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Richiamo all’ordine!

Appena iniziato il lockdown di marzo, una mia amica mi invia un messaggio per invitarmi a seguire un webinar gratuito sul metodo di studio di Massimo De Donno (ideatore del corso Genio in 21 Giorni). Il primo punto che disse, lo step numero zero per uno studio efficace senza perdita di tempo, fu: metti in ordine la scrivania. Eh già, un ambiente ordinato significa molto per la nostra capacità di concentrazione. Allora mi è tornato in mente quando, da adolescente, ho reagito ai periodi più critici riordinando la mia camera; cercavo l’equilibrio interiore, ma quello esteriore poteva diventarne uno specchio, o aiutarmi a trovarlo. In effetti, scegliere la disposizione degli oggetti stimola il senso critico: questo mi serve o lo butto? E qual è il posto più funzionale per questo?…
Ho scoperto che per i monaci buddhisti mettere in ordine ha un grande valore ed è una forma di meditazione. Ordine significa anche scegliere di seguire una regola, di rivestire un ruolo (penso alla Chiesa cristiana quando dice “ordinare sacerdote”, “l’ordine dei frati”, ecc).
Per quel che mi riguarda, posso confermare che sistemare la scrivania mi ha aiutato a studiare meglio. Non solo: pormi degli obiettivi da appuntare su un’agenda la domenica per la settimana successiva, e la sera per il giorno dopo pure hanno aiutato molto la mia persona e formazione. Credo che l’importante sia non cadere al lato opposto del caos, ossia un formalismo troppo rigido: organizziamo sì le giornate, ma lasciamoci anche scombinare i piani se serve! A volte è molto meglio così!

Attenzione e buone pratiche per sostenere le persone con disabilità.
Parla la vicepresidente Elly Schlein

di Regione Emilia Romagna

In piena emergenza Coronavirus le persone con disabilità sono costrette ad affrontare routine stravolte e una quotidianità da reinventare, affrontando grandi difficoltà legate alle limitazioni della mobilità e alla sospensione dei servizi educativi e nei centri diurni. E con essi, le famiglie.
Per questo la Regione Emilia-Romagna nei giorni scorsi è già intervenuta a chiarire, facendo riferimento alle indicazioni del Governo, che la persona con disabilità nei casi strettamente necessari può uscire dal proprio domicilio per attività correlate alla propria condizione di salute (ad esempio per evitare rischi di crisi comportamentali), – a piedi o in macchina, eventualmente accompagnata da un familiare o da chi la assiste – autocertificando negli appositi moduli l’indispensabilità dell’uscita e sempre osservando le regole di distanziamento sociale. Accanto all’autocertificazione la Regione consiglia di dotarsi di certificazione medica, che le AUSL di tutta la regione stanno già rilasciando su richiesta.

Ed è alle persone con disabilità e alle loro famiglie che guarda la lettera che la Regione ha inviato ieri a tutti i Comuni, da Piacenza a Rimini, in occasione della Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, istituita nel 2007 dall’Assemblea Generale dell’Onu, per richiamare l’attenzione di tutti sui diritti delle persone nello spettro autistico. L’obiettivo della missiva è quello di fare il punto sulle iniziative messe in campo nell’emergenza e chiedere attenzione particolare su tutto il territorio regionale per garantire supporto e vicinanza alle persone con disabilità e alle loro famiglie, a maggior ragione dopo la sospensione, a causa delle misture restrittive di contenimento del Coronavirus, dei servizi educativi e dei centri diurni, che ha portato, per molti, all’interruzione dei percorsi educativi e scolastici e delle relazioni con i propri contesti di cura sociosanitari. Una condizione – quella della prolungata permanenza in casa – che, soprattutto per chi presenta elevate fragilità psichiche e quadri spesso associati a disturbi del comportamento, rischia di causare situazioni particolarmente complesse e difficilmente sostenibili.

“Proprio ieri in cui si è celebrata la Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo, che quest’anno cade in piena emergenza sanitaria da Coronavirus – sottolinea la vicepresidente con delega alle disuguaglianze, Elly Schlein – abbiamo voluto invitare tutti i Comuni a riflettere insieme a noi sulla condizione di difficoltà e a volte di isolamento in cui stanno vivendo le persone con disabilità e le loro famiglie, a causa delle restrizioni imposte per contenere il diffondersi del contagio e a condividere le buone pratiche messe in campo per il supporto. In molti casi si stanno svolgendo prestazioni educative o assistenziali a distanza. In alcuni territori, come previsto dal decreto “Cura Italia”, per situazioni particolarmente gravose, le sedi dei centri diurni, ancora sospesi, sono state aperte per interventi individuali. Interventi che si svolgono chiaramente nel rispetto delle norme di prevenzione del contagio, senza creare aggregazione e con l’adozione di tutte le misure necessarie per garantire la massima tutela della sicurezza e della salute, sia degli operatori che degli utenti. In altri contesti questo tipo di prestazioni è stato garantito, nei casi più difficili, anche grazie alla collaborazione degli educatori. Tutti insieme – prosegue la vicepresidente – possiamo collaborare al meglio per riuscire a rendere questa emergenza meno gravosa per le persone più fragili e vulnerabili. Per parte nostra, garantiamo non solo ogni sforzo per dare risposte di supporto concreto già in questa fase, ma metteremo il massimo impegno, lavorando fin da ora, per una ripartenza quanto più possibile rapida dell’intera rete dei servizi per la disabilità al termine dell’attuale emergenza. Sarà per tutti- chiude la vicepresidente- una grande sfida, affrontabile solo con grande spirito di collaborazione”.

Chi e come può uscire dal proprio domicilio

La Regione, sulla base delle segnalazioni pervenute dalle associazioni che si occupano di disabilità, è già intervenuta con alcuni chiarimenti, facendo riferimento alle risposte ad analoghe richieste da parte dell’Ufficio per le persone con disabilità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

In particolare, è stato chiarito che, per evitare il rischio di crisi comportamentali legate alle limitazioni alla mobilità, la persona con disabilità può uscire dal proprio domicilio, a piedi o in macchina, per attività correlate alla propria condizione di salute solo se strettamente necessario e osservando le regole di distanziamento sociale, eventualmente accompagnata da un familiare o da chi la assiste. Come per tutte le uscite da casa per motivi di salute, è indispensabile l’autocertificazione.

La Regione ha suggerito che, a supporto dell’autocertificazione, ci si doti di certificazione medica. Le Aziende sanitarie, su richiesta dell’interessato o del familiare che lo rappresenta, rilasceranno una certificazione attestante la condizione o lo stato di disabilità e le eventuali ulteriori informazioni ritenute necessarie. Ad oggi sono già state prodotte da tutte le Ausl le certificazioni richieste.

Assistenza alle persone con disabilità

Dal monitoraggio dei servizi offerti a livello locale alle persone adulte e minorenni con disabilità, sia fisica che intellettiva, con disturbi psichici e dello spettro autistico, emerge che le Aziende Usl, pur in una situazione di oggettiva difficoltà (oggi vengono garantite solo le prestazioni urgenti e indifferibili) si sono attrezzate per contattare i casi gravi (tra cui le persone con disturbi dello spettro autistico), con colloqui telefonici o videochiamate; sono stati predisposti materiali informativi per le famiglie, spunti per giochi e attività, letture online.

In alcuni casi, come previsto dal decreto “Cura Italia”, per situazioni particolarmente gravose, le sedi dei centri diurni, ancora sospesi, sono state aperte per interventi individuali. Interventi che si svolgono chiaramente nel rispetto delle norme di prevenzione del contagio, senza creare aggregazione e con l’adozione di tutte le misure necessarie per garantire la massima tutela della sicurezza e della salute, sia degli operatori che degli utenti. In altri contesti questo tipo di prestazioni è stato garantito, nei casi più difficili, anche grazie alla collaborazione degli educatori.

Prosegue inoltre la collaborazione tra Regione, Associazione dei Comuni (Anci) e delle Province (Upi), Enti gestori e sindacati per individuare protocolli condivisi per rimodulare parte dei servizi attualmente sospesi in altra forma, proprio per dare risposte concrete alle difficoltà delle persone con disabilità e delle loro famiglie in questa fase di emergenza.

Le buone pratiche già avviate

Alcune esperienze locali e buone pratiche si stanno diffondendo sul territorio regionale e tra queste quella di Rimini, dove la collaborazione tra Comune e Ausl ha portato all’identificazione di uno spazio all’aperto – un parco a gestione privata – dove, con accesso contingentato e senza creare aggregazione, le persone con disabilità in situazione di necessità hanno potuto trovare sollievo trascorrendo un po’ di tempo fuori casa in sicurezza e nel rispetto delle misure restrittive e di distanziamento. Esperienza poi ripresa anche in altri territori.

Allo stesso modo alcune Aziende sanitarie stanno predisponendo soluzioni utili a fronteggiare emergenze legate all’eventuale ricovero del familiare caregiver di disabile, individuando la reperibilità di operatori sociosanitari attivata direttamente dal 118. Anche per quanto riguarda gli eventuali ricoveri di persone autistiche le Aziende sanitarie si stanno organizzando in modo da garantire, compatibilmente con la situazione emergenziale, la presenza di personale con competenze adeguate.

‘Laissez faire‘ non è uno slogan civile

Degli svaghi notturni dei giovani ferraresi, del fastidio procurato ai residenti e delle possibili soluzioni da adottare si è a lungo discusso nelle settimane scorse. Poi, come sempre, il dibattito pian piano si spegne. Ma il problemi restano aperti e insoluti. “Piazza Verdi” e la ‘movida’ di via Carlo Mayr sono specchio di situazioni che si verificano anche in altri luoghi e in altre città: conciliare aspettative e interessi divergenti non è mai cosa semplice.
Per quanto mi riguarda devo premettere, per onestà, che sono politicamente anti-leghista, sopratutto a causa della politica verso l’Europa e verso gli immigrati, per l’uso di un linguaggio spesso cosi volgare e aggressivo contro quasi tutti coloro che non gridano “Prima gli Italiani!”. Il senso della famosa sentenza ‘“law and order” richiesto da un leghista non è la stessa cosa ho in mente io. Le cose che costoro hanno presentato negli ultimi anni non rappresentano certo un modello per una nuova cultura democratica. Non voterei mai la Lega o, per me come cittadino tedesco, il partito “Alternativa per la Germania“ (Afd). ll loro antisemitismo e anti-democratciismo, la loro volgarità di linguaggio, non mi piacciono per niente.
Ma devo confessare, anche, che posso capire la politica del Comune di Ferrara, dell’amministrazione di Destra, verso la “Movida” notturna senza regole chiare.
Facciamo un esempio che mi fa arrabbiare non con il Comune ma con i clienti degli ‘streetbar’ in via Carlo Mayr: è un diritto bloccare completamente una strada pubblica come succede durante i mesi estivi quasi ogni notte? Certo, “cosi fan tutti” ma una strada pubblica ha le sue regole. Cosi invece, requisito un pezzo di città che è di tutti.
Talvolta, passando in piena notte a Ferrara, fra piazza Travaglio e piazza Verdi, in via Carlo Mayr ci si sente in un “failed district”, un territorio senza regole, dove il cliente diventa il re e il cittadino (non cliente) deve rispettare suo malgrado una legge non scritta.

