Tag: regno di dio

ERNESTO BALDUCCI: UNA TESTIMONIANZA
“Guardare con speranza ai segni del tempo”

 A 100 anni dalla nascita e 30 dalla morte
Ernesto Balducci (Santa Fiora, 6 agosto 1922 – Cesena, 25 aprile 1992)

Quando, in occasione del centenario dalla nascita,  gli amici mi hanno proposto una testimonianza su Ernesto Balducci [Qui] ho accettato, d’impulso, quasi a gustarmi il piacere del privilegio. Poi, solo poi, dopo una riflessione più consapevole, che riandava ai ricordi e al grande patrimonio sapienziale a cui ho avuto il vero privilegio di attingere, come allievo fra i molti nella propaggine aretina del Cenacolo di Testimonianze, mi sono reso conto che mi ero imbarcato in una vera e propria impresa.

Da un lato, il breve spazio di un articolo. Dall’altro, e soprattutto, la dimensione immensa della personalità di Balducci: spirituale, culturale, morale, intellettuale, profetica, perfino politica.

Capace di coniugare la realtà viva del presente, che indagava con rara capacità di lettura e di comprensione critica, con la tradizione del passato a cui sempre attingeva, cercando di cogliere quei valori o disvalori radicali della continuità culturale e storica, della quale ognuno di noi è un esito.

Un presente però, da cui partiva per proiettarsi nella dimensione che più lo affascinava: il futuro. Un esercizio, questo, che era sempre un suggestivo bagno di profezia, di razionale lettura dei processi evolutivi di tipo politico, antropologico e culturale.

Ma anche di speranza, nel percorso bonhefferiano che lega, dinamicamente, i tempi ultimi e quelli penultimi, in una continuità senza soluzione. Una continuità nella quale si gioca, per ciascuno di noi, e per tutti noi, il senso dell’esistenza, dell’impegno di ogni giorno e delle speranze individuali e collettive, nella costruzione del futuro atteso.

La fede e l’uomo

La riflessione balducciana intorno a questo percorso, aveva sempre due fondamentali punti di riferimento, che costituivano l’alfa e l’omega di ogni suo esercizio e percorso intellettuale e spirituale: la fede e l’uomo. Una fede profonda, incarnata in un mondo reale, nel quale l’uomo e la sua dimensione totale, erano l’essenza, il principio e la fine.

La fede, quindi, come realtà viva, non rituale, ma essenziale che, dal vangelo e dalla vicenda di Cristo, trova l’ispirazione creativa per la vita reale. E l’uomo, nella sua complessità materiale, spirituale, psicologica.

Quell’uomo storico, che vive una fase di transizione che lo sta proiettando in una dimensione nuova, planetaria, tale da farne un homo novus, in tutti i sensi, con una complessità di problemi e di sfide che investono i singoli e l’intera società.

A cominciare dalla Chiesa: mater et magistra, certo. Molto amata anche se, aggiungo io, non sempre del tutto amabile.

Ecco perché, allora, nella vicenda del nostro personaggio, l’esperienza del Concilio Vaticano II è stata un riferimento centrale, da lui seguito, studiato e divulgato scrivendo pagine fra le più belle, con quello che è stato, il suo straordinario impegno di esercizio della parola e di insegnamento, che ne ha fatto un maestro fra i più autorevoli, i più seguiti, i più amati.

È impossibile ripercorrere in breve con un po’ di senso, l’opera enorme e straordinaria delle varie forme espressive del suo pensiero che, per profondità, vastità, ricchezza e proiezione profetica, è difficilmente riassumibile in poche considerazioni.

Cristianesimo e mondo moderno: la dimensione planetaria della Chiesa

Spigolando fra i suoi testi, le sue dispense, gli appunti di conferenze, esercizi, omelie che conservo con preziosa cura, proverò a tirare fuori qualche pillola che consenta, a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo, di percepirne la grandezza, dopo aver scelto di evitare un ricordo di tipo agiografico, che lui stesso, credo di poter dire, non amerebbe.

Ma in questo non facile tentativo, ho scelto di assumere un segmento, peraltro per alcuni versi largamente comprensivo della sua visione di fede e umanistica: quello del rapporto fra cristianesimo-chiesa e mondo moderno.

Due realtà che lui amava profondamente, che vedeva intrecciate in modo indissolubile, ma che guardava con occhio puro e quindi critico, testimone severo e radicale, rispetto alla verità storica dell’uno e dell’altra, ai loro valori, ma anche alle derive che, nel corso della storia, li avevano segnati.

E ciò sempre con l’intento, appassionato e positivo, di contribuire a rimuovere le scorie, che ne inquinavano la loro essenza e il rapporto più intimo tra di loro.

Grande e perspicace lettore dell’evoluzione antropologica del mondo moderno, e geniale profeta del futuro, a cui guardava con suggestive rappresentazioni.

Seguendo, in ciò, un percorso sempre razionale e che, sempre, partiva dal presente, ma che il futuro lo anticipava, indicando le vie maestre dell’impegno virtuoso, utile ad inverare negli sviluppi della storia il senso di marcia dell’umanità.

Le vie delle aspirazioni utopiche: la piena liberazione dell’uomo, per esempio. E quelle dei nodi problematici, a cominciare dalla pace, che lui sentiva quasi visceralmente.

In questa profonda speculazione intellettuale e spirituale, collocava le grandi attese sul nuovo ruolo della Chiesa conciliare, e quelle invece proprie dell’uomo, di ogni uomo, nella nuova dimensione che si andava prepotentemente affermando: la dimensione globale, o planetaria come lui preferiva chiamarla, quasi ad elevare la dimensione terrena verso quella celeste.

Quel suo “uomo planetario” che si plasma all’altezza dei tempi nuovi. Quelli della contemporaneità, ma, soprattutto, quelli che, con spirito profetico, si intravedono come esito dei processi storico/antropologici in atto, fortemente proiettati alla costruzione di un mondo nuovo.

Chiesa e mondo quindi. Termini non più antinomici (“il cristianesimo, prima di essere una lotta, è una presenza, il cui splendore persuasivo, sarà il solo capace di conquistare le coscienze”).

Siamo troppo abituati, diceva, a collocare questo rapporto entro le categorie belliche che tornavano, stupendamente, ai tempi delle crociate, e tutt’altro che morte. Ma questo, alzava bastioni che finivano per restringere la chiesa in una tetra dimensione museale, ad uso esclusivo di chi è dentro le mura.

E dire, invece, che tutta la forza del cristianesimo non stà nelle sue capacità apologetiche, e nemmeno nei suoi sistemi filosofici, anch’essi relativi, ma “nella sua capacità di essere presenti nel mondo, e di attirare, solo in virtù della sua presenza, le nostalgie e le speranze del mondo”.  Di tutto il mondo e compromettendosi con esso.

Certo, un mondo con un forte tasso di ambiguità. Sopratutto nella sua dualità “buono e cattivo”. L’insieme delle realtà create: “Dio vide che erano buone”. Una compiacenza che circola ancora nelle vene della creazione, conferendogli una ricchezza sacra, “che io devo rintracciare perfino nell’incredulo che accarezza il suo bambino e gioisce”.

Quella gioia è sacra, già religiosa. Così come l’opera dell’artista, dove si riversa la forza della sua fantasia. Non mi interessa definire se è sacra o profana, diceva. C’è in essa una santità immanente, quell’eco indefinito presente in tutti gli spiriti umani, che seguono l’impulso positivo del proprio essere.

Ma non appena “mi abbandono al ritmo della sua esistenza, il mondo mi si rivela anche come afferrato dalle concupiscenze e da quella, fondamentale, che è l’ansia di essere sufficienti a sè stessi.”

Una presunzione dove riecheggia il peccato originale, o il ‘non serviam’, il voglio essere come Dio. Con tutte le conseguenze, evidentemente, che hanno segnato fino ad oggi, e proprio per questo, la storia dell’uomo. Non certo la migliore.

Abbiamo così, un cristianesimo ottimista, da una parte, che, in modo infantile, si dimentica del “mysterium iniquitatis”, in una sorta di umanesimo naturalistico, che non vuol sentire nè di peccato nè di morte, considerandolo discorso medioevale (“dimenticanze ostinate che però lo perseguiteranno”).

Dall’altra, un cristianesimo pessimista che, più che vedere la pienezza nelle cose, vede il loro lutto e il nulla, “che quando vede la vita, ha il gusto di pensare alla morte”.

Ma proprio in questa duplice rappresentazione e in un rapporto tutt’altro che pacifico, troviamo il senso intimo della problematica fra chiesa e mondo, che merita di essere capita più profondamente.

Il Regno di Dio e l’avventura storica della Chiesa

L’avventura storica della chiesa, ci dice Balducci, ha del miracoloso: ha assunto una civiltà terrena, l’ha animata, fino a raggiungere quasi un impossibile miracolo di armonia, fra le creazioni di questa civiltà e le promesse escatologiche. Cadendo però in una permanente tentazione.

“Essa, pur essendo sostanziata da creature umane, ha come fine il Regno che non è di questo mondo, per realizzare il quale ha le sue leggi, non assimilabili alle leggi delle istituzioni di questo mondo”.

