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PRESTO DI MATTINA
Matteo, lo scriba discepolo

 

«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo… Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un capofamiglia che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13, 44; 51-52).

Con questa nota in forma di parabola Matteo chiude il terzo discorso di Gesù, quello in parabole appunto. Nel discorso della montagna Gesù compie la rivelazione di Dio e della sua Parola, annunciando il Regno, il suo esserci, la sua prossimità agli uomini e alle donne delle beatitudini. Nel secondo discorso, detto missionario, l’annuncio del Regno dei cieli è condiviso con i discepoli che decideranno di accoglierlo, i quali vengono inviati a due a due. Nel terzo discorso, detto parabolico, Gesù descrive il modo in cui l’azione di Dio si presenta tra la gente: il Regno dei cieli è descritto nel suo principiare in piccolezza, una fragilità fiduciosa, una crescita apparentemente lenta e infruttuosa, ma al tempo stesso inarrestabile e irreversibile, che dà frutti di ospitalità e ristoro, come narra la parabola del granello di senape.

È Matteo, in primis, lo scriba divenuto discepolo del Regno dei cieli ‒ poi anche noi, se lo vorremo. ‘Scriba’ in Egitto e in Mesopotamia indicava un funzionario pubblico che aveva il compito di redigere, copiare documenti, far di conto. In Israele gli era affidata la trascrizione dei rotoli della legge, dei libri storici, sapienziali e profetici; e dopo l’esilio l’interpretazione del libro, tanto che al tempo di Gesù gli scribi erano i maestri della Torah.

Per questo Matteo ben dimostra di conoscere le “cose antiche” e quelle “nuove”, che nel giudaismo erano rispettivamente la Legge mosaica e l’insegnamento dei rabbini. Ma per Matteo – lo scriba divenuto discepolo di Gesù, che trae fuori dal buon tesoro del suo cuore l’antico e il nuovo – queste espressioni assumono anche un nuovo significato, trattandosi di tenere insieme il primo e antico patto tra Dio e il suo popolo con il suo compiersi nella vita, nelle opere e nelle parole di Gesù. L’epifania del Regno che si avvicinava: con il Figlio il Regno dei cieli giunge e si manifesta in pienezza.

Di più. Matteo, discepolo/scrittore di buone notizie, narra come la novità del Regno sia già nascosta nell’antico. Il suo cuore segreto, l’intimità del comandamento, si manifestano attraverso una storia di alleanza nuova, che trasforma l’antica, rivelando un’eccedenza di fedeltà, di smisuratezza d’amore – il comandamento nuovo appunto – di prossimità, di familiarità inaudita, di intima amicizia tra Dio e gli uomini, germinata nella storia del Popolo di elezione e poi sparpagliata tra tutti i popoli.

Novità dischiusasi con la venuta del profeta di Nazareth, volta a dare compimento alle promesse antiche. Lo si testimonia tramite i titoli cristologici, quali ‘Messia’, ‘Figlio di Davide’, ‘Figlio dell’Uomo’, ‘Figlio di Dio’, così familiari alla fede di Israele.

Essi, per Matteo, nascondono un’eccedenza di senso, al modo che del seme che giunge a maturazione nel frutto: l’identità singolare di Gesù e la sua missione, in continuità con il cammino e le promesse dell’antico Israele, il seme; ma anche in “discontinuità di compimento”, come una frattura instauratrice di novità, il chicco pieno nella spiga.

Passaggio che per lo scriba divenuto discepolo del regno richiede una radicale conversione: come un essere generati e un nascere di nuovo, un passare all’altra riva, alle cose nuove, senza perdere quelle antiche: «Vedendo la folla attorno a sé, Gesù ordinò di passare all’altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: “Maestro, ti seguirò dovunque tu vada”. Gli rispose Gesù: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”». (Mt 8,18-20). Oltre, verso l’altro, protesi al Regno, verso un dove, una novità ancora nascosta che il futuro racchiude.

Lo stesso accade per lo scrivere, credo.
Colui che scrive trae fuori dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. In Matteo il verbo usato ek-bállo (ek dice movimento di moto da luogo con l’aggiunta del tema verbale bállo «scagliare») e significa ‘gettare via/sospingere fuori’.

Per Matteo scrivere è espellere, scagliare fuori la multiforme ricchezza della buona notizia fatta di eventi e parole antiche che rivivono in parole nuove, quelle di Gesù: “Non sono venuto per abolire ma per dare compimento”. Una correlazione che Matteo esprime sin da subito tramite la genealogia, preludio di vicende intrecciate a quelle del popolo ebraico, fino al loro compiersi nella vicenda ed itineranza del profeta di Nazareth, che in parabole dà forma al volto nascosto e alla qualità della giustizia e degli affetti del Padre suo e Padre nostro.

