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DIARIO IN PUBBLICO
Pensieri visivi

Un bus semivuoto mi accoglie ancora avvolto dal velo onirico della calda notte. Facendomi la barba ascolto Stefano Folli che ancor più addormentato di me legge a scatti le tremende vicende che corrompono il mondo e l’Italia. Parla di barbuti per connotare i seguaci del Califfato e un pensiero improvviso mi attanaglia. Che metaforicamente tutti – o quasi – i politici italiani si facciano crescere la barba che li rende indistinguibili per mandare un minaccioso messaggio subliminale sulla loro determinazione a perseguire i fini che si sono posti? Resta il mistero del rasato Renzi.

Più facilmente spiegabile il velo nero che si stende sulla faccia del ministro Franceschini condannato come Dorian Gray a un eterno viso di ragazzino.
Un po’ da commiserare i barba-rada che dopo giorni e giorni di faticoso allevamento producono guance a chiazze.

Nei giorni di maggiore attacco politico il sindaco Tagliani esibisce una spazzola dura come le parole che pronuncia. Di pura imitazione quelle che adornano i visi di quasi i tutti i sindaci della Provincia.

Arriviamo frattanto alla volta di piazza Verdi. Una macchinetta sbarra la strada all’ansimante bus. Dopo un’attesa di qualche minuto la bella e brava autista senza alzar la voce dichiara il suo intento di chiamare i vigili. Lasciandoci arbitri di una scelta non facile: scendere e perder il treno oppure sperare in un miracoloso intervento?
Naturalmente i vigili non rispondono ma ecco affannata una giovanetta s’avvicina timorosa e rivela il peccato: “Ebbene sì! La macchina è mia. Ero andata a far colazione al bar”. Dalla mia ugola esce uno strozzato lamento pensando che forse avrei perduto il treno, ma la brava autista non inveisce e professionalmente riprendendo la strada chiama un collega e annuncia il ritardo. Poi sparlano del servizio pubblico!

All’altezza del ponte di via Bologna una bellissima donna vestita con abito lungo e spacco vertiginoso fa danzare un grande cane bianco (forse pitbull) tra l’ammirazione dei presenti. Immediato il ricordo di Montale e a quei versi misteriosi che generazioni di critici non hanno mai saputo spiegare fino in fondo:
“(a Modena, tra i portici, / un servo gallonato trascinava / due sciacalli al guinzaglio).”
Che c’entrano nel Mottetto delle “Occasioni” un servo che trascina al guinzaglio due sciacalli sotto i portici di Modena?
Che c’entra a Ferrara alle 8 di mattina una ragazza dal lungo e nero vestito che trascina un pitbull al guinzaglio?

Sale una signora velata con bambino e sollecitamente porge al secco taglio della macchina “obliteratrice” (per chi non lo sapesse questa è una parafrasi di una bellissima poesia di Carducci) il suo biglietto. Invano. La macchina si rifiuta,quella macchina che fino a poc’anzi funzionava regolarmente.
Tutti tentano di farla funzionare , io compreso, ma invano e la bella conducente tace forse perché stressata da un viaggio così periglioso.

Miracolo! Lo sportello dei biglietti è privo di clienti. Con la felicità dovuta ad un fatto così straordinario mi lancio in un’orgia di prenotazioni; Roma fra due giorni? “Vuole lo sconto che lo inchioda però alla impossibilità di recuperare il biglietto se non partisse?” MAI! è la pronta risposta. E se mi viene il raffreddore? Chi parte più.

All’annuncio di due ricchi biglietti andata e ritorno rigorosamente corridoio per Firenze, la maga buona si scioglie in un sorriso e mi dice che posso fare una prenotazione speciale con risparmio di ben 6 euro a tratta e per biglietto. Che felicità! Pago e saluto accompagnato dal sorriso dell’addetta.

Che importa poi che il sole bruci e ti faccia sciogliere se mentre t’appresti all’attesa una classetta di bambini (terza elementare) in maglia verde parte schiamazzante tra il sorriso trepido dei genitori e la fiera e materna protezione della giovane maestra. Chiedo a uno di loro dove vanno “A Bologna, al museo egizio” e immediatamente si mette in posa come una nuova Iside.

Come per l’Esterina di Montale io prego per loro un destino di visi glabri e di poter mantenere una parte di quella vivacità che ora li accompagna alla scoperta della Bellezza.

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La comunicazione politica ai tempi di Twitter

Arrivo, arrivo! Era il 21 febbraio 2014 quando Matteo Renzi, futuro primo ministro, faceva sapere con un tweet che stava salendo al Quirinale per presentare a Giorgio Napolitano la lista dei ministri. L’hashtag #lavoltabuona metteva un ‘suggello’ all’entusiasmo di quel momento e inaugurava moltissime altre comunicazioni future sotto lo stesso slogan.
La comunicazione politica è, negli ultimi anni, decisamente cambiata nei tempi, nei modi e nei contenuti. Il politico apre una pagina facebook, crea un profilo twitter, interviene sui fatti del giorno, li commenta e li anticipa. Si fotografa e diffonde, si mette a disposizione nella rete, che, per definizione, amplifica e moltiplica.
La battuta del presidente del consiglio Renzi sul Rolex indossato da una ragazza durante le devastazioni di Milano all’apertura dell’Expo, ha creato una reazione a catena che ha investito il web e i media, incrociando gli interessi di un’azienda internazionale alla società dei consumi e aprendo una nuova lettura del fatto di cronaca in sé. Il teatro dello scontro è andato oltre le vie di Milano, è diventato quello dei media, dove l’azienda ha acquistato uno spazio per chiedere un intervento riparatore da parte del presidente del consiglio.
L’agenda quotidiana del giornalista viene ormai dettata da come e cosa scrive chi ha un ruolo istituzionale e lo fa attraverso canali che di istituzionale hanno ben poco. E nella rete anche il giornalista deve esserci perchè il tweet arriva prima di un comunicato stampa ufficiale, una foto può arrivare a dire molto di più di una conferenza stampa. Per quanto la politica non rinunci agli strumenti tradizionali, il web e i social network primeggiano. È cambiato, infatti, il sistema dei media, la convergenza fra più piattaforme dà modo, al giornalista e alle testate, di attingere a più fonti scritte e visive che, tuttavia, vanno maneggiate con cura.
Sul desk giunge di tutto senza nemmeno andarlo a cercare ed è per questo che la verifica delle fonti vale oggi più che mai, soprattutto perchè la troppa informazione può rischiare di diventare, per il cittadino, disinformazione. Il ruolo del giornalista, pertanto, rimane quello di intermediazione tra l’istituzione, la politica, il fatto e il destinatario della notizia. I media sono, appunto, ancora medium, mezzo di connessione e agorà pubblica privilegiata per la formazione della pubblica opinione.
La velocità e l’immediatezza di internet o la sintesi a effetto di un tweet, per quanto utili e pervasive, non potranno mai sostiuire la ricerca, la selezione e l’approfondimento che devono continuare a distinguere la professione giornalistica dal chiacchiericcio, che nulla ha a che fare con la notizia e i suoi inderogabili valori.

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IMMAGINARIO
La scuola scende in piazza.
La foto e il video di oggi…

“Queste sono le nostre armi” ha detto un’insegnante sollevando la Costituzione durante il flash mob realizzato nel tardo pomeriggio di ieri in piazza Trento e Trieste da alunni, docenti, genitori e cittadini disposti in cerchio attorno al Listone. Ad organizzarlo, sindacati, Rete degli Studenti, Unione degli Studenti, Comitato a sostegno della LIP, ANPI, MCE e Proteo.
L’idea era di scendere in piazza portando dei libri per protestare contro il DDL Buona Scuola.Tante le adesioni come si può vedere nel filmato. Tra i libri scelti, i Promessi Sposi e Orwell, ma anche Trilli, portato da una giovanissima manifestante.
“Il decreto di legge la Buona Scuola è in discussione ora in Parlamento – ha detto al megafono Hania Cattani, segretario generale di FLC CGIL – sono i giorni in cui il disegno di legge sta per raggiungere l’approvazione quindi in tutte le città docenti, personale Ata, studenti e famiglie si stanno mobilitando per difendere la scuola pubblica”.
Stabilizzazione dei precari, finanziamento al diritto allo studio e all’edilizia scolastica, respingimento di ruoli e poteri della dirigenza, no all’intervento per legge in materia di contrattazione di lavoro, si alla presenza del personale Ata nel DDL, sono le rivendicazioni di chi ha protestato ieri, e oggi si ritroverà di nuovo per un presidio davanti alla prefettura in corso Ercole I D’Este dalle 17.

OGGI – IMMAGINARIO CITTA’

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

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L’OPINIONE
Renzi e il fascismo

di Edoardo Nannetti

Renzi, pur di seguire la sua verve comunicativa in pillole, produce affermazioni estremamente pericolose.
In un comizio elettorale, per difendere il suo Italicum e criticare Brunetta che aveva evocato una somiglianza col fascismo, Renzi ha affermato: “voglio dire che quando si scomoda il fascismo bisogna dire che si uccidevano le persone per le loro idee; parlando di fascismo si profana la memoria di chi è morto; non si deve scherzare su queste cose!”. Sarebbe utile trasmettere per iscritto la violenza con cui sono state pronunciate queste parole (Tg1 ore 20 del 8-5-15), che a qualcuno possono apparire ovvie ma che, come si vedrà, sono estremamente pericolose.
A prescindere dalla natura fascista o meno dell’italicum (è però incontestabile la sua somiglianza con il premio di maggioranza voluto da Mussolini nel 1924 con la legge Acerbo), è evidente che il fascismo non è tale solo per l’uccisione di dissidenti, ma è un processo verso un sistema progressivamente dittatoriale, di eliminazione graduale ma inesorabile delle libertà democratiche, di assegnazione del potere a chi non rappresenta la maggioranza dei cittadini, di compressione delle libertà sindacali fino alla loro eliminazione e, corollario di questa volontà di potenza, anche il carcere il confino o l’uccisione per i dissidenti. E’ anche evidente che fascismo, in Italia, è sinonimo di dittatura.

E’ evidente che una legge elettorale che assegna arbitrariamente il 53% dei seggi ad un partito che abbia anche solo il 25% dei votanti (può accadere nel ballottaggio e si parla di votanti, neppure degli elettori, che ormai si astengono in massa sentendosi traditi da questa pseudo-democrazia), viola il principio costituzionale di uguaglianza del voto fra i cittadini, regalando la maggioranza assoluta a chi non ce l’ha; inoltre consente a quel partito, da solo, di eleggere il Presidente della Repubblica, votare riforme costituzionali, nominare membri della Corte Costituzionale eccetera (cioè di scegliersi i controllori istituzionali del suo operato). Questa legge prepara la dittatura. Il fascismo preparò così la propria. Il fascismo controllò anche gradualmente l’informazione: Renzi vuole sottomettere la Rai al potere diretto del governo (vedi la ‘riforma’della Rai da lui proposta).

La frase di Renzi però è grave perché sottende un principio grave: finché non si ammazzano i dissidenti non c’è dittatura, non si può evocare il fascismo; la democrazia è solo questa assenza di morti o , al massimo, la possibilità di parola (col tuo vicino di casa?). Dobbiamo essere contenti che non ci ammazza; prima di denunciare il rischio di dittatura dobbiamo aspettare almeno il carcere o il confino (ma anche questo non è ancora uccidere i dissidenti, quindi c’è ancora del margine).

Quella di Renzi è una di quelle frasi che, proposte con una falsa autoevidenza, si affermano acriticamente nel senso comune come vere e che svuotano, proprio loro, il senso delle parole e della democrazia che è qualcosa di più del diritto di non essere ammazzati per le proprie idee. Sono frasi pericolose perché preparano la dittatura anche cercando di plasmare il senso comune in modo distorto.
Renzi su un punto ha ragione: non si scherza su queste cose! Lui per primo dovrebbe smettere di scherzare e dovrebbe chiedere scusa per questa frase vergognosa.
Così scriveva già nel 1945 Don Primo Mazzolari: “Il ‘virus’ fascista , che può far degenerare di nuovo la democrazia, è purtroppo latente in molti animi e ci può far riportare alla dittatura, ‘curia et populo plaudente’”

E alla Biagio Rossetti preside, genitori e insegnanti ridipingono la scuola

Sono stati giorni impegnativi per i docenti d’Italia, uniti (quasi) tutti contro la “buona scuola” del presidente Renzi. Tra il tanto parlare, cortei e minacce, ho avuto la possibilità di capire come dovrebbe realmente essere una scuola degna di definirsi buona. L’esempio di unione e cooperazione per lo svecchiamento di un edificio scolastico pubblico, per il bene dei più piccoli, è stato dato dal preside, dalle insegnanti e dai genitori della Scuola primaria “Biagio Rossetti”, in via Valle Pega. Lo scorso settembre, rientrati dalle vacanze estive, i docenti ebbero una triste sorpresa, perché, a causa di alcuni tagli comunali, i lavori di imbiancamento promessi erano stati rinviati. La maestra Laura Lodi, referente del plesso, mi racconta che, stanchi di vedere le mura imbrattate e le aule spente e senza vita, in collaborazione con le altre maestre e con il preside Massimiliano Urbinati, decisero di contattare i genitori dei bambini per trovare insieme una soluzione.

“E’ stato un progetto sviluppato in poco tempo – spiega Cristina Pellicioni, mamma e presidente del Consiglio d’istituto – ma studiato nei minimi particolari. Innanzitutto, serviva il consenso dei genitori, che sono stati subito entusiasti dell’idea, e anche tutte le autorizzazioni dal Comune, perché volevamo esser certi di fare tutto secondo le norme”.
L’ultimo fine settimana di settembre il gruppo di docenti e genitori, che si sono autotassati per poter acquistare tutti i materiali e le vernici, grazie alla gentilezza di un padre, Loris Rambaldi che le ha fornite a prezzo di costo, hanno iniziato i lavori. Donatella Rambaldi e Laura Lodi mi raccontano che i bambini, dopo i primi lavori, non avevano notato grandi differenze.
“Durante le prime due giornate ci siamo concentrati sulle grandi pulizie e abbiamo imbiancato le aule, quindi il lunedì successivo le classi erano più pulite ma sempre spoglie. I bambini forse si aspettavano subito dei risultati. La vera sorpresa per loro è stata a lavori finiti, dopo il primo fine settimana di ottobre. Erano estasiati, volevano essere accompagnati nelle aule dei loro compagni e vedere cosa cambiava. Hanno amato i nuovi colori e il loro atteggiamento nei confronti dell’ambiente è cambiato: si curano sempre che i banchi non tocchino le pareti e cercando di mantenere tutto pulito”.
Immaginate delle aule tutte uguali, spoglie, con le pareti macchiate dagli anni e tinte di un marroncino spento e cupo. Ecco, ogni stanza adesso racconta una storia: le porte colorate ti invitano ad aprirle per scoprire piccoli mondi tinti di lilla, verde, giallo e turchese, pieni di vita e di disegni. Il lavoro di coordinamento e di mano d’opera più complessa è stato gestito da Loris, esperto nel settore.
“Ci siamo occupati anche degli arredi di ogni stanza, perché volevamo che anche gli armadi e la cattedra fossero ben integrati con il resto della stanza. Io ho un colorificio e negli anni mi sono appassionato alla bioedilizia e al restauro, quindi sono stato ben felice di partecipare al progetto “Over the rainbow”, perché so bene che i bambini reagiscono ai colori in modo diverso dagli adulti. I docenti hanno scelto la tinta della loro aula con cura, basandosi sugli studi dei colori per stimolare l’attenzione dei più piccoli. E’ stato possibile acquistare una nuova libreria grazie alla donazione dell’associazione Auser e speriamo di ricevere delle donazioni anche per il prossimo progetto”.
I lavori non sono ancora terminati: dopo l’aula giardino, in cui i bambini curano le piantine portate dalla maestra o dai genitori, e l’aula “arcobaleno”, il prossimo passo è dedicarsi agli spazi comuni, come corridoi, bagni e la mensa scolastica e il preside Urbinati vorrebbe estendere il progetto al di fuori della scuola primaria.
“Io vedo la scuola come una cooperativa, in cui c’è collaborazione tra coloro che ci lavorano e i genitori, perché l’educazione che si impartisce in queste stanze ha successo solo se combacia con quella insegnata a casa. Abbiamo deciso di creare il progetto “Over the rainbow” perché ripristinare la qualità della vita nell’ambiente di lavoro significa migliorare le prestazioni. Sono compiti che spetterebbero alle istituzioni pubbliche ma o si aspettano gli enti locali o si cerca di creare qualcosa da soli. Secondo me la buona scuola è proprio quella che parte dal basso e, con questi gesti, cerca in tutti i modi possibile di migliorarla. Spero che il progetto venga accettato con lo stesso entusiasmo e partecipazione anche dai genitori del Bombonati e della Dante Alighieri”.

“La buona scuola siamo noi”. Il fotoracconto della protesta degli insegnanti contro il governo

“No alla buona scuola di Renzi”. Erano più di trecento i partecipanti alla manifestazione indetta per protestare contro il disegno di legge predisposto dal governo per stabilire le nuove regole che disciplineranno l’istruzione pubblica. Il flash mob si è tenuto in piazza in occasione dello sciopero generale di martedì. Sul Listone erano presenti soprattutto insegnanti. Sui loro striscioni e palloncini un’affermazione: “La buona scuola siamo noi”.

Ecco il racconto per immagini del fotoreporter Luca Pasqualini.

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L’INTERVENTO
Un altro regalo alla scuola privata

di Claudio Pisapia

Oggi gli insegnanti protestano contro il ddl ‘la buona scuola’ del governo Renzi perché dicono, in estrema sintesi, che nega l’uguale diritto allo studio, allarga le diseguaglianze sociali e dà soldi alle scuole private.

Dall’altra parte si ribatte che questo ddl prevede 100.000 assunzioni e quindi non si capisce perché i sindacati siano contrari.

Un bel dilemma. Nel frattempo monta la polemica da parte del pubblico attento a tratti che attacca gli insegnanti rei di godere di troppe ferie e, come tutti gli statali, di uno stipendio sicuro (vergognosamente basso ma in un Paese che comincia ad accettare l’idea che 800 euro al mese siano una fortuna).

In realtà tante cose stanno cambiando nella scuola, e chi è genitore se ne era già accorto ben prima di questo ultimo ddl. Più libri e più costi annuali, presentarsi a inizio anno con risma di carta da lasciare a scuola e con carta igienica al seguito, contributo volontario, edifici sempre più fatiscenti, genitori addetti al ritinteggiamento delle pareti, aule pollaio. Ultimamente ci eravamo anche accorti di questa strana figura del preside manager, intento a far quadrare i bilanci, a parlare di vision, mission e crowdfounding e a ricercare misteriose certificazioni in cui si parla di soddisfazione del cliente e dove si equipara la scuola alle aziende.

Noi italiani viviamo purtroppo da sempre in un Paese dove è difficile sapere cosa realmente stia succedendo, incredibilmente hanno sempre tutti ragione. Governo, sindacati, maggioranze e opposizione. Rivolgersi alla stampa è impresa ancora più ardua, manca quel giornalismo davvero aggressivo e indipendente che esiste per esempio negli Stati Uniti. Ma anche loro hanno ragione, in Italia sarebbe impossibile far perdere una poltrona a qualcuno solo perché si scopre che ha rubato, corrotto o fatto male il suo lavoro, al massimo gli capita di cambiare ministero o di andare al Parlamento europeo.

Del resto anche a distanza di anni non riusciamo a venirne fuori e a comprendere gli avvenimenti, a dare dei giudizi obiettivi sulle continue riforme che si sono succedute, anche se queste devastano la nostra quotidianità, cambiano le nostre prospettive e anneriscono il nostro futuro.

Di sicuro lo schema che si segue quando qualcuno decide che un settore deve essere riformato è più o meno sempre lo stesso. Si crea un allarme e si mostra l’unica soluzione ritenuta possibile da applicare immediatamente. Se ne magnificano le prospettive e grandi uomini politici del momento le spiegano a compiacenti giornalisti che le diffondono provvedendo essi stessi a dare per esempio dello ‘stravagante’ a chi cerca di portare un’opinione diversa. Negli anni se ne vedono poi gli effetti negativi, gli stessi uomini che avevano fatto le proposte cominciano a parlarne male, ma a nessuno frega più niente perché nel frattempo c’è un’altra emergenza, un altro super politico, un’altra soluzione.

La nostra recente storia dovrebbe illuminarci. Il professor Amato nei primi anni ’90 per poter attuare la svendita di aziende e beni pubblici in nome delle privatizzazioni gridava al default ed insieme al professor Prodi fecero del benessere dei cittadini la loro bandiera procedendo così indisturbati al depauperamento delle nostre risorse e facendoci digerire anche quel piccolo prelievo forzoso dai nostri conti correnti. Dopo quasi trent’anni siamo tutti qui a constatare quanto benessere abbiamo ottenuto dalle decisioni di quei salvatori della Patria.

I professori Andreatta e Ciampi, qualche anno prima, avevano deciso, sempre per il benessere dei cittadini, che la Banca d’Italia non dovesse più fare il suo lavoro di prestatrice di ultima istanza e questa decisione regalò in una decina di anni qualcosa come mille miliardi di attuali euro ai grandi investitori sotto forma di interessi pagati con le nostre tasse, complice ovviamente anche il sistema di cambi fissi dovuto all’ingresso nello Sme, altra decisione le cui conseguenze furono pagate sempre dai cittadini a caro prezzo.

Dell’ingresso nell’euro, che ci doveva salvaguardare dalle speculazione e far godere di benessere diffuso e occupazione, non parlo perché siamo ancora sulla scena del delitto ma sempre il professor Amato che ne fu uno degli artefici ha tranquillamente dichiarato che ‘non poteva funzionare’.

In tutto questo qualcosa però manca, un nemico da consegnare all’opinione pubblica. E poteva mai essere qualcuno di quelli che avevano preso le decisioni che ci hanno portato ad una disoccupazione a doppia cifra e alle aule pollaio? Suvvia, siamo in Italia.

E allora il nemico viene reso visibile a tratti e a seconda delle convenienze. Prendiamo ad esempio la corruzione, sempre presente ma un po’ aleatoria, onirica, che non è mai rappresentata da qualcuno di così reale e definitivo da poterlo portare in un’aula di tribunale e scrivere la parola fine. La corruzione è qualcosa da invocare quando serve (il debito pubblico è causato dalla corruzione!), da mettere poi da parte e ritirare fuori al bisogno. Molti degli arrestati per tangenti e corruzione per il caso Expo erano gli stessi processati nel ’92 dai famosi magistrati di Milano. Poi dimenticati e riapparsi e che dimenticheremo di nuovo salvo poi magari ritrovarli, che so, all’organizzazione di future olimpiadi.

Oggi però la crisi è veramente pressante e allora ci vuole anche altro. La soluzione arriva grazie all’opera meritoria dei professor Monti e Fornero (e governi successivi) che li hanno individuati e sottoposti alla pubblica gogna.
I troppi diritti, in particolare quelli dei dipendenti pubblici (i famosi fannulloni di Brunetta), degli insegnanti, dei pensionati, degli operai tutelati dall’articolo 18.
Non quelli di parlamentari, governanti, detentori di tre o quattro pensioni di Stato, alti dirigenti spostati all’occasione da un’amministrazione pubblica all’altra. Non quelli che gestiscono da vent’anni il debito pubblico ma non si possono spostare ad altro incarico. Chi fa derivati ma non se ne assume le responsabilità o chi fa collaudi di autostrade telefonicamente. Magari Parlamenti costituzionalmente illegittimi o chi abbandona tutori della legge a se stessi. Certo che no! Questi sono affari di cui al massimo si può occupare Report o Presa Diretta e ci fanno indignare per quel paio di ore di durata della trasmissione. Di costoro i nostri politici parlano un po’, perché è necessario, e poi mettono da parte per dedicarsi a qualcosa di più serio.

I troppi diritti da umiliare sono quelli dei lavoratori ai quali bisogna diminuire la pausa da quindici a tredici minuti perché bisogna aumentare la produttività per poter competere di più in un mercato libero e globalizzato. Quindi il nostro operaio deve avere gli stessi diritti e lo stesso ritmo di produzione di un operaio cinese altrimenti siamo penalizzati. Mi verrebbe da chiedere, ma penalizzato chi?

Viviamo in un sistema per cui ci sembra giusto che i diritti non vadano estesi ma tolti, ad esclusione dei privilegi ovviamente. E così dopo l’articolo 18 si passa allo statale. Troppe ferie, troppi diritti, troppo di tutto. Gli insegnanti guadagnano troppo, lavorano poco e vanno puniti. Poco importa se sono quelli che danno un’istruzione ai nostri figli. Poco importa se per farlo sono costretti a rincorrere strani parametri europei in aule spesso fatiscenti e con 28 alunni dove diventa un’impresa anche un’interrogazione.

L’attenzione viene spostata. Il problema non è dare alla scuola una dignità, un valore universale o di assicurare ai nostri figli il diritto fondamentale di avere un insegnamento di eccellenza, di eguaglianza, pubblico, garantito, libero. Non si discute di dare agli insegnanti gli strumenti giusti per svolgere al meglio il loro lavoro, non ci si indigna per le aule o le scuole indecenti fino a quando non casca un soffitto in testa a qualche sfortunato ragazzo.

Nel nostro caso l’obiettivo è andare oltre la scuola pubblica, oltre l’ossessione che l’istruzione debba essere assicurata a tutti. Quindi si tagliano i fondi e le assunzioni (quelli che Renzi vuole assumere sono imposti da una Corte europea, ma lui li vuole assumere con meno diritti) e conseguentemente si ammassano alunni nelle aule, aumentano le spese per i genitori sotto forma di contributi volontari, carta igienica, fogli per fotocopie. Poi si introducono i presidi manager che cominciano a dare l’idea del privato e genitori e ragazzi che diventano clienti per le certificazioni di qualità. E alla fine si comincia a pensare che il privato sia meglio, volontariamente.

In maniera ancora più chiara, la scuola pubblica è una spesa per uno Stato che deve fare il pareggio di bilancio, la si fa diventare una spesa esosa anche per i genitori e di bassa qualità. Poi si dà la soluzione, cioè la scuola privata. Quindi il risultato sarà, ancora una volta, che qualcuno ci guadagnerà tanto mentre la maggioranza ci rimetterà di più. Del resto quale privatizzazione ha portato dei benefici al comune cittadino?

E in tutto questo gli insegnanti che fanno? Osano addirittura scioperare! Protestano… Dall’alto dei loro lauti stipendi, tra l’altro sicuri, e dei loro troppi giorni di ferie. Protestano, scioperano e lasciano pure il problema di dove piazzare i figli a quanti invece dovrebbero correre per andare a produrre, perché il nostro Paese sia più competitivo sui mercati globali.
A questo punto forse un’altra riforma si rende necessaria per il nostro benessere futuro. Mettere mano al diritto di sciopero!

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Renzi e la voglia di partito unico

da Gentedisinistra

Il termine ‘democratura’ è un neologismo usato spesso da Eugenio Scalfari per indicare una sorta di ibrido tra democrazia e dittatura, con preponderanza sostanziale della seconda, cui ci sta portando l’attuale governo Renzi con le sue riforme istituzionali.
Tutto avviene senza che la maggior parte dell’opinione pubblica si renda conto della gravità della cosa e con il complice silenzio di tutta l’area Pd, al centro come in periferia (con poche lodevoli eccezioni). Non si comprende come sia possibile che quasi tutta l’area politico-sociale e dell’associazionismo vario che fa riferimento al PD, nel 2006 si battesse contro riforme analoghe (ed anzi meno pericolose) proposte da Berlusconi ed ora che le propone Renzi le consideri un toccasana o, nel migliore dei casi, le lasci passare con il suo silenzio.
Eppure in queste ore si sta consumando un delitto istituzionale: si sta costruendo un micidiale ingranaggio che di fatto piega le istituzioni al potere dell’uomo solo al comando, annulla il principio di rappresentanza assegnando artificiosamente il potere ad una minoranza che governerà non in nome del popolo, di cui non è più espressione democratica, ma contro il popolo. Vediamo gli anelli della catena antidemocratica in cantiere. Il Senato non sarà più elettivo ma nominato dai consigli regionali, cioè dalle maggioranze in essi determinate, quindi i senatori non esprimeranno il corpo elettorale di quelle regioni ma solo le loro maggioranze consiliari. La cosa è particolarmente grave se si pensa alla natura autoritaria di molte leggi elettorali regionali. Emblematico è il biltz con cui il Pd, ormai il partito della ‘democratura’, ha fatto approvare in Umbria una legge elettorale che assegna al partito di maggioranza relativa il 60% dei seggi senza prevedere neppure una soglia minima di voti per ottenere il premio: cioè anche un partito con il 20% dei voti potrebbe ottenere il 60% dei seggi. Degno di Putin (o di Stalin). Sono questi consigli regionali che nomineranno i senatori. Questo Senato, non elettivo ed antidemocratico, potrà votare cose importanti come riforme costituzionali, leggi importanti ed elezione degli organi costituzionali di controllo. Il secondo anello della catena è l’Italicum: anche qui, con il premio al partito e non alla coalizione e con il ballottaggio, già al primo turno con il 40% si ottiene un corposo premio del 15% che conferisce il 55% dei seggi. Più probabile comunque che si vada al secondo turno: il partito che vi accede pur avendo ottenuto percentuali basse al primo turno e che vincesse il ballottaggio anche con gli stessi voti presi al primo turno, otterrebbe il 53% dei seggi. Cioè un partito che vale ad esempio anche il 20-25% può ottenere la maggioranza assoluta dei seggi; il fatto che ciò sia consentito ad un partito e non ad una coalizione accentua il segno autoritario dell’operazione Il tutto in barba ai principi costituzionali di rappresentanza e di uguaglianza del voto sanciti dalla costituzione e ribaditi dalla Corte Costituzionale nella sentenza sul Porcellum. Questa legge si ispira alla legge elettorale ‘Acerbo’ voluta dal fascismo. E’ una legge ad uso e abuso di Renzi che, sulle ceneri del Pd, vuole costruire il partito unico della nazione (vi dice qualcosa?). Terzo anello della catena si lega al fatto che le riforme renziane fanno saltare il sistema di garanzia democratica voluto dall’art. 138 della Costituzione, quel meccanismo rinforzato e a maggioranze qualificate per cambiare la Costituzione ad evitare ciò che fu consentito al fascismo, cioè che una minoranza possa stravolgere la legge fondamentale che regola i rapporti tra i cittadini: è evidente che, con le riforme ora in cantiere, se si consente ad un partito di avere un premio così corposo di seggi e di controllare le Camere nei modi truffaldini descritti compresa la nuova composizione non elettiva del Senato, le maggioranze saranno qualificate solo sulla carta. Così il partito unico, con una maggioranza assoluta di seggi drogata artificialmente, potrà aggirare l’art. 138, cambiare a suo piacimento la Costituzione, ma anche eleggersi il Presidente della Repubblica e i membri non togati (cioè di nomina politica) della Corte Costituzionale, asservendo così proprio gli organi che dovrebbero controllare il potere esecutivo e legislativo.
L’ultimo anello della catena è la riforma della Rai che assegna direttamente al governo la nomina dell’amministratore delegato che ha poteri su tutta l’azienda e nelle nomine interne; cioè chi vince le elezioni si prende la Rai e l’informazione in barba alla funzione democratica che dovrebbe avere.
La vocazione autoritaria di Renzi e del ‘Suo’ Pd (che ormai è un partito personale), si riscontra anche in svariati comportamenti. Da ultimo la sostituzione (epurazione) di massa dei dieci parlamentari della minoranza Pd in commissione affari costituzionali in vista del voto sull’Italicum ed in violazione dell’art. 67 Costituzione (ma già di per sè sarebbe un fatto politicamente gravissimo); ma si potrebbero citare numerosi altri episodi. Da ultimo lo strappo istituzionale di porre la questione di fiducia sulla legge elettorale cioè su un provvedimento che non è del governo ma, trattandosi di un asse del sistema democratico di tutti, dovrebbe essere lasciato alla libertà del parlamento e con convergenze larghe. Renzi trasforma il parlamento in un “bivacco per i suoi manipoli”; è lui a ledere la dignità del suo partito, che ha origini antifasciste, trasformandolo nel promotore di una dittatura mascherata.
Com’è possibile che tutta l’area Pd e le sue associazioni di riferimento, in teoria antifasciste, consentano tutto questo? Discorso a parte va fatto per l’elettorato, che comincia a capire ed in massa si astiene dal voto non sentendosi più rappresentato, e per l’Anpi che è memore del significato della resistenza e difende nettamente i principi costituzionali e democratici. Per il resto sul carro di Renzi sono saliti quasi tutti all’ultimo momento (con cambiamenti di idea repentini, e talora persino ridicoli, su temi di fondo) e sembrano indifferenti alla china autoritaria in cui Renzi sta trascinando il paese.
E’ in atto un misfatto non solo politico-istituzionale ma anche sociale.
Infatti questo processo istituzionale non è cosa avulsa dai problemi dei cittadini: costruire un sistema con cui con i voti di pochi elettori si governa in modo totalizzante e non in rappresentanza del popolo, impedisce che le proteste sociali e la partecipazione dei cittadini abbiano il minimo peso e, potenzialmente, consente la repressione in caso esplodano proteste che il potere ritenga inaccettabili. Certo è che i cittadini ed i loro problemi conteranno assai meno.
I cittadini sanno poco di questo percorso, storditi dagli slogan del twitter-renzi e dei suoi corifei che, con frasi banali e vuote, eludono il tema della democrazia appellandosi… all’efficienza della democrazia: ma una democrazia che si suicida è efficiente?

ELZEVIRO
La ballata di Mackie Messer

Sempre più convinto proustianamente del valore dei “nomi”.
Possibile che ci siano due Matteo? L’uno che indossa la felpetta nera e l’altro che s’incorona signore indiscusso dell’Italia delle meraviglie?
Possibile che il B. nazionale affidi ogni decisione alla Maria Rosaria: busto robusto, labbra a canotto gonfiato, capelli da tredicenne scossi da scatti improvvisi mentre fa strada guardandosi addietro e precedendo il Signore della Terra di Mezzo.
E le due Deboreh (h finale of course)? L’una a difender con contenuto furore friulano l’operato del Matteo Uno; l’altra più in ombra ma pur ugualmente “incattivita”.

S’allontana nell’epurazione il rumor di ferraglia del drighignìo dei denti della Daniela leggermente appannato mentre l’urlo del Genovese si fa fioca eco di un tempo trionfale. Ma imperterrito nel “doppio” creato da Crozza e da lui ormai indivisibile, il Brunetta (qui vale il cognome e non il nome) avvolto in sciarpette di seta minaccia sfracelli dopo aver guardato con occhio furbetto l’intervistatore. Con il viso che esprime eterno stupore il prode Orlando scende dall’Ippogrifo/Presidenza per controllare il luogo degli amori di Angelica e Medoro ma nulla gli vale ascoltar le gesta della regina e dell’umile fante raccontate dai pastori/parlamentari.
E dai profondi meandri di memorie recenti s’alza e si diffonde nell’emiciclo una canzonetta ai suoi tempi assai celebre il cui ritornello ossessivamente recita: “E Pippo, Pippo non lo sa” mentre Speranza, ultima spes, cerca di salvare l’unità.
Se sapessi scrivere, che bel romanzo mi piacerebbe imbastire! Un racconto che si svolge nell’Itaglia terra di navigatori della politica e degli intoccabili.

A nulla valgono le dure prese di posizione del pastor delle greggi Pd che dichiara asseverativamente (avverbio fuori moda ma meglio dell’impronunciabile “assolutamente”) che con la fiducia o la va o la spacca e la tragicommedia volge al peggio con i forbiti e vibrati discorsi dei pentastellati mentre il dio Saturno/Bersani mangiator dei figli confabula con la Rosy e pensa a quale metafora affiderà il suo messaggio fatto di vangeli apocrifi.

Poi bruscamente sei riportato in terra. Dalla violenza della natura leopardianamente indomabile. E e pensi alla retorica politica sulla tragedia del Nepal e ti accorgi come direbbe lui, Giacomino, della “vanità” del tutto e ti domandi: “Ma a che gioco giochiamo?”

Li vogliamo bombardare o accogliere i rifiuti della terra? Il pastore d’anime a ‘Ferara’ dichiara che ogni turbamento e scivolamento dall’ortodossia è colpa, e unica colpa, dell’Illuminismo e reprime con severa dittatura ecclesiale l’opera dei don Bedin di turno. Un biondo invasato mostra in tv la sua fabbrica protetta da cartelli simil-veri che impediscono l’accesso ai Rom. Dentro, una sbalorditiva serie di armi con bersagli per esercitazioni e, secondo l’elegante idioma delle valli lombarde, dichiara che i rom vadano “fori dalle balle”. Per avvalorare la sua tesi chiama uno spaurito operaio dell’Est che non risponde e ti guarda come se fosse nel cerchio degli ignavi.

Si pensa ancora che il nostro paese possa recuperare il senso di una dignità che è soprattutto chiarezza. Alte s’alzan le strida dei gabbati possessori delle azioni Carife. E come in un cerchio dantesco si rincorrono le parodie il cui significato suona: “Riproduzione scadente e ridicola di ciò che una cosa, una persona o un’istituzione dovrebbe essere in realtà”. Mai spiegazione suona più veritiera: le parole-le cose. Ma qual è la ragione per cui una banca diventa una parodia? Le spiegazioni sono molteplici e tutte valide. Ormai siamo rassegnati al fatto che almeno non si tocchi il personale e il lavoro. Chiedere una banca del territorio fa parte di quella parodia che da troppo tempo coinvolge tutta la città intera con un misto di maldestra e pericolosa fiducia nelle magnifiche sorti e progressive.

Troppo severo il giudizio? Troppo figlio di una visione “intellettuale”?
Può darsi.
Eppure da lontano l’eco rimanda una parola, ripetuta ossessivamente che si perde tra le valli in fior, dall’Alpi allo Stretto. Eticaaaaaa.
Siamo ancora in tempo a trasformare l’eco non in un nome vano senza soggetto ma più umilmente in una direzione di vita e di comportamento.

NOTA A MARGINE
Legge elettorale, ecco di cosa si discute

Nel vortice di polemiche al calor bianco che accompagnano la discussione della legge elettorale alla Camera si ha spesso come l’impressione che molti dimentichino alcuni dati di fatto importanti.
Il primo è una semplice constatazione: in Italia una reale “democrazia dell’alternanza”, cioè una democrazia di tipo occidentale che funziona, non si è mai vista. Per tutta la prima repubblica, in un contesto elettorale di tipo sostanzialmente proporzionale, ha infatti prevalso un regime di democrazia bloccata, che per ragioni di politica estera escludeva a priori la possibilità per i rappresentanti di circa un terzo dell’elettorato di poter partecipare al governo del Paese e che rendeva di conseguenza praticamente obbligatorie coalizioni fra i partiti restanti. Tutte le combinazioni possibili sono state esplorate più volte: tri quadri e penta partiti, appoggi esterni, desistenze, non sfiducie: in una gara grottesca alla creazione di neologismi improbabili. In questa fase l’Italia era già famosa nel resto del mondo per la sua instabilità politica e per i suoi governi lampo, che potevano anche essere “di transizione” e persino “balneari”.
Nella seconda repubblica, nella quale sono state applicate due diverse leggi elettorali (il “mattarellum” e la porcata calderoliana), entrambe di ispirazione maggioritaria, abbiamo visto sia a destra che, soprattutto, a sinistra l’aggregarsi di coalizioni molto composite e poco coese. Al punto che la destra, che pure ha ottenuto dalle urne maggioranze parlamentari imponenti, non è mai riuscita a portare a termine nessuna delle “grandi riforme” che aveva sbandierato durante le campagne elettorali; colpa certamente del populismo che le caratterizzava, ma anche dell’impossibilità di portare a sintesi progetti che nel loro iter dovevano piegarsi alle esigenze delle mille lobby che infestano il Paese.
Detto in altri termini, l’Italia dal dopoguerra ad oggi non è mai stato un Paese “normale” in cui chi governa, grazie alla maggioranza ottenuta dalle urne, realizza il proprio programma elettorale e chi è all’opposizione esercita il ruolo di vigilanza che la Costituzione gli assegna e si prepara, se ci riesce, a diventare maggioranza nel Paese alla tornata elettorale successiva.
Quello a cui abbiamo invece assistito è stato il proliferare di meccanismi consociativi del tutto opachi, sia interni alle coalizioni di governo che trasversali rispetto ad esse, ed all’emergere di centri di potere, anomali in quanto del tutto al di fuori dal quadro istituzionale ed anch’essi spesso trasversali, molto più durevoli delle labili maggioranze di governo, in un contesto in cui in alcune fasi è stato molto difficile capire chi realmente stesse governando ed in base a quale mandato. E’ appena il caso di ricordare che il contesto di corruzione ed illegalità diffuse che opprimono l’Italia è strettamente legato alla mancanza di un meccanismo di alternanza democratica efficace. Gli ultimi 5 anni, poi, hanno visto il trionfo esplicito della trasversalità più totale e, per certi versi, spudorata.
Abbiamo cioè, detto in sintesi, un passato che dal punto di vista della pratica della democrazia è del tutto indifendibile e che occorre superare al più presto. Chiunque vagheggi, da questo punto di vista, una qualsiasi trascorsa età dell’oro o è in malafede o ha evidenti problemi di memoria.
Una seconda questione, che anima anch’essa il dibattito, è quella relativa alle preferenze. Anche qui la memoria dovrebbe venire in soccorso a molti e la sua rievocazione fare riflettere chi non c’era.
Nel sistema proporzionale in vigore alla Camera durante tutta la prima repubblica c’erano le preferenze. Nella sinistra di allora si riteneva abbastanza unanimemente che fossero un elemento fortemente negativo da contrastare, sia per motivi, per così dire, interni, sia per altri di carattere più generale. Rispetto ai primi basta ricordare che in quel periodo era tassativamente vietato ai singoli candidati fare campagne elettorali autonome utilizzando proprie risorse economiche; tutta l’attività di propaganda elettorale era invece interamente svolta dai partiti (il PCI, innanzitutto, ma anche le diverse e molteplici formazioni alla sua sinistra), i quali decidevano a priori chi dovesse essere eletto e davano a tale proposito ai propri militanti indicazioni molto precise sulle preferenze da indicare, in modo che si realizzasse il risultato voluto. In quanto ai secondi, era sotto gli occhi di tutti il “mercato delle preferenze” che si svolgeva negli altri partiti, che consentiva spesso l’elezioni in Parlamento di personaggi legati a specifici gruppi di potere, anche di tipo malavitoso.
Per questi motivi quando nel 1991 si votò un referendum per abolire le preferenze elettorali alla Camera la sinistra si schierò unanimemente per il voto a favore.
La legge elettorale attualmente in discussione prevede un sistema misto, che fa eleggere prioritariamente in ogni collegio i capilista, mentre le preferenze servono per determinare gli altri eventuali eletti di ogni lista. Nella sostanza i partiti minori, che al massimo possono pensare di eleggere un solo rappresentante per collegio, vengono tagliati fuori dal meccanismo delle preferenze. Il partito di maggioranza relativa, invece, che in virtù del premio ottiene il 55% dei seggi, cioè 346 parlamentari, dato che i collegi sono circa 120, ne elegge circa due terzi con le preferenze (in realtà potrebbero essere di più a seconda della scelta o meno dei capilista di presentarsi in più collegi, con un massimo previsto dalla legge di dieci). Se si tiene conto che da sempre i partiti maggiori portano in Parlamento un numero consistente di candidati “nominati”, ad esempio tecnici esperti in diversi settori, ma pressoché sconosciuti all’elettorato, e anche, inutile negarlo, persone in qualche modo da “premiare”, la proporzione definita dalla legge appare essere tutt’altro che scandalosa e, soprattutto, garantisce che la grande maggioranza degli eletti del partito che avrà il governo del Paese sia stata eletta direttamente dai cittadini.
Il problema vero, del quale stranamente si discute molto poco, è però un altro e non tanto le preferenze quanto piuttosto la formazione delle liste di candidati. Vale a dire chi decide chi deve farne parte ed in base a quali criteri. Fra l’altro tale questione è determinante per i sistemi a collegi uninominali, dove ogni partito presenta un unico candidato per collegio e che molti pensano essere i migliori sistemi elettorali possibili. Naturalmente, indipendentemente dalla legge in vigore, nulla vieta ad un partito di definire le proprie liste, capilista inclusi, sulla base del risultato di elezioni primarie o, comunque, strumenti che garantiscano l’espressione democratica del consenso della loro base di militanti ed elettori. Molti vorrebbero che questo meccanismo venisse imposto e regolato per legge, cosa a mio parere non priva di senso, ma che ha come necessario presupposto la piena attuazione dell’art. 49 della Costituzione (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”), in base al quale dovrebbero essere definite regole comuni sulla struttura organizzativa e la rappresentanza democratica nei diversi partiti.
La terza ed ultima questione riguarda la natura del premio di maggioranza, che la legge in discussione assegna al partito più votato, mentre c’è chi vorrebbe venisse attribuito alla coalizione di cui, eventualmente, facesse parte. E’ indubbiamente una scelta forte, volta principalmente a ridurre il potere di condizionamento che i piccoli partiti hanno sempre avuto sulle coalizioni e le maggioranze di governo, che ha indubbiamente anche un effetto significativo nel favorire la tendenziale scomparsa delle formazioni politiche, molto spesso negli ultimi anni create ad hoc alla vigilia delle elezioni ed assai poco rappresentative, che, godendo della “protezione” della coalizione di cui facevano parte, hanno garantito seggi a rappresentanti di interessi specifici. D’altra parte l’abbassamento al 3% della soglia per potere eleggere propri rappresentanti in Parlamento garantisce un adeguato “diritto di tribuna” a tutte le forze realmente rappresentative.

renzi

IL VETRIOLO
Esclusivo: la malacopia della lettera di Renzi ai docenti

Grazie ai potenti mezzi messici a disposizione da WikiFantasy, siamo riusciti ad avere in anteprima la malacopia della lettera che Matteo Renzi spedirà agli insegnanti per convincerli a desistere dallo sciopero del 5 maggio prossimo.
Essendo scritta nel solito linguaggio politico fatto di parole difficili, di vocaboli con il naso lungo e di termini con le orecchie d’asino, siamo riusciti a tradurla dalla lingua “Renzusconiana ” grazie al nuovo software “Whistles for Flagons” (Fischi per Fiaschi).
Eccola in anteprima.

Caro corpo dei docenti e delle docentesse,
“nessuno che sia un vero Italiano, qualunque sia la sua fede politica, disperi nell’avvenire. Le risorse del nostro popolo sono immense”… questo meglio toglierlo… mi è venuto spontaneo cominciare come aveva fatto il nonno Benito nella sua ultima lettera.
Riprovo…
Care gambe delle docentesse,
accidenti, a questo ci aveva già pensato lo zio Silvio.
Ricomincio…
Cara pancia, anzi no, meglio cambiare perché quella la devo lasciare a Salvini per contratto.
Questa è la volta buona…
Cara schiena dei docenti,
che, pur piegandoti, riesci a sopportare il peso delle offese che ti hanno rivolto finora, ti prego non rialzarti perché nella “buona scuola” serve essere servi.
Care ginocchia dei docenti,
so che invidiate quelle della lavandaia per potervi lamentare di qualche cosa ma io vi offro la speranza di un miracolo: la “buona scuola” riuscirà sicuramente a farvi sentire come mamme che nutrono i loro figli, in pratica vi farà venire il latte.
Caro fianco dei docenti,
prestati ancora, con spirito di abnegazione, a tutte le umiliazioni che verranno con la “buona scuola” perché se non diventi un fiancheggiatore come entrerai nelle grazie del superiore?
Cara bocca dei docenti,
continua a tenere acqua dentro per non parlare di tutto ciò che cambierà in peggio. Ti prometto che la “buona scuola” ti farà venire spesso l’acquolina… prima di ingoiare un altro rospo.
Caro occhio dei docenti,
la riforma sta arrivando come un ciclone per distruggere, ma tu puoi sempre vedere “la buona scuola” come una grande bicicletta che ti può portare meritatamente verso traguardi supplicati.
Care orecchie dei docenti,
vi consiglio di assomigliare definitivamente a quelle del mercante perché la “buona scuola” cerca clienti e si vende al miglior offerente.
Caro fegato dei docenti,
rimani tranquillo e riposati; nella “buona scuola” è sufficiente dimostrare il coraggio di essere ruffiani.
Care mani dei docenti,
state al vostro posto, non mettetevi avanti e preparatevi a separarvi per meglio sorprendere i dirigenti; la soluzione che vi propongo è l’eutanasia cioè diventare ciascuna una mano morta.
Caro scheletro dei docenti,
rimani ben chiuso nell’armadio altrimenti lo sai che noi, che ci siamo fatti le ossa imparando a scalare dai tre monti, sappiamo adoperare la “buona scuola” come una medicina per darti il calcio di cui hai bisogno.
Caro cuore dei docenti,
entrando nel merito, non c’è bisogno che la “buona scuola” sia di sana e robusta Costituzione quindi è meglio se ti fai rottamare.
Cara testa dei docenti,
non mi interessa che tu sia d’uovo, di cuoio o di qualcos’altro. Con te non ci parlo più da un pezzo e a te la “buona scuola” non parla proprio.
Cari docenti,
scrivo a voi ma in realtà voglio rivolgermi ai genitori, agli studenti e soprattutto ai nonni per fargli sapere che non siete solo fannulloni ma vi considero delle frattaglie umane, dei pezzi di carne precaria solo cuore, anima e cervello.
Come fate a non credere alle promesse che riesco a raccontare così bene?
Come fate a non accettare di farvi prendere in giro dal sottoscritto?
Come fate a non accogliere il mio disprezzo per la democrazia?
Come fate a non capire che lo faccio per il vostro bene?
Come fate a non condividere la mia autorità dispotica?
Come fate a non esultare per i miei modi fascisti?
Come fate a non vedere che è peggio per voi?
Come fate a non prendermi sul serio?
Come fate a non adorarmi?
Come fate senza selfie?
Come fate?

Matteo@QuelloCheViHaDatoGli80Euro.it

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NOTA A MARGINE
Quando ‘l’intoccabile Renzi’ fu designato “leader ideale del centrodestra”

Matteo Renzi ai raggi X del festival di giornalismo in corso di svolgimento a Perugia. Non clamorose rivelazioni, ma il riassemblaggio dei tanti tasselli – non tutti noti – di una personalità e di un percorso ancora in larga misura da decifrare.

Tasselli: dalla vincente partecipazione alla ‘Ruota della fortuna’ di Canale 5, propiziata dalla segnalazione di uno zio che lavorava a Mediaset, sino all’indicazione, nel 2011, di Matteo Renzi come del successore ideale di Berlusconi alla guida del centrodestra in un rapporto riservato al cavaliere di Arcore, confezionato dallo studio del suo consulente politico di fiducia Diego Volpe Pasini.

A sezionare la personalità del premier, sul palco del festival si sono ritrovati Peter Gomez del Fatto quotidiano, Augusto Minzolini ex direttore del Tg1 e attuale parlamentare di Forza Italia, la meno nota ma acuta cronista politica di Oggi, Marianna Aprile, e Davide Vecchi, anch’egli redattore del Fatto e autore del fresco volume “L’intoccabile Matteo Renzi, la vera storia”, che ha dato spunto alla conversazione.

Dunque Renzi, “l’outsider capace e ambizioso che usa il verbo rottamare per farsi strada e acquisire il consenso, ma quando arriva al potere – annota Gomez – fa gli accordi con i poteri forti, ottiene l’appoggio del mondo finanziario e della grande industria e la benevolenza di Marchionne. E forte di questo sostegno riesce a demolire l’articolo 18, contro il quale avevano sbattuto tutti i predecessori. E’ lui il Gattopardo?”, si domanda.

Minzolini, quasi a convalidare ‘l’Opa’ del centrodestra, aggettiva il proprio apprezzamento: “Coraggioso, decisionista, capace di rischiare. Amico di tutti, ma pronto a sferrare il colpo mortale appena può”. E aggiunge altri tasselli a un percorso ibrido: “la Compagnia delle opere, braccio finanziario che sta dietro Comunione e liberazione di cui è referente un luogotenente renziano, il toscano Matulli. E poi Verdini e qualche altro animale politico dell’entourage… Insomma, il partito della Nazione – di cui tanto si parla – come rinascita di una Dc del XXI secolo. Una nuova Democrazia cristiana a ricalco del modello di De Mita, di cui non a caso Mattarella era luogotenente in Sicilia come Matulli lo era in Toscana”.

Vecchi si sofferma sulle strategie di engagement del premier. “Costruisce i rapporti attraverso i figli, con una predilezione per le figlie. I suoi collaboratori hanno sempre solidi genitori e sono lasciapassare per mondi preziosi. Fra il 2007 e il 2014 Renzi raccoglie quattro milioni di contributi da vari sostenitori, i più noti dei quali sono il finanziere Davide Serra e l’avvocato Alberto Bianchi. Ma solo la metà è riconducibile a identità definite. Di circa due milioni entrati in cassa non c’è tracciabilità”.

“L’affinità fra lui e Berlusconi – segnala Aprile – sta nel fatto che entrambi incarnano un differente marchio di provincialismo: Silvio è l’imprenditore milanese un po’ bauscia; Matteo è il bullo, lo spaccone che ci prova sempre e in qualche modo ci arriva”. La cronista dice di invidiare i colleghi che potevano attingere a piene mani spunti di gossip dall’entourage del Cavaliere: “Lì i rapporti erano instabili e chi cadeva in disgrazia era sempre pronto a gustose rivelazioni. Invece il gruppo dei renziani è granitico, si vogliono tutti un gran bene e non riesci a tirare fuori alcuna indiscrezione”.
“La forza di Berlusconi – annota – stava nel fatto di essere ricco e potente, quella di Renzi nasce dalla narrazione della rottamazione. I due si conoscono a Firenze nel 2005 tramite Verdini. Berlusconi resta affascinato. E nel 2011, complice il documento di Volpe Pasini, dopo la caduta del governo di centrodestra, una parte di Forza Italia pensa a Renzi come nuovo leader dello schieramento. Caratterialmente e nella strategia di relazione sono molto diversi: mentre Berlusconi si concede, Renzi comunica a senso unico ed è inaccessibile”.

Conclusione: “Renzi – per Gomez – è stato individuato come la persona in grado di garantire la sopravvivenza del sistema di potere berlusconiano”. Di rimando, Minzolini, a sostanziale conferma: “Il network televisivo più ‘renziano’ oggi è Mediaset”. A corroborare, Aprile: “Quando Berlusconi e Renzi litigano sembra il gioco delle parti. Nei confronti di Berlusconi, Renzi usa la tattica del pendolo: si avvicina e si allontana continuamente. Ma chissà, magari il Paese oggi ha bisogno proprio di questa alleanza per rimettere in moto l’economia…”.

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SETTIMO GIORNO
‘George Taylor’, ovvero l’arte rara di deridere comicamente

GEORGE TAYLOR – Ritengo George Taylor, in arte Soffritti (o viceversa), l’ultimo dei grandi spiritacci di una Ferrara da sempre annichilita nella sua malinconia dalla quale Antonioni trasse l’ispirazione per film-capolavoro da vedere dopo aver ingoiato un po’ di bicarbonato. Ferrara è una città presuntuosamente triste, grigia, spesso falsa e dedita alla piaggeria, una città tutto sommato un po’ erudita ma non molto colta, che crede di saper tutto: i bolognesi hanno definito noi ferraresi “a fagh tut mi e i fa nient”. Si, è vero che in questa bellissima palude (più bella di quanto i suoi cittadini credono) nascono sovente soggetti intelligenti, sapidi d’animo artista, ma devono poi emigrare perché qui c’è sempre qualcuno pronto a tagliargli la testa se dimostra le sue capacità, “sa vol quel lì” e via col taglio jihadista. Un tempo i signori amanti dell’automobile compravano le Ferrari, prima ancora le Maserati o le Isotta Fraschini, le tenevano ben nascoste in un garage, da dove le estraevano per andare, faccio un esempio, a Bologna pavoneggiandosi per via Rizzoli, oppure andavano direttamente a Cortina e sfoggiavano la fuoriserie davanti al Posta: a Ferrara quell’auto non doveva essere vista. Benvenuto Cellini scrisse “ferraresi gente buonissima et avarissima”, aggiungerei sarcastica ma tristissima, a Ferrara è bello soltanto ciò che non è ferrarese. Una volta ero in autobus e passando con il “2” in piazza, l’amico che era con me guardò fuori e poi disse “non c’è nemmeno da mettere con Firenze”. Avevamo appena oltrepassato il Castello e stavamo giungendo davanti al Duomo, considerato il più importante esempio di romanico-gotico. Che cosa c’entrava con Firenze? Nulla, ma il masochismo ferrarese doveva essere soddisfatto. I ferraresi sono persone depresse, ma non George Taylor. Ecco perché lo amo. E’ grande e grosso, veste in modo vistoso, cappelli stravaganti, stivali o scarpe bicolori, porta con sé da anni ormai il cagnolino felice. George Soffritti ha fatto l’attore, spesso nei film di Fellini, e attore è rimasto: attore comunista aggiungo, e spesso si esibisce per strada, urla al vecchio e simpatico ragazzo, odia il Milan e tutto ciò che ha a che fare con Berlusconi, che deride comicamente, di recente ha aggiunto alla sua galleria di personaggi comici Brunetta (ma con una sola “t”). Giorni fa dentro un supermercato: “L’è inutil, urlava, Bruneta non è all’altezza”, poi rideva e il suo ridere sbertucciante risuonava da un capo all’altro dell’edificio trascinando le sghignazzate dei presenti. Non ce n’è più di attori come George Taylor, siamo sempre più depressi, sempre più vili nei nostri pensieri. Viva Soffritti. L’attore.

COMUNISTI – Ci si è messo anche Sepulveda, lo scrittore, a cantare il de profundis del comunismo. Lo fanno tutti ormai, è di moda parlar male del comunismo, anche da parte di coloro che dicono di essere stati comunisti. Sono un ex comunista, dicono: forse erano “ex” anche quando sventolavano bandiera rossa. Com’era di moda.

SCUOLE – Renzi sta lentamente privatizzando la scuola, un passo alla volta si tornerà alla formazione clericale, gli ordini religiosi avranno prebende, sovvenzioni, regalie pubbliche, le tasse scolastiche proibiranno l’accesso alle classi meno abbienti e la lunga, sacrosanta lotta per un’istruzione aperta, democratica, verrà archiviata definitivamente. E’ una delle grandi riforme del governo rottamatore.

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LETTERA APERTA
Sottrazione di Stato, caro Renzi ti scrivo…

…Ma qualcosa ancora qui non va. È una vita che con le tasse, che ogni mese lo Stato mi trattiene abbondantemente alla fonte, contribuisco a pagare quell’oscenità dell’insegnamento confessionale della religione cattolica nelle scuole di uno stato laico.
Ora apprendo che dovrò anche contribuire alle spese delle scuole private e di quanti intendono frequentarle. In questo paese laico, si fa per dire, le uniche scuole private che si conoscano sono quelle confessionali. Quelle così rassicuranti per l’odore di tradizione che emanano, quelle con il grembiulino e la preghiera del mattino, quelle dove i figli delle famiglie che contano imparano a familiarizzare tra loro, anche se figli di evasori fiscali e tangentisti, ma tutto fa molto fino.
Non sto a richiamare l’art. 33 della nostra Costituzione, quello che dice “senza oneri per lo Stato”, perché tanto lo so come viene schivato dagli ossimori del politichese quali il “privato pubblico”.
E non sto neppure a parlare del furto che in questo modo si perpetua ai danni della scuola pubblica da decenni in un vergognoso e criminoso abbandono materiale e culturale, a cui certo la tua strombazzata “buona scuola” non porrà rimedi, perché un‘idea di scuola proprio non ce l’ha, se non l’invito a darsi una mossa contenuto nella famigerata lettera della Bce del 5 agosto 2011.
E qui, caro Renzi Matteo, finisce il tempo di Hamelin e del pifferaio magico.
E secondo te i miei soldi dovrebbero contribuire a finanziare il sistema delle pareggiate e parificate, che l’unica cosa a cui sono parificate è la morale della Conferenza episcopale italiana?
Eh no. Prima voglio una legge per l’obiezione di coscienza dei laici, perché che valga solo per i cattolici è già di per sé una discriminazione.
Io dovrei finanziare chi nel documento “La Chiesa per la Scuola”, usa ancora “vocazione” a proposito della professione docente? Chi pensa che nella scuola pubblica “è in gioco la libertà dei genitori circa l’educazione dei propri figli”? Chi rivendica “un’educazione che non sia solo acquisizione di competenze” ma “percorso verso l’autenticamente umano”. Cos’è l’autenticamente umano? Quello che milioni di poveri nel nostro paese neppure si possono permette di pensare, ai quali ora intendi sottrarre altri soldi per passarli all’hortus conclusus delle scuole private?
Gli autori di “Liberi di educare-Detrazione fiscale scuole paritarie”, nella lettera che ti hanno inviato il 3 febbraio sostengono: “I genitori devono poter scegliere una scuola adeguata per i loro figli, senza che questo risulti troppo oneroso. Devono poter scegliere una scuola adatta come contenuti, come cultura e come trattamento umano.”
Ma questi, se vogliono la loro scuola, perché poi la pretendono pari pari alla statale che tanto li urta? Insomma più che di valori sono a caccia di soldi, non da pagare di tasca propria, ma da fare pagare all’intera comunità.
Strana morale quella di questi cattolici, soprattutto un’opinabile carità cristiana.
La società deve comunque pagare per loro, niente medici abortisti negli ospedali, niente divorzio, niente eutanasia, niente coppie di fatto, niente unioni omosessuali, niente educazione gender, insomma niente di niente. E quando c’è da pagare le loro scuole invece devono pagare tutti.
Vogliono il finanziamento alle scuole parificate? Bene, non prima che in Italia sia passata una legge sull’eutanasia e sul matrimonio omosessuale.
Caro Renzi, io non sto a discettare se il Pd è un partito di sinistra o di centro sinistra, non ho più tempo da perdere. Io so solo una cosa, che nella vita ci devono essere dei principi su cui non si transige se no, non hai identità, non sei né carne né pesce. La destra i suoi per i vent’anni di berlusconismo ce li ha, senza timidezze, anzi con molta arroganza, sbattuti quotidianamente in faccia.
Per me i valori non negoziabili per dirsi di sinistra sono il lavoro, la tutela dei diritti dei lavoratori, essere dalla parte dei più poveri e dei bisognosi, la laicità che è rispetto della libertà dell’altro, che sarebbero i valori anche della nostra Costituzione.
Se si decide che su questi si può negoziare, come hai già fatto tu con il jobs act e ora intendi fare con il finanziamento alle scuole cattoliche, tu non solo non hai neppure la più lontana parentela con la sinistra, ma l’unica parentela che puoi vantare è quella con il pifferaio di Hamelin, che però al tuo confronto altro non era che un dilettante.

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SETTIMO GIORNO
Renzi e Berlusconi, gioco di coppia

Il PATTO CHE NON C’E’ – Poveri illusi. Parlo di tutti coloro che si aspettavano e si aspettano ancora che Renzi litighi, o faccia finta di litigare com’è successo finora con il suo maestro Berlusconi, lo sketch fra i due ha e avrà tempi lunghi, una sola cosa non ho capito, chi dei due sia la spalla dell’altro. Chi è Totò e chi è Pappagone, cioè Peppino De Filippo? Il fatto è che, come nella migliore tradizione della commedia dell’arte, i due si scambiano abilmente le parti quando sono sul palcoscenico, un giorno Totò, un giorno Pappagone. Dice: ma il “patto del Nazareno”? Tranquilli, non è mai esistito, non esiste una carta, una sorta di contratto, che so, un pizzino, un promemoria, non c’è, esiste soltanto nella mente dei due attori, i quali pare abbiano raggiunto un solo accordo: terminare l’operazione dettata da Licio Gelli (P2) con il “Piano di rinascita nazionale” del 1978, dopo l’uccisione di Aldo Moro. Finora è andato tutto liscio per gli attori della commedia, che non finisce qui. Un esempio? Battuta di Renzi quindici giorni fa: devo sistemare la Rai. La spalla risponde: compro la Rai. Replica di Renzi: Ma non più del 51 per cento. E così si privatizza uno dei settori chiave della democrazia moderna. Non è tutto: Berlusconi ha già dato inizio al piano per diventare il monopolizzatore dell’informazione, avviando l’acquisto della Rizzoli e accorpandola alla sua Mondadori, che significa mangiare i quotidiani e i settimanali più importanti dell’Italia. Il signore di Segrate vuole tornare da padrone in Parlamento, gli manca il lasciapassare della magistratura. Come fare? Intanto, si ricorre alla filosofia di Licio Gelli, si responsabilizza il giudice. Chi mai potrà più incriminare, o soltanto non assolvere un uomo il quale può inchiodare un magistrato a pagare milioni di euro dichiarandolo civilmente responsabile? No, c’è del marcio in Danimarca, diceva Shakespeare, tutto è stabilito, preconfezionato. A noi cittadini non rimane che conoscere, giorno per giorno, i paragrafi di un patto che ci è stato tenuto gelosamente nascosto. Anche perché non è mai stato scritto: il patto c’è, ma è un patto orale i cui capitoli sono conosciuti da due sole persone. A qualcuno non piace? “Io vado avanti”, dice l’attore. Vai, risponde la sua spalla. Questa è democrazia

BUROCRATI – Rapidissima comunicazione ai signori burocrati dipendenti da Stato, Regioni, Comuni, Banche etc.: per favore non diteci più che la burocrazia di cui siete padroni è stata resa agile, anzi, dal momento in cui, solennemente, è stato detto ai cittadini che era cominciato lo snellimento della burocrazia, la medesima (burocrazia) è diventata ancor più impraticabile, vergognosamente antiquata, inadeguata, irresponsabile. Chi crede il contrario vada pure, a suo rischio e pericolo, in un ufficio pubblico: verrà burocraticamente respinto, ma dovrà riempire un modulo…

menzogna

LA RIFLESSIONE
Il tempo delle parole e il tempio delle menzogne

Il tempo di oggi è quello delle parole, più che dei gesti. le parole sostituiscono e risparmiano le azioni. Hanno ragione della giustizia e della verità. La democrazia è il tempio delle parole. Infatti di un politico si dice: come parla bene, pochi si ricordano ciò che ha fatto. Le parole servono a conquistare, ad apparire, ghermiscono il potere. Andando indietro potremmo dare la colpa ai retori, ai sofisti. Col passare del tempo la gente si è come assuefatta all’uso falso, mistificatorio delle parole, in pubblico come in privato. Siamo passati dall’inadeguatezza comunicativa di Bersani, di cui qualche reminiscenza si intravvede nel ministro degli esteri Gentiloni, al parolaio magico e veloce Renzi. A Ballarò Crocetta ruggisce, Salvini sbraita, mentre un impacciato Giannini chiede la tregua. Cambio rete ma la formula è la stessa. Strada che vince non si cambia, direi parafrasando il vecchio Boskov. Per cui il ministro recita la propria parte come pure il vicino di casa, o il collega di lavoro e così via. Senza rendercene conto abbiamo edificato una vita dove le convenzioni e ipocrisie, pur necessarie, sono decisamente preponderanti. Allora certe volte mi viene da pensare che una vita sia troppo breve per farcirla di continue menzogne. Ora siamo alla riforma del lavoro. Prima però si è detto che la flessibilità era un bene. Tuttavia buttiamo via l’articolo 18 per risolvere il problema della flessibilità. Che, per le stesse persone, è diventato un male. Intanto dal 1992 ad oggi l’Italia è stata occupata da una classe politica che detiene la responsabilità della deriva morale e economica del Paese, ma non si schioda.
Rimane il problema dell’abitudine. Ci si abitua alle menzogne e ci si accontenta di meschine falsità verosimili. Si mente a se stessi. Così piano piano la vita si svuota prima, molto prima di finire. E la politica non è che il suo simulacro.

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L’OPINIONE
Noi, Renzi, Mattarella e un mondo che nessuno vuole cambiare

Nessuno vuole cambiare il mondo. Non lo vuole Obama, non Renzi e nemmeno l’Europa unita o la Cina. E’ per questo che il mondo non cambia. Il mondo rimane una storia di classi egemoni e il maggior successo del neoliberismo è stato quello di farci credere, grazie al credito, che le classi non esistessero più. Poi è arrivata la crisi e qualcuno ha dovuto pagarla. La classe media è scivolata verso la povertà, mentre i poveri diventavano ancora più poveri.

Nessuno vuole cambiare il mondo. Noi vogliamo aderire al mondo. La nostra è una cerniera che promette la rivoluzione e subito richiude i due lembi di paese nella solita conservazione. Lo stesso Renzi è stato scelto per ordinare il nostro mondo, disciplinarlo, ma non di certo per rivoluzionarlo. Il nuovo presidente della Repubblica Mattarella, uscito di scena Napolitano, è la cerniera che mancava all’assetto politico italiano. Mattarella sembra garantire a tutti, per quanto sarà in suo potere, la disciplina e l’abnegazione necessaria a conservare questo stato di cose. Non si spiega diversamente l’adesione trasversale e la fiducia ecumenica. Sarà il garante di una costituzione nobile, ma continuamente tradita e disattesa.

Siamo ostaggio della peggiore classe politica dell’Occidente. Abbiamo un sistema scolastico dove ragazzini di tredici anni, alla fine delle medie, sono chiamati prematuramente a scegliere il proprio indirizzo di studi, spesso con conseguenze disastrose per il loro futuro. Un sistema giudiziario costruito per i potenti che possono permettersi di rallentare la macchina burocratica fino alla prescrizione, diffamare a mezzo stampa ed eventualmente pagarne le conseguenze, mentre i poveri devono solo temerlo. Abbiamo carceri affollate di delinquenti comuni che pagano per i loro misfatti, mentre il reato di concussione e quelli finanziari, che coinvolgono politici e colletti bianchi, godono di leggi a dir poco bonarie. L’elenco sarebbe troppo lungo, per questo Stato ingiusto.

Allora ribadisco che nessuno vuole cambiare il mondo. La lingua falsa, menzognera della politica ne è la continua conferma. Fingono perizia, appaiono preparati, puliti, eleganti. Ma non sono sinceri. Non sono veri. Il loro è un gergo importato, indecifrabile, contraffatto. L’obiettivo è la conquista del potere, non la risoluzione dei problemi italiani. Tuttavia i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Renzi, figlioccio di Berlusconi per scaltrezza e comunicazione, guida un partito democratico da anni privo di idee, incapace di essere alternativo alla destra liberista. Non importano le menzogne a reti unificate, l’ipocrisia dell’informazione telecomandata.

Noi non vogliamo cambiare il mondo. Altrimenti tutto questo sarebbe insopportabile.

Il mondo, a dispetto delle menzogne, rimane una questione di ricchi e poveri, non altro. L’Italia non è un paese per giovani, e direi che non è un paese per poveri.

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SETTIMO GIORNO
Cercasi opposizione disperatamente

NAPOLITANO – Il Capo dello Stato va veramente in pensione, non è un nuovo espediente per prolungare ancora il mandato e, pertanto, è arrivata l’ora di tirare le somme del suo impegno novennale. Un voto? Non me la sento, posso dire soltanto che negli ultimi anni non sono stato politicamente d’accordo con lui. Con Napolitano abbiamo spesso confrontato le idee trovandoci sulla stessa lunghezza d’onda, eravamo nello stesso partito, il Pci, lui era uno dei grandi della segreteria, io ero un buon scrittorello, quello che sono rimasto. Ricordo una volta che, a Bologna, seguimmo insieme un importante convegno alla John Hopkins University, Napolitano era uno dei due ospiti d’onore, l’altro era l’allora ambasciatore Usa in Italia, John Volpe, detto anche John Golpe, il quale lanciò un’idea assolutamente liberticida: era necessario, disse, nominare quattro uomini ai quattro lati del mondo che sarebbero dovuti diventare gli “architetti della libertà”. I popoli? La gente comune, imprenditori, impiegati, operai, intellettuali avrebbero dovuto affidare le loro idee e la loro sicurezza ai quattro g mondiali. Ci avrebbero pensato loro. Uscendo per una pausa nel giardinetto dell’università americana, con Napolitano ci sedemmo su una panchina a ragionare e fummo pienamente d’accordo sul fatto che l’idea di Volpe (di Golpe) rappresentava la strada maestra per sopprimere libertà e democrazia. Poi Giorgio Napolitano divenne il leader dei miglioristi e addio al Pci. Negli ultimi anni il vecchio uomo politico ha affidato il governo (senza indire elezioni, forse un bene) a personaggi del tutto insignificanti, se non addirittura nefasti per la nostra società, ma assomigliavano tanto, ognuno a modo suo, a uno dei quattro “architetti della libertà” dell’ambasciatore Volpe, messi lì, così è sembrato, a far da pali, come avrebbe scritto Giuseppe Giusti, finché non è arrivato il signorino di Firenze (quello che assomiglia tanto al cugino saputello e antipatico di Tom Sawyer) questo non è mica di passaggio, fa tutto lui. Come Berlusca.

OPPOSIZIONE – Da tutto questo si deduce che, nonostante la vecchia conoscenza con Napolitano, sono stato e sono imparzialmente critico sul suo operato, ma un poco mi ha disgustato quella che in Italia passa per essere l’opposizione, la quale, incapace di svolgere adeguatamente il ruolo importante di critica che le spetta di diritto in un sistema democratico (?), non riesce a far altro che urlare, oh come urlano gli oppositori e, quando non hanno più parole, insultano. Succede così che l’opposizione politica in Italia è inesistente: non un argomento che sia uno oltre il grido e l’improperio. Nel linguaggio politichese in uso qui da noi non si dice “amico caro, hai sbagliato”, ma “sei un cretino”.

DIOGENE – Aveva ragione il filosofo greco Diogene, il quale abitava in una botte (per non pagare l’Imu?) e andava in giro con la lanterna “per cercare l’uomo”, diceva a chi gli chiedeva ragione del suo strano comportamento. Ho provato anch’io a cercare l’uomo con la lanterna, ma subito il telefono ha trillato (erano le 14 e stavo riposando): era la signorina di un call center che mi proponeva un contratto favorevole per l’uso della lampada. Ho risposto che in casa non c’è alcuno, “il signore è morto poco fa”, ho aggiunto. E’ seguito un silenzio interdetto, poi la voce: “mi sa dire quando resuscita?”

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L’OPINIONE
Cronache dalla palude

L’articolo 19 bis del per ora abortito decreto legislativo sul fisco ha rappresentato per il governo una brutta figura, senza scusanti possibili. Per la gioia di numerologi e cabalisti, appena sopite le polemiche su un celeberrimo art. 18, è ora quello che lo segue nella sequenza dei numeri naturali a tenere banco nella pubblica opinione: c’è già chi azzarda che il prossimo potrebbe essere il numero 20 di un qualche prossimo provvedimento o semmai una combinazione arcana dei fattori che compongono i precedenti; cosa questa che pare più difficile dato che 19 è un numero primo. Vedremo.
La brutta figura comunque rimane e mette in campo una importante questione di metodo. Perché, se è pur vero che nelle decisioni del governo si deve esplicare un ovvio primato della politica, è discutibile l’idea di poter ritoccare in una riunione di qualche decina di minuti un testo che incide in una materia complessa come la legislazione fiscale e che aveva richiesto ai tecnici parecchie settimane di lavoro. Da questo punto di vista, bene ha fatto Renzi ad assumersene in toto la responsabilità, né d’altronde poteva essere diversamente.
Come è naturale in occasioni come questa, tutti gli oppositori del governo cercano di trarre il massimo profitto dall’incidente, mentre gli organi di informazione hanno sfornato miriadi di ipotesi sul suo reale significato, concentrandosi prima sui possibili fini diretti per poi elaborarne sofisticate letture subliminali, che lo legherebbero indissolubilmente, come in un romanzo di Don Brown, a tutte le altre grandi questioni politiche ancora aperte, dall’elezione del Capo dello Stato alle riforme costituzionali ed alla legge elettorale: segnali, ammiccamenti, ritorsioni, allusioni, minacce velate, depistaggi e quant’altro. D’altra parte i giornalisti italiani possono essere accusati di tante cose, ma certamente non di mancanza di fantasia.
Sul fatto che si sia trattato di un tentativo messo volutamente in atto per togliere le castagne dal fuoco a Berlusconi, a titolo di ricompensa per qualche patto scellerato presente o futuro, e di cui l’attuale capo del governo era del tutto consapevole è questione sulla quale ciascuno ha una propria ben ferma opinione, legata inevitabilmente al giudizio a priori che dà di questa fase politica. Se di questo si è trattato non si può tuttavia non notare la totale ingenuità del tentativo, con quello che di solito dovrebbe essere un codicillo oscuro infilato in un testo fumoso, messo invece in piena evidenza in un articolo tutto suo. In un testo che, oltretutto, avrebbe dovuto passare due, seppur consultive, discussioni parlamentari.
O si tratta quindi di un ‘segnale’ (di cui natura, obiettivo e significato personalmente fatico a cogliere un razionale condivisibile) oppure di un altro episodio di pressapochismo all’italiana, che non può essere scusato nemmeno dalla necessità di fare in fretta. Pur non essendo convinto che le spiegazioni più semplici siano sempre le più corrette, in questo caso personalmente propendo per la seconda ipotesi. Consapevole di attirarmi in questo modo, da parte di chi è convinto che la realtà consista prevalentemente nella rappresentazione artefatta di trame occulte tessute da abilissimi quanto abbietti manovratori, prevedibili accuse di “ingenuità”, difetto tutto sommato lieve per un giovane, ma che acquista inevitabilmente un significato assai meno benevolo se attribuito a persone di età inesorabilmente matura. Ce ne faremo una ragione.

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IL VETRIOLO
Guida semiseria al Jobs act

Ecco, ci siamo! Dopo mille annunci e montagne insormontabili di chiacchiere, ora il famoso jobs act è legge e dal 1° gennaio entrerà ufficialmente in vigore.
Con esso scomparirà definitivamente, per i nuovi assunti, il contratto a tempo indeterminato, sostituito da un sedicente “contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti” nel quale l’indeterminatezza resta solo formale, mentre le tutele crescenti sono rappresentate unicamente da un indennizzo che può arrivare fino a 24 mensilità. Al datore di lavoro infatti basterà inventarsi un motivo economico anche totalmente inesistente e potrà licenziare, previo pagamento dell’indennità, chi e quando vuole.
E però… c’è un però. Il lavoratore infatti può impugnare il licenziamento stesso in quanto discriminatorio e, se il giudice gli dà ragione, ottenere la cancellazione del licenziamento e il reintegro nel posto di lavoro, proprio come se ci fosse ancora l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori. Del resto, non si poteva cancellare anche questa possibilità: sarebbe stato contrario non solo alla ormai plurioltraggiata Costituzione italiana, ma addirittura alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo! Certo anche questo un testo appartenente ad un epoca remota e quindi probabilmente da rottamare, ma insomma… è evidente che ci sarebbe stato qualche problema di troppo.
Però, a pensarci bene, si tratta di un appiglio mica da poco!
Basti leggere quello che ha scritto qualche giurista certamente troppo “ideologico” e “di sinistra” sul sito wikilabour: «se le ragioni economiche poste a fondamento di un licenziamento risultano insussistenti, il licenziamento stesso si configura come licenziamento discriminatorio, in quanto, eliminata la causale economica, resta solo il fatto che l’impresa ha scelto di eliminare quel certo dipendente per sue caratteristiche personali non gradite: tal genere di licenziamento può sicuramente essere definito come discriminatorio».
Caspita! Il ragionamento, bisogna ammetterlo, non fa una grinza! E se davvero così fosse, quel ch’è uscito dalla porta potrebbe rientrare dalla finestra!
Ci pensate a come sarebbe incazzato il senatore Sacconi? O imbarazzato il Ministro Poletti?
Per essere proprio sicuri che funzioni, sarebbe però opportuno “rafforzare” le possibilità di veder riconosciuta una discriminazione. Ecco allora qualche consiglio per i neoassunti che vogliono aumentare la sicurezza del proprio posto di lavoro, creando le premesse per un possibile ricorso antidiscriminatorio:
1 – iscriversi alla Cgil (discriminazione per motivi sindacali);
2 – partecipare a tutti gli scioperi proclamati (idem);
3 – aderire a qualche setta religiosa sconosciuta (discriminazione per motivi religiosi);
4 – aderire ad un partito ultraminoritario (discriminazione per motivi politici);
5 – meglio ancora fondare un partito proprio e presentarsi alle prossime elezioni, ma in questo caso fare molta attenzione perché di questi tempi si rischia anche di vincerle!;
6 – dichiarare pubblicamente la propria omosessualità (discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale);
7 – prendere la cittadinanza marocchina o pakistana o di altro Paese straniero, preferibilmente africano o asiatico (discriminazione in base alla nazionalità di provenienza);
L’elenco potrebbe, ovviamente, allungarsi quasi all’infinito.
E’ solo uno scherzo? Certo, ma non lontano dalla realtà.
E’ tutta una follia? Appunto.

filotto

ACCORDI
Il giocatore di biliardo
Il brano musicale di oggi

Renzi gioca la partita tra sindacati, Colle, Europa e partiti. Centrando buche e abbattendo pedine…
…cercando di capire
qual è il punto dove colpire…

tic-tac tic-tac
per ogni geometria
tic-tac tic-tac
ci vuole fantasia

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta…

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Angelo Branduardi

Angelo Branduardi Angelo Branduardi, “Il giocatore di biliardo”

[clicca sul titolo per ascoltare]

 

 

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L’OPINIONE
Cari dirigenti del Pd e della Lega, questa è la vostra colpa

Pensiamo di averle viste tutte, ma poi arriva una nuova inchiesta che scoperchia un vaso di pandora della corruzione ancora più aberrante. Il sistema mafioso e criminale che governava Roma è al di là di ogni immaginazione. Lo schifo e la nausea crescono, ma le reazioni sono le stesse di sempre. C’è un ministro che si giustifica per aver partecipato ad una cena con commensali impresentabili. C’è il segretario del Pd che azzera gli organi dirigenti del partito romano. C’è il commissario designato, Matteo Orfini, che annuncia un repulisti generale e assemblee pubbliche. Ma nessuno risponde ad una domanda che ogni cittadino normale si fa. Come è stato possibile che due personaggi come Salvatore Buzzi e Massimo Carminati diventassero i padroni della politica e degli affari romani? Stiamo parlando di un assassino e di un ex terrorista organico alla famigerata banda della Magliana. Ha ragione Roberto Saviano: “Buzzi e Carminati, in qualsiasi altro Paese condurrebbero la loro vita lavorativa sotto una strettissima sorveglianza, per dimostrare con il loro comportamento che si può uscire diversi dal carcere.” E invece la politica e la Lega delle Cooperative ha concesso loro una fiducia cieca, senza esercitare un doveroso controllo. Questa è la vostra colpa, cari dirigenti della Lega e del Pd. Lo so che la destra è egemone in questa cloaca. Ma mi rivolgo alla mia parte perché è la mia storia che viene infangata, condivisa con milioni di persone oneste e perbene. Accadde anche con lo scandalo della Coop-costruttori più di vent’anni fa: nessuno vedeva, nessuno sapeva, nessuno parlava. E’ sempre più chiaro dove ci ha portato la denigrazione e l’oblio che circondò la denuncia sulla ‘questione morale’ fatta da Enrico Berlinguer nel 1981. E c’è ancora qualcuno che osa offendere con i titoli di giustizialismo e moralismo chi chiede onestà e moralità! Se non c’è uno scatto per cambiare verso. Se l’indignazione non si trasforma in azione politica per spazzare via questo letame, il dato dell’astensione registrato nella nostra regione diventerà nazionale alle prossime elezioni. E allora non varrà dire che è un fatto secondario, perché la tragedia seppellirà con le sue gravi conseguenze queste dichiarazioni sciocche e irresponsabili.

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

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L’OPINIONE
L’inglese aziendal-finanziario del professor Renzi

Propongo un dialogo immaginario fra due rottamatori a proposito della cosiddetta buona scuola di Matteo Renzi.
Per comodità userò le loro iniziali anziché i loro nomi; quelle del primo rottamatore sono PD (che sta per Primo Decisini) e quelle del secondo sono PDL (cioè Pier Devoto Liberista).
P.D: Ci vediamo tomorrow al barcamp per organizzare il crowfunding?
F.I: Ok boy, sinceramente avrei proposto un world café per un Fab Lab .
P.D.: Ahimé non possiedo ancora il know how e purtroppo conosco solo i Fab Four.
F.I.: Sei un bonus a nulla!
P.D.: Se io sono old perché non conosco il significato di B.Y.O.D., tu sei proprio un hackaton!
F.I.: Non ti si può dire N.E.E.T.: hai la coding di paglia!
P.D.: Basta così: nonostante la spending review ti confesso che sei il mio user friendly preferito.
F.I.: Se vuoi essere cool fatti un work in progress tutto tuo!
P.D.: Se non la smetti di offendere chiamerò la policy .
F.I.: Sai cosa ti dico: Voucher a quel paese!!!
Ho scelto questo dialogo introduttivo, zeppo di termini inglesi (usati anche a sproposito) perché nella proposta cosiddetta di “buona scuola” del Presidente del consiglio Matteo Renzi succede la stessa identica cosa.
Nonostante si premetta che la proposta è stata “offerta ai cittadini italiani: ai genitori e ai nonni che ogni mattina accompagnano i loro figli e nipoti a scuola; ai fratelli e alle sorelle maggiori che sono già all’università; a chi lavora nella scuola o a chi sogna di farlo un giorno; ai sindaci e a quanti investono sul territorio”, l’impiego massiccio del linguaggio inglese non è affatto alla portata di tutti.
Sentendomi il primo degli ignoranti, mi rivolgo a coloro i quali non conoscono a fondo il significato di alcune parole contenute nel documento la “buona scuola”, per offrirne una traduzione e poi ipotizzare il senso del loro impiego.

Le frasi fra virgolette sono prese letteralmente dalla proposta “La Buona Scuola”:
Barcamp: rete internazionale di non conferenze aperte i cui contenuti sono proposti dai partecipanti stessi. Gli eventi si occupano soprattutto di temi legati alle innovazioni sull’uso del world wide web, del software libero e delle reti sociali.
Blended learning: nella ricerca educativa si riferisce ad un mix di ambienti d’apprendimento diversi.
Bring your own device: la traduzione è “porta il tuo dispositivo”. “La didattica viene fatta sui dispositivi di proprietà degli studenti e le istituzioni intervengono solo per fornirle a chi non se lo può permettere.”
Co-design jams: gruppo composto da professionisti operanti in diversi settori che credono nel design collaborativo, come strumento per dare risposte agli scenari complessi della società odierna.
Coding: programmazione.
Content and language integrated learning: insegnamento di una materia in un’altra lingua. “Va esteso significativamente anche nella scuola primaria e nella scuola secondaria di primo grado”.
Crowdfunding: la traduzione potrebbe essere “raccolta di denaro”. “Coinvolge tutti i cittadini e mira ad incentivare meccanismi di microfinanziamento diffuso a favore della scuola. I docenti, i genitori, gli studenti stessi saranno protagonisti.”
Data school nazionale: traduzione “dati della scuola”. “Tutti hanno l’esigenza di fare comprendere i propri dati, le sfide di bilancio, di amministrazione, di policy.”
Decision making: drocesso che porta a prendere una decisione, da parte di un individuo o di un gruppo.
Design challenge: “Una gara aperta per identificare la miglior soluzione tecnologica che aumenti la fruibilità delle informazioni.”
Digital makers: produttori digitali. “Ogni studente avrà l’opportunità di vivere un’esperienza di creatività e di acquisire consapevolezza digitale anche attraverso l’educazione all’uso positivo e critico dei social media e degli altri strumenti della rete.”
Early leavers: abbandono scolastico precoce. “Sono giovani disaffezionati ad una scuola che non riesce a tenerli con sé”.
Fab Lab: dall’inglese ‘fabrication laboratory’ è una piccola officina che offre servizi personalizzati di fabbricazione digitale.
Gamification: è l’utilizzo di elementi mutuati dai giochi e delle tecniche di game design in contesti esterni ai giochi
Good Law: traduzione “buona legge” ma nel contesto viene impiegato come semplificazione. “Da subito il Miur elaborerà delle Linee Guida perché i propri atti siano elaborati in un linguaggio comprensibile e di facile attuazione”.
Hackathon: evento al quale partecipano, a vario titolo, esperti di diversi settori dell’informatica: sviluppatori di software, programmatori e grafici web. “Per aumentare l’impatto dell’apertura, lanceremo in autunno il primo hackathon sui dati del Ministero, dalle stanze del Ministero”.
Living lab: nuovo approccio nelle attività di ricerca che consente agli utilizzatori di collaborare con i progettisti nello sviluppo e nella sperimentazione dei nuovi prodotti ad essi destinati.
Matching fund: proposta di un percorso che porta l’impresa a tornare protagonista. Uno scambio di valore che porta a crescita e sviluppo del business. “Il Governo valuterà di mettere a disposizione finanziamenti per fare matching fund”.
Mentor: persona che fa da guida e da consigliere ad una persona con minore esperienza.
Nudging: accessibilità. “All’estero li chiamano ‘good law’ e ‘nudging’, noi lo chiamiamo semplificazione, accessibilità, attuazione.”
Opening up education: educazione aperta. Consentirà agli studenti, agli operatori del settore e agli istituti di istruzione di condividere risorse educative aperte e liberamente utilizzabili. “Stiamo scommettendo sul fatto che la scuola abbia già in sé le soluzioni per il suo rinnovamento”.
Policy: linea di condotta.
Problem solving: indica il processo cognitivo messo in atto per analizzare la situazione problematica ed escogitare una soluzione
Service design: attività di pianificazione e organizzazione di personale, infrastrutture, comunicazione e materiali di un servizio, con lo scopo di migliorarne l’esperienza in termini di qualità ed interazione tra il fornitore del servizio e il consumatore finale.
Social impact bonds: obbligazioni ad impatto sociale. “Sono strumenti che mirano a creare un legame forte tra rendita economica e impatto sociale”.
School bonus: bonus fiscale per un portafoglio di investimenti privati (da parte di cittadini, associazioni, fondazioni, imprese) nella scuola.
School guarantee: mirato a premiare in maniera più marcata l’investimento nella scuola che crea occupazione giovanile.
Voucher: all’inglese (to) vouch: attestare, garantire. Sono documenti emessi da agenzie ai propri clienti, come conferma del diritto a godere di specifici servizi, in essi indicati e già pagati in precedenza all’agenzia stessa.
World cafés: metodologia che si ispira ai vecchi caffè, creando un ambiente di lavoro che inviti i partecipanti ad una discussione libera ed appassionata. [1]

“Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!” diceva Nanni Moretti in una scena del film “Palombella rossa”, rivolgendosi ad una giornalista.
“Chi parla male, fa in modo che gli altri pensino male” dico io rivolgendomi a chi scrive di “buona scuola” in un modo che rasenta l’arroganza.
Perché, dunque, in un documento simile dove si parla di buona scuola, di semplificazione e di linguaggio comprensibile, si usano così tante parole prese dal vocabolario aziendal-finanziario?
Tento qualche risposta elementare…
Perché si cerca di stupire con effetti speciali (“Noi ne sappiamo a pacchi, voi non sapete niente”).
Perché l’uso della lingua inglese offre un esempio di modernità (“Noi siamo moderni, voi siete vecchi”).
Perché il linguaggio tecnico è usato dagli specialisti (“Noi conosciamo, voi siete ignoranti”).
Perché il linguaggio specialistico impedisce la comprensione a tutti (“Noi abbiamo studiato, voi non sapete”).
Perché il linguaggio difficile crea subordinazione (“Noi vi stupiamo con i paroloni, voi dovete fidarvi”).
Traducendo con il vecchio vocabolario pedagogico le parole della “buona scuola”, l’idea che esce dalla lettura complessiva e dalla sua traduzione è quella di uno stile aziendale, competitivo, classista, emarginante, ipocrita ed ignorante.
Quindi, se si usa un linguaggio simile, si sceglie di comunicare qualcosa a qualcuno, proprio in quel modo.
La proposta di “buona scuola” è scritta con un “cattivo linguaggio” perché esso contraddice alcune affermazioni di principio e sostiene invece l’idea di una scuola paragonabile ad un’azienda.
Ho sempre sostenuto che, volendolo, addirittura le leggi si possono scrivere in maniera buona, semplice e comprensibile; ne è un esempio l’articolo uno della Lip ovvero del Ddl “Norme generali sul sistema educativo d’istruzione statale nella scuola di base e nella scuola superiore. Definizione dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di nidi d’infanzia”.

Art. 1. (Princìpi)
1. Il sistema educativo di istruzione statale:
a) si ispira a princìpi di pluralismo e di laicità;
b) è finalizzato alla crescita e alla valorizzazione della persona umana, alla formazione del cittadino e della cittadina, all’acquisizione di conoscenze e competenze utili anche per l’inserimento nel mondo del lavoro, nel rispetto dei ritmi dell’età evolutiva, delle differenze e dell’identità di ciascuno e ciascuna, secondo i princìpi sanciti dalla Costituzione, dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dalla Convenzione sui diritti del fanciullo;
c) concorre altresì a rimuovere gli ostacoli di ordine economico, sociale, culturale e di genere, che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini e delle cittadine;
d) garantisce la partecipazione democratica al suo governo da parte di docenti, educatori, personale ausiliario-tecnico-amministrativo, genitori e studenti.

Ancora a proposito di parole, nelle 136 pagine de “La Buona Scuola”, il termine “competizione” batte il termine “cooperazione” 5 a 0 (il primo viene nominato 5 volte, il secondo nessuna) mentre il vocabolo “economia” batte “costituzione” 8 a 2. Vorrà pur dire qualcosa!
In conclusione, se la scuola della Gelmini era quella delle tre I: Internet, Inglese, Impresa, quella di Matteo Renzi si caratterizza per essere quella delle tre F: Falsa, Frivola e Furba, perché mette in vendita vecchie idee liberiste spacciandole per nuove proposte, perché mette in vendita proposte superficiali spacciandole per affascinanti, perché mette in vendita la scuola spacciandola per un’azienda.

[1] Naturalmente sono ben accetti i suggerimenti di tutti coloro che sono in grado di fornire una definizione migliore dei termini inglesi che ho indicato.

Renzi-Matteo

LA PROVOCAZIONE
Dal dottore: Renzi
e la mitomania

di Edoardo Nannetti

Paziente: Renzi Matteo;
Professione: presidente del consiglio e segretario Pd;
Anamnesi: fin da piccolo non distingue la destra dalla sinistra (probabile stereoagnosìa);
Fattori di rischio ambientale: frequenta assiduamente e segretamente Silvio Berlusconi; stringe affinità con Marchionne; ha tra i suoi amici e finanziatori il finanziere Davide Serra che vuole limitare il diritto di sciopero; preferisce gli imprenditori che vogliono licenziare a quelli che vogliono investire;
I sintomi:* nonostante il PD abbia perso 700 mila voti alle regionali in Emilia Renzi Matteo è convinto di avere riportato una sfolgorante vittoria; * mentre tutti attribuiscono la forte astensione elettorale in una regione che sempre vota ai massimi (l’Emilia) alla delusione verso il PD ed alle inchieste giudiziarie, il paziente dice che dipende da “una generale disaffezione verso la regione come istituzione”; * nello stesso giorno in cui escono i dati sulla disoccupazione aumentata ininterrottamente da marzo ad oggi, il paziente afferma che da quando c’è lui ci sono 100 mila posti di lavoro in più e rifiuta l’evidenza dei dati; * invita a cene di finanziamento persone che possono pagare da 1.000 euro a testa in su ed è convinto di aver organizzato una festa di finanziamento popolare per un partito popolare che fa interessi popolari; * il paziente veste sempre con jeans e camicia bianca con maniche rimboccate, anche d’inverno pensando che sia sempre primavera, anche a letto convinto che così è sempre all’opera pure di notte; * il paziente è convinto che il diritto di voto ce l’abbia solo chi ha uno smartphone (e una camicia bianca), a chi gli fa presente la Costituzione della Repubblica risponde che “la Costituzione è come una cabina telefonica a gettoni ed è meglio lo smatphone”; * con il Jobs act si può licenziare di più e senza tutele contro i licenziamenti illegittimi ma il paziente continua a ripetere ossessivamente che ci saranno più diritti per i precari (senza dire quali diritti); * l’evasione fiscale aumenta ma il paziente, di fronte ad una nutrita platea, dice trionfalmente e con sguardo esaltato che ‘è finito il tempo dei furbi’ (senza dire cosa farà contro l’evasione); * c’è l’alluvione a Genova e il paziente dice che è colpa del Tar che ha bloccato i lavori e gliela farà vedere lui (ma il Tar non ha mai sospeso i lavori); * il paziente ha affermato che avrebbe riformato la pubblica amministrazione il primo mese di governo, il lavoro nel secondo mese, il fisco nel terzo mese, la giustizia il quarto e così via (delirio di onnipotenza?);* il paziente si allea col pregiudicato Berlusconi ma dice che con lui ci sta solo gente per bene (comizio di Bologna) e che la Cassazione non è l’ultimo grado di giudizio (a chi gli mostra il codice di procedura civile replica che quello l’hanno scritto degli intellettuali del cavolo e non conta niente);*il paziente sostiene, senza accettare alcuna evidenza critica, che l’anno prossimo cominceremo ad uscire dalla crisi pur sapendo che le previsioni di tutti gli istituti economici ed anche di Confindustria dicono che non è così…
Da un manuale di psichiatria:“La ‘pseudologia fantastica (altrimenti nota come mitomanìa) risponde ad un bisogno morboso di costruire resoconti fittizi più o meno fantastici, in cui il soggetto stesso progressivamente finisce per credere, passando dalla menzogna all’autoinganno ed abbandonandosi ad una vita illusoria”
La diagnosi: a voi la diagnosi del caso concreto..
Possibile terapia: molte manifestazioni che consentano al paziente di riacquistare il rapporto con la realtà; in presenza del paziente vanno assolutamente evitate frasi del tipo “lasciatelo lavorare” in quanto aggravano i sintomi e provocano una confusione identitaria con Berlusconi; è raccomandato comunque al paziente un lungo periodo di riposo quindi l’interruzione delle attuali occupazioni politiche.
F.to Dr. Edoardo Nannetti

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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