Per essere chiaro: nemmeno io provo grande nostalgia per la ‘Ferrara funerea’, una città silenziosa e noiosa come è stata Ferrara per decenni. Mi piace l’idea della “movida”, con la possibilità di essere in contatto con amici e stranieri all’aperto; ma talvolta il rumore diventa davvero insopportabile come in un cantiere con le perforatrici ad aria compressa. Soprattutto venerdì o sabato notte, talvolta fino alle 4 di mattina, non è possibile dormire. Non capisco neppure perché molte stradine in questo storico e bellissimo quartiere di Ferrara siano diventate con gli anni sempre più una sorta di bagno pubblico a cielo aperto, per qualsiasi impellente “bisogno umano”.
Anche per questo avverto grande solidarietà per i residenti, che mattina dopo mattina curano il quartiere dove vivono. Grande rispetto anche per le donne e gli uomini della nettezza urbana, che ogni giorno fanno un lavoro, spesso sgradevole, per riportare un po’ di civiltà in un quartiere incantevole durante il giorno e che lo dovrebbe essere anche di notte.
“Tutti devono accettare le norme”, come ha detto la candidata sindaca della lista civica Roberta Fusari durante la campagna elettorale, ma senza un chiara indicazione di sanzione legale per i trasgressori resta un’affermazione un po’ naif .
Negli anni precedenti, di notte, purtroppo, tanti clienti degli ‘streetbar’ non hanno mai accettato le norme e non credo che le accetterebbero oggi solo perché lo chiede una rappresentante dell’opposizione in Consiglio comunale.

Ampliando il concetto, quanto succede a Ferrara è specchio di tanti piccoli diffusi disagi che insieme però rendono conflittuale il clima comunitario. Una nuova Sinistra, in Italia e in Europa, deve trovare una posizione chiara e credibile a partire già da queste situazioni di quotidiani fastidi, e non di tipo “laissez faire”: se la Sinistra non ha il coraggio di prendere posizione sui problemi della sicurezza e delle norme di convivenza, incluse le sanzioni possibili, la Destra (sia la Lega in Italia, sia l’Afd in Germania) avrà di fronte un futuro radioso per anni.
Sulla sicurezza urbana, il rispetto verso gli altri (anche verso gli stranieri) e sull’angoscia diffusa si giocherà infatti la partita politica dei prossimi anni. E, proprio per questo, “laissez faire” non è, e non può più essere, uno slogan adeguato né per una nuova Sinistra, né più in generale, per le forze che si definiscono civili e “non-populiste”.

Per crescere all’Italia servono meno letterine e più spesa pubblica

Calo del Pil e aumento degli interessi sul debito pubblico. Questo in sintesi il motivo per cui il debito non scende e l’Europa manda letterine.
Nel primo caso è presto detto. Per fare un bel matrimonio devi spendere, per rendere felici gli invitati e magari per ricevere bei regali in cambio. Perché ci possa essere crescita bisogna spendere in investimenti, opere pubbliche, assunzioni e magari incentivare aumenti di stipendio.
Ovviamente, quando si lanciano i semi sul terreno poi bisogna aspettare che l’albero cresca ed è inutile nel frattempo piangere sui semi versati. I frutti ci saranno ma bisognerà aspettare. Quindi l’investimento oggi, sotto qualsiasi forma si decida di farlo, produrrà frutti tra qualche anno ma nel frattempo il debito crescerà perché quegli investimenti saranno il risultato di una spesa dello Stato.
Ciò che serve è allentare la borsa, aumentare i deficit per fare investimenti e fare in modo che le persone abbiano più soldi da spendere. Poi si aspettano i risultati che non potranno arrivare prima di due o tre anni almeno.
Impossibile contabilizzare annualmente gli investimenti e stupido pretendere di fare questi conti anno per anno. Quindi quello che non funziona, come sempre in questa Europa, è il metodo e l’ossessione per il debito e la spesa dello Stato conteggiata anno su anno e nelle previsioni per gli anni a seguire. Il problema non è certo il governo di turno, soprattutto se si pretende che l’unica cosa che debba fare e accondiscendere i mercati e controllare se i bilanci siano in linea con le attese dei fantomatici investitori. L’impedimento alla crescita viene dalle regole economiche che si pretende debbano essere in posizione privilegiata rispetto alla politica.
Il secondo caso contempla gli interessi che annualmente si pagano sul debito pubblico. Anche qui si guarda al dito e non a quello che il dito mostra. Il debito cresce perché non migliora il rapporto con il Pil, cioè se è vero quanto abbiamo detto ai precedenti punti, sarà vero anche che il debito è destinato a crescere.
Si potrebbe però abbatterlo in tanti modi. Vendendo i btp attraverso aste competitive piuttosto che aste marginali (vedi precedente articolo qui I continui autogol nella partita degli interessi sul debito), oppure si potrebbe non considerare nel conteggio del debito i btp già riacquistati e in possesso della Banca Centrale. Ancora, si potrebbe incentivare l’acquisto dei btp da parte delle famiglie e aziende italiane seguendo il modello giapponese oppure si potrebbe concordare con gli altri paesi dell’eurozona un efficace e costante intervento a sostegno dei debiti pubblici da parte della Bce, sul modello giapponese, americano, coreano, svedese, ecc…
E si potrebbe soprattutto pensare seriamente alla crescita. Ma bisognerebbe rilanciare gli investimenti. E per rilanciare gli investimenti potrebbe seriamente intervenire una Banca comune europea che lo faccia “senza scopo di lucro” perché agirebbe come una banca pubblica e quindi si dovrebbe preoccupare che gli investimenti vengano effettivamente fatti sui territori, e non certo di riavere indietro gli interessi su quanto prestato.
E poi si potrebbe aumentare la liquidità in giro con l’idea dei mini bot, oppure con i certificati di credito fiscale. Ovvero strumenti che potrebbero essere paragonati ad una moneta parallela. Strumenti che permetterebbero l’aumento degli scambi all’interno della Nazione senza creare debito perché funzionerebbero come una moneta complementare e non si toccherebbe l’euro. Ma anche qui parte la litania dello spaventare i mercati e gli investitori.
Siamo all’isteria. Non è più nemmeno possibile immaginare delle soluzioni che, ancor prima che qualcuno si spaventi realmente, ci pensa Ilsole24ore a mettere in guardia, a frenare qualsiasi possibilità di scostamento dalla linea tracciata dai padri fondatori della gabbia neoliberista.

Il consiglio è sempre lo stesso. Provare a capire chi si sta difendendo quando si rifiuta di prendere in considerazione strade diverse, quando si attacca chi propone qualcosa di nuovo e si impone la strada vecchia. La stessa che sta distruggendo la nostra economia e costringe uno Stato a programmare l’esistenza dei suoi cittadini affinché siano in grado di pagare dai 50 ai 70 miliardi di interessi all’anno, quando non ce ne sarebbe alcun bisogno.
Tutti i modi per aumentare il benessere dei cittadini passano da decisioni politiche e non da regole tratte dal manuale del piccolo economista. Tante soluzioni o strade che sarebbe possibile seguire, o tantomeno discutere, affinché la crescita sia non solo possibile ma anche equa e costante e che si basi su cooperazione e condivisione piuttosto che su mercati finanziari, borse, guerre commerciali, competizione e letterine dei soliti noti.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Diseducazione civica

Da settembre tornerà l’educazione civica nelle nostre scuole, come disciplina autonoma, senza cattedra, perché avrà un coordinatore, ma non un docente titolare, per 33 ore all’anno da sottrarre a qualche altra materia, con tanto di voto in pagella, e quanto questo sia educativamente civico sarebbe da discutere.
Eppure l’educazione civica ha avuto un padre nobile, Aldo Moro, che da ministro dell’istruzione nel 1958 ne introdusse l’insegnamento nelle scuole medie e superiori, per due ore al mese obbligatorie, affidate al docente di storia, senza valutazione.
Poi nel 2004, con le Indicazioni nazionali della riforma Moratti, l’educazione civica è diventata “Educazione alla convivenza civile”, trasversale a tutti i percorsi scolastici e senza voto come “Cittadinanza e costituzione”, versione più aggiornata dell’educazione civica delle Indicazioni nazionali del 2012.
Nel frattempo l’Europa dettava le competenze chiave della cittadinanza europea, tra le quali la competenza in materia di cittadinanza.
È accaduto che l’educazione civile, il civismo, è venuto a mancare in maniera preoccupante, così in questi anni sono state presentate alla Camera ben 16 proposte di legge di tutti i gruppi politici e l’Anci, l’Associazione Comuni d’Italia, con in testa il comune di Firenze, ha raccolto centomila firme per reintrodurre nelle scuole l’insegnamento dell’educazione civica come disciplina autonoma e con il voto.
La cosa di per sé potrebbe sembrare anche meritevole, ma come capita ormai nel nostro paese da diverso tempo a questa parte, le soluzioni sembrano sempre poco riflettute e vecchie in partenza, quasi che i tempi non cambiassero.
Neppure l’insegnamento della religione cattolica ha il voto e i voti, che meriterebbero una attenta riflessione sulla loro utilità formativa, invece si propongono come trovata costrittiva per una educazione alla cittadinanza che a ben altro dovrebbe formare, come assumersi la responsabilità delle proprie azioni, ad esempio, anziché tornare a puzzare di ordine e disciplina assecondando il vento che tira.
Questa del ritorno dell’educazione civica non sembra proprio una conquista e spiace che il paese non abbia un pensiero democratico diffuso capace di formulare proposte più nuove, più intelligenti e più avanzate, forse è proprio per questo che non dobbiamo stupirci se poi a prevalere nell’opinione pubblica sono populismo e sovranismo, proprio perché lo spirito democratico manca da tempo di pensieri alti e lunghi.
La sensazione è che siccome si è perduto il bon ton della convivenza civile si ricorre ai ripari. E così i cafoni, quelli stessi che hanno perso di vista il politically correct, hanno pensato di rimediare somministrando ai loro rampolli un’ora settimanale di apprendimento delle buone maniere civiche, con esercitazioni e valutazioni, travestendo la scuola da tata tedesca. È che, se a casa poi si mangia con le mani nel piatto, serve a poco aver appreso il galateo a scuola.
Non abbiamo bisogno di catechismi laici, ma di una società sana. I tempi non sono quelli del 1958, l’Italia e il mondo non sono più quelli e alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi servono gli strumenti per esercitare il loro diritto ad una cittadinanza attiva, consapevole e responsabile.
Tutto ciò non si forma con l’apprendimento di una materia, ma con una pluralità di conoscenze e di esperienze che non sono riconducibili ad unico contenitore, hanno bisogno di progetti e percorsi, di curricoli per dirla da esperti, hanno necessità di intrecciare e intessere numerosi territori del sapere, che non si risolvono con 33 ore all’anno.
Il nostro sistema formativo ha dimostrato in tutti questi anni di saperlo fare, di saper interagire con il territorio, le sue reti, i suoi protagonisti e le sue istituzioni. Non ha dovuto attendere la legge approvata alla Camera per affrontare gli assi epistemici lì indicati, dalla Costituzione all’Agenda Onu 2030, dalla cittadinanza digitale ai diritti, dall’educazione ambientale all’educazione alla legalità.
Credo che le nostre scuole nell’esercizio della loro autonomia in questi anni abbiano fatto molto di più, trovandosi sempre in prima linea ad affrontare una popolazione scolastica sempre più sola e disorientata.
Ma la politica evidentemente è distratta, avrebbe dovuto prestare più attenzione alle tante iniziative promosse ogni giorno dalle nostre scuole e da lì apprendere. Dall’educazione democratica, alla solidarietà e all’inclusione, fino alla costante presa di coscienza della nostra storia, della storia del mondo, del significato di Europa, del dramma dei conflitti mondiali, della Shoah, fino alla lotta contro il cyberbullismo, per la legalità contro le mafie, cercando di capire come il mondo intorno a noi cambia.
Sarebbe bastato confrontarsi con questa fucina di idee e di iniziative vissute sul campo per essere in grado di proporre qualcosa di nuovo e soprattutto fornire più risorse perché le scuole, le ragazze e i ragazzi con loro possano continuare a crescere.
Il risultato prodotto, invece, è un provvedimento senza soldi a testimonianza di una colpevole e generalizzata superficialità, oltre del perenne gattopardesco civismo italiano. Questo governo si propone di finanziare, a partire dal 2020, il nuovo, si fa per dire, insegnamento, con quattro milioni l’anno, corrispondenti a 85 euro per scuola, 57, se poi si considerano le scuole dell’infanzia. Va da sé che questa è palesemente diseducazione civica.

