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Referendum, gaffe storica di Renzi:
lettera agli italiani a Gerusalemme, ma sull’indirizzo c’è scritto “Palestina”

In queste ultime ore, moltissime le proteste degli italiani residenti a Gerusalemme, dopo aver ricevuto la lettera  a firma  Matteo Renzi del Comitato del ‘Si’ al referendum del 4 dicembre. Sulla busta, oltre il nome e l’indirizzo, compare la denominazione “Palestina” e non Israele. Un grosso errore che l’ Italia attribuisce all’Aire (anagrafe italiani all’estero). A questo punto, l’indirizzario in questione, considererebbe Gerusalemme ancora nella Palestina del mandato britannico e non lo Stato d’Israele del 1948!
Questa gaffe potrebbe trasformare un “Si” in un “No” come minacciano molti residenti italiani a Gerusalemme. Ecco alcuni commenti:

“Protesto, protesto e protesto, a nome di tutti gli italiani residenti in Israele a Gerusalemme. Vergogna Stato Italiano, ignorante. Studiatevi la geografia e pure la Storia”.

“Ancora non mi è arrivata,ma se mi arriverà con questa scritta sarà motivo in più per votare NOOOOO”.

“E ti meravigli? Ma pensi davvero che questo […] avrebbe scritto Israele? Non hai visto con quanta ipocrisia ha fatto finta di scusarsi sull’astensione dell’ Italia all’Unesco?”.

“Tutto questo è pazzesco…”.

“A questo punto, dall’Italia, il Comitato del “Si” darebbe la propria disponibilità ad inviare altre lettere con l’indirizzo giusto, ma ormai non solo la ‘frittata’ è fatta, ma se poi si volesse aggiungere che il governo italiano, negli ultimi tempi, è riuscito a deludere e far incavolare troppe volte gli ebrei e la stessa Israele? Difatti, nessuno ha dimenticato la vergognosa astensione del Ministro Gentiloni in sede Unesco sul Muro del Pianto a Gerusalemme e ancor di più una Federica Mogherini che ha affermato che: “Boicottare Israele è libertà d’espressione”. L’Italia dove intende andare con questi due? Sicuramente da nessuna parte.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La buona scuola parla francese

Altro che buona scuola! Dobbiamo andare a lezione dai cugini francesi per imparare di cosa si dovrebbe ragionare quando si ha la pretesa di usare termini come buona scuola.
La conferma la fornisce in questi giorni un articolo apparso il 22 settembre sul Corriere della Sera. Najat Valaud-Belkacem, ministra dell’Educazione nazionale del governo Hollande, ha dichiarato che l’obbligo scolastico in Francia sarà innalzato dai sedici ai diciotto anni. Al momento è solo nel programma del Partito socialista francese, ma se Hollande sarà confermato alle presidenziali della prossima primavera sarà un atto del suo governo.
La questione riguarda anche casa nostra perché, mentre è in corso la sperimentazione del liceo quadriennale, sull’obbligo scolastico a diciotto anni è sceso il silenzio. Eppure lo stesso PD aveva presentato un emendamento alla legge di stabilità del governo Letta, nel novembre del 2013, per l’innalzamento dell’obbligo scolastico a diciotto anni a partire dal 2014.

I 212 commi della legge di riforma a tale proposito non dicono nulla. Ma evidentemente la Buona scuola del governo Renzi è figlia di scarse idee e di troppi compromessi, a partire dal Jobs act che prevede l’apprendistato dai quindici ai venticinque anni. Con l’innalzamento a diciotto anni dell’obbligo scolastico sarebbe impossibile ai quindicenni l’accesso al mondo del lavoro, per non parlare dei vari enti di formazione professionale che nel nostro paese prolificano sulle elevate percentuali di drop out scolastico.

Dai tempi della Moratti, ministro dell’istruzione nel 2004, è stata introdotta la farisaica dizione: “diritto/dovere all’istruzione per dodici anni, o almeno fino al conseguimento di una qualifica entro il 18° anno di età”. “Diritto/dovere” perché in tempi di neoliberalismo dilagante la parola obbligo fa troppa impressione, minaccia le libertà individuali e produce mal di pancia.

Intanto tra i paesi dell’Ocse restiamo all’ultimo posto per dispersione scolastica con il nostro 17% e con un ritardo di 16 anni rispetto alla Strategia di Lisbona, a cui l’Italia ha aderito, che già nel 2000 chiedeva, tra l’altro, di contenere l’abbandono precoce degli studi al di sotto del 10% e di portare almeno l’85% dei giovani al conseguimento di un diploma di scuola secondaria superiore. In tutti questi anni le ricerche dell’Ocse-PISA hanno dimostrato che i Paesi con i risultati formativi migliori sono quelli dove la durata dell’obbligo scolastico è più elevata. L’Italia continua ad occupare il fanalino di coda nelle statistiche internazionali.

I propositi della ministra francese toccano un altro nervo scoperto del nostro sistema formativo, quello della scuola dell’infanzia che, nonostante nel nostro paese sia frequentata ormai dal 97% dei bambini, non fa parte del sistema scolastico obbligatorio. Lo scorso week end la ministra francese ha scelto di svelare il suo piano con un twitter: «Proporrò di estendere l’obbligo scolastico dai 3 ai 18 anni».

In Italia siamo fermi e la buona scuola non promette nulla di buono, la crisi si fa sentire e sul terreno dell’istruzione picchia duro, i soldi per le riforme di cui avremmo bisogno non ci sono. Ce lo dice l’annuale rapporto dell’Ocse “Education at a Glance 2016”, se c’è una certezza è che il passato domina sulle nostre scuole con insegnanti vecchi e mal pagati, con le materie di sempre, con i compiti a casa che ancora non si sa se fanno bene o male, ma soprattutto con un taglio, tra il 2008 e il 2013, della spesa pubblica per le istituzioni scolastiche del 14%, pari a quasi il doppio del calo del Pil nel periodo (-8%) e contro un calo inferiore al 2% per altri servizi pubblici.

Referendum, il giudice Imposimato attacca: “Anche il Nazismo è nato così”

di Simona Gautieri

“I cittadini devo sapere che se passa questa riforma finisce la democrazia.” Lo afferma Ferdinando Imposimato, giudice e presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione con riguardo alla riforma della Costituzione, oggetto del referendum costituzionale fissato per il mese di ottobre. “Anche se questa riforma pare indolore invece è il preludio ad un colpo di stato, il tentativo di instaurare una dittatura personale del premier” tuona il giudice Imposimato e piovono applausi di consenso nella gremita sala estense, in piazzetta Municipale a Ferrara, teatro ieri sera di una conferenza organizzata dal Comitato Cittadini 5 Stelle di Ferrara.

L’incontro, dal titolo Di sana e robusta Costituzione…c’è chi dice NO…, prevedeva un confronto tra gli ospiti della serata, Massimo Villone, costituzionalista e professore emerito dell’Università Federico II di Napoli, e Domenico Morace, avvocato del foro di Bologna ed esponente del movimento Agende Rosse, e i rappresentanti delle maggiori testate giornalistiche cittadine. Assente, per motivi famigliari, il giudice Imposimato, di cui è stato proiettato un contributo filmato. Su sollecitazione delle domande poste dai giornalisti e dal pubblico presente in sala, si è cercato di approfondire la natura della consultazione referendaria, chiamata ad approvare o respingere la riforma costituzionale Renzi-Boschi, con digressioni sull’attuale legge elettorale, il cosiddetto Italicum, e sull’eterno problema della corruzione della classe politica.

Il professor Villone critica aspramente la riforma e dichiara “La Costituzione di De Gasperi e Togliatti non può essere toccata da Renzi e dalla Boschi. Non lo accetterò mai!”. Passa poi a smantellare, punto per punto, la proposta referendaria sottolineando come la stessa non possa essere vista come una soluzione all’ingovernabilità del paese. Il problema principale, evidenziato dal professore, è che se passasse il referendum si ridurrebbero gli spazi di democrazia dei cittadini a favore di un neo centralismo statale, di cui il premier sarebbe il massimo esponente, e questo, di fatto, andrebbe a minare le autonomie locali. Spiega Villone che “non si vuole abolire il Senato, ma eliminare la possibilità dei cittadini di votare per il Senato. Un Senato composto da consiglieri regionali e sindaci diverrebbe il Senato dei regionalismi”. Il pericolo, evidenziato dal costituzionalista, è quello che i cittadini si facciano abbagliare dalle promesse, “specchietti per le allodole”, di cui la riforma è infarcita: maggiore governabilità del paese, meno costi della politica, parlamento più efficiente.

“Quando si parla di tempi lunghi, di complessità della politica, si parla non di regole o di procedure ma di politica. Quando si perde tempo nell’approvazione delle leggi, è un problema politico interno alla maggioranza”, spiega il professore e di conseguenza la soluzione non è la riforma della costituzione ma della politica.
Dello stesso avviso è l’avvocato Domenico Morace, secondo il quale la nostra Costituzione è stata concepita come un patto sociale condivisa dai cittadini. Il rischio è che il comune cittadino, stanco del panorama politico nazionale, si convinca che con la riforma costituzionale ci sia una riforma anche della classe politica a favore di una maggiore governabilità che porti ad una ripresa economica dell’Italia. Niente di più falso per Morace che chiaramente ribadisce il pericolo che “ alcuni cittadini sono disposti a farsi rubare la democrazia per avere un paese efficiente. Ma il vero problema è far funzionare le regole con la classe politica, non serve cambiare le regole se la classe politica non muta”. “Servono una serie di pesi e contrappesi”, dice Morace “ e questi, in tutti i paesi democratici sono rappresentati dalle Camere. Per lo snellimento della burocrazia non è quindi necessario massacrare la Costituzione!”.

La serata prosegue con le diverse domande del pubblico che all’unanimità giudica negativamente la riforma costituzionale proposta dal Governo che affonda le sue radici nell’attuale sistema elettorale. L’Italicum assegna un premio di maggioranza pari al 54% dei seggi al partito più votato. Se nessuno dei partiti ottiene almeno il 40% dei voti al primo turno, la Camera viene consegnata al partito che vince il ballottaggio, anche se scelto inizialmente da una esigua minoranza di elettori. Con la riforma costituzionale, rimarcano i sostenitori del NO, si corre il rischio che questa “falsa” maggioranza possa poi governare, praticamente da sola, il Paese. Da una parte quindi, sottolineano Morace e Villone, si va verso una deriva centralista a favore della Camera e del Premier e dall’altro si riduce il Senato ad un covo di interessi regionalistici che non farebbero bene al paese ma solo al “pezzetto di territorio” di cui i nuovi senatori sono anche rappresentanti.

Il monito del giudice Imposimato “anche il Nazismo è nato così”, trova il consenso della platea. Vi è la certezza di aver assistito ad una conferenza articolata e con ospiti di pregio, ma a cui sarebbe, forse, servita l’espressione di una voce fuori dal coro per dare il via ad un maggiore confronto dialettico.

luigi_negri

Povero vescovo! (e povero anche il sacrista…)

Dopo tutte le esternazioni che lo hanno caratterizzato dal suo arrivo a Ferrara, sebbene in una intervista a Panorama abbia dichiarato che gli sarebbe piaciuto diventare un generale dei carabinieri, io immagino l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa: monsignor Luigi Negri, non tanto come pastore di anime ma piuttosto come una rock star in decadenza che, pur di far notizia, desidera essere protagonista a tutti i costi.
Un personaggio che, prima di mostrarsi in pubblico, aspetta che il presentatore lo introduca con una frase gridata ad effetto, che suoni più o meno così: “Ladies & gentleman, please welcome the star of the show: Louis Niggers & The Standing Sentinels!!! “
Tutto ciò seguito delle urla di approvazione di fedeli fans in delirio che, alla fine dell’evento, chiedono a gran voce: “One more! One more!”.
L’ho immaginato anche quando, nei giorni scorsi, ho letto la lettera aperta che ha scritto al Presidente del Consiglio Matteo Renzi per chiedere che le scuole private non paghino gli arretrati della vecchia Ici, come stabilito invece dalla Corte di Cassazione dello Stato italiano.

Non ho nessuna intenzione di imbarcarmi in argomenti religiosi dei quali confesso di non essere assolutamente esperto ma non riesco a trattenermi dal commentare il suo severo messaggio di critica e di supplica.
Alcune premesse doverose:
1) le scuole paritarie cattoliche non sono scuole pubbliche;
2) non mi interessa fare confronti pedagogici fra la scuola paritaria e la scuola statale o comunale;
3) le scuole paritarie, che rispettano i criteri definiti dalla convenzione fra il Comune di Ferrara e la Federazione Italiana Scuole Materne, offrono un servizio importante alla nostra comunità;
4) le scuole private parificate, oltre ad incassare il pagamento delle rette da parte delle famiglie, ricevono finanziamenti dallo Stato, dalle Regioni e dai Comuni.

Veniamo al testo: l’arcivescovo è persona intelligente quindi scrive una lettera aperta a chi sa che può ascoltare le sue richieste: la indirizza a Matteo Renzi, in qualità di Presidente del Consiglio ma, è sottinteso, anche come persona vicina a Comunione e Liberazione, di cui il nostro vescovo è figura di riferimento importante.
Nel farlo non si cura dell’articolo 7 della nostra Costituzione che dice che: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.”
Inizia definendo “gravissima” la situazione in cui “versa la maggior parte delle scuole paritarie cattoliche del nostro Paese” ma si guarda bene dal fare riferimento a tutti i contributi ricevuti.
Continua giudicando una “pretesa” quella del Comune di Livorno di esigere l’imposta sugli immobili da istituti scolastici non statali.
Prosegue dicendo che la sentenza della Corte di Cassazione, che ha dato ragione al comune di Livorno, ha reso “Precaria l’esistenza stessa di molte scuole, a partire dalle scuole paritarie dell’infanzia”; anche in questo caso però non indica dove poter verificare i bilanci delle scuole paritarie per accertare tale precarietà.
Parla poi di “Libertà di educazione fondamentale per la democrazia ” e approfondisce il concetto scrivendo che, nel nostro paese: “La difficoltà più grave è che non c’è mai stato un clima di autentica libertà di educazione e di scuola”; tutto ciò senza citare l’articolo 33 della nostra Costituzione dove si precisa che “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.
Nella parte successiva c’è un invito ed un rimprovero al Presidente del Consiglio: “Oso rivolgere a Lei questo invito affinché vigili sul fatto che non venga ulteriormente ridotta la già precaria libertà di educazione e di scuola nel nostro Paese, e quindi perché promuova norme che non lascino margini interpretativi sfavorevoli, come in occasione di quella sentenza della Cassazione assicurarono esponenti del suo Governo”; come a dire: “Caro Matteo, se vuoi ancora il nostro sostegno, guarda bene che i tuoi non facciano più tiri mancini e spiega loro come stare sulla retta via”.
L’arcivescovo continua la sua lettera compiacendosi nel citare le motivazioni della “Stella della Solidarietà”, premio conferitogli dall’allora Presidente della Repubblica: Giorgio Napolitano e la termina affidandosi alla coscienza di cittadino e di cristiano di Matteo Renzi per poter ottenere un cambiamento della sentenza della Cassazione.

A mio modo di vedere, la lettera aperta del vescovo riporta una serie di proteste scontate e di lamentele ingiustificate ed è reticente e omissiva perché oltre a non citare i dati sui contributi ricevuti da Stato, Regione Emilia Romagna e Comune di Ferrara, non dà pubblicità ai bilanci delle scuole paritarie cattoliche.
Il presule non si pone nemmeno il problema del rispetto di una sentenza della Corte di Cassazione: con il termine “pretesa”, manifesta la convinzione che le scuole paritarie cattoliche siano al di sopra della legge.

