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ERNESTO BALDUCCI: UNA TESTIMONIANZA
“Guardare con speranza ai segni del tempo”

 A 100 anni dalla nascita e 30 dalla morte
Ernesto Balducci (Santa Fiora, 6 agosto 1922 – Cesena, 25 aprile 1992)

Quando, in occasione del centenario dalla nascita,  gli amici mi hanno proposto una testimonianza su Ernesto Balducci [Qui] ho accettato, d’impulso, quasi a gustarmi il piacere del privilegio. Poi, solo poi, dopo una riflessione più consapevole, che riandava ai ricordi e al grande patrimonio sapienziale a cui ho avuto il vero privilegio di attingere, come allievo fra i molti nella propaggine aretina del Cenacolo di Testimonianze, mi sono reso conto che mi ero imbarcato in una vera e propria impresa.

Da un lato, il breve spazio di un articolo. Dall’altro, e soprattutto, la dimensione immensa della personalità di Balducci: spirituale, culturale, morale, intellettuale, profetica, perfino politica.

Capace di coniugare la realtà viva del presente, che indagava con rara capacità di lettura e di comprensione critica, con la tradizione del passato a cui sempre attingeva, cercando di cogliere quei valori o disvalori radicali della continuità culturale e storica, della quale ognuno di noi è un esito.

Un presente però, da cui partiva per proiettarsi nella dimensione che più lo affascinava: il futuro. Un esercizio, questo, che era sempre un suggestivo bagno di profezia, di razionale lettura dei processi evolutivi di tipo politico, antropologico e culturale.

Ma anche di speranza, nel percorso bonhefferiano che lega, dinamicamente, i tempi ultimi e quelli penultimi, in una continuità senza soluzione. Una continuità nella quale si gioca, per ciascuno di noi, e per tutti noi, il senso dell’esistenza, dell’impegno di ogni giorno e delle speranze individuali e collettive, nella costruzione del futuro atteso.

La fede e l’uomo

La riflessione balducciana intorno a questo percorso, aveva sempre due fondamentali punti di riferimento, che costituivano l’alfa e l’omega di ogni suo esercizio e percorso intellettuale e spirituale: la fede e l’uomo. Una fede profonda, incarnata in un mondo reale, nel quale l’uomo e la sua dimensione totale, erano l’essenza, il principio e la fine.

La fede, quindi, come realtà viva, non rituale, ma essenziale che, dal vangelo e dalla vicenda di Cristo, trova l’ispirazione creativa per la vita reale. E l’uomo, nella sua complessità materiale, spirituale, psicologica.

Quell’uomo storico, che vive una fase di transizione che lo sta proiettando in una dimensione nuova, planetaria, tale da farne un homo novus, in tutti i sensi, con una complessità di problemi e di sfide che investono i singoli e l’intera società.

A cominciare dalla Chiesa: mater et magistra, certo. Molto amata anche se, aggiungo io, non sempre del tutto amabile.

Ecco perché, allora, nella vicenda del nostro personaggio, l’esperienza del Concilio Vaticano II è stata un riferimento centrale, da lui seguito, studiato e divulgato scrivendo pagine fra le più belle, con quello che è stato, il suo straordinario impegno di esercizio della parola e di insegnamento, che ne ha fatto un maestro fra i più autorevoli, i più seguiti, i più amati.

È impossibile ripercorrere in breve con un po’ di senso, l’opera enorme e straordinaria delle varie forme espressive del suo pensiero che, per profondità, vastità, ricchezza e proiezione profetica, è difficilmente riassumibile in poche considerazioni.

Cristianesimo e mondo moderno: la dimensione planetaria della Chiesa

Spigolando fra i suoi testi, le sue dispense, gli appunti di conferenze, esercizi, omelie che conservo con preziosa cura, proverò a tirare fuori qualche pillola che consenta, a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo, di percepirne la grandezza, dopo aver scelto di evitare un ricordo di tipo agiografico, che lui stesso, credo di poter dire, non amerebbe.

Ma in questo non facile tentativo, ho scelto di assumere un segmento, peraltro per alcuni versi largamente comprensivo della sua visione di fede e umanistica: quello del rapporto fra cristianesimo-chiesa e mondo moderno.

Due realtà che lui amava profondamente, che vedeva intrecciate in modo indissolubile, ma che guardava con occhio puro e quindi critico, testimone severo e radicale, rispetto alla verità storica dell’uno e dell’altra, ai loro valori, ma anche alle derive che, nel corso della storia, li avevano segnati.

E ciò sempre con l’intento, appassionato e positivo, di contribuire a rimuovere le scorie, che ne inquinavano la loro essenza e il rapporto più intimo tra di loro.

Grande e perspicace lettore dell’evoluzione antropologica del mondo moderno, e geniale profeta del futuro, a cui guardava con suggestive rappresentazioni.

Seguendo, in ciò, un percorso sempre razionale e che, sempre, partiva dal presente, ma che il futuro lo anticipava, indicando le vie maestre dell’impegno virtuoso, utile ad inverare negli sviluppi della storia il senso di marcia dell’umanità.

Le vie delle aspirazioni utopiche: la piena liberazione dell’uomo, per esempio. E quelle dei nodi problematici, a cominciare dalla pace, che lui sentiva quasi visceralmente.

In questa profonda speculazione intellettuale e spirituale, collocava le grandi attese sul nuovo ruolo della Chiesa conciliare, e quelle invece proprie dell’uomo, di ogni uomo, nella nuova dimensione che si andava prepotentemente affermando: la dimensione globale, o planetaria come lui preferiva chiamarla, quasi ad elevare la dimensione terrena verso quella celeste.

Quel suo “uomo planetario” che si plasma all’altezza dei tempi nuovi. Quelli della contemporaneità, ma, soprattutto, quelli che, con spirito profetico, si intravedono come esito dei processi storico/antropologici in atto, fortemente proiettati alla costruzione di un mondo nuovo.

Chiesa e mondo quindi. Termini non più antinomici (“il cristianesimo, prima di essere una lotta, è una presenza, il cui splendore persuasivo, sarà il solo capace di conquistare le coscienze”).

Siamo troppo abituati, diceva, a collocare questo rapporto entro le categorie belliche che tornavano, stupendamente, ai tempi delle crociate, e tutt’altro che morte. Ma questo, alzava bastioni che finivano per restringere la chiesa in una tetra dimensione museale, ad uso esclusivo di chi è dentro le mura.

E dire, invece, che tutta la forza del cristianesimo non stà nelle sue capacità apologetiche, e nemmeno nei suoi sistemi filosofici, anch’essi relativi, ma “nella sua capacità di essere presenti nel mondo, e di attirare, solo in virtù della sua presenza, le nostalgie e le speranze del mondo”.  Di tutto il mondo e compromettendosi con esso.

Certo, un mondo con un forte tasso di ambiguità. Sopratutto nella sua dualità “buono e cattivo”. L’insieme delle realtà create: “Dio vide che erano buone”. Una compiacenza che circola ancora nelle vene della creazione, conferendogli una ricchezza sacra, “che io devo rintracciare perfino nell’incredulo che accarezza il suo bambino e gioisce”.

Quella gioia è sacra, già religiosa. Così come l’opera dell’artista, dove si riversa la forza della sua fantasia. Non mi interessa definire se è sacra o profana, diceva. C’è in essa una santità immanente, quell’eco indefinito presente in tutti gli spiriti umani, che seguono l’impulso positivo del proprio essere.

Ma non appena “mi abbandono al ritmo della sua esistenza, il mondo mi si rivela anche come afferrato dalle concupiscenze e da quella, fondamentale, che è l’ansia di essere sufficienti a sè stessi.”

Una presunzione dove riecheggia il peccato originale, o il ‘non serviam’, il voglio essere come Dio. Con tutte le conseguenze, evidentemente, che hanno segnato fino ad oggi, e proprio per questo, la storia dell’uomo. Non certo la migliore.

Abbiamo così, un cristianesimo ottimista, da una parte, che, in modo infantile, si dimentica del “mysterium iniquitatis”, in una sorta di umanesimo naturalistico, che non vuol sentire nè di peccato nè di morte, considerandolo discorso medioevale (“dimenticanze ostinate che però lo perseguiteranno”).

Dall’altra, un cristianesimo pessimista che, più che vedere la pienezza nelle cose, vede il loro lutto e il nulla, “che quando vede la vita, ha il gusto di pensare alla morte”.

Ma proprio in questa duplice rappresentazione e in un rapporto tutt’altro che pacifico, troviamo il senso intimo della problematica fra chiesa e mondo, che merita di essere capita più profondamente.

Il Regno di Dio e l’avventura storica della Chiesa

L’avventura storica della chiesa, ci dice Balducci, ha del miracoloso: ha assunto una civiltà terrena, l’ha animata, fino a raggiungere quasi un impossibile miracolo di armonia, fra le creazioni di questa civiltà e le promesse escatologiche. Cadendo però in una permanente tentazione.

“Essa, pur essendo sostanziata da creature umane, ha come fine il Regno che non è di questo mondo, per realizzare il quale ha le sue leggi, non assimilabili alle leggi delle istituzioni di questo mondo”.

“Ma avendo, la Chiesa, intrecciato al proprio essere soprannaturale, le istituzioni naturali, ha trasferito con estrema facilità le leggi soprannaturali nell’ordine naturale, e le leggi naturali nell’ordine soprannaturale. Si è comportata, in questo mondo, adottando come sue, le leggi delle civiltà terrene.

Ma mentre la legge della Chiesa è la missione, la predicazione inerme, l’annuncio di Cristo alle coscienze libere, la legge della civiltà è la conquista, l’espansione di sé, la difesa di sé con la forza. Una commistione terribile” che, si può dire, non ha fatto bene né alla Chiesa né al mondo.

La storia è piena di esempi. Dalle crociate in poi, ma già prima con Carlo Magno, Clodoveo, Costantino o Teodosio e la sua persecuzione dei pagani con le armi. O i ministri massoni francesi, della nazione più illuminata cioè, che finanziavano, insieme, i colonizzatori e i missionari!

Il Concilio in particolare, ma le encicliche prima e dopo, hanno dato una svolta storica a questo processo. Che poi la tentazione evocata, rimanga come un dato non solo immanente, ma anche ben presente di nuovo nel concreto della nostra realtà, soprattutto in Italia.

I tanti episodi anche di questi anni, ci dicono che è sempre possibile, nello svolgersi del tempo e della storia, o delle storie, tornare indietro, in un processo regressivo che, in qualche misura, se non nella forma certo nel significato, ci riporta all’antico. Come, con sofferenza, siamo costretti a vedere anche ai nostri giorni.

Basta la canea scatenata su alcune questioni nella delicata materia della bioetica, i “principi non negoziabili”,  il rapporto con la scienza ecc. dove, il ritorno all’ideologia come fattore dominante sui valori umanitari, non esiterei a definirlo quasi scandaloso.

Mi viene da pensare cosa avrebbe gridato Balducci, sul titolo di Avvenire contro Beppino Englaro il giorno della morte di Eluana [Qui] (“assassino”), quando ci ricordava, spesso e con forza, sia il rispetto del valore supremo della coscienza individuale, come il fatto che, per la Chiesa, il giudizio ultimo è sempre di Dio.

Ma il nostro mondo, con tutte le sue contraddizioni – oggi ancora di più di quando Balducci studiava e predicava -, è comunque un mondo nuovo che sta aprendo un’epoca nuova. Un’epoca nella quale non si abbassa il livello delle sfide, anche per la stessa Chiesa, ma che ne cambia, invece, profondamente, i caratteri. Quali secondo Balducci?

“Il profano si è liberato dal sacro”

Anche se l’excursus può risultare un po’ schematico, penso che meriti soffermarsi, brevemente, su quei tratti che lui individua come i più rilevanti elementi di novità della modernità.

Intanto l’emancipazione “definitiva e irreversibile” la giudica dice lui, del profano dal sacro. “Il profano si è liberato dal sacro”. Ed è una grande cosa. Si comincia a distinguere e separare, cioè, le istanze religiose da quelle sacre, una volta così confuse, tanto da non poter più discernere ciò che apparteneva a Dio, e ciò che apparteneva all’uomo.

Che non tutto il mondo sia ancora così, lo dimostra la persistenza di blocchi, come quel radicalismo islamico o ebraico, o di quelle sette religiose anche vagamente cristiane o dello stesso oriente, nei quali ancora il processo distintivo non è compiuto.

Ma il mondo cristiano evoluto, è già fortemente avanzato verso questo irreversibile progresso, e contribuirà certamente alla definitiva liberazione dell’uomo laico, dai lacci di una religiosità fanatica e clericale.

La nascita dello stato di diritto, in origine fortemente osteggiato dalle chiese, a cominciare da quella cristiana, è l’affermazione dello stato laico. Lo sviluppo delle organizzazioni internazionali è, anch’essa, una ulteriore conquista della laicità.

“Non c’è bisogno che il Papa vada a benedire l’Onu, perché l’Onu ha una propria autonomia di ordine profano che, come dice la Pacem in terris, ha in sé un ordine naturale che è la sua santità intrinseca”.

Quindi un nuovo equilibrio, un nuovo ordine nel rapporto Chiesa/mondo va affermandosi, irreversibilmente e tale da segnare l’avvio di un’epoca nuova. Una, grande conquista liberatoria insomma.

La fine del primato occidentale

C’è poi la fine del primato occidentale a farci riflettere. Lo vedeva Balducci già all’inizio degli anni sessanta. Pensiamo quanto è ancora più vero, oggi.

Un dato, questo, che per il mondo come per la Chiesa, ha un valore enorme, perché ci costringe a registrare nella coscienza di ciascuno di noi, quegli avvenimenti che tutti i giorni avvengono da ogni luogo della terra, non con gli schemi dominanti della sopraffazione culturale e politica dell’occidente, ma secondo la loro originalità.

Un pluralismo di civiltà diverse, che tutte muovono l’umanità verso un unico fine, superando la pretesa di superiorità della nostra civiltà, applicata come misura assoluta di valore comparativo.

Un processo liberatorio che, non solo spazza via gli idoli che ci siamo portati dal passato, ma ci porta alla formazione di una coscienza planetaria, appunto, che ci emancipa. Il giovane di oggi, ci dice Balducci, “che è esposto a tutti i venti degli avvenimenti globali, non ha più una insularità spirituale, è veramente universale: è planetario!”

Ma la fine del primato occidentale, marca un altro aspetto importante da rilevare: chiude (o dovrebbe!) con quel peccato originale rappresentato dalla scoperta dell’America, accompagnata dalla conquista, considerato, come si sa, l’atto di nascita, ma anche il crimine fondante, dell’età moderna. Un’infamia che vede la Chiesa e la cristianità fortemente compromessi.

Memorabile la forte polemica di Balducci in occasione delle celebrazioni del centenario del 1992, che si prestava alla doppia lettura: quella enfatica dei colonizzatori e quella dimessa dei colonizzati.