IN PRIMO PIANO
Andiamo a picco nel mare della burocrazia.
Ecco come salvarsi dall’ossessione del controllo

Alzi la mano chi non ha una pessima opinione della burocrazia ed alzi la mano chi, immaginando la burocrazia, non pensi subito all’Italia. Alzi la mano, infine, chi non associa la burocrazia all’inefficienza, ad un passato superato dall’avvento delle tecnologie digitali e dalla avvenuta conquista di nuove libertà.
Ebbene, nel tempo del web e dell’informazione globale, il tema della burocrazia – le cui radici risalgono fino all’Egitto dei faraoni – è, invece, quanto mai attuale, e come spesso accade per le questioni importanti, dato per scontato; sorte questa, che lo accomuna ad altri concetti simbolo dell’occidente come democrazia, libertà e diritti.
Come noto, il termine burocrazia designa l’insieme di pubblici uffici e pubblici funzionari delegati a gestire e controllare, in modo impersonale ed unitario, i processi amministrativi necessari ad attuare quanto stabilito e regolato dal potere centrale di uno Stato. Per estensione si chiama burocrazia anche l’apparato amministrativo di partiti, sindacati, scuole, aziende. L’impersonalità, il ricorso alla norma scritta, l’onnipresenza della gerarchia, l’automaticità delle procedure, ne sono caratteristiche chiave insieme alla conclamata resistenza al mutamento.

La mentalità del burocrate si è andata conformando in ottemperanza a queste regole e si è tosto caratterizzata per l’adesione incondizionata al principio del rispetto della norma, ripiegandosi spesso sul valore degli atti e della carta a dispetto dei risultati, della chiarezza, dello spirito di servizio e della capacità di tenere relazioni significative con i cittadini. Spinta all’estremo la mentalità burocratica diventa patologica e condiziona pesantemente i fruitori del servizio con la sua incomprensibile implacabilità: il soggetto che ne cade vittima, dal fortino della sua specializzazione tecnica, può agire in contrasto alle leggi, ai valori e ai fini dell’organizzazione di appartenenza, in casi estremi può agire nell’illegalità mantenendo la parvenza della legalità. Ciò che conta non è il retto agire secondo standard morali e valoriali, non sono le azioni realmente svolte né le conseguenze di esse: ciò che conta, alla fine, è semplicemente avere le carte a posto. Questo tipo di mentalità è fortemente spinta da una società che fa della produzione e riproduzione del controllo il suo feticcio e la sua regola; controllare i prodotti, le organizzazioni e i loro processi, controllare i territori, controllare la rete internet, controllare gli ambienti chiusi, controllare i bilanci e i flussi finanziari, controllare le persone e i loro comportamenti sul lavoro. Le motivazioni che caratterizzano questo tipo di mentalità sembrano collocarsi tra due opposte tendenza: da un lato il freddo calcolo connesso al possesso del potere e alla possibilità di servirsene in modo legalmente non sanzionabile e, dall’altro, il senso di impotenza e mancanza di potere, l’insicurezza che porta a trincerarsi dietro le regole e le norme che proteggono dall’onere di assumere una responsabilità diretta e personale.

Questo tipo di mentalità burocratica, che non raramente degenera nel malaffare, non è affatto confinata nei meandri della Pubblica Amministrazione: essa è presente, seppure con forme e gradazioni diverse, in molti settori della vita sociale e contribuisce ampiamente a quel crollo della fiducia e a quella ossessione crescente per il controllo che caratterizza i nostri giorni. La penetrazione di questo tipo di mentalità è davvero sbalorditiva.

La si nota nella clamorosa proliferazione di linee guida, regole, norme, regolamenti, leggi, che hanno reso la Comunità Europea un labirinto disorientante dove si perdono gli stessi burocrati; una mole di atti che nessun singolo individuo è in grado di conoscere e maneggiare in autonomia, spesse volte in contraddizione tra di loro e con le immancabili postille che fin troppo spesso negano la sostanza degli intendimenti iniziali. Una complessità che di fatto depotenzia la buona politica, favorisce il potere delle lobby e rende impossibile qualsiasi forma di verifica al cittadino. La si intuisce nei grandi progetti finanziati dall’Unione Europea, dove buona parte delle risorse deve essere impegnata nella pura gestione e rendicontazione amministrativa, attività per la quale esistono un gran numero di imprese specializzate e di professionisti in grado di parlare la neolingua burocratica inaccessibile ai profani e, appunto, di produrre le carte giuste nel giusto momento, secondo i precisi standard dell’iter burocratico.

Lo si nota nei complicatissimi adempimenti che riguardano le imprese non meno che nella vita quotidiana dei singoli, dove ormai diventa difficile operare senza l’assistenza di qualche professionista capace di aiutare il cittadino a districarsi nella babele di norme ed aggiornamenti che riguardano tasse e tributi, adempimenti e scadenze amministrative varie. La si vede all’opera nelle aziende socialmente irresponsabili ma perfettamente allineate alla lettera piuttosto che allo spirito delle norme e delle leggi, non meno che nell’agire quotidiano di manager e funzionari che compiono coscienziosamente il loro dovere in vista della esclusiva massimizzazione delle loro opportunità di carriera e della reputazione che ne ricavano.

Paradossalmente, una componente di questo spirito la si coglie anche (ed assai più tristemente), nella costante richiesta, da parte di cittadini e gruppi di cittadini organizzati, di regole e di leggi sempre più specifiche e particolari, di controlli e di verifiche che, spesso, sono avanzate proprio da coloro che fanno della condanna dell’inefficienza burocratica la loro bandiera. Si può riconoscere in questa esigenza di regolazione crescente un estensione di quella società dei controlli descritta da Michael Power che, garantendo certezze di tipo giuridico e normativo, blandisce le insicurezze crescenti dei cittadini e diffonde quell’ansia di controllo che è retaggio caratteristico di ogni burocrazia.
Le tecnologie digitali, lungi dal risolvere questi problemi, esaltano ed amplificano, potenziandole, alcune delle assunzioni di un modello burocratico che fa del controllo il suo fondamento. Oggi infatti i dispositivi digitali consentono un monitoraggio minuzioso di ogni tipo di processo, rendendo per molti versi automatico ed impersonale il faticoso compito della vigilanza; il nascente web delle cose (IOT) e solo il primo passo che porterà con ogni probabilità alla creazione di un web delle persone capace di garantire un monitoraggio totale, non solo dei comportamenti ma anche dei parametri vitali (corporei) di ogni individuo connesso. Un compito ovviamente, che può essere svolto solo da macchine calcolatrici che siano in grado di supportare potenti algoritmi di calcolo basati sull’intelligenza artificiale, un processo automatico che, tra l’altro, finirà con l’escludere un intera classe di lavoratori attualmente attivi nel settore altamente articolato dei controlli.

Soprattutto quest’ultimo aspetto inquieta profondamente gli spiriti liberi e quanti intendono fare dell’evoluzione personale, dell’apprendimento costante, della responsabilità, della partecipazione e del rapporto diretto con l’altro, l’orizzonte del loro agire. Preoccupa infatti una simile potenza tecnologica nelle mani di mentalità burocratiche patologiche; preoccupa la deriva verso l’ottemperanza ottusa alla regola rispetto ai suoi risultati e preoccupa, infine, il trasferimento della responsabilità verso meccanismi automatici impersonali anche per questioni banali e quotidiane, nella presunzione che questi, meglio degli umani, sappiano affrontare decisioni complesse e stressanti. E’ oggi improbabile che questo processo possa essere interrotto o reindirizzato stante la contemporanea e massiccia richiesta di ulteriore controllo da parte degli individui, alimentata dalla paura e dal senso di insicurezza crescente.
Si tratta di un doppio movimento con il quale bisogna fare i conti seriamente, pena la creazione di un Panopticon tecnologico che susciterebbe l’entusiasmo di Jeremy Bentham: unica soluzione è forse un salto di consapevolezza civile e personale da parte di un gran numero di cittadini, maggiore educazione, più conoscenza e responsabilità, più confidenza con la tecno-scenza e con i meccanismi psicologici e sociali che rendono carente il nostro modo di pensare; sperando, naturalmente, che lo spirito burocratico patologico non abbia ormai infettato in modo irreversibile l’intera società.

Il “vaffa” dell’economia al cittadino: crisi pilotate, schiavitù monetaria e dulcis in fundo… reimpasto di governo come piace all’Europa

Come ha avuto modo di dire lo stesso Monti, per fare riforme strutturali hai bisogno di una crisi, altrimenti diventa difficile farle accettare. Del resto, quando ti dicono che dovrai andare in pensione a 70 anni con la metà della retribuzione non la prendi proprio bene. Quindi si crea il problema della crisi e poi in piena emergenza si presenta la soluzione che, guarda caso, è sempre sfavorevole al cittadino. Soluzione, ovviamente, da attuare in fretta e senza pensarci troppo, altrimenti questi ultimi potrebbero avere il tempo di ragionarci su e capire che magari ci sono altre strade a loro più favorevoli.

I 5 miliardi necessari al Monte Paschi Siena, per esempio, diventano una delle ragioni alla base dell’affidamento al Ministro Gentiloni di un incarico pieno a Presidente del Consiglio. Il perché si arriva a questo, ovviamente, è relegato agli esperti o ai soliti catastrofisti antisistema e antieuro. Quindi non se ne parla o si rende la strada alla comprensione troppo tortuosa.In realtà basta fare un po’ di considerazioni per mettere le cose al posto giusto e farlo serve anche a capitalizzare il no al referendum. Ovvero di capitalizzare la pretesa di non essere continuamente ignorati e che il popolo non è un’entità astratta da manipolare a piacere da un gruppo di politici che si ritiene insostituibile.

Attualmente il sistema prevede che lo Stato non debba intervenire nei salvataggi delle banche, anzi bisogna affidare il tutto ad azionisti, obbligazionisti ed eventualmente risparmiatori. In un sistema del genere piano piano non sarà possibile neppure più garantire i correntisti fino a 100.000 euro perché saranno troppe le banche a fallire e perché l’Unione Bancaria non prevede la necessaria liquidità. Ma del resto bisogna comprendere che i risparmiatori non sono nei pensieri di chi sta scrivendo le regole (almeno non quanto lo sono i loro risparmi).

Regole che:
– affidano tutto al mercato e non prevedono interventi statali, gli unici che possono stabilizzare il sistema. E’ utile ricordare che per i mercati sono un affare anche i crediti deteriorati e che questi guadagnano sia quando la borsa va giù che quando va su. La speculazione non dorme mai, come invece fanno risparmiatori e onesti cittadini;

– invece di alzare un muro, come ci si aspetterebbe, a difesa del risparmio e contro i mercati finanziari e la speculazione, abbattono le barriere e lo rendono sempre più attaccabile, con l’aggravante delle dichiarazioni di chi ci dovrebbe difendere che descrive tutto questo come interventi a nostro favore;

– deregolamentano il sistema bancario in nome della concorrenza libera e spietata, dove vince il più forte e il più debole perisce, i reali responsabili di crack si salvano e i risparmiatori pagano i danni, la mano invisibile del mercato crea boom e crisi. Dove in piena filosofia neoliberista si legittima un sistema per cui, semplicemente, i cittadini saranno i pagatori di ultima istanza, sostituti di una banca centrale e stabilizzatori di un sistema monetario privatizzato;

– prevedono la scomparsa delle piccole banche territoriali a favore di poche, enormi istituti “too big to fail” che possano decidere a chi fare credito, quando farlo e come condizionare le scelte degli Stati. Ricordiamoci sempre che chi controlla il denaro controlla tutto il resto. Meno persone lo controllano, meno persone sono al comando.