I governi, per anni, hanno garantito esenzioni fiscali alle strutture confessionali che esigono rette, con mancati introiti per le casse pubbliche stimati nell’ordine di centinaia di milioni di euro l’anno; nonostante ciò l’arcivescovo, per evitare di pagare il dovuto al Comune, non trova di meglio che pianger miseria.
Peraltro nulla sappiamo – né il vescovo dice – in merito all’applicazione dei contratti collettivi nazionali di categoria e di settore per il personale, non precisa se siano presenti organi collegiali analoghi a quelli previsti per le corrispondenti scuole statali e comunali ma soprattutto non specifica se siano accettate le iscrizioni di tutti gli alunni che ne facciano richiesta senza alcuna discriminazione: in particolare degli alunni con disabilità (le cui famiglie sono spesso costrette a farsi carico della spesa per l’insegnante di sostegno nonostante i contributi ricevuti allo scopo).
Quelli indicati sopra sono solo alcuni fra gli elementi contenuti nella convenzione di qualche anno fa, fra il Comune di Ferrara e la Fism; il rispetto degli stessi è condizione imprescindibile per l’Ente locale per versare contributi alle scuole paritarie.

Ripeto: le scuole paritarie cattoliche offrono un servizio importante alla nostra comunità ma una domanda sorge spontanea: chi verifica il rispetto di quei criteri da parte delle scuole paritarie, cattoliche e non?
L’arcivescovo è libero di scrivere ciò che vuole ma mi sarebbe piaciuto che al termine “libertà” tante volte usato dall’arcivescovo, Egli avesse fatto riferimento anche citando la Costituzione Italiana quando parla del diritto per Enti e privati di istituire scuole ed istituti di educazione ma senza oneri per lo Stato.
Ormai sappiamo però che sia lui che il destinatario della sua lettera, per motivi diversi, non sembrano avere molto a cuore la nostra Costituzione.
Mi sorprende che Tiziano Tagliani, sindaco di un Comune che ha sempre avuto molta attenzione all’ambito sociale, sostenga il pianto dell’arcivescovo dichiarando che: “Al fine di garantire la sopravvivenza di queste scuole tanto necessarie alla nostra comunità rivolgo al premier Renzi l’invito a rivedere la normativa che impone il pagamento della quota per gli arretrati della vecchia Ici risalenti al 2010.”

Il Comune di Ferrara, nel bilancio di previsione dell’Istituzione Servizi Educativi Scolastici e per le Famiglie indica quale contributo alle scuole materne paritarie una discreta somma a sei cifre, ai quali vanno aggiunti altri contributi erogati per l’integrazione degli alunni con disabilità.
Ad esempio, per l’anno 2010 erano circa 160.000 euro: non mi sembra una cifra da poco ed è di gran lunga superiore ai 123.000 euro di multa richiesti per l’Ici non pagata dalle scuole paritarie cattoliche nello stesso anno.
Inoltre i contributi derivanti dal pagamento degli arretrati della vecchia Ici potrebbero essere utilizzati dal nostro Comune per altri investimenti a favore dell’istruzione pubblica o della spesa sociale.
Come contribuente, dopo aver letto e riletto la lettera aperta dell’arcivescovo Negri a Matteo Renzi, provo indignazione di fronte a tanta arroganza e sfrontatezza.
Come maestro elementare, impegnato a difesa della scuola pubblica della Repubblica, mi sento stordito da una simile mancanza di rispetto per una sentenza della Corte di Cassazione.
Come cittadino italiano non considero accettabili le proteste di monsignor Negri.
Mi auguro che il Presidente del Consiglio non accolga questo invito al concerto del nostro Lewis Niggers, un “artista”, il cui recente repertorio ferrarese è composto prevalentemente da lamenti e piagnistei.

IL DIBATTITO
La nostra ambigua Sinistra avulsa dalla realtà

di Giuseppe Fornaro

Esiste la sinistra italiana? Possibile? Forse in un’altra Europa. Qui in Italia non risulta pervenuta. La vediamo sui giornali, in televisione nei talk show, sulle riviste patinate, ma non lì dove dovrebbe essere. Davanti le fabbriche, sempre più numerose quelle che chiudono, davanti gli uffici, le scuole, tra i senza tetto, i senza lavoro, i giovani. E se c’è è solo per le foto di rito. Sentiamo il suo vociare, i suoi comunicati stampa, sentiamo le dichiarazioni sempre contro qualcosa, la sentiamo, molto, perché è una sinistra ciarliera, e cialtrona. Eppure in Grecia e Spagna la sinistra avanza, stravince, perché non qui? Perché la sinistra o sa coniugare gli ideali con la prassi quotidiana oppure non è. Syriza in Grecia ha trionfato perché in questo ultimo decennio di crisi economica cha ha gettato letteralmente nella fame ampie fasce della popolazione ellenica, quel partito ha saputo stare concretamente accanto alle persone, ha saputo accoglierne la sofferenza con atti concreti, oltre che con un progetto politico, ha organizzato ambulatori popolari con medici volontari che curavano gratuitamente le persone bisognose; ha organizzato mense per chi non riusciva a mettere insieme il pranzo con la cena e nemmeno il pranzo con il pranzo del giorno dopo. Essere di sinistra, appunto, essere, è una prassi, non un bagaglio ideologico o concettuale da sbandierare, un insieme di belle frasi buone per colpire l’uditorio, un bagaglio di buone letture. Certo servono, ma non ci fanno diversi da altri. È esserci lì dove sono le contraddizioni. Essere crogiuolo dei bisogni per dare loro un senso di valori, incanalarli in un progetto di cambiamento, per far sì che la propria diversità sia riconosciuta nella prassi quotidiana. Essere per la giustizia essendo giusti. Essere per l’eguaglianza praticandola. A Ferrara, per restare nel nostro piccolo recinto, conosco un solo medico di sinistra, di cui non farò il nome per rispettarne la privacy, che presta la sua opera volontaria per curare gratuitamente i cosiddetti ultimi. Ma si tratta di una scelta personale, individuale.
Essere giusti vuol dire non cincischiare di fronte all’ipotesi di licenziamento in 48 ore dei dipendenti pubblici infedeli e truffatori, tanto per fare solo un esempio preso dagli ultimi fatti di cronaca. Di fronte all’evidenza dei fatti 48 ore sono pure troppe perché uno che timbra in mutande e torna a letto, o uno che va a fare canotaggio in orario d’ufficio sta truffando la collettività che gli paga lo stipendio, dunque tutti noi che siamo il suo datore di lavoro, sta truffando i colleghi che dovranno farsi carico anche del loro lavoro e i cittadini che come utenti della pubblica amministrazione si attendono delle risposte celeri che invece non arrivano anche per queste prassi disoneste. Allora, di fronte a questi fatti non si possono usare le mezze frasi, i “sì, però…”, “sì, ma il codice civile…”, “sì, ma ci sono già le leggi…”. No! Bisogna essere giusti e dire senza mezzi termini che questa gente deve essere licenziata. Anche perché poi, quella stessa gente quando andrà a votare, voterà chi la rappresenta meglio, voterà chi è simile a sé. E allora smettiamola di gettare fango sulla casta disonesta dei politici, perché nelle istituzioni quei politici ce li hanno mandati quelle stesse persone disoneste che spesso godono di connivenze. Per fare pulizia della casta bisogna fare pulizia delle tante piccole caste e privilegi in cui hanno gioco facile i disonesti e i truffatori. Duole sentire prese di posizione prudenti di esponenti sindacali come Camusso, segretario della Cgil a cui sono iscritto. Basta con le mezze frasi! Le persone ci riconoscono se siamo in grado di essere chiari, non ambigui, di dire senza timore da che parte stiamo. E dire che si deve licenziare in 48 ore non vuol dire stare con Renzi, ma stare dalla parte della giustizia. Chi pensasse il contrario o è stupido o è in mala fede. Oppure è entrambe le cose.

L’etica del lavoro e nel lavoro un tempo era parte costitutiva dell’identità dell’essere di sinistra. Ma oggi parlare di etica, a qualsiasi livello, è considerata alla stessa stregua di una bestemmia in chiesa.
Non voglio tirare Papa Francesco per la tonaca, ma per il concetto di sinistra come la intendo io, è l’unico che sa far seguire le azioni alle parole. Un Papa che fa costruire delle docce sotto il colonnato del Bernini, che è già di per sé un’opera d’arte, a beneficio dei senza tetto, che fa aprire dei dormitori, che apre la porta santa del Giubileo nel posto più sperduto e sofferente del mondo è un esempio concreto che il consenso le persone sono disposte a darlo a chi dimostra coerenza. E infatti, Papa Francesco è ormai un leader mondiale riconosciuto.

Per tornare alla sinistra, temo che Renzi continuerà a stravincere (infatti i sondaggi gli danno costantemente ragione) perché lui è un altro che alle parole fa seguire spesso le azioni e con questa sinistra ha gioco facile. Si può essere d’accordo con lui o meno, e io non lo sono su molte cose, ma gli va riconosciuto che fa quello che dice. Poi, può non piacere, ma è questo che lo rende riconoscibile, che lo fa credibile. A chi è credibile perché coerente le persone sono disposte ad accordare la propria fiducia. Fiducia. Un’altra parola che si è persa ormai. O meglio, è un sentimento che si è perso. Per lo meno io l’ho perso nei confronti della cosiddetta sinistra per averla conosciuta molto da vicino nella mia vita. Tra le ultime esperienze annovero quella della lista Valori di sinistra alle passate amministrative di cui sono stato candidato sindaco e che per me, cane sciolto senza tessera di partito, ha avuto più il significato di volerci mettere la faccia in una sfida che era soprattutto impegno civico. Ma non è da questa esperienza recente che viene la mia sfiducia, sarebbe ben misera cosa e sospetta di essere originata da acrimonia, ma è radicata nelle considerazioni più profonde che facevo più sopra e da una lunga militanza. E del resto cos’è la fiducia? Secondo lo Zingarelli è un “Senso di sicurezza che viene dal profondo convincimento che qualcuno o qualcosa siano conformi alle proprie attese e speranze”. Ecco, non trovo nella sinistra, comunque si chiami, questo essere conforme. E non solo alle mie di attese e speranze.
Speranza, un altro sentimento che molti in questo Paese stanno perdendo. Ed è proprio sulla speranza di riscatto dei più deboli che storicamente la sinistra ha saputo costruire programmi politici di governo di lungo periodo. Ha saputo avere una “visione”, come si suol dire. Ora manca questa visione. L’azione politica della sinistra si riduce al contrasto quotidiano e alla polemica nei confronti dei propri avversari. Si sprecano energie a ribattere alle posizioni degli altri, piuttosto che a costruire un progetto perché questo, oltre ad essere più faticoso, fa conquistare meno titoli di giornale nell’illusione che ciò serva a costruire il consenso. I fatti danno drammaticamente torto a questa idea, con una sinistra ridotta ai minimi termini e non certo per colpa del sistema elettorale, ma semmai per l’incapacità di lavorare affinché la speranza diventi un percorso e un progetto di governo concreti.

P.S. Non ho citato il M5S perché non lo annovero nemmeno tra i possibili soggetti di cambiamento, giusto per non essere sospettato di simpatie grilline. Mi darebbe fastidio!

Jean-Claude_Juncker

Maschio e virile, le stesse parole settant’anni dopo

Rivedendo il bellissimo Una giornata particolare del grande regista Ettore Scola sono rimasto affascinato dal cinegiornale che apriva il film e che fa, in un certo senso, da commento e da colonna sonora all’azione filmica. Il treno con Hitler e i gerarchi arriva a Roma il 6 maggio 1938 accolto da Mussolini e dal re d’Italia che trascina la sua sciaboletta gigantesca per supplire alla statura non eccelsa. Nel cinegiornale commentata da una voce maschia e vibrante sfilano i gagliardetti, le braccia alzate, tutta l’orrenda messa in scena di quel funebre arrivo che Montale fulminò in una delle sue più tragiche e straordinarie poesie: La primavera hitleriana ne La Bufera e altro che prende lo spunto dalla visita il 9 maggio dello stesso anno quando i due alleati percorsero le vie di Firenze: “Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale/tra un alalà di scherani..”. Continua la ben nota voce del cinegiornale a raccontare come l’atteggiamento dei volontari, delle forze militari che inneggiano all’alleato tedesco e che accompagnano la coppia curiosamente simile nella struttura fisica, specie vista dal lato b a Stanlio e Ollio, sia improntata a una forza indomita per cui – ripetuta ben quattro volte- alte si levano le voci maschie e virili a inneggiare alla potenza della guerra e della forza.
Settantasette anni passano nel frattempo da quell’infausto 1938. L’Europa si confronta con un’Italia sempre più attenta e attiva nelle sue rivendicazioni con un duro scontro tra il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, una baruffa che viene stemperata da una frase agghiacciante che pochi hanno saputo collegare a quella “giornata particolare” del film di Scola. Commenta Juncker che lo scontro tra Italia ed Europa è stato caratterizzato da “uno scambio di parole, virili, maschie.”
Incredibile! E ci si affanna a dire che il tono di Juncker era ironico: ma mi faccia il piacere! direbbe Totò.
Mentre l’Italia si strazia sulle unioni civili e si prospettano i mille cavilli di un voto che ancora una volta divide l’Italia, il film di Scola con una dignità capace per forza d’arte di affondare il bisturi nella carne dolente della omofobia racconta la storia di uno speaker dell’Eiar che viene allontanato da lavoro e alla fine della giornata particolare mandato al confino perché omosessuale.
E chi non ricorda il triangolo rosa che identificava nei lager nazisti gli omosessuali?
Ma ancora si osa nell’Europa unita (si fa per dire) di disputare e di litigare con parole maschie e virili?
E nella profonda gola di quelle orride curve degli stadi dove si commettono le violenze più ripugnanti la massima offesa è di dare del “finocchio” a un mister qualsiasi.
Non dimentichiamo che il reato di omosessualità viene abolito in Inghilterra negli anni Ottanta del secolo scorso e ben lo seppe il grande Oscar Wilde che venne condannato ai lavori forzati per quel reato; eppure fa senso che dopo un centinaio d’anni il termine abbia ancora quella forza offensiva che nessuna laica forma di pensiero riesce a sradicare all’Occidente illuminista.
L’omosessualità tollerata tra gli eccentrici della moda, dello spettacolo, dell’arte, anzi, esaltata come segno distintivo della diversità intesa come valore aggiunto già aveva subito una straordinaria disamina negli Occhiali d’oro di Giorgio Bassani ma anche nei bei romanzi del cugino dello stesso scrittore Gianfranco Rossi. Diversità come, in fondo, elezione e scelta. Eppure ancora tra chi vive la vita ‘normale’ essere omosessuale è chiaramente se non un reato un’offesa. E sanguinosa. Nella nostra città lo schiocco fonico di ‘fnocc’ colpisce duramente non perché la persona a cui è rivolto lo sia o non lo sia, ma perché è un’offesa. Dura. Si sa che negli ambienti sportivi è necessario nasconderla. Specie in quelli maschili o prevalentemente maschili come il calcio mentre in altri dove eccelle anche l’elemento femminile come il tennis è non solo tollerato ma addirittura accettato. Anche questo è un atteggiamento tipicamente maschilista. Le lesbiche sono non solo tollerate ma incitate nella perversione maschile a sollazzare lo sguardo del maschio. Purché non rivendichino il loro statuto di madri, capaci di svolgere anche il ruolo paterno. Allora scatta la censura che ha avuto e ha tuttora l’ incrollabile fede che condanna ogni atto di misericordia.
In barba al giubileo di Papa Francesco.
Così tra un family day e le sfilate dell’orgoglio omosessuale l’Italia non sceglie ma si limita a dibattere con parole, “maschie, virili” il ruolo che vuole e pretende da un’Europa che pensa e si compiace di trasformare gli Stati in una gigantesca impresa economica.
Ed è questo il ruolo dei maschi?

IL DIBATTITO
Se la Sinistra facesse la Sinistra

La Sinistra, per essere almeno un po’ di sinistra, dovrebbe prestare meno attenzione agli interessi del potere delle imprese e degli affari. Come si fa ad essere di sinistra e citare come esempio di successo chi delocalizza, chiede maggiore libertà di licenziamento, allarga la forbice della diseguaglianza, vive di finanza deregolarizzata e poi aumenta l’Iva e diminuisce le aliquote Irpef?

