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La follia del viaggio: dalla letteratura indizi per comprendere la sindrome indiana 

2.SEGUE – La letteratura costituisce lo specchio principale dell’animo umano e la maniera più diretta e piacevole di presentare vicende e sensazioni che lo attraversano è un breve excursus sui diari di viaggio, alla ricerca di spiegazioni plausibili alla cosiddetta “sindrome indiana”.
duras ViceconsoleLa letteratura è, infatti, ricca di descrizioni di problemi psicologici dei residenti occidentali in India e della depressione e dell’angoscia che li accompagna. Non mancano casi di veri e propri deliri. Si pensi al “Viceconsole” di Marguerite Duras e a Jean-Marc de H., viceconsole di Lahore, personaggio avvolto da un’aura di mistero dovuto al suo “bizzarro comportamento”: deliri, depressione, visioni, mutismo, tristezza e spari sui lebbrosi che si avvicinano alla sua residenza. Tutto il libro ruota intorno allo scandaloso segreto e all’incapacità di dare una spiegazione logica al comportamento delirante del vice-console, che non sopporta la visione quotidiana della morte indiana. Nessuno sa fornirne una spiegazione dei deliri che lo colgono durante i ricevimenti. Charles Rossett, invitato all’ambasciata francese a Bombay, ipotizza la follia o la depressione per tale “maniaco del revolver” che grida la notte e che dissemina cadaveri nei giardini della sua residenza di Lahore. L’ambasciatrice stessa confessa che “tutti hanno avuto un inizio difficile a Calcutta… pure io sono caduta in una profonda tristezza….”. E forse il viceconsole “dallo sguardo morto” e terrorizzato dalla lebbra si annoiava, visto che la noia è un sentimento di abbandono colossale, a misura dell’India stessa, ove l’indifferenza predomina. E si nota come siano curiosi i suicidi di europei durante le carestie che mai li toccano….. Il sentimento di malessere degli europei di fronte alla realtà indiana, ove la malattia incombe e ove si lascia morire con indifferenza, è presente in tutto il libro.

Manganelli Esperimento con IndiaAnche Giorgio Manganelli, nei suoi scritti, esprime le stesse sensazioni all’interno delle città indiane onnivore. Nel corso del suo viaggio in India, lo scrittore indica che tale Paese, man mano che gli si avvicina, invade il “suo cervello d’occidentale timoroso… enorme massa di carne…, con la vita e la morte onnipresenti, luogo di trasformazione, casa-madre dell’assoluto.., paese senza limiti, di mendicanti volontari, coscienti delle loro trenta reincarnazioni…”. L’Europa sparisce dietro il viaggiatore che si ritrova di fronte a una massa di essere umani che vive in un mondo anonimo, mortale e letale, ove tutto è morte e rinascita, in un misto di immondizie e di pazienza ferita, quasi a simbolo della sporcizia originaria dell’esistenza. E’ presente ovunque il sentimento che tale mondo indiano ignora la pietà per l’individuo e che il viaggiatore occidentale, che al contrario prova pietà e sensibilità alle malattie, si lascia facilmente prendere da un sentimento di colpevolezza ed è pertanto sconvolto dalla realtà. L’India sconvolge il viaggiatore, suscita in esso un sentimento d’angoscia, di profondità e di rinascita eterna. Il tempio di Kailâsa ispira una sorta di malessere fisico, dà l’impressione di percepire dei suoni per i quali le orecchie umane non sono state create, il pancreas sembra iniziare a sognare, l’intestino pare disegnare un ideogramma…Si è in un Paese senza limiti, ove una morte fertile e selvaggia invade tutto. Madras fa soffrire l’anima, l’angoscia e il terrore crescono in un Paese ove si ha l’abitudine di morire e che non conosce l’orrore. Le pagine sono toccanti, pagine che si concludono con la rivelazione che in India si sperimenta una paura vicina alla morte, una seduzione facile e impossibile, l’oscillazione fra follia e rivelazione, fra il facile e l’irrevocabile.