Purtroppo da questo non si uscirà finché troppi continueranno a credere che non vi sono altre soluzioni, che bisogna fare in fretta, senza fermarsi a ragionare e che bisogna invece pretendere come prima cosa la partecipazione e quella democrazia, quel potere decisionale che Padoan e soci non vogliono proprio concederci.
Una banca non fallisce se ha delle regole chiare e sostenibili, se ha delle leggi alle spalle che le vietino di investire i soldi depositati in operazioni rischiose e quando ha alle spalle uno Stato che si sia dotato di leggi in grado di intervenire e punire chi le violi. Non fallisce se in ultima istanza esiste una Banca Centrale, di proprietà dello Stato, che non solo controlla e agisce, ma che ha mandato di intervenire a sostegno della liquidità in caso di imprevisti. Una Banca Centrale che non permetta gli oligopoli, l’accentramento bancario, ma al contrario permetta e sostenga la proliferazione di piccole banche territoriali, gestibili in termini di liquidità e che si faccia carico, quando serve, di acquistare i crediti deteriorati in maniera tale da salvare subito la banca e poter anche guadagnare sull’acquisto di tali crediti.

Questo è l’ordine naturale delle cose. Un ordine naturale che mette al sicuro sia le banche che i risparmiatori. Perché la logica dice che uno Stato non dovrebbe preoccuparsi di dove andare a trovare 5 miliardi se ha una ricchezza privata stimata di 9.000 miliardi di euro, immobili di proprietà dello Stato, artistici e non, demanio inestimabile, ecc. ecc.. Siamo un Paese solvibile e con garanzie di tutto rispetto, che altri Paesi si sognano. Dire che abbiamo un problema in tal senso è strumentale alla volontà di farlo credere per gli interessi di qualcuno.
Chi ha interesse a che le banche diventino mercato aperto e in preda a fallimenti facili? Forse gli stessi che ignorano i voti e le richieste popolari?

Il nostro Parlamento e la maggioranza di cui godrebbe Gentiloni in fondo è lo specchio della realtà, per chi vuole vederla ovviamente. Il Pd si rimescola in quanto principale imputato della disfatta referendaria ma si ripropone come se stesso, come se nulla fosse accaduto, Ncd è inamovibile con i suoi ministri e il suo centro di potere, supera governi e maggioranze e permette al Pd di continuare il suo piano fino a quando non si metteranno in discussione le sue poltrone. Verdini per adesso viene messo da parte perché i suoi numeri non servono, altrimenti pur di rimanere al comando Gentiloni gli avrebbe offerto un ministero di sicuro. Anche a tutto questo siamo indifferenti? Pensiamo non ci sia soluzione e che sia l’unica possibilità?

Un esecutivo dunque nel pieno delle sue funzioni che gioca sull’ineluttabilità dei problemi economici e delle richieste dell’Europa. Per questo anche Padoan diventa inamovibile. L’uomo che ha lavorato per il Fmi e per l’Ocse, che ha avuto responsabilità per la Grecia e il Portogallo (che probabilmente gli sono molto grati per la loro situazione attuale fatta di lavoro precario, salari al ribasso e pensioni ridotte al lumicino).
Ma di sicuro anche qui, per la Grecia, non c’era altra scelta che colpevolizzare i cittadini e renderli partecipi al risanamento dei disastri creati da altri. E questo resta ineluttabile. E’ l’unica via riconosciuta ufficialmente, anche dopo che televisioni e giornali hanno reso pubblico il fatto, per esempio, che le centinaia di miliardi pagati dagli Stati per risanare i problemi greci sono serviti invece a risanare le banche tedesche e francesi.

Questo grafico tratto dal Sole24ore mi sembra abbastanza chiaro

grafico-pisapia

Fino al 2009 i cittadini (Stato) non avevano esposizione nei confronti dei titoli greci ma i problemi erano solo delle banche, dopo gli interventi europei il problema è passato dalle banche ai cittadini (Stati). Il bello è che l’Italia è passata da un’esposizione delle sue banche di poco meno di 7 miliardi ad un’esposizione dei suoi cittadini (Stato) di quasi 41. Di questo dobbiamo ringraziare i governi Monti, Letta, Renzi che hanno operato nel pieno “interesse dell’Italia”.

Ma torniamo ai ministri che non lasciano mai, tantomeno quando dichiarano di farlo, e ai messaggi inascoltati dei cittadini, e vediamo che addirittura è rimasta Boschi come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e che Vittoria Fedeli diventa ministro dell’Istruzione, dopo che aveva dichiarato poche settimane fa che una vittoria del no sarebbe stato un messaggio chiaro di sfiducia. Si sa il ‘Gattopardo’ insegna, cambiare tutto per non cambiare nulla.

Quindi non è un problema che i cittadini abbiano richiesto un cambiamento che non viene concesso. Ma sono un problema i 5 miliardi di euro per MPS. Un problema così grande, insieme ai soldi per la falsa accoglienza dei migranti e per la messa in sicurezza del territorio, che consente di sovvertire per l’ennesima volta la volontà popolare (come per il referendum per l’acqua o per il finanziamento pubblico ai partiti). Al grido degli impegni europei, del “ce lo chiede l’Europa”, tutto è permesso e tutto viene prima.
Quindi anche la possibilità di dover chiedere soldi al Mes (fondo salva-stati) con conseguente e previsto commissariamento.

Anche qui si vede tutta l’assurdità del costrutto: non è stato un problema aderire a questo meccanismo che ci costa la promessa di pagare 125 miliardi di euro, se richiesti, in quanto per adesso ne sono stati versati solo 80 divisi per quote tra gli aderenti (quindi diamo dei soldi che se richiediamo indietro ci costa interessi a usura e sovranità). Ma accettiamo l’idea che ci potrebbero costringere ad altre manovre lacrime e sangue se gliene chiediamo indietro 5 oppure 15! E sarebbe anche il caso di ricordare che abbiamo versato dal 2000 ad oggi circa 75 miliardi in più all’Unione Europea di quello che abbiamo ricevuto indietro.
Insomma, come si diceva, è un problema tutto quello che si vuole lo sia. Diamo soldi a Unione Europea e vari fondi che dovrebbero salvarci in caso di bisogno ma se ne chiediamo indietro ben meno di quelli che abbiamo dato, allora siamo poco seri, poco affidabili e deve venire qualche commissario europeo a sospendere la nostra democrazia (in ogni caso arrivano in ritardo perché ci hanno già pensato i nostri governanti….).
A quale scopo tutto questo? Ancora qualche dubbio? Ovviamente togliere ai cittadini qualsiasi tipo di protezione statale, consegnarli alle bizze dei mercati in pieno stile neoliberista e far sì che tutti i loro patrimoni siano attaccabili. Basti osservare quello che succede nella realtà, quindi banche che falliscono, imprese che vengono assimilate da gruppi stranieri e sovranazionali, totale impunità di chi crea i disastri e responsabilizzazione di cittadini e risparmiatori, leggi sempre più a favore della parte alta della società, privatizzazioni e calo costante delle tutele sociali.

La catena alimentare: pesci grandi e pesci piccoli

Esiste una catena alimentare tra gli esseri umani in cui il più debole è sacrificato sull’altare del benessere personale dell’elemento più forte. Se poi entra in circolo nella catena alimentare anche il tema dell’immigrazione, l’altare in cui si offriranno più sacrifici sarà quello del dio denaro. In una sequenza infinita di dare e avere, c’è chi offre un servizio a chi, per ripagarsi dei soldi spesi, ne offrirà un’altro, lucrandoci, al proprio vicino più svantaggiato. Ne sono pieni i titoli dei giornali: lavoro in nero, falsi certificati, fittizi contratti di lavoro tutti finalizzati ad ottenere l’agognato permesso di soggiorno. Si è aperta a settembre, presso il Tribunale di Ferrara, la prima udienza preliminare che vede imputate un’impiegata della Prefettura, un’avvocatessa ferrarese e tre imprenditrici cinesi accusate di aver gestito un’organizzazione che, dietro pagamento di sette mila euro da parte di connazionali cinesi, presentava domande di permesso di soggiorno prodotte sulla base di falsi contratti di lavoro e di affitto di immobili.
Ci guadagnano professionisti e operatori italiani, ma ci guadagnano anche cittadini stranieri che, a loro volta, trovano il modo di lucrare alle spalle dei propri connazionali. Il lavoro in nero è la prima e più frequente delle piaghe indotte da questo sistema: che sia la badante per il genitore anziano o il muratore che costa una miseria per il proprio cantiere, la casistica vuole che il cittadino italiano si metta in tasca diverse migliaia di euro risparmiate non regolarizzando il lavoro del proprio dipendente. Dipendente che spesso è un cittadino irregolare che non può aspirare a niente di meglio, data la propria situazione ai margini della legalità. Una illegalità che persiste proprio per l’impossibilità ad ottenere un contratto di lavoro regolare che, di fatto, regolarizzerebbe un’intera esistenza.

Come detto, ci guadagna il cittadino italiano ma, spesso, ci guadagna anche il cittadino straniero, in un sistema di truffe incentivato proprio dalla lotteria “permesso di soggiorno”, il titolo che autorizza la presenza dello straniero sul territorio dello Stato Italiano e ne documenta la regolarità. In sostanza si tratta di trovare una persona dotata di partita iva o attività commerciale, che dichiari di assumerti e ti fornisca un alloggio. Da qui nasce il fenomeno dei “referenti nazionali”: stranieri già presenti in Italia che, dietro il pagamento di laute somme di denaro, fanno da intermediari con i propri connazionali per fornire loro i requisiti di lavoro e alloggio richiesti. Da qui nasce la tragedia dei lavoratori cinesi, stipati in piccoli laboratori-dormitori, costretti a vivere per lavorare e ripagare così il proprio “permesso d’oro”. E sempre da qui nascono le liti tra condomini che vedono un via vai, nella propria palazzina, di famiglie nigeriane sempre diverse tra di loro, fatti passare per ospiti ma in concreto subaffittuari del medesimo appartamento. Lo fanno per disperazione? Lo fanno per cattiveria? Lo fanno perché, in un sistema malato che li costringe ai margini della società, non gli resta che rispolverare l’atavica legge della giungla sui più deboli (i nuovi arrivati) dei loro connazionali? Le voci di critiche si susseguono: “sono troppi, ci rubano il lavoro, rubano in casa nostra, portano le malattie”. Le malattie però non fanno paura se “quello lì”, l’immigrato, ti offre quattro mila euro in contanti per portarti all’altare. La situazione è molto più complessa e trasversale del “noi con loro” o “noi contro di loro”. Se i carnefici fossimo solo noi la situazione sarebbe paradossalmente più tranquillizzante, ma se i carnefici sono anche “tra loro”, se a sfruttare i nuovi arrivati sono gli immigrati stessi, quelli di lungo corso, la situazione diventa ben più destabilizzante.

In una disputa in cui in palio è il permesso di soggiorno o l’asilo politico, a seconda delle situazioni, si combatte senza esclusione di colpi. Persone fuggite dalla guerra e dalla povertà, in cerca di un futuro migliore per sé e i propri familiari, diventano pedine, perdenti fin dall’inizio, di un sistema che non riesce ad arginare i suoi fenomeni di criminalità. Lo status di rifugiato viene riconosciuto dalla Commissione territoriale competente, in seguito alla presentazione della domanda di protezione internazionale, nel caso in cui lo straniero possa dimostrare il fondato timore di subire nel proprio paese una persecuzione personale, ai sensi della Convenzione di Ginevra. Sacrosanto diritto. Ma la maglia di protezione, spesso, si dimostra troppo larga se, consigliati da competenti addetti ai lavori, spesso avvocati, si riesce ad incasellare un percorso di vita in uno dei requisiti richiesti per ottenerlo. Molti “omosessuali” tunisini sono entrati in Italia per poi sposarsi successivamente con proprie connazionali.

Le numerose domande sulla giustezza di tutto ciò dovrebbero orientarsi, oltre che sul valore della persona, anche sulla correttezza del sistema. Gli immigrati, identificati in un qualsiasi paese della comunità europea, hanno l’obbligo di rimanere in quel paese fino al chiarimento della propria posizione. Mesi in cui la vita è sospesa, ospiti invisibili in attesa di un giudizio finale. Una condizione di vita che abbruttirebbe qualunque essere umano che si vedesse costretto a dormire in un ostello, a bivaccare in una panchina, passando intere giornate in attesa del nulla. Qualsiasi essere umano, appunto: noi come loro.