“Ma avendo, la Chiesa, intrecciato al proprio essere soprannaturale, le istituzioni naturali, ha trasferito con estrema facilità le leggi soprannaturali nell’ordine naturale, e le leggi naturali nell’ordine soprannaturale. Si è comportata, in questo mondo, adottando come sue, le leggi delle civiltà terrene.

Ma mentre la legge della Chiesa è la missione, la predicazione inerme, l’annuncio di Cristo alle coscienze libere, la legge della civiltà è la conquista, l’espansione di sé, la difesa di sé con la forza. Una commistione terribile” che, si può dire, non ha fatto bene né alla Chiesa né al mondo.

La storia è piena di esempi. Dalle crociate in poi, ma già prima con Carlo Magno, Clodoveo, Costantino o Teodosio e la sua persecuzione dei pagani con le armi. O i ministri massoni francesi, della nazione più illuminata cioè, che finanziavano, insieme, i colonizzatori e i missionari!

Il Concilio in particolare, ma le encicliche prima e dopo, hanno dato una svolta storica a questo processo. Che poi la tentazione evocata, rimanga come un dato non solo immanente, ma anche ben presente di nuovo nel concreto della nostra realtà, soprattutto in Italia.

I tanti episodi anche di questi anni, ci dicono che è sempre possibile, nello svolgersi del tempo e della storia, o delle storie, tornare indietro, in un processo regressivo che, in qualche misura, se non nella forma certo nel significato, ci riporta all’antico. Come, con sofferenza, siamo costretti a vedere anche ai nostri giorni.

Basta la canea scatenata su alcune questioni nella delicata materia della bioetica, i “principi non negoziabili”,  il rapporto con la scienza ecc. dove, il ritorno all’ideologia come fattore dominante sui valori umanitari, non esiterei a definirlo quasi scandaloso.

Mi viene da pensare cosa avrebbe gridato Balducci, sul titolo di Avvenire contro Beppino Englaro il giorno della morte di Eluana [Qui] (“assassino”), quando ci ricordava, spesso e con forza, sia il rispetto del valore supremo della coscienza individuale, come il fatto che, per la Chiesa, il giudizio ultimo è sempre di Dio.

Ma il nostro mondo, con tutte le sue contraddizioni – oggi ancora di più di quando Balducci studiava e predicava -, è comunque un mondo nuovo che sta aprendo un’epoca nuova. Un’epoca nella quale non si abbassa il livello delle sfide, anche per la stessa Chiesa, ma che ne cambia, invece, profondamente, i caratteri. Quali secondo Balducci?

“Il profano si è liberato dal sacro”

Anche se l’excursus può risultare un po’ schematico, penso che meriti soffermarsi, brevemente, su quei tratti che lui individua come i più rilevanti elementi di novità della modernità.

Intanto l’emancipazione “definitiva e irreversibile” la giudica dice lui, del profano dal sacro. “Il profano si è liberato dal sacro”. Ed è una grande cosa. Si comincia a distinguere e separare, cioè, le istanze religiose da quelle sacre, una volta così confuse, tanto da non poter più discernere ciò che apparteneva a Dio, e ciò che apparteneva all’uomo.

Che non tutto il mondo sia ancora così, lo dimostra la persistenza di blocchi, come quel radicalismo islamico o ebraico, o di quelle sette religiose anche vagamente cristiane o dello stesso oriente, nei quali ancora il processo distintivo non è compiuto.

Ma il mondo cristiano evoluto, è già fortemente avanzato verso questo irreversibile progresso, e contribuirà certamente alla definitiva liberazione dell’uomo laico, dai lacci di una religiosità fanatica e clericale.

La nascita dello stato di diritto, in origine fortemente osteggiato dalle chiese, a cominciare da quella cristiana, è l’affermazione dello stato laico. Lo sviluppo delle organizzazioni internazionali è, anch’essa, una ulteriore conquista della laicità.

“Non c’è bisogno che il Papa vada a benedire l’Onu, perché l’Onu ha una propria autonomia di ordine profano che, come dice la Pacem in terris, ha in sé un ordine naturale che è la sua santità intrinseca”.

Quindi un nuovo equilibrio, un nuovo ordine nel rapporto Chiesa/mondo va affermandosi, irreversibilmente e tale da segnare l’avvio di un’epoca nuova. Una, grande conquista liberatoria insomma.

La fine del primato occidentale

C’è poi la fine del primato occidentale a farci riflettere. Lo vedeva Balducci già all’inizio degli anni sessanta. Pensiamo quanto è ancora più vero, oggi.

Un dato, questo, che per il mondo come per la Chiesa, ha un valore enorme, perché ci costringe a registrare nella coscienza di ciascuno di noi, quegli avvenimenti che tutti i giorni avvengono da ogni luogo della terra, non con gli schemi dominanti della sopraffazione culturale e politica dell’occidente, ma secondo la loro originalità.

Un pluralismo di civiltà diverse, che tutte muovono l’umanità verso un unico fine, superando la pretesa di superiorità della nostra civiltà, applicata come misura assoluta di valore comparativo.

Un processo liberatorio che, non solo spazza via gli idoli che ci siamo portati dal passato, ma ci porta alla formazione di una coscienza planetaria, appunto, che ci emancipa. Il giovane di oggi, ci dice Balducci, “che è esposto a tutti i venti degli avvenimenti globali, non ha più una insularità spirituale, è veramente universale: è planetario!”

Ma la fine del primato occidentale, marca un altro aspetto importante da rilevare: chiude (o dovrebbe!) con quel peccato originale rappresentato dalla scoperta dell’America, accompagnata dalla conquista, considerato, come si sa, l’atto di nascita, ma anche il crimine fondante, dell’età moderna. Un’infamia che vede la Chiesa e la cristianità fortemente compromessi.

Memorabile la forte polemica di Balducci in occasione delle celebrazioni del centenario del 1992, che si prestava alla doppia lettura: quella enfatica dei colonizzatori e quella dimessa dei colonizzati.

Ma poiché Dio non è neutrale, Balducci avrebbe voluto un atto di vero pentimento della Chiesa, unito ad una scelta radicale delle ragioni del sud del mondo, che ancora oggi rappresenta una grande ferita storica nella carne viva dell’umanità, con ben individuabili vittime e carnefici e un fondamentale problema aperto del nostro tempo.

Non solo, ma l’emergere di popoli nuovi, indigeni, dal sud del mondo, con una soggettività nuova, segna una svolta epocale, proprio perché mette in crisi la pretesa della civiltà occidentale, di essere universale ed esclusiva.

E con essa mette in crisi positiva lo stesso cristianesimo, che ne è strettamente associato, perchè non può più pretendere, ormai, di essere l’unica vera religione a carattere, anch’essa, universale ed esclusiva (“Il Dio nel quale oggi crediamo, è più grande del cristianesimo” ci dice il teologo Giulio Girardi [Qui]).

E così la civiltà moderna e il cristianesimo stesso, con la sua Chiesa, e le sue chiese, è chiamato a fronteggiare, ancora una volta, una sfida epocale che gli impone di tornare ad essere “indigena” ovunque e misurarsi con la ricomposizione delle particolarità di popoli, religioni e culture, che conquistano una sorta di pari dignità.

Ciò che va configurando, sempre di più con l’evoluzione globale in atto, un mondo a struttura planetaria e policentrica. Un mondo nuovo, nel quale tutti si è chiamati a costruire la pace, la difesa dell’ambiente e della vita umana, quella vera (si fossero difesi gli immigrati di Lampedusa, con la foga con cui, negli stessi giorni, si difendevano gli embrioni!), contribuendo alla ricomposizione di una convivenza, universale questa si, armonica e pacifica (*1 e *2).

Lo spirito e il portafoglio: cristianesimo e filosofie

“Importantissimo” per il nostro Maestro, poi, è un tema a cui fa cenno anche la Pacem in Terris, e rappresentato dal fatto che “si stanno dissolvendo le visioni del mondo che, nel passato, si ponevano in rapporto di alternativa al cristianesimo: esse non sono più ‘weltanshaungen’ visioni della vita (dall’hegelismo, al marxismo, al positivismo ecc.).

Visioni che, per più generazioni, erano diventate le religioni nuove dell’uomo intelligente, sono “divenute filosofie modeste, che camminano con mani e piedi, rasoterra, senza più la velleità di spiegare il mondo e la filosofia della storia”.

E il cristianesimo spinto, allora, ad una forte opposizione, ha finito per assumere, come con il Sillabo per esempio, atteggiamenti difensivi e fuorvianti. E così, oggi, la filosofia ha assunto un valore strumentale, certamente prezioso, ma non più “concorrente” della religione.

“I movimenti storici derivanti da quelle ideologie, hanno perso il legame organico della loro origine e, perso il loro dogmatismo e rispondendo di più ai bisogni dell’uomo, si umanizzano e muovono in obbedienza a istanze immanenti del divenire stesso”.

È con questo mondo così diverso, conclude, che noi abbiamo a che fare, smettendo di cercare nemici che non ci sono, per incontrare invece gli uomini, che ci sono; a cominciare dai seminari dove si studia a lungo l’eresia di Ario, che non esiste più da secoli, e si trascura di studiare il marxismo o l’esistenzialismo. O oggi la nuova poderosa “religione” plasmata dalla potenza pervasiva della tecnologia, per un verso, e dell’economia, per un altro.