La letteratura resta dunque assai ricca di descrizioni di tali tipi di sensazioni.
Tabucchi notturno indianoFra i numerosi romanzi popolati di viaggiatori nel continente e nella cultura indiani, ritrovavamo pure “Notturno indiano”, di Antonio Tabucchi. Nella storia di un individuo in viaggio per il continente indiano alla ricerca di un amico portoghese disperso – Xavier, la cui ricerca si rivelerà alla fine del libro essere la ricerca di sé stesso – si incontrano considerazioni e sensazioni comuni che molti autori esprimono in svariate forme e in diversi romanzi. Basti soffermarsi sulla riflessione del personaggio di Tabucchi per cui “in India, molte persone si perdono”, “un Paese fatto espressamente per questo” e “dove avere buona memoria non è un privilegio”. Il medico che il nostro personaggio incontra all’ospedale di Bombay gli consiglia di non avvicinarsi troppo ai malati, soprattutto considerata la “fragilità degli europei” (e il riferimento parrebbe essere non solo alla fragilità fisica di fronte a certe malattie, ma altresì alla loro fragilità psichica di fronte alla complessa realtà indiana). L’India viene descritta nelle pagine seguenti come “un universo di suoni piatti, indifferenziati, impossibili a distinguere” e alcune città, come Vasco de Gama nello Stato di Goa, sono presentate come pullulanti di mendicanti taciturni e angosciati, come fossero morti, accanto a imponenti templi sacri. Una fotografa incontrata durante il cammino, Christine, fotografa della miseria, suggerisce al nostro viaggiatore di non fare mai l’errore di andare a Calcutta, nella personale convinzione che, alla fine, è meglio conoscere il meno possibile del mondo…

Un noto giornalista francese, Olivier Germain-Thomas, nel suo libro “La tentazione delle Indie”, ci indica da un lato che la bellezza si ritrova in India nei più semplici gesti quotidiani e che il viaggio in tale Paese è “un’avventura che nutre i sensi e l’intelligenza”. D’altro lato, tuttavia, “senza una previa iniziazione” a tale realtà, continua Germain-Thomas, “sarà assai difficile non perdersi”. L’antica città di Lahore è allora descritta come “interrata nelle sua mura e isolata dal mondo…”, come “una vibrazione di  vita… un insieme tessuto e contrastato nell’odore di terra, di grasso, di menta… sullo sfondo di grida, canti,… una terra ove lo straniero si scontra, si perde, vacilla, disturba, si ritrova e, soprattutto, si sa definitivamente altrove, in un turbillon, ove, persi i sensi, non può che lasciarsi andare a non essere che un piccolo elemento di un insieme che lo turba e l’oltrepassa”. L’arrivo in India è accompagnata dalla tenerezza e dall’emozione di esservi approdati ma altresì dall’inquietudine enorme di fronte all’ignoto. Un’angoscia che non inganna s’impadronisce del nostro viaggiatore che atterra sul suolo indiano, lo stesso viaggiatore che tuttavia resta estasiato una volta sedutosi sulle rive del Gange, accarezzato dal sole, e il cui rumore delle acque circondate da alte montagne ne calma l’animo. Se la bellezza è vivente e palpabile, tale paesaggio viene tuttavia turbato e il pellegrino si ritrova negativamente colpito dalla realtà circostante di bambini sudici e immondizie, di un “eterno balletto di mendicanti deformi”, di un’umanità collante di cui si è spettatori senza piacere. Tali contrasti, insieme all’aura di misticismo e di mistero che avvolgono l’India, e che in diverse misure e descrizioni sono narrate da numerosi autori in tutto il mondo, appaiono dunque essere inevitabilmente come il fattore principale di squilibrio della psiche non abituata dei viaggiatori occidentali.

yogaD’altra parte, il fascino dell’India non lascia indifferenti studiosi, intellettuali e medici. Talora, il percorso personale, intellettuale e professionale di questi ultimi li conduce a intraprendere un viaggio di studi e formazione – per esempio, alla ricerca di una relazione fra la guarigione psicologica e l’insegnamento dello yoga, come nel caso dello psichiatra francese Jacques Vigne – che si trasforma in un vero e proprio “colpo di fulmine” per il Paese. Il breve soggiorno iniziale diviene allora stabile o reiterato nel tempo.