Rammentando poi la parabola del seminatore, viene da pensare che scrivere per Matteo si anche ‘cavar fuori da sé’, dal proprio cuore, la fede ed esperienza apostolica per gettarle nel campo come un seme – il buon seme delle parole antiche – affinché crescendo, generino nelle spighe parole nuove. La storia antica vive in una storia e in storie nuove. Lo scriba, divenuto discepolo, riscrive nel presente della sua comunità ciò che era stato seminato e scritto in precedenza, portando nuovi frutti in Gesù.

È una rigenerazione incessante. Anche ciò che lui scrive della storia di Gesù dovrà infatti essere riscritto di nuovo, nella vita di ogni discepolo, perché ognuno è chiamato – ecco la vocazione del discepolo – a riscrivere con la propria vita il vangelo che porta dentro, concepito nel segreto della propria coscienza, e lasciare che venga alla luce.

Citando nel suo vangelo il salmo 78,2, Matteo sembra così voler far uscire anche noi allo scoperto; far nascere lo scriba/discepolo nascosto in noi, che riscrive e fa della sua vita come un corpo che dà forma e voce alle Scritture: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».

«Ed ecco un uomo che aveva una mano paralizzata… Domandarono a Gesù: “È lecito guarire in giorno di sabato?” Rispose loro: “Chi di voi, se possiede una pecora e questa, in giorno di sabato, cade in un fosso, non l’afferra e la tira fuori? Ora, un uomo vale ben più di una pecora!” E disse all’uomo: “Tendi la tua mano”. Egli la tese e quella ritornò sana come l’altra. Allora i farisei uscirono e tennero consiglio contro di lui per farlo morire», (Mt 12, 10-12). Il verbo usato da Matteo nel racconto della guarigione nella sinagoga è quello tipico della risurrezione, “egheiro”, ‘tirare fuori, destare, fare alzare, risuscitare, svegliarsi, lo svegliarsi dai morti’: in Mt 28,6 è scritto: “Non è qui, è Risorto” (egherthe).

Scrivere può divenire un’esperienza di risveglio, di guarigione, di metamorfosi e di transito verso una nuova consapevolezza di sé e degli altri. In quest’icona evangelica abbiamo uno dei tanti volti in cui si riflette e si irradia la Pasqua/ passaggio/ trasfigurazione. Piccole risurrezioni nel quotidiano: dalla malattia alla guarigione, dall’incredulità alla fede, dal disprezzo al riscatto, dalla cecità alla visione, dal peccato alla grazia, dalla morte alla vita.

Scrivere è aprire un varco al senso del vivere, del proprio vivere nel mondo; un passaggio che trasforma le cose antiche in nuove: «le cose vecchie sono passate: ecco, sono diventate nuove», (2Cor 5,17). Dalla mano inaridita si passa alla mano guarita dello scriba, che così può trarre fuori da sé la buona notizia, di cui è stato testimone: “coloro che avevano deciso di rinchiudere Gesù nel passato con la morte hanno alla fine fallito”, «Il Dio della pace, ha ricondotto dai morti il Pastore grande delle pecore» (Eb 13, 20). Colui che non ha abbandonato nemmeno quella pecora caduta nel fosso in giorno di sabato, ha scritto una pagina nuova, come una porta che nessuno può chiudere. Nella disumanità una breccia si è aperta, per far passare l’umanità di Dio nella scrittura umana.

Scrivere è come lasciarsi riaprire e tendere la propria mano rattrappita dalla mano dell’Altro e degli altri con l’ascolto e la lettura delle loro scritture narranti. Ciò presuppone il desiderio di leggere prima i loro vangeli nascosti e scritti nelle loro esistenze, e poi solo in un secondo momento tendere anche la propria mano per trarre fuori, scrivendo, significati antichi e sensi nuovi. Come il narrare anche lo scrivere è generativo. Come la vita così la scrittura non è mai un generarsi da sé, ma è soltanto la possibilità di una risposta, di un rigioco di quello che è la realtà degli altri, degli eventi che hanno inscritto in te: le loro storie, le loro vite: così sempre nuovi fogli bianchi attendono scritture.