E qui, Balducci, dalla finestra dei primi anni sessanta, anticipava ancora una volta, una riflessione profetica sull’evoluzione della modernità: l’incidenza che, nel divenire individuale e collettivo, ha sempre più la “causa materiale”, a cominciare, appunto, dalla tecnica e dall’economia. Lo spirito e il portafoglio, li chiamava.

L’istanza marxista, soprattutto, con la sua pretesa di ideologia materialista e totalitaria, ha costretto il cristianesimo a un’opposizione radicalmente polemica. E fuorviante dicevamo, perchè ha portato ad una sorta di esaltazione sbagliata dei valori spirituali, in contrapposizione a quelli materiali.

Una dissociazione suggestiva, ma falsa, con i valori dello spirito, a cui si conferisce un significato finalistico e in contrapposizione il contesto materiale in cui si incarnano.

“Con la conseguenza di affidare la difesa dei valori spirituali, a coloro che non vogliono accettare il mondo moderno e la sua realtà complessa. Cosicchè, strana cosa è vedere che un reazionario è sempre spiritualista, come se i valori spirituali dovessero reggersi sulle bandiere dei conservatori”.

Quando, in verità, l’incarnazione realizzatasi di quei valori, è una incarnazione sottoposta al divenire dei processi di trasformazione delle strutture. Difendendo l’incarnazione dei valori spirituali legati alle strutture precedenti, spesso il conservatore crede di difendere l’anima, ma difende il suo corpo; crede di difendere il destino spirituale dell’umanità, ma difende solo l’ordine materiale costituito e dominante. Ma così, si rischia di restare legati alla lenta senescenza del passato.

È illuminante l’esempio di Kennedy, ci ricorda, il quale non si limita a fare la politica della grandeur, l’esaltazione dei valori storici che non ci sono più, “ma parlava di valori spirituali e, subito, li connetteva alle necessarie programmazioni di ordine economico”, cogliendo così un aspetto della modernità oggettiva e spazzando via l’ingenuità di quello spiritualismo che crede di arrestare il processo storico, semplicemente sollevando le icone degli idoli passati.

Ma è significativa, su questo punto, anche la riflessione di Theilard de Chardin [Qui], quando afferma che “il cristianesimo è l’unica religione che dà senso positivo alla materia” e spiegando che la tecnica ucciderà tutte le religioni, proprio perché esse sono basate tutte sul dualismo materia-spirito e sulla tendenziale identificazione del male con la materia.

“Solo il cristianesimo sopravviverà, dice, perché è legato al dogma della creazione originaria, della incarnazione del Verbo e della resurrezione finale delle cose materiali”, quelle appunto che Dio ‘vide che erano buone’.

Guerra e pace

Un altro dato nuovo che connota, con discontinuità il mondo moderno, e che segna profondamente sia la realtà oggettiva che le coscienze degli uomini, è il rapporto guerra e pace.

Ha dedicato molte riflessione Padre Balducci a questo tema, che sentiva profondamente. Qui mi limito solo a richiamare la sua idea di fondo: la bomba atomica e la proliferazione nucleare, hanno cambiato radicalmente le idee-guida delle nazioni che hanno segnato la storia umana (la nazione come potenza), mutando i termini obiettivi del problema, sulla sproporzione fra fini e mezzi.

Ciò che rende la guerra intrinsecamente immorale, che cancella la teoria, pur discutibile, della guerra giusta, e che si riflette sia nelle strutture che nelle coscienze. E saranno sopratutto queste ultime, a dover generare il mondo nuovo, anche rispetto a quelle predicazioni che, nella stessa chiesa, hanno continuato a lungo a considerare la guerra un mezzo necessario.

Resta clamorosa la reazione dell’autorevole filosofo e teologo francese Antonin Sertillanges [Qui], al monito di Benedetto XV sull’ “inutile strage” riferito alla prima guerra mondiale: “Zitto, o Papa, perché noi non ti ascoltiamo!”.

Come dimenticare i “beati i pacifici” del discorso della montagna e, contrapposto, il fatto, come ricordava un padre conciliare egiziano, che la polvere da sparo l’hanno inventata i cristiani, i cannoni siano stati introdotti dai cristianissimi re di Francia, e la stessa bomba atomica sia nata nel mondo cristiano.

‘Pace’, quindi, che è la parola di Cristo, non può costituire una invocazione silenziosa nei conventi, ma un imperativo categorico per gli uomini di oggi a cominciare dai cristiani, da vivere, senza retorica, nella concreta realtà storica del nostro mondo.

Il rapporto con la ‘pace’ è, quindi, una discriminante fondamentale della mentalità del nostro tempo: o si è davvero moderni proiettati al futuro, o si resta ancorati a quel ‘mondo antico’ che, soprattutto su questo tema, non ha davvero nulla di poetico da farci rimpiangere.

Una rivoluzione silenziosa: la Chiesa indigena in ogni luogo

C’è infine in questa analisi di Balducci, un tema più spostato sul fronte politico/sociologico, che caratterizza fortemente la storia e il mondo del nostro tempo: il passaggio delle masse umane da puro oggetto di storia, a soggetto di storia.

Nel passato, quasi fino a noi (un passato che forse continua, in riferimento all’economia e alla finanza), la vita delle nazioni e dell’umanità si svolgeva con questo fondamentale dualismo: da una parte una ridotta classe dirigente che comandava e che, spesso con la benedizione di santa madre Chiesa in quella confusione fra sacro profano che ricordavo poc’anzi, concentrava su di sé potere e ricchezza;

dall’altra, masse inerti di popolazioni che accettava o subiva, quasi fosse, quella, una sorta di volontà di Dio. E, diffidando della coscienza soggettiva, pericolosamente eversiva, accadeva che non solo si raccomandava rassegnazione, ma “anche quando dubiti che l’autorità abbia ragione, devi propendere a dargli ragione”.

Questa, dice Balducci, è l’educazione che abbiamo dato. Non senza colpa aggiungo io. E, quando Papa Giovanni parla di questa nuova soggettività storica, che va emergendo come un segno dei tempi, è, dice sempre lui “una rivoluzione silenziosa” che connota la nostra epoca.

Ebbene, ma la Chiesa con questo mondo moderno, con questi connotati, come e quanto c’entra? Eppure, afferma con forte convinzione Ernesto Balducci, la Chiesa, in un mondo così fatto, trova il momento migliore della sua storia.

Abbandonata, dice lui, la confusione della difesa indistinta dei valori assoluti, da difendere sempre, con quelli effimeri da trascurare (oggi tutt’altro che abbandonata, ma “riesumata”); finita totalmente la civiltà sacrale, la confusione fra sacro e profano, fra temporale e spirituale, la Chiesa riacquista la sua vera dimensione, che è la dimensione profetica.

Ma cos’è la dimensione profetica? “Mentre lo stato deve promettere beni perseguibili e raggiungibili nel tempo, senza andare oltre, se no scivola nelle mitologie, la Chiesa non parla di beni di questo mondo, non promette successi di questo mondo.

Il suo fine è oltre: la sua struttura, la sua intima esistenza è profetica perché tende verso ciò che non è temporale, non è storico…Lei deve promettere ciò che le è stato affidato, cioè il Regno di Dio….

Così la Chiesa finita l’epoca sacrale, accetta il mondo profano e nel mondo profano instaura la sua presenza profetica, che è un “grido verso il futuro”, senza concorrenza con le potenze e le culture, che seguono leggi proprie e non sostituibili”.

In questa presenza, con la fine dell’egemonia occidentale, l’affermarsi della dimensione planetaria e la nascita di teologie orientali e africane, la Chiesa deve accettare di “essere indigena in ogni luogo”, diventando così lievito di tutte le possibili forme culturali.

Questo è il cammino che abbiamo davanti. “Altro che custodi del museo del cristianesimo che fu, ma anticipatori di quello che deve essere e che verrà”.

Questo, è il grande messaggio dell’insegnamento di Padre Ernesto: non farsi catturare dalle criticità del tempo storico che stiamo vivendo, anche dentro la Chiesa, ma guardare davvero ai segni del tempo con la fede e la speranza, che ci proiettano oltre la contingenza storica.

Una contingenza che, pur vissuta intensamente da uomini del nostro tempo nel segno delle beatitudini, va comunque superata in una visione che la trascende verso un mondo nuovo.

Quel mondo che sarà un’anticipazione del Regno, e alla costruzione del quale siamo chiamati a contribuire, consapevoli che anche Dio ha bisogno di noi ( T. Merton “Dio ha bisogno degli uomini”).