La soluzione ipotizzabile allo “choc dell’India”: il rimpatrio sanitario

La causa fondamentale dello choc del viaggiatore occidentale in India resta fondamentalmente dovuta al fatto che ogni individuo, inserito in un contesto a lui completamente estraneo e con valori totalmente diversi, si ritrova presto perduto e non riesce più a comportarsi normalmente. Si tratta di quello che Airault definisce come lo “choc dell’imprevisto”. I valori diversi costituiscono uno degli elemento scatenanti. Basti pensare a come in India vi sia una visione del tutto serena della morte, alla quale, al contrario, gli occidentali non sono mai abbastanza preparati. Il ciclo delle reincarnazioni rende l’idea della morte più tollerabile, quando in Occidente il tema è tabù. Di fronte alla morte allo stato puro che si presenta ovunque in India, il viaggiatore occidentale è completamente disarmato e solo il rimpatrio rapido verso il Paese d’origine, che lo reintegra nel suo corpo sociale e nei suoi valori, risulta efficace. Si rivela indispensabile la presenza di un medico che riaccompagna il viaggiatore su un aereo e che parli la sua stessa lingua, al fine di rassicurarlo e di farlo rientrare nello stesso universo simbolico. Una volta rientrati nel Paese d’origine, non sono quasi mai necessarie cure psichiatriche, dal momento che il soggetto si riadatta alla sua realtà e, quasi per miracolo, cessa qualsiasi tipo di delirio o allucinazione. Il “miglioramento” viene imputato al trattamento, alla separazione dal luogo patogeno e al rimpatrio in sé stesso. Tale ultimo elemento è particolarmente importante, ove si consideri che la prospettiva di rientrare nel proprio Paese reintroduce un limite al tempo che in India pare eterno e si rivela dunque terapeutico in sé. Secondo Airault, il rimpatrio è di per sé un trattamento, soprattutto ove il paziente vi partecipi attivamente, poiché costituisce un vero e proprio accompagnamento dell’individuo nel suo ritorno verso la realtà.

Ciò che è importante al momento del rimpatrio è cercare di trasformare tale momento di crisi in un’esperienza che possa arricchire e far apprendere i propri limiti. Per tale motivo, è necessario accompagnare “psichicamente” il paziente nel viaggio di ritorno, considerato che lo si accompagna in un viaggio duplice, reale e immaginario, ove il egli è lui stesso l’attore principale del suo spostamento fisico e psichico.

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Il ritorno del “viaggiatore” verso la propria realtà con accanto un professionista che parli la sua stessa lingua e comprenda la sua situazione favorirà il recupero e il ritorno alla “normalità”, ove il ricordo dell’esperienza resterà viva senza provocare “ricadute”.

I casi del fenomeno descritto verificatasi in India sono stati talmente numerosi che il Consolato francese di Pondichéry e quello di New Delhi hanno istituito un apposito servizio psichiatrico. Un gran numero di casi analizzati in tali sedi hanno condotto alla necessità del rimpatrio più o meno immediato. “In un Paese ove il tempo pare in congedo dall’eternità”, continua Airault, “la prospettiva di rientrare a casa reintroduce un limite e, come tale, è terapeutico” di per sé. Tale momento è decisivo e la funzione dello psichiatra che accompagna il viaggiatore “perduto” nel suo rientro alla “normalità” viene avvicinata a quella del padre che aiuta a ritrovare la propria identità vacillante. Il rimpatrio deve allora essere effettuato gradualmente e dolcemente, con l’accordo, anche passivo, del paziente, al quale si deve spiegare il motivo del suo rientro. Si cerca di evitare l’utilizzo di medicine, ove si consideri che il rimpatrio in sé costituisce la migliore terapia, tanto più efficace se a esso il paziente abbia partecipato attivamente. Prima del viaggio si deve instaurare una vera e propria relazione terapeutica fra il paziente e lo psichiatra, ove quest’ultimo si libera della classica posizione di neutralità per essere più comprensivo e rassicurante. “Semplici anonimi passeggeri, medico e paziente non hanno più i piedi per terra e, nella carlinga dell’aereo, si crea una relazione di fusione favorita dalla privazione sensoriale … e una temporalità che non è più quella dell’eternità indiana…”. Normalmente, non si verificano episodi anomali durante il volo e all’arrivo, se spesso si nota un’iniziale recrudescenza dell’angoscia, si verifica altresì un miglioramento clinico che non rende necessario il ricovero ospedaliero inizialmente previsto. Allo stesso tempo, le allucinazioni visive o auditive scompaiono.

