l’ampliamento dell’uso dell’intelligenza artificiale, per cui è destinato in misura principale ai laboratori impegnati in questo settore, con chiari legami con il discorso produttivo industriale. Chi vuole partecipare al bando e entrare a far parte delle imprese che beneficeranno degli aiuti economici, bisogna presentare la domanda entro il 30 settembre prossimo (l’inizio di presentazione delle domande è infatti partito dallo scorso 4 agosto). Per presentare la domanda bisognerà avvalersi obbligatoriamente dell’applicativo Sfinge.
Con questi nuovi bandi la Regione si conferma come una delle più attive nell’erogazione dei fondi europei, e tra le poche “virtuose” per tempistica di valutazione e concessione, oltre che per il rispetto dei tempi di uso dei fondi Ue stessi. In un periodo in cui il numero delle richieste delle forme di prestito per i protestati, come nel caso dei cambializzati (come riportato qui http://espertoprestiti.com/) è complessivamente in forte crescita, si tratta di un’occasione per certi versi quasi unica per essere sempre più competitivi e presentarsi pronti nel momento in cui si tornerà ad essere realmente competitivi.

* Giornalista, attualmente cura la sezione news su siti a tema finanza, tecnologia ed informazione.

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L’INTERVISTA
Elena Buccoliero alla direzione del servizio regionale per le vittime di reati gravi

Esiste da dieci anni ed è un servizio di assoluta utilità offerto dalla Regione Emilia-Romagna, eppure pochi ne conoscono l’esistenza, salvo, purtroppo, chi ne ha avuto bisogno. Si tratta della Fondazione emiliano romagnola per le vittime dei reati. Nata nell’ottobre 2004, è stata voluta da Regione Emilia-Romagna, Province e Comuni capoluogo, con l’intento di predisporre un ente in grado di dare sostegno alle vittime di reati molto gravi. La direttrice è una ferrarese, Elena Buccoliero, sociologa e counsellor, che per il Comune di Ferrara segue l’Ufficio diritti dei minori. È inoltre giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Bologna.

L’abbiamo intervistata per capire meglio l’attività della Fondazione, in vista dell’incontro pubblico che si svolgerà domani 11 dicembre alle 18.30 presso la Sala della Musica di via Boccaleone 19.

Da chi è composta la Fondazione?
Ne fanno parte, per ora, soltanto i soci fondatori, cioè appunto Regione, Province, Comuni capoluogo. Sono possibili ingressi di nuovi soci, sia enti pubblici sia soggetti privati. Io sono il direttore dal 1° settembre scorso. Insieme a me lavora un’operatrice brava e paziente, la vera memoria storica della Fondazione, e cioè Patrizia Vecchi, dipendente della Regione. Bisogna dire però che il nostro presidente è una figura d’eccezione: Sergio Zavoli.

Qual è la sua missione?
La Fondazione offre un sostegno rapido e concreto, di tipo economico, alle vittime di reati gravi e gravissimi, per aiutarle a fronteggiare nell’immediato le conseguenze del crimine. Per “reati gravi e gravissimi” si intendono l’omicidio e tutti quei reati che mettono a rischio l’incolumità fisica delle persone, o la loro libertà morale e sessuale; in altri termini, i reati più frequenti sono omicidio tentato e consumato, violenza sessuale, stalking, gravi maltrattamenti in famiglia, rapine particolarmente violente.

Come vengono scelti i casi a cui dare sostegno?
I casi vengono segnalati dai Sindaci dell’Emilia Romagna dove il fatto è accaduto, o dove vive il cittadino che ha subito il reato. Qualche volta, quando la stampa presenta casi di grande rilievo, è la Fondazione stessa a contattare il Sindaco ricordando che la Fondazione è al loro fianco.

Che tipo di sostegno dà la Fondazione?
Il sostegno è di tipo economico ed è sempre basato su un progetto di aiuto calato al caso concreto. Può esserci bisogno di sostenere spese sanitarie, o psicologiche, o assistenziali particolari, possiamo dare impulso al progetto di autonomia di una donna che interrompe la relazione con un partner maltrattante, o sostenere gli studi di un bambino che ha perso i genitori in un omicidio.

Quali sono i casi nella provincia di Ferrara?
Sono stati 11 dal 2005 al 2013, ed anche nel 2014 nuovi casi sono stati presentati ma i dati non sono ancora completi. Sicuramente, per Ferrara e non solo, spiccano le violenze verso donne e minori, ed è della nostra provincia il caso di una donna che, anche grazie al nostro contributo, è riuscita a ritrovare e a riprendere con sé il suo bambino che il partner maltrattante aveva allontanato da lei portandolo all’estero.
La Fondazione si occupa di tutti i reati gravi, ma è vero che gran parte della sua attività si sostanzia nell’aiuto a donne e minori vittime di violenza intra-familiare, sia perché questi reati sono particolarmente odiosi e stravolgono la vita delle persone offese, che spesso non avranno mai un risarcimento dal maltrattante, sia perché in aiuto alle donne esistono i Centri antiviolenza che conoscono la Fondazione e sono di stimolo per il Comune nel presentare le istanze. Credo che nel tempo un’alleanza in qualche modo analoga potrà crearsi anche con i servizi sociali per i minori, con riferimento a casi di bambini vittime di maltrattamenti o di abusi sessuali.

Cos’avete osservato rispetto al fenomeno della violenza in regione? E’ in aumento? Quali i tipi di reato più diffusi?
Purtroppo questo è un discorso che non riusciamo a fare. Non per tutti i reati si viene alla Fondazione – solo per quelli molto gravi, come dicevo – e l’aumento di istanze presentate è dovuto alla migliore conoscenza di questa opportunità, più che all’aumento della violenza. Per capirci, abbiamo ricevuto 5 casi il primo anno, oltre 30 da qualche anno in qua. Ma, appunto, è un fatto di comunicazione, sono convinta che il bisogno ci fosse anche prima.

Chi sono le maggiori vittime di reato? Uomini o donne? Di che età? Sono dati che offrono spunti di riflessione?
Le vittime di reato sono soprattutto donne o bambini. Bisogna dire che ogni reato può colpire più di una persona, se consideriamo non soltanto chi riceve la violenza ma tutti coloro che ne sono colpiti anche indirettamente. Per questo, ad esempio, nei femminicidi, la Fondazione aiuta i bambini che rimangono, mentre la mamma non c’è più e qualche volta neppure il padre, suicida. Anche le violenze sessuali, lo sappiamo, riguardano sempre e soltanto donne. Non sono capace di riflessioni particolarmente acute, se non che i dati confermano una volta di più la presenza di una violenza diffusa e persistente contro le donne e la necessità di prendere in carico questo tema complesso, con risposte complesse, che si muovono su più piani. In questo momento mi pare che la Fondazione, mentre è così difficile per le donne che dicono ‘basta’ trovare un aiuto per ricominciare a vivere, sia un raro appoggio. Non possiamo fare tutto noi, non possiamo fare tutto da soli, ma certo cerchiamo di svolgere la nostra parte.

Quali sono le difficoltà che incontrate?
Posso indicare due tipi di difficoltà, in un certo senso opposte: per un verso, per lavorare meglio abbiamo bisogno di farci conoscere di più e io credo che i nostri destinatari siano coloro che professionalmente hanno a che fare con le vittime dei reati. Assistenti sociali, avvocati, forze di polizia possono indirizzare in modo mirato le vittime di gravi reati alla loro amministrazione comunale per chiedere aiuto alla Fondazione. E poiché l’informazione non è mai abbastanza, e anche dopo 10 anni pochissimi ancora conoscono la Fondazione, a Ferrara l’11 dicembre abbiamo organizzato un incontro di presentazione della nostra realtà, che prosegue con una lettura teatrale sulla violenza intra-familiare. All’incontro che si tiene alle 18,30 nella Sala della Musica, partecipa il presidente della Fondazione, Sergio Zavoli, insieme al Sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani, all’avvocato Eleonora Molinari e me. Dopo un piccolo buffet ci sarà poi la lettura teatrale ‘I bambini non hanno sentito niente’, interpretata da Fabio Mangolini insieme agli attori del Teatro dell’Argine.