Ma poiché Dio non è neutrale, Balducci avrebbe voluto un atto di vero pentimento della Chiesa, unito ad una scelta radicale delle ragioni del sud del mondo, che ancora oggi rappresenta una grande ferita storica nella carne viva dell’umanità, con ben individuabili vittime e carnefici e un fondamentale problema aperto del nostro tempo.

Non solo, ma l’emergere di popoli nuovi, indigeni, dal sud del mondo, con una soggettività nuova, segna una svolta epocale, proprio perché mette in crisi la pretesa della civiltà occidentale, di essere universale ed esclusiva.

E con essa mette in crisi positiva lo stesso cristianesimo, che ne è strettamente associato, perchè non può più pretendere, ormai, di essere l’unica vera religione a carattere, anch’essa, universale ed esclusiva (“Il Dio nel quale oggi crediamo, è più grande del cristianesimo” ci dice il teologo Giulio Girardi [Qui]).

E così la civiltà moderna e il cristianesimo stesso, con la sua Chiesa, e le sue chiese, è chiamato a fronteggiare, ancora una volta, una sfida epocale che gli impone di tornare ad essere “indigena” ovunque e misurarsi con la ricomposizione delle particolarità di popoli, religioni e culture, che conquistano una sorta di pari dignità.

Ciò che va configurando, sempre di più con l’evoluzione globale in atto, un mondo a struttura planetaria e policentrica. Un mondo nuovo, nel quale tutti si è chiamati a costruire la pace, la difesa dell’ambiente e della vita umana, quella vera (si fossero difesi gli immigrati di Lampedusa, con la foga con cui, negli stessi giorni, si difendevano gli embrioni!), contribuendo alla ricomposizione di una convivenza, universale questa si, armonica e pacifica (*1 e *2).

Lo spirito e il portafoglio: cristianesimo e filosofie

“Importantissimo” per il nostro Maestro, poi, è un tema a cui fa cenno anche la Pacem in Terris, e rappresentato dal fatto che “si stanno dissolvendo le visioni del mondo che, nel passato, si ponevano in rapporto di alternativa al cristianesimo: esse non sono più ‘weltanshaungen’ visioni della vita (dall’hegelismo, al marxismo, al positivismo ecc.).

Visioni che, per più generazioni, erano diventate le religioni nuove dell’uomo intelligente, sono “divenute filosofie modeste, che camminano con mani e piedi, rasoterra, senza più la velleità di spiegare il mondo e la filosofia della storia”.

E il cristianesimo spinto, allora, ad una forte opposizione, ha finito per assumere, come con il Sillabo per esempio, atteggiamenti difensivi e fuorvianti. E così, oggi, la filosofia ha assunto un valore strumentale, certamente prezioso, ma non più “concorrente” della religione.

“I movimenti storici derivanti da quelle ideologie, hanno perso il legame organico della loro origine e, perso il loro dogmatismo e rispondendo di più ai bisogni dell’uomo, si umanizzano e muovono in obbedienza a istanze immanenti del divenire stesso”.

È con questo mondo così diverso, conclude, che noi abbiamo a che fare, smettendo di cercare nemici che non ci sono, per incontrare invece gli uomini, che ci sono; a cominciare dai seminari dove si studia a lungo l’eresia di Ario, che non esiste più da secoli, e si trascura di studiare il marxismo o l’esistenzialismo. O oggi la nuova poderosa “religione” plasmata dalla potenza pervasiva della tecnologia, per un verso, e dell’economia, per un altro.

E qui, Balducci, dalla finestra dei primi anni sessanta, anticipava ancora una volta, una riflessione profetica sull’evoluzione della modernità: l’incidenza che, nel divenire individuale e collettivo, ha sempre più la “causa materiale”, a cominciare, appunto, dalla tecnica e dall’economia. Lo spirito e il portafoglio, li chiamava.

L’istanza marxista, soprattutto, con la sua pretesa di ideologia materialista e totalitaria, ha costretto il cristianesimo a un’opposizione radicalmente polemica. E fuorviante dicevamo, perchè ha portato ad una sorta di esaltazione sbagliata dei valori spirituali, in contrapposizione a quelli materiali.

Una dissociazione suggestiva, ma falsa, con i valori dello spirito, a cui si conferisce un significato finalistico e in contrapposizione il contesto materiale in cui si incarnano.

“Con la conseguenza di affidare la difesa dei valori spirituali, a coloro che non vogliono accettare il mondo moderno e la sua realtà complessa. Cosicchè, strana cosa è vedere che un reazionario è sempre spiritualista, come se i valori spirituali dovessero reggersi sulle bandiere dei conservatori”.

Quando, in verità, l’incarnazione realizzatasi di quei valori, è una incarnazione sottoposta al divenire dei processi di trasformazione delle strutture. Difendendo l’incarnazione dei valori spirituali legati alle strutture precedenti, spesso il conservatore crede di difendere l’anima, ma difende il suo corpo; crede di difendere il destino spirituale dell’umanità, ma difende solo l’ordine materiale costituito e dominante. Ma così, si rischia di restare legati alla lenta senescenza del passato.

È illuminante l’esempio di Kennedy, ci ricorda, il quale non si limita a fare la politica della grandeur, l’esaltazione dei valori storici che non ci sono più, “ma parlava di valori spirituali e, subito, li connetteva alle necessarie programmazioni di ordine economico”, cogliendo così un aspetto della modernità oggettiva e spazzando via l’ingenuità di quello spiritualismo che crede di arrestare il processo storico, semplicemente sollevando le icone degli idoli passati.

Ma è significativa, su questo punto, anche la riflessione di Theilard de Chardin [Qui], quando afferma che “il cristianesimo è l’unica religione che dà senso positivo alla materia” e spiegando che la tecnica ucciderà tutte le religioni, proprio perché esse sono basate tutte sul dualismo materia-spirito e sulla tendenziale identificazione del male con la materia.

“Solo il cristianesimo sopravviverà, dice, perché è legato al dogma della creazione originaria, della incarnazione del Verbo e della resurrezione finale delle cose materiali”, quelle appunto che Dio ‘vide che erano buone’.

Guerra e pace

Un altro dato nuovo che connota, con discontinuità il mondo moderno, e che segna profondamente sia la realtà oggettiva che le coscienze degli uomini, è il rapporto guerra e pace.

Ha dedicato molte riflessione Padre Balducci a questo tema, che sentiva profondamente. Qui mi limito solo a richiamare la sua idea di fondo: la bomba atomica e la proliferazione nucleare, hanno cambiato radicalmente le idee-guida delle nazioni che hanno segnato la storia umana (la nazione come potenza), mutando i termini obiettivi del problema, sulla sproporzione fra fini e mezzi.

Ciò che rende la guerra intrinsecamente immorale, che cancella la teoria, pur discutibile, della guerra giusta, e che si riflette sia nelle strutture che nelle coscienze. E saranno sopratutto queste ultime, a dover generare il mondo nuovo, anche rispetto a quelle predicazioni che, nella stessa chiesa, hanno continuato a lungo a considerare la guerra un mezzo necessario.

Resta clamorosa la reazione dell’autorevole filosofo e teologo francese Antonin Sertillanges [Qui], al monito di Benedetto XV sull’ “inutile strage” riferito alla prima guerra mondiale: “Zitto, o Papa, perché noi non ti ascoltiamo!”.

Come dimenticare i “beati i pacifici” del discorso della montagna e, contrapposto, il fatto, come ricordava un padre conciliare egiziano, che la polvere da sparo l’hanno inventata i cristiani, i cannoni siano stati introdotti dai cristianissimi re di Francia, e la stessa bomba atomica sia nata nel mondo cristiano.

‘Pace’, quindi, che è la parola di Cristo, non può costituire una invocazione silenziosa nei conventi, ma un imperativo categorico per gli uomini di oggi a cominciare dai cristiani, da vivere, senza retorica, nella concreta realtà storica del nostro mondo.

Il rapporto con la ‘pace’ è, quindi, una discriminante fondamentale della mentalità del nostro tempo: o si è davvero moderni proiettati al futuro, o si resta ancorati a quel ‘mondo antico’ che, soprattutto su questo tema, non ha davvero nulla di poetico da farci rimpiangere.

Una rivoluzione silenziosa: la Chiesa indigena in ogni luogo

C’è infine in questa analisi di Balducci, un tema più spostato sul fronte politico/sociologico, che caratterizza fortemente la storia e il mondo del nostro tempo: il passaggio delle masse umane da puro oggetto di storia, a soggetto di storia.

Nel passato, quasi fino a noi (un passato che forse continua, in riferimento all’economia e alla finanza), la vita delle nazioni e dell’umanità si svolgeva con questo fondamentale dualismo: da una parte una ridotta classe dirigente che comandava e che, spesso con la benedizione di santa madre Chiesa in quella confusione fra sacro profano che ricordavo poc’anzi, concentrava su di sé potere e ricchezza;

dall’altra, masse inerti di popolazioni che accettava o subiva, quasi fosse, quella, una sorta di volontà di Dio. E, diffidando della coscienza soggettiva, pericolosamente eversiva, accadeva che non solo si raccomandava rassegnazione, ma “anche quando dubiti che l’autorità abbia ragione, devi propendere a dargli ragione”.

Questa, dice Balducci, è l’educazione che abbiamo dato. Non senza colpa aggiungo io. E, quando Papa Giovanni parla di questa nuova soggettività storica, che va emergendo come un segno dei tempi, è, dice sempre lui “una rivoluzione silenziosa” che connota la nostra epoca.

Ebbene, ma la Chiesa con questo mondo moderno, con questi connotati, come e quanto c’entra? Eppure, afferma con forte convinzione Ernesto Balducci, la Chiesa, in un mondo così fatto, trova il momento migliore della sua storia.

Abbandonata, dice lui, la confusione della difesa indistinta dei valori assoluti, da difendere sempre, con quelli effimeri da trascurare (oggi tutt’altro che abbandonata, ma “riesumata”); finita totalmente la civiltà sacrale, la confusione fra sacro e profano, fra temporale e spirituale, la Chiesa riacquista la sua vera dimensione, che è la dimensione profetica.

Ma cos’è la dimensione profetica? “Mentre lo stato deve promettere beni perseguibili e raggiungibili nel tempo, senza andare oltre, se no scivola nelle mitologie, la Chiesa non parla di beni di questo mondo, non promette successi di questo mondo.

Il suo fine è oltre: la sua struttura, la sua intima esistenza è profetica perché tende verso ciò che non è temporale, non è storico…Lei deve promettere ciò che le è stato affidato, cioè il Regno di Dio….

Così la Chiesa finita l’epoca sacrale, accetta il mondo profano e nel mondo profano instaura la sua presenza profetica, che è un “grido verso il futuro”, senza concorrenza con le potenze e le culture, che seguono leggi proprie e non sostituibili”.

In questa presenza, con la fine dell’egemonia occidentale, l’affermarsi della dimensione planetaria e la nascita di teologie orientali e africane, la Chiesa deve accettare di “essere indigena in ogni luogo”, diventando così lievito di tutte le possibili forme culturali.

Questo è il cammino che abbiamo davanti. “Altro che custodi del museo del cristianesimo che fu, ma anticipatori di quello che deve essere e che verrà”.

Questo, è il grande messaggio dell’insegnamento di Padre Ernesto: non farsi catturare dalle criticità del tempo storico che stiamo vivendo, anche dentro la Chiesa, ma guardare davvero ai segni del tempo con la fede e la speranza, che ci proiettano oltre la contingenza storica.

Una contingenza che, pur vissuta intensamente da uomini del nostro tempo nel segno delle beatitudini, va comunque superata in una visione che la trascende verso un mondo nuovo.

Quel mondo che sarà un’anticipazione del Regno, e alla costruzione del quale siamo chiamati a contribuire, consapevoli che anche Dio ha bisogno di noi ( T. Merton “Dio ha bisogno degli uomini”).

 

Note:
*1) – “Ho letto da qualche parte che nelle comunità cristiane delle origini, c’era l’uso di consegnare al fratello che stava per intraprendere un lungo viaggio, il frammento di un vaso di terracotta frantumato. Al ritorno egli sarebbe stato riconosciuto dal frammento ricomposto in unità con tutti gli altri. Nella generale eclissi delle identità, il primo nostro dovere è restare fedeli a quella che abbiamo costruito, con una variante però, che essa va ritenuta non come il tutto, ma come un frammento del tutto, di un tutto ancora nascosto nel futuro. Non ripudio me stesso dunque, né mi converto ad altro: ripudio solo le forme e le pulsioni che mi vorrebbero condurre a fare del mio frammento la misura del tutto. Come il vero Dio, così anche il vero uomo è absconditus, e perciò io devo parlare di lui al futuro, anche se ne parlo a partire dal presente e con la massima fedeltà alle indicazioni del presente”
(Ernesto Balducci, L’uomo planetario, Ed. Cultura della Pace – S.Domenico Fiesole, p.173)

*2) “Alcuni ritengono che il modo più ragionevole per ottenere l’armonia e risolvere i problemi relativi all’intolleranza religiosa, sia di creare una religione universale per tutti. Io invece sono sempre stato convinto, che dobbiamo avere diverse tradizioni, perché gli esseri umani hanno numerose differenti inclinazioni mentali; una sola religione semplicemente non può soddisfare le esigenze di una così grande varietà di persone. Se cercheremo di unificare le fedi del mondo in una sola religione, perderemo anche molte peculiarità e molte ricchezze di ogni specifica fede. Perciò ritengo sia meglio, nonostante i molti contrasti che spesso si verificano in nome della religione, preservare le diverse tradizioni religiose. Purtroppo, anche se differenti tradizioni soddisfano le necessità delle varie tradizioni mentali dell’umanità, da tali diversità deriva ovviamente il rischio di conflitti e disaccordi. Perciò i seguaci di tutte le religioni, devono fare uno sforzo ulteriore, cercando di trascendere l’intolleranza e l’incomprensione e di trovare l’armonia
(Dalai Lama, Incontro con Gesù: una lettura buddhista del vangelo, Mondadori 1997, p.11) 

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PRESTO DI MATTINA
Imbastitura in bianco

 

“Imbastitura in bianco è la poesia che fabbrica l’abito della pietà”

Il gesto d’imbastire mi era familiare fin da piccolo, perché da ragazza mia madre aveva studiato dalla sarta del quartiere e quell’arte gli venne buona poi per vestire noi quattro figli. Quando «facea l’imbastitura e il sopramano» (G. Pascoli) per prendere misura e accorciare giacche e pantaloni, se retava senza filo mandava me a comprare in merceria quel filo bianco più spesso e morbido degli altri, ma anche più fragile, che serve a tenere insieme le parti di un vestito ancora disunite, solo in modo temporaneo per vedere come sta, prima del cucito definitivo.

