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Roma, basilica san pietro, vaticano, chiesa (Pixabay)

Da Porta Pia a via della Conciliazione:
Vaticano e laicità del pensiero.

 

Ognuno è libero di credere che esiste un essere superiore, solitamente definito ‘dio’, che ha creato il mondo e l’umanità; che esistono donne, solitamente chiamate ‘madonne’, che hanno partorito senza che il loro imene sia stato violato e ad ogni altro immaginifico e miracolistico prodotto del suo pensiero. Libero, senza per questo essere sottoposto ad un trattamento sanitario obbligatorio.

Ciò che però diventa patologico è quando si pensa che tutti dovrebbero pensarla allo stesso modo e che il mondo intorno a noi dovrebbe conformarsi ai nostri pensieri. Questa esaltazione della mente, tipicamente umana, è quella che ha prodotto la storia dei conflitti sulla Terra.
Pare impossibile che la coabitazione non possa fondarsi sulla laicità del pensiero, vale a dire su un pensiero di popolo, che consenta di vivere insieme da popolo. La regola che tutto ciò che è fuori della realtà è affare solo tuo, senza che per forza debba coinvolgere tutti gli altri.

Le grandi mitologie sono il prodotto dell’affabulazione umana ed è già capitato, qualche secolo fa, che la grande narrazione abbia dovuto cedere il passo alla scienza, che è il nostro modo di conoscere, attraverso la ricerca del sapere, che è la scoperta dell’ignoto.

Ora, che il Vaticano cavi fuori il Concordato [Qui] per dire che a loro – quelli del giudizio universale, dell’Eden e della mela, di Adamo ed Eva, che evidentemente forse erano eterosessuali, vallo a sapere – un disegno di legge di civiltà, di civiltà di un popolo, non gli va bene perché collude con il loro pensiero che loro chiamano ‘catechismo’, dovrebbe come minimo, in un paese normale, suscitare movimenti di protesta, digiuni radicali, sit-in, no-Tav, no-global, Centri sociali e Cinque Stelle anti-sistema, sinistre radicali in rivolta.

Invece no, perché nel nostro pensiero collettivo è previsto che la chiesa cattolica dica la sua e che sia ascoltata. Tutti abbiamo avuto da qualche parte una madonna che piange, un Padre Pio che sanguina o un San Giuseppe da Copertino che vola, abbiamo pure avuto il presidente del Consiglio nipote di un frate cappuccino. La nostra è cultura umanistica, chiesastica e gesuitica, dove laicità e scienza vengono sempre dopo e non necessariamente. Chi c’è che non sia battezzato a prescindere, non si sa mai che se muori vai a finire al Limbo, che non sia cresimato o che abbia fatto la comunione, perché tutti i suoi compagni di classe l’hanno fatta? Un rigurgito di indignazione che nel ventunesimo secolo la Chiesa possa ancora interferire nella vita di un popolo, questo no!

Dialoghiamo, cerchiamo di capire, c’è il Concordato, le scuole cattoliche potrebbero perdere i soldi che Luigi Berlinguer [Qui] gli aveva promesso, in nome del compromesso tra scienza e fantasia.
Lo stesso compromesso per cui nelle nostre scuole si può insegnare il creazionismo e l’evoluzionismo, si può essere uno stato a-confessionale e garantire l’insegnamento della religione cattolica, pagando noi di tasca nostra gli insegnanti di religione nominati da loro, cioè dalla Curia, garantendogli la stessa carriera scolastica degli altri insegnanti. Si può essere uno Stato laico e tappezzare le pareti delle aule giudiziarie e delle aule scolastiche con il crocifisso.

La cosa che non si può più tollerare però è questa farsa di uno Stato che continua a fingersi laico e pure ci crede. Uno Stato che è lo specchio di un paese opportunisticamente cattolico a cui evidentemente conviene sempre la scommessa di Pascal, non si sa mai che poi dio ci sia, tanto vale credergli, male che vada rischi il nulla, ma non le conseguenze della sua ira. Un paese in cui puoi condurre un’intera vita da ateo praticante, ma poi quando muori ti portano il feretro in chiesa e ti celebrano la messa dei defunti, un paese nel quale per le corsie degli ospedali gira il prete con l’estrema unzione.

Ci si scandalizza della sorte della ragazza pakistana Saman Abbas, ma si trova normale che la Chiesa rivendichi la sua libertà di pensiero, pretendendo di ridimensionare la nostra. Un pensiero fondato sui miti delle sacre scritture, su Sodoma e Gomorra, reclamando il diritto di allevare generazioni di bambine e di bambini sul racconto della loro novella, la favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude, o Ermione.