Michel de Certeau [Qui] in La scrittura della storia ricorda che la scrittura è come una cerniera. Per un verso si scrive, per fare giustizia al passato che è perduto, ma al tempo stesso per aprire uno spazio ai vivi nel presente. Una frattura instauratrice: scrivendo ci si congeda dalle cose antiche, da ciò che è sottratto definitivamente, segnando così una discontinuità, una rottura con il passato irraggiungibile.

Ma al tempo stesso la scrittura apre all’alterità del presente, ovvero introduce il passato nel presente così da renderlo accessibile alla comprensione. Il passato segna la perdita della parola: essa non può più dirsi, di essa non ne rimane traccia, ma resta qualcosa: ciò che non può più dirsi, tuttavia può essere scritto. “Prendi e leggi” direbbe Agostino. Qualcuno parla quando leggo: è qualcuno che mi parla ‘dal’ e ‘nel’ testo. Come vi è una scrittura, un segno udibile in ogni parola, così pure una parola si rende visibile nella scrittura (Jaques Derrida).

Lettrice nell’infanzia di novelle e racconti Teresa d’Avila [Qui] scrive: «[Mia madre] amava leggere libri di cavalleria e ne facilitava la lettura anche a me … Tuttavia mio padre non lo vedeva di buon occhio e noi, per leggerli, cercavamo di non essere visti da lui». Scrivere per Teresa divenne poi un entrare in empatia con i suoi lettori.

Per questo nel libro de La Vida la sua scrittura fluisce ininterrotta, come da una sorgente, per poi distendersi come un fiume. Non usa la punteggiatura, se non in casi rarissimi. Si limita a una sbarretta / all’inizio di un paragrafo. Il resto è una fonte incessante, un “flusso di coscienza” continuo ‒ direbbero gli esperti di letteratura ‒ che sgorga da sé per giungere all’altro, irrigandolo nelle sue aridità spirituali. Scrittura “dal rilievo espressivo, scolpita con vigore”, la descrive una grafologa; scrittura “cesellata” e “sciolta”, “sinuosa e austera, chiara e nitida, tortuosa e allargata in lettere e parole”, da cui traspare una personalità vigorosa nella volontà e nel pensiero.

Scrive Il castello interiore e il libro della sua vita, non solo per far conoscere qualcosa, ma per rendere partecipi della sua esperienza spirituale. Un invito ad entrare, a dimorare, ad abitare le dimore di questi luoghi abitati da Dio; e questo luogo nella coscienza è l’umanità del Cristo, la sua amicizia.

Un giorno, riordinando in biblioteca a Santa Francesca alcuni testi fuori posto, mi è capitato tra le mani un vecchio Annuario del parroco del 1970. Testi e documenti di vita sacerdotale e di arte pastorale, fondato da don Giuseppe De Luca nel 1955, presbitero, editore e saggista (1898-1962).

Annuario continuato poi da don Giuseppe Badini negli anni del post concilio. Sfogliandolo mi sono fermato incuriosito a leggere un brano dal titolo Il posto di Cristo è veramente tra i poeti. Sono rimasto sorpreso.

Di più: «Ma guarda, mi sono detto, come subito dopo il concilio l’invito ai parroci era quello di leggere e di trovare nella letteratura l’immaginazione, la creatività per traghettare la novità del concilio, per tracciare e rendere fluenti le vie di una nuova pastorale per un rinnovato annuncio evangelico e vitalità liturgica. Ecco le cose nuove e le cose antiche da trarre fuori ancora!». La citazione era tratta da una lettera di Oscar Wilde [Qui] un testo, il De profundis scritto dal carcere in cui era rinchiuso. Egli aveva descritto anche le disumanità riservate ai carcerati: «E questo so ancora che ogni carcere costruito dagli uomini è costruito con mattoni di vergogna, è sbarrato, che Cristo non veda come gli uomini straziano i fratelli» (La ballata del carcere di Reading).

Come spinto dalla memoria che si era illuminata, all’improvviso mi sono portato allo scaffale della cristologia: cercavo un libro; ne ricordavo pure la classificazione Dewey: 232 CAS VOL: Ferdinando Castelli, Volti di Cristo nella letteratura moderna, Cinisello Balsamo 1995. Ho letto così nel terzo volume il capitolo dedicato a Wilde e l’annessa antologia: «Il posto di Cristo è veramente fra i poeti. La sua intera concezione dell’umanità balza nettamente dall’immaginazione e può essere compresa soltanto da essa. C’è sempre alcunché di quasi incredibile per me nell’idea di un giovane contadino di Galilea che immagina di poter portare sulle spalle il peso di tutto il mondo: tutto ciò che era già stato fatto e sofferto, e tutto ciò che doveva ancor esser fatto e sofferto: la sofferenza di coloro il cui nome è legione e la cui dimora è fra le tombe: delle nazionalità oppresse, dei bimbi che lavorano nelle fabbriche, dei ladri, la gente nel carcere, i proscritti, coloro che sono muti sotto l’oppressione e il cui silenzio è udito solo da Dio; e non soltanto egli immagina questo, ma lo effettua, così che in questo momento tutti quelli che vengono a contatto con la sua personalità, anche se non si sono mai inchinati al suo altare né inginocchiati davanti al suo sacerdote, trovano in qualche modo che la bruttura del loro peccato è tolta, e la bellezza del loro dolore è ad essi rivelata».