Sono debitore di quest’immagine, “imbastitura in bianco”, invisibile traccia che tuttavia tiene insieme senza assimilarle l’una all’altra in modo misterioso poesia e pietà − intreccio provvisorio anch’esso che fabbrica all’umano un abito di eternità – sono debitore, dicevo, a Giuseppe De Luca (1898-1962) [Qui] scrittore, letterato e sacerdote ai tempi di papa Giovanni e del card. Montini con il quale fu in una profonda amicizia. Lo storico Giuseppe De Rosa ne ha delineato un bel profilo ne Il Dizionario Biografico degli Italiani (Volume 38 – 1990).

Amico di Prezzolini e Papini − “i suoi confidenti più preziosi” − e dello storico francese Henri Bremond, che scrisse una storia letteraria del sentimento religioso e ispirò al De Luca l’opera della sua vita: l’Archivio italiano per la storia della pietà. Tale frequentazione, soprattutto epistolare, lo rese sempre più attento alle fonti letterarie della pietà, al carattere della pietà tra gli uomini, nonché indagatore erudito del rapporto tra poesia e preghiera declinato in chiave teologica.

Nella sua Introduzione alla storia della pietà (1951), è Lucien Febvre [Qui] lo storico che egli mostra di stimare di più, perché precisa la qualità singolare del sentimento religioso riconosciuta nell’amore, appunto la pietà: «Più che storico della sensibilité è storico dell’uomo in quel che ha di meglio». Febvre lamentava infatti la mancanza di una storia dell’amore, e aggiungeva: «pensiamoci», (Archivio…, vol. I, Roma 1962, 104). Fu così che con De Luca il “pensarci” sopra è divenuto realtà di scrittura.

Così egli scriveva nell’introduzione al primo volume: «oggi e nel presente numero non incomincia una “novella istoria”, bensì e solamente incomincia ad apparire qualche testo antico, ma nuovo. Non avevamo fatto mistero, in passato, della “dura intenzione” (Parad., XI, 91), costante in noi sin dalla nascita di queste pagine…

C’è servizio e servizio, lavoro e lavoro: qui noi si attende a edificare un capitolo della devozione mariana, quello della letteratura: letteratura teologica, liturgica, soprattutto peraltro di pietà e d’arte; dove la parola arte sta prevalentemente per poesia: delle arti figurative, per ora, nulla di nulla. Di modo che non senza una predeterminazione noi raggranellammo sin qui tanta poesia, umile, sostanziosa, bella.

La poesia ha questo di buono, quando è buona, che ci anima, ci risveglia, ci fa sentire le cose, ci fa correre, volare. Vien voglia di cantare anche noi, quando vicino a noi uno prende a cantare. La via della vita così spesso è così dura, l’intelligenza si fa talmente perplessa e oppressa in certe giornate, che a camminare cantando si cammina meglio» (ivi, IX-X).

 

La poesia come la pietà è in tutti

Presenza di Dio nella vita dell’uomo è la pietà, una “consuetudine di amore”, attraverso cui va formandosi l’abito stesso della vera religiosità umana. Se la poesia è imbastitura provvisoria, latente pure, in bianco, tra il tempo e l’eternità, tra la terra e il cielo, la pietà è cucitura definitiva, legatura permanente nella storia dell’uomo a Dio e di Dio con lui. La pietà di entrambi li tiene uniti, cuciti insieme dall’amore anche se non si conoscono e restano lontani.

Così ne precisa il termine De Luca: «Riceve qui il nome di pietà non la teoria sola o il solo sentimento dell’una e dell’altra religione in genere, non la sola religiosità vaga, non il solo vertice supremo ed esatto dell’unione mistica, bensì quello stato, e quello solo, della vita dell’uomo quando egli ha presente in sé, per consuetudine di amore, Iddio…

Quando l’uomo prova in sé presente Iddio, non in mero concetto o in puro sentimento ma nell’amore, noi diciamo che allora egli è pio: non presente per un attimo, o sebbene lungamente solo per una volta e quasi in un episodio staccato, bensì presente in forza di un abito interiore, continuo e continuato quantunque non ininterrottamente in atto.

Non è pietà una fiammata momentanea, per essere pietà dev’essere come la vita. Si è pii come si è vivi… Senza dubbio possibile, la pietà sta alla religione come la poesia sta alla letteratura: ne è la cima più alta, “culmen et corona virtutum” (Ep. 96, 20, tra quelle di san Girolamo: P. L., 22, col. 789). Con una differenza, tuttavia, che poeti si è in pochi, pii si può essere tutti; a meno che, e mi parrebbe ragionevole, non si confessasse che la poesia è in tutti, quand’anche pochi la possono scrivere e molti ci si provano invano». (ivi, 7-8; 25-26

Giuseppe De Luca ha così inteso togliere dall’oblio l’umana pietà sviluppandola nel senso più ampio possibile, sino a inserire nell’indagine anche quella dei non credenti. Attraverso la ricerca documentaria e storica le ha aperto un varco nelle correnti storiografiche, in cui aveva predominato l’elemento dinastico o popolare, economico, sociologico e culturale o filosofico.

Pure la chiesa, nel fare la sua storia, aveva trascurato la pietà come principio architettonico del suo fare memoria, tesoro del passato, privilegiando invece la storia delle singole chiese nazionali e locali, o dei papi e dei vescovi o dei grandi ordini. E tuttavia − annota il nostro autore − «soltanto nella storia dei Santi o agiografia (sovente, anch’essa, adoperata a scopi non d’intelligenza, ma di prestigio), se ne possono trovare elementi più copiosi, mentre, non solo nei Santi, ma anche nel più meschino fedele, nel popolo più trito, nelle plebi più rustiche, quel che v’è di più cristiano è la pietà, se e quando c’è…  Nonostante l’oblio dove la si è lasciata, la pietà ci sembra tale un elemento nella vita, e dunque nella storia dell’uomo, che se non sorpassa e sovrasta, certo eguaglia tutti gli altri» (ivi, 30-31).

Non si può non affrontare allora la pietà come ermeneutica della storia, men che meno ignorarla anche se essa «appena appena, e fosse anche a malapena, riesca a essere narrazione più che si possa ultima e totale dell’uomo, e non rimanga a mezza strada racconto o descrizione o interpretazione d’uno o più uomini, di uno o più dei loro tempi, d’una o molte delle loro idee o azioni e gesta. Nell’uomo anche il meno pio o prima o dopo suona sempre l’ora e viene il momento della pietà: non c’è un uomo senza pietà, e senza che la pietà non giunga, fosse pure per un istante solo, a levarsi in lui quale bandiera ammiraglia della sua umana navigazione», (ivi, 6).

La storia della pietà è storia di quel misterioso quid «che fa dell’uomo qualcosa di unico con il suo Dio e del suo Dio qualcosa di unico con lui», così scriveva De Luca alla fine della vita all’amico Prezzolini, ricordando che l’intelligenza della storia, il suo discernimento non è dato dalle dinastie, né dal popolo, né dall’azione, né dallo spirito, né dalla provvidenza neppure dalla storia delle religioni ma dalla pietas.

 

Poesia: un paradiso artificiale

È il titolo di un articolo che apre il volume X dell’Archivio italiano per la Storia della pietà. Me ne sono imbattuto quasi per caso, e da qui è sortito quanto è preceduto finora.

Unico è il paradiso come unica la vita; la poesia non è la stessa cosa della vita come non è il paradiso, ma essa è un “artefatto” della vita e del paradiso: è un paradiso artificiale sì, ma non nel senso di artificioso, bensì di “fatto ad arte”, manufatto, un fare dal nulla, un venire all’esistenza.

È questo il senso etimologico di poiesis, intesa come creatività poetica, Così inizia l’articolo: «Due paradisi non si possono avere, dice il proverbio; meno che mai se ne possono avere in quantità. Fu sempre ritenuto uno, a mio credere, il paradiso vero; gli altri venivano relegati tra i sogni, le ombre, le immagini create dal desiderio, le chimere; e a essere schietti».

Nel testo poi si descrivono i vari paradisi artificiali; il quarto è la poesia: essa inerisce al pari della musica e della danza ad una specie di «incantamento, ora mosso più d’un uragano, ora calmo e quieto da quanto un plenilunio.

Anche qui, non è facile esprimersi in due parole. Chiedersi che cosa è la poesia, val quanto chiedersi che cosa è l’amore: nessuno lo seppe e nessuno lo saprà mai, fuorché per approssimazione verbale. Una storia delle definizioni della poesia non sarebbe meno sorprendente che la storia delle definizioni dell’amore. La favolosa nascita di Venere non fu così bella come è bella la nascita della poesia, che di tutte le cose umane falsamente immortali forse e la meno falsamente immortale» (ivi, 8; 14).

Anche da queste poche righe è dato allora comprendere il perché del testo latino che sta in esergo al saggio; una citazione del poeta e astrologo pagano Manilio [Qui] presa dal suo libro Astronomicon: «Chi potrebbe conoscere il paradiso se non per il dono stesso del paradiso?  E per trovare Dio, chi se non è parte stessa degli dei?» (Astr. II,115-116).

Come a dire che la poesia è pur essa un paradiso, dono dell’unico paradiso, scaturente da esso e posto nelle mani dell’uomo. La poesia è così un artefatto abitato dall’immortalità, prossimo al vero, che va tessendosi nel vivere umano, anche se solo come “imbastitura in bianco”, provvisoria, in attesa di ciò che sarà definitivo. E non si perderà neppure allora, giunti a meta, la nostalgia e la dolcezza di quel filo bianco e morbido, stretto nella mano, che tiene insieme ora i nostri giorni perché fabbrichiamo giorno dopo giorno l’abito bello della nostra e Sua pietà.

Si narra nella Genesi che Dio fabbricò ad Adamo ed Eva due tuniche. Non li lasciò andare nudi senza provvedere a rivestirli della sua poesia e della sua pietà. Una provvidenza di amore che si è fatta lungo la storia compagnia, alleanza, familiarità e intimità di amore all’eccesso, fino a dare la vita: una storia di salvezza − se così si può dire − anche per Dio o meglio in Dio: «Avevo fame mi hai dato da mangiare, avevo sete è mi hai dissetato, straniero, mi hai ospitato, nudo rivestito, in carcere e malato, visitato».

Scrive ancora il De Luca: «Un paradiso è la poesia, se proprio si vuole; il più vicino al vero, ma non il vero… Per me i poeti sono i maestri, non delle verità da credere, ma delle verità con cui credere. Più di ogni altro artista, il poeta si getta vivente nel suo fuoco, e dentro vi arde senza lasciar traccia d’estraneo né scoria…

Non più paradisiaci né più infernali di noi, son compagni preziosi sulle vie della vita, perché possiedono in più di noi il dono di illuminare e consolare il cammino, raccontano le storie, descrivono le cose, vedono meglio e meno si lasciano prendere, senza dire che la loro dolce pazzia aiuta, chi vuol essere aiutato, verso la follia della croce, quella dei Santi. La quale veramente sta più su, miei cari amici; più su sta il paradiso, ed è altra cosa da tutte le cose del mondo, la poesia compresa. E una cosa tale, il paradiso vero, talmente alta, talmente, portentosa, che solamente a crederci, ma crederci per davvero, ci si è già dentro», (Poesia paradiso artificiale, Archivio…, X, 18; 19).

 

La cosa più bella

«Io son rimasto, forse perché miserabile prete, a credere che la cosa più bella sia ancora un boccone di pane, un bicchiere di vino, il sorriso d’un bimbo, il volto d’una ragazza innamorata, un momento di poesia o di amore, lo star vicino a un malato, il tener la mano nella mano di chi ci lascia» (Ricordi e testimonianze, Brescia 1963, 131).

 

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Cani neri

 

I furbissimi profeti della sventura che avrebbe colpito il Ddl Zan sostengono che sarebbe bastato apportare delle piccole modifiche “non di sostanza” per farlo passare. Tipo, non parlare dell’identità di genere. Come se il percorso di definizione del proprio genere fosse uno sfizio, una moda, un vezzo, e non il frutto di una elaborazione tormentata, profonda, dolorosa. Che spesso ti porta ad essere negletto/a in famiglia, al rifiuto sociale, allo scherno, alla violenza. Che stupidi, dicono costoro: bastava togliere questo, e il testo sarebbe passato. Peccato ci siano atti che assumono un valore iconico: il capo dei tattici, dei furbi, di coloro che rimproverano gli altri di essere dei coglioni, era talmente appassionato al destino della legge Zan, da trovarsi, il giorno dell’imboscata parlamentare, in Arabia Saudita, alla corte e al soldo del principe saudita (e mandante di assassinio, secondo ONU) Mohammad Bin Salman, paese notoriamente in prima linea nella tutela delle donne e delle identità di genere. Si tratta di comportamenti che mostrano come stanno le cose in maniera più efficace di qualunque analisi.

 

“Sappiamo amare anche senza l’aiuto di Dio, grazie tante”.

Ian McEwan.

mente cervello intelligenza

“Il punto di dio”?
Spirito e ragione, da che parte pende la bilancia

 

Pare che abbiamo “il punto di dio”: non dimostrerebbe l’esistenza di un dio, ma spiegherebbe perché abbiamo la tendenza a porci le cosiddette “domande ultime”.

Secondo le ricerche condotte alla fine degli anni Novanta da un team dell’Università della California esisterebbe nel nostro cervello un “punto di dio”, una sorta di centro spirituale, incorporato tra le connessioni neurali nei lobi temporali del cervello. Il punto si attiva alla menzione di dio, ma le reazioni variano tra Occidente e Oriente, tra Cristiani, Buddisti e Musulmani a seconda dei simboli significativi per ciascuno.

Al punto di dio si aggrappano i sostenitori del SQ, il quoziente di intelligenza spirituale. Il secolo scorso si era aperto con la scala Binet-Simon [Qui] per misurare il QI, il quoziente di intelligenza. Da allora è stato tutto un misurare le intelligenze fino al blasonato Mensa [Qui].

Con la metà degli anni ’90, però, i neuroscienziati hanno complicato le cose, scoprendo che l’EQ, il quoziente di intelligenza emotiva, è altrettanto importante del QI. Anzi, secondo Daniel Goleman [Qui], autore di “L’intelligenza emotiva”, l’EQ è un requisito fondamentale per un uso efficace del QI. Insomma, non ci sarebbe ragione senza cuore, come scrive l’autore del Piccolo principe: “Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”

Già Howard Gardner [Qui] ci aveva spiegato che le intelligenze sono multiple, almeno sette, ma pare che non sia del tutto così. Ora un libro, che ha inaugurato il secolo nuovo, SQ.Spiritual Intelligence.The Ultimate Intelligence di Danah Zohar [Qui] e Ian Marshall ci spiega che c’è uno stato più alto di intelligenza che comprende sia il QI che l’EQ, si tratta dell’SQ: l’intelligenza spirituale.