Da leggere:

Régis Airault, Fous de l’Inde: Délires d’Occidentaux et sentiment océanique, Payot, 2002, 240 p.
Graziella Magherini, La sindrome di Stendhal. Il malessere del viaggiatore di fronte alla grandezza dell’arte, Ponte alle Grazie, 2003, 219 p
Marguerite Duras, Il Vice-console, Feltrinell, 1986, 136 p.
Giorgio Manganelli, Esperimento con l’India, Adelphi, 1992, 104 p.
Antonio Tabucchi, Notturno indiano, Sellerio, 1984, 124 p.

La follia del viaggio: da Stendhal all’India, fenomenologia di una sindrome

ranakpur2La psichiatria moderna s’interessa in misura sempre maggiore agli squilibri comportamentali dei viaggiatori occidentali in Paesi come l’India e la Thailandia. Tali Paesi orientali diventano sempre più meta privilegiata di individui alla ricerca di una nuova spiritualità, che letteratura e media esaltano, e che spesso si trovano a dover subire fenomeni di “disconnessione psichica” come conseguenza di tali viaggi coinvolgenti, ma allo stesso tempo sconvolgenti.

Se religioni come il buddismo attirano adepti in misura crescente, i paesaggi e la libertà di luoghi esotici ed esoterici, come quelli indiani o tailandesi, attirano sempre più visitatori. I turisti dunque partono, chi alla ricerca di spiritualità, chi di piaceri più materiali, chi della riscoperta dell’essere umano. E talora senza preparazione alla realtà che li ospiterà.

Se il viaggio, da un lato, consente di conoscere altre culture e di “decentrarsi dalla propria”, dall’altro, pone il soggetto in un’altra temporalità e può farne vacillare la ragione, se particolarmente intenso a livello di sensazioni. La perdita di riferimenti, in paesi come l’India, costituisce il fattore scatenante delle turbe psichiche di soggetti che alla partenza erano “normali”. D’altro lato, la percezione del nuovo e dell’ignoto varia da individuo a individuo e comporta reazioni diverse. Un viaggio non è solo un attraversamento spaziale, ma anche un’immersione del soggetto in sé stesso. Più forti saranno sensazioni e contraddizioni, maggiore sarà il rischio di perdere i propri riferimenti e farsi coinvolgere in situazioni destabilizzanti. Non sempre l’incontro con tali realtà, infatti, ha conseguenze positive sulla psiche umana, soprattutto di coloro che partono già con situazioni personali difficili. Ma non solo. Il rientro nelle realtà sociali originarie sarà allora necessario. E nonostante spesso si intraprenda un viaggio con fine terapeutico – si pensi a chi parte per evitare una depressione o per riposarsi dal lavoro stressante quotidiano – succede, paradossalmente, che tale viaggio si trasformi e comporti turbamenti non previsti o prevedibili.

Aurault Fou de l'IndeSi possono quindi ipotizzare due diversi tipi di viaggi in realtà come quella indiana, come fa lo psichiatra francese Régis Airault: nel suo libro “Folli dell’India” distingue fra viaggio patologico e viaggio patogeno, ossia fra viaggio dei “folli” che si recano in India e viaggio di coloro che l’India rende “folli”.

Nel viaggio patologico, già prima della partenza le persone presentano problemi che talora sono all’origine stessa del viaggio, il quale a sua volta fa parte di un intero processo delirante. Tali i casi di persone che intendono salvare il pianeta e il genere umano, che si recano in India a tale scopo. Nel viaggio patogeno, invece, il viaggio in sé è causa di squilibrio psichico. La situazione reale del Paese meta del viaggio si presenta talmente difficile a sopportare da sconvolgere completamente l’equilibrio psichico del viaggiatore (miseria, malattie e onnipresenza della morte in India talora scatenano tale sconvolgimento). La dimensione simbolica dei luoghi e l’imprevisto fanno frequentemente vacillare l’identità dell’individuo.

Ricordiamo alcuni casi, fra i tanti riportati dall’attenta analisi di Airault. Come quello di Maurice, 40 anni, da 6 mesi in India, ma con un primo soggiorno in India 4 anni prima. A quell’epoca sviluppava una psicosi maniaco-depressiva, curata con neurolettici e sali di litio. La malattia sembra sviluppatasi in tale primo periodo. Si ipotizza un attuale ipotesi di viaggio patologico con la possibilità di un primo viaggio patogeno.

O un’altra ipotesi di viaggio patologico: quello di alcuni tossicomani. La droga è quindi all’origine del viaggio in India, come nel caso di Jean, dipendente dal ‘brown sugar’, eroina di bassa qualità importata da Hong-Kong, riscaldata su alluminio con un fiammifero e inalata.

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Viene, invece, presentata come un caso di viaggio patogeno la vicenda di un giovane di 20 anni ricoverato, nel 1994, in seguito a delirio acuto e rimpatriato dall’India con accompagnamento medico. Tale paziente, senza antecedenti psichiatrici, partito per un viaggio di 6 mesi in India con un amico, aveva iniziato a presentare deliri a sfondo mistico e persecutorio. Al momento dell’ammissione all’ospedale lamentava allucinazioni auditive permanenti (udiva la voce della dea Kali, dea della morte) e un automatismo mentale apparso a Benarès, villa dei morti, in occasione della festa delle luci (di Diwali). Da quel momento aveva iniziato ad avere l’impressione che tutti lo chiamassero Kali e comprendessero i suoi sogni. Durante tutto tale periodo soffriva di insonnia totale. Venne deciso il trasferimento in un’unità di crisi, lui sosteneva che Kali gli parlasse, di essere morto clinicamente e di essere perseguitato. Ma non vi erano turbe comportamentali, ragione per la quale venne mantenuto in medicina interna. La diagnosi sarebbe stata di “bouffée” delirante acuta di un giovane di 20 anni, in seguito a un soggiorno di un mese in India, senza antecedenti psichiatrici né assunzione di sostanze tossiche.

Dunque, innanzitutto lo choc culturale: l’India può rendere “folli” gli occidentali, che perdono i loro punti di riferimento. Alcuni soggetti non presentano turbe di alcun genere nel loro Paese d’origine, ma una volta giunti in India cominciano a soffrire di una patologia psichiatrica, come se il viaggio giocasse il ruolo di fattore scatenante. Le persone iniziano a sviluppare tendenze depressive e si chiudono in un mutismo melancolico, talora semplici nevrosi.

Particolarmente a rischio sono i soggetti più giovani. Il delirio costituisce spesso un periodo di crisi, ove tale soluzione momentaneamente delirante costituisce un meccanismo di difesa che permette di affrontare la realtà senza attaccare (spesso è utilizzata l’espressione “bouffée délirante aigue”). Durante tale periodo la persona, sconvolta nell’intimo, è attraversata dalla sua storia personale e dalla questione della vita e della morte. Talora il soggetto, giunto in India, ha l’impressione della presenza in sé di due mondi incompatibili, quello orientale e quello occidentale, fra i quali bisogna scegliere. Una volta giunti in India, si ha l’impressione del “tutto o nulla”, della seduzione o della repulsione, del coinvolgimento o del rigetto.

Analogie con la “sindrome di Gerusalemme” e la “sindrome di Stendhal”.

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Lo choc e la “deconnessione” psichica spesso sono dovuti all’impatto con determinati luoghi carichi di storia e cultura (per esempio. la sindrome di Gerusalemme) che provocano una vera e propria esaltazione smisurata e un fascino irrazionale. Si presentano allora veri deliri mistici ed esoterici. Altre conseguenze dello choc in questione, oltre ai deliri, sono date da autentiche allucinazioni auditive. Il viaggiatore occidentale non è preparato a tale sconvolgimento, allo choc dell’imprevisto, non è “vaccinato” contro la realtà indiana ove si ritrova “la vita allo stato puro”. L’occidentale ha l’impressione di venire proiettato da un giorno all’altro in un mondo totalmente illogico dove le forze gli vengono a mancare e ove la vita e la morte sono continuamente poste l’una di fronte all’altra. Tale ipersensibilità è accentuata da problemi strettamente fisici, quali la disidratazione dovuta al caldo soffocante, l’alimentazione difficile e caotica, i problemi intestinali.