Non c’è giorno e non c’è telegiornale che riporti le parole del Papa, sempre più chiamato ‘papà’, per familiarizzare l’orecchio dei fedeli, gesuita rivoluzionario quasi ‘comunista’, ma al dunque sempre papa, gesuita della santa chiesa cattolica, apostolica e romana.
Sarebbe il caso che da Porta Pia si tornasse a percorrere la via della Conciliazione, accordandosi che ognuno si fa i fatti propri senza note verbali del Vaticano e senza Concordati, che di questi tempi global sono tanto demodè.

Se la giornata nazionale contro l’omofobia e l’educazione gender disturbano le scuole cattoliche che problema c’è? O la FIDAE, la federazione nazionale delle scuole cattoliche e l’AGeSC, l’associazione genitori scuole cattoliche, pretendono la botte piena e la moglie ubriaca? Guarda caso, come poi i problemi di fede, le coerenze con la propria identità di credo finiscono con il ridursi a una questione di soldi, di vile pecunia.

Perfino uno Stato laico, si fa per dire, come il nostro, nel riconoscere la parità, richiede che di parità vera si tratti. Diversamente le scuole cattoliche, che non possono rinunciare alla loro connotazione dottrinale, lo facciano pure liberamente, ma senza nulla chiedere e pretendere dalla mano pubblica. E poi che sarà degli insegnanti di religione cattolica nelle scuole dello Stato, faranno l’obiezione di coscienza? Bene, finalmente porteremo la religione cattolica fuori dalle nostre scuole. Aspettiamo che il papa comunista ci dia una mano, o che il nostro Stato raddrizzi la schiena della sua laicità?

Quando si dice che il Partito Democratico ha perso la sua identità. Allora suggeriamo a Letta di aggiungere alla tassa di successione, allo Ius soli, il ritorno ad un’autentica cultura laica nelle nostre scuole, facendo uscire, a partire dalle scuole dell’infanzia, l’ora di religione, senza compromessi e pasticci come la storia delle religioni e quant’altro, anche questa sarebbe una battaglia di grande civiltà. Forse il minimo per una cultura autenticamente laica, che ha bisogno di intelligenze libere dall’inganno dei miti e sempre più bisogno di scienza, come ha dimostrato il nostro fianco rimasto scoperto di fronte al pericolo imprevisto.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

DI MERCOLEDI’
“Casa d’altri”, il racconto perfetto di Silvio D’Arzo

 

Così è stato definito da Eugenio Montale: “un racconto perfetto”. Mi riferisco a Casa d’altri, scritto nel 1947 da Ezio Comparoni, un giovane autore di Reggio Emilia che per pubblicazioni precedenti si era dotato di altri pseudonimi e che per questo suo racconto lungo aveva scelto di firmarsi Silvio D’Arzo. Ho ritrovato  il suo nome in appunti ormai datati, presi a un corso d’aggiornamento per docenti di letteratura italiana; il relatore era il grande Andrea Battistini, che ne caldeggiò la lettura a chi gli chiedeva quali fossero gli autori canonici del Novecento. E’ passato anche troppo tempo, ora voglio conoscerlo. Per prima cosa cerco negli scaffali della mia libreria e trovo quasi subito un volumetto che ho comprato all’epoca, L’uomo che camminava per le strade: una raccolta di racconti dello stesso D’Arzo uscita nel 1993 a cura di Daniele Garbuglia, in cui è riportata una buona bibliografia sull’autore; da lì spicca il nome di Eraldo Affinati come curatore dell’opera saggistica di D’Arzo, raccolta sotto il titolo Contea inglese.

Ho conosciuto Affinati e letto il suo intenso L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani; so che lavora con passione e scrive con sguardo profondo. Si aggiunge a Montale e a Battistini nello spingermi verso questo giovane scrittore reggiano che era del 1920, come mio padre, e come me si era laureato in Lettere a Bologna, lui però a soli 21 anni. Un grande talento morto a 32 anni di leucemia. Non so da cosa vi facciate convincere voi nelle scelte di lettura, io sono piuttosto sensibile alle parabole di vita così segnate dalla tyche e mi lascio guidare volentieri dal giudizio di coloro che mi sono maestri.

Eccomi dunque con il volumetto dei racconti tra le mani. Scelgo di leggere in ordine casuale i testi che vi sono raccolti e sono ben contenta che Casa d’altri qui non ci sia. Sento che devo rispettare delle tappe di avvicinamento al capolavoro. Vado solo a sbirciare le poche righe che lo riassumono nella edizione Einaudi del 1980, che intanto mi sono procurata, in cui la introduzione è scritta proprio da Affinati: i protagonisti sono un prete e una vecchia. Il fulcro della storia ruota intorno a una domanda che la donna rivolge al prete. Mi piace. Mi piace che i personaggi siano persone così e che le parole scambiate tra loro stiano al centro del racconto.