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“I manager hanno snaturato le banche che inseguono il budget invece di essere arbitri del gioco”

(Pubblicato il 19 marzo 2015)

“Finanza etica? La si può fare in due modi. Operando con Onlus e associazioni che non hanno scopo di lucro, come fa ad esempio Banca Etica, oppure pronunciando ogni tanto qualche bel no”. Ad affermarlo è Demetrio Pedace, direttore della filiale ferrarese di Cassa padana. E perché non si pronunciano quei no?, domandiamo. “Perché per farlo bisogna essere obiettivi nei giudizi, e invece ad un certo punto nelle banche  sono arrivati i manager e con loro i ‘budget’, e da allora tutto si è snaturato. Da lì in avanti tutti quanti, dal direttore agli impiegati, hanno smesso di ragionare con la loro testa ed hanno piegato tutti i loro comportamenti al raggiungimento del budget ad ogni costo. L’unica logica ammessa è diventata quella commerciale, e nelle valutazioni e nelle conseguenti scelte questo ha pesato eccome. L’obiettivo commerciale raggiunto (calato spesso dall’alto) è diventato l’unico metro per valutare un dipendente e le sue prospettive di carriera. Da una parte la lusinga della gratifica economica se si realizza l’obiettivo, dall’altra la penalizzazione nel caso opposto. Ed è chiaro allora da che parte ci si butterà. Peccato che così facendo, di etico resta ben poco. Si perde l’obiettività di giudizio, la possibilità di valutare i progetti senza condizionamenti, di soppesarli per quel che sono allo scopo di capire quando reggono e quando invece non stanno in piedi; e in quei casi rifiutare il finanziamento. Ora, invece, se mi viene posto l’obiettivo di stipulare cento mutui e sono a novantasette, è chiaro che per fare i tre che mi mancano e intascare ‘il premio’ farò di tutto, fino a ripescare quelli inizialmente scartati perché considerati a rischio”. Per non parlare di come gestirò i risparmi delle persone (e la loro fiducia), mentre sono pressato dai report sui risultati “dell’ultima campagna commerciale in corso…”

Ma se è così perché nessuno pone il problema?
Premesso che stiamo chiacchiarando e quindi inevitabilmente generalizzando, mentre invece ogni caso e ogni banca andrebbero analizzati singolarmente perché ognuno fa storia a sé (una delle cose che mi fa arrabbiare di più è la frase: “tanto le banche sono tutte uguali”…), io ho un mio empirico e molto personale modo per valutare l’approccio di una banca al mercato: guardo da quanto tempo il suo direttore generale è in carica. Mi spiego meglio: se io sono un manager che si è dato “obiettivi sfidanti” e al raggiungimento di tali obiettivi ho strappato nel mio contratto importanti benefit economici, farò di tutto – lo ripeto: di tutto…- per raggiungere l’obiettivo. Spremerò il limone fino all’ultima goccia, e chissenefrega delle conseguenze. Se ne occuperà quello che arriverà dopo di me, perché io nel frattempo sarò altrove, con i miei bonus in tasca, pronto per altri ambiziosi traguardi… Se invece il mio obiettivo è di far durare la banca nel tempo, tenerla al riparo dalle intemperie dei mercati, tutelando al contempo i soci della banca e la clientela affinché entrambi trovino in banca risposte serie e coerenti, ignorando scorciatoie per accelerare (meglio: drogare) i risultati economici di breve periodo preferendo un’ottica di medio lungo periodo, allora non sarò costretto a promettere  nulla di “mirabilante” per farmi pagare e potrò concentrarmi su una sana  e prudente gestione. Piccolo problema: sarò un manager che guadagnerà decisamente meno.

Anche lei fa questo mestiere, come si comporta?
Cerco di essere coerente con la mie convinzioni, per questo mi è già capitato di cambiare più volte istituto. Ho lavorato in passato, purtroppo, sotto pressioni commerciali al limite del sopportabile e me ne sono andato, non perché scappassi dai crolli imminenti, ma al contrario perché non condividevo il modo di agire dei vertici. Qui in Cassa padana ho trovato finalmente un ambiente di lavoro che rispetta la funzione autentica della banca così come io la intendo.

In cosa sta la diversità?
Siamo una banca legata ai territori in cui opera e che con i suoi territori condivide il destino. Usiamo spesso un immagine: se il territorio in cui opera la banca fosse un acquario, noi non saremmo fuori a guardare ma dentro a nuotare, nella stessa acqua con le famiglie e le piccole e medie aziende. Per questo motivo facciamo di tutto perché il territorio sia sostenibile, perché se manca l’acqua nell’acquario, o se non è sana, muoiono tutti i pesci che stanno dentro, noi inclusi.
E’ un modo di intendere l’etica nella finanza, perché poi alla fine – stringi stringi – l’etica è nei comportamenti ripetuti giorno dopo giorno, ed è un concetto che in banca va a braccetto con quello della sostenibilità. Anche noi facciamo i conti e abbiamo un bilancio (non siamo un ente no-profit) ma tutte le scelte vanno nel senso della sostenibilità nel tempo delle relazioni e nel cercare di sviluppare il territorio in cui operiamo. Questo però mi porta a fare un’ulteriore riflessione in tema di etica.

Cioè?
Il tema della finanza etica non va rivolto solo alle banche. La finanza la fanno insieme la banca, l’azienda, le associazioni di categoria, i professionisti (commercialisti e consulenti vari). Tutti questi attori insieme, con i loro comportamenti, fanno (o non fanno) un sistema etico.
Spesso noi banche finiamo accusati sulla stampa perché non aiutiamo le aziende. Ma cosa significa esattamente? che non diamo loro tutti i soldi che ci chiedono ogni volta che ce li chiedono? Vorrei dire: e meno male… Oppure che non c’è dialogo tra banca e azienda? Altro covo di luoghi comuni. Cosa vuol dire dialogo? Chi fa impresa ha in mente i suoi obiettivi e cerca tendenzialmente una banca che gli dia i soldi che gli servono e un consulente che gli dica cosa fare per realizzarli. Ma sia nella fase di definizione degli obiettivi, sia quando occorre affrontare i problemi delle aziende io come banca ben raramente vengo interpellato, salvo che a scelte già prese o a frittata già fatta. Scommetto che lo stesso capita anche con i professionisti, per esempio con i commercialisti. Loro dovrebbero ascoltare i clienti, consigliarli, indirizzarli, orientarli nelle scelte gestionali. Ma se si comportano così risultano dei rompiscatole che fanno perdere tempo, che si mettono di traverso. E siccome di tempo ne dovrebbero perdere davvero tanto per seguire seriamente ogni impresa, col rischio magari di essere liquidati perché si impicciano troppo e anziché trovare le soluzioni muovono obiezioni, ecco allora che spesso finisce che rinunciano al ruolo che competerebbe loro e attaccano il carro dove vuole il padrone, limitandosi a valutare gli aspetti fiscali e contributivi. Non vale ovviamente per tutti, ma la maggior parte ormai si regola così. Insomma: l’imprenditore che dice di non ricevere aiuto, intende dire che non trova abbastanza persone in giro che gli danno sempre ragione? E’ davvero disponibile a sentirsi dire dal suo professionista di fiducia o dalla sua banca di sempre: “la tua idea è sbagliata, siediti qua che ti spiego perché”?

Guardandoci intorno, lei che è uomo di banca come spiega le difficoltà della Carife?
Come uomo di banca non voglio dire nulla semplicemente perché non lavoro per loro e direi quindi delle cavolate. Come cittadino ferrarese però io faccio sinceramente il tifo affinché la banca della città riesca ad uscire dalle sue difficoltà e ritorni ad essere un motore dell’economia ferrarese. Perché se è vero che nel quotidiano io sono e sarò un loro “competitor”, è altrettanto vero che come cittadino ho goduto di quanto sul territorio la Carife ha sempre fatto per la città. L’unica cosa che dico è che la mia sensazione è che nessuno contesti loro le vicende cittadine – penso al crac Coopcostruttori e ad altre crisi di altri grossi gruppi ferraresi – perchè erano imprese del territorio ed era nella logica delle cose sostenerne lo sviluppo. Ovviamente con il senno di poi sono bravi tutti, e quindi si sono sprecate le analisi da cui risulta che si potevano fare scelte diverse, ma di fatto la loro operatività andava a beneficio del territorio, creava ricchezza e difendeva posti di lavoro. Quello che alla gente non va giù sono invece le scelte aziendali fatte “lontano da casa”, le operazioni andate male fatte su altri territori. Ma ripeto: parlo da cittadino, senza nessuna conoscenza dei numeri e delle reali situazioni della banca. Penso solo che alla fine si ritorna sempre al concetto di territorio: la gente pensa che le banche (non solo le banche di credito cooperativo come quella in cui lavoro io che ce l’hanno scritto perfino nello statuto, ma anche le altre, e in primis le Casse di risparmio e le Banche popolari) devono essenzialmente propiziare lo sviluppo delle comunità di cui sono espressione, delle aree di appartenenza. Tornando a Carife, per anni ha alimentato la sua Fondazione che a sua volta riportava la ricchezza prodotta sul territorio, sostenendo la cultura, le associazioni, lo sport e alimentando così un sistema virtuoso. Con la crisi della banca il meccanismo è andato in corto circuito e oggi la città è oggettivamente più povera. Per questo, da cittadino, faccio il “tifo” per loro.

Ma il modello di banca che tutti rimpiangono, quello in cui il direttore si sedeva davanti a te, ti ascoltava e ti guardava negli occhi e sulla base dell’esperienza e della validità del progetto esposto decideva se sostenere l’impegno, è ancora proponibile o destinato ad alimentare la nostalgia del tempo che fu?
Ma guardi che è quello che faccio dalla mattina alla sera! E di sicuro non sono l’unico. E aggiungo anche che è un sistema che paga. Il sistema delle pressioni commerciali e dei budget alla lunga lascia sul campo “morti e feriti”: direttori “bolliti” che vanno riciclati in altri ruoli ma di fatto diventano un peso aziendale, clienti e aziende che chiudono i conti, cause giudiziarie… Il sistema “sano” è quello in cui mentre sto seduto ascolto davvero, non sto lì a pensare mentre l’altro parla: “e adesso a questo qua cosa gli vendo?”

