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Maradona il Salvatore. Nel calcio come nella vita.

Ancora il bravissimo Toni Servillo, già nella lista dei 25 grandi attori del XII secolo pubblicata, lo scorso anno, dal New York Times, insieme ad attori del calibro di Denzel Washington, ne E’ stata la mano di Dio, che, distribuito al cinema da Lucky Red, dal 15 Dicembre possiamo vedere anche su Netflix, in eterna simbiosi di successo con Paolo Sorrentino (i due collaborano fin dall’esordio del regista, L’uomo in più, del 2001).

Vincitore, alla 78° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, del Leone d’Argento e del Premio Marcello Mastroianni al giovane protagonista Filippo Scotti, da più parti si vocifera di una possibile candidatura agli Oscar (recente delusione al Golden Globe, dove il film non ha ricevuto premi). Il film merita, è commovente e bello (tuttavia, non da Oscar, a nostro avviso), quello più personale e intimo del regista napoletano.

Ambientato a Napoli, non si tratta di un film su Maradona, come potrebbe sembrare dal titolo, ma di una pellicola dove il calciatore è, piuttosto, una manifestazione divina.

Filippo Scotti

Il protagonista, il giovane Fabietto Schisa (il talentuoso Filippo Scotti), è il regista stesso, in un periodo adolescenziale fatto di scoperte, risate, paure esistenziali, solitudine e corse in motorino con gli affiatati genitori (il padre Saverio, interpretato da Toni Servillo e la madre Maria, ruolo di Teresa Saponangelo) amati e complici di avventure e scherzi. Ci sono poi il fratello Marchino (Marlon Joubert), le partite allo stadio San Paolo (oggi intitolato a Maradona) e, soprattutto, la voglia di conoscere nuove storie e persone, passatagli da sua zia Patrizia, la nota stonata, diversa e stravagante della famiglia (una bravissima e travolgente Luisa Ranieri), che dice di aver visto il Monaciello (spirito che, secondo il folclore napoletano, può dare buona o cattiva sorte), ma nessuno le crede. Sono Maria e Patrizia ad aprire gli occhi di Fabietto su ciò che non si vede, su ciò che è segreto o che gli altri non vogliono riconoscere. La capacità di vedere oltre. Il potere della libertà. Anche nel folclore.

Foto Gianni Fiorito. Luisa Ranieri

In un quadro spesso dall’atmosfera felliniana, per personaggi, situazioni, scenografie e colori. C’è anche tanto dolore, quello per la perdita dei genitori, all’età di 16 anni, in un tragico incidente domestico a Roccaraso (asfissia da monossido di carbonio) al quale Sorrentino è scampato perché rimasto nel capoluogo partenopeo per vedere la partita Napoli-Empoli. La mano di Dio, appunto, quella frase sibillina con la quale un parente (Renato Carpentieri) si riferisce a quella fortuita salvezza. L’improvvisa morte degli amati genitori costringe il ragazzo a fare i conti con la solitudine di chi ancora non ha un suo posto nel mondo, da cercare con forza. Fabio dovrà così imparare ad accettare i rischi spaventosi di quella tragica e improvvisa libertà. Senza arrendersi al caso ma diretto ad una crescita, alla scoperta, all’invenzione (e reinvenzione), alla trasformazione, alla realizzazione, puntando sempre verso l’alto.

Ci sono poi tanti personaggi ed eventi secondari: la signora Gentile è il fedele ritratto della consuocera di una zia del regista, che metteva la pelliccia in estate e si lasciava andare al turpiloquio, vere anche la storia del fratellastro segreto scoperto dopo la morte dei genitori, la passione della mamma per gli scherzi, l’amore per i film di Sergio Leone e l’avvistamento di Maradona in una Panda, con tutta Napoli immobilizzata a osservarlo. Il personaggio della zia sexy e irrequieta interpretato da Luisa Ranieri non è esistito davvero, o almeno non come persona unica. È infatti l’unione di una zia materna di Sorrentino che raccontava visioni di munacielli e fantasmi e del fascino erotico esercitato su un sedicenne dalle amiche della sorella e della madre. La baronessa (Betty Pedrazzi), invece, assomiglia a una vicina della famiglia ma è una rielaborazione di racconti ed eventi capitati a conoscenze del regista. Un incontro tra vita vera e sprazzi di fervida, ironica e divertente immaginazione.

Nel film vediamo anche l’incontro di Fabietto con Antonio Capuano, regista con cui Sorrentino firmerà a quattro mani la sceneggiatura di Polvere di Napoli, nel 1998. Quel confronto non è accaduto realmente nei termini nei quali lo vediamo nel film, ma è comunque «la combinazione di molte conversazioni che abbiamo avuto, non soltanto lavorando insieme ma anche nel corso della nostra lunga amicizia», dichiara il regista stesso.

Con questo film, Sorrentino dichiara di voler ripartire, di volersi liberare da un linguaggio cinematografico che, seppur straordinario, era diventato quasi una gabbia.

 

 

 

È Stata la Mano di Dio, di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Filippo Scotti, Teresa Saponangelo, Luisa Ranieri, Betti Pedrazzi, Renato Carpentieri, Enzo Decaro, Italia, 2021, 130 mn.

 

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