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Le suggestioni dell’abbandono: l’ex caserma di via Scandiana a Ferrara

Nell’ultima edizione di Riaperture è stato aperto uno dei luoghi (abbandonati) più misteriosi e affascinanti della città, l’ex caserma Pozzuolo del Friuli.
Sono rimasta affascinata da questo luogo, non più vivo ma carico di testimonianze. Ecco che non solo, seguiamo le storie, i pensieri, narrati nelle fotografie e nei percorsi allestiti, ma ci troviamo in un ambiente che racconta una quotidianità che, oggi, ci appare molto distante.
Stanza dopo stanza, intravedo quella che riconoscono esser stata la cucina, la zona bar, fino ad arrivare ad un biliardo impolverato. Scritte, legno e pareti scrostate. Un ambiente senza dubbio suggestivo.
Attraversando il giardino, per poi uscire su Via Scandiana, mi rendo conto che anche la celebre cavallerizza è aperta al pubblico. Un gigantesco capannone completamente vuoto. Così vuoto da fare impressione.
Qui, la visione del lavoro di Claudia Gori, “Le sentinelle”, è accompagnato da un suono continuo e stridente, qualcosa di elettronico e metallico al tempo stesso che rende l’ambiente ancora più atipico.

Gianni Berengo Gardin: il mio primo libro l’ho fatto a Ferrara

“La fotografia è documentazione del reale e deve essere verità”. Un’idea chiara, classica, che appartiene alla generazione di un fotografo nato nel 1930, ma che ha ancora una limpidezza schietta quella che Gianni Berengo Gardin esprime con un’energia indomita sul palco allestito nel cortile di Grisù, l’ex caserma dei vigili del fuoco dentro le mura di Ferrara. Berengo Gardin è stato ospite del festival di fotografia “Riaperture”, organizzato a Ferrara per la terza edizione per i fine settimana dal 29 marzo al 7 aprile 2019.

Gianni Berengo Gardin con Daniela Modonesi al festival di fotografia Riaperture 2019 (foto Luca Pasqualini)

“Il mio mito – racconta Berengo Gardin sollecitato dalle domande della giornalista Daniela Modonesi – era Ugo Mulas, e quando mi sono trasferito a Milano frequentavo il bar Jamaica per conoscere lui e gli altri fotografi. Una volta Mulas mi ha invitato nel suo studio e mentre mi mostrava le sue foto non facevo che dire ‘che belle’, ‘questa è bellissima’, ‘guarda questa che bella che è’. Alla terza volta che dico così, lui mi avverte ‘se dici ancora che bella, ti caccio via’. ‘Cosa devo dire allora?’, gli ho chiesto. E lui: ‘Che è buona. Una foto bella può essere ben composta, ma non dice niente. Una foto buona può essere anche tecnicamente imperfetta, può essere un po’ sfuocata , ma ti racconta qualcosa e a volte anche molto. Per lavorare e per vivere, io ho dovuto fare anche una quantità di belle fotografie. Anzi, all’inizio ho fatto di tutto, la puttana nel senso più completo: per il giornale fascista ‘Il Borghese’, per ‘Novella 2000’ con i bambini belli sulle spiagge italiane, per ‘Panorama’ andando a fotografare tre ristoranti al giorno, per i matrimoni. Dopo due anni, però, sono riuscito a incanalare la fotografia dove volevo io”.

“Grandi Navi” di Gianni Berengo Gardin in mostra a Ferrara 29 marzo-7 aprile 2019

Diretto e impietoso anche verso se stesso Berengo Gardin dichiara: “Di libri ne ho fatti 258 e tra questi, di buoni, ce ne sono una quarantina: sono quelli che illustrano anche alle generazioni future come vivevamo nel 2000. Una foto buona è quella che racconta il nostro mondo, la nostra vita”.