E la Sinistra dovrebbe prestare attenzione alla gestione democratica dello Stato, ad una distribuzione leale e condivisa del potere, piuttosto che aumentare le distanze tra chi gestisce la cosa pubblica e i cittadini. Quella che conosciamo promuove invece riforme elettorali e contemporaneamente riforme costituzionali che accentrano il potere.

La Sinistra dovrebbe lottare per una equa distribuzione del reddito, anche attraverso politiche sociali di sostegno alle classi meno agiate o in difficoltà. Promuovere assistenza e non tagliarla, garantire abbastanza posti letto negli ospedali, aiutare i disabili con interventi ad hoc e le vecchiette ad attraversare la strada.

Darsi da fare per diminuire la disoccupazione ma senza diminuire diritti pretendendo magari, come dice la prof. Pennacchi dalle righe del Manifesto, che lo Stato diventi “employer of last resort” e promuovendo opere e spesa pubblica per rimettere in moto l’economia quando si blocca.

E la competizione? In quali termini dovrebbe occuparsene la Sinistra, o dovrebbe invece inseguire la cooperazione e lo sviluppo sostenibile rifiutando gli schemi di una globalizzazione malata, che fa vincere chi produce peggio e a minor costi, chi delocalizza dove si pagano meno tasse e si sfrutta lavoro non sufficientemente garantito?

Gaber diceva “il pensiero liberale è di destra, ora è buono anche per la sinistra” quindi chi privatizza e dà in gestione pezzi di Stato ai privati non è di sinistra. Eliminati allora Prodi, Amato, Andreatta e Renzi che a volte hanno fatto finta di esserlo. E poi come si fa ad essere di sinistra ed essere in armonia con l’interesse economico predominante? È una contraddizione in termini, specialmente se poi limiti apertamente il sindacato che dovrebbe aiutarla, in un mondo perfetto, per diminuire la forbice della diseguaglianza tra operai e capitalisti.

Allora di sinistra ci resta “la mortadella”, Guccini e quella sensazione strana che ci fa indignare quando i bambini muoiono nel Mediterraneo perché scacciati dalle loro terre dalle guerre e dal debito creati dagli interessi finanzcapitalisti che a volte vincono premi Nobel.

Il dibattito sulla proprietà della moneta di Giacinto Auriti è di destra come la critica dell’usura di Ezra Pound, ma le implicazioni, le conseguenze e le soluzioni sono di sinistra. Perché l’una implica la proprietà condivisa, popolare e democratica dello strumento di scambio e l’altra l’abbattimento del debito che crea schiavitù. E chi decanta la fine delle ideologie in favore del pensiero unico, liberista e conformista, non è di sinistra.

La Sinistra oggi non è rappresentata perché il suo impegno non è la gente, e la società che intende realizzare è una società divisa tra ricchi e poveri. E i poveri di oggi sono quelli che vivono di stipendi troppo bassi e di “tutele crescenti”. Hanno poco tempo per riflettere di politica e ragionare sul loro futuro perché devono sbattersi per arrivare a fine mese mentre i loro figli frequentano una scuola che non dà strumenti ma voti e detta le differenze tra bravi e poco bravi, una scuola costretta ad inseguire la competizione e non ha tempo né strumenti per insegnare accoglienza, condivisione e cooperazione.

dibattito-sinistraInvitiamo i lettori a sviluppare il confronto, incardinato su alcuni nodi politici: cos’è diventata oggi la Sinistra, quali valori esprime, quale personale politico la rappresenta, a quali aree sociali fa riferimento, per quali obiettivi sviluppa il proprio impegno, quali sono la visione e il progetto di società che intende realizzare.
Il tentativo è di andare oltre l’analisi, spingendosi sul terreno della proposta.
Attendiamo i vostri contributi. Scrivete a: direttore@ferraraitalia.it

carife

VETRIOLO
Ultim’ora, rimborso per gli obbligazionisti della banche salvate: i criteri di assegnazione

Il Governo preannuncia “misure di ristoro” a favore degli obbligazionisti delle quattro banca salvate, fra cui Carife. Del provvedimento, però, non beneficeranno tutti ma solo un terzo dei creditori. Gli insindacabili criteri di assegnazione del rimborso terranno conto: a) della parentela con Renzi b) della parentela con Boschi c) della parentela con Padoan.

L’OPINIONE
La politica indecente

Più i mesi passano più si prende atto da parte di tanti che la vera vittima della “rottamazione” renziana è la decenza (politica). Il Pd è nel marasma totale. Chiuso (?) il caso Marino se ne apre un altro ancor più grave con De Luca. Sottosegretari che se ne vanno -Barracciu- altri che restano -Azzolini, Castiglione-. Presidenti di Regione consigliati a non presentarsi perché indagati (sempre Barracciu) altri già condannati in primo grado (De Luca) che il Pd propone disinvoltamente ai cittadini. “Un avviso di indagine non è sinonimo di colpevolezza” sbraitano i cortigiani al seguito del fiorentino. D’accordo! Ma ditelo anche a Penati che si lamenta di essere stato fatto fuori al primo stormir di fronda. Marino? Che vergogna la storia degli scontrini! Ok. Ma quand’è che Renzi ci dà i suoi (parecchie centinaia di migliaia di euro) specificati e non genericamente imboscati sotto la dizione spese istituzionali? L’Expo come è davvero andata oltre la grancassa propagandistica? Perotti perché – dopo Bondi, Giada, Cottarelli – si è dimesso segnalando un disagio insostenibile sulla famosa spending review? Un altro mistero che il premier custodisce gelosamente.

Etica e trasparenza sono violentate giorno dopo giorno. De Luca non andava presentato ecco il punto. Ma se si tratta di vincere il relativismo etico di Renzi passa sopra tutto. In Campania si è vinto grazie ai “cosentiniani” (Nicola Cosentino il boss in galera per connivenze mafiose). Ma che importa la biografia e l’agire di uno se ti aiuta a vincere o stare a galla. Vedi Verdini. De Luca ha vinto le primarie, zitti e mosca. E’ la democrazia bellezza! Io credo che sulle primarie un discorso serio prima o poi andrà fatto. Occorrono regole precise ma non bastano. La verità è più cruda e assai spesso travolge le regole. In un contesto degradato socialmente, economicamente e culturalmente i rischi sono enormi.
Dice niente che proprio a Napoli le primarie precedenti erano state annullate per brogli clamorosi all’interno del Pd? (qualcuno organizzò persino pullman di cinesi per influenzare l’esito del voto). Cosa si è fatto in questi anni per bonificare quel partito che non era di contrasto al malaffare, anzi ne era parte? A Napoli, Roma, Venezia, Milano e altrove? E sopratutto come si è giunti a tanto? Chi ha pagato per gli errori commessi? Perché i circoli assai spesso -vedi la relazione di Barca a Roma- sono divenuti centri di clientelismo, di rifugio per transfughi e disadattati politici pronti a servire chi promette di più? Nessuno si è mai accorto di niente e men che meno ha denunciato il degrado politico prima e dopo l’avvento di Renzi. Occorre l’intervento della magistratura per estrarre qualche autocritica e veder abborracciato qualche provvedimento che, per carità, deve sempre essere ‘garantista’.

Le primarie? Vox populi vox dei è sempre più un luogo comune. Fior di mascalzoni sono stati eletti, rieletti, portati in trionfo da elettori esultanti che affidavano all’eletto non il compito di garantire il bene comune ma quello personale. Un dato è inconfutabile: se hai un partito sano le pratiche politiche saranno conseguenti altrimenti non ci sono primarie che tengano.
Il fine diceva il conterraneo di Renzi, Machiavelli, giustifica i mezzi. No. Il fine impone i mezzi. Un obiettivo nobile non si può conseguire con mezzi truffaldini. Tra la real politik e il cinismo e la spregiudicatezza ce ne corre. Il premier del partito se ne frega. Non gli serve. Serve il boss – cosa diversa dal leader – che manovra tutte le leve del potere, in primis la possibilità di decidere previo giuramento di fedeltà, sulla tua carriera personale. Vanno bene i cacicchi, i ras locali che magari come De Luca hanno costruito un partito personale nel partito. Con essi puoi convivere solo se contribuiscono alla vittoria del boss, se ti porta voti ovunque e comunque pescati. ‘Urna non olet’ questo il principio. Puoi anche sputare ingiurie sanguinose sulla Bindi. Sto zitto e mi volgo da un’altra parte, non è renziana e non mi serve per Palazzo Chigi.

Nel Pd si vive alla giornata. Si prende quel che serve per sfangarla al momento. Prossime amministrative? Avanti con i burocrati e i manager. E la politica? La tua classe dirigente dov’è? Date tempo a Renzi poi vedrete… ti dicono guardandoti con una certa commiserazione (sei un nostalgico, un demodè) gli ultras del premier.
Cosa posso rispondere a questi adoratori del Pil e del Jobs Act? Mi rifugio nell’Oltretevere. Papa Bergoglio è un uomo prezioso per credenti e non credenti. Non ha aspettato tempi bibblici per mettere mano al cambiamento e alla rottamazione, vera. Perché è tanto amato da tanti e credibile? Perché ciò che dice è ciò che pratica. I cardinali vivono in 500 metri quadri, lui in 50. Vivono nel lusso? Lui in povertà. Lui frequenta più gli umili e i deboli che i potenti. Renzi spende per l’aereo superlussuoso decine di milioni di euro e aumenta le auto blu. Lui viaggia sobriamente e non disdegna la 500. Nulla è più convincente dell’esempio. Demagogia? Populismo? Mah. Quel che certo è che nella politica italiana abbondano i “faraoni”, ma ci manca un Bergoglio.

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L’OPINIONE
Sala d’aspetto. Alla politica non bastano i manager, servono i visionari

E adesso, sulla scia di una tendenza diffusa, per il Comune di Milano si parla con insistenza di una candidatura a sindaco di Giuseppe Sala, commissario unico di Expo e in precedenza amministratore delegato di Pirelli e direttore generale di Telecom. Ma non è così che la politica risolverà i suoi problemi – delegando ai manager – perché la politica non è solamente tecnica, ma prima di tutto visione, cioè capacità di delineare scenari, definire prospettive, orientare il cammino del ‘qui ed ora’ verso una meta attesa e desiderabile.
I tecnici ai vertici delle istituzioni politiche, peraltro, non sono una novità, negli ultimi 20 anni li abbiamo visti più volte, negli enti locali come al governo centrale: Monti, Ciampi, Dini… Le loro competenze sono utili se poste al servizio della buona politica, ma insufficienti se spese al vertice, dove sono richieste anche doti che i manager non sempre hanno. Perché dal vertice devono partire indicazioni di percorso, elaborate sulla base di un progetto, da tradurre e attuare in termini operativi. E per questo il vertice deve essere capace di illuminazioni che vanno oltre l’ingegneristica e sfiorano l’utopia: il politico deve avere la lucida e chiara proiezione sul domani e l’autorevolezza per creare consenso intorno ad essa, saper prefigurare le tappe e i passi da compiere oggi in vista dell’obiettivo da realizzare. I tecnici sono funzionali a questo disegno, ma non possono svolgere quella funzione se non sono dotati di ‘capacità visionaria’.

Questa insistenza sui tecnici e sui manager da una parte appare come una resa, un’insincera abdicazione della politica al suo ruolo: suona un po’ come demagogica concessione alla ‘piazza’, giustamente nauseata dalla condotta da avanspettacolo (o peggio) di molti politicanti incapaci o corrotti.
Ma dall’altra invece si prospetta come raffinato e occulto sistema di controllo di secondo livello, con presentabili manichini in vetrina e la regia ben salda nella mani di chi sta nel retrobottega. Se io premier (tanto per dire) designo ai vertici degli enti locali uomini capaci di fare ma non di progettare, potrò sempre (direttamente o tramite i miei accoliti) esercitare un condizionamento in termini di influenza sulle loro scelte strategiche senza incontrare troppa resistenza.
E’ un pensar male? Può darsi. Ma nell’un caso e nell’altro la cosa è sbagliata. Nel primo caso perché la politica deroga al proprio compito e demanda ai macchinisti la conduzione del treno verso un binario morto. Nel secondo perché i poteri forti sostituiscono la propria capacità di condizionamento al legittimo controllo democratico e restano occulti e intangibili.
Non è poi affatto detto che i due scenari siano alternativi, potrebbero anche agire simultaneamente, rispondendo a due diffuse e strumentali convinzioni, entrambe solide in questa delicata contingenza ed entrambe pericolose: la crisi di rigetto per la politica ‘tout court’ (causata dal disgusto creato dai politicanti) e la nostalgia per il dirigismo dell’uomo forte.

Resta comunque il fatto che tecnici e manager possono svolgere funzioni solo temporali di surroga in contingenze particolari, ma non devono sostituirsi stabilmente a chi ha la capacità di orientare il fare in funzione dell’essere, cioè di un preciso di disegno di progresso sociale, perché precisamente questo è il senso dell’agire politico e del governo della comunità.

Oltretutto, di politica e di politici veri si avverte particolarmente il bisogno proprio in frangenti come quello attuale. Siamo nel pieno gorgo di una crisi strutturale, che si risolve solo se si delinea un nuovo scenario, un nuovo paradigma. E per definire una via d’uscita occorre uno sforzo enorme, servirebbe la capacità dei padri costituenti che fra le macerie della guerra e della distruzione dello Stato italiano seppero definire il cammino della democrazia, indicarne il perimetro e le tappe per realizzarlo. Servirebbero uomini come alcuni di quelli che ne hanno accompagnato il percorso: un Berlinguer, un Dossetti, un Moro, un La Malfa, un Altero Spinelli, un La Pira, un Ingrao, un Langer… Servirebbero leader capaci di scrutare l’orizzonte, individuare la strada, mostrarci di nuovo le stelle.

L’OPINIONE
Il grande equivoco

Ma Renzi ed il renzismo sono di destra o di sinistra? L’equivoco si va sciogliendo giorno dopo giorno.
La destra berluscon-alfaniana-verdiniana ha sciolto il nodo da tempo: Renzi è cosa nostra, sta facendo tutto ciò che gli abbiamo chiesto e che era nei nostri programmi e che purtroppo non riuscimmo ad attuare per colpa di tanti italiani che si opposero. Evviva e lunga vita al fiorentino e non saranno certo i diritti civili a interrompere il sodalizio Renzi-destra ora arricchito anche dalla presenza di Bondi e persino dal placet di Emilio Fede. La Confindustria, con un Squinzi sempre più prepotente – “niente aumenti di salario”- gongola. Per parte sua il premier non salta un appuntamento “con le imprese” a cui porta in dono sempre qualche gradito provvedimento. Chissà quando mai il segretario di un partito autosedicente di sinistra si farà vedere ad un’assemblea di pensionati o di operai? C’è il rischio che lo fischino (loro da tempo hanno sciolto l’equivoco) cosa intollerabile per il grande comunicatore.
Per intanto il Pd cala nei consensi, la disaffezione al voto ed alla politica rimane altissima e la forbice sociale e le diseguaglianze si ampliano. Diminuire le tasse è di destra o di sinistra? E’ giusto e basta ha declamato con enfasi il premier prodigio. In verità di farle pagare a chi evade ne parla assai poco, anzi offre loro ,agli evasori, uno strumento in più con lo sconfinamento di spesa in contante sino ai 3000 euro, la Tasi annullata sarà l’ennesimo regalo ai ricchi ed una mancia per i poveri, avveniristiche poi le promesse di sgravi per gli anni a seguire fondate sul niente (dove sono le coperture?) e sull’aumento del debito pubblico che pagheranno i cittadini (i soliti). Ma sulle tasse aspettiamoci dal fiorentino l’ennesimo gioco delle tre carte. Lui cala ma comuni e regioni crescono l’imposizione fiscale o diminuiscono i servizi. Il loro immediato futuro già ora gramo prevede prelievi o mancati rimborsi per 300milioni e due miliardi in meno alla sanità già tartassata. Dovremo pagare anche esami clinici e medici passati in cavalleria da Renzi come sprechi. In sostanza l’inganno sta in questo: a fine anno io cittadino se faccio i conti tra quello che pago ai Comuni, alla Regione, allo Stato, l’aumento o la soppressione di servizi pago di più, non di meno.