 

Note:
*1) – “Ho letto da qualche parte che nelle comunità cristiane delle origini, c’era l’uso di consegnare al fratello che stava per intraprendere un lungo viaggio, il frammento di un vaso di terracotta frantumato. Al ritorno egli sarebbe stato riconosciuto dal frammento ricomposto in unità con tutti gli altri. Nella generale eclissi delle identità, il primo nostro dovere è restare fedeli a quella che abbiamo costruito, con una variante però, che essa va ritenuta non come il tutto, ma come un frammento del tutto, di un tutto ancora nascosto nel futuro. Non ripudio me stesso dunque, né mi converto ad altro: ripudio solo le forme e le pulsioni che mi vorrebbero condurre a fare del mio frammento la misura del tutto. Come il vero Dio, così anche il vero uomo è absconditus, e perciò io devo parlare di lui al futuro, anche se ne parlo a partire dal presente e con la massima fedeltà alle indicazioni del presente”
(Ernesto Balducci, L’uomo planetario, Ed. Cultura della Pace – S.Domenico Fiesole, p.173)

*2) “Alcuni ritengono che il modo più ragionevole per ottenere l’armonia e risolvere i problemi relativi all’intolleranza religiosa, sia di creare una religione universale per tutti. Io invece sono sempre stato convinto, che dobbiamo avere diverse tradizioni, perché gli esseri umani hanno numerose differenti inclinazioni mentali; una sola religione semplicemente non può soddisfare le esigenze di una così grande varietà di persone. Se cercheremo di unificare le fedi del mondo in una sola religione, perderemo anche molte peculiarità e molte ricchezze di ogni specifica fede. Perciò ritengo sia meglio, nonostante i molti contrasti che spesso si verificano in nome della religione, preservare le diverse tradizioni religiose. Purtroppo, anche se differenti tradizioni soddisfano le necessità delle varie tradizioni mentali dell’umanità, da tali diversità deriva ovviamente il rischio di conflitti e disaccordi. Perciò i seguaci di tutte le religioni, devono fare uno sforzo ulteriore, cercando di trascendere l’intolleranza e l’incomprensione e di trovare l’armonia
(Dalai Lama, Incontro con Gesù: una lettura buddhista del vangelo, Mondadori 1997, p.11) 

PRESTO DI MATTINA
La Chiesa, un popolo ospitale

Istruzioni per un popolo ospitale

«Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità». Così inizia nel documento conciliare Lumen gentium il capitolo che presenta la chiesa come popolo di Dio.

Del resto, fu proprio al concilio Vaticano II che la Chiesa si è sentita nuovamente chiamata ad annunciare l’ospitalità di Dio offerta a tutti, e a porsi al servizio di questo dono per comunicarlo a tutte le genti.

Così la comunità dei credenti in Cristo, di coloro che guardano con fede a lui, ha riscoperto il suo essere un popolo messianico, nel senso di inviato agli altri popoli, affinché mediante il servizio al vangelo e ai poveri, ogni uomo e ogni donna abbiano parte a quella stessa santità ospitale di Dio manifestatasi nella storia, nell’esistenza singolare, nelle parole e nelle azioni di Gesù di Nazareth:

«Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza» (LG 8).

In forza della dignità e della libertà dei figli di Dio nel cuore dei quali dimora lo Spirito santo, istruita nella pratica del comandamento nuovo quello di amarsi in reciprocità gli uni gli altri come lo stesso Cristo ci ha amati, la chiesa è posta come segno e strumento del Regno promesso, germinazione e inizio «dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» e «pur non comprendendo effettivamente l’universalità degli uomini e apparendo talora come un piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta l’umanità il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza» (LG 9).

Resi così consapevoli che ogni cambiamento comincia da se stessi «i cristiani, ricordando le parole del Signore: “in questo conosceranno tutti che siete i miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri” (Gv 13,35), niente possono desiderare più ardentemente che servire con maggiore generosità ed efficacia gli uomini del mondo contemporaneo. Aderendo fedelmente al Vangelo beneficiando della sua forza, sono uniti con tutti coloro che amano e praticano la giustizia», (Gaudium et spes, 93).

Nel suo libro Come Gesù voleva la sua comunità. La chiesa quale dovrebbe essere (Milano 1987), il teologo tedesco Gerhard Lohfink [Qui] è persuaso che occorra offrire un’immagine ‘altra’ delle nostre comunità cristiane, più somigliante a quelle delle origini, parrocchie comprese, per arginare la deriva dell’individualismo religioso che, nel secolo scorso, ha segnato anche la teologia e la spiritualità cristiane.

Relegando la vita di fede all’ambito privato, come una pratica non pubblica destinata al singolo, alla sua interiorità, una parte della teologia liberale ha limitato la stessa comprensione della chiesa come società sino a spiritualizzarla. Definendola come una “societas in cordibus” la rendeva invisibile, insignificante per il dissolversi dei suoi legami sociali.

Gesù desiderava invece che proprio tra la gente del suo popolo, dalla sua famiglia risplendesse la buon notizia del suo Vangelo: un popolo, una famiglia dei discepoli come sale e luce del mondo: «non si accende una lampada per metterla sotto un secchio, ma piuttosto per metterla in alto, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa».

Da questa comunità riconciliata, da questo “piccolo gregge” doveva scaturire il fascino della libertà − “non vi chiamo più servi ma amici” − e risuonare l’annuncio della parola di riconciliazione e del dono della pace: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi».

In questi difficili passaggi d’epoca occorre pertanto recuperare il volto originario della chiesa che non si esprime solamente nel legame individuale con Dio ma si edifica attraverso rapporti interpersonali. Un intero popolo è chiamato a tessere, intrecciare la stessa socialità umana oltreché ecclesiale, a farsi servo del vangelo tra la gente.

Lo stile sinodale, che tende a realizzare un insieme di popolo in cammino attraverso relazioni di reciprocità, è chiamato a edificare la comunione praticando una prassi di solidarietà, che è poi lo stile con cui Gesù ha manifestato e reso presente la prossimità di Dio, quella che i vangeli sinottici e Gesù stesso chiamano il Regno di Dio e la sua giustizia.

Nel battesimo al Giordano, Gesù mettendosi in fila con tutta la gente, mescolandosi con i peccatori, ha voluto mostrarsi solidale con loro. Ma ancor più lo ha fatto lasciandosi abbracciare dalla croce, così da sperimentare umilmente il sofferto cammino di tutta l’umanità fin dentro la morte.

Ma è in tutta la sua esistenza terrena che egli si è fatto solidale alla condizione della gente povera, vulnerabile, sfruttata, emarginata, oppressa dalle ingiustizie, rivelando così una misteriosa ma reale solidarietà del Padre con il suo popolo, e attraverso questo, con tutti i popoli.

Così l’intenzione di Gesù − secondo Lohfink − fu quella di rivolgersi non solo alle persone ma a tutto l’Israele disperso, nel suo insieme. Egli desiderava convocare e trasformare il popolo di Dio lacerato e malato in una società riconciliata, segno di un futuro di umanità e di popoli riconciliati alla fine dei tempi.

Questo stile e prassi solidale fu così ispirazione per le comunità cristiane delle origini, di cui un testo emblematico lo troviamo nella Lettera di Paolo ai Galati (3, 28) nella quale si ricorda la reciprocità solidale tra giudei e greci, schiavi e liberi, uomini e donne che caratterizzava quella collettività:

«Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa».

La stessa sinodalità non può allora prescindere ma dovrà esprimersi attraverso relazioni di reciprocità solidale.

«Allēlōn», le molteplici variazioni della reciprocità

«Allēlōn», l’un l’altro, nella forma plurale «allēlous», gli uni gli altri. È stato Lohfink che ha declinato attraverso questa formulazione linguistica il concetto di solidarietà come reciprocità, ricercando tutte le sue ricorrenze negli scritti del Nuovo Testamento, soprattutto in Paolo e Giovanni.

Allēlōn lo troviamo citato infatti con grande profusione: più di 90 volte, e una cinquantina di esse si presentano come la forma stessa dell’amore reciproco e del servizio di un amore vicendevole.

Pronome e avverbio di reciprocità, allēlōn passa quasi non visto − non lo si trova neppure nel Grande Lessico greco del NT. È come un seme minuto, sperduto e sparpagliato tra le grandi parole del vangelo, così simile a quel granellino di senape della parabola evangelica. Semente da cui tuttavia può nascere, crescere e ramificarsi sulla terra l’albero della santità ospitale di Gesù, e attuarsi nella chiesa una trasformazione della mentalità cristiana, della coscienza credente e delle pratiche pastorali nelle nostre comunità cristiane.

L’allēlous è pronunciato proprio da Gesù durante la lavanda dei piedi ai discepoli nell’ultima cena: un dire attraverso un fare gli uni agli altri. Come una consegna fu pure quella del comandamento nuovo: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri».

Questo pronome, “gli uni gli altri”, capace di unire le diversità, dice la forma ecclesiale per vivere la sinodalità pur nella differenza tra persone e tra chiese. È forma significativa e pregnante, sia nell’ecclesiologia paolina come in quella giovannea, tanto che il nostro autore ha scritto che con tutti i versetti contenenti questa forma linguistica si potrebbe scrivere un’ecclesiologia di comunione e − aggiungo io − sinodale, anzi ecumenica ed interreligiosa.

Poiché credere è l’attitudine a praticare l’alterità ed è per questa “buona pratica” di reciprocità nel servizio vicendevole che la fede vive come amicizia e amore e la speranza evangelica diventa contagiosa, anzi attraente per quelli che ancora non la conoscono.