L’intelligenza con cui collochiamo le nostre azioni e le nostre vite in un contesto più ampio, ricco, dotato di significato, l’intelligenza con cui attribuiamo valore al nostro agire. SQ è la base necessaria per il funzionamento efficace sia del QI che dell’EQ. È la nostra ultima intelligenza.

Il Dizionario Webster, quello di Noah Webster [Qui], considerato il padre dell’educazione e della scuola americana, definisce lo spirito come “il principio animatore o vitale; ciò che dà vita all’organismo fisico in contrasto con i suoi elementi materiali; il soffio della vita “. Gli esseri umani sono essenzialmente creature spirituali, perché sono spinti alla ricerca dei significati fondamentali della loro vita.

Alcuni antropologi e neurobiologi sostengono che è stata questa ansia di significato a premere sull’evoluzione, a spingere gli esseri umani a lasciare gli alberi circa due milioni di anni fa. Il bisogno di significato, dicono, ha dato origine all’immaginazione simbolica, all’evoluzione del linguaggio e alla straordinaria crescita del cervello umano.

L’intelligenza spirituale non ha nulla a che fare con la religione, ci sono atei con un SQ molto alto e religiosi con un SQ molto basso. Si può testare il proprio SQ. Un’intelligenza spirituale altamente sviluppata include la capacità di essere flessibili, attivamente e spontaneamente adattivi. Un alto grado di consapevolezza di sé. La capacità di affrontare e utilizzare la sofferenza, di affrontare e trascendere il dolore, essere ispiratiti da visioni e valori, insomma una sorta di ‘Giovanna d’Arco’.

C’è la riluttanza a causare danni inutili, che evidentemente non è una qualità spirituale particolarmente diffusa nella nostra epoca. Avere una visione olistica delle cose, essere in grado di creare connessioni. Possedere una marcata tendenza a porre domande ‘Perché?’ o ‘E se?’, a cercare risposte agli interrogativi fondamentali, lavorare contro le convenzioni.

Pare che una persona con un alto SQ sia anche un servant leader, custode di visioni e valori superiori, capace di mostrare agli altri come usarli, in altre parole una persona che ispira gli altri. Magari Gandhi, Martin Luther King, ma poi basta, il SQ deve essersi esaurito.

Uno si chiede come curare i suoi tre Quozienti. Passi per QI che puoi allenare con i giochini di logica e la Settimana Enigmistica, ma per gli altri due, quello Emotivo e Spirituale le cose si complicano.

La società moderna in cui viviamo risulterebbe avere un SQ piuttosto basso, la nostra cultura sarebbe spiritualmente stupida. Secondo i sostenitori del SQ ad essere spiritualmente stupido è soprattutto il mondo occidentale.

A detta del drammaturgo americano John Guare [Qui] manchiamo di immaginazione, scrive nel suo Six Degrees of Separation: “Una delle grandi tragedie dei nostri tempi è la morte dell’immaginazione. Perché cos’altro è la paralisi? Credo che l’immaginazione sia il passaporto che creiamo per portarci nel mondo reale. È un altro modo di esprimere ciò che è più singolare in noi. Per affrontare noi stessi…. l’immaginazione è il luogo in cui stiamo tutti cercando di arrivare …”

Detta così l’intelligenza spirituale non sembra tutta questa novità. L’élan vital di Bergson [Qui] è qualcosa di simile, ritorna in auge con il New Age, il prana, il Ki, delle filosofie orientali, energie fondamentali dell’universo, energie residuali della creazione, che si trovano in ogni essere umano.

Tra i tre Quozienti quartum non datur. QI, EQ e SQ, non contemplano necessariamente il QR che non è quello del code. Il QR è il Quoziente Razionale, che è quello che pare mancarci più di tutti, la propensione al pensiero riflessivo, ovvero la capacità di fare un passo indietro rispetto al nostro modo di pensare usuale, per correggere le tendenze difettose.

Intelligenza e razionalità sono attributi cognitivi separati, con il vantaggio che la razionalità, se esercitata, si migliora e ci migliora, aiutandoci a non cadere nelle fallacie cognitive.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

gru crocifissione

DOV’E’ DIO.
LE RAGIONI DELLA LAICITÁ

 

Intervallo
I ragazzi si riversano nei corridoi.
Mi si avvicina Marco.
“Ciao prof, volevo dirle che l’esercizio, sa, gli esempi che dovevamo inventare per oggi? Beh, insomma non sono riuscito, quelli sul papà che ci accompagna da Tosano per vedere i contratti di acquisto, ricorda?”
“Certo Marco, come mai? Troppo difficile? Strano, di solito tu non hai mai problemi, anzi”
“No prof, insomma mi sono bloccato, ho cominciato a pensare che papà non c’è più, è stato l’anno passato”
Marco racconta tutto.
Il racconto per lui è devastante.
Non è giusto!
Si torna sempre lì.
Perché? Che senso ha?
Dio con tutta questa roba non c’entra. Non può c’entrare.
Questa è la vita.
La vita con le sue leggi, non guarda al grado di parentela, all’età, al numero.
Ma il discorso si allarga fino a comprendere tutta la vita, tutti i rapporti e tra questi il rapporto tra vita civile e quella spirituale.

Ancora oggi, dopo duemila anni di cristianesimo, dopo il Concilio Vaticano Secondo, a settantatré anni dalla Costituzione italiana, si gioca a far confusione sul rapporto tra il piano religioso e quello civile. La cosa sorprendente è che tale operazione non viene fatta da ‘superficiali interpreti’ in discussioni da bar sport, ma da studiosi, politici di professione, alti prelati.
Da un lato assistiamo, da parte di laicisti convinti, alla riduzione della religione cristiana a strumento di consolazione per poveri mentecatti in continua ricerca di ‘madonne che piangono’ e di miracoli prêt à porter.
Dall’altro all’utilizzo della religione come instrumentum regni da parte di un clero che non si vuole rassegnare alla perdita di un potere temporale di antica memoria.
Tutti accomunati dall’assoluta non considerazione di innumerevoli testimonianze di esperienze di vita religiosa, dove l’elemento spirituale, lontano anni luce da ogni rappresentazione clownesca di dio e ancor più lontana dalle tentazioni del potere, è stata messa al completo servizio dell’uomo senza altra finalità che il perseguimento della realizzazione della sua umanità.

La prima testimonianza scritta del valore assoluto della laicità è nel nucleo fondante del pensiero evangelico.
Basta leggerlo.
Dio nessuno lo ha mai visto.
Siamo noi che ce lo rappresentiamo proiettando su di lui i nostri desideri.
Vogliamo la forza? Ed eccolo messo sulle bandiere degli eserciti a proteggere la nostra parte!
Vogliamo il miracolo? Ed ecco il dio mago che in barba alla medicina guarisce.
Alcuni vogliono il sole… altri la pioggia…
Dio lo tiriamo di qua per allungare la vita agli amici e interromperla agli eretici.
E usiamo tutta una serie di liturgie per comunicare con Lui le nostre richieste.
E quando otteniamo ciò che abbiamo domandato, Dio ha ascoltato la nostra preghiera, quando questo non accade rimaniamo interdetti e muti di fronte al silenzio del nostro Creatore.
Una tradizione millenaria ci ha plasmato in questo modo.
Una tradizione che comunque ha confortato milioni di credenti, che ha aiutato tantissime persone a tirare avanti di fronte a disastri che annienterebbero un elefante.
Il Male è con noi.
Dentro di noi, in tutti.
Per sopravvivere va bene tutto, se può aiutare e non danneggia nessun altro.

Ma chi vuole arrivare al cospetto Dio ci arriva nudo.
Non ha nulla in mano.
Non ha formule magiche.
Non ha preghiere salvatrici.
Non ha corsie preferenziali in quanto credente.
Non ha meriti acquisiti per militanza religiosa.
È solo.

“È così duro ammetterlo, mio Signore!”
Ma è tutto così chiaro, è che non vogliamo vedere e rimuoviamo continuamente.
Quel Dio di quando eravamo bimbi, che dava sicurezza è evaporato di fronte alla Vita. Ma l’immagine del Male assoluto, come quella dei campi di sterminio, sono lì di fronte ai nostri occhi sempre.
“Dove sei?”
“Perché?”
Non è vero che Dio dà la Croce e la forza per portarla.
Dio non dà nessuna croce.
Dio dà la Vita.
E non dà nessuna forza.
Tanto che molti non gliela fanno.
Noi siamo sempre stati con Lui. Con l’Essere di Emanuele Severino.
Sin da prima della nascita.
E lo saremo dopo.
Per sempre.
In mezzo c’è la vita.
In questa vita.
Ma non siamo soli.
C’è il volto dell’altro.
Che è il volto di Dio.
Non può farci guarire, non può togliere il male, ma riempirci di bene sì!

Può farci vivere in un paradiso in terra e accompagnarci a morire tenendoci per mano fino all’ultimo, la mano di Dio.
Abbiamo questa enorme possibilità.
Questo dovevamo evangelizzare e non un Dio onnipotente!
Dovremmo essere lì come unguento per mille ferite, chini sul fratello.
Ci sono persone che non sanno a chi raccontare il loro dolore, o che possono solo farlo con una veloce telefonata.
Duemila anni di cattiva educazione hanno fatto disastri.
Tutto avviene col cuore, nel silenzio quotidiano della nostra vita.
Abbiamo gli occhi e non vediamo.
Non vediamo testimonianze quotidiane di persone che lavorano in casa nel silenzio, che amano il loro vicino, e chissà quante volte sono andate a letto stanche morte e il giorno dopo hanno affrontato i problemi della vita quotidiana senza Hegel o altra teologia, fino alla fine, fino a quella malattia che hanno affrontato sperando in un miracolo, certe che non sarebbe avvenuto. E lì hanno stretto le nostre mani per l’ultimo saluto.
Tutti fratelli.
Dio è qui dentro.

In copertina: foto di Roberto Paltrinieri

famiglia gender arcobaleno

Sì alla legge Zan
No alle ayatollah, no ai furbastri del due per cento

 

A una giraffa interessa se una giraffa maschio se la intende con una giraffa maschio? A una leonessa disturba il fatto che due leoni facciano sesso tra loro? Francamente non saprei, però sono sicuro che non vengono messi all’indice, insultati, vilipesi, isolati ed emarginati dai loro simili – non per questa ragione, almeno.

Sul web ci sono diversi approfondimenti giornalistici sul comportamento omosessuale nelle specie animali [Vedi qui]. Il fatto che, come sostengono alcuni, il comportamento omosessuale in alcune specie non abbia a che fare con il piacere sessuale ma con la dominanza, dimostra solo che l’atto sessuale, anche nel mondo animale, non è legato esclusivamente alla funzione riproduttiva. Solo nel genere umano sia il gioco di ruolo (dominatore/trice – dominato), sia il piacere legato al sesso tra consenzienti sono considerati socialmente riprovevoli, al punto da essere tuttora un crimine in tantissimi paesi del mondo. Un crimine, capite? Crimen, nel diritto romano, è il delitto pubblico che offende l’ordine sociale e colpisce l’intera civitas, essendo perciò meritevole di una punizione pubblica. Non è purtroppo un caso che i paesi dove i comportamenti omosessuali o, in generale, le identità sessuali non binarie o in movimento (anche se non porteranno ad una trasformazione genitale) sono incriminati/e o comunque oggetto di pesante riprovazione sono paesi teocratici, o nei quali la morale comune è innervata da una religione, pur secolarizzata. 

In Italia, la secolarizzazione della Chiesa cattolica è stata giuridicamente cristallizzata nei Patti Lateranensi di epoca fascista, sottoposti a revisione nel 1984. Secondo il nuovo Concordato inserito nei Patti, il cattolicesimo non è più religione di Stato, anche se con l’otto per mille il cittadino italiano deve scegliere di destinare questa percentuale di imposta sui redditi ad una confessione religiosa o allo Stato medesimo, che non pubblicizza la scelta, rendendolo uno dei principali introiti della Chiesa Cattolica (che invece lo propaganda eccome). Ma questo è un dettaglio, rispetto all‘imprinting sociale e psicologico che gli italiani ricevono dal battesimo in avanti. La parte più tragica di questo imprinting è la pervicace censura di peccato che, dalla teologia paolina in avanti, accompagna come un’ombra nera l’idea del piacere sessuale non destinato alla riproduzione. Per capire quanti danni abbia fatto questa sovrastruttura con i suoi derivati (tra cui la castità imposta e fasulla dei membri del Clero), sarebbe sufficiente leggere le statistiche sugli abusi sessuali ai danni di minori all’interno della Chiesa: un fenomeno spaventoso. I danni che investono la popolazione civile non confessionale, però, non si limitano a forgiare personalità come quella di Simone Pillon. Quello è folklore, mentre le conseguenze diffuse sulla popolazione sono come l’effetto di una bomba “intelligente” su un mercato: o creano dei mostri foderati di moralismo, bigotti, frustrati e potenzialmente pericolosi, oppure fanno crescere milioni di persone con il senso di colpa dell’amare uno del proprio sesso, del non sentirsi a proprio agio nel proprio corpo, del piacersi con una spiccata parte femminile, essendo maschi, o maschile, essendo femmine.

Il disegno di legge a prima firma di Alessandro Zan, padovano d’avanguardia come molti padovani, testo sulla bocca di tutti ma letto da pochi, intende punire i mostri che istigano a violenza o discriminazione (anche verbale) o la commettono in proprio contro quelli che i sensi di colpa non li supereranno mai, o quelli che ci convivono a costo di prove quotidiane di sopravvivenza (sociale) e trasformazione (da ciò che gli altri vogliono che tu sia, a ciò che vuoi essere tu). A proposito di questo testo, che è corto e può essere agevolmente letto [Vedi qui], assieme all’art.604 bis del codice penale di cui si propone di costituire una estensione, vorrei fare due preghiere (laiche, ovviamente).

La prima: si tratta di un testo che, alla maniera delle buone leggi sui diritti civili (quella sul divorzio, quella sull’aborto, la legge Basaglia, quella sulle unioni civili), favorisce e promuove la piena corrispondenza tra l’evoluzione della società civile e il livello di riconoscimento e tutela ad opera del legislatore. Detto questo, evitiamo di diventare noi stessi/e degli ayatollah. Evitiamo di distribuire patenti di traditori tra le nostre fila, evitiamo di fare le lesbiche dure e pure o le femministe doc, evitiamo gli integralismi, che dovrebbero essere esattamente ciò contro cui combattere. Ho già colto i germi di questa mentalità in certe assurde incursioni nel mondo dell’arte. Film, libri e autori rivisitati in nome del politicamente corretto. Tutto questo è folle. L’arte non deve educare nè essere educata, l’arte è il regno della libertà totale. Prendersela con Nabokov per aver scritto Lolita o con Celine per aver scritto Viaggio al termine della notte, o con Bukowski per i suoi taccuini di un vecchio sporcaccione non è progressista, è oscurantista e prefigura, per dirla con Walter Siti, il temibile futuro in cui, ad esempio, la letteratura “… si crede depositaria del bene già dall’inizio, e pensa che l’unico suo compito sia diffondere questo bene”.

