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LA RIFLESSIONE
Il teatro della storia: radici dello Stato e del diritto fra universalità e relativismo

La Storia è la più grande Maestra. Ciò che l’uomo concettualizza con l’idea di giustizia e di diritto è il risultato logico di un processo storico estremamente complesso e travagliato. Ma il travaglio permane. Ed è proprio la forza del negativo e del conflittuale ad essere propulsiva del lento mutamento dell’uomo e della sua ragione, in una società costantemente in antitesi con se stessa. Sembrerà banale il concetto che “per capire il presente è necessario conoscere il passato”, ma è un principio più volte sottovalutato all’interno del dibattito intellettuale e politico, di tutte le epoche e di tutti i luoghi. È innanzitutto fondamentale capire cosa è stato, cosa è attualmente e cosa sarà l’uomo, l’individuo come unità del complesso sociale. Già Aristotele nella sua “Politica” sosteneva che “è proprio dell’uomo rispetto agli altri animali avere la percezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e degli altri valori”. Si tratta di una concezione incompleta della vera natura dell’uomo perché non tiene adeguatamente conto della sfera soggettiva e relativa della percezione di ogni singolo individuo. Il rapporto fra ogni uomo, ogni autocoscienza e ogni “famiglia” è inevitabilmente conflittuale. La società appare permeata dagli incontri e scontri degli interessi particolari. L’uomo diviene lupo per gli altri uomini (homo homini lupus, secondo l’espressione latina ripresa dal britannico Hobbes). Appare quindi evidente la necessità di un sistema “sovraindividuale” che sia mediatore degli interessi particolari. Nasce l’idea di Stato, ma anche questa è stata interpretata attraverso una moltitudine di chiavi di lettura: l’illuminista J.J. Rousseau fa nascere lo Stato su base contrattualistica, sottolineando l’importanza dell’azione della sovranità popolare; i giusnaturalisti sostengono l’esistenza di leggi naturali universali, preesistenti all’uomo; Hegel si oppone a entrambe le visioni, mostrando convinta diffidenza verso la sovranità popolare e descrivendo un vero e proprio stato etico ove il potere sovrano assume una fondamentale importanza. Ma è di generale condivisione l’idea costante della funzione dello Stato, sintetizzata nello scritto degli intellettuali italiani Bobbio e Viroli: “In uno Stato di diritto una delle grandi funzioni delle leggi è quella di stabilire come deve essere usato il monopolio della forza legittima che lo Stato detiene”.
La forza che prima era propria del singolo individuo viene trasferita allo Stato. Per descrivere il meccanismo secondo l’interpretazione rousseauiana (e propria anche dell’italiano Cesare Beccaria), l’uomo aliena consapevolmente da se stesso una parte della propria libertà al fine di sottostare alle tutele di una convivenza civile e sociale. A questo proposito Beccaria aggiunge: “Per giustizia non intendo altro che il vincolo necessario per tenere uniti gli interessi particolari”. Beccaria evidenzia, inoltre, che le pene contro i reati che oltrepassino questo vincolo sono ingiuste per natura, perché vanno a rompere il contratto che l’uomo e lo Stato hanno sottoscritto. Idealmente la giustizia si erge suprema sopra il tumulto delle passioni e degli interessi particolari e l’uomo, anche secondo la filosofia di scuola genuinamente hegeliana, dovrebbe fare propri il diritto e la giustizia. “Questo ci impone una partecipazione attiva e indefessa all’eterno dramma, che ha per teatro la storia”, scrive Del Vecchio nel 1959. La storia, come prima sostenuto, si presenta quindi come dramma, in cui sono protagonisti i conflitti e gli interessi particolari. Gli uomini che costituiscono la società civile e che legittimano lo Stato non condividono principi comuni e universali da cui dedurre in modo sistematico i diritti naturali idealmente condivisi dal “senso comune” della società.
La Storia ci insegna che questo “senso comune” non esiste è non è mai esistito, facendo cadere le vicende e i progressi dell’uomo nel vortice eterno del relativismo. Con estrema lucidità Hoffe sostiene in “Giustizia politica” che “le opinioni su ciò che è giusto o ingiusto divergono ampiamente”. Questo diviene esplicito se si considera il panorama esemplare delle correnti politiche economiche che il Teatro della Storia ha visto nascere e contrapporsi; il liberalismo economico afferma: “a ognuno secondo le sue prestazioni”; lo stato di diritto sostiene: “a ognuno secondo i suoi diritti legali”; le aristocrazie chiariscono: “a ognuno secondo i suoi meriti”; e il socialismo sancisce: “a ognuno secondo i suoi bisogni”. Ognuno ha la sua giustizia e ognuno ha la sua verità. È ingenuo e inutilmente idealistico sostenere che “leggi e istituzione devono essere riformate o abolite se sono ingiuste”. Chi può giudicare il giusto fondamento e la ragionevolezza di una legge o di un sistema di governo? Può esistere un giudice sommo e superiore?
E’ esemplare la vicenda e la conseguente riflessione riportata nel celebre testo “La Banalità del Male” dell’intellettuale tedesca di origine ebraica Hannah Arendt: seguendo le tappe del processo in Israele di Adolf Eichmann, funzionario del regime hitleriano, risulta evidente e palese come ‘l’Architetto dell’Olocausto’ abbia in realtà applicato coerentemente la legge dello Stato della Germania nazista. Eichmann sostiene di aver obbedito agli ordini ricevuti al fine di preservare la propria incolumità e quella dei suoi cari, facendo conseguentemente riconoscere alla Arendt la natura banale, esterna e sociale del “male”. E’ futile e ingenuo parlare a posteriori di “male assoluto” poiché il male assume una veste di banalità disarmante e che si cristallizza in figure non “mostruose” bensì normali, come quella di Adolf Eichmann. Questo principio non deve altresì essere frainteso: viene rifiutato il giudizio aprioristico e relativo e la figura dell’uomo come giudice sommo (e vano) della Storia in favore di un’analisi razionale e causale del processo storico, giustificando gnoseologicamente e non eticamente il fatto. Il concetto di giustizia appare altresì relativo, inevitabilmente basato sulla percezione soggettiva e sul retroterra culturale del singolo individuo e del contesto sociale. Da questa riflessione scaturisce la decisa convinzione dell’impossibilità dell’espressione di un giudizio aprioristico su ogni singola epoca storica, la quale è sempre da contestualizzare all’interno delle sue coordinate spazio-temporali, da cui derivano di conseguenza lo Stato, il diritto e le leggi.
Così come l’universo si espande per l’impulso originario conferitogli dal Big Bang, la Storia procede nel suo divenire eterno, processuale e ciclico allo stesso tempo, dettato dai singoli avvenimenti, facendo sì che quello che succede è ciò che inevitabilmente doveva succedere, ciò che logicamente e secondo rapporti di causa-effetto doveva accadere, e ciò che è, quello che inevitabilmente doveva essere.

Fonti

  1. Aristotele, Politica, cap. I.
  2. Bobbio e Viroli, Dialogo intorno alla Repubblica, Roma-Bari, 2001.
  3. C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, cap, II, 1764.
  4. G. Del Vecchio, La Giustizia, Roma, 1959.
  5. O. Hoffe, Giustizia politica, Bologna, 1995.
  6. J. Rawls, Una teoria della giustizia, Milano, 1982
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