Spesso il viaggiatore, che prolunga il proprio soggiorno indiano per più settimane, va incontro a un sentimento di spersonalizzazione: da un lato, l’universo simbolico indiano sconvolge la sua identità e i suoi punti di riferimento, dall’altro, è continuamente sollecitato dalle popolazioni locali che per la strada lo sottopongono a svariate richieste e a sguardi inquisitivi. Viene seguito, sollecitato e osservato. Gli indiani mal comprendono come un occidentale possa avventurarsi a viaggiare solo e imputano spesso a ciò i deliri di tali viaggiatori (un uomo isolato non può integrarsi, secondo la mentalità indiana, dal momento che l’individuo esiste solo in quanto membro di una comunità). Spesso tale sconvolgimento psichico porta alla perdita o al cambiamento di identità, che si verifica tramite la perdita o la vendita o la distruzione dei documenti d’identità.

Più sopra abbiamo accennato alla sindrome di Gerusalemme, assimilabile secondo alcuni psichiatri alla sindrome di Stendhal.

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Ogni anno sono ricoverati all’ospedale psichiatrico di Kfar Shaul di Gerusalemme turisti in preda a scompensi psicotici o a deliri mistici che riferiscono di visioni di personaggi biblici. Vi sono soggetti già affetti in patria da disturbi psichici (schizofrenia o psicosi maniaco-depressiva), individui appartenenti a gruppi religiosi prossimi al fanatismo e generalmente accompagnati da disturbi della personalità, e infine pazienti colpiti da quella che viene indicata come la terza forma della sindrome di Gerusalemme: si verifica tra individui senza antecedenti psichiatrici e per i quali l’episodio delirante si sviluppa e risolve in 5-7 giorni. Un avvocato svizzero, per esempio, colto da ansia in patria, decideva di intraprendere un viaggio, durante il quale faceva tappa a Gerusalemme. Una volta giunto alla Città Santa manifestava i sintomi iniziali della sindrome: desiderava restare solo e vestito di una toga bianca si aggirava per la città recitando versetti biblici. Una volta rientrato in patria, il viaggiatore, guarito dopo circa 7 giorni, non manifestava più alcuno scompenso.

Rapiti dall’architettura, dalla santità e misticismo del luogo, oltre che da una quasi tangibile presenza dell’eterno, i turisti cominciano a soffrire di un malessere psichico profondo e inspiegabile. Se i monumenti e la santità dei luoghi esercitano sul “pellegrino” un richiamo per il loro significato religioso, altri monumenti o opere d’arte in altri luoghi possono altresì ispirare “sconvolgimenti” più o meno forti per la loro inusuale bellezza e vitalità.

Rileggendo le pagine di Stendhal, e precisamente le osservazioni del suo diario di viaggio in Italia “Roma, Napoli e Firenze” (fra gli altri, Goethe aveva preceduto Stendhal, effettuando il suo viaggio in Italia nel 1786 per immergersi nella classicità e “cercare il centro” di cui aveva bisogno irresistibile), si può arrivare a comprendere il turbamento psichico che può colpire un individuo normale di fronte alla santità di luoghi come Gerusalemme o alla bellezza artistica dei monumenti italiani. Dallo scrittore francese, infatti, gli psichiatrici hanno derivato quella che comincia oggi a essere indicata come la “sindrome di Stendhal”.

Roma

Le pagine di Stendhal, infatti, sono sintomatiche del malessere che aveva colpito lo scrittore durante il suo lungo viaggio italiano di fronte alla bellezza allo stato puro delle nostre opere d’arte e del nostro patrimonio culturale. Difficile, d’altra parte, per un italiano che legga tali pagine, non restarne colpito e non comprenderne la verità, di fronte a una bellezza che forse non ci sconvolge troppo in quanto presente in ogni angolo delle nostre città e alla quale siamo da lungo tempo abituati, passeggiando con essa e convivendoci quotidianamente.

Riflettendo un poco, si potrà comprendere la gioia, i” fremiti del cuore” e l’entusiasmo di Stendhal nell’attraversare quell’“insieme di sensazioni” che è l’Italia. A Milano lo scrittore prova un “senso di ubriachezza” di fronte alla bellezza onnipresente “rivitalizzante e unica al mondo”, ove mai “l’architettura gli ha inspirato tali sensazioni”. Ma l’apice sarà a Firenze, il 22 gennaio 1817. Arrivando in città, il suo cuore “batteva con forza” e alla vista di Santa Maria del Fiore cominciava a sentirsi “incapace di ragionare”. Entrato in Santa Croce, continua, “la mia emozione è così profonda che va quasi fino alla pietà” e “tutto parla alla mia anima”. Passeggia per Firenze in preda a “un’emozione muta e profonda (gli occhi sbarrati e incapace di parlare)”, in una città ove l’architettura parla alla sua anima, nelle cui strade “si respira… un profumo singolare” e che ha tutte le rifiniture di una miniatura.