E più avanti ho continuato a leggere: «Per l’artista l’espressione è l’unico aspetto sotto il quale egli può concepire la vita. Per lui ciò che è muto è morto. Ma per Cristo non fu così. Con un’ampiezza e un prodigio d’immaginazione che quasi ci colma di riverente stupore, egli prese l’intero mondo che non ha favella, il mondo senza voce del dolore, per suo regno, e fece di sé lo strumento di espressione di quel mondo […]. E sentendo, con la natura artistica di colui per il quale la sofferenza e il dolore erano aspetti per mezzo dei quali poteva effettuare la concezione del bello, sentendo che un’idea non ha valore finché non è materializzata e resa immagine, egli fece di sé l’immagine dell’Uomo del Dolore, e come tale ha affascinato e dominato l’arte come a nessun iddio greco è mai riuscito di fare».

Perché scrivere ed immaginare? Si domanda nel suo libro, uscito da pochi mesi, Massimo Colombati: “per amare le parole e le cose e animati da un sentimento di amore per chi le ha scritte”, è la risposta: «L’arte è visione. È immaginazione. Ma avere fantasia non significa immaginarsi qualcosa; significa dare importanza alle cose. Scrivendo diamo importanza massima alle cose (attribuendo massima importanza alle parole). E cosa facciamo quando diamo tutta la nostra concentrazione, attenzione, passione alle cose? Le amiamo.» (Scrivere per dire sì al mondo, Milano 2021).

Così lo scriba/discepolo dal suo tesoro continua ancora a cavar fuori “cose nuove e cose antiche”.

 

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PRESTO DI MATTINA
In cammino per edificare la città dell’uomo

L’anno liturgico dispiega dentro l’anno civile, senza coincidere con esso né per l’inizio né nella fine, il cammino di un popolo che, di domenica in domenica, si raccoglie nell’ekklēsía, l’assemblea cristiana, convocata e radunata dalla Parola di Dio, per essere poi inviata a testimoniare quella Parola nella propria vita.

Riattualizzandolo nel presente, esso ripercorre lo stesso cammino di Gesù, il suo esodo verso la Pasqua generativa di operosa speranza e di corresponsabilità fruttuosa, con l’intento di edificare la città dell’uomo in assonanza con quella verso cui sono protesi lo sguardo e il cuore. È questo il senso profondo non solo dell’anno liturgico ma di ogni domenica, in cui siamo chiamati a partecipare al memoriale della Pasqua, lasciandoci orientare dalla forza dello Spirito del Risorto verso il compiersi dei giorni e la domenica senza tramonto. Al pari dei quarant’anni nel deserto, l’anno liturgico traccia dunque un cammino, percorrendo il quale ciascuno di noi riesce a conoscere ciò che ha nel cuore (Dt 8, 2), ma al tempo stesso gli è dato conoscere quello che Dio ha in serbo nel proprio cuore. Ricorda infatti Gregorio Magno: «Disce cor Dei in verbis Dei» («Impara il cuore di Dio nelle Parole di Dio» Lettera 31).

L’anno liturgico si è da poco concluso. Lo abbiamo lasciato alle spalle con la festa che celebra Il Pantocrator (colui che tiene tutto nelle proprie mani), figura tipica dell’arte bizantina che ben rappresenta Cristo, Re dell’universo, “tutto in tutti” (Col. 3,11). Il nuovo anno liturgico è così anticipato rispetto all’inizio dell’anno nuovo civile di quattro settimane, durante il quale siamo chiamati all’attesa. Come la nascita del sole è preceduta dall’aurora, così la nascita di Gesù è preannunciata, per i cristiani, dal tempo aurorale dell’Avvento che, sollevando a poco a poco il sudario della notte, disvela i significati nascosti.