Comincio a leggere e la voce narrante, che è quella del parroco di un paese dell’Appennino reggiano, mi introduce alla povera vita che si conduceva lassù poco dopo la fine della seconda guerra. Nelle pagine iniziali siamo dentro la vita quotidiana del prete: sta lasciando la casa di un morto e dà le disposizioni per il funerale del giorno seguente; incontra il giovane parroco del paese vicino che è appena arrivato ed è pieno di iniziative e lo raggela dicendogli che lì, nella zona di Montelice, la vita non cambia mai, non succede niente di niente.

C’è un giorno diverso, però. L’esordio della storia è nei fatti che vi accadono sul far della sera: il prete sta tornando a casa e nota una donna che giù nel canale lava dei panni. E’ sola nella natura autunnale dalle tinte viola e tiene vicina a sé una capra. Il parroco non la conosce: deve essere venuta a vivere qui da poco; la pensa come un “uccello sbrancato” e nei giorni che seguono ripensa a lei. Si aspetta che prima o poi vada da lui a parlargli, come fanno tutte. Da lui che si è ridotto a essere “un prete da sagre e nient’altro”, mentre ai tempi del seminario veniva chiamato doctor ironicus per la sua arguzia. Vecchio lui, ormai, e vecchia e solitaria lei. Per molte sere ripassa dal punto in cui l’ha vista la prima volta, solo per inquadrarla un momento nel freddo della sera, mentre la luce se ne va.

È amore. Rileggo alcuni passaggi per comprenderlo. Amore fulmineo, è predilezione e attrazione totale. Solo che D’Arzo dissemina brevi segnali linguistici di questo terremoto interiore che travolge il parroco e li distribuisce nei suoi pensieri, a piccoli dosaggi. Mentre le giornate scorrono, apparentemente uguali, il prete non pensa ad altro che ad allontanarsi da casa sul far della sera per rivedere la vecchia. Assume anche informazioni su di lei e viene a saperne il nome, Zelinda, e l’età, sessantatre anni. Fa la lavandaia e fatica da mattina a sera con la sola compagnia della sua capra. “Mai una volta alla processione: mai ai Vespri: mai in chiesa”. Una sorta di Lupa verghiana.

Attendo che arrivi la domanda fatidica che lei rivolge al prete tempo dopo, la sera in cui hanno camminato insieme per un tratto di strada. Ora sono giunti sulla soglia della casa di lei, sull’estrema soglia mi verrebbe da dire, e lei chiede: “se in qualche caso speciale…qualcuno potesse avere il permesso di finire un po’ prima”. Ecco, di nuovo non capisco. Ritorno indietro alle pagine in cui il prete si accorge della vita faticosa che Zelinda porta avanti, un giorno dopo l’altro. Non ho considerato abbastanza “il male di vivere” che la riguarda. Ho voluto cercare nelle pagine solo i segnali dell’attrazione che il prete prova per lei, scomodando lo Stilnovo con i suoi nodi concettuali: lo sguardo che innamora l’uomo, la visione epifanica della donna e il suo incedere e la sua ritrosia, come elemento che ancor più incatena l’amante.

Devo aver seguito una falsa pista di lettura. Non solo, ammetto che fatico a rapportarmi allo stile di questo testo: ora  trasmette mille echi letterari che me lo rendono familiare, da Manzoni a Fenoglio, da Verga a Machiavelli, ora mi torna estraneo e diverso da ogni altro racconto o romanzo del Novecento che ho attraversato. Saranno le frasi brevi, dal tono perentorio. Frasi costruite spesso su battute popolari che comprendo solo in parte. E sì che sono emiliana come l’autore. Il ritmo narrativo è segmentato e si alternano asserzioni dalla carica semantica sempre diversa: una breve frase sul tempo autunnale già freddo, la successiva sui gesti del personaggio, quella dopo sugli universali della vita e della morte. Non so se mi piace. Capisco che nel mio ruolo di lettore sono in cammino e la strada non è agevole. Lo stile di Silvio D’Arzo un minuto mi fa sentire ‘a casa’ e un minuto dopo mi ha tolto ogni certezza. Meno male che l’introduzione di Affinati mi soccorre ed è un raffinato scavo dentro al testo, di cui fa emergere lo straordinario valore letterario.