Sì, questa è l’Italia del segno più per gran parte dei cittadini e del meno solo per coloro che già sono privilegiati. Non c’è equivoco che tenga se non si hanno le fette di prosciutto sugli occhi: la politica economica di questo governo è di destra e la si vuole coprire, guarda caso sempre in prossimità di scadenze elettorali (80 euro docet) con mance che i tanti cantori del regime marchieranno di ‘sinistra’. Si lumeggiano 400 euro per chi sta sotto la soglia di povertà (sono 10 milioni di italiani e sono in aumento). Non si intaccano le ragioni di fondo per cui tanta, troppa gente vive tra la miseria e gli stenti quotidiani.
Dove sono gli investimenti pubblici e privati? Neanche in presenza dell’ennesimo episodio che segnala il dissesto idrogeologico del Paese si fa un piano serio di investimenti e si accantierano lavori urgenti. Per avere qualche soldo da elargire a Confindustria e qualche mancia inganna gonzi si svende il patrimonio pubblico (aziende di Stato) si privatizzano (vedi Poste) importanti settori pubblici.
Il Pil cresce? Non nelle buste paga. Qualche decimale in meno sulla disoccupazione? Bene, Ma intanto la qualità del lavoro compresi i ricatti quotidiani su gente sempre più orfana di diritti aumenta. Fa rabbia che di fronte ad un panorama tanto chiaro che tiene assieme politica economica e riforme istituzionali in un unico progetto di indubbia matrice destrorsa quel che resta di una sinistra storica e politica cincischi e farfugli baloccandosi nei distinguo. Bersani, Cuperlo, Fassino, D’Alema i veri padri di Renzi siete voi non Berlusconi e continuate ad alimentare (per qualcuno) l’equivoco che l’attuale Pd (‘la Ditta’) sia l’erede un po’ spregiudicato e discutibile della sinistra italiana. Non è così.

Ascolta il brano intonato
Roberto Vecchioni, La gallina Maddalena

L’OPINIONE
Pagare meno, pagare tutti

​C’era una volta un motto bello davvero: “lavorare meno lavorare tutti”. Purtroppo non ha avuto fortuna e anzi quell’obiettivo – che teneva insieme lo spirito solidale ed egualitario con la concezione di un mondo fondato sul valore del ben-essere, anziché sulla brama del denaro – si è ribaltato nel’attuale tragico… meno lavoro e nemmeno per tutti.
Oggi, per parafrasare quel vecchio e sfortunato motto (il cui anelito resta peraltro sempre validissimo e attuale), se ne potrebbe coniare uno assonante, allo scopo di sollecitare un serio e irrinunciabile impegno a perseguire l’obiettivo dell’equità fiscale attraverso una dura lotta all’evasione: “pagare meno pagare tutti”.

In tema di politica fiscale, la riduzione delle tasse decisa dal governo Renzi per rilanciare i consumi e infondere fiducia nei cittadini-consumatori, di per sé non basta. Se anche volessimo accogliere l’impostazione del premier, che ritiene opportuno in questa fase ridurre le tasse a tutti quanti – indiscriminatamente – ricchi o poveri che siano, resta doveroso combattere l’evasione.
Alcuni dati per capire di cosa stiamo parlando: si stima che nel nostro Paese ogni anno non si paghino le tasse su 350 miliardi di fatturato. In Italia l’evasione fiscale corrisponde a circa il 30% del Prodotto interno lordo; in Germania è il 16%, in Francia il 15, in Gran Bretagna il 12, in Spagna e in Belgio è il 22% del Pil. Complessivamente, fra gli Stati dell’Unione europea, l’evasione si aggira attorno ai mille miliardi l’anno (fonte Ue); di questi, circa 180 miliardi (quasi un quinto del totale) sono frutto del malaffare italiano, con un rapporto tra nero e Pil pari a circa il 27%, il più alto tra i Paesi occidentali dell’Unione.

Ma Renzi dribbla, non affronta il tema e se la cava populisticamente affermando che “ridurre le tasse a tutti non è né di destra né di sinistra, ma semplicemente giusto”. Obiettiamo che semplicemente non è vero: così come la razione di cibo per un canarino non soddisfa un rinoceronte, altrettanto lo sconto fiscale non ha lo stesso impatto su chi vive al limite della sussistenza e su chi invece gode di enormi ricchezze… Graduare i provvedimenti nel rispetto dei bisogni, questo sì che è giusto (e forse anche di sinistra…). Il malinteso e astratto egualitarismo sta proprio nel trattare tutti alla stessa maniera: se non si considerano le basi di partenza e le condizione reali e materiali di vita si fa torto alla giustizia sostanziale.
Ammettiamo però che in questa fase – considerando la particolare contingenza economica del nostro Paese, sia opportuno (‘opportuno’, non giusto) procedere secondo le indicazioni del governo. Quasi tutti gli economisti concordano nel ritenere che la fiducia (dei consumatori, degli investitori e dei mercati, usiamo pure questi termini un po’ urticanti) sia ingrediente imprescindibile per propiziare la crescita e il rilancio economico. Ma un conto è dare ossigeno a un sistema economico, altro è chiudere gli occhi sul malaffare e pensare di ricostruire uno Stato sulle sue macerie morali. E’ vero che il boom degli anni Sessanta si fondò anche sull’acquiescenza di uno Stato connivente con i furbi (il termine preciso sarebbe truffatori), le cui normative erano elastiche e derogabili. Però a lungo termine l’esito di quella dissennata politica è stato lo sfacelo di un Paese senza più ritegno né vergogna, in cui gli onesti sono destinati a soccombere, mentre corrotti e corruttori se la cavano sempre: l’Italia della sempiterna tangentopoli, insomma, di cui certo non possiamo essere fieri.

E allora, almeno veniamoci incontro: accantoniamo pure, per il momento (ma non a tempo indeterminato), l’obiettivo di fondo di rendere equo il sistema di allocazione (tramite sussidi, per esempio) e prelievo delle risorse monetarie attraverso una leva fiscale che regoli la propria forza riducendo o aumentando la pressione in maniera proporzionale, tenendo conto dei bisogni (come equità imporrebbe) anziché gravare o alleggerirsi su tutti i contribuenti in egual misura.
Ma, per favore: che almeno tutti paghino ciò che devono. Invece la lotta all’evasione fiscale resta un terreno sul quale poco o forse nulla si sta facendo… E la scelta di elevare la possibilità di prelievo dal conto corrente da mille a tremila euro – per esempio – pare andare nella direzione esattamente contraria, allargando le maglie ai tentativi di elusione dei disonesti.

putin-russia

CATTIVI PENSIERI
Il soldato Vlad ovvero la voglia matta di un Putin italiano

di Queequeg

Quel gran genio del mio amico / Con le mani sporche d’olio / Lui saprebbe cosa fare

Che popolo strano che siamo, sempre a cavallo tra l’anarchia e l’autoritarismo, sprezzanti e allo stesso tempo attratti da ogni forma di potere forte. Talmente disillusi dai difetti delle istituzioni democratiche da essere pronti ad abbracciare qualunque altra illusione.

Ci penso mentre ancora mezzo addormentato metto la moka sul fornello e dò un’occhiata a Facebook. Da qualche tempo c’è un non so che di strano nei post dei miei conoscenti, e non parlo solo della misteriosa sparizione degli juventini. Gli argomenti, in fondo, sono sempre quelli: sport, tette, caricature di Renzi e invettive contro gli extracomunitari. Ma c’è dell’altro, ne sono sicuro. Deve essere quella faccia magra e incazzata che fissa trionfalmente gli obiettivi dei fotografi, con i suoi occhi azzurri e freddi come la Siberia. No, purtroppo non è la Sharapova. È zio Vlad, ragazzi. Vladimir Putin in tutto il suo virile e virale splendore da social network.

Mentre preparo il secondo caffè ho modo di vedere come il nostro beniamino ha passato il fine settimana: Putin alla partenza del gran premio di Formula 1, Putin che abbraccia Hamilton dopo l’arrivo, Putin che di notte sale le scale dell’albergo assieme a cinque giovincelle da capogiro, tutte palesemente sbronze.
Signore e signori: abbiamo un vincitore.

Il maschio mediterraneo è in estasi di fronte a cotanta virtù e si è già messo all’opera. Nel giro di due minuti mi passano davanti agli occhi tre fotomontaggi uguali e spietati: da una parte il nostro Matteo Renzi in spiaggia, con l’espressione da pirla e la panza che esce dal costume, dall’altra Putin che corre in un bosco di conifere con anfibi, pantaloni mimetici e pettorali ben in vista. Sotto, a caratteri cubitali: “E voi da chi preferiste essere difesi?”.

Vabbè dai, allora vi piace vincere facile. La considerazione ovvia è che mica ci devono andare loro due, al fronte. E talmente ovvia che, se la dicessi a chi ha pubblicato l’immagine, mi guarderebbe scuotendo la testa. Ma allora perché questo proliferare di pagine per fan, di gallerie fotografiche, addirittura di gruppi che chiedono un “Putin italiano” per raddrizzare questo paese? La risposta altrettanto banale sta nell’idea che ci siamo fatti sulle sue politiche: forti, efficienti, rapide, decisioniste, refrattarie a ogni compromesso. Aggettivi che calzano a pennello sia all’uomo che alla nazione che guida. Aggettivi egualmente validi quando Putin si allena a petto nudo nel bosco e quando gli aerei russi bombardano in Siria.

Allora forse dopo il secondo caffè capisco un’altra ovvietà, e cioè che tutta questa virilità; viralità sul web di zio Vlad non che è una grande metafora, fatta per chiedere ai nostri governanti di tenere la schiena più dritta, di non prendere ordini dall’Europa, di non lasciarci schiacciare e condizionare dalle minoranze, di difendere la nostra cultura. Cose di questo genere. Ma, incapaci di strutturare questi concetti attraverso riflessioni autonome e in un qualche modo ‘a priori’, molti nostri compatrioti cercano una soluzione in mezzo ai menu proposti dai telegiornali, pescando di volta in volta la faccia, il partito o la nazione più adatti e performanti. E in questo caso – pensa un po’ che fortuna – Putin ce li offre tutti e tre.

Pessimo modo per riflettere sui sistemi politici, se volete la mia. Ci si abitua a ragionare per modelli preconfezionati perdendo di vista i concetti di base. Ci si abitua a confondere i principi e i diritti con la declinazione che hanno avuto in un certo luogo e in un certo periodo storico, con gli accidenti che li hanno accompagnati e con i sostenitori più o meno disinteressati che hanno avuto. Come se riflettere sul concetto di libertà avesse qualcosa a che fare con un ritrovo del Popolo della Libertà, come se il diritto all’autodifesa c’entrasse qualcosa col collezionare fucili d’assalto in camera da letto. Se non si sta attenti, la storia ci mette davvero poco a sporcare i concetti.

Nel marasma che ne viene fuori, scopro che sempre più persone vedono in Putin una sorta di nuovo baluardo in difesa dell’occidente contro i deliranti progetti jihadisti dell’Isis. Ma dai? Come al solito, e soprattutto quando c’entra la politica estera, la nostra analisi di fatti e personaggi storici non è più approfondita di quella sulle nuove offerte di telefonia: quello che ci fa comodo lo teniamo, il resto può essere placidamente ignorato e dimenticato. Troppo difficile, e comunque non ci riguarda.

Peccato che, proprio in mezzo a questa parte superflua, ci sia anche il vero motivo per cui Putin scende in guerra in Medio Oriente, e non consiste certo nel giocarsela con Gianni Morandi a follower su Facebook. C’è chi è più competente e lo scrive meglio di me, come Bernard Guetta su Internazionale: “Impegnata al fianco degli sciiti, la Russia ha messo piede in una guerra di religione che cova da tempo in Medio Oriente ed è stata riattizzato immediatamente dal suo intervento”. Segnatevi questa frase, perché stiamo finalmente arrivando al punto decisivo: non c’è nessuna guerra all’islamismo radicale nella politica di Putin, nessun tentativo di dare al Medio Oriente l’unico insegnamento di cui avrebbe davvero bisogno: libera Chiesa in libero Stato.

C’è solo la volontà utilitaristica di sostenere i propri alleati sciiti nel settore: il regime siriano di Bashar Al Assad e, prima ancora, la teocrazia degli ayatollah iraniani. E per raggiungere questo obiettivo l’ostacolo non è rappresentato solo dall’Isis, ma anche dalle forze ribelli democratiche e laiche (o almeno le poche ormai rimaste in vita), dai kurdi e da tutti i sunniti – ovvero la stragrande maggioranza del mondo islamico – che si metterà di traverso. È a tutti loro che sono indirizzate le bombe di Putin, che solo in alcuni casi finiscono per cadere anche sugli odiosi tagliagole dell’Isis.

Qui non si va a stabilizzare proprio nulla, se non l’umore e le coronarie di Assad. Si va a solo ad alimentare quella montagna di tensioni etniche, religiose e culturali che da secoli fanno da base agli scontri tra sunniti e sciiti, e di conseguenza a tutti i casini e le tragedie in Medio Oriente alle radici della tanto temuta ondata migratoria. Si vanno anche ad alimentare le motivazioni stesse che giustificano l’esistenza dell’Isis visto che, come dimostra la clamorosa documentazione pubblicata da Cristoph Reuter su Der Spiegel (da leggere assolutamente), il primo obiettivo dello Stato Islamico non sono i cristiani in occidente, ma i musulmani sciiti in medio oriente. Alla faccia dei nostri discepoli Salvini, ancora convinti che i fedeli dell’Islam siano tutti fatti con lo stampino e, un po’ come le anguille di Comacchio e gli uccelli migratori, abbiano come unico obiettivo della vita quello di solcare il Mediterraneo e sbarcare sulle nostre coste.

Quindi, in definitiva, che dire? Qualche giorno fa in libreria ho visto un nuovo libro di Vittorio Feltri dal titolo agghiacciante: “Non abbiamo abbastanza paura”. Cristo santo Vittorio, hai proprio ragione: non abbiamo abbastanza paura. Ma non dell’Islam, degli sbarchi, dell’ebola o di quei 12 disperati che dormono al Palazzo degli Specchi attirando i sit-in della Lega Nord. Non abbiamo abbastanza paura di chi ancora oggi, dietro all’alibi della guerra allo Stato Islamico, ne approfitta per giocare con gli equilibri di interi continenti, con la vita di milioni di persone, con il futuro stesso di una religione ogni giorno più lontana dal suo Illuminismo. Gente che continua a far finta di risolvere i problemi del terrorismo uccidendo una manciata di estremisti, mentre dietro le quinte ne addestra una nuova e rampante generazione, come è ormai uso e costume da almeno 40 anni.

E poi ho paura, ma forse non abbastanza, anche dei miei compatrioti italiani, che proprio a questa gente dedicano fan club, pagine Facebook e tutti questi ottusi fotomontaggi comparativi che confondono politica e addominali. Italiani dalla mente talmente offuscata dal rancore e dalla disillusione da aver ormai abbracciato il più stolto dei precetti: il nemico del mio nemico è mio amico. E lui intanto, lo zar, se la ride sotto ai baffi: per fare gli interessi privati della Russia occorre abilità, e lui ne ha in abbondanza. Ma essere addirittura ringraziato e idolatrato da chi ne subirà le conseguenze, beh. Questo – forse – va addirittura oltre le aspettative.