La seconda preghiera è: la sinistra non si divida anche sui diritti civili fino a far saltare tutto. Già lo ha fatto sui diritti sociali, creando una spaccatura verticale all’interno stesso del corpo più caldo della propria gente (pensiamo al Jobs Act). Per una volta gli schei non c’entrano (o non dovrebbero, per quanto certe manovre parlamentari puzzino sempre di soldi e posti). Mettetevi d’accordo sui dettagli, ma salvate la sostanza. Negoziate sulla giornata di promozione nelle scuole, ma salvate la tutela delle persone transgender (mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Lucia Annibali di Italia Viva, prima firmataria dell’ attuale art.1 della legge, della giravolta del suo capo che lo vuole togliere di mezzo perchè “divisivo”). Le persone più responsabili e illuminate dell’arco che ha sostenuto e scritto questa legge facciano uno sforzo per non delegittimarsi a vicenda, per evitare i settarismi (specialità nella quale la sinistra è maestra) e i politicismi (specialità nella quale purtroppo Renzi suppone di eccellere). Se in effetti c’è bisogno di cambiare qualcosa per mettere al sicuro il voto fatelo, e agite in buona fede. Mettetevi d’accordo per favore, e portiamola a casa.

Smisurata preghiera

Un germoglio. Un aforisma, un incipit, un motto celebre, un proverbio, una frase ‘rubata’ a questo o a quel grande autore. E dal germoglio esce una riflessione, spunta un pensiero nuovo, germogliano parole che hanno a che fare con il nostro presente. Questa volta il germoglio da cui partire è una frase di Giuseppe Pontiggia. La rubrica Germogli inaugura la settimana di Ferraraitalia. La trovate tutti i lunedì, nella prima ora del mattino.
(La redazione)

Stavo per cedere anch’io, come tutti, dalla mia poltrona, alla tentazione di commentare e decodificare la conversione di Silvia Romano: le motivazioni della sua scelta di cooperante, le eventuali imprudenze commesse, la sindrome di Stoccolma, la volontà dei carcerieri di abitare la sua anima e di prenderne possesso, il suo libero arbitrio. Poi sono incappato in una frase, che mi ha fatto precipitare con semplicità dentro l’abisso dei suoi ultimi diciotto mesi di vita. E non ho sentito il bisogno di aggiungere altro.

“Nel momento in cui si è soli, la preghiera spezza la solitudine del morente.”
Giuseppe Pontiggia

Una pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Per leggere i germogli delle settimane passate, clicca [Qui]

DOVE GLI ANGELI ESITANO
La relazione viene per prima (G.Bateson)

Nel 1982 il sociologo francese Edgar Morin nel suo Science avec coscience  propone in tredici diverse proposizioni un nuovo approccio integrato, il paradigma della complessità, fondato su una causalità multifattoriale, e lo mette a confronto con quello della Scienza classica, il paradigma della semplificazione, che si fonda su una causalità lineare causa/effetto, inadeguato a comprendere lo sviluppo del sapere in una società avviata verso la terza fase della globalizzazione. Alle soglie del compimento dei suoi cento anni (è nato nel 1921) lo stesso Morin ha  interpretato, in una intervista rilasciata recentemente all’Avvenire, l’emergenza ecologica e la pandemia alla luce di una tripla crisi: biologica, economica e di civiltà [Qui].
Julia Kristeva, filosofa e psicoanalista di rilevo assoluto, riconosce tre elementi caratterizzanti la crisi dell’uomo globalizzato. Il primo è la solitudine, esaltata paradossalmente dall’iper connessione full time e dal presenzialismo sui social. Il secondo è la cancellazione dei limiti, in un delirio di onnipotenza consumistica seguita da una ricaduta depressionaria, a cui si risponde con l’invito ad ulteriore consumo. Il terzo è la rimozione del nostro essere mortali dalla programmazione inerente il personale progetto di vita. Su Internazionale[Qui] 
Dalla messa in discussione dei concetti assoluti di spazio e tempo ad opera di Albert Einstein, passando per l’introduzione da parte di Heisenberg del principio di indeterminazione, fino al premio Nobel De Broglie con la sua teoria ondulatoria della luce, i nuovi parametri della scienza e del pensiero nella società post moderna sono caratterizzati dalla dinamicità e interdipendenza, dalla complessità.
Le domande poste dalla complessità alla realtà sociale, dalla crisi sistemica e dalla crisi esistenziale all’uomo globalizzato, hanno bisogno urgente di risposte da cercare in regioni da cui trarre nuovi significati, in uno spazio dove possano riconciliarsi posizioni dualistiche non più sostenibili quali mente/corpo, cuore/ragione, spirito/materia , natura/progresso; dove sia possibile diventare “consapevoli del nostro esser parte in ogni istante, nel bene e nel male, di un invisibile e più vasto tessuto dinamico e relazionale tra umani e con altri viventi ”  (S.Manghi, in Dianoia, 23(2016).

La necessità del sacro.

Ebbene, questo spazio esiste, è sempre esistito, ed è quello del ‘sacro’, utilizzato però in questa sede assecondando il significato del suo etimo originario. Sacro è parola indoeuropea che significa ‘separato’. Scopo di queste note è chiarire da cosa. Lontano quindi dall’appiattimento, che abitualmente se ne fa, sulla dimensione religiosa tradizionalmente intesa, qui si intende accogliere la sfida della ‘necessità del sacro’, proposta da un esperto dell’arte della connessione e della flessibilità quale è stato Gregory Bateson (1904-1980). Nato in Inghilterra, figlio di un insigne genetista, sposato con la grande antropologa Margaret Mead, lui stesso antropologo e biologo, contribuì alla fondazione della cibernetica, fu ispiratore di parecchi modelli nel campo della psicoterapia, utilizzati anche dalla scuola di Palo Alto, fino ad arrivare in psichiatria alla scoperta della teoria del doppio legame.
Bateson reinterpreta in modo nuovo il rapporto tra sacro, religione e Fede:
“Due cose sono chiare: primo, che nel porre le domande non metteremo limite alla nostra hybris; secondo, che nell’accettare le risposte ci condurremo sempre con umiltà. Queste due caratteristiche ci metteranno in netto contrasto con la maggior parte delle religioni del mondo, le quali dimostrano scarsa umiltà nell’accettare le risposte, ma grande timore nel porre le domande” (G.Bateson – M.C.Bateson, Dove gli angeli esitano).
Come ricordavamo poco sopra, “accogliere la sfida della necessità del sacro non significa invitare ad una qualche fede religiosa in senso stretto, ma sapere che una qualche fede, che lo sappiamo o meno, alimenta sempre e comunque le nostre percezioni, le nostre parole, le nostre azioni, e apprendere a riconoscerla, ad assumerne la responsabilità verso noi stessi e verso gli altri” (S.Manghi, La conoscenza ecologica, Cortina).
La nostra capacità di comprendere la realtà è stata deformata dalla rappresentazione cartesiana di una separazione tra l’anima e il corpo. Il rigetto di tale posizione orienta Bateson verso un approccio monista alla realtà e lo conduce sempre più a rappresentarsi la mente e la natura come un tutto inseparabilmente unito. Tutto è unito e in relazione, e qualsiasi relazione funziona secondo criteri diversi della logica finalistica mezzi/fini con cui gli uomini vorrebbero governare i loro affari e il loro sapere. Mentre la logica finalistica governa l’agire razionale utilitaristico, determinando i mezzi più adeguati per raggiungere gli obiettivi, la logica relazionale ci svela i rapporti sottostanti (emozioni, sentimenti, dipendenza/dominanza…).
Riallacciandoci al significato di ‘separato’ del sacro, lo concepiamo quindi tale anche dalla Fede, anzi dalle fedi. Il nucleo essenziale è costituito dal valore della Vita nella sua unità. Quindi è un luogo non legato per forza alle coordinate contingenti dello spazio e del tempo, dove anche i linguaggi antichi, oasi di saggezza abbandonate dal pragmatismo dualistico, possono essere ritrovate (si pensi a quello simbolico, alla ricchezza delle immagini metaforiche offerte dal mito e dalla religione).

La costruzione della realtà.

La Fede, il credere è una precondizione del conoscere; noi crediamo in un determinato sistema di conoscenze, in quella abbiamo fede. Da ciò consegue come afferma Heinz Von Foerster che: “non credo in quello che vedo, ma vedo ciò in cui credo” (in Oikos,1,1990). Dove ‘credo’ equivale a che ‘io vedo la realtà’, orientato da credenze e conoscenze che sono in me e che mi portano a ‘costruirla’ in modo soggettivo.
Riportare le diverse Fedi nell’alveo del sacro significa evitare di affidarne ad una sola la patente della Verità, ma  riconoscere ad ognuna che è in sintonia col sacro valore della Vita, una capacità interpretativa del mondo. Il sacro così definito richiede a ciascun soggetto il dovere di assumersi la responsabilità dei propri atti di fede, poiché la religione, come la concepisce Bateson, non postula uno schieramento giusto, né offre alcuna consolazione.

La stupidità non è necessaria.

Nell’epilogo di un suo testo fondamentale, Mente e Natura (1979) ,conversando con la figlia Mary Catherine sulle motivazioni che l’hanno spinto a scrivere e sulla necessità di comprendere la reale natura della fede e della religione, Bateson dice: “Dopo aver rimuginato queste idee per cinquant’anni, ho cominciato pian piano a vedere chiaramente che la stupidità non è necessaria. Ho sempre odiato la stupidità e ho sempre pensato che fosse una condizione necessaria alla religione. Ma sembra che non sia così” (Mente e natura, Adelphi).
Animato dal desiderio di evitare ogni pericoloso ritorno al riduzionismo, ad ogni sorta di fraintendimento semplificante e per dare ragione della complessità delle domande sull’esistenza umana, Bateson negli ultimi anni della sua vita arriva a voler ridefinire più accuratamente il dominio del sacro, di una religiosità che si discosta da ciò che comunemente con essa si intende.

Il coraggio di andare dove gli angeli esitano

Di conseguenza, sempre in Mente e natura, troviamo espressa la sua intenzione di dedicare l’oggetto di un suo prossimo libro all’analisi della questione del sacro, anticipandone il titolo con una descrizione immaginifica ed evocativa: un luogo misterioso, eppure ineludibile, dove gli stolti si precipitano e dove gli angeli invece esitano a posare il piede.
Scrive Bateson: “Penso che il mio prossimo libro mi piacerebbe chiamarlo Là dove gli angeli temono di posare il piede, perché è lì che tutti vogliono che io mi precipiti. E’ volgare, sacrilego, riduzionista, chiamalo come vuoi ,arrivare a precipizio con una domanda troppo semplificata (Mente e Natura). Che è come dire: non è possibile arrivare fin sul precipizio, cioè sostare sul vertiginoso, affacciarsi sull’infinito e lasciare la risposta alla causalità del determinismo scientifico e al rozzo materialismo fisicalista. Purtroppo la malattia, che aveva già da tempo attaccato il suo corpo, impedì che una serie di manoscritti preparatori prendessero la forma di un volume compiuto. Questa opera di ricomposizione fu fatta in seguito dalla figlia e uscì col titolo Dove gli angeli esitano, di Gregory e Mary Catherine Bateson. Il titolo del libro allude ad un famoso verso dell’Essay on criticism, Where angels fear to tread, di Alexandre Pope, grande poeta inglese del 1700. E’ un aforisma la cui traduzione può essere così riportata: “ché gli stolti si precipitano là dove gli angeli tremano di posare il piede”.
Il luogo del sacro quindi corrisponde a dove gli angeli esitano a posare il piede e dove invece gli stolti si precipitano vociferanti, poichè ritengono di sapere la risposta o si accontentano di semplificazioni e riduzioni sommarie.
Il sacro invece è identificato con il silenzio, la contemplazione, l’ascolto di sé e del bisogno dell’altro.
Caratterizza il sacro il ‘non-comunicare‘, proprio nel senso che qui non interessa comunicare la propria ideologia, l’aver ragione, ma rendersi conto di ciò che non esiste per noi. Dimensione contraria a quella riguardante i fatti sociali, dove esiste solo ciò che viene comunicato. Diceva Luhmann “nessun presunto fatto oggettivo, neanche una catastrofe ecologica, ha un effetto sociale finché su di questo non si comunica” (N. Luhmann, Comunicazione ecologica, Feltrinelli). Gli angeli – scelti nella metafora quale presenza che sperimenta la vicinanza con Dio –  sono incerti , perché sono prudenti, in quanto sanno che non c’è sicurezza di sorta in territori così misteriosi. La risposta riduzionistica al contrario si affretta a costruire dogmi, decretando così la fine della Fede. Se la Fede è domanda profonda e responsabile, ricerca continua, il dogma cristallizza la risposta in una Verità unica, trasformandola in ideologia, tanto certa quanto sicura anticamera dell’intolleranza, come afferma Paul Watzlawick (La realtà inventata, Feltrinelli).

Una spanna da terra.