Sotto questo profilo, la celebrazione del Cristo Re dell’universo è paragonabile ad un passante di valico, ad un confine, che trattiene e attira insieme, transito dal vecchio evo a un tempo nuovo, da una fine verso un nuovo inizio, perché ‒ come ci ricorda l’Apocalisse ‒ «Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (Ap 21,5). La novità, si badi, non scaturisce dal ciclo temporale, ma da un dispiegarsi lungo l’intero anno dagli eventi che hanno segnato la vita di Cristo, rivelando un rovesciamento di paradigma: «Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore» (Mt 20,26). Siamo così chiamati a lasciarci istruire dalla logica del Vangelo e dalla vicenda storica di Gesù di Nazaret. A partire dallo stile del suo “regnare”, che in lui si esprime, non già come dominio, ma come servizio sino all’estremo della donazione della propria vita (Regnavit a ligno Deus): «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42,1).

Il vangelo della scorsa domenica, l’ultima dell’anno appunto, riportava la parabola del giudizio universale. Più che descriverci l’evento inquietante del giudizio ultimo, spiegandoci come sarà, la parabola pone il cristiano di fronte a Cristo, qui ed ora, ricordandogli le sue responsabilità di ospitalità ed accoglienza verso gli altri, oggi. Un invito a vigilare, a scorgere quella regalità umile del Servo del Signore che riveste i panni degli “insignificanti”: uomini e donne del nostro tempo, nei quali è intriso, senza rendersi riconoscibile, il Cristo affamato, assetato, nudo, straniero, prigioniero, ammalato. Rivestito dell’umanità dei “marginali” e postosi nelle periferie geografiche, istituzionali, religiose, esistenziale del suo tempo, Egli è diventato un uomo di confine, lui stesso marginale, umiliato, estromesso dalla città. Ma così facendo, condividendo la sorte del più umile tra gli uomini, egli, per la sua compassione, ha attraversato la soglia della morte, ritrovando la propria vita perduta nelle mani del Padre. Non solo allora: ma di continuo anche oggi Egli ritorna ‒ prima della sua venuta definitiva ‒ nelle sembianze di uno sconosciuto, affinché la sua umanità presente e viva nella carne «dei suoi fratelli più piccoli» venga di nuovo accolta, sfamata, rivestita, visitata, ospitata. Così quel giorno, quando verrà nella sua gloria, mostrando il suo volto glorioso anche a coloro che non lo hanno riconosciuto e nondimeno hanno praticato il comandamento umanissimo del suo amore, egli li inviterà: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno» (Mt 25,34).

L’evangelista Matteo sviluppa il suo vangelo sullo sfondo di cinque grandi discorsi. Con essi Gesù maestro svela ai discepoli i misteri del Regno dei cieli. Nel primo discorso, quello in cui Gesù proclama le beatitudini sul monte, la sua prima parola è “Beati” (cap. 5). Nell’ultimo, con cui Gesù termina il suo insegnamento sul Regno, quello detto escatologico, sulle realtà ultime, la prima parola che il Figlio dell’uomo veniente nella sua gloria pronuncia è “Benedetti” (cap. 25). Matteo ha posto così la sua comunità alla scuola della Parola di Gesù, ricordandone l’efficacia generata nel praticarla. Chi non la pone a base della propria vita sarà come una casa senza fondamenta; mentre chi la vive, come una casa fondata sulla roccia, resisterà anche alla tempesta. Se con le beatitudini abbiamo la promessa e l’anticipo della prossimità di Dio al suo popolo ‒ mediante l’esserci di Gesù, con gli “insignificanti” i poveri, gli afflitti, i miti, i perseguitati, incontrati strada facendo ‒ nei “benedetti” si compie quella promessa che coinvolge tutti coloro che non si sono sottratti, anche solo in ragione della propria umanità, a farsi prossimo dell’altro. Promessa e compimento.

Un testo paolino può aiutarci a ripercorrere la parabola “contromano”, a cominciare cioè dalla fine. Scrive Paolo: «Nessuno di noi vive per se stesso». Chi vive per se stesso, praticando un’esistenza respingente ed escludente l’altro, si sentirà ripetere dal Figlio dell’uomo le sue stesse parole, quelle da lui pronunciate passando oltre, senza fermarsi davanti a chi lo supplicava: «Via, lontano da me». La parabola vuole pertanto risvegliare la coscienza di chi l’ascolta, il quale si sente giudicato dalle sue stesse parole, al fine di provocare un cambiamento di atteggiamento e una presa di responsabilità in ordine al fatto che ci si salva solo insieme: chi trattiene la vita per sè la perde, chi la perde la ritrova dice Gesù. Possibile che non comprendiamo? Se paragoniamo la vita all’aria, l’essere cristiani impone di seguire la dinamica della respirazione: per inspirare di nuovo devi espirare, lasciar andare, perdere l’aria che trattieni. All’apparenza sembra che si perda qualcosa di vitale come l’aria, ma è la sola condizione per poter vivere. Trattenendo il fiato, non c’è speranza di vita: si muore.