Ho recuperato il senso della domanda:  Zelinda vuole sapere se è permesso che qualcuno si tolga la vita, che lei ponga fine alla sua. Cosa le risponde il nostro prete, che in lunghi anni di ministero pastorale a Montelice ha celebrato matrimoni alla buona, cresimato ragazzi e messo d’accordo “sette caprai per un fazzoletto di pascolo”? Dice egli stesso “Sul momento non mi venne parola. Ma poi no, non fu neanche così: alla bocca mi salirono parole e parole e raccomandazioni e consigli e ‘per carità’ e ‘cosa dite’…Tutte cose d’altri, però…Di mio non una mezza parola: e lì invece ci voleva qualcosa di nuovo e di mio, e tutto il resto era meno di niente”. È una risposta inadeguata. Nella studiata simmetria del testo spicca l’asimmetria tra i ”cosa dite”, convenzionali, e la profondità filosofica della domanda.

Il prete da sagre chiude il suo racconto con due brevi sequenze: l’una nella casa di Zelinda, dove la salma di lei viene lavata e il pianto funebre sta per cominciare. L’altra quando, qualche tempo dopo, incontra il prete di Braino e trova che la vita del paese lo ha ingrassato. I segni del tempo che è trascorso sono tutti qui: le morti che si sono succedute (anche Melide, la perpetua, non c’è più), i chili che il curato ancor giovane ha messo su nella monotona vita della montagna.

“Allora mi vien sempre più da pensare ch’è ormai ora di preparare le valige per me e senza chiasso partir verso casa. Credo d’avere anche il biglietto. Tutto questo è piuttosto monotono, no?”
Casa? Penso che voglia intendere la vera casa, in cui un parroco aspira a tornare più di ogni altro, la casa del Padre. Anche se la relazione tra le persone del racconto è tutta orizzontale e la religiosità di Zelinda, che vuole morire e degli altri che restano a vivere, si consuma nei riti che essi compiono e nelle liturgie. Questa terra è casa d’altri. Così come cose d’altri sono le parole inadeguate, le parole trite. Credo di avere afferrato il senso che regge il racconto.
Mi tiro un po’ su, ma il cammino dentro questo testo è ancora lungo.

Nell’articolo faccio riferimento ai seguenti testi:
– Silvio D’Arzo, L’uomo che camminava per le strade, a cura di Daniele Garbuglia, Quodlibet, 1993
– Silvio D’Arzo, Casa d’altri e altri racconti, a cura di Eraldo Affinati, Einaudi, 1980
– Eraldo Affinati, L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani, Mondadori, 2016

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La scuola s’è persa per strada

In questi giorni operosi per mettere a fuoco il domani del paese, pare che la scuola si sia persa tra Colao e Villa Pamphili. Non so se ad andare perduti siano stati i fogli o le idee, ma noi, che siamo zelanti e che non manchiamo di idee, vorremmo dare una mano, permetterci qualche suggerimento che, a conti fatti, potrebbe rivelarsi utile.
Da tempo conoscenza, competenze, patrimonio di saperi non solo hanno cambiato volto, hanno pure mutato percorso, abbandonando i sentieri tradizionali per intraprendere strade nuove. Anziché bagaglio nozionistico, riserva di erudizione da esibire, si sono trasformati in risorsa preziosa per le donne e gli uomini dell’epoca che viviamo. Imparare è il risultato di un’orchestrazione, non è monocorde, anzi direi che è stereofonico, con una collocazione spaziale ampia, dilatata, dinamica, ma questo spartito ci siamo scordati di suonarlo.

Ora che sarebbero necessari più spazi questi ci mancano, perché non ne abbiamo approntati altri, a partire da musei, biblioteche, archivi e gallerie, teatri, dimore antiche e ancora se ne potrebbero aggiungere, luoghi spesso ostinatamente più di conservazione che di azione. Non li abbiamo attrezzati come avremmo dovuto con spazi interattivi, modulari, con ambienti per fare didattica, con la rigidità prussiana che un museo e una biblioteca non sono una scuola. Idea davvero stravagante visto che ciò che ospitano e conservano ha fatto scuola nei secoli e ancora fa scuola. L’esperienza dei laboratori didattici ancora non si è tradotta in consuetudine, in modo che sia più che naturale l’intercambiabilità tra spazi scolastici e spazi delle istituzioni culturali.