Mary Catherine così, con estrema dolcezza, parla del progetto del padre nella introduzione del libro sopra richiamato:
“Gregory capì di essere prossimo a quella dimensione integrale dell’esperienza cui dava il nome di sacro. Era un terreno al quale si avvicinava con grande trepidazione, sia perché era cresciuto in un ambiente familiare rigorosamente ateo sia perché ravvisava nella religione un potenziale di manipolazione, oscurantismo e divisione. (Dove gli angeli esitano).
Bateson però nella sua ricerca precedente aveva già colto nella domanda religiosa una richiesta di liberazione, che gli scettici non vogliono sussumere, spinti dalla “tendenza, dal bisogno quasi di volgarizzazione della religione, di trasformarla in spettacolo, in politica, in magia, in potere” (Mente e Natura).
Le parole evocative della figlia di Bateson chiariscono non solo lo scopo della sua opera, ma rendono bene la trepidazione del padre che, giunto al termine della sua vita, è consapevole di trovarsi oramai al di là di un confine, il confine del sacro, tra lo spirito e la materia: “Il titolo del libroscrive Mary Catherine Bateson – esprime quindi, tra l’altro, la sua esitazione davanti ad interrogativi che egli sentiva essere nuovi, perché se da un lato derivano e dipendono da suo lavoro precedente, dall’altro richiedono una saggezza diversa e un diverso coraggio. Questo libro è un testamento, ma il compito che esso trasmette non riguarda soltanto me, bensì tutti coloro che sono disposti ad affrontare di petto queste domande” (Dove gli angeli esitano).
Raccogliere la raccomandazione di esitare piuttosto che affrettarsi a dedurre, etichettare, stigmatizzare, significa allegerirci di molte ‘zavorre’, “anche se ci dispiace perché questa zavorra è fatta di saperi, strumenti, piccoli e grandi apparati vantaggiosi per la nostra personale potenza”. Sospettosi verso chi non possiede la nostra verità o verso chi non garantisce una certa ortodossia, preferiamo non entrare in relazione col sacro. Ma per ascoltare il sacro ci deve essere silenzio, bisogna aspettare la pace della sera, dobbiamo accettare di cambiare grammatica e sintassi, dobbiamo ammettere che ciò che si trasforma è, a nostro rischio, il rapporto che abbiamo con noi stessi e con il mondo” (Pier Aldo Rovatti, in Aut aut, n.251,1992).
Dice un apologo zen cheprima dell’illuminazione le montagne e i fiumi sono fiumi; che praticando lo zen le montagne non sono più montagne e i fiumi non sono più fiumi, poi con l’illuminazione le montagne tornano a essere montagne e i fiumi a essere fiumi; ma a quel punto li si vede come da una spanna da terra” [Qui]
Sembra poco una spanna da terra, ma è sufficiente per poter vedere diversamente.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La confraternita del rosario

Pare che non ci sia nessuna remora ad esibire rosari al collo e medagliette di Maria ausiliatrice da parte dei giornalisti della Tv nazionale. È del tutto normale, sta nella libertà che ognuno ha d’acconciarsi, specie se fervente cattolico. Ciò significa che per il futuro vedremo giornalisti esibire in diretta televisiva cordigli e scapolari dei terz’ordini francescani e carmelitani, le icone delle loro appartenenze sociali, politiche e religiose, come forme di identità e coerenza, attraverso la testimonianza coraggiosa della propria fede e delle proprie convinzioni. Il sovranismo politico si accompagna al sovranismo delle proprie appartenenze. Attendiamo i Pastafariani con il colino in testa. Evidentemente non siamo un paese laico, siamo molto di più, un paese pluralista e multiculturale, dove ognuno è libero di esibire le insegne della propria tribù.
La fede come garanzia dell’autenticità delle proprie radici. I crocifissi con i Cristi sempre più agonizzanti e sanguinolenti da esporre come sulle barricate in tutti i luoghi pubblici dalle scuole agli ospedali, dalle dogane agli aeroporti. Non è l’avvento dell’oscurantismo, al contrario è l’apertura alla pluralità delle tradizioni, delle culture e delle sensibilità.
Presto in tv vedremo giornaliste in chador leggere le notizie, oltre ai quotidiani ragguagli sul verbo e sui viaggi del pontefice, avremo informazioni anche sul grande rabbinato di Israele e sull’Imam capo della comunità islamica, sulle chiese Avventiste, Metodiste e Ortodosse.
Sono i segni e le loro significazioni che storicamente fanno la cultura dell’uomo e i segni, come la parola, sono i mediatori della comunicazione, che se passa per la televisione pubblica non è più privata, non riguarda più soltanto le identità personali, il proprio vissuto, riguarda la storia di tutti.
La corona del rosario si accompagna alla preghiera a carattere litanico, alle Confraternite del Santo Rosario istituite dall’ordine dei frati predicatori per via che la Madonna apparve al loro fondatore, raccontano, san Domenico, facendogli dono del rosario. La vicenda è narrata dal ciclo di tutte le Madonne del rosario che si trovano raffigurate un po’ in tutte le chiese.
Siamo alla gratuita esibizione di un atto di culto, di una pratica devozionale, all’ostentazione della preghiera e del proprio bigottismo, che non c’entrano nulla con il lavoro e la deontologia professionale di un giornalista del servizio pubblico.
Se il crocifisso viene rivendicato come simbolo delle pretese radici cristiane, la corona del rosario proprio con le radici non c’entra nulla, per di più consacrata come pratica devota da Pio V all’indomani del Concilio di Trento, con un afrore di controriforma.
Viene il sospetto che tra il capo della Lega, che da un lato impugna vangeli, bacia rosari e invoca madonne e dall’altro la televisione pubblica che espone rosari al collo di giornaliste folgorate sulla via di Damasco, si sia volutamente scelto di sponsorizzare l’integralismo cattolico, le sagrestie devotamente votate a recuperare il terreno perduto, una sorta di risarcimento alla tradizione apostolica e romana.
A noi non piace la prepotenza dei vangeli che invece di porgere l’altra guancia impongono robustamente la loro buona novella. La questione degli dei, anche se ostentata da crocifissi e corone del rosario, resta primitiva, mitologica, offensiva per ogni mente razionale e soprattutto umiliante per le intelligenze che non accettano di essere abbindolate dai pifferai magici delle teologie.
Una caduta di stile, uno scivolone nel becero che anche i chierici più proni alla Conferenza episcopale italiana dovrebbero avere il buon gusto di evitare.
Il rispetto della dignità delle persone passa innanzitutto nel tenere per sé superstizioni e scaramanzie, evitare di ostentare croci come gobbi e cornetti rossi, in un carnevale di paccottiglie religiose come una sorta di sfida, di urto in faccia a chi osa non credere o non condivide la tua stessa fede.
Di fronte allo zelo religioso uno spirito laico prova disagio per la mortificazione della libertà personale che rappresenta, per l’angustia di pensiero che l’accompagna, tuttavia è volterrianamente disposto a dare la propria vita purché a ciascuno sia garantito il diritto di esprimersi.
La televisione pubblica è un’altra cosa. La condizione di utenti che pagano una tassa per avere un servizio pubblico non ammette né deroghe né scivoloni, perché in questo caso il carattere di “pubblico” del servizio pagato con i soldi dei cittadini viene meno e quei soldi si traducono nei proventi di un furto perpetrato a danno di chi è costretto a pagare una tassa per consentire propagande di parte, oltre il disegno di subliminali messaggi di superstizione e di ignoranza.
Evidentemente la commissione di vigilanza della Rai per la laicità del servizio pubblico ha una sensibilità come la pelle degli elefanti, e nessuno dei suoi componenti, a partire dai pentastellati novelli vessilliferi del cambiamento, è in grado di accorgersi di quanto strida e sappia di villania quella corona, ridotta a monile, al collo di una dipendente dell’azienda, tanto anche questi sono imbevuti di superstizioni e di cattolicesimo d’accatto, a partire dal loro capo politico devoto di san Gennaro e del culto del suo sangue.

L’arte del turbamento tra blasfemia e moralismo

Dopo il ‘Cristo LGBT’ o ‘Cristo gay’ di Veneziano, una tela anch’essa molto discutibile che rasenta la blasfemia, esposta a Palazzo Ducale di Massa alcuni mesi fa, rappresentante un Cristo in croce con tanto di slip leopardati e un cartiglio sul palo della croce con su scritto LGBT, al posto dell’usuale INRI, pensavo di aver visto di tutto e di più e, invece, mi sbagliavo.

Apprendiamo dalla stampa che la notte scorsa a Vergato (Bo) è stata imbrattata di letame la statua del noto artista Luigi Ontani, inaugurata pochi giorni fa e posizionata davanti alla stazione dei treni. Questo terribile gesto è da condannare sempre, anche se per onestà dobbiamo aggiungere che era stata molto criticata perché ritenuta discutibile e disorientabile, soprattutto nei confronti dei bambini, e perciò a rischio di vandalismo. Che cosa rappresenta questa “orrenda statua fallica”, come è stata definita da molti osservatori? Un fauno adulto, dal grosso fallo eretto, che tiene sulle spalle un bambino alato aggrappato alle sue corna. Ai piedi un serpente, che dovrebbe rappresentare la libido che si introverte, la zampa e la coscia caprine e l’occhio degli illuminati sull’ombelico.
Bisogna ammettere che l’arte provocatoria è sempre più di moda, dove certi artisti vogliono scioccare lo spettatore e convincerlo che è lui stesso a non capire un’arte troppo spesso incomprensibile. E’ anche vero che l’artista deve essere libero di fare ciò che sente e gli detta il suo estro: noi poi, abbiamo il diritto di giudicare, perché non sta scritto da nessuna parte che gli artisti dovrebbero avere una specie di salvacondotto di incriticabilità.

Il tutto mentre in Italia si coprono le statue “ignude” durante la visita di Rohani, e oggi si vorrebbero coprire le croci nei cimiteri per non “turbare” altre religioni.

Asia Bibi e l’intolleranza degli altri

di Federica Mammina

3.420 giorni trascorsi in una cella senza finestre, in isolamento. A darle forza il solo pensiero del marito e dei cinque figli, e la sua grande, immensa fede. È così che Asia Bibi ha vissuto gli ultimi dieci anni, prima di assistere al miracolo in cui ha tanto sperato. E di miracolo si tratta, viste le condizioni estreme in cui è stata pronunciata la sua assoluzione. Donna di fede cattolica in un paese, il Pakistan, a maggioranza musulmana, moglie, madre e lavoratrice stagionale, fu incarcerata nel 2009 a seguito dell’accusa, da parte di alcune donne, di aver insultato Maometto durante un alterco, e poi condannata a morte l’anno successivo. Un calvario durato molti anni, fatti di numerosi ingiustificati rinvii nel processo e due condanne a morte nei primi due gradi.
Una storia di sofferenza per Asia e la sua famiglia, che ha avuto ripercussioni durissime anche sulle vite di molte altre persone che hanno avuto il coraggio di opporsi ad un sistema ingiusto e ad una legge, quella sulla blasfemia, considerata una delle più severe al mondo.
In un sistema giudiziario fortemente influenzato dalla religione musulmana, non solo alcuni esponenti politici hanno avuto il coraggio di schierarsi pubblicamente a difesa di questa giovane donna, ma anche avvocati e il giudice Saqib Nisar, ora minacciato di morte, che nella sua sentenza ha ricordato che “la tolleranza è il principio fondamentale dell’Islam”.
Una tolleranza che pare ancora un miraggio lontano e che, se un domani si compirà, sarà il miglior tributo per questi eroi dei nostri giorni.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Cittadinanza italiana alla laicità

Voglio coniare un nuovo termine, mi si perdoni, il “lourdismo”, in nome dei treni di malati che ogni anno si recano a Lourdes credendo più ai miracoli che alla scienza.
Ora che Alfie Evans non c’è più a noi non resta che la tristezza di essere un paese alfiere del “lourdismo”.
Pro-life non è la linea di probiotici per mantenere l’equilibrio della flora intestinale. Pro-life è l’Italia vaticana che si cela, sempre latente, dietro ogni facciata politica che governi questo paese. Così, coerente con la battaglia contro l’eutanasia, questa Italia, codina e clericale, ha pensato bene di concedere al piccolo Alfie Evans la cittadinanza italiana pensando di impedire al governo britannico di staccare la spina per porre termine a una esistenza che nessuno mai augurerebbe ad alcun bambino.
Da noi la scienza non ha cittadinanza ma i miracoli sì, ti danno diritto alla cittadinanza italiana, non si capisce perché non quella vaticana, che è pure una città stato, come quelle di una volta, ma quando c’è da pagare è consigliabile che in nome della povertà della chiesa, siano gli altri a tirare fuori i soldi, a fare la carità cristiana, e, poi, in Vaticano stanno ancora facendo la colletta per saldarci l’Ici.
Non c’è vita che possa essere presa in ostaggio da alcuno, né in nome della fede, del papa o del Vaticano. Ma il governo del nostro paese ha deciso di farlo, violando la Costituzione e il rispetto della dignità umana, calpestando umanità e scienza insieme, in nome di un “lourdismo” che evidentemente è nel Dna degli italiani.
Non resta che chiederci quando in Italia sarà data la cittadinanza alla laicità.
È un vecchio vizio questo di essere la longa manu del Vaticano e di non farcela proprio ad essere una nazione laica, a vedere le cose a prescindere dal cattolicesimo masticato nell’infanzia con il catechismo, le prime comunioni e le cresime, che ancora rendono.
Un governo, incapace di dare lo ius soli ai figli degli immigrati nati in Italia, decide però di militare dalla parte dei movimenti pro-life, i più integralisti. Concede in tutta fretta la cittadinanza ad un piccolo che per compagna non ha altro che la morte, vivo o morto che sia, perché a chiederlo è il Vaticano con la sua corte dei miracoli, in nome di una concezione della vita che fa il paio con la croce, il calvario e la sofferenza, che non appartiene alla cultura laica di questo paese e che è un affronto ad ogni sensata, razionale concezione scientifica.
Non si trattava di salvare una vita, perché la vita di Alfie era già morte, per lui e per chi gli stava vicino, non sarebbe stato salvabile in alcun modo da una via crucis di dolore a cui nessun bambino può essere condannato in nome di un egoistico affetto dei genitori e di una fede religiosa che, anziché essere grazia e redenzione, è sacrificio crudele a quel Thanatos che tanto piace alla Chiesa, alla sua cultura, alle sue liturgie.
Vita e sofferenza che solo una sadica immaginazione religiosa possono giustificare come imperscrutabile disegno divino, come olocausto offerto al dio in espiazione del male prodotto dagli uomini nel mondo.
A raccontarlo ci sarebbe da vergognarsi, ma alla notizia ha dato risalto perfino il Corriere della Sera: mancano gli esorcisti, così a Palermo, sempre il Vaticano, che avrà pure a capo papa Francesco, ma che non abbandona il suo retrogusto di sagrestia, madonne lacrimose e barocchismo, ha aperto un corso per esorcisti con esperti di satanismo. La domanda di chi ricorre all’opera dell’esorcista è in aumento, una stima di mezzo milione di persone che ogni anno ne chiede l’aiuto.
Un paese che ha accettato di farsi complice della condanna di un bambino, fin dalla nascita, al dolore, senza altro orizzonte che una non vita crudele per lui e per gli altri, per sublimare nella sofferenza una mal concepita sacralità della vita.
Siamo al primitivismo dei cervelli, ai cervelli rettili che abitano le religioni, che rendono mortifera l’aria che respiriamo e che continuano ad avvelenare i pozzi di ogni conquista nel campo delle scienze, della cultura e dei diritti civili.
Preoccupa un paese che persevera a vivere in questo ibrido, che lo usa per punire il diritto e la libertà delle persone di decidere della propria vita e della propria morte, che se per caso dovessero appartenere a qualche dio, sono comunque cose che riguardano solo noi e nessuna altra coscienza suppletiva, Stato o Chiesa che sia.
Questa laicità semplice, elementare, nel secondo decennio del terzo millennio ancora spaventa, cosa, dunque, dovremmo pensare di noi stessi, delle nostre cittadinanze, arretrati come siamo dal punto di vista culturale e dell’evoluzione sociale su questi temi, che fiducia possiamo nutrire nel futuro nostro e del paese, quali rivoluzioni promettono i piazzisti del cambiamento dell’ultima ora?