Magherini Sindrome di StendhalDa tali emozioni, la psichiatria moderna ha derivato il nome di ‘sindrome di Stendhal’, riferendosi in particolare a Graziella Magherini, autrice de “La Sindrome di Stendhal”. La psichiatra fiorentina, che ricorda come il turista moderno viva in maniera discontinua e regolare l’esperienza del viaggio e come si sia sviluppata negli ultimi due secoli la ‘psicologia del turista’, riporta nel suo testo alcune storie cliniche di persone che di fronte a opere d’arte di rara bellezza hanno presentato uno stato di disagio e malessere. I casi sono esaminati, per la maggior parte, nell’ambito della sua attività al reparto psichiatrico dell’ospedale fiorentino di Santa Maria Nuova e con testimonianze dirette dei pazienti.

Fra i molteplici casi, quello di un bavarese che si ritrova “con il cuore e la testa in fiamme” di fronte a “colori mai visti” alla galleria degli Uffizi a Firenze di alcuni quadri che pretenderebbero di essere visti da dentro e non da fuori. Di fronte al Caravaggio il turista in questione si sente male: oppressione cardiaca, sudorazione e senso di svenimento. Durante il soggiorno dorme difficilmente ed è colto di notte da nostalgie e angosce. Numerosi sono poi i casi di americani colti da malessere alla contemplazione di opere d’arte, da depressione e sensazioni di irrealtà e dove la causa di svenimenti può essere ipotizzabile nell’eccesso di emozioni. I sintomi suddetti a volte comportano e hanno comportato il ricovero ospedaliero. Tutte le persone erano partite dal loro Paese in stato di benessere fisico e psichico e si erano trovavate coinvolte in episodi di breve durata, a decorso benigno, correlati al viaggio a Firenze. Clinicamente sono implicati il versante mentale e quello psicofisico. Se lo compenso è unicamente mentale, i ‘viaggiatori’ manifestano disturbi del senso della realtà e della percezioni di suoni e colori; se lo scompenso è psicosomatico, a essi il corpo comunica il disagio della mente, con sudorazioni, tachicardia, senso di svenimento, dolori allo stomaco.

Botticelli, secondo le testimonianze, attira più di tutti per la sua notorietà, per la bellezza e la giovinezza che irradiano dai suoi dipinti. E appare come la causa maggiore di ricovero, in seguito alla “bouffée” delirante che provoca in alcuni dei suoi spettatori. Vi è chi crede di vedere gli angeli agli Uffizi e chi ha allucinazioni auditive (le voci e il canto di tali angeli).

Dal campione di turisti esaminato emergono tre tipi di pazienti: quelli con prevalenti disturbi del pensiero, connesso con disturbi della percezione e dell’esame della realtà (percezione di suoni e allucinazioni); quelli con prevalenti disturbi degli affetti (angosce depressive o euforia eccessiva) e quelli con crisi di panico e ansia somatizzata. La costante pare essere comunque “una crisi di identità che ha alla radice una congiunzione storia personale-viaggio-impatto con l’arte” (è ben evidente che gli eventi esterni sono sempre strettamente correlati alla propria vicenda personale).

Tali fenomeni di estraniazione paiono oggi sempre maggiori, soprattutto quando si venga a contatto con realtà difficili e di per sé estranianti. D’altra parte, l’individuo, che è attirato dall’ignoto, non sempre è in grado di farvi fronte e di sopportarlo adeguatamente. Lo stesso Freud era stato colpito da disturbi durante la sua estasi contemplativa dell’Acropoli di Atene. Riprendendo la terminologia freudiana, Airault utilizza la nozione di ‘sentimento oceanico’ per definire i fenomeni di spersonalizzazione degli occidentali in India, intendendo con esso un “movimento mentale che si caratterizza, innanzitutto, in un’impressione di estraneità” e che “lascia posto in seguito a un’esaltazione che può trasformarsi in angoscia e/o delirio ma anche in un sentimento di benessere e di gioia intensa”.

1. CONTINUA

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