INTERNAZIONALE
E’ la democrazia diretta l’alternativa alla politica schiava dell’economia

Crisi e opportunità. La riflessione di Stefano Feltri vicedirettore del Fatto quotidiano, stimolato dal giornalista Rai Giorgio Zanchini, si è tenuta in bilico fra questi due estremi. Parlando in biblioteca Ariostea del suo ultimo libro (“La politica non serve a niente”) ha focalizzato il ragionamento sul declino della politica tradizionale e sugli orizzonti dischiusi dalle nuove tecnologie anche in termini di processi democratici e nuove modalità partecipative. “Sta nascendo la Repubblica di Facebook”, ha commentato, riferendosi agli spazi di intervento web attraverso i quali ci esprimiamo e ci confrontiamo. “E’ una prospettiva che genera grandi interrogativi”. Alle vecchie oligarchie si sostituiscono nuovi poteri e inediti condizionamenti.
“La crisi attuale – della politica e dell’economia – coincide con una delle più innovative ere dell’umanità per quanto concerne lo sviluppo tecnologico. Al riguardo non sono né ottimista ne pessimista. Storicamente i pessimisti negli ultimi 200 anni hanno sempre avuto torto. La tecnologia distrugge i posti di lavoro tradizionali ma crea altri posti e altre opportunità in differenti settori.
Però stavolta è diverso. I timori degli economisti è che i grandi aumenti di produttività ormai ci siano stati; e considerano per questo difficile ipotizzare nei prossimi anni significativi incrementi occupazionali. Oltretutto per beneficiare delle opportunità della tecnologia bisogna saperla usare. E adesso comincia a diventare difficile insegnare l’uso delle nuove risorse perché sono a un livello talmente avanzato che non è semplice padroneggiarle. Per usare la tecnologia oggi servono competenze elevate, quindi si creano posti di lavoro di altissima specializzazione, quantitativamente limitati, e le opportunità di impiego si riducono”.

Dallo scenario globale l’analisi scivola alle ‘facezie’ di casa nostra. “Il governo Renzi opera attuando sostanzialmente il contenimento della spesa e la riduzione delle tasse, l’agenda è praticamente la stessa in tutti i Paesi occidentali”, ha osservato Feltri. “Adesso vedremo Corbyn se avrà la possibilità di governare cosa proporrà. Ma usare leve di politica finanziaria per sostenere la spesa pubblica probabilmente non si farà mai. In Italia invece adesso per dare impulso alle grandi opere si torna a parlare di ponte sullo Stretto, ma è solo una sparata, giusto per compiacere l’Ncd che lo sostiene e ha bisogno di marcare la propria esistenza, ben sapendo che non si realizzerà mai”.

Come già rimarcato da molti commentatori nei vari dibattiti del festival di Internazionale emerge una sostanziale assenza di alternative politiche praticabili. “Le scelte appaiono obbligate e abbastanza noioso risulta il dibattito politico proprio perché offerta è sostanzialmente la stessa ovunque. La scelta degli elettori, conseguentemente, si orienta su base fiduciaria più che sulla valutazione di opzioni di cui si fatica a cogliere le differenze”.

“La situazione è bloccata dal 2007. La previsione è che la disoccupazione si mantenga all’attuale livello dell’11-12 percento ancora per i prossimi due anni, mentre il Pil è ancora circa nove punti al di sotto di quello di otto anni fa. I segnali di ripresa? Quando si registra uno zero virgola qualcosa di aumento si esulta… In questa situazione oggettivamente è complicato intervenire ed è difficile persino valutare gli effetti reali delle scelte politiche. Gli ottanta euro in busta paga, per esempio, hanno generato qualcosa?”. La disincantata analisi spiega la disaffezione della gente dalla politica, “che si misura attraverso la partecipazione elettorale: i governatori di Liguria e Toscana – aggiunge il vice del Fatto – stante la bassa affluenza alle urne sono stati eletti con il sostegno del 20 percento della popolazione. Come si fa a parlare di seriamente di rappresentatività?”.

Aspro è anche il giudizio su Tsipras, l’uomo che a molti appare come una concreta speranza e alternativa alla politica dominante. “Quando diceva che non avrebbe più firmato gli accordi o era un demagogo in malafede – cosa che non escludo – o ingenuamente riponeva eccessiva fiducia sulla capacità di ripresa della Grecia. Fatto sta che ora governa attuando lo stesso programma che avrebbe portato avanti il centrodestra se avesse vinto. E la grande illusione è svanita. E’ un programma inevitabile. Se la Grecia è il laboratorio per il cambiamento dell’Europa, come hanno dichiarato tanti suoi sostenitori, questo è il risultato: governare rispettando un’agenda imposta dall’Europa alla quale non esistono alternative”.

Se non riparte l’economia la politica è dunque condannata alla sudditanza o può recuperare ugualmente una sua autonomia? domanda a questo punto Zanchini.
“Il messaggio realistico che oggi la politica può lanciare non è riferito alla crescita, ma a priorità minime da salvaguardare: non essere disoccupati, avere un reddito decente e qualche tutela. Se si alimentano invece aspettative superiori al grido di ‘evviva, c’è la ripresa’, si pongono le basi per altre amare delusioni e questo può generare ulteriore sfiducia e disaffezione.
Alcune buone idee le hanno esposte i Cinque stelle: rete di cittadinanza attiva e tagli alle spese per la Difesa e a quelle dei ministeri, da cui si ricaverebbero 15 miliardi che le altre forze politiche non sanno dove trovare per cominciare a garantire un reddito di cittadinanza.
Comunque la politica è destinata a cambiare radicalmente. Non dico si debba necessariamente andare verso la democrazia diretta, ma il modello regge. In questa prospettiva agli elettori si sostuiscono i follower. Se ci pensiamo, qualcosa del genere anche nella democrazie attuali di fatto sta già accadendo”.
E persino la Grecia, in un modello politico di democrazia comunitaria e secondo le logiche della condivisione, si potrebbe salvare senza aspri sacrifici, con un crowfunding continentale: “basterebbe convincere ogni cittadino europeo a devolvere 3 euro e 19 centesimi…”.

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INTERNAZIONALE
Dì qualcosa di sinistra (ma senza disturbare). Orizzonti di cambiamento fra moderazione e radicalità

C’è poca speranza che la più celebre invocazione di Nanni Moretti trovi accoglienza. A sentire il dibattito di Internazionale, che ha scelto per titolo proprio quella sua esortazione (“Dì qualcosa di sinistra”), l’appello parrebbe destinato a restare inascoltato.
Bianca Berlinguer, la moderata moderatrice dell’incontro (che senta forse il bisogno di accreditarsi filo-renziana per salvaguardare la poltrona al Tg3?), mette subito le cose in chiaro (dal suo punto di vista) e traccia il solco di un confronto risultato un po’ al di sotto delle aspettative e degli standard consueti del festival: spiega che l’Italia in questa fase non è un’eccezione, ma si adegua a una tendenza europea che segnala un’eclissi della sinistra radicale e una decisa prevalenza delle politiche moderate, con la sola Inghilterra incidentalmente controvento causa la recente imprevista elezione di Corbyn alla guida del Labour party.

All’annotazione iniziale dell’intervistatrice, replica Michael Braun, solido corrispondente dall’Italia del Die Tagszeitung e unico a sfoderare qualche acuto: “Ma siamo sicuri che serva ancora una sinistra? – si domanda provocatoriamente – L’idea oggi dominante è che si vincano le elezioni solo se si conquista il consenso dell’elettorato di centro. Già da tempo, peraltro, lo spazio della socialdemocrazia si è ridotto perché i conflitti tradizionali sembrano sfumare. In realtà, però – spiega – ora un quarto dei lavoratori sono sottopagati ed emerge in pieno l’insufficienza dell’azione della sinistra e l’inadeguatezza della sua politica. Ma il problema è che la ‘sinistra-sinistra‘ in Italia ha da tempo perso aderenza con la base sociale, Rifondazione per esempio era diventato un partito di insegnanti più che di operai… Oggi, allora, in chi si può riconoscere il nuovo proletariato? Per molti la tentazione è restarsene a casa, perché tanti lavoratori non si sentono più rappresentati. E’ talmente vero, che per l’attuale sinistra a Roma è più facile prender voti ai Parioli che a Tor Bella Monaca…”.

“Ma la tradizionale monoliticità della sinistra è da tempo annientata da un fenomeno di disgregazione della base sociale” – ribatte tosta la Berlinguer, quasi a voler sollevare da colpe l’attuale condottiero. E passa palla.
“L’evoluzione post ideologia della sinistra, si verifica ben prima dell’avvento di Renzi – conferma Giada Zampano del Wall street journal, che onestamente si professa neofita di politica e in qualche passaggio un po’ tradisce questo limite -. Da anni – osserva – si guarda al leader più che al partito. Renzi cavalca bene questa tendenza e sfrutta a suo favore l’onda populista che da Berlusconi in poi caratterizza la politica italiana. Non ha fatto quasi nulla di sinistra, non parla per esempio di reddito di cittadinanza, ma taglia indiscriminatamente le tasse a tutti. Oggi il popolo di sinistra è composto principalmente da una classe media intellettuale messa in grande difficoltà dalla crisi. E poi c’è invece un ceto marginale che va alla ricerca di rappresentanza e magari si riconosce nelle derive leghiste più che nei partiti della sinistra”.

Eppure il Pd in Italia secondo i sondaggi risulta in ascesa“, nota la Berlinguer. La quale poi, accennando alla Grecia ascrive “alla leadership di Tsipras (più che alla linea politica di Syriza) le ragioni della recente duplice vittoria elettorale dell sinistra”.

Anche in questo caso Braun diverge: ammette la forza di traino di Tsipras, ma ricorda come “la crescita di Syriza nasca dal basso grazie a un capillare lavoro casa per casa, quello che la sinistra italiana non fa più da tempo. È questo che la rende credibile, si avverte un valore praticato di solidarietà in quel movimento. Poi c’è un leader attraente che senz’altro aiuta. Ma sarebbe sbagliato limitare a questo l’analisi”.
Spiega poi che c’è una profonda differenza in seno all’Europa e che il quadro va scisso fra nord e sud: “Nel cuore del Mediterraneo chi si sente vittima delle politiche dell’Unione europea, di fatto guidata dalla Merkel, riconosce nelle emergenti forze di sinistra un baluardo e una risposta credibile all’imperante diseguaglianza. Per questo crescono Syriza e Podemos; e anche il Movimento 5 stelle, che in Italia ha ormai chiuso lo spazio alla sinistra radicale perché ha assorbito lui questa domanda”.

“E la spaccatura est-ovest?” domanda Bianca Berlinguer…
“La rotte delle nuove migrazioni rappresentano un test di sopravvivenza per l’Europa che ancora non riesce a trovare una risposta unitaria. Il problema appare un’emergenza, ma in realtà ha origini antiche e sulla capacità di fornire soluzioni si basa la possibilità di sopravvivenza dell’Unione”, sostiene Giada Zampano

“E Corbyn invece come si spiega? Potrebbe essere quello laburista un modello valido per il Pd e una speranza per la sinistra interna?”, chiede la conduttrice dando la sensazione di non crederci troppo.
Braun considera “molto interessante capire quale meccanismo abbia consentito all’outsider Corbyn, da tutti descritto come candidato destinato a perdere, di sovvertire le attese e conseguire il successo. È risultato il rottamatore della situazione – spiega -. Solo in questo, ha qualcosa di comune con Renzi, ma… di segno opposto! Corbyn rappresenta l’anti ‘blairismo’ incarnato dai suoi tre antagonisti, tutti seguaci del celebre premier. Corbyn rottamatore, quindi, ma da sinistra. Renzi invece è la risposta moderata alla (presunta) precedente egemonia della sinistra nel Pd. Ma la vittoria di Corbyn è stata possibile perché in Gran Bretagna come in Germania buona parte della popolazione si sente esclusa dai giochi e avversa quella piccola parte che comanda e mantiene i propri privilegi”. Lì, nel gorgo del conflitto sociale, Corbyn ha trovato i suoi sostenitori.

“Sì però ora molti sostengono che il Labour a guida radicale sia destinato a dure sconfitte“, obietta la Berlinguer.
E Braun, serafico: “Lo dicevano anche di Vendola quando si è candidato in Puglia: è una fissa italiana quello di credere che le elezioni si vincano solo buttandosi al centro. Una sinistra che voglia avere successo deve partire invece proprio dalle domande che si è posto Corbyn e dai bisogni a cui offre soluzione”.
E qui il pubblico del teatro Nuovo, fino a quel momento solo spettatore, entra in scena con il primo convinto applauso.

Insiste la Berlinguer: “E perché non dovrebbe essere così anche in Italia?”. E non non è chiaro se alluda a una possibile rivincita della sinistra radicale o a una capacità del presidente del Consiglio di farsi interprete anche del malcontento. Giada Zampano la intende in questa maniera: “In effetti la politica di Renzi va proprio in questa direzione e mira a recuperare il voto di quelle persone che non votano più perché non si sentono rappresentate da movimenti radicali come M5s o Lega. È un salvagente lanciato all‘elettorato moderato, del tutto coerente con la sua storia personale di democristiano cresciuto nelle file della Margherita”.
“D’altronde Renzi ha costruito il suo successo sui fallimenti di chi lo ha preceduto e sull’insoddisfazione dell’elettorato del Pd”, acconsente e chiosa la conduttrice.

Braun invece pensa allo scenario alternativo, ma rileva che “la sinistra a sinistra del Pd ha fatto fatica persino ad accordarsi sulla lista per le politiche europee” e confessa tutto il suo scetticismo: “Lì non vedo alcuna progettualità, solo partiti-bonsai che reagiscono a Renzi senza avere una visione d’insieme e forse per questo inciampano in piccoli compromessi come nel caso della riforma del Senato. ‘E poi dicono abbiamo segnato un gol…’, con un linguaggio oltretutto che non si può ascoltare”. Aggiunge: “Cuperlo è certamente uomo di grande cultura ma che non sarà mai leader di partito né lo sarà Fabrizio Barca che fino a tre anni fa non aveva mai militato. Non vedo né leader né idee“, aggiunge sconsolato. E conclude: “È dal 2011 che il Pd ha imboccato deciso la strada della moderazione. Renzi non ha stravolto nulla, ha solo accelerato la marcia. Di diverso rispetto a quelli di prima ha il carattere, alla loro tristezza ha contrapposto l’allegria!”.

Arriva a questo punto (per un ritardo dell’aereo) il corrispondente di Liberation, Eric Jozsef, ma – come si direbbe con metafora calcistica – entrato a cinque minuti dal termine non cambia volto alla partita: “Renzi ha spazzato via l’ala sinistra del partito”, osserva in sostanza. E non pare proprio un rivelazione assoluta.
Sull’abilità comunicativa di Renzi si lancia di nuovo anche la cronista del Wall street: “Renzi si è accreditato come ultima speranza, speculando anche sulla crisi degli altri partiti. Si è presentato agli italiani come ultima possibilità per garantire all’Italia autonomia e sovranità rispetto all’Europa. Ma l’agenda di governo non è molto diversa da quella di chi l’ha preceduto”, conclude realista.

Alternative concrete?”, è l’ultimo quesito posta dall’attuale direttrice del Tg3.
Stoccata finale di Braun: “I Cinque stelle oscillano nei sondaggi fra il 22 e il 27% e sono quindi un’alternativa concreta, ma non sono certo che una loro eventuale vittoria possa fare bene all’Italia perché non li vedo ancora maturi per governare. Poi sostengono l’uscita dall’euro, un esperimento rischioso per Italia ed Europa. Però è l’unica alternativa, cosa che di certo non può essere Salvini”.

