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LO STESSO GIORNO
La rivolta delle operaie della Val Bisenzio

4 luglio 1917
Le donne della Val Bisenzio marciano contro la guerra e per il pane

Nel 1917 l’Italia era già in guerra da due anni. L’economia del paese risente del massiccio invio di uomini al fronte, così nelle fabbriche vanno le donne rimaste in patria. Intanto il paese è soffocato da una feroce carestia, i viveri vengono razionati, il grano e il pane scarseggiano, tanto che il governo è costretto ad alzare i prezzi del pane giorno dopo giorno. Se nel 1914 una famiglia di cinque persone spende per nutrirsi 20 lire e 84 centesimi, tre anni più tardi, per le stesse necessità, servono 39 lire e 50 centesimi. La crescente inflazione erode i salari, specialmente quelli dei nuclei familiari a reddito fisso, e il razionamento del pane porta i cittadini rimasti in patria a insorgere.

Nel luglio del ’17 la società civile, i giovanissimi e le donne scendono in strada organizzando oltre 500 manifestazioni contro la guerra e per il pane.
A queste rivendicazioni si legano anche la lotta contro l’inasprimento di una legislazione liberticida e per il miglioramento delle condizioni di lavoro, ovviamente peggiorate ulteriormente in periodo di guerra.

In un paese già allo stremo, la goccia che fa traboccare il vaso arriva a fine giugno, quando vengono chiamati al fronte i ragazzi del 1899, ragazzi che all’epoca avevano solo diciotto anni. Le prime a muoversi sono le operaie delle fabbriche. Avevano visto morire i propri padri e fratelli ed ora non hanno intenzione di veder morire anche i propri figli.

Le donne dei piccoli comuni della Val Bisenzio, un’area a nord di Prato, sono tra le più coinvolte. Questa Valle, caratterizzata dalla presenza di numerose fabbriche legate alla produzione tessile, è tra le zone più colpite dalla carestia, dalla mancanza di pane. Molte delle aziende presenti sul territorio nel corso del conflitto lavorano esclusivamente per l’esercito, arrivando a produrre milioni di metri di panno grigio-verde.

I movimenti di protesta in realtà erano già cominciati anni addietro. Già nel 1915 numerosi scioperi e manifestazioni bloccano le produzioni tessili della Val Bisenzio. A capo di questo movimento c’era la socialista e capo della lega sindacale laniera di Vaiano Teresa Meroni.  A seguito delle proteste, il governo decide di trasformare le quattro maggiori fabbriche dell’area in ‘ausiliarie’, ossia indispensabili ai fini bellici.
Questo significava la ‘militarizzazione’ delle maestranze e ritmi produttivi insostenibili. Si arrivava a lavorare fino a tredici, quattordici ore al giorno.

A metà del 1917 però la protesta riesplode, e questa volta lo fa con tutta la sua forza. Preoccupate ed arrabbiate per l’arruolamento dei giovanissimi e per le requisizioni forzate del grano, stremate da lavoro ed inflazione, le donne della valle si mobilitano in massa.
Le proteste cominciano nel borgo montano di Lucciana, mosse da contadine e mezzadre, seguono quelle di Vernio che chiedono una divisione più equa del grano, non in base al reddito. Solo successivamente è la volta delle operaie di Vaiano e di tutti gli altri comuni della bassa valle, che a partire da questo stesso giorno, il 4 luglio 1917, entrano tutti insieme in sciopero.

I carabinieri non riescono ad arginare la folla di migliaia di donne inferocite; persino l’arrivo dei cavalleggeri da Prato non è sufficiente a fermare la rivolta.
Dopo giorni di lotta, il 6 luglio le donne aggirano il blocco dei militari e si mettono in marcia attraverso i campi lungo il fiume Bisenzio, in direzione di Prato. Il corteo delle operaie in sciopero si ingrossa chilometro dopo chilometro, paese dopo paese, ed entra nella città di Prato. Le donne invitano tutti a partecipare, chiedendo agli esercenti di chiudere le botteghe e abbassare le serrande.
La marcia delle donne della Val Bisenzio giunge finalmente sotto il municipio di Prato, dove avvengono numerosi scontri con la polizia, e tante scioperanti vengono arrestate.
Lo sciopero termina pochi giorni dopo, il 9 luglio 1917, e viene seguito da una dura repressione. Ciò nonostante alcune delle rivendicazioni di quei giorni verranno accolte dalle autorità.

Il caos di una campagna sanitaria fallimentare,
il clima di odio e la compressione dei diritti costituzionali

 

… E fu così il 14 gennaio del nuovo anno, venerdì, non riuscendo a prenotare un tampone dal sito ufficiale della Regione Toscana perché il sistema sotto la pressione delle migliaia di richieste era andato in TILT, sono andata a fare il tampone rapido antigenico, da me detto “della liberazione”, riconosciuto dall’ordinanza n. 2 del 10 gennaio 2022 del Presidente della Regione Toscana (qui), valido ai fini della certificazione di inizio e di fine malattia.
Per avvantaggiarmi, l’avevo prenotato telefonicamente la settimana prima, presso la Farmacia Centrale di Vicchio, di proprietà della famiglia del sindaco, attuale presidente della Società della Salute del Mugello!
Insomma, una cosa seria, ho pensato. Questa volta mi ero sentita davvero in una botte di ferro.

Ecco fatto! A voce il farmacista dichiara: negativo; e io: bene! Dopo qualche ora mi arriva, bello fiammante, il green-pass di 48 ore sul l‘App. IO, quella a fondo blu dei Servizi Pubblici. Che prontezza, penso; buon segno.

Il lunedì seguente, 17 gennaio, rientro a lavoro e come al solito mi chiedono il green-pass. Cavolo, 48 ore sono passate e il nuovo simbolo della mia liberazione dall’isolamento è già orribilmente…scaduto e da crocetta rossa! Fortunatamente quello vecchio, rilasciatomi dopo la seconda dose di vaccino a fine luglio 2021, non è mai stato inattivato. Quindi lo esibisco e, visto verde, entro!