La fede nel cuore è l’altro nel cuore: e proprio per essere tale − ricorda Lohfink − che è capace di far sorgere un mondo nuovo: «Quando nasce veramente dalla fede, la Chiesa ha proprio la forma del mondo: non serve ad un popolo, è un popolo. Non richiede la giustizia, ma vive la giustizia. Non lotta per la libertà, è luogo di libertà». L’ecumene è allora il nostro mondo, luogo per edificare la solidarietà evangelica, ecclesiale tra noi e con le persone.

L’allēlōn ci fa dunque comprendere che la chiesa vive della regola fondamentale dell’accoglienza ospitale di Dio, la cui origine scaturisce dalla reciprocità di amore del Padre e del Figlio, dall’amore dell’uno per l’altro, che è lo Spirito, viene noi la grazia di quella reciprocità che fa nuove tutte le cose.

Per chiedere i cieli nuovi e la terra nuova può giovare allora lo stile e la pratica di un litania, come fosse un ininterrotto koan giapponese destinato a risvegliare la natura più profonda e reale del nostro vivere ecclesiale e sociale.

Obiettivo è quella profondità dove abita la grazia da cui scaturisce la reciprocità evangelica, il luogo dove si dà l’incontro con il maestro interiore, che al discepolo mormora spirando in lui il suo Spirito: allēlōn:

condividere la fede gli uni con gli altri (Rm 1,12),
gareggiare nello stimarsi a vicenda (Rm 12,10)
avere i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri (Rm 12,16)
accogliersi gli uni gli altri (Rm 15,7)
correggersi l’un l’altro (Rm 15,14)
salutarsi gli uni gli altri con il bacio della pace (Rm 16,16)
aspettarsi gli uni gli altri (1Cor 11 ,33)
aver cura gli uni degli altri (1Cor 12,25)
essere al servizio gli uni degli altri nell’amore (Gal 5,13)
portare gli uni i pesi degli altri (Gal 6,2)
confortarsi a vicenda (1Ts 5,11)
edificarsi gli uni gli altri (1Ts 5,11)
vivere in pace gli uni con gli altri (1Ts 5,13)
cercare il bene gli uni degli altri (1Ts 5,15)
sopportarsi a vicenda (Ef 4,2)
essere benevoli e misericordiosi gli uni verso gli altri (Ef 4,32)
essere sottomessi gli uni agli altri (Ef 5,21)
perdonarsi a vicenda (Col 3,13)
confessare i peccati gli uni agli altri (Gc 5,16)
pregare gli uni per gli altri (Gc 5,16)
amarsi intensamente gli uni gli altri (1Pt 1,22)
praticare l’ospitalità gli uni verso gli altri (1 Pt 4,9)
rivestirsi di umiltà gli uni verso gli altri (1 Pt 5,5)
essere in comunione gli uni con gli altri (l Gv 1,7)
prestare attenzione gli uni agli altri (Eb 10,24),
praticare l’ospitalità in maniera vicendevole (1Pt 4,9),
rivestirsi di umiltà l’un l’altro (1Pt 5,5)
essere in comunione gli uni con gli altri (1Gv 1,7).

E da una poesia le istruzioni per abbracciarsi

L’universo non ha un centro,
ma per abbracciarsi si fa così:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali,
e infine si svanisce,
insieme,
nello spazio di carità
tra te
e l’altro

(Chandra Livia Candiani [Qui], La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore, Einaudi, Torino 2014, 11)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA
La gioia avvenire

È con sempre nuovo stupore, misto a sorpresa, che mi incammino per i sentieri della poesia scoprendovi continui incroci con quelli di Isaia e del Messia, il Servo sofferente del Signore. Meraviglia di quella poesia che non basta a se stessa, e che non smette mai di confrontarsi con la storia e le sue vicende.

È il caso, mi sembra, anche dell’itinerario tortuoso di Franco Fortini [Qui]. Dalle sue liriche traspare il dramma e la tragicità, le disillusioni, ma anche un residuo di inestinguibile speranza nell’umano.

Ad un tempo privato della fede, e rianimato, spogliato dell’avvenire, ma sempre di nuovo alla sua ricerca, in una lotta per liberare quella gioia pregustata, un momento, un guizzo della luce, ma ancora da venire.

Una “quieta letizia” che ha vinto i tiranni, come affiora nel testo Per un compagno ucciso: «Eri ogni ora dentro la quieta letizia/ Dell’uomo che ha vinto i tiranni;/ Non temevi gli inganni della nostra malizia/ Non chiedevi più niente al tuo amore… E guideremo l’amore avvenire e il canto/ Dove hai amato per noi l’ultima volta/. Lo spino apre la gemma e l’acqua apre il mattino» (Tutte le poesie, Milano 2015, Ebook, 86).

La volontà e la difficoltà di “essere nella storia” è stato il suo continuo intento, la sua pratica comunitaria, la sua militanza. In quanto anticipazione e utopia della forma poetica, la poesia per Fortini mantiene il suo valore di liberazione, anche contro la tendenza del marxismo ufficiale a considerarla reazionaria, astratta, senza concretezza storica.

Semmai, in quanto forma e funzione della realtà, essa ne dice la profezia, dischiude nell’avvenire un “principio speranza” direbbe il filosofo marxista Ernst Bloch. Nell’allegoria del «cieco nato» che tuttavia «può in sé vedere il lampo, e i «compagni coraggiosi» che si muovono fra «le sostanze reali», Fortini scrive: «Ma a ognuno le sue armi. / A voi il fuoco felice e il vino fraterno / a me la speranza acuta dentro la notte». (155).

Italo Calvino lo ricorda come «poeta della resistenza perché la sua vena di tristezza non è mai abbandono o rinuncia, la sua nostalgia di lunghissimo esilio non è mai impotente desiderio di evasione». (Poesie scelte (1938-1973), Milano 1974, 25).

Gli fa eco Luca Lenzini nell’introduzione a Tutte le poesie: «la poesia di Franco Fortini non ha mai smesso di parlare, anche quando ha discorso di rose e di magnolie, di mulini e di colorifici, volpi o rondini.

Il “tesoro antichissimo” che può apparire nella storia fatta dagli uomini, in mezzo al dolore e alla devastazione, nei travestimenti dalle forme più svariate, vi rinnova la promessa sempre inevasa, ogni volta tradita o defraudata ma mai dimenticata, che porta con sé l’idea di una felicità condivisa, restituita a una nozione fraterna e non privativa, laicissima e dotata – quel che più ci sfida e interroga – della capacità di trasformazione che è propria delle visitazioni, così incisiva in quanto sperimentata nel vissuto, nella storia collettiva ma anche personale.

I versi ne recano il ricordo affinché quella tradizione sommersa, carsica, ogni volta da riscoprire, sia ereditata da altri, e perché essi sappiano altresì che “la scuola della gioia è piena di pianto e sangue” (La gioia avvenire)», (ivi, 9-10).

Tra rabbie e speranze, dentro all’esperienza del tragico nella storia, la sua poetica tiene viva la promessa della notte. Dalla notte viene la gioia come guizzo di luce: «Quindi ancora e sempre l’unico lampo di “gioia”… concesso a chi prende la parola nei versi… Tutto è in bilico, pericolante; non c’è patria o casa sicura per il poeta, che nell’interno (nell’intérieur) sa sostare solo per guardare fuori, e oltre», (ivi, 17).

Questo porsi con lo sguardo come un esule, come il Nazareno, che «cerca le strade bianche di Galilea», non distoglie dall’amarezza del presente, sfiduciato, inaffidabile: «Non è vero che siamo in esilio./ Non è vero che torneremo in patria,/ non è vero che piangeremo di gioia/ dopo l’ultima svolta del cammino./ Non è vero che saremo perdonati».

Ma è sempre la “gioia avvenire” che ritorna, lasciando uno spiraglio nel disincanto, dopo ogni tappa verso l’utopia, mancata o riuscita che sia: «Voglio sapere e so che la unica forza/ è la gioia brevissima/ la certezza sensibile che viene dopo tutto», (ivi, 104; 284; 391).

Ecco allora, di seguito la poesia La gioia avvenire che ho sentito come un “preambola fidei: l’attesa messianica di un futuro possibile alle umane attese, radicata, insradicabile, nell’umano vivere e che sempre accompagna, fa strada insieme all’umano credere.

I preambola fidei in teologia sono quei segni indicatori del rivelarsi di Dio nella storia, assumendo come Sua la condizione umana, sicché la vita stessa viene disseminata e contaminata di attesa pervicace di futuro.

Leggo ancora nell’introduzione di Lenzini: «Un’aria di veglia e di vigilia anima gli scritti di Franco Fortini. Si incontrano spesso termini, immagini, espressioni bibliche, questo perché questi strumenti espressivi “servono ad indicare un oltre visibile soltanto attraverso il cambiamento, che può avvenire in interiore homine, ma di lì farsi plurale, persino istituire una nuova comunità. Qui – non prima, né dopo – il messaggio incrocia la novità più sovversiva e radicale del Cristianesimo», (ivi, 10).