Le altre parole di Gesù, «Venite benedetti», ricalcano invece quelle pronunciate da coloro che si sono fatti ospitali verso i fratelli più piccoli e, sentendoli come una benedizione, hanno detto loro: “venite avanti, entrate, c’è posto anche per voi”. Una ospitalità che suscita stupore e meraviglia in coloro che sono abituati ad essere respinti ai margini; la stessa gioiosa meraviglia che pervaderà coloro che alla fine scopriranno di aver accolto in quei piccoli il Figlio dell’uomo.

L’apostolo Paolo fa seguire alle parole «nessuno vive per se stesso» queste altre: «Se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo dunque del Signore» (Rm 14,8). L’appartenenza al Signore consiste nell’aver preso parte alla sua vita nascosta nei più piccoli, a prescindere dall’averlo incontrato e riconosciuto nella fede oppure no. Tale appartenenza si attua ogni volta che la nostra umanità prende la forma di una “pro-esistenza”, espressione coniata dal teologo Heinz Schürmann per indicare l’apertura della vita di Gesù agli altri, che nella morte ‒ con il suo affidarsi al Padre e il perdono rivolto ai suoi uccisori ‒ raggiunge il culmine della sua ampiezza. In questa sconfinatezza ed eccedenza di amore egli rivela l’unità profonda di destino dell’uomo e di Dio, dell’infinito nel finito: il Dio con noi, chiamato nel Natale, l’Emmanuele.

E da domani, inizio dell’Avvento, proveremo a cercarlo sul quel confine incipiente che non è limite ma porta ‒ un “vado” ‒ lo stesso dell’aurora che chiama al senso e ne è l’accesso, quello del suo originarsi e del suo compiersi come amore, praticando il quale si potranno ritrovare i nomi dei luoghi, dei volti e delle cose: il lontano vicino, l’estraneo fratello. Scrive Maria Zambrano: «L’Aurora appare distesa, seminata come un germe che irrompe nell’oscurità. Appare, a colui che la attende o la spia, innanzi tutto come una linea, come un confine che divide; linea che separa offrendo, creando insieme abisso e continuità. La linea dell’Aurora tanto attesa non è già l’Alba. L’alba comincia a fondersi a fuggire quasi, offrendo l’immagine lieve di tutto un regno, di qualcosa di ineccepibile; mentre l’Aurora, che ha risvegliato il germe dell’illimitato e dell’ardente, ci appare come un limite, un confine che ci arresta e ci chiama in modo ineludibile. L’apparizione dell’Aurora unifica i sentire trasformandoli in senso, reca il senso la sua origine e la sua finalità» (Dell’Aurora, 27).

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PRESTO DI MATTINA
Pentecoste e il ‘rigioco della speranza’

Si entra nel Regno di Dio giocando! Penso che si possa intendere anche così l’ammonimento di Gesù quando ci dice che “Se non diventeremo come bambini, non entreremo nel Regno dei Cieli”. In che cosa infatti sono da imitare i bambini? Perché sono più grandi e degni del Regno di Dio? Perché sono inclini alla ricezione, sono disponibili a lasciarsi coinvolgere, a mettersi in gioco, a immedesimarsi, interpretare, trattenere in sé stessi, come una ragnatela, un radar per intercettare il reale che s’imprime in loro dal di fuori. Essi fanno così discernimento, apprendono, rielaborano, come un caleidoscopio, e ricreano la realtà ‘ri-esprimendola’ con il movimento del loro cuore di sistole e diastole, interiorizzazione ed estroversione; vengono impressi e si esprimono a loro volta. In una parola, ‘irradiano perché si sono lasciati irradiare’.
Allo stesso modo, i credenti che si mettono in gioco e si lasciano prendere dal Vangelo della gioia, ‘mollano gli ormeggi’ delle loro resistenze e prendono il largo. L’annuncio del Regno non rimbalza loro addosso come fossero roccia refrattaria, ma essi si fanno porosi e permeabili al Vangelo, come rocce ospitali ad acque sorgive, che li impregna e risgorga in loro rendendoli conca e canale dell’acqua viva dello Spirito, portatori di significati nuovi per gli altri. Occorre allora ri-diventare discepoli tramite la ‘scienza’ dei bambini: ovvero attraverso quel esercizio vitale dello spirito che è il gioco. Non per finta, intendo. Ma con la serietà del bambino che s’immerge nella propria attività, che vi ‘mette tutto se stesso’, senza risparmiarsi, con tutto il proprio corpo, intrecciando nella gestualità pensieri e azioni, facendo riemergere e rigiocando tutto quanto si è impresso in lui della realtà, che egli ha colto e accolto dall’esterno.