E la seconda difficoltà?
Beh, riguarda i fondi. La Fondazione gestisce un fondo annuale di gestione composto dalle quote di Regione, Province e Comuni capoluogo, ma la parte delle Province è destinata a ridursi in seguito alla riforma che ne ridimensiona fortemente competenze e risorse. Per la Fondazione questo comporterà un buco, rimediabile perfino facilmente se altri enti locali – Comuni di rilievo, Consorzi o Unioni di Comuni – decideranno di entrare nella Fondazione come soci aderenti, cosa che già lo Statuto consente, con la quota che ragionevolmente si sentono di sostenere.
Nel frattempo la Fondazione prosegue la sua strada e si sta anche guardando intorno: progetti europei, bandi nazionali, sponsor privati sono altrettante strade da percorrere.

11 dicembre
FERRARA
Sala della Musica, Via Boccaleone 19
Ore 18,30 – Tavola rotonda
La Fondazione per le vittime dei reati come strumento di giustizia riparativa
Il caso della violenza contro le donne e i minori
Presentazione della Fondazione emiliano romagnola per le vittime dei reati
Tiziano Tagliani, Sindaco del Comune di Ferrara
Sergio Zavoli, Presidente della Fondazione emiliano romagnola per le vittime dei reati
Elena Buccoliero, direttrice della Fondazione emiliano romagnola per le vittime dei reati
Eleonora Molinari, avvocato, Fondazione forense ferrarese
Buffet
Ore 21 – Lettura teatrale
I bambini non hanno sentito niente”

Per approfondimenti e contatti si può visitare il sito della Fondazione [vedi]

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IL FATTO
Liberiamoci dal Pil, un’altra economia è possibile

“Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle.[…] Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l’intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta” (Robert Kennedy, 18 marzo 1968).

Quella appena trascorsa è stata la sesta Settimana europea per la riduzione dei rifiuti, nata all’interno del Programma LIFE+ della Commissione europea con l’obiettivo primario di sensibilizzare istituzioni e consumatori sulle strategie e sulle politiche di prevenzione dei rifiuti messe in atto dall’Europa. Pubbliche amministrazioni, associazioni e organizzazioni no profit, scuole e università, imprese e cittadini hanno proposto azioni volte alla riduzione dei rifiuti, a livello nazionale e locale: dalla cucina con gli avanzi agli eco-acquisti, dai laboratori di compostaggio con gli scarti organici a quelli di riuso e riciclo per i bambini e gli adulti. In tutto sono state 5643 le azioni validate per questa sesta edizione, che aveva come tema la lotta allo spreco alimentare. Una delle modalità di adesione scelte dall’amministrazione comunale di Ferrara è stata la presentazione dei risultati per il 2013 di “Last Minute Market stop allo spreco!”. Il progetto, attivo a Ferrara dal 2004 e coordinato da Last Minute Market srl – società spin off dell’Università di Bologna, nata da un’idea del professor Andrea Segrè – facilita il recupero di prodotti non commercializzati attraverso la realizzazione di reti locali costituite dalle imprese, dal terzo settore e dalle istituzioni. Nella pratica Last Minute Market diventa perciò un servizio concreto per la prevenzione dei rifiuti e il loro riutilizzo a fini sociali, che applica concretamente i principi del km zero e della filiera corta. A Ferrara, sono una decina le onlus che ricevono beni alimentari con cadenza giornaliera o settimanale da circa 20 esercizi commerciali, fra supermercati e negozi al dettaglio di prodotti da forno e gastronomia, frutta e verdura e altro. Nel 2013, la quantità di prodotti alimentari recuperati è pari a 74.600 kg per un valore economico dei prodotti alimentari recuperati pari a circa 279.000 €.
Ferrara è stata anche il terreno di un altro progetto Life+: l’esperimento di economia circolare “Lowaste-Local waste market for second life products”, costruito sulla considerazione dei rifiuti come base di partenza per una nuova produzione e su una logica di partnership pubblico privato. Partendo da alcuni progetti pilota nel settore del tessile sanitario, degli inerti da demolizione, degli arredi urbani, degli oli e degli scarti alimentari, sono nate vere e proprie filiere circolari che formano il distretto locale di economia verde LOWaste, inoltre si è formata LOWaste for action, la community dei designer, maker, artigiani, cooperative sociali e Pmi che progettano e realizzano i riprodotti.
Ora tocca al distretto di economia solidale, una delle realtà riconosciute e sostenute dalla nuova legge regionale n°19 del 23 luglio 2014 sulle “Norme per la promozione e il sostegno dell’economia solidale”. Produzione agricola e agroalimentare biologica e biodinamica, filiera corta e garanzia della qualità, bioedilizia, risparmio energetico, commercio equo e solidale, gruppi di acquisto solidale e finanza etica, dall’estate scorsa sono quindi tutte realtà riconosciute e sostenute da una legge regionale dell’Emilia-Romagna. Per far conoscere il nuovo testo alla cittadinanza e per raccogliere manifestazioni di interesse da parte degli operatori e delle associazioni locali rispetto alla possibile costituzione di un distretto di economia solidale a Ferrara, il comune e il coordinamento “Verso il Des Ferrara”, con la collaborazione del Creser-Coordinamento regionale per l’Economia solidale Emilia Romagna, hanno organizzato un incontro pubblico al Teatro Ferrara Off. Questa legge è un traguardo importante per il processo partecipativo che ha portato alla sua approvazione: i primi incontri del gruppo di lavoro sono stati dedicati allo sviluppo di un linguaggio comune su cosa significasse ‘economia solidale’, poi si è passati all’elaborazione di una proposta di testo legislativo, ma la peculiarità di questo testo di 8 articoli è che rende l’Emilia-Romagna la prima regione che ha formulato e approvato una legge su questi temi con un processo di condivisione e un dialogo paritario fra le realtà coinvolte e le istituzioni. Il risultato è una reinterpretazione delle politiche economiche locali, sancita nell’articolo 1: “per promuovere lo sviluppo civile, sociale ed economico della collettività, la Regione Emilia-Romagna riconosce e sostiene l’Economia Solidale, quale modello sociale economico e culturale improntato a principi di eticità e giustizia, di equità e coesione sociale, di solidarietà e centralità della persona, di tutela del patrimonio naturale e legame con il territorio e quale strumento fondamentale per affrontare le situazioni di crisi economica, occupazionale e ambientale”. Inoltre, si attiva l’Osservatorio dell’economia solidale dell’Emilia Romagna, che avrà una funzione di verifica e monitoraggio delle attività del circuito solidale regionale e che per la prima volta dovrà elaborare indicatori di benessere, equità e solidarietà, uscendo finalmente dall’ottica del Pil. Bob Kennedy aveva iniziato il discorso di quel 18 marzo 1968 con queste parole: “Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni terreni”. Tutti questi esempi dimostrano che un’altra economia è possibile.

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L’OPINIONE
Il Pd, Renzi e la vittoria sulle macerie

I voti al Pd in Emilia Romagna sei mesi fa alle elezioni europee erano 1.200.000, oggi sono diventati 500.000. E rispetto alle regionali del 2010 ne mancano 300.000. Poi c’è il dato choc dell’astensione. Anche gli altri partiti e forze varie, tranne la Lega, sono andati male. Perché mi soffermo sul Pd? Perché sono rimasto impressionato dalle dichiarazioni di Renzi. “Abbiamo vinto”. “Non siamo mai stati così forti.” “Il dato dell’astensione è secondario.” Si rende conto di ciò che sta dicendo? Sta parlando non di una regione qualunque, ma del luogo simbolo della forza della sinistra e della partecipazione civica. Del resto, che conoscenza può avere della storia e della realtà dell’Emilia Romagna un segretario che conclude la campagna elettorale a Bologna vantandosi di aver strappato il maggior applauso attaccando il sindacato? Costringendo il candidato Bonaccini a dire il giorno dopo che in questa regione i rapporti con il movimento sindacale sono buoni. Non a caso chi è stato eletto nelle file del Pd è giustamente preoccupato per questo disastroso risultato elettorale, a cominciare dal suo neo-Presidente. Ad essere onesti intellettualmente, quella del Pd è una vittoria sulle macerie della propria forza, della rappresentanza e dell’autorevolezza della Regione come Istituzione. Insomma è tutto da ricostruire. Francamente, non mi ha mai impressionato il mito costruito da mass media, sponsor e tifosi vari attorno alle capacità comunicative del giovanotto di Rignano sull’Arno. Comunque ero disposto a fare qualche concessione al riguardo. Ultimamente, però, ne ha ‘bucate’ diverse. Inoltre, per uno che ha l’ambizione di durare vent’anni, è preoccupante la ripetizione monotona e noiosa degli stessi lazzi, offese e fervorini sul ‘fare’ e sul futuro radioso e felice che starebbe preparando… a nostra insaputa. Caro Matteo, forse sarebbe l’ora che tu ‘cambiassi-verso’ se vuoi durare un po’ più di Monti e Letta.