Inizio a lavorare e per un po’ non ci penso più. Prendo contatto con la sede centrale di Firenze (attualmente nell’ufficio distaccato del Mugello), e vengo a scoprire che, essendo saltato il precedente sistema di monitoraggio dei casi positivi della AUSL, dal 10 gennaio 2022, sempre grazie all’ordinanza del nostro buon Genio, in Toscana è stato attivato un sistema online di autovalutazione (pure qui) per cui ogni cittadino che si ammala di Covid deve:

  1. riempire un modulo sul sito della AUSL, in cui si entra solo se in possesso dello SPID (identità digitale) o della CIE (carta d’identità elettronica) o della CNS (tessera sanitaria-carta nazionale dei servizi) con il quale comunicare l’avvenuto accertamento della positività: data e luogo dove ha fatto il tampone e risultato, ovviamente.
  2. attendere che arrivi per mail la risposta  della AUSL, una sorta di comunicazione-prescrizione che intima l’inizio e le norme a cui attenersi per l’isolamento.

Eseguo pedissequamente quanto previsto e consigliato dal collega, perché sembra che questa sia l’unica strada possibile da percorrere per arrivare ad ottenere il fantomatico e agognato nuovo green-pass.  Già, perché a fine mese mi scade quello vecchio la cui validità,  il Governo Draghi, con il DPCM 17/12/2021 All. B (qui), dopo averci già provato almeno 4 o 5 volte senza successo per via dei ritardi del generalissimo, ma non altrettanto efficiente, Figliuolo nell’organizzazione delle vaccinazioni, ha ridotto precipitosamente a 180 giorni!
Molti italiani infatti si sono chiesti in questo periodo se il nostro Supergreen-Mario, rinforzato dal fido Speranza, non stesse per caso imitando il Mago Silvan dei tempi migliori, tirando fuori disposizioni di emergenza anti-covid19 come foulards colorati dal nero cilindro.

Aspetto, e dopo due giorni mi arriva il modulo della AUSL “Misure profilattiche contro la diffusione della malattia infettiva COVID-19 –comunicazione-prescrizione per rispetto misure di isolamento domiciliare fino a certa guarigione: si rende necessario disporre nei suoi confronti la misura dell’ISOLAMENTO domiciliare”. Di seguito, una serie di spiegazioni di cosa s’intende per isolamento domiciliare e una serie di controlli sanitari da farsi autonomamente (dall’autovalutazione della positività si passa direttamente alla cura fai da te) e l’indicazione di chiamare solo in caso di peggioramento il medico curante (neanche si trattasse di una normale influenza). Più sotto, in neretto, c’è un avviso per i naviganti: Ove, trascorse le 24 ore dall’esito del tampone negativo non venga trasmesso il provvedimento di fine isolamento, il referto positivo del tampone iniziale e quello negativo finale, sostituiscono il suddetto provvedimento come da Ordinanza del Presidente della Giunta Regionale n.2 del 10 gennaio 2022.

La cosa più simpatica è che tutto ciò avviene quando io sono già rientrata a lavoro!

Passano i giorni, compilo i moduli per il servizio Prevenzione e Protezione dell’amministrazione, ma il dirigente mi scrive che si, ha visto il risultato del tampone negativo che gli ho inviato, ma  che per entrare a lavoro devo avere il green-pass. Comincio a preoccuparmi, consulto il mio fascicolo sanitario elettronico e scopro che il tampone negativo è stato regolarmente registrato ma manca il referto scaricabile.
Ecco perché nessuno dell’AUSL l’ha considerato e nessuno mi ha inviato il referto, semplicemente perché non c’è.
Poco male, torno in farmacia e lo richiedo. Loro il referto l’hanno ricevuto per mail dalla Ausl, io no.
Mi consegnano il referto firmato e timbrato e stampato su carta intestata Regione Toscana/AUSL Toscana Servizi sanitario regionale.  In ufficio lo scannerizzo e l’invio al Servizio Prevenzione e protezione e all’ufficio personale, che nel frattempo mi contesta anche il certificato medico INPS, perché nel certificato c’è scritto soltanto che sono stata assente per malattia e non per Covid. Anche questo non va bene. Ma come poteva certificare se ancora non c’era il referto analitico del tampone?  Vabbuò, chiamo il medico…che naturalmente non risponde. Riattacco.

Comincio ad agitarmi e scrivo a tutti: alla AUSL Toscana Centro Servizio di Igiene pubblica (quello che doveva monitorare i casi di Covid e rilasciare i certificati di inizio e fine isolamento), al Servizio Referti, alla direzione sanitaria, all‘URP della AUSL e anche a quello della Regione Toscana, allego il referto del tampone negativo, il foglio d’inizio isolamento e chiedo di ricevere la comunicazione di fine isolamento e poi il nuovo green-pass. Ma l’unica cosa che pass sono i giorni e la mia pazienza.

Per farla breve, sono passati 10 giorni dal tampone negativo e la Ausl risponde che non avendo fatto il tampone presso di loro non possono mandarmi il referto e la documentazione. Per il green pass, poiché lo rilascia il Ministero della Sanità mi devo rivolgere là.

Incredula e decisamente disarmata, ma abbastanza arrabbiata, per usare un eufemismo, decido di cambiare strategia:
vado sul sito della prenotazione tamponi della Regione Toscana e, forte della vecchia richiesta del medico mai utilizzata all’inizio della malattia, riesco a prenotare un tampone antigenico rapido per il giorno seguente martedì 25 gennaio.
Nel frattempo dal Ministero della Sanità mi mandano una mail con cui mi avvisano che il 31 gennaio mi scade il green pass!

Da brava cittadina: il 25 gennaio faccio il secondo tampone all’hub, e il giorno seguente mi arriva  il risultato “negativo” e il “green pass 48 ore”.
Il 27 gennaio arriva  la comunicazione della AUSL di fine isolamento, dove c’è scritto che sono stata ammalata dal 10 al 25 gennaio.
Dopo qualche ora mi è arrivato anche il nuovo green pass dal Ministero.gov.it ! Canto vittoria, ho ottenuto ciò che volevo!

Poi, nelle ore e giorni seguenti ci ripenso, e rifletto.
Perché in tutto il periodo estivo e autunnale invece che prepararsi alla probabilissima ripartenza dell’infezione pandemica, come successo nel 2020, già prevista dai medici scienziati  e poi  puntualmente verificatasi, Governo e alla Regione non ha fatto niente per migliorare la situazione della sanità?
Perché non è stato assunto altro personale, non sono stati aumentati i posti letto negli ospedali, non sono stati allestiti nuovi posti di terapia intensiva, non è stato realizzato un sistema di monitoraggio e segnalazione dei casi positivi efficiente e ben organizzato?
Perché è stato perso tempo prezioso gongolando a lungo nell’autocompiacimento per essere i più vaccinati, i più bravi, quelli che in Europa si sono comportati meglio… tagliando fondi e privatizzando i servizi?

Mentre tutti (vaccinati o meno), fatta la seconda o la terza dose o nessuna, da Natale in poi, siamo caduti come birilli sotto l’avanzata del virus, su tutti i mezzi d’informazione, e con particolare veemenza e arroganza sui canali della RAI, è andata avanti una spietata e spesso offensiva campagna di propaganda accusatoria nei confronti dei cittadini che hanno continuato ad aver più paura dei vaccini che del virus,

Neppure dopo aver passato mesi di lock-down e dopo aver visto cadere sul campo medici e operatori sanitari a decine e centinaia per stanchezza o per malattia, il Governo centrale e quello della Regione si è mosso per migliorare la Sanità territoriale e ospedaliera.

La reazione politica al palese fallimento nel contenimento del virus è stata quella di addossare tutta la responsabilità ai cittadini renitenti invece che a se stessi, che  i problemi sociali e sanitari del Paese sono chiamati a risolverli.
Draghi e i suoi ministri hanno inteso governare il fenomeno sociale e sanitario della pandemia togliendo diritti e applicando forme di discriminazione e repressione per coloro che non si sono allineati alla loro univoca soluzione della vaccinazione, fino a privare i cittadini della possibilità di servirsi del mezzi pubblici, a vietare anche solo l’ingresso in un bar e in un esercizio privato, o addirittura in un ufficio essenziale come le Poste per ritirare una pensione o una raccomandata, come impongono le ultime disposizioni governative. Per arrivare al top dei divieti: negare ai non vaccinati il diritto al lavoro, pilastro della nostra Carta Costituzionale.

Una esclusione violenta e inaccettabile quanto inutile dal momento in cui tutti possono infettare tutti, come oggi appare chiaro e lampante. Oggi tutti questi divieti e proibizioni hanno l’unico obiettivo di reprimere una minoranza che non si adegua, di abituarci ad essere privati dei diritti, a renderci indifferenti alle diverse sensibilità, a dividere i cittadini in buoni e cattivi, a non vedere le discriminazioni che vengono perpetrate a danno dei nostri vicini, amici o meno che siano, delle quali, per un errore del sistema o per un caso fortuito potremmo cadere vittima noi tutti, distraendoci dal riconoscere chi sono i veri responsabili di questo pericoloso gioco al massacro.

Ma come sostiene un caro amico, nel suo bellissimo libro “Dentro la zona rossa”, analisi critica e puntuale dei fenomeni occorsi nei mesi del 2020 passati in lock-down, la responsabilità della pandemia va ricercata nel sistema economico capitalista e nella politica che lo sostiene, verità che tutti abbiamo visto e riconosciuto in quel periodo e di cui siamo consapevoli, ma che vogliono farci dimenticare.

Torino: la protesta delle mamme per la repressione dei giovani manifestanti

Torino, la protesta delle mamme:
cittadini e cittadine torinesi sbigottiti ed indignati per le gravi repressioni di piazza contro i giovani di questa città

Sono ancora vivide e raccapriccianti le scene che, in momenti diversi, abbiamo visto: la polizia che blocca i giovani in procinto di sfilare, per dimostrare le loro istanze, con metodi brutali che speravamo sorpassati dalla storia.

Non entriamo nel merito delle motivazioni e dei contenuti delle proteste; lasciamo che siano i giovani a esporli, ma siamo scandalizzati dal modo in cui la questura torinese ha deciso di procedere nei loro confronti.

Una feroce opposizione muscolare si è abbattuta sulle teste dei ragazzi e delle ragazze che rivendicavano il proprio diritto di manifestare, provocando numerosi feriti, l’intervento delle autoambulanze per i colpi alla testa dei manganelli e lo svenimento di persone che hanno dovuto ricorrere alle cure dei pronto soccorso.

E dopo che l’indignazione aveva già attraversato i cittadini torinesi per le violenze durante il corteo in difesa del centro culturale Comala, persino discusse in consiglio comunale, ecco lo scenario ripetersi con gli studenti e le studentesse in piazza Arbarello.

La giustificazione che tale risposta sia stata necessaria per fare rispettare il divieto di manifestazione dovuto alle restrizioni anticovid non ci sembra esaustiva e neppure dignitosa per la storia civile di questa città.

Le misure anticovid vanno fatte rispettare e la legislazione vigente propone diverse indicazioni, ma non certo il ricorso alla violenza. Tra l’altro è paradossale, in un contesto di emergenza sanitaria, riempire i pronto soccorso di feriti provocati dall’imposizione brutale delle norme anticovid.

Come cittadini e cittadine chiediamo che – come sta già facendo la società civile – anche le istituzioni di questa città: il Comune, la Questura, la Procura, la Prefettura avviino una seria riflessione su come intendono gestire le istanze dei giovani e delle giovani che sono fra i più colpiti dalle diseguaglianze esacerbate dalla pandemia e fra i più attivi nella politica e nella società e difendere il loro diritto di parola e manifestazione sancito dalla Costituzione Italiana (Art.17 e 21) e dalla Carta Europea dei Diritti Fondamentali (Art.11).

Sono molti i temi critici su cui i giovani ragionano e protestano, e il conflitto socio-economico che si manifesta con le proteste di piazza richiede non la repressione ma il confronto, per avanzare nel campo dei diritti e delle conquiste sociali e culturali.

Noi cittadini e cittadine, appartenenti ad associazioni, partiti e sindacati siamo estremamente preoccupati della crescente repressione che viene rivolta contro le istanze politiche e sociali che provengono da più parti.

Quando vediamo il sangue dei giovani sulle strade della nostra città non possiamo non temere una deriva autoritaria della Democrazia che invece ha bisogno di confronto, a volte anche aspro e conflittuale, ma che andrebbe mantenuto entro le regole del confronto civile.

Nei video che abbiamo visto i poliziotti manganellano a sangue giovani inermi e non armati, tentano di strangolarli, li prendono a calci o schiaffoni. Queste forme di violenza diretta e gratuita crediamo debbano venire perseguite penalmente, così come occorre comunque rivedere le modalità con cui, chi ha la responsabilità di assicurare l’ordine pubblico intenda continuare a gestire le presenze in piazza.

In merito alla individuazione delle responsabilità dei singoli appartenenti alle FF.OO. ci preme ricordare e sottolineare che manchiamo ancora in Italia della legge che rende obbligatorio il numero identificativo sulle divise, come accade nella maggior parte delle nazioni europee e come Amnesty International sottolinea nella sua campagna dedicata a questo argomento proprio per la nostra nazione.

Per aderire: inviare le firme a mammeinpiazza@libero.it o https://www.facebook.com/mammeinpiazza

Comitato mamme in piazza per la Libertà di Dissenso
Centro Studi Sereno Regis
ANPI Sez. Nizza Lingotto

Cover: Foto di repertorio di Fabrizio Maffioletti

25 APRILE A METÀ:
radici del razzismo e scheletri negli armadi
(II Parte)

Nello scarno dibattito che il 25 Aprile dedica alla ‘Liberazione dal colonialismo’ si affrontano due convinzioni stereotipate e contrapposte.
Numero uno: gli italiani erano brava gente che hanno portato la civiltà e le strade in Africa ma non hanno potuto compiere l’opera perché hanno perso la seconda mondiale.
Numero due: gli italiani hanno compiuto solo crimini di guerra trucidando e seviziando i civili senza pietà durante tutto il loro dominio.
Forse non ha senso rispondere alla domanda se gli italiani siano stati ‘brava gente’ o se abbiano compiuto solo nefandezze. Sarebbe più opportuno chiedersi cosa sia rimasto nella memoria delle popolazioni africane colonizzate dagli italiani o se, dove e come, l’atteggiamento coloniale e razzista si presenti e manifesti ancora e tutt’ora nella nostra società.

“La Francia si è spaccata intorno all’Algeria, nel Regno Unito c’è stato un enorme dibattito intorno all’indipendenza dell’India nel 1947”, sostiene Nicola Labanca, autore del libro Oltremare: Storia dell’espansione coloniale italiana (Il Mulino, 2007):”Non si può paragonare il colonialismo francese e britannico con quello italiano. Il nostro è stato una piccola cosa rispetto anche ai grandi imperi spagnoli e portoghesi. Una piccola cosa che produceva piccoli guadagni che interessava una piccola parte del Paese e quindi come una piccola cosa è anche ragionevole che se ne parli meno”.
L’aspetto quantitativo del problema che ridurrebbe l’Italia a sotto-potenza coloniale se posta a confronto con le grandi potenze coloniali europee, non collima con l’aspetto qualitativo, dal momento che la forma di colonialismo interpretata dall’ideologia fascista può vantare primati assoluti e metodologie criminali di eccellenza che hanno tristemente fatto scuola e che continuano ad essere tragicamente attuali.
Proprio per queste ragioni, il colonialismo italiano dovrebbe essere studiato e analizzato come una vera e propria sindrome da porre all’origine di una serie di fatti  difficili da giudicare mancando informazioni e approfondimenti sia nel dibattito pubblico, che in quello politico, che in quello scolastico-universitario dove si è iniziato a parlarne solo negli ultimi anni grazie a una giovane generazione di scrittori che hanno affrontato il tema come Gabriella Ghermandi, Francesca Melandri, Antar Marincola, il collettivo Wu Ming 2 e Igiaba Scego, una delle più importanti scrittrici italiane di origine somala, che nella presentazione del suo romanzo La linea del colore: Il gran tour di Lafanu Brown (Bompiani, 2020) ha ricordato : “Da piccola e adolescente ero molto consapevole di cosa fosse il colonialismo. Me lo raccontava mio padre, che oggi non c’è più. Sognava di fare l’astronomo e a scuola in Somalia, vestito da Balilla, cantava le canzoni coloniali, ma dopo la quarta elementare gli è stato impedito di studiare. Ostacolare l’apprendimento di intere generazioni è stato uno dei crimini peggiori del colonialismo”.

Delle quattro colonie, quella che gli italiani conoscono di più è l’Etiopia, anche solo per il fatto che la sua conquista, che si svolse tra il 3 ottobre 1935 e il 5 maggio 1936 – che fu incompleta e che durò solamente cinque anni- rappresenta l’apogeo del fascismo ed è solo così che viene presentata, in un’unica paginetta, nei manuali scolastici.
Nonostante il ruolo minore dell’Italia come potenza coloniale, fu un’impresa gigantesca dal punto di vista umano, ideologico e logistico e fu una guerra tragicamente all’avanguardia per essere il 1935, perché il regime fascista usò tutta la tecnologia bellica, oltre che mediatica, più avanzata dell’epoca: carri armati, aviazione militare, bombardamenti con gas nervini. Scrive Nicola Labanca “Nessuna invasione britannica, francese o portoghese in Africa ha mai visto mezzo milione di soldati impiegati contemporaneamente come nel caso dell’invasione dell’Etiopia, dove c’erano 500.000 italiani al fronte”.

Per poter dispiegare una tale potenza di fuoco era necessario anche costruire infrastrutture, strade, ponti, cioè quell’insieme di grandi opere proclamate pubbliche e civili che in realtà servirono per far marciare le truppe e mantenere il dominio militare.
Per questo il regime fece trasferire in Africa Orientale Italiana (Eritrea-Etiopia-Somalia) tra il 1935 e il 1941 circa 200.000 operai italiani.
In gran parte erano braccianti disoccupati delle regioni del Meridione e del Nord Est  o borghesi arruolatisi spontaneamente nella Milizia Volontaria che decisero di far fortuna nel nuovo impero. Tutti però si tennero ben lontano dal pericoloso entroterra. Si stanziarono nei centri urbani principali, dove si trovava il 90% della comunità italiana svolgendo mestieri tipici al servizio degli altri italiani: negozianti, albergatori, ristoratori, locandieri, meccanici, camionisti.

Torino, targa di piazza Adua, trasformata in “piazza vittime del colonialismo italiano”

Anche la repressione della resistenza in Abissinia condotta dal Maresciallo Rodolfo Graziani, dopo aver ottenuto fama e onore in seguito alle gesta di ‘pacificazione’ della Libia, presenta aspetti di avanguardia che culminarono nel maggior eccidio di religiosi cristiani mai avvenuto in terra africana e ricordato come “l’olocausto nero”.
E’ da rispettare nei ricordi altrui e da iscrivere nella nostra memoria, il significato che continua ad assumere la data del calendario etiope Yekatit 12 corrispondente al 19 Febbraio, Giornata di Lutto Nazionale celebrata nella Repubblica Federale Democratica di Etiopia in memoria delle vittime dei massari compiuti dal colonialismo italiano nel 1936, come altra metà e faccia oscura del 25 Aprile 1945 italiano.
(continua)

Per leggere la prima parte dell’articolo, clicca [Qui] 

Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è autore e curatore di Controinformazione, una nuova rubrica. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE  ci racconta senza censure l’altra faccia della luna: per leggere tutti gli articoli della rubrica clicca [Qui]

ANCORA VIOLENZE CONTRO I NO TAV DELLA VAL SUSA.
La Lettera-Appello del Prof. Tartaglia del Politecnico di Torino

Angelo Tartaglia, professore di Fisica presso la Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Torino, sta diffondendo questo messaggio dopo l’ultima violenta azione repressiva delle forze dell’ordine contro i manifestanti della Val Susa, liberi cittadini che esprimono il loro dissenso e trattati dalla stampa mainstream come criminali e terroristi. Chi è d’accordo con il suo appello, può confermare la sua adesione (firme singole o collettive) scrivendo a info@presidioeuropa.net

LETTERA – APPELLO

Un sentimento di indignazione

In questo momento vorrei esprimere un sentimento di indignazione. L’indignazione non è razionale, ma qualche volta non è evitabile.
C’è una parte del nostro paese (non del Kosovo o dell’Afghanistan) che è soggetta ad occupazione militare da parte di forze armate dello Stato (il nostro). Non si tratta di un santuario della criminalità organizzata, ma di una vallata alpina con i suoi comuni, cellule fondamentali, dice la Costituzione, dello Stato.

Avrete capito che mi riferisco alla valle di Susa.

Tutto questo avviene in quanto, in assenza di argomentazioni di merito, lo Stato sostituisce agli argomenti la forza: un classico, se non fosse che il nostro si definisce “stato democratico”. Con gli armigeri (a parte le fanterie ci sono anche cingolati, filo spinato e simili bazzecole) si vuole imporre un’opera la cui diseconomicità è platealmente conclamata (se n’è accorta anche la corte dei conti europea) e che dal punto di vista climatico è un vero e proprio crimine: gli effetti globali vanno in direzione opposta agli obiettivi nominalmente perseguiti dall’UE (e dallo stato italiano!). Tutto questo è facilmente sostenibile dati e conti alla mano.

Ma dati e conti (direi la realtà) in questa vicenda (come in altre) sono marginali. La ‘politica’ sostiene trasversalmente (inclusa un’ampia fetta del PD) lo scavo del supertunnel tra Italia e Francia o semplicemente schierandosi con l’interesse immediato delle grandi imprese che vorrebbero realizzarlo o a sostegno di un sistema ideologico che afferma e continuamente rilancia un’economia materialmente insostenibile e che produce ovunque (qui come altrove) disuguaglianze crescenti.

A uno stuolo di signore e signori che siedono nei consessi istituzionali (dal parlamento in giù) merito, argomenti e fatti non interessano più di tanto: ho avuto modo di verificarlo in un paio di audizioni svoltesi prima di Natale. In ‘politica’ ciò che conta è da che parte stai: problemi e fatti, sono marginali. E’ il trionfo dell’arroganza ignorante. Parlo dell’ignoranza di chi pretende di non aver bisogno di porsi delle domande e pretende a priori di conoscere le risposte senza bisogno di critica e di confronto.

 

 

 

Ecco la foto di una ragazza colpita in faccia da un lacrimogeno sparato (ovviamente ad altezza d’uomo o di donna) dalle valorose truppe coloniali inviate il 13 aprile scorso in Val Susa a superare ogni obiezione in merito a sostenibilità economica e ambientale.

“SAN DIDERO E’ SOTTO ASSEDIO”, recita il comunicato dell’Amministrazione Comunale di San Didero, uno dei Comuni della Val Susa [leggi il Comunicato]
Quale fiducia si pensa possa esserci, in queste condizioni, nello ‘Stato’? E a cosa si è ridotta la credibilità della ‘politica’?
Angelo Tartaglia
(seguono altre firme)

Cover: il progetto dell’autoporto di San Didero – Val Susa (TO)

NIENTE PACE SENZA GIUSTIZIA
Un manifesto per George Floyd nella via di Federico Aldrovandi

Da: Potere al Popolo – Ferrara

Oggi siamo andati ad appendere un manifesto in una strada. Sul manifesto c’è il volto di George Floyd, e la scritta “Per George Floyd, per Soumaila Sacko, per la giustizia sociale”. La strada è Via Ippodromo, luogo dell’uccisione di Federico Aldrovandi. In questo modo abbiamo voluto tendere un filo rosso tra la nostra città, il nostro Paese e le rivolte di popolo che in questi giorni attraversano gli Stati Uniti d’America.

La morte di George Floyd è una storia che unisce repressione, razzismo, questione di classe. Una storia che ci parla di un sistema delle forze dell’ordine che, negli U.S.A come qui da noi, non esitano a usare violenza contro i più deboli e i più poveri, non esitano a usare i mezzi anche più brutali, non esitano ad uccidere. È per questo che abbiamo voluto lasciare il manifesto proprio dove Federico è morto. È una storia che ci parla di una sistematica discriminazione sociale, economica e civile dei neri. È per questo che nell’esprimere solidarietà alle migliaia di neri, bianchi e ispanici che in questi giorni manifestano in tutte le principali metropoli degli Stati Uniti, abbiamo voluto ricordare anche chi nel nostro paese è morto solo per il suo colore della pelle, come Soumaila Sacko, bracciante maliano e sindacalista USB ucciso proprio due anni fa nelle campagne di San Calogero. Infine, la morte di George Floyd e la lotta di popolo che gli sta seguendo, ci parla delle ingiustizie di un sistema socio-economico profondamente classista, che non a caso caratterizza la nazione più avanzata nei meccanismi di sfruttamento del capitalismo. È per questo che, negli Stati Uniti come qui da noi, crediamo che l’unico modo per porre fine a repressione, razzismo e sfruttamento sia lottare per la giustizia sociale.

Abbiamo appeso un manifesto in una strada. Speriamo che quel manifesto, che è proprio vicino alla targa che ricorda Federico, vogliate passare in tanti a guardarlo, per tenere vivo il ricordo delle ingiustizie subite dagli oppressi qui come negli U.S.A. e ricordare quanto sia necessario e urgente opporvisi per costruire una società più giusta.

 

immigrazione-visti

Una rivoluzione dei visti per eliminare la tratta di esseri umani

In un momento critico, come quello attuale, per l’immigrazione clandestina in Italia (e non solo), uno studio condotto dalla City university London e dalla Toulouse school of economics, propone l’applicazione di un nuovo modello economico di vendita dei visti che potrebbe aiutare i governi europei a debellare la piaga del traffico di esseri umani.
La politica, pensata dalle ricercatrici Alice Mesnard ed Emmanuelle Auriol, mira a escludere i criminali dal mercato (facendo sì che i migranti smettano di pagarli per essere trasferiti illegalmente all’estero) e a raccogliere fondi per migliorare il controllo tradizionale delle frontiere. Si tratta di una proposta per certi versi rivoluzionaria, sicuramente nuova e insolita, che potrebbe dare adito a critiche ma anche a riflessioni.
Se lo scopo è di controllare i flussi migratori ed eliminare i trafficanti, l’idea migliore potrebbe essere quella di abbinare le politiche di repressione alla vendita di visti a prezzi che taglino fuori dal mercato i trafficanti. Mesnard e Auriol affermano che, se i visti fossero messi in vendita allo stesso prezzo richiesto dai trafficanti, il numero totale di migranti aumenterebbe, ma un duplice approccio potrebbe contenere tale aumento. Di fatto, i trafficanti risponderebbero diminuendo i loro prezzi e facendo concorrenza alle autorità, attraendo i potenziali migranti più poveri, che preferirebbero pagare un prezzo più basso per oltrepassare le frontiere, sebbene con rischi più elevati. Questo avverrebbe solo finché il prezzo dei visti non raggiungesse livelli così bassi da tagliare fuori la concorrenza dei trafficanti, non più in grado di proporre tariffe minori senza andare in perdita. In questo caso, la tratta di esseri umani sarebbe eliminata ma, allo stesso tempo, aumenterebbero i flussi di migranti entrati legalmente nel paese. Tuttavia, un aumento del numero di migranti potrebbe essere limitato utilizzando i fondi provenienti dalla vendita dei visti per migliorare i controlli interni e alle frontiere, il che aumenterebbe i costi per i trafficanti e ridurrebbe i guadagni previsti derivanti dall’immigrazione clandestina (i costi operativi dei trafficanti aumentano con l’applicazione dei controlli alle frontiere). Un altro modo sarebbe applicare una repressione interna, sotto forma di espulsioni e sanzioni a carico di chi assume gli immigranti clandestini. I risultati dello studio dimostrano che la vendita dei visti, affiancata a un rafforzamento delle politiche repressive, non deve avvenire a basso prezzo per eliminare dal mercato i trafficanti. Non tutti sarebbero in grado di sostenere il costo di un visto e questo ridurrebbe, alla fine, i flussi migratori. Il gruppo di Francois Gemenne del Cnrs (Centre national de la recherche scientifique) di Michel Agier del Ehess(École des hautes études en sciences sociales) studiano gli effetti secondari economici negativi della clandestinità contro un modello di libera circolazione delle persone e le conseguenze di una liberalizzazione in cinque zone geografiche. Questo modello non è molto lontano da quello di Mesnard e Auriol.

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Alice Mesnard

Abbiamo, allora, cercato di comprendere meglio la proposta e posto alcune domande ad Alice Mesnard, cercando di attualizzare la teoria e soprattutto di comprendere come questa si possa coniugare con le politiche repressive precedentemente e attualmente in essere a livello europeo, oltre che con le nuove proposte avanzate dal governo italiano in sede di Unione europea.

La sua idea è chiara: autorizzare le migrazioni per limitarle; una complementarità tra legalizzazione e repressione, che solitamente sono percepite in contrasto. Ma come pensa di poter spiegare a un lettore comune che non sia un economista, come me, la formula che propone nel suo studio?
Vendere i visti d’entrata permette di legalizzare i flussi. Invece di migrare illegalmente pagando i trafficanti, i candidati all’emigrazione potranno acquistare un diritto a migrare legalmente. L’interesse a vendere tali diritti d’entrata, rispetto a una politica di legalizzazione a costo zero, è di controllare la quantità di migranti che arrivano nei paesi ricchi, il che pare essere una delle principali preoccupazioni dei politici dei Paesi Ocse. Noi proponiamo di vendere tali diritti a ogni candidato all’immigrazione, senza “razionamento”. In effetti, un “razionamento” di tali visti, come avviene oggi, genera un mercato nero dell’immigrazione illegale, con “vettori” (trafficanti) che vendono i loro servizi. Dunque, per riassumere, vendere i visti permette di legalizzarli e di regolare (in funzione del loro prezzo) il numero d’immigrati in arrivo. Ma tale politica deve essere accompagnata da un aumento reale ed efficace della repressione. Infatti, se si vendono i visti a prezzi molto elevati, i trafficanti possono rispondere abbassando i loro prezzi e proporre dei servizi “low cost”. Questo comporterebbe, immancabilmente, un aumento del numero totale dei migranti, il che non è l’obiettivo. Per eliminare i trafficanti dal mercato, bisogna, dunque, arrivare a proporre un prezzo relativamente basso che impedisca loro di rispondere perché, abbassando ancora il prezzo, inevitabilmente fallirebbero.

Cerchiamo di attualizzare la sua teoria: in primo luogo, come poter immaginare di presentare un’idea tale a governi, come quello italiano, che si trovano a dover far fronte a una situazione molto complessa e per certi versi inedita? Se si è confrontati a problemi di accoglienza immensi e di decessi a pochi chilometri dalle proprie coste, come si può convincere della bonta’ di un sistema di vendite di visti d’entrata?
Il problema reale è quello di come allineare questa politica con l’altro obiettivo di non aumentare il flusso dei migranti. Per questo si deve, allo stesso tempo, aumentare la repressione. Aumentare i costi operativi dei trafficanti (se la repressione è rivolta a loro) o diminuire il profitto del loro commercio (quando la repressione prende di mira coloro che impiegano i lavoratori clandestini) permette di eliminare più facilmente il traffico di esseri umani con un prezzo dei visti d’entrata non troppo basso.

Se i prezzi non devono essere troppo bassi, per arrivare a una “selezione” dell’immigrazione, come fermare il traffico che riesce a proporre prezzi inferiori? Abbiamo visto qualche giorno va che gli scafisti nordafricani organizzano anche trasferimento su yacht di lusso, dove ci sono cibo e acqua e condizioni molto diverse a quelle dei barconi dei “poveri”. Come poter essere competitivi con la vendita dei diritti d’entrata?
La nostra politica è precisamente quella di non mettere criteri di selezione agli acquirenti dei visti. Tutti possono acquistarli, ognuno deve averne diritto e possibilità. Va notato che tale politica non è in contrasto con il mantenimento dei diritti a entrare gratuitamente (in nome dei diritti umani e secondo le convenzioni internazionali in vigore), riconosciuti ad un certo tipo di migranti che richiedano asilo politico. Essa rappresenta, a nostro avviso, un miglioramento alla situazione attuale che non fa che rinforzare i trafficanti di esseri umani, razionando i visti. La chiusura delle frontiere rafforza il monopolio dei trafficanti. Bisogna affrontare l’immigrazione in termini di mercato e di concorrenza, cioè far sì che sia lo Stato a controllare i flussi migratori, non i trafficanti, e sbaragliarli dal mercato. Dalla vendita di tali diritti si possono poi generare fondi che sostengano i costi della repressione, il che è già di per sé interessante.

Qual è, a suo avviso, l’ostacolo principale all’applicazione di tale politica?
La realtà e che i governi preferiscono chiudere gli occhi davanti alle oltre 200.000 persone che, di fatto, arrivano in Europa ogni anno. Uno dei problemi principali è la volontà politica dei nostri dirigenti. Vogliono avere sul loro suolo un maggior numero di migranti legali o un numero stabile d’illegali, sapendo che un gran numero di loro muore ogni anno nel Mediterraneo? La questione è allora quella di sapere quale tipo d’immigrati si vuole avere sul suolo dei paesi ricchi. Con gli avvenimenti odierni nel Mediterraneo non si può più far finta di nulla. Si tratta di una scelta politica: si vuole legalizzare l’immigrazione o no? Analogamente possiamo pensare a quanto avvenuto con la legalizzazione di alcune droghe leggere, dopo accese discussioni e diversi risultati: impensabile alcuni anni fa, ma oggi molti paesi la prevedono.

Si può riflettere, si può ragionare su una proposta che ha spunti di riflessioni utili.
Intanto, il 20 aprile, il Consiglio europeo congiunto dei ministri degli affari interni ed esteri ha reso pubblico un piano di azione in 10 punti in risposta alle recenti morti dei migranti nel Mediterraneo: 1) rafforzamento (con fondi e materiali) delle operazioni di pattugliamento marittimo nel Mediterraneo (denominate Triton e Poseidon), 2) rafforzamento degli sforzi volti a catturare e distruggere le imbarcazioni utilizzate dai trafficanti (sul modello dell’operazione anti-pirateria Atalanta al largo della Somalia, una missione allo stesso tempo civile e militare), 3) riunioni regolari periodiche dei servizi europei delle dogane e della giustizia, per trattare le richieste d’asilo politico in cooperazione e comprendere modi operativi dei trafficanti e contrastarli, 4) invio, in Italia e Grecia, di équipe provenienti dai servizi di assistenza ai richiedenti asilo dei paesi dell’Unione, 5) raccolta delle impronte digitali da parte dei servizi dei vari Stati dell’Unione, 6) esame, da parte dell’Unione Europea, delle opzioni relative a un meccanismo di rilocalizzatone d’urgenza dei migranti, 7) lancio di un progetto pilota, su base volontaria, da parte della Commissione Europea, per la suddivisone dei rifugiati fra i Paesi dell’Unione, 8) definizione di un nuovo programma che preveda il rientro rapido dei migranti “irregolari”, coordinato da Frontex, a partire dai paesi mediterranei dell’Unione, 9) rafforzamento delle azioni nei paesi limitrofi alla Libia, tramite sforzo congiunto tra Commissione Europea e servizi diplomatici dell’Unione, 10) impiego di funzionari incaricati di raccogliere informazioni sui flussi migratori nei Paesi di partenza e rafforzamento del ruolo delle delegazioni europee sul territorio.

Gli attivisti ritengono che i punti siano insufficienti, perché la proposta “soluzione” condurrà ancora una volta allo stesso risultato: violenza e morte. In particolare, la critica riguarda il rinforzo della missione Triton di Frontex, un’agenzia di contrasto all’immigrazione, creata con il mandato di proteggere i confini e non di salvare vite. Altro punto rilevante riguarda la denuncia dei trafficanti come causa fondamentale delle morti in mare. Secondo gli attivisti, che da tempo operano attraverso “Watch the Med” [vedi] e “Alarm Phone” [vedi], l’unico motivo per cui i migranti sono costretti a rivolgersi ai trafficanti è l’esistenza stessa del regime europeo dei confini. Le reti di trafficanti sparirebbero immediatamente se chi muore in mare potesse raggiungere l’Europa legalmente. Il regime di visti che impedisce loro di farlo è stato introdotto solo 25 anni fa. E questo sostiene, allora, parte della tesi di Mesnard e Auriol. Anche qui si rivendica la libertà di movimento come unica risposta possibile a questa situazione, la sola in grado di aprire uno spiraglio d’immaginazione politica in un dibattito altrimenti soffocante e soffocato. Solo la possibilità di accedere legalmente e senza condizioni al territorio europeo può porre fine alla morte dei migranti in mare. Queste sono le ragioni per cui gli attivisti chiedono l’istituzione di traghetti umanitari, che dovranno andare, ad esempio in Libia, a evacuare quante più persone possibile. Queste persone dovranno essere portate in Europa, e a esse dovrà essere garantita protezione incondizionata, senza che siano sottoposti a una procedura di asilo che, di fatto, ha perso il suo scopo originale di protezione ed è diventata un altro strumento di esclusione. Inoltre, i traghetti sarebbero molto più economici rispetto alla prospettiva di una missione di salvataggio di massa in mare e di ogni altra soluzione militare. Né i processi di esternalizzazione delle procedure d’asilo e del controllo delle frontiere, né l’intensificazione della sorveglianza e della militarizzazione e neppure il rispetto degli obblighi legali di salvataggio in mare potranno fermare le stragi in mare. L’unica cosa di cui c’è bisogno, nell’immediato, continuano gli attivisti, sono dei traghetti e la garanzia di accessi legali al territorio europeo. Si parla, insomma, di valutare una legalizzazione dei diritti d’entrata controllata e monitorata, seriamente. Tutti insieme, di concerto, coordinati. Saranno pronte l’Unione europea e le organizzazioni internazionali a fare questo passo, o sarà la società civile a doverlo fare per loro?

L’intervista è stata condotta in francese e tradotta in italiano dall’autrice dell’articolo.

La foto in evidenza è tratta dal sito di Giornalettismo.com

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Lotta per la libertà nell’Iran degli ayatollah

“Eravamo così impegnati a cercare di essere felici che non ci importava se non eravamo liberi”.

Dopo aver commentato Pollo alle prugne, torniamo indietro di qualche anno, a rivedere un film davvero particolare, a dire il vero un film d’animazione che molti hanno considerato il migliore dell’iraniana Marjane Satrapi, anche (ma non solo) per la sua qualità di manifesto femminista fra i più riusciti degli ultimi dieci anni.

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La locandina del film

Parliamo di Persepolis, film che prende il nome da Persepoli, una delle cinque capitali dell’Impero achemenide, il primo e più esteso impero dei Persiani, costituitosi intorno alla metà del VI secolo a.C.
Ricordiamo subito che questo cartone animato non ha nulla a che fare con i bambini, anzi direi che per essi non è proprio adatto. Per i temi trattati, magari, andrebbe fatto vedere nei licei, perché è un film vero, che non nasconde, che non si censura e che arriva, gradualmente e intelligentemente, al messaggio principale, il ripudio totale di ogni forma d’integralismo, a cominciare da quello islamico.
Un film tratto dall’autobiografia a fumetti, in due volumi, di Marjane Satrapi, ma realizzato a quattro mani con Vincent Paronnaud. Splendido.

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Film autobiografico, in questa striscia Marjane Satrapi da bambina col papà

Siamo a Teheran, nel 1978. Marjane è una bellissima bambina di 8 anni, che sogna di diventare un profeta che salverà il mondo. E’ fortunata perché, in mezzo a tanto isolamento, vive in una famiglia moderna, dove si può parlare di tutto e nulla si nasconde, con un nonno morto in prigione, uno zio fucilato, una nonna rivoluzionaria e combattiva, con i gelsomini nel reggiseno.
Piccola idealista, Marjane adora Bruce Lee, i Bee Gees e gli Iron Maiden, i cui dischi acquista al mercato nero e nasconde, abilmente e furtivamente, sotto il chador che è obbligata a indossare.

 

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Costretta ad indossare lo chador, Marjane ama i Bee Gees e gli Abba

La bambina vive sulla propria pelle la rivoluzione iraniana e la caduta dello Scià. Nasce la Repubblica islamica e inizia il periodo terribile dei pasdaran, che con la forza e la repressione impongono comportamenti e costumi ai cittadini. Un incubo che incarna la più assoluta mancanza di libertà. La guerra con l’Iraq di Saddam Hussein, intanto, distrugge le fondamenta di Teheran, sempre più oppressa dal potere, e Marjane, appena quattordicenne ma già rivoluzionaria, viene mandata a Vienna per evitare conseguenze peggiori. Qui, al liceo francese, cresce, scopre l’adolescenza e la rivoluzione sessuale, l’amore e il dolore che questo può portare, la solitudine e l’orgoglio delle proprie origini. Non si adatta però alla vita europea. A causa del fumo e delle notti trascorse all’aperto, Marjane rischia la vita: dopo essere stata ricoverata in ospedale ed essere guarita, chiede ai suoi genitori di poter tornare a casa, ma senza che facciano domande sugli anni passati in Austria. Tornata in Iran, si deprime sempre più perché trova il suo paese in condizioni peggiori di come lo aveva lasciato. Decide di sposarsi, ma la vita coniugale è davvero deludente, così come il ritorno nel Paese natale. Divorzio, di nuovo via da Teheran e trasferimento a Parigi.

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Una scena del film, il coraggio di opporsi al regime

Storia di fuga e di emarginazione, quindi, di paesi che non ricevono e non accolgono veramente, storia di solitudine, esilio, isolamento e diversità. Storia vera della nostra brava autrice.
Un film sorprendente, emozionante, divertente, ironico e allo stesso tempo drammatico, che porta a riflessioni importanti raccontate in modo innovativo, attraverso un bianco e nero che affascina, con rari sprazzi di colore e molte sfumature in carboncino che danno una bella e piacevole sensazione di artigianalità. Le donne sono al centro della storia, volitive, intelligenti, forti, indipendenti, profonde, commoventi, coraggiose, allegre, energiche. Donne che crescono, che lottano e vogliono, donne come tante, che cercano di sopravvivere. E che ci riescono.

di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, con Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve, Danielle Darrieux, Simon Abkarian, Gabrielle Lopes, drammatico, Francia, USA 2007, 95 mn

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