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Pomposa: l’isola che non c’è più

Se un tempo avessimo voluto recarci presso l’Abbazia di Pomposa, le nostre gambe o un semplice carro non sarebbero bastati. Il monastero, infatti, inserito in un contesto del tutto differente da quello odierno, sorgeva su una antica isola.

Dove oggi le automobili sfrecciano, sulla vicina Via Romea, come tante nel Medioevo ce n’erano dirette verso Roma, circa 1500 anni fa si estendeva un territorio definito nelle carte dell’epoca “insula”. Un’isola che si sviluppava in mezzo ad acque salmastre, con a Sud un’altra isola più minuta e più selvaggia, ricca di alberi, dove i primi eremiti amavano rifugiarsi. Al posto dei moderni campi coltivati, a farla da padrona era l’acqua: molti spazi, prima asciutti, si erano insabbiati a causa di un aumento delle precipitazioni e di un incremento del livello delle acque. Il buon clima dei vecchi tempi dell’Impero romano era ormai solo un ricordo. I canali costruiti in precedenza non furono più seguiti dall’acqua, che incurante arrivò a invadere ciò che le stava intorno, diminuendo l’abitabilità generale. In queste condizioni, non era possibile spostarsi unicamente via terra, e sempre di più i centri urbani si eressero intorno alle realtà religiose, piuttosto che commerciali. I monaci che si stabilirono sull’Insula pomposiana, delimitata sino al XII secolo dai due rami principali del delta del Po e dalle lagune orientali, cercarono sin dal principio di gestire con attenzione il territorio circostante, bonificando ad esempio della terra per utilizzi vari, dalle coltivazioni, alle peschiere, fino alle saline. Anche il bosco, però, veniva sfruttato intelligentemente, per l’allevamento e il recupero di legna. Ma qualcosa si fece pure per le vie di comunicazione: le vicine strade e rive, di fatto, furono periodicamente sottoposte a manutenzione. Tali attività erano possibili in quanto il territorio dell’insula era di diretta proprietà dell’abbazia, amministrato in due modi diversi. Una parte, identificata con le terre a pascolo e bosco, era gestita realmente dal monastero attraverso la figura del gastaldo, sottoposto all’abate. L’altra, costituita dai terreni coltivati, era invece consegnata in affitto, a condizione che si curassero le terre e le coltivazioni. Non solo, poiché nel suo vasto territorio l’abate esercitava anche il diritto della giustizia civile: un vero e proprio feudatario. L’insediamento altomedievale, tuttavia, non è giunto sino ai nostri giorni. Alcuni resti vennero a galla nel 1925 e in seguito nel 1962. Per tutta la sua storia, l’abbazia si configurò così come una realtà sempre in evoluzione, specie a partire dalla sua trasformazione, nell’XI secolo, in centro di scambi religiosi, politici e culturali. Il 1026 è l’anno riportato in una lastra posta nel pavimento della chiesa, dandoci testimonianza della data di consacrazione. Nel 1975, però, una campagna di scavi archeologici mise in evidenza che prima ancora di quell’anno era esistita un’altra chiesa, che presentava più o meno le stesse dimensioni di quella attuale. E proprio l’edificio rimasto in piedi fu eretto grazie a una tecnica, che possiamo descrivere come senza tempo: il reimpiego. Fu soprattutto il Medioevo a vedere il riuso estremamente diffuso di vecchio materiale, determinando la maggior parte delle volte una ricontestualizzazione definitiva degli antichi oggetti – la sensibilità che oggi si cerca di avere verso il passato è squisitamente moderna – . Furono soprattutto i resti romani a essere reimpiegati a Pomposa, quasi a voler sottolineare un riconoscimento del loro valore artistico. Contestualmente all’anno di consacrazione sono riferibili vari interventi all’edificio, ma anche poco dopo la chiesa e la realtà monacale furono potenziate dal vescovo Gebeardo, che riposa nella sala del Capitolo. A lui si deve la costruzione di un nartece, struttura usata nelle basiliche, affrescato riccamente da immagini scoperte nel 1956.