È lo stesso processo di assimilazione creativa che genera i loro sogni. Ne nascono fantasie, immagini, invenzioni che i bambini poi rigiocano al di fuori, sparpagliandoli, a testimonianza dello spirito che li abita. Quell’atteggiamento cui penso alludesse Gesù quando disse che “ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52). Così, in fondo, è stato anche del ‘sogno di Dio‘, rigiocato prima da Gesù con il suo annuncio e la sua vita e poi nuovamente rimesso in gioco dal suo Spirito consolatore a Pentecoste. Tanto da far dire a Paolo, l’apostolo delle genti, impressionato dalla luce del Risorto sulla via di Damasco e poi divenuto “strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli” (Atti 9, 15): “Sia benedetto Dio, il quale ci consola in ogni tribolazione” (2 Cor 1, 3.4).
Tutto ciò mi richiama alla mente il sogno di Dio narrato dal profeta Zaccaria, il quale, nelle sue visioni, si prefigura il ricostituirsi del popolo di Dio disperso nell’esilio babilonese. In queste profezie è come se Dio sedesse, sconsolato, sui gradini del tempio di fronte a una città deserta, svuotata dei suoi abitanti e sprofondata nel silenzio: e lì Egli sogna la sua città com’era prima, brulicante di gente, di anziani e bambini schiamazzanti nelle piazze. Finché, ridestandosi da quest’immagine oramai perduta, promette a se stesso che “non può finire così; non può restare solo un bel ricordo; io sono un Dio fedele, lento all’ira e grande nell’amore; nulla mi può impedire per questo amore di ristabilire le sorti, di benedire ancora il mio popolo con quella benedizione capace di consolare e rinnovare l’alleanza”.
Così dice il Signore delle costellazioni: vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze. Così dice il Signore delle costellazioni: Se questo sembra impossibile agli occhi del resto di questo popolo in quei giorni, sarà forse impossibile anche ai miei occhi?” (Zac 8, 4-6).

Le letture bibliche di questa VI domenica dopo Pasqua, con l’intreccio di verbi che le caratterizza, sono un invito alla ricezione e al rigioco: esse richiamano quella capacità di agire, di fare passi incontro, anche quando il movimento sembra partire da altri. Non si tratta infatti di replicare, ma di ricreare in modo nuovo: perché ‘ricevere‘ e ‘rilanciare‘ vanno all’unisono, tanto nel gioco quanto nella vita. L’intensità contenuta nell’azione ricevuta trova maggior slancio e ardore in chi, facendosi parte attiva della relazione, rilancia quanto ha ricevuto. Prima lettura: a coloro che “erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù, i discepoli imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo” (At 8,17); seconda lettura: “Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza” (1Pt 3,15-16); vangelo: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre” (Gv 14, 15). Osservare (ob-servare) significa tenere gli occhi addosso, spalla a spalla, l’uno per l’altro; prendersi cura dell’altro, custodendo il comando dell’amore nelle relazioni e nelle proprie scelte. Aiutati in ciò dal Consolatore, Colui che resta e, continuando la presenza e l’opera di Gesù, insegna a fare memoria in noi della benedizione e della consolazione.

Maestri di questo stile di vita, allenatori di questo gioco in cui siamo chiamati a rilanciare l’amore ricevuto, sono Paolo e Barnaba (i.e. figlio della consolazione): “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio” (2Cor 1,4). Un intreccio di relazioni quanto mai in sintonia con questo tempo dopo la Pasqua: un tempo unico di celebrazione e di vita incentrato sui suoi tre fuochi: il Figlio, il Padre, lo Spirito. Un’unica universale benedizione si sprigiona dalla risurrezione del Cristo dai morti, ascende con Gesù al Padre, per poi discendere con l’invio dello Spirito sui discepoli. Un tutt’uno, dunque, ben presente ai Padri della chiesa, per i quali le celebrazioni dopo la Pasqua non si distinguevano da essa, tanto da considerare i cinquanta giorni che disgiungono la Risurrezione dalla Pentecoste un unico grande giorno pasquale. Di qui il segno liturgico che, anche oggi, ci ricorda questa inscindibile connessione unificante: il Cero Pasquale sempre acceso, nell’unico tempo intervallato da cinquanta notti, che ci separa dall’arrivo dello Spirto.

