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La Basilica di San Francesco
un gioiello a Ferrara

 

Mentre camminavo per andare a lezione, sono passata innumerevoli volte davanti alla Basilica di San Francesco, all’angolo tra via Terranuova e via Savonarola a Ferrara. Inizialmente era un gran cantiere: si poteva accedere solamente a circa un quarto della chiesa, tutto il resto necessitava di restauro a causa del sisma del 2012. Un giorno, nel 2019, vi rientrai e mi accorsi che finalmente si poteva camminare per tutta la lunghezza dell’edificio. Scoprii così quella che, secondo il mio gusto personale, è la più bella chiesa che abbia visitato nella città.
La modesta costruzione originaria venne eretta dai Francescani attorno al 1220, mentre il Santo fondatore era ancora in vita. Molto di ciò che possiamo ammirare oggi è frutto dell’idea dell’architetto Biagio Rossetti, che nel 1494 venne incaricato dal Duca Ercole I di erigere l’attuale edificio. La facciata perlopiù in mattoni è in armonia con il resto della città.
Vicina a diverse sedi universitarie, si trova proprio a fianco dell’Oratorio dell’Immacolata Concezione, un tempo sede della scuola per giuristi dello Studio Ferrarese che vantava tra i suoi iscritti anche Niccolò Copernico, dove anche l’Ariosto frequentò i corsi di legge. Lì infatti spese cinque sofferti anni, poiché era stato obbligato verso l’indirizzo giuridico dal volere paterno. Solo alla fine di questo periodo gli fu concesso di dedicarsi alle sue amate lettere. Così raccontò la vicenda all’amico Pietro Bembo:

“Mio padre mi cacciò con spiedi e lancie,
non che con sproni, a volger testi e chiose,
e me occupò cinque anni in quelle ciancie.

Ma poi che vide poco fruttuose
L’opere, e il tempo in van gittarsi, dopo
Molto contrasto in libertà mi pose.”
(Satira VI, 156-161)

Qualcosa di me

La piccola calla rosa era sbocciata.
A dire il vero, ne erano sbocciate due e altri rigonfiamenti facevano presagire nuove nascite.
Appena sceso in cucina, la moglie lo stava aspettando con il k-way in mano.
— Infìlatelo — gli ordinò.
Lui ancora sbatteva gli occhi, allargando le palpebre assonnate. — Perché?
— Infìlatelo — replicò lei.
Docile, infilò le braccia nell’indumento fresco. La moglie lo precedette e aprì l’anta del portone esterno.
— Cosa c’è?
— Vai avanti — lo sollecitò.
Si guardò circospetto intorno, poi avanzò sul selciato.
— Eh! — esclamò, accostandosi alla fioriera rotonda.
Fece un semicerchio pesticciando gli aghi dei pini marittimi disseminati dal vento notturno, approdati qua e là anche sul grande vaso — un supplizio, doverli raccogliere.
Ammirò quei due fiori che spuntavano turgidi tra le piccole foglie verde scuro e le corolle viola delle campanule portenschlagiana.
Se li guardò come una conquista, inchinandosi a esaminarli meglio.
— Ma sono calle? — si domandò. — Ma sono calle! — si rispose. E le rimirò compiendo l’intero giro intorno alla vasca circolare, sfiorando la spata rosa terminante in una virgola verde con lo spadice giallo eretto, interno. — Finalmente!
— Hai visto? — incalzò la donna — Ci sei riuscito!
Rientrarono — lui sorridente. Si avviarono in cucina. Lei aveva già fatto colazione, lui iniziò. Si servì una fetta di torta fatta in casa dalla moglie — torta Camilla — e bevve il caffè.
— Pensavo di fare il mio solito giretto — abbozzò. — Ma pioviggina. E poi, l’ho fatto ieri. Meglio non esagerare con questo ginocchio — concluse.
Si recò in bagno per radersi, lavarsi, vestirsi e incominciare la giornata.
— Vado in “falegnameria” — annunciò poi alla moglie, intendendo in “magazzino” dove stava restaurando una vecchia scrivania tarlata, squadrata, regalatagli da un amico.
— Va bene — assentì la vecchia che stava appendendo in lavanderia gli stracci bagnati con cui aveva avvolto i vasetti ripieni di confettura, per bollirli nel pentolone e creare il sottovuoto.
Lui uscì, poi subito rientrò. — Allora — iniziò, rivolto alla moglie, esigendone l’attenzione — ti riassumo la storia di quei fiori. La mia ex segretaria, la Silvia, mi diede un giorno un vasino con un ciuffo di foglie. Lo tenni in casa, in camera di Giulio, per tre anni. Non fece mai nulla. Allora lo spostai fuori, sotto la tettoia. Ogni anno, in inverno, la pianta moriva, in primavera nascevano solo foglie. Decisi di disfarmene ma, quando la svasai, mi rimasero in mano tanti piccoli rizomi che interrai in un vaso in giardino, al sole, insieme ai delosperma fucsia, ti ricordi? Anche lì produssero foglie e basta. Lo scorso anno, quando decisi di eliminare il vaso e di recuperare il terriccio, rinvenni cinque bulbi. Mi spiacque buttarli e li interrai in mezzo alle campanule viola, all’ombra. Quest’anno hanno fatto i fiori e sono calle!
La moglie gli sorrise: il marito aveva un cuore gentile. — Si vede che hanno trovato la posizione giusta — dedusse lei.
— Già — rispose il vecchio — insisti e insisti… Qualcosa di me, anche lì.
Lei se lo guardò commossa. Lui uscì e si recò in “falegnameria”.
Era alle prese con quella scrivania da mesi. Alla moglie piaceva, come le piacevano tutte le cose rustiche, artigianali e datate. “Come me”, gongolò lui. Così, dopo aver seguito su internet, in periodo di pandemia, un corso per restauratori — molto interessante — ne aveva iniziato il restauro. Prima l’aveva pulita, poi smontate le parti, quindi sanificata dai tarli pennellandola con l’apposito prodotto e sigillandola nel cellophane per quindici giorni, ripetendo il trattamento per tre volte. Trascorso il tempo, l’aveva sverniciata, portata a legno, messa in asse, steso la gommalacca per otturare i pori e prepararla al mordente, e ricomposta.

Negli ultimi giorni stava sistemando i cassetti profondi e pesanti. Uno, non rientrava più. Era gonfio. Quella mattina lo levigò, lo risistemò con colla e chiodi, sino a quando il cassetto scivolò senza intoppi sulle rozze guide.
A mezzogiorno, terminati i lavori, chiamò la moglie per dettagliarle i ritocchi compiuti. Poi, prima di chiudere il magazzino, ripassò gli occhi sulla scrivania e già se l’immaginò dopo il mordente, la stuccatura per la finitura, le mani di gommalacca, il lavoro con paglietta fine, la cera finale per la lucidatura… Una nuova vita. A casa di sua figlia, cui l’aveva promessa. L’avrebbe usata anche la nipote, e poi chissà…
“Insisti e insisti…” si compiacque, spegnendo la vecchia radio a valvole Phonola, recuperata anche quella, riassestata e funzionante. “Qualcosa di me, anche lì”.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

Pomposa: l’isola che non c’è più

Se un tempo avessimo voluto recarci presso l’Abbazia di Pomposa, le nostre gambe o un semplice carro non sarebbero bastati. Il monastero, infatti, inserito in un contesto del tutto differente da quello odierno, sorgeva su una antica isola.