Spazi sono le classi o, meglio, le aule, come horti conclusi, senza il fascino del giardino. Classe è termine da coscritti della leva. Qualcosa di militare, che ancora resiste alle radici delle nostre scuole. L’alzarsi in piedi quando entra l’insegnante in aula, l’allineamento dei banchi, le classi assemblate per età anagrafica, il numero degli alunni, tanti plotoni pronti ad ingaggiare la lotta con il sapere, per non parlare di coloro che ancora vorrebbero bambini e bambine in divisa, con il loro grembiule. Sembra di raccontare di un altro secolo, eppure è la registrazione di quello che, incredibilmente, ancora resiste oggi, e spesso incontrando il compiacimento di tanti a partire dai laudatores temporis acti. E non ci si rende conto degli anacronismi, della muffa che pervade il proprio cervello, del vulnus di non essere riusciti ad immaginare finora altro. Non ci sono più gli ospedali con le camerate, forse le camerate hanno abbandonato anche le caserme, le classi no, le classi sono un pilastro che come ogni cariatide che si rispetti sfida i tempi.

Patti formativi, piani di studio, crediti, tutoraggio, un linguaggio che non è mai appartenuto alla scuola, ma che l’università ha da tempo fatto suo. Flessibilità e differenziazione dei percorsi consentirebbero di eliminare la diseconomicità delle bocciature, potrebbero costituire gli elementi di una istruzione rinnovata a partire dal primo grado del ciclo secondario. Non più studenti che attendono il cambio dell’ora seduti in aula, ma studenti che al cambio d’ora si muovono da un laboratorio all’altro specificamente dedicato alle singole discipline o transdisciplinare. Gli esami a conclusione del primo e del secondo ciclo potrebbero essere sostituiti da progetti concreti, la cui realizzazione dovrebbe accompagnare l’intero curricolo dello studente e che dovrebbe essere il risultato dell’interazione tra scuola e  territorio. Oppure si potrebbe pensare qualcosa che assomigli a una vera tesi, sinossi dell’intero ciclo di studio. Quanto è ancora indispensabile la pratica degli scritti e degli orali? È proprio necessario che tutti studino le stesse discipline o si potrebbe dare spazio ad opzioni più legate ai propri interessi, alle proprie attitudini, ai propri progetti? Le discipline devono continuare a resistere come discipline o è meglio ‘dematerializzarle’ nella  tessitura dell’intreccio dei saperi?

In territori ricchi di strutture sportive, piscine e palestre, è ancora necessario proseguire nella cultura della mens sana in corpore sano, che tradizionalmente ha dato luogo alla pratica scolastica dell’educazione fisica? Movimento, sport, educazione motoria non potrebbero essere delegati al territorio anziché alla scuola? Allo stesso modo sarebbe finalmente ora di far uscire l’insegnamento della religione cattolica dall’orario scolastico.
Liberare ore dell’orario scolastico sarebbe importante ad esempio per dare spazio ad apprendere seriamente la musica, a suonare uno strumento che non sia il flauto dolce, anziché continuare nella pratica della musica come attività per i soli baciati da dio. Socialità e appartenenza, invece di passare per le classi e le sezioni identificate con le lettere dell’alfabeto, potrebbero essere coltivate dal partecipare a gruppi orchestrali e corali scolastici o compagnie teatrali o a gruppi di filmmaker.

Educazione lungo l’intero arco della vita e scuola a “pieno tempo”, come la voleva Lorenzo Milani, avremmo voluto che si incontrassero e si intrecciassero. Non sono utopie, attendono solo il momento che la storia ce ne imponga la scrittura. Non si tratta, dunque, di invenzioni, neppure di idee tanto nuove, semmai di esperienze e riflessioni che sono andate accumulandosi negli anni, nate non dal nulla, ma dal vivere spesso le contraddizioni del nostro sistema formativo, dal pensare come si sarebbe potuto fare meglio, senza che mai fossero prese realmente in considerazione. Ora sarebbe il tempo.

Continuiamo a reclutare insegnanti precari per una scuola precaria, perché al di là delle nostre volontà la scuola non potrà rimanere così com’è, così come l’abbiamo conservata finora. Non è che la scuola può cambiare da un giorno all’altro e neppure che ci possiamo permettere di buttar via il bambino con l’acqua sporca. Ciò che non ci possiamo assolutamente permettere è quello di perdere la Scuola per strada, continuare a ignorare l’urgenza di dare avvio a un discorso corale sull’istruzione, capace di raccogliere il contributo di idee e esperienze accumulate negli anni, di chiamare all’appello innanzitutto gli insegnanti, che sono i professionisti della cultura, e le migliori intelligenze di cui disponiamo, archiviando per sempre ogni nostalgia per le predelle e per le classi, perché è proprio ciò di cui non sentiamo assolutamente il bisogno. Discorso è discorrere, è percorrere una strada, è darsi un percorso, è disegnare il percorso dell’istruzione nel nostro paese.

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