MEMORABILE
Il Santuario della Madonna del Poggetto

In occasione delle consuete celebrazioni mariane del Maggio al Poggetto (località Sant’Egidio, inizio primo maggio e poi tutte le domeniche del mese), la casa editrice Tiemme Edzioni Digitali (www.tiemme.onweb.it) ricorda il libro (formato ebook) ‘Il Santuario della Madonna del Poggetto’, un millenario luogo di culto e di serenità amatissimo dai ferraresi. Si legge nell’introduzione al libro: «E Lei accoglie tutti, come sempre. Dispensa la sua ospitalità a donne e uomini, giovani e anziani, ricchi e poveri, credenti e non credenti. Lo fa da mille anni. Lei. L’antica Beata Vergine del Poggetto».

MEMORABILE
C’è un’altra vita?

Alcuni degli argomenti trattati da Alfred Russel Wallace in questo intrigante libro sono: Scienza e religione in conflitto; Necessità etiche di un’altra vita; Fantasmi, visioni, avvertimenti, previsioni ecc.; La credenza in Satana e le manifestazioni diaboliche; Fenomeni di magia; i miracoli non sono fatti scientifici; Materialismo e spiritualismo; Non c’è morte; La realtà di una vita futura; La levitazione del corpo umano; Fenomeni musicali, chimici, fotografici, di chiaroveggenza o auditivi, di trasfigurazione ecc. I morti sono vivi!… A che serve lo Spiritismo e che fanno gli spiriti nell’altra vita; Insegnamenti e filosofia del vero Spiritualismo. Tiemme Edizioni Digitali (www.tiemme.onweb.it) sottopone il complesso ebook ‘C’è un’altra vita?’ al vaglio dei lettori senza ulteriori commenti né opinioni in merito.

L’eterno dilemma della libertà d’espressione

di Federica Mammina

Si è da poco conclusa una vicenda giudiziaria risalente a qualche anno fa, che ripropone l’eterno dilemma su cosa debba prevalere tra il diritto a non veder offesa la propria religione e il diritto d’espressione. Alla Corte europea dei diritti dell’uomo si era rivolta nel 2012 una società lituana produttrice di vestiti che si era vista multare da un organo locale adibito al controllo della pubblicità, dopo aver realizzato una campagna pubblicitaria in cui campeggiano un uomo e una donna chiaramente riproducenti le fattezze di Gesù e Maria, vestiti con jeans e abiti moderni, tatuaggi in bella mostra e frasi di accompagnamento del tipo “Gesù che pantaloni!”.
Non potendo essere il ridicolo ammontare della multa (ben 580 euro per aver offeso la morale pubblica!) il motivo che ha spinto l’azienda al ricorso, sembrerebbe piuttosto da individuare nel voler affermare un principio. Missione compiuta, si può dire, per l’azienda spalleggiata dalla Corte che con questa sentenza legittima e difende l’uso di simboli religiosi nelle pubblicità, perché nel caso specifico ha ritenuto che l’organo multante “non abbia raggiunto un giusto equilibrio tra la protezione della morale pubblica e i diritti delle persone religiose da una parte e il diritto alla libertà d’espressione dell’azienda dall’altra”.
Davvero siamo giunti al punto di affermare che la libertà di espressione applicata ad un’attività commerciale sia prevalente rispetto all’intimo sentimento religioso di chi vede la propria divinità (qualsiasi essa sia!) sminuita da un simile utilizzo?
La Corte ha detto sì, ma si è dimenticata di precisare in quale forma sarebbe possibile non offendere le persone religiose pur utilizzando l’immagine di una divinità per scopi che esulano completamente dal culto. Forse alla prossima puntata ce lo dirà.

MEMORABILE
Il quanto di Dio, fisica quantistica e spiritualismo

La scienza, tramite la fisica quantistica, ha trovato risposte che l’hanno avvicinata al mondo spirituale, per poi fondervisi, portando nuova illuminazione nelle menti e nei cuori di chi sta cercando risposte concrete su chi è Dio e come egli operi. In questo libro, religione e fisica aiutano il lettore nella sua personale ricerca della verità, informandolo anche sui metodi scientificamente provati, con l’intento di migliorare la sua vita e farlo diventare responsabile e unico regista di se stesso. Infine, questo libro è dedicato a chi ha lanciato il sasso nel cosmo. Imperdibile dunque, questo ebook di Davide Grandi, dal significativo titolo ‘Il Quanto di Dio. Fisica quantistica e spiritualismo’, appena pubblicato da Tiemme Edizioni Digitali (www.tiemme.onweb.it) e disponibile su tutti i portali del web.

Lontano dai riflettori, in Estremo Oriente un dramma umanitario ignorato

di Federica Mammina

Nel mese di agosto si è acceso il riflettore su una vicenda che senza eccessi si è giunti a definire come un vero e proprio episodio di pulizia etnica. Centinaia di migliaia di Rohingya sono in fuga dallo stato Rakhine del Myanmar e dalle truppe dell’esercito regolare birmano. Al momento, oltre mezzo milione di Rohingya, che sono una minoranza etnica di religione musulmana stanziatasi in uno stato che corrisponde all’area più povera di tutto il Myanmar, si trovano accampati appena oltre il confine con il Bangladesh, dove però non potranno rimanere a lungo. Quella che è stata definita un’emergenza, sarebbe al contrario una situazione di persecuzione piuttosto consolidata negli anni. Questa etnia di fede islamica, infatti, non è riconosciuta come etnia ufficiale dal governo birmano, in un contesto che è invece a maggioranza buddhista. A complicare ulteriormente le cose un gesto che non è passato inosservato agli occhi della comunità internazionale, ovvero il silenzio di Aung San Suu Kyi, la leader del nuovo Myanmar democratico nato dalle elezioni libere condotte nel 2015 in accordo con la giunta militare.
Il motivo di tutto questo accanimento? La fede si è detto, anche se ora pare che il vero motivo sia un interesse economico sul luogo in cui erano stanziati, legato anche allo sfruttamento delle risorse naturali.
Di fronte a tanto orrore c’è solo da augurarsi che il riflettore resti ben puntato su queste persone e che qualcuno intervenga in loro aiuto, non per qualche malcelato interesse come sempre accade, ma per il solo scopo di garantire la pace. Una volta tanto.

La sostanza relazionale del bene e del male

di Vincenzo Masini

Durante le mie ricerche ho lavorato profondamente sulla distinzione tra giudizio e condanna per contrastare l’equivoco presente nel ‘non giudicare’ mal tradotto dal Vangelo. E’ un controsenso visto che il giudizio – e non mi piace sfumare l’equivoco ricorrendo al termine valutazione – è un’operazione mentale continua e sana. Ho lavorato sulla distinzione tra ‘giudicare’, che è nella mente delle persone ed è solo un processo cognitivo, e ‘condannare’: questo sì un atto relazionale e sociale.
La questione è estremamente rilevante perché induce a molte contraddizioni anche sul piano dell’interpretazione della parola.
Il giudizio può essere difficile e a volte sbagliato.
L’albero buono produce frutti buoni e l’albero cattivo produce frutti cattivi. Questa è l’indicazione più semplice per formulare un giudizio; si giudicano assaggiandoli: buoni oppure cattivi se hanno un brutto sapore o se velenosi. Poi si può condannare l’albero, sradicandolo, oppure lasciarlo li. Si può avvisare gli amici della bontà o della pericolosità dei frutti: questo è un atto educativo. Oppure tenersi le informazioni per sé, laddove non si voglia passare per calunniatori dell’albero.
Per questa via si perviene a “ti giudico ma non ti condanno“, lasciando questa seconda parte a chi fa il mestiere del giudice e amministra una pena e, parimenti, si può socializzare il giudizio mettendo in guardia la comunità degli umani sulla nocività dell’albero. ‘Non giudicare’, invece, è la via buonista, ipocrita e opportunista, perché non prende posizione nei confronti dell’albero che, poverino, non lo fa apposta ad avvelenare le persone.
In questo equivoco siamo molto più immersi di quanto non pensiamo, tanto da sviluppare sensi di colpa – se giudichiamo – o opportunismi ipocriti – se non giudichiamo.

Quando si affronta la questione in senso morale ecco che sopraggiunge la ‘questione del male’. Il male esiste? Ha una sua natura? Ha una sua strategia? È semplicemente una conseguenza dell’agire umano o esiste la malvagità in sé?
Charles Baudelaire, il poeta dannato dei Fiori del Male, afferma: “Il più bel trucco del Diavolo sta nel convincerci che non esiste!”, nonostante tutta la letteratura e tutte le scritture ne discutano e ne propongano le più impressionanti immagini.
Le teologie più recenti si muovono, invece, nella direzione della non esistenza del male e lo vedono come un prodotto dell’assenza di amore nel rapporto tra gli uomini. La loro tesi è che il male appare quando Dio non c’è e risolvono in questo modo la questione dell’infinita Onnipotenza (perché, se Dio è onnipotente, non elimina il male?) e della infinita Bontà (perché, se Dio è infinitamente buono, non estingue il male e ce ne libera?). Dunque Dio o non è onnipotente o non è buono.
La soluzione di dichiarare che il male non esiste o che è solo attribuibile alla negatività umana risolve questo ‘giudizio’ su Dio. Contemporaneamente questa teologia ha però il merito di liberare gli uomini dalla paura, dall’oppressione, dai sensi di colpa, dalla dimensione di peccatori che attendono o la misericordia di Dio come premio per le loro azioni oppure la condanna come pena da scontare. È infinitamente triste il ricorso a una immagine di un Dio punitore e inquisitore, perdendo di vista il modo in cui Gesù Cristo ce lo ha invece presentato: come un ‘Papà Buono’. Non nego che nel corso della storia probabilmente il timor di Dio è servito per motivare azioni malvage, odi, stragi, violenze, attraverso la paura della punizione. Forse però anche questa interpretazione può essere messa in discussione fondandosi sul pentimento, autonomamente scaturito in uomini, anche decisamente malvagi, che hanno però convertito il loro operato.

La teologia della relazione affronta la questione da un altro punto di vista. In primo luogo la relazione interumana è fondata sulla risonanza delle onde cerebrali nei momenti di empatia. Tale risonanza, proposta attraverso la scoperta dei neuroni specchio e verificata attraverso la neuroimage e le consonanze degli eeg, consente di dare sostanza alle diverse curve d’onda e di leggerle nella loro qualità di prodotto oggettivo dell’agire relazionale interumano (e non solo). L’amore sarebbe dunque una sostanza prodotta all’interno della relazione che rimane come un dato oggettivo anche al di là della mente delle singole persone che lo sperimentano. L’aumento della sensibilità empatica consente di percepirlo anche in certi luoghi, in certi ambienti, all’interno di particolari momenti di comunione tra persone. Tale sostanza è ciò che si è sempre chiamato ‘spirito’, termine che oggi sostituiamo erroneamente con ‘clima sociale’, ‘vibrazioni in sintonia’, ‘incontro tra i corpi sottili’, ecc.
Erroneamente perché la relazione che dà vita al mondo, quella tra Padre Celeste e Gesù di Nazareth, si chiama Spirito Santo e ha consistenza di Persona all’interno della Trinità.
Il termine persona è una semplificazione indispensabile per prendere consapevolezza dell’intenzionalità, della volontà e dell’irradiazione affettiva nel mondo dello spirito, come caratteristiche delle Persone della Trinità. Ciò consente l’uscita da religiosità che cercano di interpretare le leggi dello spirito all’interno degli schemi, prodotti dall’uomo, più svariati. Ed è questa l’originalità del Cristianesimo, come Gesù spiega a Nicodemo: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito“. Dove vuole è l’intenzionalità della Persona Divina. Del resto se io, essere umano, sono persona, Dio che è più di me deve essere come minimo Persona, oltre un infinito numero di altre cose. Se Dio non fosse persona sarebbe meno di me!
La sostanza relazionale dell’amore è dunque un dato di realtà che, oltre ad essere sintonia nella relazione è sostanza in sé percepibile attraverso lo sviluppo della propria consapevolezza e della propria sensibilità spirituale mistica e ascetica.

E il male? Posto che la sostanza spirituale del male sia prodotta dalla sintonia tra costellazioni cerebrali in uomini che ne condividono il sapore e agiscono di conseguenza, o nei rapporti asimmetrici tra vittima e carnefice in tutte le loro forme possibili (dalla tortura fisica alla squalifica di una professoressa nei confronti di un alunno), questa dimensione assume una valenza spirituale e diventa essa stessa sostanza.
Se è stato l’uomo a produrre il male ormai il male è un prodotto in libera circolazione nello spazio e nel tempo e ha una sua natura e una sua intenzionalità, indipendente da chi lo ha messo in moto. Sottovalutare la presenza del male nel mondo ci espone al grave rischio di non riuscire più a interpretare, nemmeno moralmente, quanto sta accadendo in questa fase della nostra storia evolutiva.
La riproduzione del male e del dolore, nella sua invarianza nella storia, determina ormai la sua presenza nel mondo indipendente dagli umani. Così come esiste la sostanza della relazioni positive e produce benessere spirituale e sociale, anche la sostanza del male prodotta dalle relazioni negative si riproduce nella storia.
Distrarsi e dimenticarlo può essere davvero spiritualmente pericoloso, soprattutto quando tale sostanza malefica sembra aver raggiunto livelli di autocoscienza tali da percorrere vie strategiche per far fallire il progetto di Dio sull’uomo. E per allontanare l’uomo dalla Felicità.
Se oggi osserviamo la manipolazione delle idee e delle informazioni prodotte dall’establishment non possiamo non prendere atto che sono superati i livelli di guardia: non è solo condizionamento di opinioni, ma un processo che intacca le scelte educative e relazionali della vita quotidiana delle persone.
La tecnologia di manipolazione chiamata finestra di Overton, per esempio, ha lo scopo di abituare la gente all’inaccettabile attraverso passaggi successivi che rendono addirittura legale la stessa idea fino a ieri impensabile.

Questa tecnica si fonda sull’ipocrisia e sugli irretimenti che le persone subiscono a causa dei loro copioni primitivi e impedisce lo sviluppo di sane relazioni interpersonali. Abbiamo così accettato il declino dei valori, la diffusione della droga, del gioco d’azzardo, la teoria del gender, la burocrazia informatica, il clientelismo, la corruzione, il consumismo, l’immigrazione forzata, la privacy, la precarietà, le perversioni sessuali, il sadismo, ecc. E ora accetteremo gli obiettivi del Bildelberg e della Trilateral delle multinazionali: la globalizzazione imperante, la guerra, la legittimazione della pedofilia, il ritorno alle aristocrazie medioevali e un sostanziale ripristino delle servitù della gleba. Il capitalismo è oggi una religione che fa della meritocrazia (corrotta) un culto finalizzato alla legittimazione delle disuguaglianze, dove i demeritevoli sono scacciati perché sventurati. La struttura che regge questo sistema è un impianto? Un apparato? Un sistema? E’ la finanza internazionale? E’ il mercato? E’ il denaro? E’ una necessità? E’ il caso? A fronte di tutte queste numerose categorie interpretative ciò che sta alla base del reticolo di potere appare sotto il nome di ‘male’, che si presenta cosciente, consapevole e intenzionale. E la lotta contro questo male non può essere efficace se non parte dal giudizio e dalla condanna e se, soprattutto, non mette in gioco il vero territorio della battaglia: il mondo delle sostanze relazionali o, meglio, il mondo dello spirito.