Ma più passavano gli anni, più si rendevano improrogabili dei necessari interventi conservativi: dalla sistemazione parziale del 1151 ai restauri del nuovo millennio, l’abbazia ha vissuto interesse e vitalità, ma anche degrado e abbandono. Il suo campanile svetta ancora per chi l’ha recuperata, per chi l’ha amata.

Rinascimento sempre in divenire: la raffinata arte del restauro

Lo scorrere del tempo, è risaputo, altera la realtà. L’insondabile varietà e diversità di ogni cosa esistente, uguale solo a se stessa, non cessa mai di subire continue modifiche, anche impercettibili, che accumulandosi determinano una difformità crescente anche rispetto alla propria apparenza precedente. Tornare indietro non ci è ancora permesso, ma ridare una forma il più possibile simile a quella passata, questo sì.

Restauratrici e restauratori lo sanno bene, perché lo fanno di mestiere quotidianamente. Non si tratta, come invece tale attività veniva una volta interpretata, di ricostruire a tutti i costi gli oggetti, piccoli e grandi, giunti sino a noi. E’ piuttosto la cura che con rispetto si può loro riservare, includendo interventi svolti solo se si ha la certezza documentata di come doveva essere la parte mancante, e solo se si può disporre di materiali molto affini. Con un’accortezza, però. Le manomissioni svolte devono essere ben riconoscibili, in modi vari, cosicché in futuro le azioni del nostro tempo possano essere distinte e separate dalle condizioni originarie. Una rinascita, insomma, un nuovo Rinascimento che la nostra era regala alle tracce di chi ci ha preceduto, dalla preistoria ai giorni più vicini, ma anche ai periodi più remoti. E’ il caso, questo, del restauro dei fossili. Gli ultimi anni hanno visto Ferrara come una felice fucina di riparazione dell’antico, dalle imponenti costruzioni ai delicati affreschi, ma certo tra i casi maggiormente rilevanti e in special modo esperibili da tutta la cittadinanza spiccano i restauri del giardino e delle piroghe di Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro e sede del Museo Archeologico Nazionale. L’anno fruttuoso è stato il 2010, a partire dal quale si è potuto apprezzare il lavoro minuzioso e condotto con grande professionalità che ha restituito alla nostra città l’opportunità di rivivere questi luoghi e questi reperti come un salto indietro nel tempo. Le prime a far nuovamente mostra di sé sono state le imbarcazioni, la cui sala è stata riaperta nel mese di maggio. Al solito, il restauro si è configurato come soltanto una parte di un processo più ampio, curato dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici. Le barche sono state prima studiate e analizzate scientificamente, per identificare da un punto di vista fisico e chimico il legno utilizzato, comprenderne il deterioramento e riconoscere i prodotti usati in precedenza per conservarlo. Fatto ciò, si è potuto procedere con il restauro vero e proprio, che addirittura si è dovuto svolgere nella sala espositiva, a causa delle importanti dimensioni delle navi. E il problema è divenuto risorsa: alcune fasi dei lavori le si è potute vivere in diretta, a stretto contatto con le difficoltà che esperte ed esperti del campo affrontano ogni giorno. Esattamente come quelle riconosciute e superate da coloro che hanno rivolto le proprie capacità alla sistemazione del giardino neorinascimentale, punta di diamante dell’intero complesso museale, riaperto nel mese di giugno. Molti gli enti, le realtà e le personalità coinvolte, anche stavolta grazie alla pianificazione della Regione Emilia-Romagna. Dalla iniziale condizione in cui il giardino versava, di degrado e mancanza di valida manutenzione, bisognava tornare a far risplendere un unicum irripetibile. Ma non solo, poiché oltre a far tornare l’area nella situazione originaria di inizio Novecento, non era possibile cancellare gli eventi precedenti o successivi, fingendo che non fossero mai accaduti. Così, si è proceduto con indagini preliminari, per andare alla ricerca delle specie vegetali succedutesi nel corso dei secoli e di eventuali strutture archeologiche dimenticate dal tempo. L’intervento, poi, si è focalizzato non solo sul giardino novecentesco, ma anche su quello rinascimentale, giunto ai giorni nostri in una minima parte.

Riportare all’antico splendore, per quanto possibile e sensato, l’esito di un inevitabile degrado è interessante e affascinante da vedere. Appunto la fruizione è l’obiettivo principe di tali operazioni, sia per chi è esperto in materia sia per chi non è addetto ai lavori, operazioni che altrimenti, francamente, sarebbero prive di senso. Il Palazzo Costabili è lì ad attenderci.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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DIARIO IN PUBBLICO
La danza degli acronimi

E’ bello svegliarsi nel lento e inevitabile avanzare dell’autunno, stagione melanconica per eccellenza, e sentire il confortante suono che prelude la danza degli acronimi, più comprensibilmente ‘sigle’. Cosi il bip bip delle popolari cancella il ca ca delle Casse di Risparmio in estinzione; e mentre il bip che coinvolge la Caricento si estenua in quello di Sondrio, banca associata, e si spegne in una esse segno di silenzio, ‘bipsss’, a Ferrara il bp si arrota nella erre della Bper che ha sostituito la ex gloriosa Cassa di Risparmio di Ferrara: ‘biprrrrrrr’, come avveniva quando da bambini tiravamo la lingua fuori ed emettevamo un ‘cachinno’, ovvero un’imitazione fonica di una scorreggina. Nei giri ampi dei valzer spunta la lucida pelata di Pattuelli (le pelate sono ormai il simbolo delle banche vincenti, cfr. Alberto Roncarati della ex CariCento), che si presenta come presidente dell’abbecedario bancario, ovvero l’A.B.I. Mi si potrebbe ribadire; ma anche tu sei pelato. Certo! Ma con un’aureola quasi da santo che circonda la mia differente pelata.
Ormai non si può vivere senza acronimi, che si sono espansi a dismisura in tutte le attività umane. Manca ormai, ma tra poco accadrà, di parlar per acronimi con il proprio corpo. Così invece d’invitare la/il partner a fare l’amore useremo un rapido e sinistro acronimo. Proporrei ‘clic’.

La stagione dei restauri si complica per imprevisti problemi (attenzione! Faccio il gesto dell’ombrello e ribadisco ‘problemi’ e non ‘problematiche’). Così si cala dalla sua colonna la statua di Ludovico Ariosto per improvvisi ‘crac’ all’interno del fusto e da vicino vediamo la severissima e stralunata faccia di Ludovico. Tremenda! Cattiva e severa forse perché disgustata da ciò che vede di lassù. Ma non è finita. S’apre la storia ‘d’il bus’ (da pronunciare alla ferrarese con la esse dolce e sibilante: ‘bussss’) che s’aprono nell’appena restaurato ponte sul Po che unisce la sponda ferrarese a quella veneta. Sono ‘busss’ previste per l’assestamento dell’asfalto tra i giunti. Invano l’assessore Modonesi, con l’occhio giustamente smarrito, ribadisce che era un ‘problema’ previsto e ampiamente divulgato. La sua ‘narrazione’ (per l’uso del termine leggi QUI) non convince l’indignato utilizzatore del ponte e così si ripropone una delle ‘tematiche’ (temi no vero?) dell’ormai onnipresente campagna elettorale.

La vicenda più disgustosa della settimana è quella di una donna che indossa una maglietta di questo tenore (traggo la notizia dal ‘Resto del Carlino’): “E’ polemica per la maglietta indossata oggi a Predappio da Selene Ticchi, militante di Forza Nuova e già candidata sindaco a Budrio nel 2017 per la lista neofascista ‘Aurora Italiana’. La Ticchi, tra le organizzatrici della manifestazione che commemora l’anniversario della Marcia su Roma del 1922, ha infatti sfoggiato una t-shirt con la scritta ‘Auschwitzland’ con i caratteri tipici della Disney”. Per fortuna gli italiani, una volta tanto non ‘itagliani’ hanno reagito prontamente e firmato un manifesto di condanna. Frattanto sia la Disney ma – fatto ben più importante – il museo di Auschwitz hanno denunciato la pettoruta che indossava l’orrida maglietta.

Chiudiamo con liete note e con un acronimo amatissimo. Il MEIS – Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah – ha presentato la mostra ‘Il giardino che non c’è‘ di uno dei massimi artisti viventi Dani Karavan, che ha elaborato il bozzetto del monumento a Giorgio Bassani e al suo romanzo più conosciuto, ‘Il giardino dei Finzi-Contini’, da collocare a Ferrara. L’ottantottenne artista aiutato dalla bravissima figlia Noa ci ha intrattenuto, prima di entrare in mostra, cinque minuti d’orologio, sulle ragioni per cui ama Ferrara. Ne valevano ore.
Speriamo che questa città non solo subissata dagli acronimi possa vittoriosamente condurre a termine la sua battaglia culturale, sociale e politica.

L’INTERVISTA
Malacarne su Santa Maria in Vado: “Il terremoto ha ridotto i beni culturali a cenerentole”

La chiesa e il convento di Santa Maria in Vado è tra i complessi ecclesiastici più belli e meglio conservati di Ferrara, carico di valore storico testimoniale. Purtroppo però, a causa dei gravi danni riportati con il terremoto e dei ritardi negli interventi post-sisma, lo stato del bene sta peggiorando di giorno in giorno e i danni, con il parziale disuso, rischiano di aggravarsi in modo esponenziale.

Subito dopo le scosse del maggio 2012 l’architetto Paola Rossi e l’ingegner Giuliano Mezzadri vengono incaricati dalla diocesi di occuparsi del progetto di restauro: in pochi mesi sono resi agibili, con fondi per opere provvisionali urgenti, chiesa e chiostro adiacente e redatto un progetto preliminare molto dettagliato, quasi operativo, per cercare di abbreviare i tempi tecnici che precedono i lavori di recupero. Il progetto viene presentato in Regione a inizio ottobre 2014 ma solo in questi giorni, dopo quattro mesi dalla richiesta e due anni e mezzo dal sisma, è arrivato il primo parere “parzialmente favorevole”.
Della necessità di accelerare i finanziamenti da parte della Regione Emilia Romagna e di partire con una seria riflessione sul tema “terremoto e beni culturali” abbiamo parlato con l’architetto Andrea Malacarne, consulente al progetto. Per renderci conto delle reali condizioni di degrado di Santa Maria in Vado, abbiamo visitato il complesso con l’architetto Paola Rossi, titolare del progetto, che ci ha anche reso note una serie di importanti scoperte fatte durante i rilievi e le campagne di sondaggi.

Siete preoccupati, i tempi si stanno facendo molto lunghi, l’intervento di recupero non parte e il degrado aumenta. Cosa fare?

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Il chiostro della parrocchia di Santa Maria in Vado
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Lo scalone monumentale in stato di degrado

Malacarne: Sarebbe necessario fare una riflessione su “terremoto e beni culturali” perché questi ultimi rischiano di diventare la cenerentola di questo terremoto, nel senso che sono in coda a tutto il resto e la Regione cerca di limitare i finanziamenti alla semplice riparazione dei danni. Ma come si fa a metter mano su edifici di questa importanza senza considerare tutta una serie di aspetti storici e architettonici complessivi e senza una riflessione anche di prospettiva? E’ insensato tamponare soltanto, senza procedere con interventi più consistenti, non solo per un discorso di messa in sicurezza (perché il sisma purtroppo potrebbe verificarsi di nuovo, e anche più forte), ma anche perché si tratta di edifici delicati e complessi, che quasi sempre ospitano attività con grande affluenza di pubblico. E poi da sempre i terremoti, pur nella loro drammaticità, sono stati l’occasione per importanti operazioni di recupero e miglioramento del comportamento antisismico degli edifici monumentali presenti in tutto il territorio del nostro paese, che non ci possiamo permettere di perdere. Nell’incertezza dell’entità dei finanziamenti si rischia di far partire tanti cantieri che resteranno tali per chissà quanti anni. Questo Ferrara non se lo può permettere.

A quando risale il vostro progetto e a che punto siamo?

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Il primo chiostro con l’accesso alla sagrestia e alle palestre

Rossi: Il progetto preliminare è stato presentato ai primi di ottobre 2014 alla Regione Emilia Romagna e solo la settimana scorsa, dopo quattro mesi, abbiamo ricevuto la conferma che il progetto è passato, seppure con molte osservazioni e limitazioni. Ora comincia la fase dell’elaborazione e della consegna dei progetti esecutivi e solo con la loro approvazione definitiva si capirà quanti fondi saranno effettivamente assegnati. Il problema è che nel frattempo il degrado procede e i danni rischiano di aumentare. E’ una questione grave che riguarda non solo Santa Maria in Vado, ma anche tanti altri edifici e chiese importanti della città che hanno subito danni con le scosse del maggio 2012.

Sono ormai 17 mesi che la parrocchia e la contrada di Santa Maria in Vado sono inagibili, con un grande disagio per la comunità e un preoccupante degrado della struttura. C’è qualche possibilità che i restauri procedano?

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Veduta di chiesa e primo chiostro dal campanile

Noi stiamo lavorando per rimettere in moto la vita della comunità: assieme all’ingegnere strutturista ci siamo adoperati nel primo anno per riaprire, con poche opere di messa in sicurezza, prima buona parte della chiesa, poi il chiostro con alcuni locali, ossia gli ambienti essenziali per riprendere le attività parrocchiali. In seguito, per mesi, si è rimasti in attesa che la Direzione regionale del Ministero dei beni culturali fosse in grado di valutare con proprie schede i danni e lavori da eseguire nei singoli edifici, con i relativi costi; poi la Regione ha emesso le ordinanze con l’indicazione delle priorità degli interventi sui beni culturali danneggiati. Solo allora è stato possibile cominciare a lavorare ai progetti. Va tenuto presente che a Santa Maria in Vado ci sono tanti danni diffusi da terremoto ma anche situazioni di degrado pregresso delle quali non si può non tener conto.

Dopo i primi lavori per rendere agibili la chiesa e il chiostro, siete riusciti a fare qualche altro intervento?
Praticamente nulla. Solo sondaggi ed indagini preliminari. Finché non si è certi dell’approvazione dei progetti (il preliminare, il definitivo e l’esecutivo) e di quanto stanzierà la Regione non è possibile aprire il cantiere.

Cosa comporta il vostro progetto?

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Veduta aerea dell’intero complesso

Si tratta di un progetto di recupero dell’intero complesso che ha comportato campagne di sondaggi diretti e approfondimenti storici e d’archivio. E’ stato inoltre eseguito un rilievo completo dell’edificio monastico che non era mai stato fatto prima (esisteva solo un buon rilievo della chiesa commissionato anni or sono dalla Soprintendenza). Un lavoro quindi lungo e approfondito, attraverso il quale è stato possibile conoscere l’edificio nella sua evoluzione storica, farne riemergere l’impianto originario, scoprire anche l’esistenza di decorazioni e affreschi prima sconosciuti.

Di che scoperte si tratta?

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Una delle palestre: tracce di affreschi sulla parete e il soffitto abbassato
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Dettaglio degli affreschi rinvenuti durante i sondaggi

Nella parte dell’edificio che era stata adibita a palestre (anche per ricavare reddito per sostenere le attività della parrocchia) abbiamo fatto le scoperte più belle. Le due palestre erano in origine un unico grande ambiente: l’antico refettorio del monastero. Nel progetto vorremmo ripristinare lo spazio originario, ma conservandone l’uso per attività di vario tipo, quindi mantenendo negli ambienti limitrofi i servizi necessari. Dai sondaggi è poi emerso che tutti i soffitti cinquecenteschi di quel corpo di fabbrica erano decorati e che la parete di fondo del refettorio era affrescata (forse tra il Seicento e il Settecento). Si tratta quindi di un complesso di ambienti di grande qualità e bellezza.

Come avete capito che le palestre erano l’antico refettorio dei monaci?

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Prospetto est (dal campetto), con segni di capichiavi
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Le travi originali che componevano il soffitto della mensa

Da una serie indizi: le quote dell’attuale soffitto non funzionano rispetto alla dimensione degli ambienti, sono troppo basse; nella facciata orientale, quella che prospetta sul campetto sportivo, compaiono segni di capichiave ai quali non corrisponde attualmente alcun solaio interno; nel sottotetto sono collocate magnifiche travi composte in posizione anomala, utilizzate oggi solo per sostenere controsoffitti in arellato; poi documenti e mappe antiche ci dicono che i muri che separano le palestre sono relativamente recenti, quindi posticci. Sulla base di tutte queste osservazioni abbiamo eseguito un sondaggio al primo piano, nel muro che attualmente divide gli ambienti, ritrovando all’interno, intatta, una trave rimasta nella posizione originaria. Tutte le altre travi del solaio principale sono quelle oggi impropriamente collocate nel sottotetto. I solai attuali, più bassi, sono sorretti da travi in ferro, ma tutta l’orditura secondaria e l’assito sono stati recuperati dai soffitti originari. Quindi il soffitto dell’antico refettorio, ligneo e completamente decorato, era collocato circa due metri sopra le quote attuali ed esistono in loco tutti gli elementi per rimontarlo completo nella posizione originaria. C’è però il rischio che questa operazione, volta a ricomporre l’antico assetto strutturale dell’edificio, non venga finanziata perché non direttamente collegata ai danni da sisma. E’ pensabile, in casi come questo, limitarsi a consolidare la situazione esistente anche se palesemente deturpante ed incongrua? Sarebbe uno spreco di denaro inutile e assurdo.

In che periodo sarebbe stato fatto lo smembramento e l’abbassamento del solaio?
Pensiamo nel primo dopoguerra, o forse tra le due guerre, ma è al momento difficile indicarne la data precisa.

Sono visibili le travi rinvenute nel sottotetto?

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Trave originaria rinvenuta durante i sondaggi
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Quota originaria rinvenuta al primo piano

Certo, e anche la trave rimasta dentro al muro al primo piano. Poi nel sottotetto, che la contrada di Santa Maria in Vado ha utilizzato fino al terremoto del 2012 come deposito, ci sono altre scoperte interessanti. Il disegno del pavimento in cotto definisce l’antica scansione di ambienti che altro non erano che le celle dei monaci. Il volume di una cella rimane visibile, attraverso un pertugio, sul lato verso il chiostro. Alle pareti affiorano, anche a questo livello, tracce di decorazioni e di affreschi.

Avete fatto scoperte davvero sensazionali…

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Sottotetto, arco decorato che dava accesso alle celle
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Segni che evidenziano la ripartizione delle celle

Non sensazionali, ma sicuramente di grande interesse, sia storico che artistico. Quando si mette mano seriamente ad edifici di questa importanza non è raro trovarsi di fronte a belle sorprese. Nel progetto di fatto riproponiamo la scansione degli ambienti principali e l’assetto strutturale dell’antico monastero ed il recupero dell’apparato decorativo. Tutto questo lasciando inalterato l’uso consolidato negli ultimi decenni, anzi potenziandolo perché di fatto renderemmo totalmente agibile il sottotetto che ad oggi e utilizzabile solo in parte. Recuperare in modo organico il convento è anche l’occasione per riorganizzare gli spazi e gestirli al meglio, sia quelli parrocchiali, che quelli della contrada e quelli destinati alle attività sportive-ricreative.

Sarebbe bellissimo…
Sì, ma se i finanziamenti non corrisponderanno a quanto previsto nelle schede della Direzione regionale, e tutto oggi lascia temere che sarà proprio così, non si potrà fare un intervento complessivo per riportare a vita piena questo gioiello. Una riflessione complessiva sul futuro dei nostri edifici monumentali dopo il terremoto è quindi più che mai necessaria.

Le foto sono di Paola Rossi (tranne la veduta aerea del quartiere che è scaricata da Google), cliccaci sopra per ingrandirle.

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La planimetria del progetto preliminare
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Veduta aerea con delimitazione dei corpi di fabbrica interessati

Si ringraziano gli architetti Andrea Malacarne e Paola Rossi dello Studio Malacarne per averci accompagnato nella visita al complesso, per la concessione del materiale fotografico, per averci messo a disposizione la Relazione storico e archivistica e, infine, per l’accurata revisione dell’articolo per quanto riguarda gli aspetti tecnici e specialistici.

DOCUMENTAZIONE
La struttura, così come si presenta oggi nel complesso, risale alla metà del XV secolo (1494 la data probabile di inizio lavori) e venne commissionata dal duca Ercole I d’Este a Biagio Rossetti (ingegnere ducale), Bartolomeo Tristano e Ercole de’ Roberti. Ercole I volle contestualizzarla e inserirla nel piano di rinnovamento che investiva a quei tempi tutta la città [vedi estratto della Relazione storico e archivistica a cura dell’arch. Paola Rossi e del dott. Giuseppe Lipani].

Foto arch. Paola Rossi

IL FATTO
Dopo 12 anni di restauri riapre il Museo nazionale di Baghdad

Di fronte ai terribili recenti saccheggi e distruzioni delle antichità conservate nel Museo di Mosul (statue, fregi e altri oggetti d’arte pre-islamici qui esposti, ma in parte, per fortuna, copie in gesso), una buona notizia: il 28 Febbraio il Museo nazionale di Baghdad ha riaperto i battenti. A fondare quello che è considerato uno dei più importanti musei del mondo fu, nel 1923, re Feisal I, in una sede provvisoria nell’antico serraglio. Tre anni dopo Gertrude Bell, direttore onorario delle antichità, ottenne il trasferimento del primo nucleo della collezione in una sede più ampia, in Ma’mun Street, ma col tempo l’edificio si rivelò angusto e, nel 1957, iniziò la costruzione dell’Iraq Museum, inaugurato dieci anni dopo, nel 1967.

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Ali Al-Saadi/AFP/Getty Images

Nella collezione vengono documentate, in ordine cronologico, tutte le epoche della Mesopotamia, dalla preistoria alla dominazione islamica. Ben 12 anni di lavori, restauri, difficoltà e traversie burocratiche e economiche (fra le quali anche una riapertura parziale e provvisoria grazie a contributi dello Stato italiano, nel 2009), le preziose testimonianze della storia mesopotamica, a cominciare dai monumentali tori alati, sono oggi ancora visibili. All’epoca di Saddam Hussein, qualcuno l’aveva battezzato come il “negozio” del dittatore, perché inaccessibile ai cittadini comuni, elitario. Chiuso allo scoppio della seconda guerra del Golfo (2003), con l’arrivo delle truppe americane, nel pieno caos furono i saccheggiatori e i ricettatori di tutto il mondo ad avere la meglio. Si stimavano in circa 15.000 i reperti trafugati, un terzo dei quali è, però, stato recuperato durante questi anni di chiusura, grazie anche a collaborazioni internazionali. Il premier iracheno in persona, Haider al-Abadi, è intervenuto all’inaugurazione del 28 febbraio, quella di una collezione che copre almeno 7.000 anni di storia, nei quali la Mesopotamia viene considerata “la culla” della civiltà.

riapertura-museo-baghdadDopo il tradizionale taglio del nastro rosso, il premier iracheno ha dichiarato: “Oggi il messaggio che arriva da Baghdad, dalla terra di Mesopotamia, è chiaro: tuteleremo la civiltà e daremo la caccia a quanti vogliono distruggerla’. Il museo ha riaperto al pubblico il 1° marzo, il biglietto costerà 1.500 dinari iracheni (poco più di un dollaro), 10 dollari per i visitatori arabi e 20 dollari per gli altri stranieri. Al momento della riapertura, ha scritto la Reuters, il museo era “pieno di visitatori che volevano vedere un passato che appartiene a momenti migliori”. Ma cosa si può vedere nel museo? Reperti di una fase del periodo ellenistico (dal 312 al 139 a.C.), tra cui una statua di Eracle con in mano una clava e una pelle di leone, ritrovata a Hatra, un sito Unesco oggi nelle mani dell’Isis. Un altro manufatto di un certo interesse è una statua di Re Sanatruq I, che regnò sempre a Hatra dal 140 al 180 d.C. La simbologia è quella regale, con un’aquila sul capo ad ali aperte. Si può vedere ancora poco, si dice, e i timori per la riapertura restano. Ma la miglior risposta agli attacchi alla cultura resta la cultura stessa.

Sono stati molti i progetti di cooperazione italiana mirati al recupero e al restauro dei numerosissimi reperti archeologici dispersi dopo le guerre. Il Ministero italiano degli affari esteri ha in larga misura contribuito alla riapertura del Museo nazionale di Baghdad, ma ha anche dato vita al museo virtuale, nelle cui numerose sale sono stati anche ricostruiti “pezzi” imperdibili della ricca civiltà mesopotamica [vedi].

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IMMAGINARIO
Casa Garofalo c’è.
La foto di oggi…

Mese in chiusura con i lavori completati per Casa Garofalo. Il pittore della corte estense Benvenuto Tisi da Garofolo è chiamato il Garofalo perché originario del piccolo paese che porta questo nome vicino a Canaro di Rovigo, a 17 chilometri da Ferrara. In questo dicembre sono stati completati i lavori di recupero. “E ora la casa – assicura il sindaco di Canaro, Nicola Garbellini – ospiterà il museo virtuale di Benvenuto Tisi. In più ci sarà un’opera originale che tutti potranno ammirare”. Attesa per l’inaugurazione dell’abitazione restaurata.

OGGI – IMMAGINARIO ARTE

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Casa natale di Benvenuto Tisi a Garofalo di Canaro, tra Ferrara e Rovigo (foto di Daniele Cirelli)

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

“Spesi per il parcheggio i soldi con i quali si poteva restaurare la cappella Revedin”

di Lauro Rebecchi

L’argomento che vorrei segnalare è la Cappella Revedin, sita in via Bologna a Ferrara di fianco alla chiesa della Sacra Famiglia.
Sei anni fa circa 700 persone hanno firmato una petizione per sensibilizzare il comune e indurlo al suo restauro. Come si vede scorrendo per via Bologna ogni sforzo è stato vano, in alternativa ai 300mila euro che sarebbero serviti per il restauro ne hanno investiti 400mila per ripristinare l’area sottostante e creare un parcheggio.
Io non discuto né il progetto né la finalità dello stesso, ma 400mila euro mi sembrano effettivamente tanti per fare un parcheggio, sarà pure dotato di aiuole che diventeranno pisciatoi per cani, ci sarà pure qualche alberello, ma alla fine ci sarà pure un rudere sullo sfondo che farà impallidire gli amanti dell’estetica.
La mia domanda è: non si poteva risparmiare qualcosina sul parcheggio e iniziare un restauro che darebbe molta più visibilità al nostro quartiere?
Scusate dell’intrusione e complimenti per il giornale

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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Redazione

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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