Quindi qual è il suo auspicio?
Ha presente il Monopoli? Se uno vuole vincere a Monopoli, cerca di comprare Parco della Vittoria” e di metterci le case e gli alberghi sopra, oppure compra le “stazioni”. Chi invece a monopoli tiene “la banca” non vince e non perde; è un pezzo delle regole del gioco, non un giocatore come gli altri. Si diverte se il gioco fila liscio e tutti giocano con profitto. Ecco, spero che le banche tornino a fare le banche tenendo presente che, come dicevo prima, siamo tutti pesci nello stesso acquario: le risorse devono essere tutelate e durare nel tempo per tutti. Perché se l’acqua diminuisce o non è limpida nuotiamo peggio tutti, o magari finisce che non nuota più nessuno.

semplificazione

L’OPINIONE
Semplificazione, rimedio per molti nostri mali

18.590 letture al 27 agosto 2016 (Pubblicato il 1 ottobre 2014)

In tempi di confusione, cosa c’è di meglio che mettere un po’ d’ordine?
Intendiamoci, non l’ordine di infausta e terribile memoria, ma quello che potrebbe garantirci un po’ più di serena convivenza e un miglior funzionamento dello Stato. Come? Attraverso regole nuove, duttili, intelligenti. Comprese e condivise.
Questa almeno è la tesi di Cass Sunstein, giurista – insegna Diritto all’Harvard Law School, negli Usa – e “studioso della razionalità e dell’irrazionalità dei nostri comportamenti economici” recita il risvolto di copertina del suo ultimo libro, “Semplice”, edito quest’anno in Italia da Feltrinelli.
Sunstein ha diretto, su incarico di Barack Obama, l’Office of Information and Regulation Affair (Oira) per ripensare radicalmente il modello di governo su cui si reggono gli Usa.
Compito immane, tutt’altro che concluso. Tuttavia, il libro narra l’esperienza di tre anni, dal 2009 al 2012, di Sunstein alla guida di questo ufficio, creato nel 1980, e dei notevoli passi avanti percorsi nel semplificare leggi e regolamenti in molti campi della vita civile: dalla sicurezza nazionale alla stabilità finanziaria, dalla discriminazione sessuale all’assistenza sanitaria, all’energia, all’agricoltura alla sicurezza alimentare e in altri ancora. Insomma, un ufficio potente, senza il cui nulla osta nessuna importante regolamentazione può essere rilasciata dall’amministrazione americana.
L’Oira – che non lavora in solitudine, ma al servizio del presidente e in stretta collaborazione con il suo ufficio esecutivo – ha supervisionato 2 mila regole emanate dalle agenzie federali ed ha introdotto una notevole quantità di norme e regole che, afferma Sunstein, hanno salvato migliaia di vite e prodotto notevoli benefici economici: dal 20 gennaio 2009 al 30 settembre 2011, ben 91, 3 miliardi di dollari Tutto questo perché, prima di emanare i provvedimenti, ci si è posti qualche domanda essenziale: se la gente li capisce, come farli conoscere all’opinione pubblica, quanto costa applicarli, quante persone potranno trarne vantaggio e così via.
Introdurre regole nuove e semplificatrici potrebbe far bene alla realtà italiana? Certamente. Le leggi da noi sono troppe e scritte spesso in modo incomprensibile, le norme attuative sono lunghe, noiose e difficili da applicare; i procedimenti amministrativi sono viziati da ripetitività, sovrapposizioni, lungaggini, complicanze di vario genere, la nostra burocrazia è tra le peggiori del mondo, per non parlare della corruzione e dell’illegalità che si manifestano ovunque.
Se la memoria non mi inganna sono stati pochi i tentativi importanti di semplificazione legislativa. Ricordo ad esempio il dizionario che rendeva più comprensibile il burocratese della pubblica amministrazione, voluto dal ministro Cassese. L’introduzione delle autocertificazioni e della firma digitale, l’informatizzazione di alcuni procedimenti, la stagione delle liberalizzazioni hanno rappresentato alcuni passi in avanti.
Ma una vera e propria rivoluzione non è avvenuta: soprattutto, quel che manca nel nostro Paese è la propensione mentale a rendere più semplici le basi della convivenza e del rapporto tra il cittadino e lo Stato. Aggiungiamo l’ostinato rifiuto di molti a rispettare le regole, ed ecco perché continuiamo a farci del male.

GERMOGLI
Regole comuni.
L’aforisma di oggi…

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

Il monito del vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans nei confronti dei Paesi membri che finora hanno opposto più resistenza nell’accogliere rifugiati e profughi: “Andare rapidamente verso regole europee comuni sulla richiesta d’asilo”.

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Victor Hugo

Non siamo più inglesi né francesi né tedeschi. Siamo europei. Non siamo più europei, siamo uomini. Siamo l’umanità. Non ci resta che abdicare dal più grande degli egoismi: la nostra patria.” (Victor Hugo)

Foto in evidenza: Getty Images

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LA NOTA
Di notte a Ferrara

Nel linguaggio politico si parla di un ‘failed State’ (Stato fallito) quando non c’e più la possibilità di stabilire un regime democratico nel quadro di uno Stato o di una regione con confini chiari. Non ci sono più leggi e regolamenti per gestire i comportamenti della gente che vivono in quel territorio. Talvolta, passando in piena notte a Ferrara, fra piazza Travaglio e piazza Verdi, in via Carlo Mayr o in via delle Volte, ci si sente davvero in un ‘failed district‘, un territorio senza regole, un vero ‘wild east’ di una volta.
Via Carlo Mayr, di giorno una strada pubblica, aperta a tutti, di notte diventa una strada di fatto privata, totalmente bloccata dai clienti delle cosiddette ‘street bar’. Nemmeno io provo grande nostalgia per la città silenziosa e noiosa di qualche tempo fa, la ‘Ferrara funerale’, e mi piace l’idea della ‘movida’, ma talvolta il rumore diventa insopportabile come in un cantiere con le perforatrici ad aria compressa. Grazie a Dio, personalmente sento quel casino notturno solo da lontano perché la nostra camera da letto è collocata verso le Mura. E non capisco neppure perché il viluppo di stradine in questo storico quartiere di Ferrara sia diventato con gli anni sempre più una sorta di bagno pubblico a cielo aperto, per qualsiasi ‘bisogno umano‘. Sento un grande rispetto per i residenti che mattina dopo mattina curano il quartiere dove vivono. Grande rispetto anche per le donne e gli uomini della nettezza urbana, che ogni giorno fanno un lavoro spesso sgradevole per riportare un po’ di civiltà in un quartiere che, di notte, non sembra affatto appartenere all’Europa del XXI secolo ma ad un ‘failed State’, fuori dal tempo e dallo spazio.
Auguro una buona estate a tutti quelli che devono vivere e dormire nel piacevole e storico ambiente ferrarese, compresi gli ospiti stranieri. Sperando che l’ufficio del turismo e le autorità preposte leggano questa nota.

storia-giornalista

PAGINE DI GIORNALISMO
Vita da giornalista (meglio che lavorare)

Etaoin etaoin etaoin: sono nato professionalmente, giornalisticamente, quando questa frase iterativa aveva un significato, oggi è soltanto un oscuro messaggio, cento milioni a chi sa dire che cosa significhi, per facilitare posso aggiungere la parola asfongobeis. Ora tutto chiaro, no? Sovente, negli articoli dei giornali di una volta (poche pagine, quasi niente pubblicità se non quelle di un callifugo che si trovava su tutti i fogli oppure della miracolosa pomata per rassodare i seni stanchi e afflosciati delle donne e farli ergere come a sedici anni), dicevo che spesso gli articoli dei quotidiani finivano misteriosamente con la frase incriminata. Per esempio: “…e con tre coltellate il marito malfidente ha ucciso, accusandola d’infedeltà, la moglie. Etaoin etaoin etaoin asfongobeis”. Pareva un saluto in greco antico. Invece, era semplicemente una riga di piombo, anzi due, che il linotipista faceva scendere sulla colonna ancora bollente, ma non più allo stato fuso, per pareggiarla e con la mano sinistra faceva una strisciata in verticale sui primi tasti delle sei file della consolle e usciva la riga con tre etaoin, poi, con la mano destra, compiva lo stesso gesto ma in orizzontale e sulla colonna rovente cadeva la riga di piombo con asfongobeis, ora sarebbe necessario spiegare che cos’era la linotype, com’era fatta, che funzioni aveva nella stampa a caldo, ma andremmo fuori tema, c’era la linotype e basta, e c’erano i linotipisti, coloro che trasferivano sul piombo i manoscritti (si scriveva molto a mano, soprattutto i collaboratori intellettuali) e i dattiloscritti: erano bravissimi i linotipisti, veloci, precisi. Etaoin etaoin etaoin asfongobeis. Pensieri vaganti in un momento in cui i ricordi vanno a quando molto lavoro umano era ancora manuale, il cellulare non era il telefonino ma semplicemente il furgone per il trasporto dei detenuti, i telefonini non esistevano e per chiamare il giornale da fuori città si chiedeva alla centralinista una “R”, una “rovesciata”, voleva dire avere la precedenza sulle interurbane normali e far pagare la chiamata al giornale. Era tutto più faticoso e più semplice. Adesso che tutto è semplice le cose sono maledettamente complicate.

Forse la vita comincia quando e dove finisce la ragione, era una massima di mia nonna Adele, nata Sgallari, ma potrebbe anche essere di Kierkegaard o, ancora più indietro, di Giordano Bruno in attesa del rogo purificatore che la Chiesa riserva a chi parla o pensa troppo. L’apostema (termine scelto con cura maniacale per la sua bruttezza) personalmente l’avrei affisso all’entrata delle grandi città dei morti, e pure dei piccoli cimiteri, creati, in nome di Dio, per la gloria dei vivi, meglio di quell’orribile motto che i nazisti mettevano sui cancelli dei loro lager, “Arbeit macht frei”, stupido, arrogante, feroce: il lavoro stanca l’uomo, mica lo rende libero, i padroni hanno sempre fatto lavorare i loro servi, ritagliando per se stessi ampi spazi di libera inettitudine, mascherata sotto l’ipocrita formula “il signore sta studiando”, mai visto un signore (o una signora) zappare la terra, al massimo sono stati notati, i signori, mentre curano le camelie, operazione che, come si sa, comporta molta fatica. Camelie oppure orchidee. Se i padroni avessero amato lavorare, certamente a curare le camelie avrebbero mandato i loro operai, ai quali viene raccomandato di non pensare, pensare, infatti, è pericoloso e il padrone ha il dovere di salvaguardare la salute psicofisica dei dipendenti. E avrebbero riservato a se stessi, i padroni, l‘ambita fatica negli altiforni. E’ una delle ragioni principali dell’atteggiamento paternalistico e protettivo degli editori nei confronti dei loro giornalisti, che sono gli zappatori del pensiero, i manovali dell’intellettualità, guai se un giornalista comincia a pensare, il suo capo servizio subito lo guarda con sospetto, il sospetto poi viene comunicato al direttore, da questi all’editore e, alla prima occasione propizia, il cogitante viene allontanato con le buone o con le cattive maniere, messo da parte, confinato nel limbo degli impuri rivoltosi nemici della società: c’era un mio collega per il quale era stato ritagliato un solo compito, trascrivere, mandandoli poi in tipografia, gli annunci del mercatino dell’usato dei lettori, centinaia ogni giorno e lui scriveva, scriveva, di tanto in tanto qualcuno gli passava dietro, gli batteva con la mano su una spalla e gli diceva “beato te, Paolo, che fai il giornalista e viaggi”.

Parlare dei giornalisti e del giornalismo oggi significa tentare di spiegare le ragioni di una società stupida, violenta, ignorante, in cui i giornalisti sono gli strumenti del potere per imporre alla gente il proprio interesse. Il potere è un’enorme, furba, indifferente bestia pelosa. E il popolo moderno non viene educato secondo regole del buon comportamento, siccome voleva un antico codice borghese, anche questo ormai dimenticato – la formula era: come un buon padre di famiglia – ma dai programmi televisivi pensati per le casalinghe meno attrezzate culturalmente e dalle centinaia di settimanali-bagascia nei quali gli argomenti più impegnati riguardano le tette siliconate di ragazze decerebralizzate e i muscoli taroccati di qualche maschio enfiato con gli anabolizzanti, come le galline e i vitelli da macello, la cui carne si sgonfia e si affloscia appena sente il brucior del fuoco. Il buon giornalista è quasi sempre colui il quale vende meglio la propria carne e il proprio cervello e il grande giornalista è un intellettuale che conosce meglio degli altri l’inesauribile gioco del mercato delle idee, non si deve prestar fede a chi presenta figure romantiche di scrittori che hanno saputo opporsi con il proprio petto agli insulti della violenza del potere, gettare la stampella contro il nemico, chi veramente lo ha fatto è stato impallinato, umiliato, avvilito, confinato e insultato: un grande giornalista, Guido Nozzoli, forse il migliore tra gli italiani inviati durante la guerra in Vietnam, venne richiamato in patria, scriveva cose sconce, cioè la verità su quella nefanda avventura del capitalismo non soltanto americano, ecco, Nozzoli diceva di avere un unico censore, il suo barbiere di Rimini, nella cui bottega tornavano di tanto in tanto anche Federico Fellini e Sergio Zavoli, amici antichi, sì che il negozio era diventato luogo di ritrovo, di discussione, di dibattito ed era sempre il parrucchiere a dirigere, a giudicare, a condurre come un Santoro da bottega e, a volte, a ironizzare sui tre suoi amici famosi: quando ero in Vietnam – raccontava Guido – e descrivevo un’operazione bellica e mi accorgevo di aver usato una parola desueta, immaginavo di vedere il mio barbiere uscire dalla sua boutique e urlare il mio nome facendo seguire il grido da una sonora pernacchia. A quel punto Nozzoli cancellava il termine sostituendolo con uno più popolare, “che Dio benedica il mio barbiere”, concludeva. L’eretico anticapitalista Nozzoli fu punito, il suo raggio d’azione non poteva andare oltre le mura della pur grande Milano, “sono un inviato in tram”, diceva sorridendo amaro. Un giorno venne a salutarmi, eravamo in redazione al giornale, torno a Rimini, disse, vado in pensione a fare l’ebanista, mi piace fare l’ebanista, un giorno vieni a vedere come ho sistemato un cassettone antico a casa mia. Il giornalismo del potere lo aveva mandato in pensione anzitempo, ma non credo che abbia poi fatto l’ebanista. Di lui rimane nella mia biblioteca il bellissimo libro “I ras del fascismo”. Rividi qualche anno dopo, seduto a un bar davanti all’Embassy, glorioso baladùr riminese, stravaccato su una poltroncina di vimini, sembrava uscito dal film “I vitelloni” del suo amico Fellini, pantaloncini bianchi corti, maglietta, ciabatte da spiaggia: “cosa fai qui?”, mi chiese, mi hanno tolto i servizi politici, mi hanno tolto le inchieste sul terrorismo, risposi, ora seguo le vacanze degli italiani, i nostri sguardi s’incontrarono. Comprese. Non c’era bisogno di altri commenti.

