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L’INTERVISTA
Eraldo Affinati: “Sogno una scuola senza classi, senza voti, senza registri”

Eraldo Affinati, insegnante e scrittore affermato, fondatore a Roma della “Penny Wirton”, scuola di italiano per stranieri, vive e lavora a Roma. Insegna italiano e storia nell’Istituto professionale di Stato “Carlo Cattaneo”, presso la succursale della Città dei Ragazzi. Elencare le opere di Affinati sarebbe davvero troppo lungo, i campi sono i più vari, ma solo apparentemente distanti tra loro, perché tutte accomunate dalla cifra del loro autore in cui vocazione pedagogica e letteraria si fondono. Abbiamo incontrato Eraldo Affinati alla Città del Ragazzo di Ferrara, dove è stato chiamato dalla Provincia e da Promeco a parlare nel corso di formazione per i docenti degli enti di Istruzione e Formazione professionale.

La prima domanda che ci viene da formulare di fronte ad Affinati è forse la più banale, ma per noi, soprattutto oggi, la più importante. Cosa significa essere un insegnante?
Credo che un insegnante sia il responsabile dello sguardo altrui. Prendersi in carico le richieste interiori ed esteriori degli scolari significa innanzitutto conoscerli. Capire da dove vengono. Cosa fanno e cosa pensano. Quali sono le loro passioni, i loro problemi. Se non si conquista la fiducia dei ragazzi è difficile spiegare il programma. Essere un insegnante vuol dire anche trasmettere la tradizione e ristabilire le gerarchie di valore nel mare magnum a volte indifferenziato del Web. Formare la coscienza dei futuri cittadini. Trasformare il compito scolastico in un’esperienza conoscitiva.

Eraldo Affinati, scrittore affermato. Che relazione c’è tra l’insegnante e lo scrittore Affinati?
L’insegnante e lo scrittore sono i custodi della parola. Senza dimensione verbale anche i sentimenti sono destinati a restare grumi emotivi. Essendo io figlio di due orfani, sin da ragazzo ho dovuto combattere contro la mancanza delle parole. E’ questa la ragione che spiega il rapporto fra la mia tensione pedagogica e la mia vocazione letteraria. Sia nell’insegnamento sia nella scrittura vorrei risarcire i miei genitori di quello che loro non hanno avuto. Lo faccio per interposta persona, cercando di coinvolgere i miei studenti.

I giovani emarginati dalla scuola, i giovani così detti difficili, sono giovani privati della parola perché non hanno ascolto, come i giovani figli dell’immigrazione che ancora non possiedono le parole della nostra lingua. Esiste una pedagogia della parola?
Penso di sì, anche se non può essere schematizzata in un metodo unico. Senza verbi non si vive. Senza nomi si muore. La scuola oggi deve ritrovare le fonti delle parole: desideri espressivi, volontà di comunicazione, tensione comunitaria. Se non si fa prima questo lavoro sull’identità dei ragazzi, si rischia di lavorare solo sulle tecniche che presto si dimenticano.

Il valore delle parole. Ma che parola queste ragazze e questi ragazzi devono incontrare perché sia restituita loro dignità, autostima, fiducia in se stessi, per sentirsi accolti?
Bisogna partire dagli stessi scolari per risvegliare in loro lo spirito critico. Non dobbiamo limitarci a spostare un contenuto da un luogo all’altro. Faccio un esempio: stavamo leggendo alcuni versi di Giuseppe Ungaretti. A un certo punto Romoletto, uno dei ragazzi più difficili, mi chiese: dove è sepolto questo poeta? Al cimitero del Verano a Roma, gli risposi. E lui soggiunse: perché non andiamo a visitare la sua tomba? Lo presi in parola. Il giorno dopo, insieme a tutta la classe, andammo a rendere omaggio alla salma di Ungaretti. In quel momento le parole di Romoletto divennero vere.