Pubblico all’incontro con Gianni Berengo Gardin a Ferrara (foto Riaperture photofestival 2019)

Legame con Ferrara. “A Ferrara sono particolarmente legato, perché è qui che è nato il primo dei 258 libri fotografici. Ero ancora un foto-amatore e Bruno Zevi che insegnava Architettura a Venezia mi ha chiesto di fare le foto delle architetture realizzate a Ferrara da Biagio Rossetti (‘Biagio Rossetti, un architetto ferrarese’, Einaudi, Torino, 1960, ndr). Prima avevo già preparato una serie di immagini scattate a Venezia per un libro che mi avevano rifiutato tutti gli otto editori italiani a cui lo avevo proposto. Perché era una Venezia poco veneziana, sotto la pioggia, avvolta nella bruma e con scorci poco turistici. Piacque a Mermood, un editore svizzero. Uscì nel giro di ventitré giorni (1965, Clairefontaine di Losanna, ndr), ed era un miracolo… erano gli anni Sessanta e ancora non si usava il computer. I testi erano scritti da Giorgio Bassani e Mario Soldati e anche per questo, quel libro intitolato ‘Venise des saisons’, resta forse quello a cui sono più legato. L’amicizia con Giorgio Bassani, poi, mi ha portato ancora una volta qui, per fare un servizio sul cimitero ebraico”.

Il fotografo sul palco dello spazio Grisù, a Ferrara, per il festival di fotografia 2019 (foto Luca Pasqualini)

Fotoamatore o fotografo professionista? “Io ho iniziato a fotografare per passione. Fare il fotoamatore è uno step importantissimo, perché impari tutte le regole fondamentali. All’epoca era anche un po’ più complicato, non c’erano tante scuole o corsi, e neanche libri. C’era solo il manuale Hoepli sulla tecnica e il libro di William Klein con le foto di New York. Noi ci siamo fatti le ossa su questi libri, oltre che guardando la rivista ‘Life’. Io però ho avuto una fortuna in più, rispetto ai colleghi della mia generazione, perché avevo uno zio in America, molto amico del fratello del fotografo Capa. E lui mi consigliò e mi fece avere i libri dei grandi fotografi americani, che qui ancora non erano arrivati. Questo è stato un grande vantaggio per me, perché vedere quelle cose mi ha ispirato e indirizzato nel modo di scattare”.

“Grandi Navi” di Gianni Berengo Gardin in mostra a Ferrara 29 marzo-7 aprile 2019

Libri fotografici anziché scatti per i giornali.  “Io ho iniziato a lavorare per un giornale tra il 1950 e il ’54, che era ‘Il Borghese’ di Longanesi. Poi mi sono stancato di lavorare per una redazione di tendenza fascista e mi hanno suggerito di andare a ‘Il Mondo’ di Pannunzio, che era diverso dagli altri, metteva foto a piena pagina quando ancora non lo faceva nessuno. Non prendevo molto, però, e allora ho tentato di lavorare per altri giornali, ma non sono riuscito. Così mi sono concentrato a fare lavori da proporre per l’editoria, anche se non prendi molti soldi neanche lì. Ma facevo servizi che mi piaceva fare e mi interessavano. Perciò ho preferito continuare a fare quelle cose, anche se guadagnavo relativamente poco”.

Gianni Berengo Gardin abbraccia il collega fotografo Francesco Zizola (foto Luca Pasqualini)

L’impegno politico. “Sono diventato (e sono) comunista non perché avessi letto i testi sacri del comunismo, ma perché frequentavo gli opera dell’Olivetti e soprattutto dell’Alfa Romeo, che all’epoca erano il nocciolo duro del partito. Ancora oggi questo mi rende un nostalgico del vecchio Pci e di quegli uomini straordinari che avevano fatto la Resistenza”.
“Grazie a Carla Cerati, che mi ha chiesto di accompagnarla a Gorizia dove doveva fotografare l’ospedale psichiatrico per Franco Basaglia, è nato ‘Morire di classe’ (Einaudi, Torino, 1969, ndr), il libro con le immagini che documentano non la malattia, ma le condizioni terribili in cui venivano tenuti i malati. Si usavano le camicie di forza (anche se erano già state vietate), le persone venivano legate ai letti, i capelli rapati a zero in modo umiliante e i parenti, in manicomio, non ci andavano nemmeno a trovarli, perché questi legami erano sentiti come una vergogna. Basaglia ha fatto una grande rivoluzione, ha fatto vestire i malati in borghese e ha fatto abbattere da loro stessi le recinzioni che li rinchiudevano”.