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SETTIMO GIORNO
Tasse e baci, ‘In qualche modo’, La ricerca e le biciclette

LE TASSE E I BACI – Sono andato dalla mia commercialista a pagare le tasse novembrine e ho avuto conferma di ciò che temevo, sono aumentate, le tasse, ormai si viaggia verso il cinquanta per cento del reddito, un balzello che per alcuni cittadini forse sarà sopportabile, ma per un pensionato proprietario di casa (unica eredità), come sono io, no, proprio no. L’arrivo del signor Renzi mi ha definitivamente messo in ginocchio. Ma finalmente, da quel pirla che sono, ho capito la tattica del toscano, ci ho messo del tempo, ma ora… ora so che quando il boy-scout dice faccio così, di lì a poco farà colà: ricordate quand’è arrivato? Abbassare le tasse per rimettere in moto il mercato fermo. Diceva. Sono di sinistra, diceva, sono con i lavoratori, diceva e via l’articolo 18; mai con Berlusconi, diceva, e vai con il patto del Nazareno (che se fossi il Nazareno m’incavolerei di brutto); giù le tasse, diceva, poi con le tre tavolette ecco le tasse aumentate. Ma c’è un boccone indigesto che proprio mi è rimasto sul gozzo, del quale è necessario incolpare tutta la, si fa per dire, sinistra di governo e d’opposizione. Ricordate quando si tuonava che era, è, necessario recuperare le tasse non pagate dagli evasori? Sono decine e decine di miliardi di euro. Bene: ora l’argomento è chiuso. Evadete, cittadini, evadete, il presidente che non avete eletto vi benedice, ma ieri, parlando alla Guardia di finanza ha detto che bisogna agire contro gli evasori, forse pensava ai piccoli, alla minutaglia, i grandi imprenditori, quelli che gli hanno spianato la strada davanti, non si toccano, quelli si baciano come il nostro Matteo fa con la Marcegaglia e con Squinzi, due baci all’una, e va bene, due baci all’altro (le immagini sono di tre giorni fa), questo va meno bene. Un po’ di contegno in pubblico per favore.

IN QUALCHE MODO – Le orecchie ronzano, la televisione le imbecerisce, un profluvio, una smitragliata di “in qualche modo” offende il mio vecchio udito, non c’è persona ignorante o colta che riesca a sfuggire all’intercalare, anche quando non c’entra con il discorso. Per favore, popolo mio, cambia “in qualche modo” espressione e non è sufficiente mutare in “qualche maniera”.

LA RICERCA – Il bombardamento mediatico non risparmia i grandi argomenti, anzi li esalta. Da tutte le parti – televisione-radio-al telefono-per strada – una voce ti esorta a donare soldi per la ricerca scientifica contro le malattie, tutte le malattie, perfino (direbbe Jerome K. Jerome) per la cura del ginocchio della lavandaia. Va bene, ma nessuno ricorda che le più grandi multinazionali mondiali sono quelle farmaceutiche, le quali hanno utili che la mia debolezza in aritmetica non saprebbe mai scrivere: e, allora, mi domando, perché dobbiamo regalargli, alle multinazionali dico, i nostri soldi per trovare nuove medicine che pagheremo noi e faranno ingrassare ancora più gli utili delle varie industrie farmaceutiche? Prego una risposta.

LE BICICLETTE – Amo la bicicletta, come oggetto e come mezzo di deambulazione urbana. Ne ho tre, compresa quella da corsa. Ma confesso che mi fa paura quando la biga viene inforcata da signore che non arrivano a terra coi piedi, da ragazzi i quali la usano per fare gimcane velocissime nelle vie pedonali, da vecchi, che forse i giovani familiari mandano in giro nella speranza di un incidente (che sia la volta buona?). Nessuno di questi personaggi, o quasi nessuno, conosce una sola regola del codice stradale: destra, sinistra, contromano, senso vietato, semaforo rosso. Qualsiasi birichinata è inclusa nella silente licenza consegnata al ciclista. A volte la licenza è fatale. E così sia.

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L’ANALISI
Giornalismo web, regole
della buona informazione in rete

Negli ultimi anni, il numero dei giornalisti della carta stampata tradizionale (parliamo, in particolare, dei quotidiani) è diminuito sensibilmente, ad esempio, negli Stati Uniti è passato da 54mila nel 2006 a 38mila nel 2012, ovvero una riduzione del 30%. Lo stesso è avvenuto per i periodici, con una diminuzione, negli ultimi 10 anni, di circa il 26% (fonte: American society of newspaper editors, Pew research center). Al contrario, la stampa sul web ha conosciuto un forte incremento, con l’aumento anche dei posti di lavoro, soprattutto nelle piccole strutture con vocazione “locale”, ossia in realtà che non coprono ogni tipo d’informazione ma che si concentrano sulla volontà di colmare le lacune della stampa locale e, talora, del giornalismo d’investigazione. I nuovi media sul web non esitano ad assumere giovani, scommettendo sulla loro conoscenza delle nuove tecnologie e la loro apertura e naturale predisposizione alle innovazioni. Gli “anziani”, ovviamente, continuano ad apportare la loro fondamentale esperienza e devono correttamente integrarsi con i primi, in un proficuo scambio reciproco. La formazione dei giornalisti tradizionali non sembra più adatta e adattata a ciò che il pubblico ricerca su internet, e per questo bisogna investire, bene e molto. Per troppo tempo, poi, i media hanno considerato Internet come secondario rispetto al cartaceo e hanno, pertanto, trascurato questo nuovo (e affascinante) mondo (ancora oggi certe redazioni hanno team separati per il web e il cartaceo). Questo non ha certamente aiutato a prepararsi a una rete che oggi conduce i giochi e occupa la scena in maniera preponderante. Ma anche a essa bisogna prestare la dovuta attenzione e prendere con cautela quello che, ormai, strumenti come Google ci preconfezionano, in termini di notizie e non solo.
Quando si usa e si lavora con un motore di ricerca, bisogna sapere che spesso articoli e notizie non sono state oggetto di adeguata analisi e controllo da parte dell’autore (tanto per contenuto che per fonti) e che, spesso, il redattore che prepara un testo “adatto” alla rete si basa principalmente sul numero di richieste e ricerche fatte, da parte degli utilizzatori di Google, per una determinata serie di parole chiave, e, sulla base di ciò, pubblicherà per avere visibilità sulla rete e migliorare la sua “referenzialità”. Fino quando Google avvantaggerà la quantità di pubblicazioni rispetto alla loro qualità, il giornalismo web sarà questione di robot e l’informazione di scarso livello. Carefully, dunque. Tutti noi che scriviamo.

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Smart phone e tablet sono i supporti più utilizzati per leggere i giornali

Allora, quale potrà essere l’avvenire del giornalismo sul web e quali le regole per assicurarne qualità e pari dignità con quello cartaceo? A nostro avviso, il futuro di questo tipo di scrittura può essere davvero roseo, a condizione che le redazioni tengano conto di alcuni principi basilari. Eccone alcuni, ma la riflessione resta, ovviamente, aperta.

LA TECNOLOGIA. Il mondo del giornalismo web può cogliere una grande opportunità dalla tecnologia, soprattutto in termini d’interattività dei contenuti che rendano i testi più dinamici e vivaci. La creatività avrà un ruolo fondamentale in questo, perché non si tratterà più solo d’informare ma di trattare l’informazione con originalità.

L’ORIGINALITA’, dunque. Questa va ricercata nei contenuti, nelle forme e nelle immagini. Una buona comunicazione innovativa tramite belle immagini e video potrà stimolare l‘attenzione dei lettori che solitamente consultano rapidamente le notizie. La fotografia di qualità potrà aiutare molto e accompagnare i testi. Un team ampio, composito e variegato può essere poi un fattore importante di successo di una testata. Ma allora, non ci orientiamo forse verso un’informazione di nicchia? Non vale la pena riflettere sempre di più all’idea di “glocal”, ossia nel voler creare informazioni e servizi per un mercato globale-internazionale ma modificate e adattate alla nostra cultura e ai bisogno locali?

LE FONTI. Il web ha dimostrato recentemente che spesso l’assenza di controllo delle fonti può comportare conseguenze importanti. I siti “hoax” (bufala o satirici) oltre che la manipolazione dell’informazione a fini propagandistici (si vedano il caso Isis-infibulazione obbligatoria per le donne che si è dimostrata una “bufala” della rete partita da un non ben identificato tweet) possono essere molto pericolosi se non gestiti con attenzione. Il giornalista che opera sulla rete deve, pertanto, prestare particolare cura alla verifica delle fonti e non basarsi unicamente sulle agenzie stampa o le notizie sul web. D’altra parte, non deve perdere la sua buona abitudine a partecipare agli avvenimenti direttamente e in prima persona.

LA FORMAZIONE. Come già accennato, la sfida attuale del giornalista è anche quella dal formazione alla scrittura sul web. Bisogna essere capaci di redazione efficace anche per la “referenzialita” ma senza perdere il proprio stile. Pur con regole che sostanzialmente non cambiano, va oggi assicurato il tandem fondamentale qualità tecnica e qualità redazionale.

IL CONSUMATORE. Bisogna concentrarsi sempre più su di esso e comprendere le esigenze del lettore e fornire un giornale adeguatamente pensato (il caso, ad esempio, dei giornali gratuiti per i passeggeri dei mezzi pubblici).

IL MODELLO ECONOMICO. Se i media online creano posti di lavoro, il modello economico adeguato per supportare le redazioni web è ancora difficile da identificare. Il contenuto editoriale, il community management e i costi di gestione del sito richiedono investimenti importanti. Bisogna spostarsi gradualmente verso fonti diverse dalla pubblicità, dalla quale i media dipendono ancora per circa il 70% e diversificare le entrate. Alcuni hanno trovato la soluzione nel crowdfunding, che spesso permette di finanziare reportage, articoli e lo sviluppo di certe piattaforme. Ma da sola questa fonte non basta. Alcune testate hanno provato la formula degli abbonamenti a pagamento, ma solo i giornali a grande diffusione e noti possono permettersi questa scelta. L’ultima strategia è pubblicare inserti pubblicitari in forma di articoli, ossia individuare attività di grande interesse per la collettività e produrre servizi che fungano anche da promozione per l’azienda, ente, associazione, ecc., naturalmente evitando il rischio di confondere il confine che separa la pubblicità dal giornalismo. Andrebbe riflettuto sulla nozione di servizio, forse, e diversificare le entrate con nuove idee.