La gioia avvenire
Potrebbe essere un fiume grandissimo
Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore
Una rabbia strappata uno stelo sbranato
Un urlo altissimo.
Ma anche una minuscola erba per i ritorni
Il crollo d’una pigna nella fiamma
Una mano che sfiora al passaggio
O l’indecisione fissando senza vedere.
Qualcosa comunque che non possiamo perdere
Anche se ogni altra cosa è perduta
E che perpetuamente celebreremo
Perché ogni cosa nasce da quella soltanto.
Ma prima di giungervi
Prima la miseria profonda come la lebbra
E le maledizioni imbrogliate e la vera morte.
Tu che credi dimenticare vanitoso
O mascherato di rivoluzione
La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
Ma anche di eternità
E dalle bocche sparite dei santi
Come le siepi del marzo brillano le verità
(ivi, 119).

Senza questa scuola, anche la teologia non avrà futuro. Lo ha ricordato di recente il teologo milanese Pier Angelo Sequeri [Qui]: questa oggi appare «senza peso» sia nella comunità cristiana come nella società civile (Cfr. Vita e pensiero, 4/2021, 71).

Essa, dunque, dovrà essere nuovamente immaginata, intrecciando il sogno dei poeti, l’utopia dei resistenti e dei migranti, l’estasi dei mistici, sino a tracciare le orme di una chiesa in cammino sinodale, sognata da papa Francesco.

La teologia dovrà farsi esule tra la gente, tra le parole ‘altre’, in uscita da un certa autoreferenzialità che l’ha resa distante, riprendendo consonanza e comunanza con l’immaginazione, frequentando di nuovo gli ambiti dell’estetica e dell’affettività, le dimore esistenziali della fede nel suo voler comprendere e pensare il Logos dell’umanato Iddio.

Il venire della gioia è così come il venire impetuoso di un fiume senza sponde, fuori dagli argini, come urlo che scoppia e strappa gli steli rinsecchiti della morte; come l’ardore friabile di una brace infuocata, ma anche l’esilità di un filo d’erba, che trattiene tremolante una goccia di rugiada.

È come lo sfiorare con la mano il volto di un morente, e pure come quella debolezza del credere che sembra indecisione, titubanza incredula. Perché la fede è un affidarsi pur non avendo visto.

Insomma la “gioia avvenire” è qualcosa che non possiamo perdere, come non si perde, nonostante le doglie di un parto, la gioia del nascere, come non si perde, nonostante la morte, la bellezza del sacrificio della vita che libera gli oppressi. Nel dolore essa rinasce, sorge sempre nell’orizzonte avvenire.

Lo ha ricordato anche Gesù: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, dice ai discepoli ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Gv 16, 22-16).

Quando Gesù dice queste parole è vicinissimo alla sua passione; sta entrando nel suo e nostro dolore, nella nostra e nella sua morte. Egli è al termine della sua notte, sta per entrare nel giorno avvenire, dove la morte con i suoi dolori partorirà la vita nuova: perché come una volta è nato a Natale, così una seconda volta Gesù è nato a Pasqua e per nascere ancora in chi gli sarà ospitale.

Dall’oscurità del sepolcro, come un grembo fecondo, verrà alla luce la vita risorta, e con essa risorgerà anche la gioia, che dà a noi una speranza di una fragilità invincibile. Hanno voluto chiudergli la bocca, a lui e a tanti altri martiri di fede e per la libertà, ma «dalle bocche sparite dei santi/ Come le siepi del marzo brillano le verità… Perché ogni cosa nasce da quella soltanto»: “la gioia avvenire”.

Come un «disperato camminatore» che chiede di «riposare il fianco sulla creta…/ dove la pietra/ non specchia il mutare del cielo»/ – così inizia la drammatica lirica Logoi Christou – allo stesso modo Franco Fortini ricerca le parole del Cristo dentro il sepolcro chiuso, nel cavo d’ombra dei tanti sepolcri chiusi della vita.

Cerca un’impronta di gioia lasciata dal suo riso d’uomo. Così i suoi occhi anelano, del Cristo, almeno il suo sorriso “svenato”, “dormente”, “gioia antica” di riso d’uomo, impronta di speranza per sempre. Gli occhi, quelli del poeta, restano resistenti a scrutare là dove essi, ancora velati, non arrivano a vederlo risorto e neppure asceso al cielo. Una «Rosa sepolta» cercano, «Ah letizia del mattino», gli occhi chiusi attendono in ascolto.

… dentro il cavo d’ombra guardate
il tempo di un solo respiro
oh adorando guardate
è il riso di Gesù dormente
nel ragno che sparisce
nel lombrico che si torce
nel serpe che striscia dal sonno.
Lui non risorto non salito al cielo,
l’amore e la memoria anche per noi
del suo sorriso svenato hanno data un’impronta.
E quell’orma è l’antica nostra gioia
e dove il viso è celato delle cose vediamo
come dorme l’amore e la memoria
e la speranza dal riso d’uomo.
(ivi 161-162).

È come un salmo laico la lirica seguente che contempla la gioia nascosta nel paesaggio: «Acque di eletto lume/ dell’isole beate che ai tramonti/ veste l’oro dei monti,/ tiepide arene e avventurati scali, l’occhio di un dio benigno/ dai dolci marmi del cielo vi scalda/ ed io esulto al pensiero/ che nella mia natura/ profondamente avvinto/ qualcosa è pur di voi, della letizia/ che in voi matura: onde bionda sull’Istmo/ splende di vigne e di miele Corinto», (ivi, 839).

Un altro salmo, 64 (65) fa eco al primo. Si narra della gioia delle creature al modo con cui Francesco nel cantico delle creature gioisce, lodando la provvidenza del suo “Altissimo Onnipotente e Bon Signore”: «Gli abitanti degli estremi confini/ stupiscono davanti ai tuoi prodigi:/ di gioia fai gridare la terra,/ le soglie dell’oriente e dell’occidente./ Tu visiti la terra e la disseti:/ la ricolmi delle sue ricchezze./ Il fiume di Dio è gonfio di acque;/ tu fai crescere il frumento per gli uomini./ Così prepari la terra:/ ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle,/ la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli./ Coroni l’anno con i tuoi benefici,/ al tuo passaggio stilla l’abbondanza./ Stillano i pascoli del deserto/ e le colline si cingono di esultanza./ prati si coprono di greggi,/ di frumento si ammantano le valli;/ tutto canta e grida di gioia».

La “gioia avvenire” per Gesù è quella del Regno: una gioia per tutti, soprattutto per i poveri, i sofferenti, i perduti dimenticati: «In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda» (Mt 18, 12-14).

SE SPERANDO

Se, sperando con te, dalle sere d’aprile verrà
La gioia delle estati fedeli
E un sole sui volti profondo;
Quando il silenzio sarà
Come una viva parola fecondo,
E un giusto dolore con radici di quercia
Stringerà i giorni; se i giorni
Persi a noi giusti torneranno liberi;
Compagni, se tutto non è finito…
(ivi, 77).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

25 APRILE A METÀ:
radici del razzismo e scheletri negli armadi:
la grandezza di Hailè Selassiè (IV Parte)

Nel 1946 Hailè Selassiè, per conto del Governo etiopico, presentò alla Conferenza di Pace di Parigi un memorandum che segnalava le seguenti sconcertanti perdite umane, ma nessun italiano venne mai punito per questi massacri, favorendo la rimozione collettiva e la mancanza di presa di coscienza, tuttora persistente, dei crimini compiuti durante le guerre coloniali fasciste in Etiopia:
Totale esseri umani assassinati: 760.300.
Persone morte a causa della distruzione dei loro villaggi: 300.000
Massacri di civili e religiosi del Yakitit 12-19 febbraio 1937: 30.000
Patrioti morti nei campi di lavoro a causa di privazioni e maltrattamenti: 35.000
Patrioti uccisi dalle corti marziali: 24.000
Donne, bambini e infermi uccisi dalle bombe: 17.800
Patrioti uccisi in battaglia: 76.000
Uccisi in azione: 275.000 

“Fai attenzione a non rovinare il buon nome dell’Etiopia con atti degni del nemico. Vedremo che i nostri nemici sono disarmati e se ne andranno nello stesso modo con cui sono venuti.”  Hailè Selassiè

Il decreto di San Michele, pubblicato il 20 gennaio 1941, contestualmente all’imminente ritorno in territorio etiopico dell’imperatore, concesse l’amnistia a tutti coloro che avevano collaborato con gli italiani e fece appello alla popolazione affinché, malgrado i lutti subiti, agisse con cavalleria e rispetto verso i prigionieri italiani: “Io (Hailè Sallassiè) vi raccomando di accogliere in maniera conveniente e di prendere in custodia tutti gli italiani che si arrenderanno, con o senza armi. Non rinfacciate loro le atrocità che hanno fatto subire al nostro popolo. Mostrate loro che siete dei soldati che possiedono il senso dell’onore e un cuore umano. Vi raccomando particolarmente di rispettare la vita dei bambini, delle donne e dei vecchi. Non saccheggiate i beni altrui anche se appartengono al nemico. Non incendiate le case.”
Quando Hailè Selassiè entrò trionfalmente ad Addis Abeba il 5 maggio 1941, a cinque anni esatti dall’inizio dell’occupazione italiana, riassumendo ufficialmente il titolo di imperatore, anche in questa occasione si comportò in modo cavalleresco verso i civili italiani (circa 35.000) concentrati nella capitale: furono impedite rappresaglie e vendette e fu emanato un editto di perdono in cui tra l’altro si diceva: “Poiché oggi è un giorno di felicità per tutti noi, dal momento che abbiamo battuto il nemico, rallegriamoci dello spirito di Cristo. Non ripagate dunque il male col male. (…) Prenderemo le armi al nemico e lo lasceremo andare a casa per la stessa via dalla quale è venuto.”