Così, protesi al compimento della Pasqua che avverrà a Pentecoste, sulle orme del Risorto, proviamo questo esercizio spirituale che è il ‘rigioco della speranza‘. Si è ricevuto speranza: si rilancia sperando per tutti. Benedetti, si risponde benedicendo. Consolati, si reinfonde consolazione. Un po’ come nella storia di Rut (=amica), la straniera che, pur nella sua vedovanza, non rinuncia a farsi carico di Noemi, la suocera, e decide, per il bene ricevuto, di restarle accanto, ritornando con lei a Betlemme, la casa del pane. Noemi (=delizia) cambiato in Mara, (=amareggiata) potrà alla fine dire, non solo di Dio e di Booz, il suo parente che sposerà la nuora, ma anche di Ruth la straniera: “Benedetto colui che non rinuncia alla propria bontà” (Rt 2,20). Del resto, chi è, veramente, colui che è benedetto? Chi non rinuncia a benedire. E chi il consolato? Chi non rinuncia a consolare. Non stupisce allora che il termine ‘bontà’ sia reso in ebraico con hesed, fedeltà, come amore che scaturisce da viscere di compassione materne. Quell’amore Consolatore che a Pentecoste scenderà con l’impetuosità del vento e si dividerà in tante lingue come di fuoco; e posandosi sui discepoli infonderà loro vita, così da generare una ‘moltitudine di consolatori’, composta da tutti coloro che, come Lui, non rinunceranno a ‘stare vicino’ (parakaléin) e a ‘lasciarsi coinvolgere quando chiamati’ (ad-vocati). Tra essi, v’è sicuramente don Alessandro, che prima di ricoverarsi in ospedale scriveva ai suoi parrocchiani di Malborghetto invitandoli a non rinunciare “all’occasione di ritrovare uno sguardo di amore vero, sincero, buono verso il nostro prossimo… ‒ e continuava ‒ il nostro prossimo”.

Pensavo in questi giorni a una riflessione di Don Milani che sento molto mia. Più o meno era così: “Caro Signore, a voler essere sincero, mi rendo conto di averti amato e voluto un bene immenso, ma è molto di più quello che ho avuto per la mia gente e i miei ragazzi. E mi consola la certezza che Tu non dai peso a questi dettagli, che valuti come sciocchezze, perché il tuo sguardo sa dilatarsi e tutto comprendere, tutto discernere, in niente e in nulla si lascia sporcare dai sentimenti feriti, ma sa gioire dove, anche senza saperlo, l’amore lo accoglie, lo comprende, lo serve, lo cura“. E non dimentico, tra la moltitudine di consolatori, neppure il mio parroco don Piero e la sua consolante benedizione. Ricordo che, una mattina in ospedale, avevamo parlato insieme, a tratti. Don Piero faceva fatica a esprimersi, ma io avevo continuato a incalzarlo con alcune domande sul modo in cui comprendere una riforma nella chiesa. E lui, che era di poche parole, mi rispose che il cristianesimo doveva umanizzarsi, volgersi verso l’uomo, perché è attraverso gli uomini che Dio si mostra e vuole essere incontrato da noi. È la strada di un ‘umanesimo essenziale’; poi aggiunse: “La chiesa deve centralizzarsi», centrarsi” ‒ si corresse – e io gli chiesi: “In che senso?”. Rispose: “il centro è Cristo“. Quella volta, la penultima che lo vidi tra noi, gli chiesi di benedirmi. Lo fece con mano tremante e poi, in silenzio, toccò stranamente le cose attorno a lui: il suo braccio, il mio, la coperta, indicò gli oggetti sul comodino, poi sollevò lo sguardo verso di me e, dopo un momento di incomprensione, capii il linguaggio dei suoi occhi, che sembrava mi dicessero: “Ma come, don Andrea, dopo tanto tempo che ci conosciamo non hai ancora capito che già tutto è benedetto? In ogni cosa è racchiusa la benedizione di Dio, perché ogni cosa è suo dono, perché Lui è in tutte le cose”.

La rubrica di don Andrea Zerbini Presto di mattina torna tutti i sabati su Ferraraitalia.
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