Fiorenzo Baratelli, è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

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L’OPINIONE
Il gattopardo alla bolognese

I numeri sono come gli animali. Non parlano, ma si esprimono attraverso segnali che noi dobbiamo saper cogliere con animo puro e mente scevra da pregiudizi. In entrambi i casi, chi non vuole o non riesce a capire finisce col fargli dire quello che vuole.
I risultati elettorali in Emilia Romagna si caratterizzano per due fatti eclatanti: l’enorme livello di astensione, dal 68% delle regionali scorse al 37%, e la sostanziale invarianza rispetto al passato del risultato finale delle coalizioni principali, con il centrosinistra che prende il 49% dei voti (era al 52%) ed il centro destra che passa dal 36% al 30%. Il M5s, che pure cresce dal 6% al 13% rispetto alla tornata precedente, continua a perdere consensi, era il 24% alle politiche del 2013 ed il 19% alle europee. Le formazioni a sinistra del Pd, con Sel dentro alla coalizione di centrosinistra al 3% e L’Altra ER al 4% (5,5% assieme alle regionali del 2010), raggiungono un buon risultato, se confrontato con il 4% raccolto dalla Lista Tsipras alle europee. Costante attorno al 2,5% il risultato delle formazioni centriste (Ncd + Udc).
Il fatto che l’elevatissimo livello di astensione non abbia modificato in termini sostanziali i rapporti di forza fra i principali blocchi dimostra che il fenomeno ha interessato più o meno in ugual misura tutti gli schieramenti. Detto in altri termini, le ragioni che stanno dietro alla grande disaffezione dimostrata dagli elettori non si sono scaricate su una parte politica in particolare – semmai hanno colpito in modo del tutto contro intuitivo più la destra all’opposizione che la sinistra che governava, ma dimostrano un atteggiamento di condanna indiscriminato nei confronti della politica tout court, perché è del tutto ovvio che un calo di affluenza di oltre il 30% ha almeno in parte una valenza dichiaratamente punitiva. Questo aspetto peculiare, in una regione che solo alle scorse europee aveva in un contesto generalizzato da una scarsa affluenza al voto dimostrato una tenuta maggiore delle media nazionale (il 70% contro il 57%), deve a mio parere essere interpretato in modo diverso rispetto al fenomeno più generale della crescente disaffezione elettorale a cui evidentemente si somma. Si tratta infatti di un avvertimento preciso e ultimativo che un numero molto elevato e, ripeto, largamente trasversale di elettori ha voluto mandare ai vertici della politica regionale, accomunati nel medesimo giudizio di indegnità. Da questo punto di vista si potrebbe speculare che l’effetto dell’inchiesta sui rimborsi spesa anomali dei consiglieri regionali, che ha interessato tutti i gruppi consiliari, è stato molto maggiore del fatto all’origine della fine anticipata della legislatura, vale a dire la vicenda giudiziaria che ha coinvolto Vasco Errani. Con queste elezioni si è manifestata una scollatura profondissima fra i cittadini e l’istituzione regionale che i nuovi eletti, con un’ovvia sottolineatura per la maggioranza e per la nuova giunta, dovranno cercare di ricucire al più presto, sia applicando regole severe e trasparenti al proprio operato, sia dimostrando una maggiore e fattiva presenza dell’ente sul territorio. Se c’è un limite infatti che ha caratterizzato sinora negativamente l’attività degli organismi regionali, al di là delle specifiche scelte operate, è una sostanziale distanza dai cittadini, che in larga parte ancora non ne conoscono le (ampie) competenze e non ne comprendono gli effetti pratici sulla loro vita quotidiana.
Se questo, a mio modo di vedere, è lo schema interpretativo generale entro cui collocare “i numeri” usciti domenica 23 novembre, vale comunque la pena accennare ad altri fatti rilevanti che se ne possono trarre. Fa scalpore il crollo elettorale della rinnovata Forza Italia, che viene “doppiata” in termini di consensi dalla Lega. Va senza dubbio messo in conto l’effetto di traino esercitato dal candidato presidente, ma non vi è dubbio, anche guardando ai dati della Calabria, che la ripresa auspicata da Berlusconi non si è minimamente manifestata. Su questo punto specifico, chi nei mesi e settimane scorsi aveva paventato il ritorno dell’ex cavaliere, rilegittimato a suo dire dal patto del Nazareno, ha avuto un’altra occasione per ricredersi.
Il calo dei consensi al M5s, come detto, pare ormai inarrestabile e lo scettro del partito antisistema sembra ormai essere passato alla Lega, nonostante i patetici tentativi di Grillo negli ultimi mesi di rincorrere il partito di Salvini sui temi della xenofobia e dell’uscita dall’euro. Anche in questo caso viene dimostrata la vecchia regola per cui gli elettori, quando si trovano a dover scegliere fra l’originale ed un’imitazione, non hanno mai dubbi. In termini politici più generali, emerge tuttavia prepotente la necessità di sviluppare una proposta più coerente e precisa sulle tematiche dell’immigrazione, della sicurezza e della legalità. Se infatti le tentazioni isolazioniste ed autarchiche in economia si contrastano facendo riforme che invertano il segno della crisi, su queste questioni occorre essere in grado di dare ai cittadini delle risposte concrete che intervengano sul disagio crescente, soprattutto nelle periferie delle grandi città, ma non solo, e rafforzino la presenza dello Stato, non inteso solo come tutore dell’ordine pubblico, sul territorio. E’ una necessità ineludibile per un partito che si intesta la quasi totalità dell’azione di governo.
Da ultimo, e non poteva mancare, una riflessione sugli effetti sul voto delle roventi polemiche che scuotono il Pd sulle questioni del lavoro e della crisi economica. Senza entrare qui nel merito, si notano sul piano elettorale impatti tutto sommato limitati, anche attribuendo completamente a questo fattore l’aumento percentuale di consensi ai partiti che si collocano a sinistra del Pd, senza cioè tener conto dell’elemento identitario che porta i loro elettori tradizionali a subire meno degli altri il fascino dell’astensione. In termini di voti complessivi, sommando quelli di Sel e di l’Altra ER, non vengono raggiunti quelli totalizzati dalla lista Tsipras alle europee scorse.
A mo di post scriptum, un’ultimissima considerazione relativa ai commenti di molti sia in rete che sui giornali a proposito del presunto subitaneo disfacimento dello zoccolo duro di consenso al Pd. A mio parere si tratta di una non-notizia, in quanto il progressivo sgretolamento della massa di votanti “senza se e senza ma” a favore dei partiti eredi del Pci era in atto da molto tempo, come le analisi dei flussi elettorali hanno regolarmente indicato almeno a partire dalla seconda metà degli anni ’90. Il fatto di volerlo considerare ancora come qualcosa di politicamente rilevante è solo frutto di grave pigrizia intellettuale, comprensibile in molti compagni ammalati di nostalgia, ma inscusabile da parte di commentatori professionisti, incapaci di adattare i loro schemi mentali alla realtà.

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L’INTERVISTA
L’incomodo Balzani:
“L’Emilia deve tornare
a pensare in grande”

Balzani, come possiamo definire la sua candidatura a presidente della Regione? Solo coraggiosa, di testimonianza o si pone obiettivi più ambiziosi?
Non credo assolutamente che sia di testimonianza, le primarie sono imprevedibili, l’ho sperimentato a Forlì, la mia città, nel 2008. Corro per vincere, oggi come allora, e ho già dichiarato che non sono interessato né a un posto da assessore regionale né da consigliere. Ho invece un progetto politico: quello di ristabilire un contatto tra uno spazio civile ed economico, molto cambiato negli ultimi anni, e la politica. Superando l’autoreferenzialità e la gestione del potere fine a se stessa che ha contraddistinto in questi anni la nostra Regione. Vorrei che si tornasse ad una Regione come ad un ente di progettazione e di programmazione, come fu alle origini l’Emilia-Romagna di Guido Fanti. Un’era grandiosa.