Dunque il quadro del potere nel mondo si presenta oscuro sia per la caduta delle libertà democratiche mediante raffinati e mutevoli sistemi elettorali sia per i conflitti/intese tra i gruppi di potere. E’ assai probabile che, non essendoci alcun progetto (anche utopico) di società, la web society si presenti come sistema in perenne crisi con continui riaggiustamenti e cambi di linea.
Nel frattempo l’avanzata tecnologica renderà minima la partecipazione attraverso il lavoro liberando i ‘servi della gleba’ dalla fatica del lavoro, ma privandoli dell’identità di produttori.
Tutto ciò apre però un immenso spazio per la formazione di relazioni evolute specialmente nel mondo giovanile che, progressivamente affrancandosi dalle monocordi comunicazioni dei social (pur usandole con competenza) proverà il desiderio di sensazioni, emozioni e sentimenti carichi di sostanza affettiva.
Occorre però che siano in grado di esprimere giudizi e di ricevere protezione dalla sostanza relazionale maligna che circola nel sistema. Ecco perché non va sottovalutato il male e le sue strategie.
Può però diventare oggi possibile un progetto di lavoro che tendenzialmente riguarderà il futuro assetto del sistema sociale fondandosi sulla costruzione di piccole molecole relazionali che costruiscono ed hanno cura del rapporto che si crea tra le persone molto più che dei risultati socialmente visibili e politicamente/economicamente spendibili. Come del resto la storia umana ci ha mostrato attraverso i fari di civiltà e di evoluzione nati nel contesto di comunità, piccole nel mostrarsi ma gigantesche nel proporsi come capisaldi del mondo dello spirito.

BORDO PAGINA
Intervista a Marcello Darbo sul suo eBook “Il mio Dio non è morto…”

Già noto ampiamente anche fuori mura come pittore, il ferrarese (originario di Codigoro) Marcello Darbo (anche sociologo, suoi alcuni dei primi saggi e ricerche sul triste fenomeno contemporaneo del bullismo e ciberbullismo) ha recentemente esordito come scrittore. Un libro digitale già evoluto e controculturale, secondo lo stile mai convenzionale di Darbo, dedicato alla Genesi, a Dio e l’umanità…
Ecco ora un’intervista di approfondimento sul suo “Il mio Dio non è morto. Frammenti da una Bibbia apocrifa” edito dalla ferrarese Asino Rosso (a cura di Roby Guerra).

Marcello Darbo, più noto come sociologo e pittore, ora esordio letterario, un approfondimento?
Ho scritto dopo il mio “tentato omicidio” del 2004 con 7 coltellate, ho scritto per non morire, per gridare sommessamente che ero ancora vivo.

Darbo, nel romanzo – quasi di fantascienza – un linguaggio molto pop e satirico sociale, esatto?
Linguaggio ironico per parlare di un dio arrogante e insieme umile che cerca di mettere pace tra gli uomini che ha creato ingenuamente, senza pensare al male che sarebbe scaturito, un dio schifato e insieme speranzoso, mai cinico, non credo nel cinismo, porta al canismo.

Darbo, le religioni, oppio dei popoli… il tuo romanzo appare anche iconoclastico?
Iconoclastico? Sì ma anche iconospastico, dato che il mio dio è imbranato e depresso, pensa di non farcela e si addolora per questo, alla fine però un suo angelo gli rivela la strada per salvare il mondo dai Cani Disumani, per quanto riguarda l’oppio dei popoli, mi sembra che oggi la religione venga usata al contrario come Cocaina dei popoli, come Ideologia da scagliare contro gli altri; credo che ognuno abbia diritto alla sua spiritualità personale da non condividere con nessuno; religione e politica sono come fuoco e dinamite, devono essere separate. io credo che l’uomo debba aiutare se stesso e gli altri per comune appartenenza di specie, a prescindere dal suo credo.

Info
https://www.amazon.it/dp/B0754ZKKT7/ref=sr_1_26/258-2647001-2409858?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1503933411&sr=1-26&keywords=BIBBIA
http://it.blastingnews.com/opinioni/2017/08/la-fanta-bibbia-di-marcello-darbo-il-suo-primo-romanzo-001969921.html

Gli abissi di Fëdor

di Lorenzo Bissi

Penso che Fëdor Dostoevskij sia riuscito, come pochi altri in precedenza, a scavare negli abissi della natura umana, coglierne la sua essenza, e poi rappresentarla in tutte le sue sfaccettature ne “I fratelli Karamazov”.
Il maggiore dei tre figli di Fëdor Pavlovič Karamazov, cioè Dimitrij, è un uomo passionale, violento, collerico, che arriva ad odiare suo padre per motivi di donne e di denaro. Egli è perso nelle dissolutezze della vita mondana, nella sua fama di ottimo ufficiale dell’esercito, e nei finti valori che cercavano di sostituire la mancanza di Dio e di Fede alla fine del XIX secolo. Eppure, quando viene accusato di parricidio il suo sguardo verso il mondo cambia: in lui nasce un uomo nuovo, che per vivere ha bisogno di aiutare, sia pure altri condannati, in una miniera nella gelida Siberia, dove spera che la sua pena – frutto di un errore giudiziario – lo purificherà.
Ivan invece è un uomo ribelle, filosofo, di un’intelligenza acutissima, la quale si rivelerà la sua condanna. Nonostante egli sia ateo, non possiede la caratteristica superbia intellettuale di quelli, e vede in tutti i suoi ragionamenti sia il bene sia il male. Eppure, proprio questa mancanza di Dio lo porterà alla follia, tanto che al processo contro suo fratello maggiore, sebbene egli sappia la verità dei fatti, non verrò creduto.
Infine Aleksej, il più piccolo, è considerato una pecora nera nella famiglia, perché sin da giovane sente una forte vocazione religiosa e vive nel monastero del paese russo della sua famiglia. La sua natura fiorirà però solo quando abbandonerà il monastero ed andrà a praticare l’amore attivo, incondizionato, caritatevole fra la gente. Egli è l’eroe dello scrittore, è un cherubino, e la sua missione è divina.
Sono tre fratelli totalmente diversi, ma accomunati dall’essere nature – appunto – karamazoviane, cioè sempre in costante lotta con se stesse. Risolvere gli avvenimenti che accadono nella loro vita è un modo per scavare nei loro animi, per sanare le contraddizioni interne. Loro insieme rappresentano un Male che non può esistere senza il Bene. La responsabilità della morte del loro padre viene loro imputata proprio come a tutta l’umanità la colpevolezza dell’uccisione di Dio.
Lascio a voi la decisione di aprire (probabilmente un po’ spaventati dal numero di pagine) il primo tomo del libro, e di iniziare questo percorso guidato negli abissi della natura umana, sapendo che potrete sentirvi capiti e trovare conforto nell’inchiostro di Fëdor Dostoevskij.
Buona settimana!

“Nella vita, di solito, fra i due estremi, bisogna cercare la verità nel mezzo; ma nel presente caso non è esattamente così. La cosa più probabile è che nel primo caso egli fosse schiettamente grato, nel secondo schiettamente vile. Perché? Proprio perché siamo nature vaste, nature karamazoviane – ecco cosa voglio dimostrare – in grado di mescolare tutti i contrari possibili e contemplare nello stesso istante entrambi gli abissi, l’abisso sopra di noi, l’abisso degli ideali elevati, e quello sotto di noi, l’abisso delle degradazione più abietta e fetida.”
Fëdor Dostoevskij

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

L’INTERVISTA
Vicenza, il Comune vuole chiudere il cimitero ebraico. Piovono proteste. Il sindaco: “Mai avuto tali intenzioni”

“Lasciate in pace i miei morti che io non disturbo i vostri. Questo cimitero deve vivere perché è tutto ciò che rimane in città delle nostre radici”. Queste sono le parole della vicentina Paola Farina, di religione ebraica, nei confronti dell’amministrazione comunale di Vicenza che propone lo smantellamento dell’ex cimitero ebraico. Con questa proposta si intende cancellare la memoria ebraica della città. Su invito della stessa Paola, stanno giungendo lettere di sdegno e proteste al sindaco, da ogni parte d’Italia e dall’estero.

Perché questa proposta di smantellamento dell’ex cimitero ebraico nella tua città, Vicenza?
E’ ciclico, Laura, da quando avevo vent’anni… ogni dieci anni arriva il genio di turno. Il Cimitero è in stato di abbandono, questo è vero, ma verso fine anni Novanta il Comune rifiutò una sepoltura, quella della signora Lattes, che venne poi sepolta a Ferrara. Il Cimitero si trova a ridosso delle Mura della città: taglia via i perimetri di cemento, perché non si può costruire a ridosso. Un parco giochi o un’altra destinazione aprono i portoni per una cementificazione di massa.

A Vicenza esiste ancora una Comunità ebraica?
No, a Vicenza non c’è una Comunità Ebraica e quella che c’era prima della guerra era molto spartana, credo sia l’unico cimitero ebraico dove un marito si è portato con sé la moglie non ebrea e dove un ex ebreo si è fatto mettere una croce. Le tombe hanno raffigurato le immagini dei defunti: rarissimo e del tutto fuori dalle regole. Per questo mi piacciono le mie radici, perché atipiche: io sono parente di pari grado di un rabbino e di un santo. Sono cresciuta tra mille contraddizioni e mille sfaccettature, ho avuto un’adolescenza difficilissima e molto sofferta per questo, ma ora da diversamente giovane sono ricca di cultura, di ironia e di versatilità, pur rimanendo molto ancorata alle mie radici ebraiche. Non ci sono dubbi che la Comunità di Vicenza sia stata importante e fosse ben inserita nel contesto, perché l’appezzamento di terreno è piuttosto grande, forse si sperava in una crescita, ma sia il clero, sia la deportazione hanno contribuito ad annientare una cultura e una religione. Però mi ricordo ancora alcune vecchie signore che incontravo da bambina con mia nonna al Caffè la Triestina e poi di un pellicciaio Diamantish che era un ex internato dalla Jugoslavia e che poi andò in America.

L’atteggiamento dell’amministrazione comunale, compreso il sindaco?
Per il momento silenzio assoluto. So che in questo periodo godo di grandi antipatie, accadde così anche nel 2004 quando usai la stessa strategia con il sindaco Enrico Hullwech (FI). Non credo che il sindaco Achille Variati (Pd-Lista Civica) sia una persona con sentimenti antisemiti, penso invece che si sia scelto collaboratori sbagliati. Del resto chi vuole piacere a tutti non è esente da simili errori.

E’ vero che stanno giungendo al sindaco, da ogni parte, numerose lettere di sdegno e protesta, dopo il tuo appello?
Parecchie, in copia a me una quarantina, ma il mio obiettivo era 100 (però sono disordinata, potrebbero essercene altre che non ho spostato). Mi sono piaciute tutte, anche quelle di poche parole, il mio obiettivo era sensibilizzare le persone alla Memoria della presenza ebraica a Vicenza. Hamos Guetta ha scritto in un italiano arcaico: “Signor Sindaco Variati. Non un cimitero ma un vero monumento storico, guai a toccarlo, noi ebrei tripolini che abbiamo visto distrutto il nostro cimitero a Tripoli (Libia) ed abbiamo seguito la serie di disgrazie succedute al popolo Libico. Dobbiamo salvare Vicenza da tali disgrazie. Distruggere un cimitero ebraico secondo la ghemara attrae sul luogo e sugli autori disgrazie. Scusate il tono che può sembrare una minaccia, ma è ciò che è scritto ed avvenuto altrove sempre. Ho saputo da Paola Farina dell’intento di adibire a parco giochi il Cimitero Israelitico. Io sono stato con Paola ed ho visto quel cimitero. Salvate il cimitero e con esso l’anima di Vicenza e della sua gente”.
E quella di una ex vicentina, ormai israeliana da tantissimi anni: “egregio signor sindaco Variati, non capisco con che diritto lei abbia deciso di distruggere le tombe ebraiche di Vicenza. Ha lo stesso diritto che ha l’Isis di distruggere Palmira. Le tombe ebraiche sono a perpetuità, non possono essere spostate. Può togliere invece tutte quelle degli intrusi che sono stati messi lì, mi sembra soldati tedeschi e la pacchianeria fatta da una famiglia di convertiti e fare lì il suo parco giochi. Certo il cimitero ebraico di Vicenza non è bello come quello del Lido di Venezia o di Praga, ma può essere restaurato e valorizzato. I cimiteri sono un luogo di riposo e meditazione e possono diventare anche meta di visite, come il Père Lachaise a Parigi, i parigini non si sognerebbero certo di distruggerlo. Distruggere le cose antiche è facile, peccato che non si possano ricostruire. Cordialmente una ex-vicentina. Carla Valpiana”.
E quello della mia amica Penina Meghnagi Salomon dalla California: “No al furto delle radici ebraiche di Vicenza. Sei un Tikun per noi anche questa volta. Mi unisco a Paola. Sei benedetta. Chiedi qualsiasi dichiarazione e firmerò sempre. Questo più di tutti perché ha detto che sono benedetta, ma onestamente non ci sono parole che possano valere l’una sull’altra, tutte le mail sono state una manifestazione di affetto e di solidarietà. Noi siamo una grande famiglia, noi Ebrei e quelli che la pensano come noi anche se di religione diversa.

Come pensi che evolverà questa situazione?
Devo rispondere da persona educata? Ci provo. Sarebbe ora che i “politicicantesi” prima di parlare studiassero. Il Cimitero non potrà venire smantellato: il 27 febbraio 1987, il Presidente del Consiglio, Bettino Craxi e la Presidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane, Tullia Zevi firmarono un accordo, trasformato in Legge 8 marzo 1989, n. 101 (modificata) Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità ebraiche italiane.
Articolo 16, punto 3: “Le sepolture nei cimiteri delle Comunità e nei reparti ebraici dei cimiteri comunali sono perpetue in conformità della legge e della tradizione ebraiche“.

Mercoledì, il sindaco di Vicenza, Achille Variati, tramite un comunicato stampa e una telefonata privata alla stessa Paola Farina, ha rassicurato riguardo le sorti del Cimitero Ebraico di Vicenza: “Voglio assolutamente tranquillizzare Paola Farina, la comunità ebraica di Vicenza e Verona, la presidente provinciale di Italia Nostra e tutti i firmatari della lettera in cui si ipotizza che il Comune voglia trasformare in parco il cimitero ebraico, che noi non abbiamo in nessun modo avuto simili intenzioni. Smantellare quel cimitero sarebbe un oltraggio”.

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