Gianni Berengo Gardin a Ferrara (foto Riaperture photofestival 2019)

Colore o bianco & nero.  “Il colore distrae sia il fotografo sia lo spettatore. Fotografare a colori va bene se devi fare un catalogo di garofani. Ma, per il mio genere di fotografia, il bianco e nero è più efficace. C’è anche da tener conto che io sono nato con il cinema in bianco e nero, la tv in bianco e nero e che i miei grandi maestri fotografavano in bianco e nero. Willy Ronis è stato il mio primo maestro, a Parigi, non Cartier Bresson a cui molti mi paragonano. E io mi sento vicino a quello che era lui, un fotografo vero, non un artista. Nel ’55 ho litigato con Robert Doisneau perché faceva foto false. Dentro le immagini ci sono tutti amici o parenti suoi, sono costruite. Per me la fotografia deve essere verità”.

Pubblico all’incontro con Gianni Berengo Gardin a Ferrara (foto Riaperture photofestival 2019)

Digitale o analogico. “Il digitale è una truffa legale. Spendi 5mila euro se non di più per una macchina che, dopo otto anni al massimo, è da buttare. Io ho una Leica del 1955, che è tutta meccanica e va ancora come il primo giorno. In più, quando si usano le tecnologie elettroniche, bisogna tenere conto che i mezzi di lettura cambiano. Già i nuovi pc non leggono più i cd. Gli archivi digitali rischiano quindi di andare perduti. Il milione e 200 scatti che ho io su pellicola, invece, sono archiviati e – dai più recenti fino a quelli di 68 anni fa – si possono stampare anche oggi. Gli assistenti che ho avuto sono arrivati tutti che avevano il digitale e se ne sono andati via che avevano anche la pellicola. La pellicola è più plastica, calda. Il digitale resta luminoso anche a mezzanotte, è freddo, metallico. Ha solo due vantaggi: che la foto la puoi mandare a New York dopo due secondi che l’hai fatta e che puoi cambiare la sensibilità”.

Gianni Berengo Gardin a Ferrara (foto Riaperture photofestival 2019)

Mestiere fotografo. “Oggi è ancora più difficile fare il fotografo di mestiere. Perché, le foto, le fanno tutti e magari le regalano per la semplice soddisfazione di vedersele pubblicate”. Che dire ai giovani che si apprestano a fare questo mestiere? “Bisogna studiare, guardare gli altri fotografi, leggere. Ma il fatto è che con le foto di reportage, che sono l’anima vera del lavoro, non si vive più. Si vive con le foto di moda, con la pubblicità. Consiglio quindi di aprire una drogheria o una parafarmacia e poi di andare a fare le fotografie il sabato e la domenica”.

Foto-servizio per Ferraraitalia di Luca Pasqualini

PHOTOFESTIVAL Riaperture riapre con 17 mostre tra caserma e luoghi abbandonati di Ferrara

Ficcare il naso oltre i muri, oltre i portoni sbarrati e chiusi da chiavistelli arrugginiti, scendere in taverna o salire in cima a scaloni e trovarci dentro delle mostre di fotografie con immagini incorniciate alle pareti, appese con funi all’aperto o con le catenelle che scendono dal soffitto. È un’esperienza di scoperta, una caccia al tesoro di spazi e contenuti quella che offre ai suoi partecipanti ‘Riaperture photofestival Ferrara’, organizzato per il terzo anno dall’associazione Riaperture con la direzione artistica di Giacomo Brini. “Sono millecinquecento i visitatori che hanno percorso la città nel primo weekend per le mostre e gli incontri”, spiega Fabio Zecchi che si occupa della comunicazione dell’evento. E ora – da venerdì 5 a domenica 7 aprile 2019 – si potranno tornare a vedere le diciassette esposizioni d’autore in sette spazi diversi di Ferrara (visitabili dalle 10 alle 19), si potrà andare ad ascoltare altri incontri con fotografi o giornalisti, partecipare a laboratori e anche agli appuntamenti mattutini di caffè-fotografici.