Per tanti anni l’Emilia-Romagna è stata addirittura un modello europeo. Il famoso riformismo emiliano fondato sui servizi sociali, su di un welfare ammirato e copiato ovunque, sulla progettazione urbanistica, sulla programmazione territoriale, eccetera. Da un po’ di tempo non si pensa e non si progetta più in grande e la nostra regione oggi arranca in molti settori. E’ cosi?
Sì. Ed è il vero motivo per cui mi candido. Occorre recuperare la grande dimensione culturale che aveva questo riformismo. E’ la caratura culturale di una classe dirigente che mette insieme diversità o interessi apparentemente contrastanti, evitando una negoziazione che quasi sempre avviene al ribasso. Sono i progetti, le ampie visioni che possono consentire il rilancio ed autentiche unità. Occorre ricreare un nuovo modello per la nostra regione.

Cosa la divide da Bonaccini, dato quasi unanimente per vincente?

Ci sono differenze che derivano dalle esperienze di vita, assai diverse. Io non sono un politico di professione. Credo che la politica non debba divenire mai una professione, anche quando viene esercitata per molti anni. Penso ad essa come ad un ruolo di servizio reso ai cittadini. Il mio obiettivo è di essere l’interlocutore non di un ceto politico ma di una vasta opinione pubblica, da un lato, e di un mondo di attori economico sociali, dall’altro.

La grandezza dell’Emilia Romagna si è sempre sostenuta sulla piccola e media impresa, ricca di tante eccellenze e di un mondo del lavoro responsabile e qualificato, e ha beneficiato dell’iniziativa di un ceto politico intelligente e credibile per capacità e respiro culturale. Condivide?
Sono d’accordo. Non esiste una buona politica e quindi una buona classe dirigente priva di cultura. Per il resto, nella mia esperienza da sindaco sono sempre stato vicino alle imprese e al mondo del lavoro. L’impresa vera, quella che esporta, che produce reddito, che fa ricerca e che conquista mercati, ha sempre potuto contare sulla mia collaborazione. Purtroppo, lo debbo dire, talvolta il mondo economico ha prodotto poi istituzioni che sono diventate parapolitiche anch’ esse e sono talvolta state di ostacolo ad un dialogo ed un confronto più ampio ed aperto.

Oggi però i temi all’ordine del giorno sono la riforma del lavoro e quella sulla giustizia. Temi caldissimi. Sul lavoro si rischia un’ulteriore precarizzazione specie per i giovani, la ventilata riforma della giustizia non convince. Lotta alla corruzione, rafforzamento della legalità, non sono affrontati con la dovuta fermezza. Lei peraltro si candida in un momento in cui anche l’Emilia è coinvolta in vicende non esemplari. Che ne pensa del ‘riformatore’ Renzi? E che ne pensa delle ventilate riforme di Renzi?
Sulle riforme istituzionali, la complessità delle società moderne e i grandi cambiamenti (si pensi al crollo dei partiti di massa, per esempio), pongono problemi non più rinviabili. La nostra pur bella Costituzione va aggiornata avviando una modernizzazione consona ai tempi. Trovo efficace la comunicazione politica di Renzi su alcuni temi, apprezzo la sua voglia di fare. Sulla giustizia, la riforma di Orlando sta su di un crinale particolare. Guarda anche ad una parte del Parlamento che non è certo quella del centrosinistra storico. Personalmente, credo che nel nostro Paese il ruolo della magistratura sia importante e vada tutelato. Sul lavoro, il confronto rischia di essere distorto dalla politicizzazione in atto sull’articolo 18. La vera posta in gioco sta nell’evitare la precarizzazione, soprattutto per i giovani. Ravviso la necessità di entrare più e meglio nel merito, perché il lavoro oggi non è più garantito per nessuno. Lavoro e diritti non possono essere scissi.

L’ultima domanda è quanto mai di attualità. Se lei fosse raggiunto da un avviso di garanzia, che farebbe?
A suo tempo, da sindaco, fui indagato per una strana cosa: peculato immateriale. Avevo partecipato ad una trasmissione televisiva. Se fossi stato rinviato a giudizio mi sarei dimesso immediatamente. Resto di quell’idea.

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L’INCHIESTA
Idrovia, per il bypass di Ferrara
servirebbero 40 milioni di euro

SEGUE – Il fatto che l’idrovia possa restare una bella incompiuta com’è nell’auspicio di molti, può andare bene sino a che l’Europa non chiederà conto delle inadempienze, ossia del fatto di avere riqualificato l’asta del Po rendendola navigabile senza però garantire la possibilità di transito ai natanti addetti al trasporto merce di classe quinta.
Per capire meglio il tema, vediamo un po’ di dati sull’opera, valutando quel che era previsto, quel che è stato fatto e i prossimi passi da compiere.

La vicenda dell’idrovia nasce nel ’99 quando le quattro regioni lambite dal Po (Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) decidono di farne una via d’acqua e siglano un patto per dar corpo all’ipotesi caldeggiata dall’allora ministro Bersani. Ci sono voluti nove anni prima che gli intenti diventassero progetti esecutivi.
Il tratto ferrarese è costituito da un percorso di 70 chilometri compresi fra la conca di Pontelagoscuro e Porto Garibaldi. Per quanto riguarda la città, il disegno originario prevedeva un canale circondariale da scavare attorno al nucleo abitato, per consentire alle imbarcazioni di immettersi nel Po di Volano senza transitare per il centro storico. Ma la Provincia, capofila del progetto, ha deciso di agire diversamente, senza in realtà trovare alcuna opposizione da parte degli altri soggetti coinvolti. Neppure di coloro che oggi polemizzano, senza però all’epoca avere mai alzato un dito per opporsi, pur avendo avuto i titoli per farlo.

Il nuovo canale, lungo circa 7,5 chilometri, si sarebbe staccato dal Po all’altezza di Sabbioni per raggiungere da qui il Volano. Il costo stimato per l’opera sfiorava i 39 milioni di euro. Ma il bypass non è stato realizzato e attualmente il collegamento avviene tramite il canale Boicelli che attraversa la zona industriale lambendo il petrolchimico sino all’immissione del canale Burana, il quale poco più a valle assume la denominazione di Po di Volano.
Le ragioni che hanno fatto propendere per il riadattamento dell’idrovia esistente (Boicelli-Burana), al di là dei costi ingenti per realizzare gli oltre 7 chilometri della nuova tratta, come ha ricordato a ferraraitalia l’ex presidente della Provincia Pier Giorgio Dall’Acqua, sono il forte impatto paesaggistico dell’opera e i rischi connessi ad eventuali fenomeni alluvionali connessi al Po.

Il problema è che l’attuale passante non consente il transito delle imbarcazione di quinta classe europea come previsto da progetto. Un impedimento virtuale se nessuno ne chiederà conto; e ‘virtuoso’ nel senso che preserva la navigazione a scopo turistico da una commistione con mezzi commerciali che sarebbe di disturbo…
La realizzazione comunque si avvia al completamento, previsto per la fine del prossimo anno. Stefano Capatti, ricercatore del Centro documentazioni e studi di Ferrara, proiettando lo sguardo in avanti, nel febbraio scorso ha sostenuto, proprio su questo giornale, che “la sostenibilità di un’opera così imponente richiede una gestione efficiente ed efficace nel connettere l’asta navigabile a porti, ferrovie, strade. I criteri di scelta del porto da scalare per una nave sono molti e, a loro volta, i soggetti che a diverso titolo ne determinano le priorità, sono una moltitudine, non solo armatori o personale di bordo. Nell’ottica auspicata dall’Unione europea (partecipazione dei privati) – ha aggiunto il ricercatore del Cds – si può ipotizzare il coinvolgimento anche finanziario di una società logistica (o di un gruppo di privati) che offra un ‘global service’, compresa la gestione dell’idrovia per quanto concernono i trasporti interni (e i rapporti con le altre idrovie) e la localizzazione e gestione dei nodi integrati (fiume-ferrovia-aereo-mare), per rilanciare il trasporto locale via mare. Si tratterebbe del primo e più moderno servizio presente in Italia, dove semplificazione e fluidità garantirebbero alle nostre imprese un servizio innovativo”.

2. CONTINUA

Leggi la prima parte

Guarda il video-promo dell’idrovia realizzato da Regione Emilia Romagna e Provincia di Ferrara

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Da Giovanni Errani a Zoia Veronesi, le inchieste sulla Regione

di Salvatore Billardello

Il processo che ha portato alla condanna a un anno per falso ideologico del governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani e alle sue dimissioni comincia nel 2006, quando la cooperativa Terremerse, presieduta dal fratello Giovanni Errani, riceve dalla Regione un finanziamento di un milione di euro. Il caso politico-giudiziario scoppia però tre anni più tardi, quando è “Il Giornale” che accusa Errani di aver favorito la coop del congiunto: il finanziamento serve per costruire uno stabilimento vitivinicolo, che non verrà però ultimato entro la scadenza del bando. Il governatore allora affida ai funzionari Valtiero Mazzotti e Filomena Terzini la stesura di una relazione da mandare in procura, in cui si afferma che la procedura adottata è pienamente regolare. Una volta iniziate le indagini del pm Antonella Scandellari e della Finanza, si scoprono varie irregolarità commesse dalla coop di Giovanni Errani; alla fine del 2012 la Procura coinvolge nelle indagini anche il fratello Vasco. L’accusa è appunto falso ideologico: la relazione di Errani è per il procuratore Roberto Alfonso e per il pm Scandellari «un modo per occultare la falsità attestata da Giovanni Errani il 31 maggio 2006 circa il termine del lavori», che furono effettivamente conclusi un anno dopo: il finanziamento sarebbe dunque stato concesso illegalmente. Ma il legale Alessandro Gamberini parla di “sentenza sconcertante” e annuncia il ricorso in Cassazione, che non esaminerà il caso prima di ottobre-novembre, giusto i mesi delle nuove elezioni per il presidente dell’Emilia Romagna.

Dopo l’estate la Procura si occuperà anche dell’altra – più grave – inchiesta che coinvolge la Regione, quella sulle spese pazze; qui ad essere indagati sono tutti i nove capigruppo del Consiglio regionale. Finora le pm Morena Plazzi e Antonella Scandellari si sono concentrate sulle spese che vanno da maggio 2010 a dicembre 2011, ma da settembre l’inchiesta dovrebbe allargarsi anche al 2012. 1 milione e 852 mila euro il denaro pubblico di cui la Regione avrebbe indebitamente usufruito per cene, viaggi, gioielli, vestiti per bambini e tanto altro; le voci parlano ufficialmente di soldi per indagini e ricerche, consulenze, visite di rappresentanza o semplicemente rimborsi. Il Pd guida la speciale classifica delle irregolarità, con circa 673.000 euro spesi; seguirebbe il Pdl con 390 mila euro, la Lega Nord con 193 mila euro, Sel con 126 mila euro, Idv con 147 mila euro, Gruppo Misto con 97 mila euro, Federazione della Sinistra con 90 mila euro, infine 5 Stelle con 87 mila euro e Udc con 47 mila euro. Dopo l’estate arriveranno i primi verdetti, due finora sono state le condanne definitive: la prima per il capogruppo Idv Paolo Nanni, che ha patteggiato 23 mesi per aver speso 227 mila euro destinati al proprio gruppo per scopi personali; condannata con lui la figlia Olimpia, che lavorava come segretaria per il gruppo. Successivamente è stato condannato a due anni per truffa aggravata Alberto Vecchi, consigliere di Pdl e poi Fi, per aver usato circa 85 mila euro di rimborsi chilometrici ottenuti tra il 2006 e il 2010 per il percorso tra la una residenza fittizia stabilita a Castelluccio di Porretta Terme e la sede dell’Assemblea regionale in viale Aldo Moro.

Intanto il presidente della sezione giurisdizionale della Corte dei Conti dell’Emilia Romagna Luigi di Murro fa sapere che dopo l’estate arriverà anche il verdetto sulle interviste in tv a pagamento: i sette capogruppo regionali – Marco Monari del Pd, Luigi Villani del Pdl, Andrea Defranceschi del M5S, Silvia Noè dell’Udc, Gianguido Naldi di Sel-Verdi, Roberto Sconciaforni di Fds e Mauro Manfredini della Lega – coinvolti sono accusati di aver speso illegalmente 136.000 euro tra 2010 e 2012 per apparire in emittenti locali. Il procuratore generale della corte dei conti Salvatore Pilato ha parlato di “illiceità finanziaria” per questo tipo di interviste.

Ultima inchiesta che coinvolge la Regione Emilia Romagna e in prima persona il governatore dimissionario Vasco Errani è l’accusa per truffa aggravata formulata nei confronti di Zoia Veronesi, la segretaria storica dell’ex leader del Pd Pierluigi Bersani. Secondo le indagini condotte dal pm Giuseppe di Giorgio, Veronesi lavorò al fianco di Bersani a Roma tra 2008 e 2009, come curatrice dei rapporti tra le istituzioni centrali e il Parlamento, essendo in contemporanea sotto contratto con la Regione fino al 2010. La truffa ammonterebbe a circa 150 mila euro, cioè la retribuzione avuta dalla Regione per l’anno e mezzo circa in cui ha ricoperto un incarico per un lavoro non svolto. La decisione del gup Letizio Magliaro sul processo – che coinvolge anche Bruno Solaroli, allora capo di gabinetto della presidenza Errani – arriverà il 23 luglio. Sebbene Veronesi si sia poi dimessa, ha continuato ugualmente a lavorare per il Pd: “male non fare, paura non avere” ha dichiarato durante l’udienza preliminare dello scorso maggio, in cui è stata formulata l’accusa di quattro mesi e 20 giorni e 200 euro di multa.

[© www.lastefani.it]

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Regione, le grandi manovre per la successione ad Errani

di Jessica Saccone

Il Pd cerca la quadra. Il dimissionario Vasco Errani, travolto dallo scandalo Terremerse e da un sentenza che lo condanna, lascia la Regione in balia di se stessa e il partito annaspare. Sì, perché le pianificate primarie non sembrano più la priorità per il centro- sinistra. Tempi stretti, strettissimi, quelli che devono portare i dem a scegliere il successore di Errani. Il giorno dopo la debacle giudiziaria del presidente della Regione, si raccolgono i cocci e si cerca un successore. I nomi più accreditati restano quelli di Stefano Bonaccini, segretario regionale uscente, e due renziani della prima ora: il deputato Matteo Richetti e Roberto Balzani, già sindaco di Forlì. In queste ore si sgonfiano invece le quotazioni di Daniele Manca, sindaco di Imola, e Simonetta Saliera, vicepresidente della Regione, bruciati dalla loro vicinanza politica a Errani.

Il premier Matteo Renzi, che ha twittato «Finché non c’è sentenza passata in giudicato un cittadino è innocente. Si chiama garantismo», manifesta la propria solidarietà ad Errani, ma è probabile giochi la carta del fedelissimo Graziano Delrio, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Una candidatura pesante, che potrebbe mettere a tacere ogni voce di dissenso interno. Il Pd, tuttavia, congela il congresso regionale, ma organizza un incontro con i suoi per lunedì prossimo e fare il punto.

Paolo Calvano, segretario pd Ferrara, ha cancellato la sua “Leopoldina” del Baraccano per annunciare la propria corsa alla segreteria regionale. “Il Pd della regione ha molte frecce al suo arco- dice Calvano ai microfoni di città del Capo-. Il faro per la scelta migliore non saranno automaticamente le primarie” precisa. “Si tratta di una vicenda amara” solidarizza Pierluigi Bersani, che su Errani dice: ”E’ un peccato che la gente perbene vada a casa”.
L’opposizione incalza. Tra i grillini, la scelta del candidato sarà certamente attraverso primarie online, mentre in casa centro- destra Massimo Palmizio, coordinatore regionale di Forza Italia, detta le regole. Ha convocato per stasera infatti un’assemblea con la Lega Nord, lasciando intendere le primarie di coalizione siano alle porte. Sostegno anche dal “rottamatore” forzista, Galeazzo Bignami, che conferma il proprio supporto e disponibilità.

Esprime la necessità di “tempi brevi”, sorvolando sui nomi del probabile successore, Anna Pariani, capogruppo Pd in viale Aldo Moro. Prima di prendere parte al vertice pomeridiano dei capigruppo del suo partito, la numero uno dei consiglieri regionali dem ha puntualizzato che il Pd intende presentarsi con un candidato unitario, bypassando le primarie.

Intanto, Vasco Errani si lecca le ferite e prende una giornata di riflessione in una località ignota ai suoi stessi collaboratori. Secondo alcune fonti, starebbe lavorando alla redazione della lettera di dimissioni, che dovrebbe formalizzare entro qualche giorno. Molto amareggiato, convinto della propria innocenza per la quale si rivolgerà alla Corte di Cassazione, è determinato a non legare la sua vicenda a quella dell’istituzione che rappresenta. Finisce, tuttavia, un percorso iniziato 15 anni fa. Tanti gli impegni e traguardi raggiunti, soprattutto quelli per la ricostruzione dei centri terremotati, di cui era commissario, e per la difesa idrogeologica delle zone colpite nel Modenese dalla recente alluvione.

[© www.lastefani.it]

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La lettera del sindaco Tagliani al direttore della Nuova Ferrara (con sottotitoli)

Lunedì il sindaco Tagliani ha indirizzato una lettera alla Nuova Ferrara, in risposta al direttore Scansani. Eccola qua, ripubblicata e sottotitolata…

Caro Direttore, come ormai le è d’abitudine lei mi interpella all’ora e nel giorno che desidera imponendo tempi, argomenti e modi. Ma io, che sono uomo mite, obbedisco.
[Mi sono rotto le balle di questo modo di fare, ma siccome litigare non conviene le rispondo e già che ci sono mi cavo qualche sassolino]

In primo luogo fa comodo alla vulgata giornalistica descrivere il sindaco di Ferrara come la somma di poteri immensi che vanno dal Presidente della Provincia che verrà eletto in settembre, all’assessore regionale alla sanità che verrà scelto nella prossima primavera, all’arbitro della economia locale, via di mezzo tra il commissario Carife ed il presidente della Camera di commercio. Non cerco alibi ma segnalo che il mondo è più complicato di un titolo cubitale.
[I giornali semplificano e banalizzano ogni cosa, d’altronde li fanno i giornalisti…]

Chiarito questo non mi nascondo. Il secondo mandato non prospetta solo il rischio di cadute di energia, ma anche autonomie nuove, libertà inedite: quelle di chi come il sottoscritto, non ha alcun bisogno di ossequiare, non avendo ambizioni eccessive da coltivare, debiti da pagare, incarichi da chiedere a fine mandato.
[E’ pur vero che sono democristiano, ma a ‘sto giro qua mi prendo le mie belle soddisfazioni: le elezioni le ho vinte ed è inutile stare a far calcoli: si sa, “del doman non v’è certezza”. E allora tanto vale godersela]

E allora caro Scansani sa cosa le dico? Le dico che la prima cosa da fare sarà chiamare le cose con il loro nome: a Ferrara ci sono persone che si prendono responsabilità e altri che se la raccontano, imprenditori che investono ed altri che accantonano, politici chiacchieroni ed amministratori al lavoro quotidiano. Associazioni dinamiche ed estenuanti dispersive gelosie.
[J’aldamar j’ha finì ad godras]

Vengo ai punti sottopostimi, sono gli stessi di una campagna elettorale tra il noioso e il fastidioso.
[Speravo di aver finito con ‘sta rottura di coglioni, invece insistete a chiedere sempre le stesse cose]

La testa di ponte nelle relazioni con i territori circostanti può essere solo la città, non da sola, ma con una larga condivisione che superi le differenze politiche, da Alan Fabbri a Fabbri Marco, ogni altra scelta è destinata a finire in niente.
[‘Todos caballeros’. Però ricordatevi bene – per dirla con l’autorevolissimo marchese del Grillo – che io so’ io e voi nun siete n’cazzo]

Devo però dire che questa ossessione della marginalità non deve convocarci come al cospetto di “pianzun dlà Rosa”, in verità tutta la “provincia” italiana in un Paese che elimina Prefetture, Provincie e Camere di commercio a beneficio di grandi città metropolitane, rischia di trovarsi “spiazzata”, provi a pensare a Mantova, a Pistoia, a Macerata, Rovigo, Pordenone, Imperia… il mal comune non porta alcun gaudio ma questa storia dei ferraresi perseguitati da un destino cieco e baro comincia a darmi sui nervi: dico anche a lei al lavoro, basta piangersi addosso!
[Ciò premesso, sarebbe ora di finirla coi piagnistei e rimboccarsi le maniche]

Cona non è un problema, ma sarà la soluzione, se la sanità ferrarese la smette di cincischiarsi, con la difesa di posizioni superate altrove da 15 anni, e, se la salute dei cittadini ci interessa più di qualche “baronia”, chiediamo alla Università di pensare al futuro delle eccellenze vere: quelle che hanno evidenze scientifiche ed organizzative. Non sta a me farne la cernita, ma qualcosa dopo anni si muove finalmente. Nel frattempo in quell’ospedale dove nessuno scommetteva due anni fa ci saremmo mai trasferiti, oggi si fanno decine di migliaia di interventi, più di quanti si facessero al Sant’Anna. L’autobus passa ogni 15 minuti, il parcheggio è il triplo di quello di prima, la metropolitana riparte entro il 2014, se così non dovesse essere l’appaltante ovvero la FER e l’appaltatore si dovranno porre seriamente il problema del risarcimento danni alla città. Cona non è affatto un problema “cromosomico” della città, è una scelta sbagliata del 1990, ma il corredo cromosomico dei ferraresi non risulta affatto alterato, si altererebbe invece se a Cona la sanità non girasse come deve, ma, pur essendo tutto migliorabile, prendo atto delle lettere di compiacimento che leggo spesso sul suo giornale e che da anni non trovavo.
[Su Cona ormai i maroni mi fumano. Quei quattro parrucconi dell’Università è ora che si diano una regolata. E la Fer stia attenta perché se fanno i furbi gli faccio il paiolo]

Proprio il dato elettorale, veda i dati di sezione, conferma che anche nel quartieri “Giardino” della città il Pd e questa amministrazione ha ricevuto il maggior consenso, e l’interpretazione può esser solo una, qualcuno ha esasperato i toni contribuendo ad una immagine deprimente del quartiere, mentre altri hanno lavorato per arginare i fenomeni di microcriminalità che sono presenti nel quartiere Giardino (da oggi lo chiamerò sempre così perché è così che si chiama) come in tantissime altre realtà cittadine e i ferraresi preferiscono chi dà risposte e non si limita a denunciare problemi.
[Faccio finta di non sapere che il quartiere Giardino è in massima parte quello della buona borghesia ferrarese, dove i moderati hanno sempre preso su bene; e fingo di dimenticare che mi sono ben puntellato il fianco destro con gli ex berlusconiani]

Sono mancati nei cinque anni precedenti i grandi temi, la “visione”? Ma secondo lei decidere di tagliare 50 milioni di debito e ridurre le tasse fa parte del day by day? Errore clamoroso è un grande disegno se non lo si fa a danno dei più poveri! Trovare 50 milioni di euro per il Palaspecchi, 12 milioni per il Massari, avviare il Meis, con un appalto in corso per altri 10, approvare tutti gli strumenti urbanistici con larga condivisione cittadina, avviare le bonifiche al petrolchimico e nei quadranti a rischio, aver aumentato a decine i posti di nido e le case popolari, aver registrato importanti investimenti imprenditoriali (Bricoman, Luis Vuitton, Terna, Softer…), ai quali aggiungo 180 milioni di Versalis in anni come questi… Tutto questo lei lo giudica il solito vecchio tran tran quotidiano?
[Io ho undici decimi, cari miei, non dieci]

Sarà: ma io mi guardo intorno e vedo tanta chiacchiera, ma pochi fatti e del resto quale programmazione si può fare con un governo che cambia ogni sei mesi ed il quadro finanziario che si muta sotto il naso: l’ultima volta solo un mese fa? Io confido nella stabilità del governo Renzi, allora sì che può prendere corpo una visione, la mia: una città che offre alle idee d’impresa, quelle grandi, ma anche quelle delle fab lab dei giovani, spazi e condizioni di espansione, una città capace di crescere con le seconde generazioni della immigrazione che oggi sono gli amici dei nostri figli e parlano solo l’italiano, una città civile, pulita, viva, una città che parla di cultura non solo se “si mangia”, ma che comunque offre a chi vuole investire occasioni che nessuna città di provincia, senza alcuno sponsor, è in grado di offrire, una città che si apre al fiume e ne fa occasione di un turismo intelligente e lento, una città “parco” con oltre 5 milioni di metri quadrati di verde pubblico che vuole dialogare con il suo delta, come dialoga con la sua storia rossettiana, una città europea non più obbligata a confrontarsi con dieci commentatori blog disoccupati, ma che si confronta con Monaco, con Lione, con Gerico, con Sarajevo e non cito a caso.
[Le so tutte]

Una città che abbandona le frasi fatte e si apre al confronto con Hera, senza sudditanze ma anche senza demagogie, una città che è in grado di dire alla Regione Emilia Romagna che se la geotermia è pericolosa allora si chiuda tutta, ma anche che se oggi la Regione è eccessivamente prudente per coprire l’errore fatto nel non divulgare subito gli esiti della commissione Ichese, oppure perché si vota l’anno prossimo, allora è peggio la toppa del buco, perché io rimango della mia idea, quella che mi sono fatto nel corso di mesi di incontri con i tecnici, quella che avevo prima della campagna elettorale e durante la stessa, con coraggio, coerentemente, a prescindere dal consenso, abbiamo l’acqua calda e ci leghiamo al metano altro che ai rifiuti.
[Con Hera bisogna che ve la mettiate via: ci dobbiamo convivere, i padroni sono loro. Invece la Regione non stia tanto a fare la furbina, ché negli armadi hanno i loro scheletroni…]

Grazie dell’incoraggiamento Scansani, e buon lavoro anche a voi.
[Fev mo dar in t’l’organ tuti!]

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Siamo a cavallo: riconoscimento di legge per l’ippoterapia

E’ del dicembre 2013 l’approvazione delle “Linee guida sugli interventi assistiti con gli animali”. Anche l’Emilia Romagna si allinea alle Regioni più avanzate in materia, come Veneto e Toscana, dotandosi di una legge che intende promuovere la conoscenza, lo studio e l’utilizzo di nuovi trattamenti di supporto e integrazione alle terapie mediche tradizionali nella cura delle disabilità.

L’ippoterapia è nata in Italia più di trent’anni fa e ha avuto un enorme sviluppo nel tempo, pur sempre rimanendo un’attività non riconosciuta dal Servizio sanitario nazionale come terapia riabilitativa. Ad oggi infatti manca ancora una legge nazionale di riferimento. La sua diffusione e il riconoscimento come co-terapia hanno avuto quindi uno sviluppo locale, a livello di singole Regioni e di enti istituzionali. Oggi finalmente si sta parlando di proposte di legge-quadro (vedi proposta di legge dell’onorevole Maria Vittoria Brambilla del marzo 2013) che vanno verso il riconoscimento della pet therapy come co-terapia, ossia come cura che va intrapresa assieme a quelle mediche, e che definiscono chiaramente gli ambiti di intervento riprendendo le definizioni proposte da Delta Society, ad oggi la principale organizzazione mondiale che si occupa di pet therapy: gli interventi assistiti con gli animali si suddividono in Terapia assistita con gli animali (TAA), Educazione assistita con gli animali (EAA) e Attività assistita dagli animali (AAA).

Ne parliamo con le responsabili di due centri di ippoterapia di Bologna e Argenta. Abbiamo già scritto in un nostro recente articolo dell’Associazione Il Paddock di Bologna [leggi] che grazie ad un lavoro trentennale è diventata un punto di riferimento insostituibile per l’ippoterapia a Bologna e provincia. Nel ferrarese, ad Argenta, è attivo dal 2004 il Circolo ippico argentano, condotto da Monica Poluzzi e Paolo Donigaglia.

In assenza di una normativa ad hoc, entrambe le realtà si sono dovute finora sempre organizzare autonomamente e ricercare faticosamente le collaborazioni con i privati, con le residenze, le cliniche o altro. Questo ha avuto di positivo che sono riusciti negli anni a costruirsi una buona rete di relazioni basate tutte sul passaparola: molti dei bambini disabili ai quali fanno terapia vengono mandati dai loro insegnanti di scuola, da psicologi che portano i figli al maneggio, da neuropsichiatri che vengono a sapere di quel singolo caso. Lavorano moltissimo e con enormi risultati, ma l’entrata in vigore della legge regionale potrebbe essere un passo importante nella direzione di sgravare le famiglie dai costi delle prestazioni, valorizzare il lavoro degli operatori e puntare sulla formazione di équipe specializzate.

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Angela Ravaioli del Paddock con la sua Ombra, cavallo specializzato in riabilitazione equestre

Abbiamo chiesto ad Angela Ravaioli del Paddock (psicopedagogista specializzata, istruttore Fise) di raccontarci come vanno le cose da loro e di spiegarci cosa si aspetta da questa legge: “Nonostante l’efficacia comprovata, ad oggi l’ippoterapia non è ancora inserita nel Servizio sanitario nazionale che quindi non ne rimborsa i costi, spesso molto elevati. Siamo però molto contenti perché da circa un anno le neuropsichiatrie ci inviano loro pazienti. Inoltre, molti bimbi arrivano privatamente ma dietro consiglio delle Asl, delle scuole e delle neuropsichiatrie che ora si stanno aprendo a queste “nuove” co-terapie. Cosa ci aspettiamo dalla nuova legge? Sappiamo che in attuazione delle linee guida si avvierà un iter formativo e, data la nostra esperienza, ci piacerebbe contribuire alla realizzazione di eventuali percorsi formativi di specializzazione, dei quali siamo tutti in grande attesa. In questi anni abbiamo lavorato per creare il nostro gruppo di lavoro con l’idea di formare una buona équipe multifunzionale. Abbiamo tirocinanti bravissimi e appassionati, operatori qualificati che si sono formati qui con noi, ma troppo spesso capita che non riusciamo a tenerceli a Bologna, si vanno a specializzare a Milano o a Firenze, gli unici due enti riconosciuti.”

Abbiamo contattato il Servizio veterinario della Regione per capirne di più e ci hanno spiegato che grazie alla nuova legge vorrebbero avviare una formazione di base specifica riconosciuta, che abbia valenza come ente Regione Emilia-Romagna. L’intento è di formare gruppi omogenei di specialisti medici, veterinari, istruttori, perché per fare pet-therapy occorre lavorare in équipe. Alla domanda se cambierà qualcosa anche a livello di assistenza, ci hanno risposto che purtroppo in quel senso non cambierà nulla finché una legge nazionale non riconoscerà la pet therapy come co-terapia, includendola nei Lea (livelli essenziali di assistenza gratuiti eroga a tutti i cittadini gratuitamente o con il pagamento di un ticket).

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Circolo ippico argentano, una disabile a cavallo guidata da Monica Poluzzi

Il Centro ippico argentano si trova in un luogo strategico, crocevia tra Ferrara, Bologna, Romagna e Veneto, interessante punto di osservazione, quindi, per capire quanto l’ippoterapia sia diffusa e utilizzata in queste aree. Abbiamo intervistato Monica Poluzzi (istruttore Fise e Cip) del Centro ippico argentano, chiedendole qual è il loro bacino d’utenza, se hanno ragazzi disabili provenienti da Ferrara, e cosa ne pensano della nuova normativa: “Noi lavoriamo molto con il Veneto, con Ravenna, Lugo e Bologna. Per quanto riguarda il ferrarese, abbiamo persone che vengono da Portomaggiore. Noi collaboriamo per esempio con lo Smria (Salute mentale Riabilitazione infanzia adolescenza) di Portomaggiore, e abbiamo avviato da un anno una bellissima collaborazione con il Centro iperbarico di Ravenna. Purtroppo con Ferrara città non siamo mai riusciti ad avviare collaborazioni, ma sappiamo che in questo campo tutto funziona ancora molto con il passaparola. Speriamo che con la nuova legge si creino maggiori opportunità anche in questo senso.”

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Martina e la sua istruttrice Mary Ann al Circolo ippico argentano

Ci piace concludere questo approfondimento sull’ippoterapia, chiedendo a Mary Ann Rust di raccontarci di questo interessantissimo progetto avviato con l’Iperbarica di Ravenna. Mary Ann è ippoterapista da vent’anni e collabora con il Centro ippico argentano dal 2004: “Il Centro iperbarico di Ravenna è una struttura sanitaria all’avanguardia, specializzata nella cura con la somministrazione di ossigeno in camera iperbarica. Da alcuni anni, sta portando avanti un progetto che si occupa di associare la terapia in camera iperbarica ad altre co-terapie riabilitative come l’ippoterapia, la fisioterapia, la logopedia, per la cura di persone cerebrolese. Questo progetto si basa su studi che dimostrano che, se nelle tre ore successive al trattamento in camera iperbarica, il cervello viene iperstimolato, tende a creare delle nuove connessioni che possono ripristinare qualche attività cerebrale. Al momento sono cinque i bambini dell’Iperbarica che praticano ippoterapia al Centro argentano, e tutti hanno avuto dei grossissimi risultati, acquisendo movimenti che prima non avevano.

ippoterapia martina
Nonostante lavori molto e duramente, Martina è felice di fare le sue ore di ippoterapia con Mary

Ma tutto è cominciato grazie alla nonna di Martina, che ha creduto nel progetto e ha fatto di tutto per diffonderne la validità e realizzando anche un sito in cui si possono seguire i progressi della sua nipotina [vedi]. Martina è una bambina di Argenta, ha dieci anni e una diagnosi di paralisi cerebrale infantile. Dal 2008 segue un percorso di terapia iperbarica associata all’ippoterapia e altri tipi di riabilitazione. Grazie a queste terapie è migliorata tantissimo, oltre ogni aspettativa: Martina non aveva quasi nessun controllo del tronco, oggi riesce a scendere le scale, anche se a suo modo, mangia da sola e va in bicicletta. La nonna e i genitori sono felicissimi, per Natale ci hanno scritto una lettera che ci ha profondamente commosso:

“Martina e la sua famiglia ringraziano il Circolo ippico argentano per aver averci dato la possibilità, accompagnandoci con serenità, decisione e amore, di fare ippoterapia […] terapia molto importante per questi nostri bambini speciali. Siate fieri e orgogliosi di quello che fate verso i più deboli […] Non ci viene offerto nulla in alternativa da chi si dovrebbe occupare di questi bambini, nemmeno la possibilità di sperare, per una vita migliore. […] Ma in questo cammino così complicato e difficile, si incontrano persone che risvegliano le tue energie, la tua anima, trasmettendoci forza, coraggio e speranza.”

Per saperne di più:
Associazione Il Paddock
Circolo ippico argentano
Il volo di Martina
Centro iperbarico di Ravenna

Un Grande Delta per fare concorrenza ai parchi fluviali del Danubio e della Senna

C’è chi lo vuole interregionale e chi punta ancora più in alto, al Parco nazionale del Delta del Po. Il suo presidente Massimo Medri lancia la sfida “sarebbe un’ottima cosa per allargare l’ombrello della tutela e valorizzazione”. “Il Parco ha bisogno di un’operazione d’immagine potente per farsi conoscere di più e meglio oltre i confini nazionali, in modo da dar seguito alla promessa di turismo lento avviata da tempo – spiega – Costruire un Grande Delta in grado di competere con i fiumi europei come il Danubio e la Senna, significa dare a questo ambiente dignità, lustro e, al tempo stesso, investire sull’unicità di un paesaggio che, se preservato e promosso come si conviene, rappresenterà la ricchezza per il futuro turistico di questi luoghi”. Purtroppo però il parco soffre di un male tutto italiano, la schizofrenia. E’ difficile conciliare la bellezza di Valle Campo, il volo rosa dei fenicotteri con i ruderi della ex Sivalco, arricchiti di una quantità enorme di eternit, a quanto pare irremovibile. Il responsabile del lascito? La Regione Emilia Romagna. Non è di grande esempio.

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Impianti ex-Sivalco, Valle Campo

Le architetture industriali di cui è puntellato il Delta – specie nelle zone di confine con il parco veneto dove insistono due cattedrali impossibili da mimetizzare come la ex centrale Enel di Polesine Camerini e il rigassificatore di Porto Viro, visibile dalla costa – non si conciliano con la bellezza dei luoghi e generano l’inevitabile moltiplicarsi degli interrogativi sul parco e le sue finalità. Per fortuna è stato scongiurato quantomeno lo sciagurato progetto di centrale biogas affacciata sulla Sacca di Goro, perla paesaggistica della ciclabile panoramica. “Non si può pretendere di fare turismo di qualità, senza fare scelte che devono essere coerenti con l’alto profilo di ‘vacanze natura’ da offrire. – spiega il presidente – A questo proposito non dimentichiamo che gli imprenditori devono avere delle indicazioni chiare per investire. Il futuro del Parco deve attrarre capitali con operazioni certe e con una burocrazia snella che permetta di realizzarle”.

Detto così sembra facile, ma non lo è. Per questo l’idea di rendere nazionale il Parco potrebbe essere la più percorribile per evitare irrecuperabili sfregi naturalistici dovuti alla differente sensibilità delle tante anime amministrative che popolano due Regioni e i tanti Comuni interni e vicini ai suoi confini. Oggi come oggi, il Parco – che in un recentissimo passato ha rischiato tagli ai finanziamenti regionali mortali per la sua esistenza – è impantanato nei mutamenti legislativi, il meno recente dei quali risale all’approvazione della legge regionale del dicembre 2011 che lo ha catapultato in una dimensione amministrativa più complessa, gravida di competenze, ma povera di fondi e personale. C’è da aggiungere inoltre che lo smantellamento delle Province non gioca a favore del neonato ente già in affanno. “Abbiamo avuto momenti difficili, nonostante tutto siamo riusciti a mantenere in piedi i progetti che avevamo in essere. – racconta – Oggi stiamo per collegare la riviera ai Centri visita, alcuni dei quali come la Manifattura dei Marinati e Bevanella, sono davvero straordinari. Un bus elettrico farà la spola dalle strutture ricettive alle stazioni, si tratta di un utile servizio navetta istituito fino a settembre”. Il costo, circa 30mila euro, sarà suddiviso tra l’ente e i Comuni del parco.

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Massimo Medri, presidente del Parco del Delta del Po

Sul tavolo restano gli incerti legati all’abolizione delle Province. “La loro scomparsa ci crea delle difficoltà, immergendoci in un mare di burocrazia in divenire”, dice. La Provincia di Bologna ha già deliberato il passaggio delle aree naturalistiche sotto la giurisdizione del parco. “L’acquisizione di competenze avviene sulla base di una domanda avanzata dalla Province. Alla richiesta di Ravenna noi abbiamo replicato con quella di risorse umane e finanziare. Ora la palla è alla Regione per la delibera definitiva”, spiega. “Ferrara sta ancora lavorando sul passaggio di beni e personale – prosegue – si parla dell’acquisizione delle Dune di Massenzatica, di una parte del Mezzano e di molte altre aree”. E’ una sorta di work in progress dettato dal decreto Delrio che, in attesa di modificare il titolo V della Costituzione, lascia siano le città metropolitane e le aree vaste a spartirsi le competenze provinciali. “Il tema dell’ambiente è contenuto all’interno di una materia talmente vasta, da aprire per noi un altro periodo di incertezza, motivo in più per puntare al parco nazionale – conclude – l’unica strada maestra da percorrere per dare forza al Parco”.

Trasferte degli amministratori regionali, Bertelli: “Le trasferte servono per svolgere al meglio il nostro lavoro. Per i nostri costi siamo Regione benchmark”

da: Agenzia informazione e ufficio stampa della Giunta regionale dell’Emilia-Romagna

Bologna – “Capisco che oramai si voglia far passare l’idea dell’inutilità del lavoro degli amministratori pubblici, ma non condivido questa tesi e i fatti, che poi sono quelli che valgono, dimostrano che in questa Regione di sprechi non ce ne sono, e i risultati che riusciamo a raggiungere sono importanti”.
Così Alfredo Bertelli, Sottosegretario alla Presidenza della Regione Emilia-Romagna, commenta le dichiarazioni del consigliere regionale Giovanni Favia a proposito delle spese per trasferte dei componenti della Giunta regionale.
“C’è una cosa- spiega Bertelli – che dovrebbe essere chiara: per portare a casa risultati occorre essere presenti laddove si prendono le decisioni, sia in riferimento alle attività straordinarie, come ad esempio affrontare emergenze come il terremoto o l’alluvione, sia in riferimento alle attività istituzionali quotidiane”.
“Per raggiungere questi obiettivi – prosegue il Sottosegretario – è importante che gli amministratori possano svolgere il proprio lavoro, nella massima trasparenza, spostandosi laddove è richiesto dai compiti che debbono svolgere. Rendendo conto delle spese, come è ovvio che sia e come da sempre facciamo”.
“A questo proposito ricordo che i rimborsi per le trasferte sono denari che non sono assolutamente nelle disponibilità personali degli assessori, e basta guardare le dichiarazioni dei redditi, pubbliche, di ciascuno di noi per verificarlo”.
“Quanto poi alle retribuzioni – dice Bertelli – vorrei sottolineare che gli importi sono determinati da provvedimenti nazionali. Con una piccola variante: noi li applichiamo nella misura minima, e non da oggi, ma dal 2010. Tant’è che l’Emilia-Romagna è stata indicata Regione benchmark, cioè riferimento nazionale virtuoso per tutte le Regioni.
“Stiamo quindi facendo un lavoro rigoroso, nella massima trasparenza, rendendo pubblici tutti i nostri costi – conclude il Sottosegretario – e questa è la cifra della serietà del nostro lavoro, che siamo determinati a portare avanti nell’interesse della nostra comunità”.

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