Solo a ogni mente abbruttita dall’arroganza colonialista può risultare impossibile, nel considerarne la figura umana, la dimensione politico-religiosa e la statura morale, non comprendere e apprezzare la grandezza e la dignità del Negus Neghest, il Re dei Re, emersa e consacrata a livello mondiale in due memorabili discorsi, il primo precedente e il secondo successivo al suo legittimo re-insediamento.

Hailé Selassié proclamato uomo dell'anno per il 1936 dalla rivista Time
Hailé Selassié proclamato uomo dell’anno per il 1936 dalla rivista Time

Il 12 maggio 1936, davanti all’Assemblea della Società delle Nazioni riunita al completo a Ginevra, ma con la sola assenza della delegazione del governo italiano volutamente autoritiratasi, l’Imperatore pronunciò in lingua aramaica un discorso di condanna dell’aggressione militare italiana, dei metodi di sterminio adottati e sui diritti alla pace, libertà e giustizia di ogni popolo oppresso:
«[…] È mio dovere informare i governi riuniti a Ginevra, in quanto responsabili della vita di milioni di uomini, donne e bambini, del mortale pericolo che li minaccia descrivendo il destino che ha colpito l’Etiopia. Il governo italiano non ha fatto la guerra soltanto contro i combattenti: esso ha attaccato soprattutto popolazioni molto lontane dal fronte, al fine di sterminarle e di terrorizzarle. […] Sugli aeroplani vennero installati degli irroratori, che potessero spargere su vasti territori una fine e mortale pioggia. Stormi di nove, quindici, diciotto aeroplani si susseguivano in modo che la nebbia che usciva da essi formasse un lenzuolo continuo. Fu così che, dalla fine di gennaio del 1936, soldati, donne, bambini, armenti, fiumi, laghi e campi furono irrorati di questa mortale pioggia. Al fine di sterminare sistematicamente tutte le creature viventi, per avere la completa sicurezza di avvelenare le acque e i pascoli, il Comando italiano fece passare i suoi aerei più e più volte. Questo fu il principale metodo di guerra. […] A parte il Regno di Dio, non c’è sulla terra nazione che sia superiore alle altre. Se un governo forte acquista consapevolezza che esso può distruggere impunemente un popolo debole, quest’ultimo ha il diritto in quel momento di appellarsi alla Lega delle Nazioni per ottenere il giudizio in piena libertà. Dio e la storia ricorderanno il vostro giudizio. […]»

La sintesi dell’insegnamento di Hailé Selassiè è contenuta in alcuni passaggi del discorso rivolto di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1963: “Dobbiamo diventare qualcosa che non siamo mai stati, e per cui la nostra istruzione e la nostra esperienza e il nostro ambiente non ci hanno adeguatamente preparato. Dobbiamo diventare più grandi di quel che siamo stati sinora: più coraggiosi, di spirito più elevato e di più larghe vedute. Dobbiamo diventare membri di una nuova razza, superando ogni meschino pregiudizio, offrendo il nostro appoggio finale non alle nazioni, ma ai nostri simili all’interno della comunità umana”.

Hailè Selassiè

L'immagine di Hailè Selassiè portata in trionfo da Bob Marley durante un concerto
L’immagine di Hailè Selassiè portata in trionfo da Bob Marley durante un concerto

Oltre a questo invito rivolto alla capacità naturale dell’umanità di trascendere e rivoluzionare i condizionamenti della propria cultura, del proprio status sociale e della propria appartenenza etnica e quindi di progredire evolvendosi, Hailè Selassiè riuscì ad anticipare il concetto di “cittadinanza mondiale” e di “emancipazione dalla schiavitù mentale” con la forza e l’efficacia di parole che non hanno mai più smesso di essere ripetute, riscritte o ricantate ovunque nel mondo.
Il movimento Rastafari, da molti abbreviato in “Rasta”, dal nome di Hailè Selassiè , prima della sua ascesa al trono – una combinazione del suo nome “Tafari” e del titolo nobiliare “Ras”, che si traduce in “principe”- è da allora universalmente associato a valori di liberazione, pace, eguaglianza, in contrasto con ogni sistema di oppressione fascista, coloniale, imperialista e militarista.

«Riguardo alla questione della discriminazione razziale, la Conferenza di Addis Abeba ha insegnato questa ulteriore lezione, a coloro che la vogliono imparare: finché la filosofia che considera una razza superiore e un’altra inferiore non sarà finalmente screditata e riprovata; finché in nessuna nazione non vi saranno più cittadini di prima e di seconda classe; finché il colore della pelle di un uomo non avrà più valore del colore dei suoi occhi; finché i diritti umani fondamentali non saranno ugualmente garantiti a tutti, senza distinzione di razza; fino a quel giorno, il sogno di una pace duratura, la cittadinanza del mondo e le regole della morale internazionale resteranno solo una fuggevole illusione, perseguita e mai conseguita …

… finché l’ignobile e drammatico regime che oggi opprime i nostri fratelli in Angola, in Mozambico, in Sudafrica, con le sue disumane catene, non sarà rovesciato e totalmente spazzato via; finché il bigottismo, il pregiudizio e l’interesse personale inumano e malevolo, non saranno sostituiti dalla tolleranza, la comprensione e i buoni propositi; finché gli africani non si alzeranno e parleranno come esseri liberi, uguali agli occhi di tutti gli uomini, come sono uguali davanti agli occhi del cielo; fino a quel giorno il continente africano non conoscerà pace. Noi africani, combatteremo, se necessario, e sappiamo che vinceremo, poiché confidiamo nella vittoria del Bene sul Male».
Dopo quasi sessant’anni, mai come in quest’ultimo periodo storico e in concomitanza con la Festa di Liberazione dal Fascismo del 25 Aprile, non è più possibile non constatare la portata e il valore profetico delle illuminanti parole di Hailé Selassiè.

(continua)

Leggi la Prima Parte [Qui]la seconda [Qui] ,la Terza [Qui]

Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è autore e curatore di Controinformazione, una nuova rubrica. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE  ci racconta senza censure l’altra faccia della luna: per leggere tutti gli articoli della rubrica clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA
Parole perdute e ritrovate

«La parola destinata a perdersi, così fuggevole nel suo rinascere costante, nella sua discesa e sùbita resurrezione… La parola – pietra che sorregge al costo di perdersi e di perderci, perché è istallata sulla fonte che anche di notte “butta e scorre”. E forse solo di notte, quando tutti i dire si placano, ed è possibile sentire il suo palpitare. Il palpitare inestinguibile di ciò che è vivo veramente» (Maria Zambrano, Dell’aurora, Genova 2000, 34 e 107). Questo ritrovarsi della parola ‒ nuovamente palpipante e viva nel suo perdersi, che è un rinascere come luce dalla notte, voce dal silenzio, vita dal sepolcro, come dall’inverno nuova primavera ‒ mi ha riportato alla memoria le parole perdute e ritrovate al Concilio Vaticano II, riemerse dai sotterranei della storia ecclesiale come un fiume carsico, come da lungo inverno.

Parole come «Regno di Dio; Popolo di Dio; Pastoralità; Sinodalità; Senso della fede dei fedeli; Segni dei tempi». Espressioni dimenticate da tempo riaffiorano dalla loro sorgente, e là le ritroviamo, dove sono nate, nel grembo dell’evento che le ha generate.
Così la volontà di ressourcement dei Padri conciliari, intenti a “riattingere alle sorgenti” cristiane della vita della Chiesa, ne ha animato il rinnovamento, dando vita a quella che fu per molti una rinnovata primavera nell’alternarsi discontinuo delle sue stagioni come fratture generative su cui si innesta il nuovo.

Occorre ribadirlo soprattutto in questo tempo di tensioni polarizzanti all’interno della Chiesa tra gerarchia e comunione, tradizione e profezia, dottrina e pastorale, istituzioni e carismi, conservazione e innovazione: il Concilio ha rappresentato bensì una novità rispetto al passato, ma senza ignorare la tradizione che lo ha preceduto, radicandosi in essa. Anzi, ha distinto tra la Tradizione con la con la “T” maiuscola, che è ciò che fa vivere la Chiesa, la linfa dello Spirito suscitatrice di nuove gemme e rami sull’albero e le tradizioni mutevoli nel tempo ciò che inaridisce, si secca e muore (cfr. Yves Congar, La tradizione e le tradizioni. Saggio storico, Roma 1964). Sicché, volendo ben si potrebbe affermare che l’ultimo Concilio è stato più rispettoso e fedele alla tradizione di quanto non lo fosse stato il Vaticano I, che si limitò, in sostanza, a risalire la corrente degli ultimi 150 anni della tradizione.