IL BUON USO DEI SOCIAL NETWORK. I social network vanno utilizzati in maniera intelligente per evitare la saturazione del lettore e quella che qualcuno definisce “infobesità”. La distribuzione dell’informazione va, dunque, dosata in termini di qualità e quantità. Non va dimenticato che il cittadino-lettore oggi fa parte, ormai, di quello che viene chiamato il “giornalismo cittadino” o “sociale”, contribuendo lui stesso a fare la notizia e a influenzarla. Il sistema di commenti e suggerimenti dei social (da Facebook a Twitter) si è, poi, dimostrato uno strumento molto utile per fidelizzare gli internauti. Si può anche ragionare sulla creazione di un social network proprio alla testata che non sia, tuttavia, una semplice raccolta di commenti ricevuti.

I TABLET. Il numero dei tablet è in forte aumento: nel 2017, ne saranno in circolazione circa 383 milioni. Le edizioni vanno adattate a questo formato e la fidelizzazione del lettore tablet va studiata e migliorate. Siamo sempre più abituati ormai a leggere notizie, libri e testi vari suo nostri ipad o samsung, fra un aereo e l’altro, un treno e l’altro, al bar in pausa davanti a un cappuccino, su una panchina al parco. Dobbiamo avere fantasia, inventare, pensare.

Bisogna sempre mantenere alte le parole chiave del giornalista, informare, interpretare e divertire (aggiungerei incuriosire), ma cambiando il modo di lavorare. Altre idee?

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L’italica allergia
per le regole

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

OGGI – IMMAGINARIO CONTRASTI

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Paradossi (foto di Aldo Gessi)

All’italiana: i divieti non si rispettano, si abbattono

[clicca l’immagine per ingrandirla]

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Attenzione al volontariato! Solo il 30% delle entrate arriva a destinazione

Serviva da tempo una dettagliata ricerca sull’associazionismo e il volontariato, parte importante del terzo settore, meglio del welfare. Perché donare è un servizio bellissimo che si fa alla società ma purtroppo non sempre e non tutti agiscono con onestà e trasparenza. Sarebbe uno sgarbo a chi opera nel bene, non fare chiarezza e distinzioni in questo senso.
Ci sono migliaia di associazioni con tantissimi volontari (a volte solo sulla carta), alcune sono un po’ ripetitive, altre si fanno concorrenza, altre ancora non sono molto trasparenti, ma anche, e soprattutto, tante lodevoli esperienze a cui va la nostra riconoscenza più profonda.
Occorre, però, un focus intenso per capirne di più. Facciamo una carrellata, dopo aver navigato su alcuni siti “ad hoc” di alcune città italiane, da Trento a Rovigo, da Ferrara a Pesaro, da Cremona a Cuneo, a Lucca, per riscontrare linee comportamentali che confondono, bilanci complicati, scarsi dettagli, servizi raffazzonati, ognuno fa per sé, spesso emerge incoerenze ma certamente si riscontra tanta voglia di fare e andare incontro a chi ha bisogno.
I finanziamenti del 5 per mille nella dichiarazione dei redditi, le lotterie e la pesca di beneficenza, anche un balletto, una commedia, un revival musicale in teatri comunali, una manifestazione sportiva, banchetti e gazebo con variegate piante di fiori e comunque piccoli eventi locali disseminati nelle diecimila piazze italiane, sono realtà che nascondono, anche se in piccola percentuale, finalità non sempre ben chiare e, soprattutto, incassi non ben evidenti, forse non registrati e scarsamente pubblicati.
Forse la letteratura sul tema sottolinea proprio quella parte di costi impropri, sottratti alla beneficenza e alle finalità filantropiche di autentico e sentito volontariato sociale, come dimostra anche Il Sole 24 ore che ha calcolato che solo il 30% delle entrate arriva a destinazione, stante l’eccessiva cifra dei costi di struttura e di funzionamento, e non solo.
Il 13 marzo scorso è stato presentato a Roma il Rapporto su “Sussidiarietà e qualità nei servizi sociali”, ed ecco alcuni spunti.
Dal rapporto emerge che “non ha più senso opporre gestione pubblica e gestione privata nei settori del welfare e che, tenendo conto di efficacia, efficienza e qualità dei servizi, la prospettiva migliore è quella di una loro complementarietà. In tempo di spending review, confermando il valore imprescindibile di un welfare di qualità per tutti, indipendentemente dalla condizione sociale, è fondamentale dotarsi di strumenti di valutazione che permettano di avere indicazioni chiare su qualità ed efficienza dei servizi e quindi di allocare le risorse di conseguenza”.
Il rapporto continua spiegando obiettivo, struttura e specificità dei servizi: “Il rapporto di sussidiarietà e qualità nei servizi sociali intende offrire uno strumento utile ai decisori e ai gestori delle organizzazioni che vogliano valutare e migliorare l’efficienza e l’efficacia dei servizi. Propone per questo un’impostazione metodologica per la raccolta e l’analisi dei dati che può essere utilizzata per realizzare un benchmarking tra erogatori dei servizi (pubblici o privati che siano), utile strumento per migliorare il loro operato e avere maggiore trasparenza sui costi sostenuti e sui risultati ottenuti”.
Il rapporto consiste di due parti: la prima contiene un’analisi dei costi di produzione di alcuni servizi di welfare (housing universitario, asili nido, cura degli anziani, riabilitazione, housing sociale), con un confronto tra organizzazioni pubbliche e organizzazioni private non profit e un’analisi della soddisfazione degli utenti; la seconda parte presenta i risultati degli studi di caso su alcune realtà del privato sociale con l’obiettivo di approfondire caratteristiche e modi di intervento di questo tipo di realtà il cui ruolo è così rilevante nei settori esaminati.
Questo rapporto offre veramente un contributo innovativo che consiste nella proposta di un metodo di raccolta e analisi dei dati di costo e di prestazione delle attività, e di alcune dimensioni di efficacia (in particolare legate alla soddisfazione dell’utente), in modo che siano paragonabili per diverse organizzazioni, pubbliche o private. E’ importante ricordare a questo riguardo che, a differenza di quanto accade in altri settori di interesse pubblico, per i servizi sociali oggi non esistono in Italia pratiche consolidate di rilevazione dei costi, di analisi di efficienza “micro” (ovvero a livello delle singole organizzazioni) e metodologie condivise per la loro valutazione.

Abbiamo voluto richiamare alcuni passi del citato rapporto, senza entrare nei dettagli ma cogliendo la rilevanza della sua portata, anche a seguito delle voci provenienti dal 17° piano della Regione in via Aldo Moro a Bologna, riguardante la volontà degli enti locali di mettere in atto un forte rientro dalla gestione diretta di ampie parti del welfare sociale, dando, quindi, spazio al privato sociale, all’associazionismo, onlus comprese.
Prendiamo atto della scelta, ma attenti a come costruire le regole dei comportamenti, degli articolati delle convenzioni, delle modalità degli appalti e di altri strumenti di affidamento e accreditamento. Ci piacerebbe che nascesse una authority, non burocratica, ma snella e operativa che funga da controller ed auditing di tutte le articolazioni del terzo settore.
Si chiude la riflessione che non vuol essere uno sgarbo, anzi un riconoscimento al servizio e al merito.

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Fare un blog di successo, le mie semplici regole

Ai corsi che tengo e vari amici mi chiedono costantemente consigli su come fare un blog, ho ritenuto di scrivere queste quindici regole (più una) su quello che faccio io e che consiglio di fare a quelli che vogliono entrare in questo mondo.

Creare un blog non è difficile: ogni giorno ne nascono centinaia. Quello che risulta misterioso per molti blogger è come far risaltare il proprio blog in un contesto così concorrenziale. Ci sono molti tipi di blog, con caratteristiche a volte diametralmente opposte tra loro, ma esistono tecniche di acquisizione di visibilità che sono applicabili a quasi tutti i blog, indipendentemente dalla loro struttura.
A chi volesse provare a costruire un blog, senza ricorrere a nessuna consulenza professionale, propongo alcuni suggerimenti pratici utili sia a livello di marketing che di ottimizzazione:
Qualora si decida di utilizzare il dominio aziendale o un dominio già esistente, che contenga pagine già pubblicate, è meglio distinguerlo sia dal nome di dominio sia dalla directory già esistenti installando il blog:
a) in un sotto dominio, ad es. http://blog.nomedelsito.com
b) in una directory diversa, ad es. http://www.nomedelsito.com/blog/
Un ottimo software da utilizzare per la costruzione di un blog, che è anche il mio preferito, è WordPress. Alternative comunque valide sono Moveable Type e Joomla.
E’ importante personalizzare l’estetica del blog per rendervi riconoscibili (la scelta di template pre-costruiti è molto varia), ma per ottenere un risultato di qualità, è indispensabile la competenza di un grafico.
Di fondamentale importanza è stabilire le parole chiave con le quali si vuole che il blog venga individuato.

Ottimizzazione del blog

  • Devono essere inclusi i pulsanti per i social network, l’abbonamento Rss Feed, i social bookmarks per le pagine, il codice Html deve essere ottimizzato per il Seo (tag, title, Url del sito etc.). E’ bene sottolineare che molti dei template free o commerciali sono già ottimizzati in tal senso.
  • Bisogna stabilire o meglio individuare come parole chiave, termini o categorie coerenti con le aspettative di ricerca.
  • Bisogna abilitare il trackback automatico e la funzionalità ping (su WordPress è quasi di default)
  • Bisogna configurare un account Google per l’inclusione della sitemap e validarla (utilizzando Web Master Tools)
  • Identificare blog autorevoli, siti web, e hub per i collegamenti delle risorse in uscita e Blogroll (sembrerebbe che anche i link in uscita abbiano una motivazione importante nell’algoritmo di Google)
  • Correlare i post che andrete a pubblicare con vecchi articoli che trattano della stessa tematica
  • Attivare le statistiche per il monitoraggio del blog; Google analytics in questo è ottimo e affidabile.
  • Inviare le Url del Feed Rss ai maggiori aggregatori, meglio se attinenti all’argomento qualora ne esistessero.
  • Impegnarsi in una campagna permanente di link building, facendo molta attenzione a non creare scambi reciproci di link con altri siti o blog.
  • Cercare di diffondere un comunicato stampa che annunci il blog; può essere utile anche un comunicato stampa a pagamento a condizione che i siti che lo pubblicano si impegnino a mantenere i link (follow) al blog e abbiano buon Page rank e visibilità.
  • Scrivere regolarmente sul blog è di fondamentale importanza per qualsiasi blog. Quella che può variare è la frequenza con cui si scrive: sarà necessario scrivere 2-3 volte al giorno su un blog di notizie “generaliste”; basterà farlo 3-5 volte alla settimana se si tratta di un blog autorevole e su un argomento specifico, ma ogni messaggio deve avere caratteristiche di unicità ed un alto valore informativo. Non c’è il bisogno di scrivere cose lunghissime, una buona maggioranza degli utenti si ferma al titolo.
  • Monitorare i link in entrata, il traffico, i commenti e le citazioni del blog attraverso Google alerts.
  • Rispondere sempre ai commenti che si ricevono nel blog e ringraziare ogni volta che il blog viene “citato” in un altro blog.
  • Quando si citano notizie contenute in altri blog o quotidiani la fonte va sempre dichiarata con un link.
  • Le parole chiave devono essere usate nel titolo del post del blog e nel corpo dell’articolo; il collegamento a post precedenti deve essere fatto utilizzando i link di ancoraggio.
  • Utilizzare servizi di networking per connettersi e conoscere altri blogger, partecipare ad eventi, workshop, bar camp, etc.; se a questi ultimi piacciono i tuoi contenuti chiedere un link di rimando al tuo blog.
  • Intervistare altri blogger autorevoli del settore di appartenenza è un ottimo metodo per promuovere voi e il vostro sito: la credibilità aumenterà per associazione.

[© skande.com]

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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