Dove oggi le automobili sfrecciano, sulla vicina Via Romea, come tante nel Medioevo ce n’erano dirette verso Roma, circa 1500 anni fa si estendeva un territorio definito nelle carte dell’epoca “insula”. Un’isola che si sviluppava in mezzo ad acque salmastre, con a Sud un’altra isola più minuta e più selvaggia, ricca di alberi, dove i primi eremiti amavano rifugiarsi. Al posto dei moderni campi coltivati, a farla da padrona era l’acqua: molti spazi, prima asciutti, si erano insabbiati a causa di un aumento delle precipitazioni e di un incremento del livello delle acque. Il buon clima dei vecchi tempi dell’Impero romano era ormai solo un ricordo. I canali costruiti in precedenza non furono più seguiti dall’acqua, che incurante arrivò a invadere ciò che le stava intorno, diminuendo l’abitabilità generale. In queste condizioni, non era possibile spostarsi unicamente via terra, e sempre di più i centri urbani si eressero intorno alle realtà religiose, piuttosto che commerciali. I monaci che si stabilirono sull’Insula pomposiana, delimitata sino al XII secolo dai due rami principali del delta del Po e dalle lagune orientali, cercarono sin dal principio di gestire con attenzione il territorio circostante, bonificando ad esempio della terra per utilizzi vari, dalle coltivazioni, alle peschiere, fino alle saline. Anche il bosco, però, veniva sfruttato intelligentemente, per l’allevamento e il recupero di legna. Ma qualcosa si fece pure per le vie di comunicazione: le vicine strade e rive, di fatto, furono periodicamente sottoposte a manutenzione. Tali attività erano possibili in quanto il territorio dell’insula era di diretta proprietà dell’abbazia, amministrato in due modi diversi. Una parte, identificata con le terre a pascolo e bosco, era gestita realmente dal monastero attraverso la figura del gastaldo, sottoposto all’abate. L’altra, costituita dai terreni coltivati, era invece consegnata in affitto, a condizione che si curassero le terre e le coltivazioni. Non solo, poiché nel suo vasto territorio l’abate esercitava anche il diritto della giustizia civile: un vero e proprio feudatario. L’insediamento altomedievale, tuttavia, non è giunto sino ai nostri giorni. Alcuni resti vennero a galla nel 1925 e in seguito nel 1962. Per tutta la sua storia, l’abbazia si configurò così come una realtà sempre in evoluzione, specie a partire dalla sua trasformazione, nell’XI secolo, in centro di scambi religiosi, politici e culturali. Il 1026 è l’anno riportato in una lastra posta nel pavimento della chiesa, dandoci testimonianza della data di consacrazione. Nel 1975, però, una campagna di scavi archeologici mise in evidenza che prima ancora di quell’anno era esistita un’altra chiesa, che presentava più o meno le stesse dimensioni di quella attuale. E proprio l’edificio rimasto in piedi fu eretto grazie a una tecnica, che possiamo descrivere come senza tempo: il reimpiego. Fu soprattutto il Medioevo a vedere il riuso estremamente diffuso di vecchio materiale, determinando la maggior parte delle volte una ricontestualizzazione definitiva degli antichi oggetti – la sensibilità che oggi si cerca di avere verso il passato è squisitamente moderna – . Furono soprattutto i resti romani a essere reimpiegati a Pomposa, quasi a voler sottolineare un riconoscimento del loro valore artistico. Contestualmente all’anno di consacrazione sono riferibili vari interventi all’edificio, ma anche poco dopo la chiesa e la realtà monacale furono potenziate dal vescovo Gebeardo, che riposa nella sala del Capitolo. A lui si deve la costruzione di un nartece, struttura usata nelle basiliche, affrescato riccamente da immagini scoperte nel 1956.

Ma più passavano gli anni, più si rendevano improrogabili dei necessari interventi conservativi: dalla sistemazione parziale del 1151 ai restauri del nuovo millennio, l’abbazia ha vissuto interesse e vitalità, ma anche degrado e abbandono. Il suo campanile svetta ancora per chi l’ha recuperata, per chi l’ha amata.

Rinascimento sempre in divenire: la raffinata arte del restauro

Lo scorrere del tempo, è risaputo, altera la realtà. L’insondabile varietà e diversità di ogni cosa esistente, uguale solo a se stessa, non cessa mai di subire continue modifiche, anche impercettibili, che accumulandosi determinano una difformità crescente anche rispetto alla propria apparenza precedente. Tornare indietro non ci è ancora permesso, ma ridare una forma il più possibile simile a quella passata, questo sì.

Restauratrici e restauratori lo sanno bene, perché lo fanno di mestiere quotidianamente. Non si tratta, come invece tale attività veniva una volta interpretata, di ricostruire a tutti i costi gli oggetti, piccoli e grandi, giunti sino a noi. E’ piuttosto la cura che con rispetto si può loro riservare, includendo interventi svolti solo se si ha la certezza documentata di come doveva essere la parte mancante, e solo se si può disporre di materiali molto affini. Con un’accortezza, però. Le manomissioni svolte devono essere ben riconoscibili, in modi vari, cosicché in futuro le azioni del nostro tempo possano essere distinte e separate dalle condizioni originarie. Una rinascita, insomma, un nuovo Rinascimento che la nostra era regala alle tracce di chi ci ha preceduto, dalla preistoria ai giorni più vicini, ma anche ai periodi più remoti. E’ il caso, questo, del restauro dei fossili. Gli ultimi anni hanno visto Ferrara come una felice fucina di riparazione dell’antico, dalle imponenti costruzioni ai delicati affreschi, ma certo tra i casi maggiormente rilevanti e in special modo esperibili da tutta la cittadinanza spiccano i restauri del giardino e delle piroghe di Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro e sede del Museo Archeologico Nazionale. L’anno fruttuoso è stato il 2010, a partire dal quale si è potuto apprezzare il lavoro minuzioso e condotto con grande professionalità che ha restituito alla nostra città l’opportunità di rivivere questi luoghi e questi reperti come un salto indietro nel tempo. Le prime a far nuovamente mostra di sé sono state le imbarcazioni, la cui sala è stata riaperta nel mese di maggio. Al solito, il restauro si è configurato come soltanto una parte di un processo più ampio, curato dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici. Le barche sono state prima studiate e analizzate scientificamente, per identificare da un punto di vista fisico e chimico il legno utilizzato, comprenderne il deterioramento e riconoscere i prodotti usati in precedenza per conservarlo. Fatto ciò, si è potuto procedere con il restauro vero e proprio, che addirittura si è dovuto svolgere nella sala espositiva, a causa delle importanti dimensioni delle navi. E il problema è divenuto risorsa: alcune fasi dei lavori le si è potute vivere in diretta, a stretto contatto con le difficoltà che esperte ed esperti del campo affrontano ogni giorno. Esattamente come quelle riconosciute e superate da coloro che hanno rivolto le proprie capacità alla sistemazione del giardino neorinascimentale, punta di diamante dell’intero complesso museale, riaperto nel mese di giugno. Molti gli enti, le realtà e le personalità coinvolte, anche stavolta grazie alla pianificazione della Regione Emilia-Romagna. Dalla iniziale condizione in cui il giardino versava, di degrado e mancanza di valida manutenzione, bisognava tornare a far risplendere un unicum irripetibile. Ma non solo, poiché oltre a far tornare l’area nella situazione originaria di inizio Novecento, non era possibile cancellare gli eventi precedenti o successivi, fingendo che non fossero mai accaduti. Così, si è proceduto con indagini preliminari, per andare alla ricerca delle specie vegetali succedutesi nel corso dei secoli e di eventuali strutture archeologiche dimenticate dal tempo. L’intervento, poi, si è focalizzato non solo sul giardino novecentesco, ma anche su quello rinascimentale, giunto ai giorni nostri in una minima parte.

Riportare all’antico splendore, per quanto possibile e sensato, l’esito di un inevitabile degrado è interessante e affascinante da vedere. Appunto la fruizione è l’obiettivo principe di tali operazioni, sia per chi è esperto in materia sia per chi non è addetto ai lavori, operazioni che altrimenti, francamente, sarebbero prive di senso. Il Palazzo Costabili è lì ad attenderci.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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Quale futuro per le vetrate istoriate di Notre Dame de Paris

L’incendio che ha devastato nelle scorse settimane la cattedrale di Notre Dame a Parigi ha messo in luce quanto fallace sia la prevenzione, pur certosina, verso gli incidenti posta in essere a difesa dei beni culturali di inestimabile valore.

I francesi, ai quali siamo molto vicini in questa drammatica circostanza, hanno sempre enfatizzato la loro puntigliosità e, spesso, un primato nella gestione della sicurezza sui cantieri che invece, dalle prime risultanze dell’indagine, parrebbe essere naufragata a causa di una banale serie di maldestre saldature.
Come sia possibile che questo disastro sia accaduto in uno dei siti storico-culturali fra i più visitati in Francia insieme alla Sainte Chapelle, con la sua ciclopica presenza di vetrate istoriate, o al centro museale del Louvre ancora non ha risposte certe, mentre sono certi i danni che il fuoco ha causato non solo alla struttura, ma soprattutto ai tesori contenuti all’interno o ancora all’involucro esterno composto da centinaia di vetrate istoriate legate al piombo.
Le vetrate di Notre Dame, non tutte originali risalenti alla costruzione della cattedrale nel Duecento, che avevano resistito a rivoluzioni epocali e a guerre mondiali si sono arrese alla disattenzione o alla superficialità (almeno dalle risultanze ad oggi) di qualche singolo umano.
Certo gli errori possono accadere ma questo ha un peso rilevante.
Sappiamo, anche se sommariamente, che i tesori trasportabili sono stati trasferiti al Louvre o in altri siti, ma la preoccupazione maggiore riguarda le strutture lapidee e le vetrate istoriate, in quanto fissate per loro natura alle murature.
Proprio le vetrate istoriate medievali nel loro significato storico-politico, ed anche propagandistico, e nei soggetti rappresentati prendono corpo in Francia a Saint-Denis nei primi anni del 1100 presso una abbazia ubicata a pochi chilometri a nord di Parigi, sede delle tombe reali francesi per una intuizione dell’Abate Suger.
Siamo a metà del XII secolo quando il monachesimo in forte ascesa condiziona l’iniziativa politica da un lato della monarchia francese e dall’altro si mette a disposizione del volere del Papato nell’organizzare le prime due crociate. Sono le prove generali delle prime e sofferte alleanze europee contro l’avanzata islamica che aveva occupato i luoghi santi della cristianità a Gerusalemme e tutta l’area mediorientale.

Le vetrate istoriate a quel tempo cosi come vuole la tradizione venivano prodotte ritagliando lastre piane di vetro trasparente o colorato in piccole lastrine sagomate sulle quali veniva riportata con pennelli sulla superficie e poi fissata a circa 600° una mistura liquida di ossidi di ferro e vetro, le grisaglie, per riprodurre il disegno voluto, quindi linee, sfumature, panneggi. I singoli pezzi in vetro venivano poi ricomposti e assiemati con listelli di piombo creando un preciso reticolo secondo un disegno definito e precedentemente approvato dal committente.
Tutti siamo rimasti sorpresi con gli occhi sbarrati dallo stupore quando per la prima volta abbiamo visto sulle pareti di una cattedrale in stile generalmente gotico quei meravigliosi rosoni che trasmettono luce multicolore (visti dall’interno) o quelle teorie di monofore o bifore con rappresentazioni agiografiche a figura intera o istoriate con scene religiose del vecchio e nuovo Testamento o talvolta sequenze di episodi di narrazioni che erano il “vero libro aperto del tempo” divulgabile e comprensibile ai pellegrini o ai fedeli del tempo per la maggior parte analfabeti.
Considerato che la temperatura della semplice fiamma raggiunge rapidamente i 1000°C possiamo comprendere come le temperature più alte raggiunte durante l’incendio insieme ai fumi bollenti da esso sprigionati abbiano sfregiato le vetrate fondendo il vetro, le tramature in piombo e per quelle lontane dalle temperature più alte compromesso i disegni a grisaglie.

Come ricordato, non tutte le vetrate istoriate di Notre Dame sono duecentesche, anzi sono un’esigua parte di quelle oggi istallate, residuale frutto di rifacimenti, ripensamenti sull’utilizzo degli spazi all’interno come avvenne a metà Settecento e a metà Ottocento: vi fu allora l’avvio della grande campagna di restauri che interessò molte chiese francesi a opera dell’architetto Eugène Viollet-le-Duc.
L’incendio della Cattedrale di Notre-Dame a Parigi ha fatto riscoprire a tanti europei, se pur con un vago sentimento di unità, un’Europa costituita da cittadini che partecipano agli eventi drammatici che richiamano la loro storia, ma che le Istituzioni europee hanno certamente reso incerta con scelte divisive sulle proprie radici cristiane.

Da questo grave colpo alla cultura di un’Europa che proprio in quei secoli del Medioevo stava acquisendo forma, nel mondo storico-artistico si è attivato immediatamente il dibattito fra celebri architetti di tutto il mondo – come il belga Wim Delvoye, Massimiliano e Doriana Fuksas Norman, Norman Foster e tanti altri – sul come ricostruire, con progetti anche bizzarri e restauratori, sul concetto di restauro da applicare per recuperare la funzionalità della Cattedrale, ma che al momento viene limitato alla guglia e al tetto: si rifarà in vetro, in acciaio, in legno? La riconoscibilità dell’offesa portata dal fuoco nel terzo millennio dovrà essere evidenziata per i pellegrini dei prossimi secoli oppure sarà un falso restauro stilistico contemporaneo, ripristinando esattamente ciò che è andato perduto?
La cattedrale parigina non è nuova al confronto critico verso “l’autenticità” negli interventi di recupero. Come si diceva, nella metà dell’Ottocento l’Architetto Eugène Viollet-le-Duc intervenne radicalmente in cattedrale: chiamò insieme ad altri artisti/artigiani i più importanti vetraisti francesi come Lusson e Maillot per riprodurre alla maniera duecentesca le vetrate istoriate legate al piombo, mancanti o degradate dal tempo con un contrastato risultato.
Quindi dopo questo drammatico incendio si andrà verso il concetto della reversibilità e della riconoscibilità dell’intervento di recupero sulle vetrate o verso un restauro stilistico-storico?
Le fiamme che uscivano con violenza alcuni giorni fa dai grandi rosoni istoriati e dalle ampie finestrature lanceolate, con quel carico di tesori dipinti su vetro che quasi novecento anni fa furono installate sulle grandi bucature in parete, sono un monito, non senza preoccupazione, affinchè questo confronto oggi aperto non dia luogo ad un ‘falso d’autore’ che accontenta i turisti ma che svilisce le opere d’arte.

Il parco di Villa Reale come Versailles? No, più grande!

Dietro la bellissima Villa Reale, residenza sabauda situata a Monza, troviamo un imponente parco, che supera in grandezza quello della celebre Reggia di Versailles.
Un polmone verde che gli abitanti della città, e non solo, si godono appieno.
Lo stesso edificio, di stile neoclassico, è imponente. Nel corso della storia è divenuto palazzo reale con Napoleone e residenza estiva per volere dei Savoia.
Dal 1934 è di proprietà del Comune di Monza e Milano e non riversa più nello stato di abbandono in cui era stato lasciato a inizio ‘900; inoltre, i restauri terminati nel 2014, hanno permesso di eliminare gli strascichi di svariate occupazioni avvenute durante il conflitto.
Troviamo così, vicino alla capitale lombarda, un grande esempio di architettura che affascina e conquista, come le altre regge italiane ed europee.

La Cappella degli Scrovegni e l’incanto di Giotto

È a Padova, nella celebre Cappella degli Scrovegni, che il genio artistico di Giotto raggiunge il suo apice.
Le vicende narrate dall’artista avvolgono completamente lo spettatore che, in ammirazione, non fa altro che guardare in su.
I colori, in alcune zone, sono ancora fortemente pigmentati: come nel caso del blu del cielo stellato, rappresentato sulla volta dell’edificio. Per preservare il lavoro dell’artista, risalente al ‘300, le visite guidate alla Cappella devono essere prenotate, così da consentire l’accesso a gruppi di massimo 25 persone ed in fasce orarie prestabilite. Le visite inoltre, non possono durare più di quindici minuti, per non alterare il micro clima appositamente creato al suo interno.
La tecnologia, ancora una volta, incontra l’arte. Non nelle creazioni di un’artista contemporaneo ma nella volontà di continuare, per altrettanti secoli, ad ammirare quanto creato dai più grandi maestri.

Il palazzo impacchettato…

di Francesca Ambrosecchia

Ecco il Palazzo Massari e l’impalcatura che lo circonda.
Situato in Corso Porta Mare a Ferrara è uno dei tanti palazzi storici e monumentali danneggiati dal terremoto che ha colpito la città nel maggio 2012. Il Palazzo e la Palazzina Cavalieri di Malta che lo affianca sono stati costruiti in epoche diverse ma vengono considerati un blocco unitario, come in questo progetto.
Uno dei tanti interventi che il Comune di Ferrara ha elaborato in questi anni nel settore delle opere pubbliche e della mobilità per restaurare e migliorare i beni monumentali della nostra città.
I due palazzi fanno parte del Polo Museale di Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, insieme al Palazzo dei Diamanti, al Palazzo Prosperi Sacrati e al Palazzo Bevilacqua. Il complesso in questione, subito dopo il sisma è stato svuotato di tutte le opere d’arte al suo interno poiché dichiarato inagibile. Il progetto, i cui lavori sono attualmente in corso e la cui fine è prevista per marzo 2018, prevede un generale miglioramento sismico dello stabile a livello architettonico, non trattandosi solo di un mero restauro. Gli elementi decorativi saranno restaurati con l’utilizzo di cotto, pietra e stucchi, con la scelta di utilizzare le colorazioni originali.

L’APPELLO
Salviamo dall’oblio ‘Giovinezza, giovinezza’ e la Ferrara di quegli anni

di Paolo Veronesi*

Sono trascorsi quasi cinquant’anni e nessuno, a Ferrara, ne parla più. Molti ricordano – ed è un bene – ‘La lunga notte del ‘43’ e ‘Amore amaro’: bellissimi film girati dal concittadino Florestano Vancini nel 1960 e nel 1974. E così pure ‘Il giardino dei Finzi Contini’ (1970), pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Giorgio Bassani – il quale tuttavia rifiutò di firmare la sceneggiatura – che regalò a Vittorio De Sica l’Orso d’Oro al Festival di Berlino nel 1971, oltre che l’Oscar come miglior film straniero nel 1972. Quando va davvero bene, ma occorre fortuna, qualcuno rammenta inoltre che a Ferrara e dintorni sono stati girati squarci di due film sicuramente fondamentali per la storia del cinema, ‘Cronaca di un amore’ (1950) e ‘Il grido’ (1957), entrambi diretti da un altro concittadino divenuto giustamente e universalmente famoso: quel Michelangelo Antonioni che è persino riduttivo qualificare solo un regista e che – spero di sbagliare – molti stanno lentamente regalando all’oblio. Potrei continuare a lungo, ma gli elenchi mi annoiano: ho l’impressione che siano spesso snocciolati da chi ha poche idee.

La locandina di Giovinezza giovinezza

Di certo pochissimi ricordano invece che a Ferrara, nel 1969, si girò un altro film di pregio: si tratta di ‘Giovinezza, giovinezza’, tratto dall’omonimo romanzo di Luigi Preti, uscito nel 1964 e poi tradotto in decine di lingue. E anche se nel libro l’autore trasfigurava la nostra città in una misteriosa Padusa, era peraltro chiarissimo che in esso si narravano vicende ferraresi. A firmare il film era Franco Rossi, assai noto in quegli anni per aver diretto ‘Odissea’, lo sceneggiato messo in onda dalla Rai nel 1968 con enorme successo di pubblico. Chi può mai dimenticare il terrificante Polifemo, realizzato da Mario Bava? Dietro la macchina da presa dipingeva la bellissima fotografia in bianco e nero del film ferrarese un ancor giovane Vittorio Storaro, il quale avrebbe vinto poi ben tre premi Oscar e contributo alla riuscita di alcuni lavori davvero preziosi, ne ricordo solo uno, il mio preferito: ‘Il conformista’ di Bernardo Bertolucci.
Tutte le pellicole che ho sopra menzionato sono state – fortunatamente – riversate in videocassetta (al tempo dei videoregistratori) poi in dvd (nell’era dei lettori); talvolta capita addirittura di scovarne qualcuna nella programmazione sempre più asfittica di Sky. Per ‘Giovinezza, giovinezza’ niente di tutto ciò. Il film è scomparso e la celluloide che lo componeva si è come metaforicamente sfarinata.

Molto ci sarebbe invece da dire su questo film, sul libro dal quale è stato tratto – pur discostandosene, se ben ricordo, in più d’un accento – e sull’autore di quest’ultimo: quel Luigi Preti, politico socialdemocratico ferrarese, membro dell’Assemblea Costituente e poi più volte consigliere comunale, oltre che deputato e ministro della Repubblica. Personalmente ho potuto assaporare la pellicola una sola volta, tanti decenni fa, nel corso di una rassegna organizzata da Paolo Micalizzi presso l’allora cinema Embassy, gestito dall’appassionato Antonio Azzalli. Poi il buio.
Eppure quel bianco e nero è ancora impresso sulla mia retina di (allora) troppo giovane cinefilo, così come taluni coraggiosi tagli d’inquadratura – indimenticabili quelli a perpendicolo del bugnato di Palazzo dei Diamanti o dell’ingresso della Sala Estense – l’inconfondibile sagoma liberty di Villa Melchiorri su Viale Cavour, utilizzata come abitazione di un protagonista (per gli interni pare che sia stata però utilizzata anche l’ex casa Quilici, di fronte all’Hotel Astra), o i set presso la Caserma di via Cisterna del Follo allora in pieno funzionamento o lungo la via Ripagrande. Ricordo una nebbia fumosa, all’epoca assai presente negli inverni cittadini, filmata con un’abilità tale da renderla materialmente e olfattivamente percepibile. E poi la storia, per nulla banale: un gruppo di studenti universitari, amici inseparabili, che per vie diverse raggiunge, nell’arco di un decennio, la progressiva consapevolezza del marciume e dei disastri provocati del fascismo, talvolta transitando dall’esaltazione inconsapevole del nuovo solo perché tale alla lotta nella Resistenza. Ricordo lo struggente finale che mi guardo bene dal raccontare. E rivedo, in un’eterna angolazione dal basso (ero un bambino), la troupe per le vie cittadine, riavvertendo lo sconcerto che colpì molti nostri conterranei allorché appresero che a interpretare uno dei protagonisti ferraresi era stato chiamato un attore parigino di bell’aspetto: quell’Alan Noury che sarebbe poi comparso anche nello scandaloso ‘Histoire d’O’ del 1975. Come dimenticare poi Olimpia Carlisi, divenuta famosa per aver presentato l’edizione del Festival di Sanremo del 1980 con Roberto Benigni, ma io preferisco rammentare le sue numerosissime interpretazioni cinematografiche per la regia di autori di gran classe: Giuseppe Bertolucci, Sergio Citti, Andrè Techine, Peter Del Monte, Rossellini, Ettore Scola, Fellini e chi più ne ha più ne metta.
Una curiosità: tra gli interpreti di ‘Giovinezza’ figura un tal Leonard Manzella che, con il nome d’arte di Leonard Mann, sarà qualche anno più tardi il protagonista maschile del già citato ‘Amore Amaro’ di Vancini, accanto a un’irresistibile Lisa Gastoni. E molti furono i ferraresi coinvolti nella lavorazione. Pensate solo a Beppe Faggioli o a Colomba Ghiglia, il cui nome figura in bella vista in tutte le schede del film e che (mi dicono) abbia abbandonato Ferrara già da qualche tempo, dopo aver gestito per tanti anni quell’indimenticabile ristorantino d’altri tempi che prendeva il suo nome in vicolo mozzo delle Agucchie.

La proposta è questa: perché non avviare una raccolta di fondi – crowdfunding si usa dire adesso – per restaurare questo film nell’approssimarsi dei suoi splendidi cinquant’anni? Presso la Cineteca Nazionale di Roma dovrebbe esserne conservata almeno una copia e, dunque, non pare impossibile rintracciare la ‘pizza’ da affidare poi agli esperti della Cineteca di Bologna. Potrebbe essere un modo per rivedere una città che non c’è più e respirarne l’aroma, oltre che l’occasione per recuperare un bel frammento di storia del cinema: chi l’ha detto che solo i capolavori hanno il diritto di vivere?
E, comunque, non mi va giù che ‘Giovinezza, giovinezza’ possa finire in polvere: se quest’esigenza sarà condivisa anche da altri e qualcuno potrà farsi carico di gestire la cosa (l’assessore Maisto, sempre molto sensibile su questi temi? Oppure l’Arci, che tanto ha dato alla programmazione cinematografica ferrarese?) l’obiettivo potrebbe essere a portata di mano. Altrimenti: scusate il disturbo.

*Docente di diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Ferrara (vrp@unife.it)

“Tutti a casa”, i 100 anni di Luigi Comencini

“Tutti a casa”, il film del 1960 diretto da Luigi Comencini, è stato presentato in versione restaurata la sera precedente l’inaugurazione della 73ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, per celebrare il centenario della nascita del regista.
L’opera ritorna in una sala cinematografica grazie al restauro in 4K realizzato a cura di Filmauro e CSC – Cineteca Nazionale di Roma, partendo dai negativi originali. Le lavorazioni digitali sono state eseguite nel laboratorio Cinecittà Digital Factory, mentre il ritorno in pellicola 35mm presso gli studi Augustus Color di Roma.

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Una scena tratta da “Tutti a casa”

Il film, oltre alla proiezione speciale, era inserito nella sezione “Venezia Classici”, curata da Alberto Barbera con la collaborazione di Stefano Francia di Celle, che dal 2012 presenta alla Mostra una selezione dei migliori restauri di film classici realizzati nel corso dell’ultimo anno da cineteche, istituzioni culturali e produzioni di tutto il mondo. Oltre a “Tutti a casa”, durante il Festival sono stati proiettati altri 19 film, tra cui: “The Brat” (La trovatella) di John Ford, “Dawn of the Dead” – European cut (Zombi) di George A. Romero, “Manhattan” di Woody Allen, “Pretty Poison” (Dolce veleno) di Noel Black e “Twentieth Century” (XX secolo) di Howard Hawks.
“Tutti a casa”, considerato tra le migliori opere di Comencini, si aggiudicò il premio speciale della giuria al Festival di Mosca 1961, un Nastro d’argento e due David di Donatello, assegnati ad Alberto Sordi e al produttore Dino De Laurentiis. Nel cast, oltre a Sordi, figurano Eduardo de Filippo, Serge Reggiani e Carla Gravina, la sceneggiatura porta la firma di Comencini, Age & Scarpelli.

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Luigi Comencini

Luigi Comencini, cui la Biennale di Venezia ha attribuito nel 1987 il Leone d’oro alla carriera, è considerato uno dei grandi maestri della commedia all’italiana, nonché “il regista dei bambini”. Il primo filmato sul tema dell’infanzia fu “Bambini in città” del 1946, un corto premiato a Venezia con il Nastro d’argento, seguì “Proibito rubare” (1948), ambientato tra gli scugnizzi di Napoli. Gli altri film con protagonisti i bambini furono “La finestra sul Luna Park” (1957), “Incompreso” (1966, in concorso a Cannes e premiato col David di Donatello), “Le avventure di Pinocchio” (1971 – prodotto dalla RAI), “Voltati Eugenio” (1980, presentato a Venezia), “Cuore” (194), “Un ragazzo di Calabria” (1987, in concorso a Venezia), “Marcellino pane e vino” (1991).
“Tutti a casa” è uno dei capolavori del genere commedia all’italiana, dove convivono aspetti diametralmente opposti quali comico e drammatico, reale e grottesco, coraggio e paura. La storia racconta uno dei periodi più controversi dell’Italia, seguiti all’8 settembre del 1943, dopo l’armistizio con gli alleati firmato dal Maresciallo Badoglio, quando i soldati italiani furono abbandonati a loro stessi. Il film uscì nelle sale in pieno boom economico e fu premiato ai botteghini con un incasso record per quei tempi, le ferite della guerra erano ancora aperte e i temi trattati dall’opera di Comencini tutt’altro che dimenticati. L’impostazione “on the road” favorì l’aspetto realistico della narrazione, mostrando un’Italia disastrata, ancora visibile nelle campagne livornesi dove furono girate le riprese. La sceneggiatura fu resa credibile dalle esperienze di Age & Scarpelli, che vissero in prima persona, dopo l’8 settembre, i fatti narrati nel film. I due autori seppero fondere aspetti drammatici con momenti paradossali, come nella scena in cui Alberto Sordi, al telefono sotto il tiro dell’esercito tedesco, dice ai superiori: “Signor colonnello, sono il tenente Innocenzi, è successa una cosa straordinaria, i tedeschi si sono alleati con gli americani”.
Alberto Innocenzi, ligio al dovere, attende ordini e cerca un comando cui presentarsi ma il suo reggimento si sfalda e i soldati, stanchi della guerra, tornano a casa dalle proprie famiglie. Con il geniere Ceccarelli (Serge Reggiani), il sergente Fornaciari e il soldato Codegato, anche Innocenzi inizia il difficile ritorno a casa, abbandonando progressivamente il linguaggio e l’atteggiamento militaresco per adeguarsi alla nuova realtà. I soldati italiani, oramai in abiti civili, incontrano un gruppo di partigiani, ma non vi si uniscono, poi assistono senza fare nulla alla cattura di una ragazza ebrea da parte dei tedeschi. Il personaggio interpretato da Sordi giunge a casa dove trova il padre che vuole farlo aderire alla Repubblica Sociale Italiana ma Innocenzi non accetta e prosegue con Ceccarelli il viaggio verso sud.
Arrivati vicino a Napoli i due sbandati sono catturati dai fascisti che li consegnano ai tedeschi, costringendoli a lavorare tra le macerie di Napoli per l’Organizzazione Todt. Cercano di fuggire, ma Ceccarelli è ucciso a pochi metri dalla sua casa che ha rivisto da lontano sulla via dei lavori forzati. La morte del compagno di disavventura spinge il tenente a reagire e a unirsi alla lotta per la liberazione.
I ruoli di Alberto Sordi ed Eduardo De Filippo, che nel film interpretano rispettivamente figlio e padre, furono inizialmente pensati per Vittorio Gassman e Totò.

In mostra a Venezia i lampadari restaurati di Sant’Agostino

Il Consorzio Promovetro Murano è il motore di Una luce per l’Emilia Romagna, una straordinaria operazione culturale che combina solidarietà e salvaguardia artistica, a sostegno del patrimonio dell’Emilia Romagna, ferito dal terremoto del 2012.
Il Consorzio ha infatti accolto l’invito del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, tramite la Soprintendenza belle arti e paesaggio per le province di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Ferrara, di recuperare e restaurare alcuni capolavori in vetro colpiti dal sisma, come i lampadari che si trovavano all’interno del palazzo che ospitava gli uffici e la sala consiliare del Comune di Sant’Agostino, in provincia di Ferrara.
Il risultato dell’intervento è una mostra inaugurata il 23 gennaio scorso e che si protrarrà fino al 28 febbraio 2016, al Museo del Vetro di Murano, in collaborazione con Mibact, Fondazione Musei Civici di Venezia e Comune di Sant’Agostino, col patrocinio di Regione del Veneto, Regione Emilia Romagna, Provincia di Venezia, Provincia di Ferrara, Comune di Venezia, Fai, Università degli Studi di Venezia Ca’ Foscari, ed il sostegno della Camera di Commercio di Venezia Rovigo Delta Lagunare.

L’esposizione, che si pregia di un allestimento curato dal Teatro La Fenice, ruoterà attorno all’imponente lampadario in cristallo-ambra oro di quasi 5 metri di altezza per 4 piani, con una circonferenza di circa 3 metri, realizzato alla metà degli anni venti del Novecento, il cui stile ricalcava la grande tradizione veneziana del Settecento di lampadari monumentali, sui modelli di quelli conservati al Museo di Palazzo Mocenigo o a Ca’ Rezzonico – Museo del Settecento Veneziano.
Inizialmente pensato per illuminare la Sala dei Giochi del Castello Estense di Ferrara, questo enorme manufatto fu trasferito, alla fine del 1933, nella grande sala della residenza comunale di Sant’Agostino, spesso utilizzata, da metà dell’Ottocento fino al secondo dopoguerra, come salone delle feste.

Nell’arco di questi 3 anni il progetto Una luce per l’Emilia Romagna si è sviluppato in più momenti, dapprima, per recuperare i 4 lampadari in vetro di Murano dal palazzo comunale di Sant’Agostino, poi demolito per i gravi problemi strutturali dell’edificio, successivamente per contattare i tecnici ed esperti vetrai per studiare le modalità d’intervento e soprattutto per coordinare il lavoro delle aziende del Consorzio specializzate in illuminazione e specchi, per procedere al restauro.

Dal comunicato stampa.

Vita di contrada
Sagre, giochi, eventi: San Paolo alla prova del fuoco

Il Chiostro di San Paolo offre un rifugio confortevole, protegge dalla pioggia scrosciante e le risate che provengono dall’interno invitano ad entrare. I lavori in corso rendono la sede poco agibile, in tutte le sale si nota l’opera di restauro, ma questo non ha impedito ai contradaioli di riunirsi. Le sarte sono all’opera, chiacchierano tra di loro misurando coroncine da dama e abbinando i colori delle stoffe, gli sbandieratori provano le coreografie e anche chi non si esercita è lì, scherzando con gli amici che si allenano.

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Spettacolo con le torce

Per Giulia e Michela è una serata speciale, sarà la prima volta che proveranno un esercizio con le torce accese. “Questo è il primo allenamento – mi racconta Andrea, nel gruppo fuoco da anni – e servirà a capire se fa per loro o se hanno paura del fuoco. Se si alleneranno e vorranno continuare, potranno fare la prima uscita subito dopo il Palio”. E’ la loro prima prova di quel genere, ma le due ragazze sono già attive in contrada da tanto. Giulia è cresciuta a San Paolo, è stata figurante, ha suonato il tamburo ed ora suona la chiarina, fa parte del gruppo di danza rinascimentale e ha deciso di imparare a giocare col fuoco. “Ho sfilato per la prima volta nella pancia di mia madre: a maggio lei è stata una figurante con il pancione e a luglio sono nata io, che ho avuto il mio primo vestito d’epoca a soli due anni. Mi piace provare tutto quello che offre la contrada, durante le gare spesso musici e giocoleria di fuoco partecipano insieme, quindi in quel caso dovrei scegliere, ma questo non significa che non posso imparare”.

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Cena propiziatoria prima del palio

Michela, invece, è entrata a far parte della contrada sei anni fa, nel 2009, spinta da amici di famiglia che da anni la invitavano a provare. “Quando ero piccola avrei potuto fare solo la figurante, ma sono troppo maschiaccio per queste cose. Ho deciso di provare a far parte del gruppo dei musici, suonando il tamburo, e ho scoperto che non solo mi piaceva suonare, ma anche l’atmosfera del gruppo, il divertimento e l’aria di sfida che si respira durante le gare. Prima di iscrivermi a San Paolo praticavo hip hop a livello agonistico, mi allenavo molto e mi portava via tanto tempo. Mi sono trovata costretta a scegliere tra le due cose, ho scelto la contrada”.

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Contradaioli esultanti davanti al Duomo per la vittoria del Palio dei cavalli 2014

Le ragazze tornano ad allenarsi, seguite da Simone che, negli anni, ha svolto il compito del ‘pifferaio magico‘, attirando i ragazzi nel mondo della contrada. Me lo racconta indicandomi i ragazzi presenti, l’ultimo è tra loro da due anni e decise di provare dopo aver visto uno spettacolo di fuoco. “Si pensa che chi fa parte di una contrada sia confinato tra le mura della sede e i luoghi del Palio – dice Andrea – e questo scoraggia molti, ma io per esempio, proprio grazie alle mie attività a San Paolo, ho avuto la possibilità di viaggiare molto. Sono stato, insieme ad altri del gruppo, in altre città italiane, come a Reggio Calabria, a Salerno o a Lecce, ma anche all’estero, a Frejus e a Parigi, a Londra, Monaco, Garmisch e Capodistria”.

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Fantino e cavallo vittoriosi

Gli eventi organizzati dal rione San Paolo al di fuori della contrada sono di tutti i tipi, allestiscono il chiostro per la Sagra degli arrosticini, che dura per quattro week end a partire da fine giugno, sono presenti durante i Buskers e divertono i bambini con il villaggio di Babbo Natale durante il periodo delle feste. “Dal primo di dicembre alla befana, in piazza del Municipio, tutti i bambini possono venirci a trovare nelle casette in legno che montiamo e addobbiamo per l’occasione. Con noi possono scrivere le letterine a Babbo Natale da appendere all’albero e farsi una foto con la slitta. Quando la fine delle vacanze natalizie si avvicina, prepariamo uno spettacolo per l’Epifania e bruciamo la befana: noi del gruppo fuoco creiamo il fantoccio della befana e come sputafuoco la incendiamo”.

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Battesimo di contrada, aprile 2014

Accanto al simbolo della contrada, l’Aquila Estense sulla ruota rossa della Fortuna, su uno sfondo bianco e nero, appare Daniele Bregola, ormai in pensione ma sempre presente. Dopo avermi parlato delle attività di contrada, dei cambiamenti nel corso degli anni e dell’ultima vittoria del Palio dei cavalli (avvenuta lo scorso anno dopo ventisette anni), mi racconta, ridacchiando insieme agli altri contradaioli presenti, della Vestizione dell’Ariosto: “Dal 1987 la nostra contrada ha una tradizione. Il sabato prima del Palio, durante la notte, tutti insieme, un po’ alticci, ci rechiamo in piazza Ariostea e, armati di palloncini ad elio, vestiamo la statua dell’Ariosto con i nostri colori, il bianco e il nero. Il primo anno, a dire il vero, non avevamo i palloncini ma delle canne da pesca, lanciammo il filo e uno di noi corse intorno alla piazza per creare un cappio e innalzare la nostra bandiera. E fu un momento particolare, perché la domenica seguente era prevista la messa di Papa Giovanni Paolo II, proprio in piazza Ariostea! Con gli anni le altre contrade hanno trovato molti modi per farcela pagare: un anno, dopo aver innalzato con destrezza i nostri colori, ci girammo e ci trovammo circondati da tutte le altre sette contrade, pronte a colpirci con dei palloncini d’acqua. Ce lo siamo meritati, ma è stato molto divertente”. Gli scherzi tra contrade sono tanti ed ogni anno sempre più fantasiosi, in contrada ne ricordano un paio ai danni di San Giacomo, riguardo una porta murata durante la serata del Giuramento e un carico di letame depositato in sede. “Un anno – dice Simone sogghignando – ho trovato davanti alla porta della sede di San Paolo un sanitario inchiodato, pieno fino all’orlo! Decisamente disgustoso, ma originale. Un’altra goliardia tra contrade, a cui noi non partecipiamo, è il furto delle bandiere, che durante il periodo del Palio i contradaioli appendono per tutto il loro territorio”.

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Fantino e contradaioli di San Paolo affacciati al davanzale della sala dell’Arengo, per la vittoria del Palio dei cavalli nel 2014

Ridono e scherzano, ormai il tempo degli allenamenti è finito ed è quasi ora di rientrare. Andrea mi mostra lo spazio degli sbandieratori, in cui sono appoggiate anche alcune scenografie.
“Il bello, oltre alla compagnia e alla tradizione, è il poter imparare a fare, costruire, dipingere inventare. Chiunque volesse unirsi ad una contrada ma non avesse tanto tempo da dedicarle, potrebbe fare anche questo genere di attività. Quello di cui sono certo è che non si può continuare a criticare le contrade senza conoscerle, quindi sono dell’idea che si debba provare per credere: se quello che raccontiamo non basta, invitiamo tutti a vivere la contrada per qualche tempo e sono certo che molti cambierebbero idea”.

Mecenate mecenate…

Visionario e/o mecenate? Anche in Italia si può, alla fine… e per ottenere risultati, in questo nostro Paese allo sbando, bisogna essere un po’ visionari…
E noi siamo contenti, ci congratuliamo con chi ha saputo esserlo. Non ci interessano le motivazioni, poco importa che il governo abbia ottenuto la fiducia in Senato sul decreto cultura e che il provvedimento, già approvato alla Camera, sia oggi legge e includa misure come l’“art bonus”, un credito d’imposta del 65 per cento per le donazioni dei mecenati. Anzi, ce ne felicitiamo. Se questo era il motore, la chiave giusta di svolta, ben venga. Soddisfatti, poi, che a capirlo sia stato un ferrarese. Di colpo (e finalmente) si abbattono due barriere che, per troppo tempo, hanno monopolizzato il dibattito (sterile) italiano: quella del rapporto tra pubblico e privato, e quella della separazione tra tutela e valorizzazione. Felicitazioni, dunque!
Non si può fare un torto a un privato e “giudicarlo” se vuole recuperare parte di quanto investe per la cultura. L’importante è che lo faccia, visto che le nostre istituzioni, ormai, non hanno mezzi, forza e soprattutto vera volontà di farlo. La bellezza ci salverà…

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Diego Della Valle, patron della Tod’s e sponsor del restauro

Certo, perché, dopo mille polemiche, si è conclusa, il 29 luglio, la prima fase del restauro finanziato da Tod’s. Tornano a splendere le arcate del Colosseo, tornano alla loro bellezza originaria i primi cinque archi dell’Anfiteatro Flavio, simbolo di Roma nel mondo. Diego Della Valle, patron della Tod’s e sponsor del restauro.
Un mecenate, degno erede del primo Gaio Clinio Mecenate, cavaliere romano influente consigliere di Ottaviano Augusto, e di Lorenzo de’ Medici, munifici protettori e benefattori di poeti e artisti.

L’ambizioso progetto di far tornare il Colosseo a com’era nell’80 d.C. (quando fu inaugurato dall’Imperatore Tito) raggiunge un primo traguardo ma il completamento dell’opera, finanziato con ben 25 milioni di euro, è previsto per il 2016.
Lo splendido e amato monumento, oggi, torna a risplendere con quelli che furono, secoli fa, i suoi bellissimi colori naturali: giallo, ocra, miele e avorio.
Per rimuovere i depositi e le croste nere di smog e altri detriti sedimentati negli anni, i restauratori hanno utilizzato procedure ad hoc per non intaccare il materiale lapideo: acqua nebulizzata a temperatura ambiente, senza aggiunta di solventi. Gli operai nei giorni scorsi avevano smantellato le impalcature, restituendo ai romani e soprattutto ai turisti una porzione completamente restaurata delle arcate.
Al restauro hanno contribuito le migliori professionalità del nostro Paese, dagli archeologi agli architetti, dagli ingegneri ai restauratori, fino agli operai specializzati.
Commentando l’avanzamento dei lavori, Della Valle ha affermato che “l’operazione Colosseo abbia aperto una strada che ha permesso, anche sotto una sfaccettatura legale, di leggere ciò che si può fare. Tutti quelli che vogliono investire per sostenere il grande patrimonio culturale possono farlo con più ‘facilita’ e hanno meno alibi per non farlo”. L’imprenditore si è, poi, augurato che “che molti altri imprenditori si attivino per i monumenti messi a posto. Mi farò carico di chiamare amici imprenditori per destinare parte dei loro utili a queste cose”.
Pecunia non olet, quindi, lasciatemelo dire, e qui ancora meno…

IL PROGETTO DI RESTAURO
Il progetto, presentato al Ministero per i Beni e le Attività Culturali nel 2011, prevede il restauro del prospetto settentrionale e meridionale del monumento, compresa la realizzazione di nuove cancellate al primo ordine; il restauro dei sotterranei (ipogei) e degli ambulacri; l’integrazione degli impianti; la realizzazione di un centro servizi che consenta di portare in esterno le attività di supporto alla visita, che sono attualmente all’interno del monumento. Recentemente, Della Valle ha anche annunciato che l’associazione no-profit “amici del Colosseo” è costituita e inizierà a funzionare dai primi di settembre». Si sta individuando il luogo adatto per posizionare il centro di accoglienza che servirà alle persone anziane, ai disabili e a chi vuole informazioni sul monumento.

Dallo scarto al riciclo creativo

“Se tutti noi facessimo le cose che siamo realmente capaci di fare, stupiremo completamente noi stessi”. Con questa frase dell’inventore Thomas Edison, Alessandra Bosca, artigiana del restauro e della creatività come ama definirsi, ci regala una sorta di magico biglietto da visita.
E’ lei la protagonista di questa intervista e l’autrice del blog “Il riciclo di Alessandra” [leggi] dove ci guida alla scoperta di riciclo creativo, restyling dei mobili e restauro. Il suo pane quotidiano, insomma, masticato con la forza delle mani, la tenacia dell’intelligenza e i battiti del cuore.

Alessandra, sul tuo blog ti definisci un’artigiana del restauro e della creatività. Da dove è iniziata l’avventura?
Io nasco professionalmente come restauratrice. Già al liceo avevo questo pallino e, così, ho iniziato a frequentare un corso di restauro dei mobili e poi, puntando all’eccellenza, ho deciso di fare il concorso per entrare nell’Istituto superiore per la conservazione e il restauro di Roma. Ho vinto il concorso e per venti anni ho svolto questo mestiere, avendo la fortuna di lavorare al restauro di opere di grandi autori come il Guercino o il Pinturicchio. Nel tempo però ho cominciato a notare che la professione del restauratore si stava impoverendo, spesso mi capitava di dover svolgere lavori meno stimolanti e più faticosi. Non nascondo che ho attraversato un momento di crisi, sono entrata in una specie di tunnel, non sapevo più chi fossi e cosa volessi fare realmente. Poi, essendo una persona molto pratica, ho deciso di fare tesoro di quanto avevo appreso alla scuola di alta formazione e quasi per curare me stessa, per uscire dallo sconforto, ho iniziato a lavorare con materiali diversi, a costruire oggetti e a raccogliere tutto quello che avevo realizzato in venti anni di lavoro. Piano piano, sono riuscita anche a costruire il mio blog da sola, ho scoperto di riuscire ad esprimere le mie emozioni e contemporaneamente a fare dei lavori, nello stesso tempo affetti e oggetti riprendevano vita sotto le mie mani.

 

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Alessandra Bosca

Come è nato il tuo interesse per il restyling e il recupero dei mobili?
Il gusto per il restyling è nato da una passione che ho sempre avuto: trasformare gli oggetti per farli diventare belli. Ho cominciato a lavorare con mobili anonimi di legno, abbandonati e senza vita, e ho scoperto che, divertendomi con pennelli, colori e altri ferri del mestiere, potevano cambiare aspetto e rivivere. Il mobile fa parte della storia di ognuno di noi, ha un legame affettivo con noi, e anche se non ti piace puoi trasformarlo, rinnovarlo e farlo diventare bello. Poi, ovviamente, ho frequentato corsi di marketing e di imprenditoria e ho, quindi, cercato una via per differenziarmi sul mercato.

E la passione per il riciclo creativo da dove arriva?
Il riciclo creativo mi ha conquistato perché è troppo curioso e divertente. L’aspetto che ho trovato più affascinante e stimolante è che con il riciclo creativo si cambia il punto di vista delle cose e delle situazioni. L’incontro con questa nuova attività ha coinciso con un momento particolare della mia vita, è come se proprio quando mi stavo trasformando in un’altra persona, quando stavo cambiando la mia vita, professionale e privata, avessi trovato una concretizzazione pratica della mia trasformazione. Mi trasformavo io, così come un vecchio lampadario si trasformava in un vaso portafiori a sospensione, o la testiera del letto in un dondolo. E questo mi ha incoraggiato nel percorso. Poi è diventata una passione, da cui non posso più liberarmi.

Che materiali usi?
Uso quello che mi capita, quello che trovo al momento o in base all’ispirazione. Cestelli di lavatrice da trasformare in contenitori luminosi, ad esempio, e tante altre risorse che ho imparato a selezionare per non rischiare di diventare una sorta di discarica… Ultimamente, mi sono fatta conquistare dalla plastica, dalle bottiglie di plastica in particolare, perché è un materiale economico che ti offre tantissime possibilità di lavorazione ed è facile reperirlo. Trasformare la plastica mi dà anche una soddisfazione ecologica, è bello vedere che le persone sono felici di darmi bottiglie che, altrimenti, andrebbero perse, contribuendo ad inquinare l’ambiente. Con questo materiale realizzo soprattutto collane, gioielli e lampadari, scateno la mia creatività e quella del committente. E’ questo trovo sia il quid in più del riciclo creativo, rispetto al lavoro di mera esecuzione del restauratore.

Che senso ha oggi per te “costruire bellezza”?
Per me far rivivere un oggetto, renderlo bello, è come dare una visione positiva delle situazioni della vita. E’ come ricordare che non bisogna mai scoraggiarsi, che il cambiamento è importante ed è anche una bella sfida da affrontare. Una sfida che a me sembra di cogliere ogni volta che trasformo un mobile in disuso, che può apparire inutile, brutto, in un’opera unica, che rinasce e rivive. Il riciclo creativo è questo: creare qualcosa di unico, irripetibile, che, in qualche modo, esprime la tua essenza. Meglio se tutto questo contribuisce anche al rispetto dell’ambiente, anche se io, più che una paladina, in questo mi sento solo una delle tante persone che piano piano hanno iniziato un percorso verso una maggiore coscienza.

Alessandra sta per aprire il suo laboratorio, dove tutto sarà realizzato solo con materiale riciclato, in un quartiere storico di Roma, il Pigneto.

A lezione in un grande giardino

Il giardino di Villa Pisani a Stra (Venezia) è un esempio classico di giardino storico. Possiamo considerarlo come il completamento naturale di un ricco palazzo che ai nostri occhi può apparire sproporzionato al suo contesto, se non si considera il fatto che la riviera del Brenta, tra XVII e XVIII secolo, era il proseguimento del Canal Grande e le famiglie veneziane importanti facevano il possibile per avere delle residenze prestigiose su queste vie d’acqua. Su questa scia, nel primo decennio del 1700, i fratelli Pisani, commissionarono a Girolamo Frigimelica la costruzione di un palazzo con un giardino degno delle corti europee. Entrando nel palazzo, si attraversa l’androne monumentale che inquadra la vista del giardino: una splendida prospettiva chiusa dall’elegante facciata delle scuderie. Lo stampo tardo seicentesco è leggibile nella geometria e nei percorsi principali, che sembrano partire da punti casuali dell’area centrale, ma che all’origine, avevano una corrispondenza nelle tessiture delle aiuole di gusto francese. I sentieri disegnavano una rete di percorsi verso statue e architetture creando sorprese e interesse. Al posto delle aiuole fiorite, abbiamo un grande prato al cui centro si trova una vasca d’acqua di forme classiche, costruita solo un secolo fa dall’Istituto per le ricerche idrotecniche, per fare delle simulazioni nautiche con modellini di navi.
La famiglia Pisani vendette il palazzo ai Francesi, e Napoleone lo regalò al figlio di Giuseppina, Eugenio Beauharnais, che vi abitò per lunghi periodi tra il 1807 e il 1814. Beauharnais lasciò il segno, sostituendo le alte siepi di carpini che fiancheggiavano l’area centrale con viali alberati, e iniziò la costruzione del boschetto romantico vicino alle scuderie. La successiva dominazione austriaca (1814-1866) segnò il momento di massimo splendore del giardino, che venne arricchito con agrumi e piante esotiche secondo la moda del collezionismo botanico. Le forme delle piantagioni, gli arredi, le statue, le raffinate costruzioni che punteggiano il giardino, come l’esedra, le abitazioni dei giardinieri, la coffee-house, le serre, la vasca d’acqua e il famoso labirinto di bosso, creano un testo in cui la matrice diventa un capitolo di una sequenza di trasformazioni. La prima importante lezione che ci insegna un giardino “storico” è proprio questa: la sua storia è una successione di eventi che contribuiscono a creare un insieme vivo, che continua a vivere anche quando il racconto prosegue verso un epilogo triste. La decadenza del giardino cominciò nel momento in cui fu dichiarato monumento nazionale nel 1882. Frequentato saltuariamente dai Savoia e utilizzato per scopi scientifici, fu ripulito solo in occasione di una visita ufficiale di Hitler, perché Mussolini considerava i giardini all’italiana come uno dei gioielli di famiglia e non perdeva occasione per mostrarli e vantarsi della loro bellezza. Da quel momento, l’incuria ridusse questo luogo a una selva, fino agli anni ’80, in cui fu avviato un intelligente progetto di restauro curato dall’architetto Giuseppe Rallo della Sovrintendenza di Venezia. Questo restauro è considerato uno dei migliori realizzati in Italia negli ultimi decenni per due motivi, innanzitutto comprende la complessità del giardino cercando di rendere visibili tutti i passaggi della sua storia, ma soprattutto, considera prioritarie le esigenze del presente: pochi soldi per la manutenzione e grande afflusso di pubblico. Fino al 2007, il giardino poteva contare su fondi pubblici annuali che permettevano la presenza di tre giardinieri. I tagli recenti hanno tolto molto a quelle poche risorse, e lo stato del giardino ne risente, ma se non fossero state fatte delle scelte previdenti al momento del restauro, il degrado attuale sarebbe decisamente superiore. Per questo ho approfittato dei miei contatti con l’Università di architettura di Cesena (Bologna), per proporre una gita a Villa Pisani a un gruppo di studenti del secondo anno. Passeggiare nel giardino è stato un momento per fare una serie di riflessioni generali sul progetto del giardino, e non solo sulla lettura dei vari stili e della loro convivenza all’interno di un sito. La vita di un giardino comincia quando si spengono i riflettori: un bel disegno e la sistemazione delle piante non costano molto, quello che costa è il lavoro per mantenerli. Progettare in funzione della manutenzione, oggi non è un fattore secondario, anzi, costituisce la grande sfida di un buon progetto.

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