Lei ha scritto ‘Elogio del ripetente’. Non rischia di apparire una presa d’atto dei fallimenti del nostro sistema scolastico? Un atto di sfiducia nei confronti della scuola pubblica?
In realtà la nostra scuola pubblica, nella sua struttura complessa e variegata, è giustamente inclusiva: basti pensare agli insegnanti di sostegno, fiore all’occhiello del sistema italiano. Tuttavia oggi ci sono emergenze nuove legate, ad esempio, agli studenti non italiani, per i quali non si fa ancora abbastanza. Inoltre, come sapeva Don Milani, se la scuola si occupasse solo di quelli che vanno bene, assomiglierebbe a un ospedale che vuole curare i sani. E’ necessario coinvolgere e recuperare tutti, anche perché le classi eterogenee sono sempre le migliori. I deboli imparano dai forti: questo è sicuro. E’ vero anche il contrario: i forti hanno bisogno dei deboli. Ma come fa un docente da solo a curare le eccellenze, gli iperattivi, i dislessici, i caratteriali e gli L2? Io resto fiducioso: non a caso il mio “Elogio del ripetente” finisce con una bibliografia per un’altra Italia. Un elenco non di libri, ma di nomi di persone che ho incontrato nei miei giri nelle scuole: professori e dirigenti che si mettono in gioco e si rimboccano le maniche lavorando tutti i giorni con quello che hanno a disposizione.”

Nei sui libri ‘La Città dei Ragazzi’ e ‘Vita di vita’ aleggia la figura del padre. Per essere insegnanti bisogna essere dei ‘padri o delle madri a fondo perduto’?
“In Vita di vita” racconto la storia di un viaggio africano sulle tracce di un mio studente che, dopo incredibili avventure, ha ritrovato la madre di cui non aveva saputo più nulla da quando, a soli sette anni, era stato costretto a lasciarla. Nel romanzo ci sono però anche le storie dei miei studenti italiani, ai quali io avevo detto di leggere alcuni brani di lettere scritte da loro coetanei morti da eroi nella Prima Guerra Mondiale e durante la Resistenza. Il testo ha un doppio finale: uno alle Fosse Ardeatine dove i ragazzi italiani e quelli stranieri si abbracciano di fronte agli eroi; l’altro riguarda Santino, un ragazzo bocciato che sfonda i banchi di scuola. Il lavoro dell’insegnante assomiglia a quello dei genitori: educare significa ferirsi. Farlo a fondo perduto vuol dire rinunciare al riscontro immediato. Un figlio o uno scolaro ti porta sempre in un luogo che tu non prevedi. Come adulto devi prenderne atto, senza rinunciare al ruolo che eserciti.”

Il Penny Wirton, del romanzo di D’Arzo Silvio, fugge di casa per sottrarsi alla vergogna di non avere avuto un padre nobile, per poi tornare e ritrovare nell’amore della madre la dignità della propria condizione umana e sociale.Penny Wirton è la metafora di ogni immigrato, che ha lasciato le proprie radici, che ritrova l’amore della madre nell’apprendere una lingua che non è la sua, che non è quella materna?
E’ bello dirlo così. Khaliq, il protagonista di “Vita di vita”, ha fatto esattamente questo. Ecco perché nel libro si esprime in una lingua-bambina, ancora allo stato fetale. E oggi si sente responsabile del villaggio che ha accolto sua madre, in Gambia. Infatti non esita a inviare aiuti economici per sostenere, nel suo piccolo, quella comunità.

Bene. Veniamo al suo sogno. La Penny Wirton che ha fondato a Roma con sua moglie è il sogno di un’altra scuola. Ce lo vuole raccontare questo sogno?
E’ una scuola senza classi, senza voti, senza registri, basata sull’uno a uno. I docenti sono volontari che prestano gratis la loro opera. A fondo perduto, per l’appunto. All’inizio eravamo io, mia moglie, Anna Luce Lenzi (con la quale ho scritto ‘Italiani anche noi’, manuale di apprendimento dell’italiano) e pochi altri. Oggi siamo centinaia, non solo a Roma, anche in Calabria, grazie all’attività di Marco Gatto; a Padova, con il sostegno di Enrica Ricciardi; Aversa, con Patrizia Cuomo. Presto apriremo nuove sedi in Toscana, a Lucca e Colle Val d’Elsa.

Davvero grazie Eraldo Affinati. Il sogno continua…

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