Ben oltre si è spinto invece il Vaticano II, risalendo dal passato prossimo al passato remoto se non remotissimo, sino alla Chiesa nascente. Fu una scelta profetica l’appello ecumenico di Giovanni XXIII dettato dalla necessità dell’unità di fronte alla divisione delle chiese, insieme a quella di riprendere il registro pastorale per rilanciare il dialogo con il mondo in vista dell’annuncio del vangelo; riscoprendo poi, nell’interrogarsi di Paolo VI «Chiesa cosa dici di te stessa?», l’identità più profonda, carismatica e missionaria della Chiesa “inviata ad gentes. Situandosi così coraggiosamente «all’opposto esatto di quella mentalità ‒ direbbe il teologo Giuseppe Ruggeri ‒ che ha avuto paura della vastità della tradizione globale della chiesa e ha preferito non mutare il tranquillo e ristretto equilibrio del passato prossimo. La novità principale del Vaticano II è piuttosto costituita dalla considerazione stessa della storia nel suo rapporto con il vangelo e la verità cristiana. Mentre per lo più nel passato si aveva consapevolezza che la storia vissuta dagli uomini fosse ultimamente indifferente per la comprensione del vangelo (parlo di “consapevolezza”, giacché “in realtà” non è mai stato così), la grande questione del concilio Vaticano II fu invece proprio qui, anche se le parole usate (pastoralità, aggiornamento, segni dei tempi) non furono subito lucidamente compresi da tutti… Per Giovanni XXII l’annuncio del vangelo era inseparabile dal riferimento alla storia» (Per un’ermeneutica del Vaticano II, in Concilium 1 (1999), 22-23). Di qui il profondo rinnovamento della Chiesa, scaturito ‒ come ricordava sempre Giovanni XXII ‒ non già da un mutamento del vangelo, quanto da una maggiore comprensione.

Una migliore comprensione che ha riguardato anche il mistero della Chiesa, non solo immaginata idealmente in un contesto sapienziale, ma colta qual è nella propria realtà storica ed esperienziale della sua missione profetica. Il paradigma sapienziale/dottrinale è stato così assunto e integrato dal linguaggio profetico, che è poi quello della storia, intento a comprendere il senso delle ‘rotture di soglie da cui ripartire’ ‒ siano esse piccoli o grandi avvenimenti ‒ di cui è fatta la trama del tempo.

Similmente, la struttura gerarchica della Chiesa è stata ricompresa in una dimensione comunionale all’interno del popolo di Dio in attuazione della propria vocazione battesimale e chiamata a formare con l’umanità la famiglia di Dio. Lungi infatti dal ridursi a un’istituzione da governare, la Chiesa non può che essere un luogo di relazioni umane, di sequela a Cristo, di fraternità, di reciprocità nel servizio, in ascolto, anzitutto dello Spirito di Cristo che la guida e, non di meno, dell’umanità in attesa del Vangelo della gioia. Un triplice sentire: Sentire cum Christo, sentire cum ecclesia, sentire cum mundo.

È dunque immersa nella storia che la Chiesa deve continuamente pensarsi e riformarsi – “Eccleasia semper reformada”: «la Chiesa peregrinante è chiamata da Cristo a questa continua riforma di cui, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno» (Unitais Redintegratio, 6) ‒ affrontando le concrete contraddizioni che quotidianamente sperimenta per (ri-)trovare di continuo la sua via di fedeltà al vangelo, inteso non già in termini prescrittivi, ma come stile di comunione tra tutti i battezzati: «Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35)».

Non sorprende allora che al Concilio si sia riscoperta la storia come “luogo teologico”, accanto alla scrittura santa e ai sacramenti. È nella storia, del resto, che Dio ha posto la sua tenda: proprio qui tra le case degli uomini, ove si fa conoscere come colui che fa proprie le vite delle sue creature, incrociando le sue vie, che non sono quelle degli uomini, con le nostre vie che è venuto a percorrere («un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione» cfr. Lc 10, 33).

È in questo modo che, al Concilio, ‘la verità del vangelo’ è stata interpretata e riaffermata attraverso ‘l’amore del vangelo’. Di qui la riscoperta ‘dell’ascolto della Parola di Dio’ non come in-formatrice e plasmatrice della dottrina, anche, ma primariamente quale legame che sancisce e tesse l’esistenza in alleanza, uno scambio, un mutuo riconoscimento tra un io un tu un noi, un tu che sta per tutti; un’apertura ospitale nella quale si dà e si prende la parola, in dialogo, cuore a cuore, mente a mente alleati, spalla a spalla per far riuscire la vita nella forma di un’intima comunione dell’uomo con Dio e degli uomini tra loro: «Impara a conoscere nelle parole di Dio il cuore di Dio», dice il papa Gregorio Magno.

Dentro la storia non si può che camminare insieme. Ecco allora riemergere la sinodalità ‒ che nel suo il significato primigenio, sun-odos, corrisponde a ‘strada con’, ‘camminare insieme’ ‒ la quale, come ci ricorda ancora Giuseppe Ruggeri, «è la categoria che traduce questo dinamismo della comunione, questa “somministrazione di ogni giuntura”, questa “energia di ognuno“. Essa è la “strada comune” che dobbiamo percorrere. Essa, nel rispetto dei doni di ognuno, è anteriore al bipolarismo clero-laicato» (G. Ruggeri, Sinodo di Noto).

La forma sinodale sembra allora ritornata a essere la dimensione essenziale, basilare della comunità ecclesiale: «Ciò che riguarda tutti deve essere dibattuto da tutti» (Giustiniano). Per Giovanni Crisostomo «la Chiesa ha nome sinodo». Non diversamente dalla Chiesa delle origini, informata al principio della sinodalità e della comunione, questi caratteri non possono che modellare anche il divenire della Chiesa in cammino, sino a plasmarne finanche la dottrina. Lo spunto trova autorevole avvallo nel pensiero di Gregorio Magno, il quale, nell’immagine quadriforme del Vangelo, faceva corrispondere i primi quattro grandi concili dei primi cinque secoli, volendo così attestare l’esistenza di una dimensione sinodale della “dottrina”, che non può non coinvolgere anche la liturgia, innescando un legame tra il momento eucaristico-sacramentale dell’assemblea e la sinodalità della vita ecclesiale (Cfr. Giuseppe Alberigo, Sinodo come liturgia, il Regno documenti, 13 207, 443).

Come concretamente praticare la sinodalità ce lo ha indicato Papa Francesco, che ha ripetutamente chiesto a tutte le comunità cristiane di esercitarsi e promuovere questo stile di partecipazione comunitaria sia nell’ambito pastorale sia in quello amministrativo.
Ha invitato così a fare esercizio sinodale declinando nella prassi due principi: “L’unità prevale sul conflitto” e “Il tutto è superiore alla parte” (EG 224 e 234). In particolare il primo ha come obbiettivo una comunione attraverso le differenze. La strada è «accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo». Il tutto con la grazia di quegli «operatori di pace» nel cui comportamento è dato riconoscere l’impronta evangelica (Mt 5,9).

Nel secondo principio si coglie invece la tensione tra la globalizzazione e la localizzazione. L’esercizio cui siamo chiamati è dunque quello di «allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi»: mantenersi così nel proprio piccolo, restando legati alle proprie radici, senza dimenticare però l’insieme in cui confluiscono e interagiscono tutte le altre parzialità.
Emblematico è allora, sotto questo profilo, il titolo che mons. Antonio Samaritani volle dare alla storia della nostra Diocesi: La Chiesa di Ferrara nella storia della città e del suo territorio. Desiderò così declinare insieme la storia della cittadinanza e quella ecclesiale, svelarne gli intrecci solidali e le forme di partecipazione della gente comune. L’uso del termine “sinecistico”, “coabitante”, a lui così familiare ‒ indicante il processo di una vicendevole convergenza tra diversi in un’unica realtà, in modi «distinti ma non dissociati», in uno scambio reciproco e convergente ‒ si prestava a evidenziare nella nostra gente uno stile e una vocazione ad abitare insieme pur salvaguardando o integrando meglio, non senza lotte, le singolarità e le tradizioni di quanti hanno avuto origine altrove. Una sinodalità autentica, che mons. Samaritani viveva in profondità, mettendosene al servizio con l’intento di favorire la creazione e l’emersione di una “storia al plurale”.

Il tempo che la luna impiega per riallinearsi e ricongiungersi con la terra e il sole è detto rivoluzione sinodica o mese sinodico, che sta a indicare il tempo che intercorre tra un novilunio e l’altro. Insomma, camminano insieme il sole, la terra e la luna, uniti nella differenza ma accomunati, pure loro, da un’esperienza di sinodalità.
È allora significativo che un’antica tradizione, nel suo linguaggio simbolico, definisca il mistero della Chiesa ‒ chiamata a riflettere la luce di Cristo sugli uomini ‒ come Mysterium Lunae. Anche guardando in alto tra le sfere celesti si trova allora conferma che camminare insieme è la legge che governa l’universo.

PRESTO DI MATTINA, la rubrica di riflessioni di Andrea Zerbini, torna tutti i sabati su Ferraraitalia. Per leggere gli articoli precedenti, clicca [Qui]

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi