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La guerra del reporter

 

Sono coraggiosi, hanno un profondo senso del ruolo, una lucidità e uno slancio particolare che li accompagna, li sostiene nel loro agire, permette loro di muoversi agilmente in una delle maggiori catastrofi della storia umana: la guerra.
Sono i corrispondenti, gli inviati speciali in situazioni di conflitto bellico, i fotoreporter: professionisti uomini e donne che vivono la guerra per descriverla e riportarne tutti gli aspetti militari, politici, geopolitici ma anche economici, diplomatici, umanitari, alla ricerca di informazioni, testimonianze, scenari e conferme in territori dove pericoli, minacce, rischi sono una assurda normalità.

Seguono l’evento bellico attraversandone ogni dettaglio, le operazioni militari, l’evolversi o l’involversi delle azioni, il destino dei civili, i bruschi cambiamenti ambientali. Le difficoltà che incontrano non riguardano solo le cannonate, i missili, le mine, i droni e le bombe intelligenti ma anche il mettere insieme le tessere di un mosaico che ogni istante può cambiare.  Ci vuole fegato e curiosità, tanta preparazione, intraprendenza e visione, contatti giusti, sangue freddo e acume, per affrontare tutto questo.

Cinema, letteratura, immaginario popolare hanno creato un alone mitico attorno alla figura del giornalista di guerra, attribuendogli spesso le caratteristiche dell’eroe che, a modo suo, combatte con la  scrittura e le  immagini accanto al soldato. Nella realtà dei fatti, più che di eroismo generico da celebrare si deve parlare di vita in tempo di guerra, dove ogni azione diventa un azzardo e ogni giornata è sospesa in attesa della seguente, seguendo gli esiti degli interventi armati e i tentativi di sopravvivenza della gente comune: in epoche passate come oggi, con la penna di ieri e con le tecnologie attuali.

E’ una strana fatalità che questa figura professionale sia nata proprio in Crimea con William Howard Russell (1820-1907), giornalista irlandese, definito “L’uomo che inventò le corrispondenze di guerra”, il padre dei reporter di guerra.
Dopo varie esperienze giornalistiche a Dublino, venne assunto a Londra dal Times, il giornale più prestigioso e diffuso dell’epoca, con le sue 20.000 copie vendute, dove si occupò di servizi che riguardavano l’attività parlamentare con competenza, affidabilità e indipendenza di giudizio. L’occasione di passare agli onori della cronaca arrivò nel 1854, quando venne mandato in Crimea dal direttore John Delane che aveva ottenuto l’autorizzazione ad inviare un giornalista al seguito del corpo di spedizione inglese per la guerra in quei luoghi, combattuta dal 1853 al 1856 dall’Alleanza tra Impero ottomano, Francia, Gran Bretagna, Regno di Sardegna, contro l’Impero russo zarista, per il controllo dei Balcani e del Mediterraneo.

Quella del direttore del Times era un’iniziativa senza precedenti e, come scrive lo storico Oliviero Bergamini in Specchi di guerra. Giornalismo e conflitti da Napoleone a oggi : era infatti la prima volta che un quotidiano inviava un proprio dipendente fisso, e per di più giornalista di fama, a seguire con continuità un’operazione militare”.

Nella penisola di Crimea, Russell non poté contare sulla protezione dei militari inglesi e si scontrò con l’attrito degli ufficiali che non gradivano avvicinamenti  e collaborazione con il corrispondente perché, come scrive Bergamini : “la sua presenza al seguito delle truppe era un fatto del tutto nuovo, non avevano ancora elaborato alcun metodo organizzativo per far filtrare e controllare l’informazione”. William Russell doveva provvedere completamente al proprio sostentamento,  gli alloggi sicuri, gli spostamenti, aggirandosi negli accampamenti autonomamente per osservare, chiedere, rilevare fatti e testimonianze.

L’inviato scriveva delle condizioni  di vita miserabili dei soldati inglesi, le difficoltà dei trasporti, le condizioni climatiche insostenibili a cui non erano abituati e le condizioni igieniche delle truppe così carenti da provocare una violenta epidemia di colera. Nella sua cronaca di guerra, William Russell manifestava preoccupazione per i problemi logistici e organizzativi sempre più pressanti che ricadevano sui bisogni dei soldati al fronte. Ma fu la sua descrizione della disfatta militare del “600”, la brigata leggera dell’esercito inglese decimata dalle cannonate russe a Balaclava –  base dei rifornimenti britannici nei pressi di Sebastopoli – a suscitare scandalo e critiche nella madrepatria, dove arrivavano gli scritti, spesso unico mezzo di trasmissione delle informazioni mancando qualche volta il telegrafo, sui quali l’unico filtro operato era quello del direttore.

Le sue corrispondenze, tuttavia, non subirono alcuna censura sostanziale e a Russell rimane il merito di aver documentato e raccontato un conflitto dal punto di vista di “giornalista, prima che cittadino di un Paese che era parte in causa nella guerra, anteponendo la verità dei fatti al patriottismo”.
William Howard Russell ridusse le distanze tra i lettori e i campi di battaglia facendo conoscere più da vicino la straziante realtà della guerra e l’impatto dei suoi articoli sulla politica fu dirompente. Oggi i giornalisti di guerra continuano a raccontare ciò che sta succedendo dai teatri di macerie, il suono costante delle sirene d’allarme, i bunker, le code della povera gente per il pane e l’acqua, le donne e i bambini in fuga, le colonne di carri e quel cielo violato dai lampi dei missili.

“Se le tue foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino.” (citato in Randy Kennedy, The Capa Cache)
(Robert Capa)

In copertina: Robert Capa, Indocina ,1954 (Wikimedia Commons)

Al via il Festival dei Diritti di Ferrara con la conferenza-spettacolo di Annalisa Vandelli

“Non voglio vivere in un Paese che non soccorre le persone in mare!” Sono queste le parole quasi in chiusura di conferenza stampa pronunciate ieri negli spazi di Factory Grisù da Annalisa Vandelli, reporter freelance, che ha dato inizio, con la sua esposizione di gigantografie e il suo spettacolo, alla diciassettesima edizione del Festival dei Diritti di Ferrara. Tra le foto esposte nella sala macchine del Consorzio, Annalisa si è chiesta “cosa urge per noi che raccontiamo?” La domanda, rivolta soprattutto ai colleghi reporter, fa un chiaro riferimento ai tanti cambiamenti in atto nel mondo in questo momento. “Stiamo vivendo un periodo storico straordinario e terribile allo stesso tempo. Spero che queste foto facciano ragionare” e rivolta sempre ai colleghi: “Dobbiamo riappropriarci delle nostre parole e dei contenuti. Noi possiamo fare differenza culturale”. Tocca, nel corso del suo dialogo, anche la difficile questione del lavoro del reporter in Italia e del ruolo delle Ong affermando che “queste foto sono state realizzate grazie ad una organizzazione non governativa. Questa parola, Ong, è tanto offesa oggi, ma grazie a lei ho potuto raccontare, e raccontare è fondamentale. È la nostra identità. Raccontare è conoscersi. Una Ong, non un giornale, mi ha permesso di fare questo.”

L’uso dell’immagine, quindi, come una lunga storia da immagazzinare in sé stessi e interpretare attraverso il proprio sguardo critico. Ma non solo perché “attraverso le foto” – ha aggiunto – “facciamo un atto politico, ma non partitico”.
Un lungo viaggio il suo tra la “miseria ma non la miserabilità”, tra la “libertà vera” data dalla lettura mentre tutto intorno il mondo va a rotoli, un viaggio che ci dice che “non siamo uguali ma simili e bisogna tornare a guardarsi tra simili”.

Lo spettacolo dal titolo “E se quel guerriero avesse le vostre corde?”, ha visto in scena Annalisa insieme al LiberTrio, in quello che è un continuum spazio-temporale tra la scena e il suo libro “Per puro splendore” dal quale sono state tratte le gigantografie esposte negli spazi dell’ex caserma dei Vigili del Fuoco. Messo in scena ieri nel giardino di Grisù, è stato descritto da lei stessa come un “tentativo di viaggio e ragionamento insieme al pubblico, passando in rassegna diversi paesi e diversi temi. È un cambio di sguardo attraverso il mondo della foto e della musica. Viaggio tra autori classici e luoghi di migrazione”.

Il Festival dei Diritti continuerà fino a dicembre ed avrà tre grandi temi, come affermato da Francesca Battista (Cgil) che saranno la discriminazione, la diversità e l’immigrazione, con varie manifestazioni che toccheranno più punti della città, nell’ottica della “continuità e discussione” – come da lei stesso affermato – “su un diverso modello di sviluppo, con un pensare globale ma un agire locale”.

Il Festival ha avuto il patrocinio del Comune di Ferrara ed un contributo della Regione Emilia Romagna ed ad oggi il suo comitato promotore è composto da Nexus Emilia Romagna, Arci Ferrara, Arci Emilia Romagna, Camera del Lavoro Territoriale – Cgil Ferrara, Associazione Cittadini del Mondo, Cooperativa Teatro Nucleo, IBO Italia e UDI Ferrara.

Morire di giornalismo: raccontare la guerra per lavoro

di Diego Gustavo Remaggi

Spesso immagino i reporter di una volta, Tiziano Terzani, il Vietnam, Joker, Rafterman, la scuola di capitan Gennaio, i loro quaderni sporchi di terra, diventati laceri, talvolta macchiati dall’umidità. Ma voi immaginate le storie dell’Afghanistan, dell’Iran, di Nuova Delhi, dei campi di lavoro russi, gli arcipelaghi Gulag?
A Malala Yousafzai, mentre scriveva a 12 anni nel suo blog del regime dei talebani pakistani, hanno sparato in testa non riuscendo però ad uccidere né lei, né i suoi quaderni, anzi, le hanno fatto guadagnare un premio Nobel per la pace che è servito solo a ricordarle di essere ancora in guerra contro chi le vuole male. A Sean Penn hanno dato il compito di raccontare la storia di El Chapo Guzman, che nei cartelli del narcotraffico centro americano era molto di più di un re fuggito da una prigione.

I giornalisti occidentali raccontano dalle loro precarie condizioni di sicurezza le storie di tante piccole persone che si muovono e corrono in un mondo davvero strano per loro, inseguiti da maledizioni religiose, da scomuniche pastorali o da diritti costituzionali o semplicemente da odio.A Kenji Goto, reporter giapponese, ma freelance per diverse testate occidentali, hanno tagliato la testa. Un emissario dell’Isis con accento inglese lo ha sgozzato senza pensarci due volte, o magari riflettendoci su, affilando la lama assaporando la libido, facendolo e basta. Reporter senza frontiere dice che lo scorso anno tre quarti dei giornalisti uccisi si trovavano in paesi “teoricamente” in pace, il 2% di loro erano donne. Ma al di là dei dati, non vi fa sorridere sapere che uno dei posti più pericolosi dove lavorare è stato la Francia?

Immaginatevi questo: una mattina avete appena preso carta e matita per disegnare la vostra vignetta settimanale e una raffica di proiettili stermina la vostra redazione, quella di un periodico che si chiama Charlie Hebdo, che sputa irriverenza sulla testa di tutti e lo fa così bene da essersi messo contro migliaia di esagitati integralisti. Voi sopravvivete e ora uscite solo sotto protezione e sinceramente, non vi meravigliate quando a metà novembre fanno fuoco sul Bataclan o nel centro di Parigi; all’orizzonte dei campi Elisi c’è quello stesso cielo fumoso della scena finale di Full Metal Jacket, e a vederlo, forse non siete solamente voi.

Non vi aspettate nulla di diverso nemmeno da Mosul, che da 2 anni è sotto il controllo dello Stato Islamico. Dicono che in questa città del nord dell’Iraq ci sia stato un vero buco nero dell’informazione, anche ora che i curdi e le forze alleate stanno per riconquistarla; qui i Taglia Gole sono stati responsabili, in un anno e mezzo, di una cinquantina di rapimenti e 13 esecuzioni pubbliche di reporter, gli inviati stanno tornando timidamente adesso, alle spalle dei carri armati, i pochi rimasti non avevano alcuna possibilità di comunicare con l’esterno, i contatti sono ed erano tutti accuratamente tagliati dall’Isis e con essi anche ogni singola via di comunicazione, internet o giù di lì.

Il Messico continua ad essere il paese dell’America latina con il maggior numero di cadaveri di giornalisti. Lo scorso anno ne sono stati uccisi otto, di cui cinque per ragioni ancora da chiarire. Per chi volesse passare un weekend da quelle parti e mettersi a fare qualche indagine sui cartelli del narcotraffico, l’Odg sconsiglia fortemente le zone a sud di Veracruz e Oaxaca, dove è segnalata anche una forte corruzione tra crimine, politici e polizia locale, dopo la morte di Ruben Espinosa a Città del Messico, a dir la verità, Reporter senza frontiere, dice che non esiste più un posto sicuro in Messico. Occorre farsene una ragione e non imitare assolutamente Sean Penn.

Da un certo punto di vista non vi potete dire sicuri nemmeno se evitate di fare 2 anni di praticantato e mantenete la vostra sacra nomea di blogger per la pace.
Quattro simpatici scrittori sono stati semplicemente uccisi nel giro di dodici mesi in Bangladesh: avevano la colpa enorme di essere prima di tutto laici e poi di sostenere la libertà di parola, di pensiero, di tolleranza all’interno dei propri blog. Ansar al-Islam, una poco rassicurante sezione locale di Al-Quaeda e Ansarullah Bangla Team (nome assolutamente da film) si sono presi la briga di dichiarare le proprie responsabilità nelle uccisioni, alcuni dei loro aderenti sono stati arrestati e condannati, nulla di nuovo sul fronte del subcontinente indiano.

Hindiya Mohamed è una delle ultime vittime in Somalia (ricordate Ilaria Alpi?). Lo scorso 3 dicembre Hindiya stava tranquillamente – ehm… tranquillamente – accendendo la sua auto per recarsi al lavoro come ogni giorno, quando improvvisamente, assieme al boato di un ordigno, tutto è saltato in aria in pochissimi secondi. Non è la prima volta che accade a Mogadiscio. Non sarà l’ultima. Il marito di Hindiya, Liban Ali Nur, lo hanno ucciso solo tre anni prima sempre gli islamisti ribelli di Al Shabaab.
Il problema è che nessuno in Somalia sembra voler indagare o condannare questi omicidi e questo incoraggia molti terroristi a non preoccuparsi di come e dove mettere a segno i prossimi colpi, soprattutto a discapito dei reporter, dei fotografi e degli operatori. Il governo somalo, dal canto suo, ha detto più volte che la sicurezza dei giornalisti non è una priorità.
Reporters Senza Frontiere ha più volte scritto al Segretario Generale dell’Onu, al Consiglio di Sicurezza, all’Assemblea Generale per far aumentare i meccanismi di protezione nei confronti dei giornalisti di tutto il mondo. Secondo RSF l’Onu dovrebbe farsi carico di una rappresentanza speciale per la sicurezza di centinaia di giornalisti e dovrebbe riportare i crimini compiuti nei loro confronti alla Corte penale internazionale così come è già successo per i reporter in area siriana e dell’Iraq lo scorso anno.

Il problema è che ancora non sappiamo se il Consiglio di Sicurezza riuscirà a garantire la pace e la sicurezza in quelle aree totalmente fuori controllo, è già abbastanza complicato per la Corte penale fare chiarezza per i crimini compiuti sulla pelle dei giornalisti che di fatto non stavano lavorando in aree sottoposte alla giurisdizione internazionale e quindi non perseguibili.

Ogni volta che parlo di guerra immagino Terzani a scrivere dal Vietnam. Immagino lui ma anche tutti quei giornalisti e tutti coloro che hanno scritto di fucili e bombe da posti che nemmeno esistono più. Vorrei che tutti fossero al sicuro adesso, assieme ai loro quaderni, appunti, disegni, e assieme alle loro famiglie, ai loro sogni.
Vi siete mai chiesti quanto sono importanti loro per noi?
Potete iniziare a farlo, pensando a tanti che ci hanno lasciato, leggendo magari qualcosa proprio di quell’uomo con la barba vestito di bianco nella valle di Orsigna, un giornalista che scriveva lettere contro la guerra e sosteneva che il rimedio per sconfiggere l’odio era sorridere.
Ah, il giornalismo!

IL PERSONAGGIO
Pio D’Emilia, l’inviato Sky che racconta con umanità l’odissea dei migranti

E’ diventato per tutti un volto noto e familiare. Pio D’Emilia ha scardinato la maniera tradizionale, un po’ impettita e distaccata, di fare informazione televisiva. Inviato da Sky alla frontiera fra la miseria e la speranza per raccontare l’esodo dei migranti, è riuscito a trasformare la loro vicenda da un fatto a una storia. Nei suoi servizi traspaiono le emozioni. Il suo modo di narrare questa epopea è fuori dagli schemi e richiama la sensibilità di grandi reporter quali Ryszard Kapuscinski o Tiziano Terzani.

Si ritrova nella loro concezione di giornalismo?
Assolutamente sì – replica convinto D’Emilia, che ha accettato di raccontarsi a Ferraraitalia -. Non ho conosciuto il primo, mentre ho avuto il piacere – e talvolta lo ‘spiacere’ – di incrociarmi spesso con Tiziano. Ma ce ne sono tanti altri, che ammiro e rispetto, sia italiani che stranieri. Purtroppo sempre di meno: scarsa preparazione umana e professionale, pigrizia fisica e mentale, censura e soprattutto autocensura stanno uccidendo un certo tipo di giornalismo…

Di Kapuscinski condivide l’idea che il giornalista non possa essere neutrale ma debba schierarsi e dare voce a chi voce non ha?
L’obiettività nel senso di neutralità non esiste, né nelle parole, né tantomeno nelle emozioni. Pensiamo solo all’Afghanistan, a quando gli attuali terroristi e ‘tagliagole’ erano chiamati, dalle grandi agenzie, “combattenti per la libertà”, eccetera eccetera. Certo, bisogna sempre cercare di essere il più possibile precisi nel fornire dati e descrivere situazioni, ma poi l’analisi e anche il giudizio – perché no – deve esserci e deve essere sincero. Poi da che parte stare dipende: io preferisco, da sempre, stare dalla parte del ‘torto’…

Prima di decidere se rendere pubblica un’informazione valuta sempre l’effetto che la notizia sortirà? E, nel caso, questo condiziona la sua scelta?
In genere no. Solo in alcuni casi di cronaca nera, in cui per esempio sono coinvolte famiglie, bambini… Ma per fortuna non mi capita spesso di dovermene occupare.

I suoi servizi su Sky evidenziano una grande preparazione e insieme una forte empatia nei confronti dei migranti di cui riporta vicende, storia personali, speranze, delusioni, drammi. Qualcuno in redazione o nell’ambiente professionale ha espresso critiche per questo sue essere partecipe?
Beh, la ‘preparazione’ dovrebbe essere uno dei doveri dei giornalista, tenuto a documentarsi prima di affrontare un argomento o vicenda e poi, se si occupa di un particolare settore (nel mio caso, l’Asia orientale) aggiornarsi continuamente. Io dei migranti sapevo poco o nulla, ma appena sono partito ho cercato di documentarmi attraverso letture e contatti personali. Nello stesso tempo cerco di restare aggiornato sulla ‘mia’ materia: in questi giorni ad esempio sono successe delle cose in Cina e Giappone di cui ovviamente non mi sono potuto occupare (anche se me l’avevano chiesto!) ma mi sono sempre tenuto aggiornato. Ma non è un peso, è una cosa che fai volentieri, di cui senti il bisogno, e di cui ahimè si sente sempre più la mancanza. Lo vedo in molti colleghi, che prendono questa professione come qualsiasi altra: dalle ore alle ore… E quando sono ‘fuori turno’ o in vacanza, staccano la spina. Io non riesco mai, a staccarla.
Quanto all’empatia e alle eventuali critiche: su Facebook e sul sito di Sky ricevo quotidianamente centinaia di commenti. Diciamo che per l’80% sono positivi, 10% negativi e 10% veri e propri insulti. Mi sta più che bene. Per quanto riguarda i pareri all’interno di Sky – una redazione dove si tende a dare una immagine di neutralità – debbo dire che la stragrande maggioranza dei colleghi mi sta esprimendo, almeno a parole, grande sostegno e solidarietà. Direttora compresa. La quale pare che un giorno, durante la riunione di redazione, mi abbia additato a esempio di “Inviato” e di come si possa prendere posizione. Ma per farlo, pare abbia detto, occorre avere una certa età e sopratutto credibilità. E Pio le ha entrambe… (ride di gusto)

Qualcosa che ha letto o sentito sui media, in relazione ai fatti di cui è testimone, l’ha particolarmente infastidita?
In questi giorni non ho davvero avuto tempo di leggere la ‘concorrenza’. Confesso di non aver molta stima per la stampa italiana, tranne rare eccezioni. C’è molto pressappochismo, superficialità, per non parlare di plagio e molta fantasia. Mi dispiace dirlo perché conosco molti colleghi in gamba che ci lavorano, ma Repubblica è il simbolo di questa dilagante cialtroneria

Quali risposte auspicherebbe dalla politica e dalle istituzioni?
La creazione immediata di una task force. Uomini e risorse da inviare sul luogo per creare un corridoio umanitario efficace e logisticamente sostenibile. L’Europa dovrebbe europeizzare la vicenda, toglierla dalle mani dei singoli Paesi e approvare immediatamente il famoso “asilo politico europeo”. Chi ci sta ci sta, gli altri fuori, a cominciare dai neo-unni ungheresi.

Riesce a tracciare un sommario affresco dell’umanità che si muove intorno a lei in queste settimane?
La cosa più importante è uscire dal concetto di “rifugiato”, “profugo” etc etc e puntare su quello di “migrante”. Non so se si è notato, ma io cerco sempre di usare questa parola. Migrare è un sacrosanto diritto umano: un diritto esercitato nei secoli da vari popoli, compreso il nostro. Il resto sono chiacchiere, strumentalizzazioni, banalizzazioni. Tra la gente che ho visto e frequentato in queste settimane c’è un unico elemento in comune: quello di voler/dover andarsene dalla propria terra/casa/paese e andarsene in un altro. Le motivazioni sono varie, ma l’obiettivo è comune. E va compreso e rispettato. Chi si esce con frasi come “ci possono essere potenziali terroristi” o è idiota o è in malafede. Spesso, entrambe le cose. Uno non abbandona la propria casa, la propria ‘terra’, le proprie radici senza un valido motivo. Chiediamolo ai nostri nonni.

Infine una nota personale: vivere in Giappone, ormai da molti anni, è una scelta di vita o professionale? E come mai proprio lei, dal Lontano Oriente, è stato chiamato a seguire questa epopea dei migranti nel cuore antico dell’Europa?
Personale inizialmente, poi anche professionale. Ci sono andato nel lontano 1979, appena laureato in legge, con una borsa di studio per un master di procedura penale internazionale. All’epoca ero avvocato, avevo conosciuto una donna giapponese (che poi scoprii essere una terrorista…) e volevo entrare in uno studio penale internazionale. Ma sul posto ho cambiato idea e professione. Ho cominciato a scrivere degli articoli per l’Espresso e… da cosa è nata cosa. Troppo lungo per raccontarlo qui, ma se vuoi e se ci sarà occasione di una mia visita lo farò volentieri (raccogliamo al volo l’opportunità e gli rivolgiamo l’invito a Ferrara per un incontro pubblico). Ho avuto la fortuna di vivere una vita molto interessante. E sopratutto di fare – più o meno ben pagato (in passato non sempre) – un lavoro che avrei fatto gratis. Lo dico sempre ai miei figli: vi auguro di poter fare altrettanto, ma la vedo molto difficile.
Quanto al perché abbiano mandato proprio me, beh è stato per caso. Anche se un po’ me la sono cercata. Io ero in vacanza a Misurina, dove ho il mio buon ritiro montano, e vedendo in tv gli improvvisi sviluppi della vicenda e non vedendo un nostro inviato, ho spedito un messaggio alla direzione dicendo che forse era il caso di mandare qualcuno. Erano tutti in vacanza, anche loro e chi era al ‘timone’, in quei giorni forse aveva sottovalutato la cosa. Il giorno dopo mi chiama il capo degli esteri, ringraziandomi per la segnalazione e dicendomi: “Perché non te ne occupi tu? Sei il nostro inviato delle catastrofi”, riferendosi al fatto che in passato mi sono occupato di guerre, tsunami, emergenze nucleari, tifoni vari e rivolte. A me le sfide piacciono e ho accettato, anche se francamente pensavo fosse una trasferta di qualche giorno. Ora è quasi un mese che sto in giro. E confesso di essere anche un po’ provato, fisicamente. Ma poi penso ai migranti, e mi vergogno di sentirmi stanco.

(intervista originale pubblicata su Ferraraitalia il 21 settembre 2015)

LA SEGNALAZIONE
Piccoli reporter si diventa: “Il mio giornale”, stage per bimbi che vogliono scoprire la campagna e i suoi segreti

Un casolare di campagna a pochi chilometri dalla città, un giardino, tanta fantasia e voglia di giocare. Di scoprire una dimensione naturale, poco conosciuta dai bambini che passano il tempo tra scuola, palestra e piscina. E’ questo lo spirito della nostra proposta indirizzata  ai bambini dai 7 ai 10 anni per i quali è stato organizzato lo stage “Il mio giornale – Piccoli reporter si diventa” (c’è una pagina Facebook con lo stesso nome, vedi). L’iniziativa si terrà tre volte alla settimana dal 29 giugno al 31 agosto con differenti orari (a scelta dalle 8 alle 13 e dalle 15 alle 19).

Immersi nel verde di un giardino recintato, i bimbi potranno cimentarsi con un’attività stimolante sia dal punto di vista creativo sia da quello dell’apprendimento della lingua italiana e dei primi rudimenti della lingua inglese. Privilegiando il lavoro in equipe, i bambini svilupperanno idee, lessico, capacità di sintesi e scrittura partecipando ad un gioco estivo condiviso con altri coetanei all’aria aperta e nel salotto del casolare, ambiente perfetto per creare una piccola factory di talenti in erba. I bambini,  guidati dall’insegnante, utilizzeranno internet  e materiale cartaceo per le proprie ricerche a tema; svilupperanno testi utilizzando il programma  Word e la scrittura manuale; prepareranno interviste da realizzarsi  in ambiente familiare;  impareranno a lavorare sui materiali prodotti simulando un desk giornalistico;  sperimenteranno la tecnica della vignetta che ben traduce la differenza tra discorso diretto e indiretto, al contempo useranno forme di espressione teatrale; scopriranno giochi antichi facendone oggetto di cronaca. Nel corso dello stage sono inoltre previsti incontri con chi lavora i campi della tenuta, con il nostro fotografo Luca Pasqualini e tante altre figure che permetteranno di raccogliere informazioni e imparare tecniche utili al piccolo giornalista.

I bambini sceglieranno il nome del giornale e i temi sui quali concentrarsi per scrivere racconti, cronache e disegnare vignette. L’organizzazione fornirà grandi fogli per raccontare storie scritte e illustrarle, insieme all’insegnante sceglieranno caratteri e grandezze da utilizzare per redigere il giornalino, tracceranno bordi e colonne per renderne più semplice la lettura e dare forma agli eleborati;  prepareranno bozze a mano e in word rispettando la regola delle cinque “W” who, what, where, when why senza dimenticare how (chi, cosa, dove, quando, perché e come). Lavoreranno su storie brevi da correggere insieme, analizzando parole, ortografia e grammatica. Interviste, cronache, ma anche poesie, verranno impaginate rispettando le regole generali dei giornali, ma sarà anche possibile inventare un formato adatto alle esigenze della giornata di gioco. I piccoli reporter ricopieranno gli articoli con matite colorate, adattandoli alle colonne del giornalino per riempirne lo spazio, se i testi saranno stampati con il computer li incolleranno sulla pagina. Info.Frequenza: tre giorni alla settimana, lunedì, mercoledì, venerdì; orari: a scelta, dalle 8 alle 13 o dalle 15 alle 19; partecipanti: min. 4, max 8; costo settimanale per partecipante € 110; materiali da portare: colori, forbici, colla, quaderno di grandi dimensioni, cartellina, astuccio scolastico; location: un cascinale di campagna a Francolino, in via Acquedotto 64/e Contatti: Monica Forti, tel. 339 7071106

L’INTERVISTA
Michael Sfaradi: “Io, scomodo reporter di guerra svelo le mistificazioni dei vostri giornali”

Reporter di guerra e romanziere, Michael Sfaradi israeliano originario di Roma, ha fatto tappa a Ferrara per raccontare la sua esperienza al fronte israelo-palestinese nei periodi più caldi degli ultimi anni. Torna in Italia un paio di volte l’anno per promuovere la sua attività di romanziere e di analista di uno dei più strategici e controversi scenari di conflitto senza soluzione di continuità, quello che più di ogni altro può determinare il destino dell’occidente e dell’Europa in particolare. Nel corso di un seguito dibattito alla Galleria Mario Piva – moderato dal nostro direttore Sergio Gessi e partecipato dallo storico ferrarese Andrea Rossi – Michael Sfaradi ha puntato il dito su quella che definisce una campagna mediatica diffamatoria nei confronti di Israele. L’informazione ufficiale, sostiene, è sbilanciata a favore dei palestinesi, non tiene conto della realtà dei fatti ma tende a mistificare gli eventi nell’interesse di un’unica parte. Un’azione che non giova né al giornalismo né al lettore, ma favorisce la disinformazione. Sfaradi non solo né è convinto, ma si batte attraverso il suo scomodo e pericoloso lavoro – che certo non gli garantisce lo stipendio – per riportare notizie vissute in diretta. E’ questione di professionalità.
Gli abbiamo rivolto alcune domande per cercare di indagare una professione difficile che coinvolge umanamente, obbliga al confronto con una realtà cruda e impone rigidi confini al proprio scrivere.

Michael Sfaradi (primo a sinistra) durante la conferenza tenuta a Ferrara alla galleria Mario Piva, con Andrea Rossi, Sergio Gessi, Monica Forti
Michael Sfaradi (primo a sinistra) durante la conferenza tenuta a Ferrara alla galleria Mario Piva, con Andrea Rossi, Sergio Gessi, Monica Forti

Il lavoro ti porta periodicamente in Italia per raccontare la tua esperienza di free lance. Quali sono i motivi che ti spingono a farlo?
Vengo a smontare pezzo per pezzo ciò che dicono e scrivono di Israele, nella maggior parte dei casi si tratta di diffamazione di un intero Stato. Lo faccio con prove alla mano, studiate da specialisti volontari che passano al setaccio filmati e immagini più visti nel mondo. Si tratta di materiale spesso costruito a tavolino o attraverso montaggi sporchi che illustro durante le mie serate. Il giornalista deve raccontare quanto vede, non deve dedicarsi alla narrazione né tanto meno deve assecondare il pubblico alimentandone convinzioni errate, più è scomodo più è fedele al suo lavoro. Lo deve fare con maggior convinzione soprattutto ora che la libertà di stampa è minata dai poteri forti intenzionati a orientare l’informazione a seconda dei propri interessi

Cosa è cambiato nella tua vita da quando hai conosciuto la guerra in diretta?
Sono cambiati i parametri di rapportarsi con la vita, cose prima fondamentali passano in secondo piano, gli orizzonti diventano diversi anche per quanto riguarda il proprio privato.

Di recente hai realizzato una serie interviste particolarmente significative, tra cui quelle a Israel Hasson dello Shin Bet, i servizi segreti di controspionaggio israeliano oggi deputato del partito Kadima; a Noam Shalit, padre del caporale dell’esercito Gilad Shalit sequestrato da Hamas poi liberato; a Bat Ya’or, autrice dei libri “Eurabia” e “Verso il califatto universale” nelle quali descrive le strategie islamiche nei confronti delle democrazie Rahel Frenkel, madre di uno dei tre ragazzi rapiti e uccisi dai terroristi di Hamas in giugno.
Quali si sono trasformate in un vero e proprio incontro?
Ognuna è un incontro, c’è sempre un contatto umano indispensabile per mettere a proprio agio l’intervistato e liberarne le risposte permettendogli di raccontare la sua verità, un’intervista ben riuscita sta nella completezza delle risposte. Ovviamente ci sono interviste ostili, in quel caso finisce in una litigata.

Quali sono i limiti del reportage di guerra?
E’ rappresentato dalle redazioni, da come adattano le notizie, per questo il reporter non solo deve esporsi il più possibile durante il suo lavoro, ma deve assicurarsi sia pubblicato senza tagli, altrimenti può anche stare a casa. Chi sente l’odore di cordite, vede i luoghi degli scontri, i morti, chi suda nel giubbotto antiproiettile, che è blu e non verde come si scrive erroneamente, deve pretendere la salvaguardia dell’integralità dei propri articoli.

Tra gli analisti dello scacchiere mediorientale chi è il più vicino alla tua visione dei fatti?
Maurizio Molinari de ‘La Stampa’ è quello che certamente ha capito come stanno le cose. I suoi report dalla striscia di Gaza sono i più onesti anche se non mancano piccoli adattamenti su alcune specifiche notizie.

Come pensi evolverà la crisi mediorientale e cosa comporterà?
A Gaza nel peggiore dei modi. Gli aiuti concessi, 5 miliardi e mezzo di dollari, finiranno con il finanziare una nuova guerra contro Israele. Da Hamas non si è preteso nulla in cambio, non è stato chiesto né il rispetto del cessate il fuoco, né di sospendere gli atti terroristici, anzi è ripresa la produzione di missili e si continuano a scavare tunnel per fare irruzione in Israele. Anche se la trattativa politica dovrebbe essere la cosa migliore per cercare di imboccare la via della pace, la possibilità è sempre più remota: Hamas e Fatah non sono disponibili, l’indipendenza della Palestina prevede per loro stessa ammissione la distruzione di Israele.

Pochi giorni fa in Gran Bretagna è stata approvata una mozione laburista con cui si chiede il riconoscimento dello Stato Palestinese cosa ne pensi?
La notizia è uscita parzialmente, si è omesso di riferire l’intero contenuto della richiesta che prevede degli obblighi dei palestinesi verso la comunità internazionale tra cui la rinuncia alla distruzione di Israele. Tra l’altro la mozione è passata alla presenza di soli 270 dei 646 membri del Parlamento britannico, se i numeri fossero stati diversi le cose, con tutto probabilità, sarebbero andate in un altro modo. Queste iniziative non fanno bene alla diplomazia, si dimentica che mancano le condizioni previste dall’Onu affinché possa nascere uno stato palestinese. Quella britannica è stata una decisione dannosa per le trattative di pace, l’Europa dovrebbe fare da garante, essere super partes, invece rischia di perdere la sua affidabilità mostrandosi più incline verso una parte degli attori. Dispiace assistere alla mancanza di analisi politica e dei fatti, non si può ignorare che in mezzo a tanti fuggiaschi dalla guerra ci sono anche terroristi in erba diretti in Europa, non è un bel sintomo. Le prove generali di quello che succederà lo abbiamo già visto in Francia con la ribellione delle banlieux l’Europa sarà colta impreparata perché non sa o non vuole vedere le cose come stanno.

Per info: www.michaelsfaradi.it

Reporter o scrittore? Confessioni di un aspirante giornalista

“La prima cosa che salta agli occhi è il sorriso. Sempre il sorriso, ovunque il sorriso. Come se quel viso non fosse mai triste, preoccupato, furioso. Se non si apriva in un sorriso, era piuttosto assorto, concentrato. Imbarazzato. “Non disturbo?”, chiedeva quando senza preavviso o anche su appuntamento passava in redazione, si avvicinava a una scrivania, entrava in un ufficio. E di nuovo il sorriso: di scusa, lievemente vergognoso. Un sorriso di difesa, che spianava la strada alla ritirata”. Arthur Domoslawski, La vera vita di Kapuściński.

Ho letto Ebano di Ryszard Kapuściński a Parigi, dodici anni fa circa, in un momento estremamente positivo e vivace del mio percorso di vita personale e professionale.
Oggi, scopro un bellissimo e interessante libro che non solo mi ricorda quella lettura e mi fa riflettere, ancora una volta, sulla bellezza del viaggio e la fortuna di poter scrivere sugli incontri fatti e i luoghi visitati, ma che mi fa anche pensare al limite, a volte molto esile e sottile, se non poco tangibile, fra il reportage e la letteratura, a un forte legame che a volte li rende complici.

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Copertina di ‘La vera vita di Kapuściński: reporter o narratore?’ (Arthur Domoslawski, Fazi 2012)

Il libro di cui parlo è La vera vita di Kapuściński: reporter o narratore?, del polacco Arthur Domoslawski (Fazi editore), che ho scoperto, per caso, nella mia continua e febbrile ricerca di letture interessanti sul tema dei reportage di viaggi.
Non mi soffermerò sulle polemiche che hanno accompagnato il libro (tipo fatti inventati / amplificati o informazioni avute grazie a una collaborazione con i servizi segreti polacchi), ciò che m’interessa è ben altro. Ad affascinarmi di questa biografia, una storia personale che si legge come un romanzo d’avventura, è, in primis, la prefazione all’edizione francese di Jan Krauze, che descrive Kapuściński come un reporter che ha superato i limiti del giornalismo per approdare alle rive di un altro regno, quello della letteratura. Kapuściński è stato allora un grande reporter o un grande narratore? Ha mai avuto la tendenza a esagerare o a inventare fatti e storie? Fino a che punto si possono modificare i fatti per scrivere un reportage? Dove termina il reportage e comincia la letteratura? Qual è la relazione tra la realtà e le parole, tra la storia e la letteratura?

Questo libro apre mille riflessioni, mi fa rileggere e ripensare i miei reportage di viaggio, le mie interviste con testimoni di fatti o situazioni presentate ai miei fedeli e instancabili lettori.
Il dibattito sui limiti degli elementi narrativi nel reportage, del resto, non è nuovo: da oltre cinquant’anni esiste una categoria letteraria specifica, conosciuta in inglese come “faction”, per le opere che uniscono la descrizione dei fatti alla letteratura.
Kapuściński aveva un punto di vista originale sul tema dell’obiettività. In un’intervista citata da Domosławski, afferma “Non credo nel giornalismo neutrale, nell’obiettività formale. Il giornalista non può essere un testimone indifferente, ma dovrebbe possedere quell’abilità che la psicologia chiama empatia. Il cosiddetto giornalismo obiettivo non è praticabile in contesti di guerra. I tentativi di obiettività in queste situazioni portano alla disinformazione”.
L’uomo e il suo sentire restano, dunque, al centro di ogni storia. I protagonisti veri.
Kapuściński viene poi considerato anche un anticipatore della tendenza “glocal”, per aver saputo dare valore alle storie locali, mettendole in connessione con l’orizzonte ampio di un mondo che cambia in continuazione e velocemente, nel quadro della globalizzazione del secondo millennio. Un pioniere quindi della parola, del viaggio, dei fatti nel viaggio e del viaggio nei fatti, degli eventi nella vita di ogni uomo incontrato su strade polverose, della volontà di dare volto e voce a chi non l’ha e di produrre una qualche forma di cambiamento nel mondo.
Se poi leggo e rileggo le belle pagine di Ebano, mi ricordo ancora dei lunghi e intriganti passaggi sull’Africa, sulla concezione africana del tempo, sulle descrizioni di paesaggi eterni e sterminati. I racconti, le immagini, le sensazioni e le descrizioni si mescolano ai fatti, ci si perde nella loro fusione quasi totale. Kapuściński (e, ammetto, che mi ci ritrovo quando scrivo), da la prova del dono dell’empatia: è un turco fra i turchi, un africano fra gli africani.
Lo vedo passeggiare, attento ma senza prendere note, osservare la vita degli uomini “fino alla frontiera della finzione”, che finisce per trascinarlo via con sé, facendo del reporter un romanziere riconosciuto ben al di fuori del suo paese. Mi vedo un lui, mi domando, ancora, quanto la fantasia possa sposarsi con la realtà, come le due dimensioni possano confondersi.
Se penso ai miei viaggi maliani, fatico a separare i fatti dalle emozioni e dai racconti raccolti per le strada, parlando con un anziano e affaticato tuareg.
Kapuściński non lascia che tracce, ossia delle parole. Come un dito su un alone annebbiato di un vetro, un io solitario che partorisce idee nelle camere d’albergo, viaggiando su un treno o su un bus sgangherato nella foresta. Mi sento pure io un po’ un io solitario che cerca di lasciare tracce di emozioni attraverso la parola e, ciò, sulle linee marcate di vite reali. Perché credo che, alla fine, un buon reporter debba essere un buon scrittore e raccontare la vita e la storia come in un libro. D’altra parte, anche Graham Greene affermava che “una ragione meschina, forse, per la quale i romanzieri cercano di mantenere le distanze dai giornalisti è che i romanzieri si sforzano di scrivere la verità, mentre i giornalisti di scrivere la finzione”.
Il vero reporter, allora, è forse un buon romanziere-scrittore?

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