OPINIONI
Attenzione a salire su certi taxi…

“I sindacati debbono capire che la musica è cambiata!” Questo dice il presidente del Consiglio e segretario del Pd, Matteo Renzi. Evitiamo, per ora, di considerare il significato politico di questo tono tra il minaccioso e il paternalistico. Chiediamoci: quale sarebbe, di grazia, la nuova musica che piace al nostro Presidente? Beh, un po’ di note le conosciamo… Ma forse un aiuto per capire meglio lo spartito che si sta preparando ce lo può dare il ‘Verdini-pensiero’ contenuto in un lungo articolo de “La Repubblica”. Qualcuno si chiederà: ma cosa c’entra Verdini? C’entra, c’entra…
Cominciamo. Ecco la lettera che Verdini ha inviato a Berlusconi prima di lasciarlo dopo essere stato il suo braccio destro e aver condiviso tutto del ventennio sciagurato che va da Mangano alla condanna per evasione fiscale del suo ex capo: “Caro Silvio, la politica moderna è leadership. Prima c’eri tu, ora c’è Renzi. Hai quasi ottant’anni e non puoi competere. Sarà lui a governare l’Italia per i prossimi dieci anni”. Dopo il divorzio ecco quindi il nuovo amore di Verdini: “Ho giurato a Matteo che costruiremo assieme il partito della Nazione.”
Il suo gruppo si sta ingrandendo, al punto da chiedere e ottenere altri due nuovi uffici a Palazzo Giustiniani. “E chi ci ferma!”, dice ai suoi fedeli l’ex macellaio toscano. E poi spiega il motivo di tanto successo: “Tutti mi chiedono cosa ci guadagnano a venire con me. Gli rispondo che sono il taxi. Vuoi rimanere al potere? Solo io ti conduco in dieci minuti da Berlusconi a Matteo”. Perché i suoi vecchi amici di FI assistono muti a questo spudorato cambio di casacca? Forse la spiegazione è nelle parole sibilate su Twitter dall’ex ministro Saverio Romano, uno dei collaboratori di Verdini: “Gli amici di Fi usino cautela parlando di Denis. Verdini conosce la loro biografia e mantiene riserbo”. Fermiamoci qui, perché l’aria si sta facendo pesante e le parole…inquietanti.
Domanda: è questa la nuova ‘musica’ che si sta preparando? Forse ci saranno smentite. Di sicuro a Renzi questa ‘confessione’ darà fastidio per tanta suprema schiettezza e chiarezza. Resta il fatto che Verdini dice a voce alta ciò che sta succedendo tutti i giorni da quando è uscito da FI e se la intende a meraviglia con Luca Lotti per aggiornare il pallottoliere delle votazioni che tengono in piedi il governo.
Colgo l’occasione per interloquire con l’amico Giorgio Bottoni che, quasi ogni giorno, pensa di mettere in difficoltà i critici di Renzi rivolgendo la domanda: che alternativa proponi a Renzi? Non ho problemi a rispondere: innanzitutto stare dalla parte della decenza. Perché, parafrasando il vecchio socialista Pietro Nenni, se un uomo come Verdini parla bene di ‘questo’ Pd vuol dire che c’è qualcosa di sbagliato nella politica che fa il suo leader. Caro Giorgio, proprio non ti sfiora mai qualche dubbio al riguardo? È una domanda retorica, perché so bene che le adesioni ai leader che hai man mano sostenuto nella tua lunga militanza politica (che ti auguro di prolungare ancora per tantissimi anni) sono state sempre granitiche.

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L’INTERVISTA
Sateriale su beni culturali e diritto di sciopero: “Se il lavoratore perde il consenso forse sbaglia le forme della lotta…”

Una vita nel sindacato, quattro anni alla presidenza dell’Associazione beni italiani patrimonio mondiale Unesco, ora coordinatore nazionale del Piano del lavoro Cgil: il suo percorso pone l’ex sindaco di Ferrara, Gaetano Sateriale, nella condizione ideale per valutare la controversa decisione del governo di includere il settore culturale fra i servizi essenziali per il Paese, condizionando e limitando in tal modo l’uso dello strumento dello sciopero nel comparto. Schietto per temperamento, espone fuor di diplomazia il suo punto di vista sulla complessa questione. A margine commenta anche l’episodio della contestazione al ministro Giannini a Ferrara (che pure ha visto contrapposti Cgil e Pd) e lancia qualche frecciata…

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Sono ancora vive le polemiche dopo l’assemblea dei lavoratori del Colosseo, le proteste dei turisti per la serrata non annunciata e le conseguenti decisioni del governo. Qual è il tuo giudizio?
Molti siti culturali e turistici italiani sono sotto organico e i dipendenti sono costretti a fare straordinari che non vengono pagati da diversi mesi, malgrado gli accordi. I lavoratori del Colosseo hanno tutte le ragioni per protestare e pretendere il dovuto. Hanno tutti i diritti di convocare le assemblee previste dal contratto e dichiarare gli scioperi che ritengono necessari per avere risposte serie alle loro esigenze. Come i lavoratori di altri settori pubblici o privati, secondo le norme di legge e contrattuali.
Nel far valere le proprie ragioni bisognerebbe sempre cercare di far crescere il consenso dell’opinione pubblica sulle proprie rivendicazioni: spiegarne e diffonderne le ragioni. Forse quell’assemblea non ha corrisposto a questa regola di base del “mestiere” sindacale. Ancor più importante se si ha a che fare con una “controparte” politico-istituzionale.
Poi, si sono dette tante cose: che qualcuno doveva informare i tour operator e non l’ha fatto, che il provvedimento del Governo forse era già pronto e si aspettava solo il pretesto per vararlo… Non so se sia vero: quel che so è che siamo finiti negativamente sui giornali di tutto il mondo e non mi pare che la solidarietà nei confronti dei lavoratori del Colosseo sia cresciuta. Se è cresciuta, ritiro le mie perplessità sulla chiusura a metà mattina per assemblea. Altrimenti forse si poteva stare più attenti. In gergo sindacale si direbbe che sto discutendo le “forme” della mobilitazione, della propaganda e della lotta. Non certo le sue ragioni. Ma per vincere non bisogna commettere nemmeno errori di forma. Questo ho imparato dai vecchi sindacalisti e non ho intenzione di dimenticarmelo ora che sono diventato anche io un sindacalista vecchio.

Per tutelare i cittadini-utenti il governo ha predisposto un decreto che include i Beni culturali fra i servizi essenziali. I sindacati fanno muro. Tu da che parte stai?
Si è detto: “Servizi pubblici essenziali come le scuole, gli ospedali, i trasporti”. Mi pare ci siano differenze da non dimenticare. Le scuole sono essenziali all’educazione e alla cura dei bambini e dei giovani, gli ospedali sono essenziali per la salute delle persone (che non possono adire a strutture a pagamento), i trasporti servono a far funzionare economia e società. I Musei e i siti archeologici e culturali pubblici sono importanti per la crescita di un turismo di qualità, certo, ma si tratta di un’attività economica seppure di ordine strategico per il Paese. Sono anche luoghi dove si diffonde l’immagine e la cultura del Paese, certo. Ma come è stato detto, non è vero che quell’immagine dell’Italia sia offuscata da uno sciopero o un’assemblea. Come non è offuscata l’immagine del Louvre quando capita da loro.
Io rovescerei il ragionamento. E ne farei un manifesto programmatico da parte sindacale.
È davvero d’accordo il Governo di fare del patrimonio storico, culturale, archeologico italiano un settore in grado di diffondere cultura e produrre ricchezza? Allora investa su questo! Ci sono molti siti italiani che attendono di essere recuperati e valorizzati; che devono essere messi in rete fra loro in modo da fornire un pacchetto nuovo che vada oltre il circuito abusato Venezia, Firenze, Roma. Ci sono musei chiusi o a orario ridotto per carenza di personale… O musei che vanno restaurati e modernizzati. Si faccia un piano preciso che parta dalle strutture pubbliche e coinvolga quelle private. Avviamo anche in Italia le esperienze di finanziamento munifico, di sottoscrizione volontaria, di beneficenza privata e riconosciuta che esiste in altri Paesi. Qualifichiamo il lavoro del personale impiegato. È uno dei capitoli del “Piano del Lavoro della Cgil”, quello del turismo culturale.
Queste sono le priorità su cui il governo non si esprime, preferendo le polemiche spicciole. Io non avrei difficoltà di fronte a un piano “industriale” serio sul turismo culturale ad accettare che i sindacati di settore concordino delle regole che contemperino meglio i diritti sindacali con quelli degli utenti.

Dalla vicenda in si evince una sostanziale indifferenza per il cittadino-utente: la leggerezza del cartello in inglese con la comunicazione dell’orario sbagliato ne è una palese dimostrazione…
Non darei un valore troppo emblematico all’episodio del Colosseo. Piuttosto farei un ragionamento più vasto (e forse più autocritico). A parte la sanità e la scuola, negli altri comparti dell’Impiego Pubblico non siamo riusciti a far passare l’idea che quel lavoro sia al servizio appunto del cittadino-utente e non delle burocrazie o del potere. Essere al servizio significa risolvere i problemi (esattamente come accade in un settore dei servizi privati), non spiegare le norme regolamentari che ne impediscono la soluzione. La frase più usata – e più odiata – che si sente a uno sportello pubblico è: “non è competenza di questo ufficio”. Invece un ufficio pubblico ha il dovere di assumere i problemi del cittadino e aiutare a risolverli semplificando (non descrivendo) le complesse procedure necessarie.
Per continuare a usare il gergo sindacale industriale, si dovrebbe dire che c’è un problema di indirizzare meglio il servizio e finalizzare meglio il lavoro impiegato. Che c’è un’organizzazione del lavoro che va cambiata se si vuole che cambi la cultura del pubblico dipendente. Ma di questo nessuno si occupa. Anzi, si continua a tagliare costi e organici e a negare il rinnovo contrattuale a quei settori dove si vorrebbe introdurre innovazione…

Giusto. Ma tornando al punto, tu che hai sempre mostrato particolare sensibilità per il patrimonio culturale e attenzione per i diritti dei cittadini, quale concreta soluzione proporresti?
Ripeto: il patrimonio culturale è davvero un settore strategico sia per accrescere turismo e ricchezza, sia per diffondere cultura, sia per creare posti di lavoro di qualità. Ma come per ogni “patrimonio”, se si vuole produrre ricchezza bisogna farci sopra investimenti, altrimenti sono solo parole. Basti pensare ai Siti Unesco. Siamo il Paese che ne ha di più al mondo. Però non agiscono in rete fra loro e il Governo non fa nulla per valorizzare questa filiera strategica. La verità è che Renzi quando parla di patrimonio si ferma a Piazza San Marco, al Ponte Vecchio e al Colosseo. Mentre l’operazione da fare sarebbe di attrezzare una rete di offerta culturale diffusa, nel Paese delle 100 città d’arte. Possiamo permettercelo! Anzi, è uno spreco assurdo non farlo.

In Cgil queste tue posizioni sono condivise o sei isolato?
Ribadisco che nel Piano del Lavoro della Cgil c’è un intero capitolo dedicato alla valorizzazione del patrimonio storico italiano per creare lavoro di qualità indirizzato soprattutto ai giovani, organizzato in rapporto con scuole, università, musei. E che questa è una richiesta che la Cgil fa al Governo da tempo. Il sindacato del commercio (Filcams) da un anno sta portando questi temi in giro per l’Italia con un progetto che si chiama “Job Art”. Sulle singole iniziative di mobilitazione si può sempre discutere. A dicembre dell’anno scorso, su segnalazione del ministro, la Cgil Lazio ha rinviato uno sciopero indetto all’Opera di Roma la sera della prima, alla presenza del presidente Napolitano. Avevano ragioni per farlo quei lavoratori? Certamente sì. Ha fatto bene o fatto male la Cgil a rinviarlo? Secondo me ha fatto bene.

A proposito di diritti dei lavoratori e di democrazia, a Ferrara nei giorni scorsi c’è stata la vicenda relativa al ministro Giannini tacitato dalle proteste degli insegnanti. I sindacati si sono schierati compatti a loro tutela, molti altri invece – e non solo nel Pd – hanno protestato sostenendo che ascolto e interlocuzione sono doveri civili: tu da che parte stai?
Non conosco l’episodio. Debbo dire che da sempre sono per l’ascolto e la discussione pacifica. Poi si decide il da farsi. Ma il presidente del Consiglio (non solo lui, per la verità) ha fatto del non dialogo coi sindacati un leitmotiv di orgogliosa propaganda del suo governo. Per non dire del dileggio continuo e delle battute sprezzanti. Io non sono per rispondere nello stesso modo, anche perché il disprezzo contro il sindacato lo considero un segno di debolezza del governo, non un suo segno di forza. Però poi non ci si meravigli se negli incontri pubblici i sindacalisti non mantengono sempre il bon ton.
Mi è capitato di recente che un consigliere di Renzi dicesse alla festa dell’Unità che la Cgil ha svolto in questo Paese un ruolo di conservazione corporativa. Gli ho risposto male e me ne scuso. Ma certi livelli di capovolgimento della realtà non sono davvero accettabili. Il ruolo della Cgil nella difesa anche recente della democrazia di questo Paese, appartiene alla storia, per fortuna…
Sono arrivato a una conclusione sui cambiamenti di forma del linguaggio politico. Non so se sia fondata, ma la espongo comunque. Renzi (e gli altri leader populisti) hanno portato in politica un linguaggio da stadio. Quello per cui alla squadra rivale si può dire qualsiasi volgarità perché tanto è solo un gioco. A me non piace quel linguaggio. Ma non ci si lamenti se poi scoppiano incidenti fra le tifoserie…

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NOTA A MARGINE
Quando la sinistra cominciò a cambiare verso

Quando si affacciò alla politica nei fatidici anni Sessanta, la mia generazione ebbe la fortuna di incontrare tanti (non tutti) buoni maestri che seppero contemperare passioni ed impeti giovanili con la quotidianità della politica, che prevedeva dialogo e mediazione, concretezza ed efficienza. Ci insegnarono anche che c’erano dei paletti oltre i quali non si poteva andare. Si creò una generazione critica e assetata del “nuovo” (vedi il Sessantotto), ma anche consapevole e salda nei valori, una generazione che doveva ascoltare e imparare da tutti, ma anche convinta di essere dalla parte giusta.
Questo dialogo intergenerazionale è venuto a mancare attorno alla fine degli anni Ottanta, inizio anni Novanta. Sono stati gli anni in cui, sotto le macerie del muro di Berlino che ha sancito il fallimento storico del “socialismo reale”, il PCI divenuto PDS ha cominciato a “cambiar verso”. Qualcuno ha colto l’occasione, a nome e per conto della modernità e del realismo politico, per avviare un lento ma incessante processo di revisione che di fatto risponde a un fallimento, proponendo un’omologazione, adottando sistemi e metodi politici sino ad allora tenacemente avversati. Ci si è liberati dell’ingombrante figura di Berlinguer e si sono scelti con disinvoltura nuovi interlocutori a dritta (destra DC) e a manca (PSI craxiano). Sono arrivati gli anni di Tangentopoli e a Ferrara è scoppiata la vicenda CoopCostruttori. Segnali inequivocabili che qualcosa di serio stava avvenendo: il partito che aveva fatto della legalità e della questione morale un architrave su cui poggiare qualsiasi ipotesi di rinnovamento era in piena mutazione genetica.
Si avviava una stagione politica del tutto oscura e dagli approdi imprevedibili. Qualcosa di profondo stava cambiando in una sinistra che alternava segretari D’Alema, Fassino, Veltroni, Bersani, e sigle Pds, Ds, Pd, a getto continuo, sperando di coprire una crisi e un vuoto politico evidenti. Accusare, come fa Renzi, i suoi predecessori di eccesso di antiberlusconismo come causa prima dell’immobilismo è ridicolo. Assolti con formula piena per non aver commesso il fatto. Le colpe vere e gravi sono assai più complesse. Innanzi tutto, a differenza del premier, penso stiano nel non aver contrastato a sufficienza il fenomeno Berlusconi, portatore di modelli culturali, politici ed economici aberranti, che hanno intaccato la fibra morale del paese, facendo strame dell’etica pubblica (e privata). La mancata soluzione del conflitto d’interessi è un macigno che peserà in eterno su quel PDS, DS e ora PD. La sinistra di governo e di opposizione si ritagliò un ruolo subalterno e di ambigua acquiescenza. Secondo: in quegli anni forze retrive o conservatrici hanno imposto una globalizzazione economica che ha nelle leggi di mercato un totem intoccabile, un assioma sul quale ormai si sono allineate anche la sinistra italiana ed europea, che pure erano nate per cambiare mercati e rapporti di forza. Latitano progetti ed idee alternative. Risultato?
Siamo alla globalizzazione dei soprusi, non dei diritti per i ceti più deboli. Siamo alla mercificazione brutale del lavoro, alla violazione dei diritti elementari degli uomini, alla ideologizzazione della produttività come unico metro di misura. Si ritorna all’Ottocento con nuove, ma non meno brutali, forme di schiavitù (vedi caporalato o delocalizzazioni). Il primato della finanza sulla politica è strabordante e quest’ultima risponde cercando di strutturarsi anch’essa per oligarchie. Meno democrazia, meno partecipazione, meno controlli, uomini malleabili senza passato e storia, che imporrebbero coerenza, da catturare con il luccichio del potere. Un capo, un popolo.
Questa lunga premessa per dire che Renzi non è il nuovo. Chi pensasse questo prende un clamoroso abbaglio. Il fiorentino è chiamato a completare l’opera di cancellazione della sinistra italiana, confinandola unitamente ai sindacati in una posizione residuale. Vuole creare il partito “degli 80 euro”, che non si ponga grandi problemi di democrazia, partecipazione, di legalità, di rinnovamento. Mance contro acquiescenza. Si esagera? Di fatto la destra gongola e si prepara a completare la transumanza, già a buon punto, inalberando i vessilli renziani. Tutti gli italiani che considerano il potere un fine e non un mezzo sono attratti dalle sirene del premier, che da parte sua fa il possibile per rimuovere ostacoli. Le tesi è che berlusconismo e antiberluconimo si equivalgono nelle responsabilità per il mancato decollo del paese. Il messaggio “il primo Berlusconi (cioè quello della P2, di Mangano stalliere, di Dell’Utri mediatore con la mafia) non mi dispiaceva” non è incidentale, stende un tappeto rosso ai nuovi adepti provenienti da destra perché non impone una storia e dei valori da condividere, li assolve per il passato berlusconiano: Verdini, Previti, Dell’Utri, Cosentino, pari sono ai Rodotà, Zagrebelski, Borelli, Flores D’arcais.
La rottura con il renzismo di parte consistente del popolo di sinistra non è “sentimentale”, come sostiene D’Alema, ma è più grave: è valoriale, identitaria, e tocca la storia e la coscienza di molti di noi. È prevedibile che la disaffezione alla politica e al voto, che con Renzi è aumentata, vada crescendo. Che altri gufi si aggiungano ai due milioni già volati via nelle amministrative recenti, votando altrove o disertando i seggi.
Senza il Centro non si vince è l’altro mantra che si ripete ossessivamente. Ma quale centro? Quello che si conquista solleticandone egoismi, istinti irrazionali, corporativismi, oppure quello che pure il PCI si seppe conquistare in Italia arrivando al 34,4%? Un ceto medio “riflessivo” conquistato in nome del bene comune e di interessi generali. L’Emilia e non solo costruì un blocco sociale dagli orizzonti ampi: città vivibili, servizi efficienti, welfare di sostegno ai più bisognosi, piani regolatori rigorosi, zone industriali all’insegna di uno sviluppo economico ordinato e non selvaggio, città e centri impegnati a sviluppare saperi e cultura. Comunità si coniugava con solidarietà.

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Enrico Berlinguer

La politica ha l’enorme responsabilità di sollecitare negli uomini il meglio e il peggio di sé stessi. Non è l’arte del possibile, ma la quotidiana fatica di rendere possibile ciò che si ritiene giusto. Difficile sostenere che nella sua lunga storia la sinistra abbia lavorato per il tanto peggio tanto meglio. Guardare indietro si può e si deve, altrimenti i libri e la storia andrebbero al macero. Chi non ha passato non ha neanche futuro. Il Berlinguer della questione morale, del governo mondiale dell’economia, dell’austerità e della sobrietà per popoli il cui benessere derivava dallo sfruttamento del terzo mondo e dal saccheggio delle risorse del pianeta è quanto mai attuale (e scomodo). Di sedicenti innovatori le cronache politiche sono zeppe. Anche Craxi si considerò tale. Poi è finita come sappiamo

L’OPINIONE
Nel Pd renziano gufi, gazze ladre e un’inconsistente opposizione interna

Prima la minoranza del Pd prende atto che il governo Renzi è un governo di centrodestra meglio sarà per tutti. Paure, equivoci, ambiguità e reticenze non hanno ragione d’essere scorrendo l’elenco degli scempi compiuti e di quelli in programma. Dubbi? Distinguo? La destra politica ed economica gongola, plaude alle “riforme” del fiorentino mentre professori, studenti, precari, esodati, pensionati sono sul piede di guerra. I Comuni sono allo stremo. Hanno spremuto i loro cittadini sino all’inverosimile e ora toccherà anche alla sanità ridurre prestazioni e servizi imponendo gabelle sui ticket trincerandosi dietro una fantomatica “lotta agli sprechi” che fa il paio con quella alla evasione fiscale che nessuno vede.
Le favole e le narrazioni sul destino radioso che ci attende si accompagnano a proclami roboanti e qualche stupidaggine frutto di scarsa cultura e conoscenze storiche. “Mai tante riforme sono state fatte in settant’anni di Repubblica come quelle che ho fatto io”! La modestia non abita a casa Renzi che ignora gli enormi sforzi per rimettere in piedi l’Italia dalle macerie del dopoguerra, glissa su quel vero e proprio capolavoro che è la Costituzione, sulla ricostruzione economica guidata dalle grandi aziende pubbliche (Iri, Eni, Finmeccanica etc.) sulla riforma agraria che accompagnò al contempo flussi migratori dalle campagne alle città, dal sud al nord. Esodi bibblici che cambiarono volto al Paese.
Sindacati e partiti della sinistra fecero la loro parte. Orientarono questi fenomeni di massa impegnandosi in grandi lotte del lavoro e culturali per integrare italiani con storie e culture diverse. Il Paese crebbe sul piano culturale e morale. Riforme come lo Statuto dei Lavoratori (che Renzi ha smantellato) sancirono diritti fondamentali. In quei settant’anni ci stanno pure dentro divorzio e aborto ed altre conquiste civili. Non scordando che in mezzo ci fu la tragica vicenda del terrorismo che fu vinto grazie a una democrazia allora forte, alla fermezza e alla credibilità di cui godevano tra la gente uomini, partiti e organizzazioni del lavoro che della partecipazione e del coinvolgimento del popolo ne facevano ragion d’essere.

Dato che non sembra preoccupare Renzi e i renziani dediti, costi quello che costi, alla ricerca del potere che va inseguito con fredda determinazione abbindolando i deboli di cuore e di mente con la magica parola: riforme. In verità tre sono i pilastri su cui si regge il renzismo:
1) l’astensionismo di milioni di italiani, sfiduciati e rassegnati dopo decenni di non politica sia a destra che a sinistra. Ma per Renzi che ha aumentato questa disaffezione questo va bene perché l’astensionismo gli regala percentuali farlocche (come quella del 40,8%) mentre la realtà dice che nelle ultime amministrative il Pd è andato sotto il 25% perdendo due milioni di voti;
2) la creazione di una classe dirigente a sua immagine e somiglianza ove predomina la fedeltà ed il culto del capo. Berlusconi docet. Gente quasi sempre senza qualità che per arrivare a “essere qualcuno” ha bisogno di un santo protettore. Ma quale meritocrazia? Chiamiamolo col nome giusto; clientelismo (vedi anche ultimo episodio Rai).
3) da ultimo l’inconsistenza politica di una opposizione interna sempre alle prese con i farfugliamenti, i distinguo, patetiche guerre di posizione per non affrontare il problema che milioni di elettori e iscritti del Pd hanno risolto da tempo: prendere atto che la mutazione genetica dentro il Pd è già avvenuta sul piano politico e persino etico.E’un altro partito, irriconoscibile per gente che ha militato a sinistra. Che c’azzeccano Verdini, i cosentiniani, Azzollini, i 32 parlamentari passati dal centrodestra al Pd trovando un premier con idee e programmi che li fanno sentire a loro agio?
Renzi invece non perde occasione per irridere e bastonare i “gufi” che osano criticarlo mentre e assai tollerante sulle tante gazze ladre che ha intorno a se o addirittura nel Pd. Alla lunga, si deve sapere che l’inerzia si tramuta in correità.
Il mantra degli ottusi è: ma cosa accadrà se cade Renzi? Intanto la prima regola di una sana democrazia sta nel fatto che ciascuno eserciti il proprio ruolo. Se cè un governo ci deve essere una opposizione. Se c’è una minoranza che vede traditi valori ed idealità tragga le conseguenze. Sennò siamo al regime a cui segue sempre il peggio. Il “dopo di me il diluvio” è il ritornello di tutti i lestofanti. Il vero pericolo sta in questa agonia del Paese che vede indebolirsi giorno dopo giorno democrazia e istituzioni Le condizioni di vita degli italiani si aggraveranno sempre più come certificano vari istituti dall’Istat al Fondo monetario internazionale. Sorrisi e assicurazioni di Renzi e ministri ‘a la carte’, su “riprese” e crescite sanno di inganno. Responsabilità, dignità e orgoglio di storie e militanze orgogliosamente vissute impongono scelte coraggiose ma necessarie se si vuole dare un punto di riferimento ai tanti “orfani” della sinistra. Sennò, come scriveva Sciascia siamo ai quaraquaquà.

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DIARIO IN PUBBLICO
La terra desolata e la scatologia

Di scatologia; relativo a scritto o discorso che tratta di escrementi, o che comunque ha contenuto e tono osceno, volgare. E’ molto in voga sia a livello popolare che istituzionale tanto da divenire imprescindibile nelle battaglie, o meglio zuffe, che scuotono le sedi del potere politico e i partiti che a loro volta diventano divulgatori del nuovo verbo scatologico. Si prenda il maestro di color che sanno, il Salvini difensore dei poveri, dei migranti, dei rom che, scagliandosi contro la legge anti tortura, e intervenendo al raduno del Sap (un sindacato autonomo di polizia i cui aderenti hanno applaudito freneticamente i poliziotti accusati della morte di Federico Aldrovandi), chiarisce secondo i principi classici della scatologia: “Se poi un delinquente lo devo prendere per il collo  e si sbuccia il ginocchio… cazzi suoi”, detta con voce chiara e decisa mentre un filo della solita bavetta gli esce dall’angolo della bocca.

Impazza la moda della maglietta che sveste più che riveste e che porta a un momento di involontaria ironia quando urlando ma con un brivido di sensuale complicità e/o di speranza la non folgorante Maria Mussini del gruppo Misto chiede all’attonito presidente Grasso, che l’invita a togliersi la maglietta d’ordinanza: “Che faccio presidente, mi spoglio? Volete uno streaptease?”. E da qui la risposta strepitosa di Grasso che la conforta non a spogliarsi ma a rivestirsi…
Oltre le magliette si guardino le mises: la ministra Giannini rigorosamente vestita da sera in completo verde giada abbraccia la Boschi in lilla e, si nota, tra gli afrori degli evidentemente sudaticci pentastellati, una severa guardiana della legalità grillina che parla con voce stentorea in camicetta bianca e sciarpone nero da trenta gradi sottozero denunciando i delitti  commessi dal Pd.
Ci sarebbe da commentare sul filo del bon ton: Ma va’ di moda lo stile “lavandaia”?
E mentre si dovrebbe protestare contro la non mai troppo deprecata “buona scuola” l’opposizione si trasforma in una fiera dell’ovvio e del mostruoso: funerali, versacci, campanelli, grida sull’orlo dell’isteria. E’ questo lo scenario conclusivo dei nostri rappresentanti istituzionali? Che vergogna, che infima qualità di pensiero e d’azione!
E mentre si sarebbe dovuto smontare il piano scuola o criticarlo con severità e argomenti convincenti l’unica cosa che si è stati capaci di proporre è un teatraccio ormai in disuso perfino negli angoli più retrivi di questo nostro paese (poveretto lui!)
La severità non sarebbe mai troppa nel denunciare questa scalata di volgarità. Da  notare che  ho bandito “escalation” ormai trito riferimento al sempre più esangue e povero lessico politico, optando per l’omonima versione italiana. L’inquietante viso del Maestro Casaleggio si affaccia dalle pagine dei quotidiani e dai media  incorniciato dalla minacciosa cascata di capelli grigi tenuti sotto una coppola vagamente sinistra.L’obliquo messaggio a cui rinvia il silenzio o il tweet colpisce inesorabilmente i fedeli che osano alzar la testa, diventando così il manifesto di un potere “popolare” che nasconda la sua “jacquerie” (mi si passi la parola cólta) d’accatto nelle confuse idee di chi comanda e di chi è all’opposizione.
Sentirsi almeno umiliati da questo improvviso rigurgito di un pensiero politico che si rivolge agli istinti primordiali di un popolo che ha bisogno di essere confortato nelle sue paure e ossessioni mi pare dovrebbe essere necessario. Ma si sa! Così parlano gli “intellettuali”, vil razza dannata che si masturbano mentalmente senza offrire “fatti” . Come del resto accade per quei maestri e professori, secondo la vulgata dei genitori che ascoltano i lamentini dei loro bambini e concludono senza appello che questi fannulloni d’insegnanti poco facciano o insegnino.
Sì è chiaro: è una generalizzazione. Una parte del paese richiede ancora di agire secondo il principio dell’etica. Ma è una minoranza che non riesce a farsi sentire. E che il premier Renzi accenda la miccia di una reazione offesa e dichiari  che una volta lasciata la politica vuol andare a fare il professore,  immediatamente  si risponde alla romana “ Ma professore de chè???”
La terra desolata delle nostre speranze non deve però lasciarci solamente avviliti. Sappiamo anche trovare momenti di riscatto come questa notte la partita sui migranti che Renzi ha saputo avviare con la Comunità europea proponendo una soluzione poi accettata con dignità e buon senso.
In questo caso il monicromo grigio vestito di rappresentanza che indossava ha saputo sostituire ben degnamente jeans slavati e camicia bianca aperta.
Così ondulando tra discorsi impietosamente aggressivi, pieni di paura e senza alcuna traccia di essere elaborati, ma affidati al consenso acritico degli “itagliani” e la sottile capacità di servirsene per ottenere voti o scelte politiche, la nostra fragile barchetta petrachesca non trova porto o sicuro rifugio.
D’altra parte come ci si può affidare a persone che scaricano come spese sostenute per la loro attività amministrativa UN euro per comprarsi il chewing-gum, detto ai miei adolescenziali anni di formazione fiorentina la “cingomma”?
Aleggiano e si spandono come un vento vivificatore,  così evidentemente eversive e di sinistra, quelle parole che Francesco Bergoglio nella sua enciclica ha saputo indirizzare al mondo e che per noi non credenti rappresentano il momento più alto di un discorso di sinistra: “O Dio dei poveri, aiutaci a riscattare gli abbandonati/e i dimenticati di questa terra/ che tanto valgono ai tuoi occhi.”
Alla faccia dei populisti d’accatto.

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L’OPINIONE
Dalla salama alla ricerca dell’eden. Uno sguardo sulla città e sul mondo

Dai giardini alla cucina alla politica politicata ai pozzi neri dell’orrore totale di Charleston alle parole del Papa agli scricchiolii del progetto Renzi. Una settimana d’angoscia e di riso se si sfogliano o si ascoltano le notizie global e local  direbbero i miei pronipoti calcando molto sulle ferraresi “elle” pronunciate quasi fossero un borborigmo; difesa estrema alla pronuncia generalizzata delle parole secondo lo stile romano tra un “c’è” che diventa “cz’è” e la “carne italiana” che diventa la “garne idaliana”: parola di Gringo.

E per il glocal al di là della noiosissima querelle sulla postazione del mercato a fianco della Cattedrale, strepitosa la notizia della salama da sugo, straordinario prodotto delle terre ferraresi, offerta a Michelle Obama all’Expo e ritenuto oggetto potenzialmente pericoloso tanto da far intervenire gli agenti della sicurezza. Così la nobile salama da sugo cantata da Mario Soldati e commentata da un esperto critico della cucina come Romano Guzzinati diventa oggetto di terrore nel mondo impazzito tra digiuno e sazietà, tra “eccellenze” e fame nel mondo. Ci è voluto poco a riportare la salama alla sua funzione di grande prodotto della nostra cucina, anche se confesso con molta vergogna, che la sua consistenza non è mai stata gradita al mio stomaco e al mio gusto, ma è interessante notare come ormai qualsiasi prodotto può divenire oggetto di terrorismo o di possibilità di terrorismo o di disperazione. E se ci si sposta poi al mondo dell’arte è ormai consueto inneggiare alle magnifiche sorti e progressive degli avvenimenti che si succedono a ritmo continua nella capitale estense. Mai nulla può smentire il cammino trionfale di tutto quello che succede qui siano i palloni areostatici che i festival di musica da strada o Ferrara sotto le stelle, una manifestazione che un tempo osò portare sotto i cieli della nostra città dei grandi attori che recitavano Ariosto; uno spettacolo liberamente proposto ai cittadini senza il cappio di prenotazioni che, mi si dice, hanno lasciato fuori dalle dipinte mura di Schifanoia coloro che desideravano assistere a una rappresentazione di “Aminta” del Tasso andata esaurita per prenotazioni non previste. Ma “relata refero” e siamo tutti contenti di questi mesi di spettacoli dove regna sovrano quello che è considerata la massima delle manifestazioni: il Palio di Ferrara, affettuosamente declinato dai ferraresi come il “Paglio”. Basterebbe? No di certo, perché ormai tutto deve per forza essere accompagnato da sagre, degustazioni, mangiarini ExcelLand che possano consolare il periodo buio della nostra economia nell’anno che il cibo diventa l’assoluta priorità del Paese.

Poi uno apre il telegiornale e vede quello che succede a Ventimiglia  e, immediatamente dopo, le grida e gli inni di coloro che sul prato di Pontida inneggiano alle ruspe invocate da Salvini che con quella “faccia un po’ così” strizza furbescamente l’occhio scandendo quelle parole che garantiscono che le ruspe serviranno non a radere al suolo un campo rom ma Renzi e la sua cricca.

Del resto che può dire di meglio e di più per combattere la concorrenza del poco giudizioso Grillo scrivente e non parlante che con piglio alla John Wayne vuol spazzar  via sporcizia, topi e …migranti da una Roma aperta ad ogni tipo di abusi e di scandali. Certo se la deformazione prodotta da una possibile vittoria elettorale e partitica porta al continuo declinare i miserabilia di questa politica impazzita cosa pensare di quel che è accaduto a Charleston? Una città che poteva al massimo evocare un ballo di moda ai tempi di mia madre e che ora spalanca le fogne senza fondo di un razzismo impazzito e che osa ancora nel paese della democrazia proclamare che tutto questo è successo per l’imprevvidenza dei fedeli massacrati nella chiesa dal ragazzo impastato d’odio che hanno fatto una fine prevedibile in quanto non avevano portato con sé le armi per difendersi! Allora sì che si può pensare di disprezzare l’umanità senza alcuna possibilità di redenzione.

Certamente l’umanità è riscattata poi dal discorso di papa Francesco tanto più trionfante sul pensiero laico, di cui sono seguace, e che per di più sa mettere in dubbio certezze e pregiudizi. Una chiesa tra le chiese non mossa da furori teologali ma che guarda gli altri, il popolo, con misericordia; una parola che solo pochissimi sono in grado di pronunciare e che sulle labbra di Francesco ha un suono nuovo: di speranza.

Arrivati a un possibile punto di non ritorno – e domani sapremo cosa ne sarà della Grecia – tuttavia sembra che alcune luci si accendano nel buio d’inferno direbbe l’amatissimo Dante in cui brancoliamo prede di pulsioni strane e diverse.

La mostra a Casal di Principe organizzata in quel luogo infaustamente conosciuto per la mafia che gli Uffizi e il suo straordinario direttore Natali hanno voluto portare per sperimentare la forza della bellezza coniugata platonicamente con la bontà a refrigerio del cuore stanco. E bene ha fatto il ministro Franceschini ad assistere di persona alla sua inaugurazione.

L’opera nobile di chi non si è sottratto a portare un piccolo aiuto ai migranti esposti nella teca della stazione centrale di Milano o tra i sassi di Ventimiglia che compensano in parte quell’abbraccio politico e un po’ repellente tra Hollande e Renzi in visita all’Expo.

Le parole appassionate con cui gli insegnanti hanno sottolineato la loro indisponibilità alla “buona scuola”

L’entusiasmo non sopito per la socialità e i diritti tra i giovani spesso penalizzati da quelle ridicole pose che li ha resi icone e modelli della pubblicità e della moda. Per fortuna alla pur giusta e necessaria compartecipazione a forme sociali di svago che li vedono tutti barbuti e tutti con un bicchiere in mano sanno reagire con dignità e coraggio a una situazione che noi, figli della guerra, non abbiamo mai sperimentato. A noi, allora, nessuno ci ha negato un lavoro. Ora per molti di loro non resta che aggrapparsi a una speranza che diventa utopia prima di realizzarsi.

Oggi sulle pagine di “La Repubblica” Nadia Fusini commenta l’irrefrenabile passione per il giardino e per quello che esso rappresenta nell’immaginario contemporaneo. Alla sua lista avrei aggiunto altri titoli e altri autori ma quel che resta inconfutabile è che l’antico significato della parola Eden ha ancora una sua irresistibile attrattiva in un mondo dove molto spesso il deserto dello spirito prevale sulla speranza di un “paradiso” a premio sulla terra della nostra spesso colpevole infelicità umana

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L’OPINIONE
Forrest Gump e ‘lo stupido Patto di stabilità’

“Stupido è chi lo stupido fa”. E’ una delle frasi simbolo del fortunato film “Forrest Gump” del 1994 e il protagonista, interpretato da un bravissimo Tom Hanks, la pronuncia davanti alla mamma del suo amico Bubba, morto in Vietnam, profondo conoscitore dei gamberi, su come si pescassero e su come si cucinassero. Era stato lui a dare l’idea a Forrest di investire in una società “di gamberi” e lui, tornato dal Vietnam, lo aveva fatto insieme al povero tenente Dan ricavandoci tanti soldi, ma la sua onestà gli imponeva di condividere questo benessere con la famiglia del suo amico.

Non si sentiva stupido e tantomeno riteneva stupido quanto stesse facendo, anzi, lo riteneva sensato e ne era molto fiero. Del resto è stupido chi fa cose stupide.

Cosa avrebbe pensato Forrest Gump a proposito dei politici che hanno voluto introdurre nei nostri ordinamenti nazionali il Patto di Stabilità e Crescita? Forse era un personaggio di animo troppo semplice per dare dei giudizi così complessi, ma fortunatamente gli stessi politici che hanno operato questa scelta ci hanno tratto d’impaccio e hanno pubblicamente giudicato il loro stesso agire.

Dal punto di vista tecnico il Psc è un trattato nato nel 1997, figlio dei vincoli di bilancio già imposti con il Trattato di Maastricht del 1992. Un paper che impone taglio di debiti pubblici e deficit ovvero una catena imposta agli Stati per impedirgli di spendere e investire per il benessere dei propri cittadini. L’Austerità che attraverso varie rivisitazioni nel 2005, nel 2011, nel 2013 e nel 2014 diventa legge sempre più stringente anche grazie all’introduzione di una norma addirittura costituzionale, il pareggio di bilancio introdotto nell’aprile del 2012.

Ovviamente la firma di questa trattato è stata volontaria quindi ce l’abbiamo perché lo abbiamo voluto, non perché ce lo hanno imposto. Tra l’altro i criteri per raggiungere tali obiettivi sono una scelta nazionale, nel nostro caso si è scelto di suddividere i sacrifici tra le varie amministrazioni: Stato, Regioni e Comuni.

Da un punto di vista dei cittadini significa più tasse e meno servizi. Quando i politici dicono che i sacrifici sono stati ben ripartiti tra Stato, Regioni e Comuni sembra quasi che vogliano far credere che delle entità giuridiche, avulse dalla realtà, tirino fuori chissà da dove dei soldi da dare in conto Psc. In realtà significa solo che Stato, Regioni e Comuni che prima spendevano dei soldi per fare delle cose, tipo far lavorare delle persone o investire in opere pubbliche o far funzionare bene gli ospedali o tenere a posto le strade, non lo faranno più. E se questa stretta sulle spese non basterà, si aumenteranno le tasse.

Quindi non Stato, Regioni o Comuni ma cittadini, persone, cioè noi siamo quelli che si accollano i sacrifici decisi da altri.

L’amministrazione in sé fa solo dei conti e trasferisce sull’ultimo il problema. Un po’ come l’Iva che passa di mano in mano fino ad arrivare all’ultimo della fila che è costretto a pagarla senza poterla più passare.

Certo anche con le tasse, come per le persone, ci sono quelle intelligenti, cioè che hanno quantomeno un senso, e quelle stupide. Tasse accettabili ad esempio potrebbero essere tutte le tasse che tengono conto del reddito in maniera progressiva, cioè se guadagno molto pago molto e se guadagno di meno pago di meno. Il Psc aggredisce tutti, indistintamente e blocca gli investimenti di tutte le amministrazioni pubbliche, sia centrali che periferiche. Rallenta lo sviluppo e fa disperare le persone che non ricevono più i servizi necessari alla loro quotidianità. Un dramma, quindi Psc e conseguenti ‘two packs’ e ‘six packs’ poco accettabili.

Qui arriviamo allo ‘stupido è, chi lo stupido fa’, e nel farlo sgombriamo il giudizio da un potenziale conflitto di interessi.

Il cittadino lo ritene stupido perché deve pagare più tasse in cambio di meno servizi, perché quando va in ospedale deve aspettare mesi per avere una prenotazione, perché sono stati diminuite le giornate di sfalcio erba e non ci sono soldi per riparare le strade, perché il Comune non ha soldi per imbiancare le scuole o metterne in sicurezza i soffitti.

Insomma è facile giudicare stupido il Psc se si è un cittadino, bella forza.

Ma chi ha preso la decisione di firmare un trattato (e rinnovarlo ogni paio d’anni) e chi ha l’incombenza di applicarlo, come lo giudicherà?

Ecco, il Psc è stato definito stupido nell’ultimo consiglio comunale dal Sindaco di Ferrara che però ha aggiunto “lo rispetto”, lo definisce stupido il Presidente del Consiglio Renzi che però parimenti aggiunge che lo rispetterà e persino il Presidente del Consiglio che nel ’97 lo firmò, Romano Prodi. Quest’ultimo è stato anche Presidente della Commissione Europea e non ha mai lesinato di attribuirgli l’epiteto di stupido.

Il fatto sconvolgente è che noi stiamo subendo gli effetti di una decisione stupida, presa coscientemente da persone che la definiscono stupida e fatta applicare da amministratori che la ritengono stupida (qui possiamo applicare lo ‘stupido è chi lo stupido fa’).

Provo a chiedere di scendere da quest’auto, guidata da un’autista ubriaco che ha deciso di andare a sbattere a 100km all’ora. Ma non riesco a convincerlo perché lui ha indosso cuffie anti rumore per non sentire oltre che airbag, cintura, tuta ignifuga e casco integrale mentre a me hanno tolto tutte le dotazioni di sicurezza.

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L’OPINIONE
L’avventuriero

Gli sviluppi dello scandalo Mafia-Capitale confermano che la mutazione genetica del Pd è arrivata a livelli molto alti. La questione morale riguarda una classe politica e ceti economici di sinistra un tempo esemplari per rigore morale, rettitudine, stile di vita, valori predicati e coerentemente praticati.
Il processo degenerativo non nasce oggi. Ha avuto un’incubazione lunga, data almeno dagli anni ’90 (ne sappiamo qualcosa anche noi a Ferrara) e ha visto in un crescendo stupefacente interi pezzi della sinistra collusi o artefici dello scadimento etico e morale del Paese . Si pensi all’enormità dello scandalo dei consiglieri regionali o al ruolo infamante che parte del mondo cooperativo ha giocato, inquinando ancor più un mercato che bisognava migliorare combattendo la corruzione e le degenerazioni. Si è toccato il fondo.

Ai miei tempi (Pci) orgogliosamente si affermava “Veniamo da lontano e andiamo lontano”. Forse ingenui o troppo “ideologici”? Oggi però sono tanti i postideologici che “vanno” alle Procure della Repubblica convocati per dare “spiegazioni e chiarimenti” che spesso non convincono e per loro si aprono le porte delle patrie galere. Siamo sull’orlo del precipizio e il Pd, attraverso il suo segretario nonché premier, fa proclami roboanti assecondato da dirigenti che penosamente si affannano a spacciare bollini di qualità e di moralità che l’opinione pubblica più non gli riconosce.
Con sprezzo del ridicolo hanno persino tentato di spacciare il voto del 31 maggio come una grande vittoria del Pd e del suo leader. Donne ed uomini senza qualità e dal pensiero debole o nullo che dal berlusconismo hanno tratto il giusto insegnamento: sii fedele al capo, assecondane le iniziative, anche quelle più avventurose, sostieni l’insostenibile perché cosi’ vuole la politica oggi fondata sui leader massimi che allevano cortigiani e rifuggono le menti libere. I risultati sono catastrofici.

Nel giro di poco più di un anno il “fenomeno Renzi” si sta rapidamente sgonfiando. Gli stessi media che lo avevano creato oggi prendono le distanze vaticinando un futuro poco roseo per il rottamatore. Il grande inganno si è avuto nelle mitiche europee del 40,8. Il fiorentino ci ha campato sopra glissando – come tenta di fare ora – sul fenomeno impressionante dell’astensionismo che gli consegnava una percentuale alta ma anche milioni di voti persi (e migliaia di iscritti). Alle europee due italiani su dieci aventi diritto al voto avevano votato Renzi gli altri otto o avevano votato per altri o non erano andati neppure ai seggi.
Ora alle recenti regionali se ne sono persi altri due. Ancora due vittorie come questa e raggiungiamo Alfano! L’innovatore che ha in tasca il futuro per ora ci offre un presente che accentua vieppiù il distacco tra i cittadini , le istituzioni e la politica. Tutti i governatori delle regioni di “sinistra” e non, sono stati eletti (tranne Zaia) a larghissima minoranza.
Rammentate il voto emiliano? 37%!. Con quale autorevolezza e credibilità si rivolgeranno ai loro amministrati? Il consenso non cè, la partecipazione manca, ergo la democrazia ed il Paese sono più deboli. Predominano il disorientamento e la sfiducia che premia una destra non “populista” ma reazionaria. Insomma il re è nudo e al tirar delle somme il bilancio è deludente e si è fermato all’emarginazione di D’Alema, Bersani e qualche altro (da nessuno rimpianti) .

Il Presidente del Consiglio che voleva “cambiar verso all’Italia” per ora registra gli applausi della Confindustria e di Marchionne, mentre piovono i fischi e la rabbia di ceti sociali che si son visti ridurre diritti e spazi di libertà. Sindacati, magistrati, studenti, professori, pensionati sono stati messi nel mirino e vengono quotidianamente sbeffeggiati come forze retrive e di conservazione.
Questo il Presidente poi, viene il Segretario. Del Partito, sempre più in disfacimento: Renzi non se ne occupa, né se ne preoccupa. Cacicchi. camarille, malcostume, pullman di cinesi che votano alle primarie, trucchi in Liguria, voti comprati ‘stile Lauro’ da liste “apparentate” dirette da impresentabili che invitano a votare in Campania per De Luca, nel mentre fanno l’elegia del galeotto Cosentino, clientele intollerabile eccetera: nessuno ci ha messo mano, qui la rottamazione non si applica.
Con quale credibilità del resto se si ha Verdini che ha più pendenze giudiziarie che capelli in testa-come pilastro di sostegno? Se si ha Alfano come interlocutore? Sottosegretari “chiaccherati”?

La politica è passione, ma questa per alimentarsi ha bisogno di coerenza, disinteresse personale, spirito di servizio. Domina in Renzi invece un preoccupante relativismo etico. Nessuno nega che l’Italia abbia bisogno di riforme anche audaci, innovazione, modernità però entro un quadro di valori ed idealità che delineano percorsi politici chiari che sanno per chi e come fare le riforme. Per ora il volto del Pd assume le sembianze di un circo Barnum che spalanca porte e finestre a destra e abbassa saracinesche a sinistra.
La rottamazione renziana non riguarda i protagonisti della sinistra degli ultimi vent’anni. Ma appare a molti la rottamazione dei valori e della storia della sinistra italiana tout court. Si va verso l’ignoto. Buon viaggio Presidente-Segretario.

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