La Cavallerizza dentro all’area della caserma Pozzuolo del Friuli, a Ferrara, con una delle mostre di ‘Riaperture photofestival’ (foto Claudia Baldassarra)

Un’occasione per vedere, ascoltare, pensare, camminare. Ci sono cose particolarmente imperdibili, tipo il fatto di potere entrare dentro a una caserma chiusa da oltre vent’anni e sconosciuta alla gran parte degli stessi ferraresi, visto che comunque era un luogo accessibile solo da militari o ragazzi in partenza per la leva. Lo spazio è quello della Caserma Pozzuolo del Friuli, dove si entra sia dall’ingresso di rappresentanza che portava all’area di residenza degli ufficiali (via Cisterna del Follo 10, Ferrara) sia dal portellone per i mezzi militari che per questi pochi giorni resta spalancato (via Scandiana 35).

Ingresso di via Cisterna del Follo
Via Scandiana 35
La Cavallerizza in via Scandiana 18

Di fronte c’è la Cavallerizza, spettacolare edificio tutto aperto, per il ricovero di camionette e strumentazioni varie (via Scandiana 18). Dentro la caserma il percorso espositivo è ambientato attraverso stanze che alternano la visione di autori ospiti con quella della memoria di cosa c’era prima: le targhette ancora inchiodate alle pareti ricordano che un posto era biblioteca; un biliardo impolverato e i dadi segna-punti corrosi fanno immaginare partite giocate fra commilitoni, il bancone evoca la presenza di un bar di cui resta uno specchio per i selfie-souvenir di chi ci passa davanti.

Un’altra immagine di ‘Riaperture photofestival’ a Ferrara, 29 marzo-7 aprile 2019 (foto Claudia Baldassarra)

“È solo un festival di fotografia – si legge nella presentazione postata su Fb degli organizzatori –  ma si porta con sé storie di edicole di Perugia trasformate in centri di produzione culturale (Edicola 518, domenica 7 aprile, alle 10 all’Hotel Astra, ndr), lezioni sulla fotografia con giornalisti di Repubblica (Michele Smargiassi, sabato 6 aprile, alle 16.30 a Factory Grisù, ndr), riviste online dove si mastica cultura (FrizziFrizzi, domenica 7 aprile, alle 16.30 a Factory Grisù, ndr), fotografi premiati che vengono a dirci come hanno fatto, a trovare le storie, a fare pace col futuro”.

Gianni Berengo Gardin con Giacomo Brini sabato 30 marzo 2019 nello spazio di Factory Grisù di Ferrara (foto Luca Pasqualini)

Il tema di questa terza edizione è infatti dedicato al ‘Futuro’. E, come sempre quando si guarda avanti, pensare al domani vuol dire anche fare il punto su quello che è il presente e il passato: la lunga palizzata in cemento che separa Israele e i territori palestinesi (Francesco Cito nell’ex Caserma di via Scandiana), gli effetti dell’elettrosmog (Claudia Gori nella Cavallerizza dell’ex Caserma), le navi grandi come interi condomini che invadono la fragile laguna di Venezia (Gianni Berengo Gardin a Factory Grisù) o i sex robots (Tania Franco Klein nella vecchia salumaia dell’Hotel Duchessa Isabella).

Tutte le info, il programma dettagliato e gli aggiornamenti sul sito di Riaperture all’indirizzo riaperture.com/festival/programma/.

Una mostra in drogheria…

di Francesca Ambrosecchia
foto di Fabio Bianchi

Volti, sguardi, espressioni di dolore, paura, attesa e il mare. Fotografie che colgono attimi, reportage che inducono alla riflessione. Così è stato alla mostra fotografica di Riaperture, nello spazio dedicato al tema.
Un suono continuo invadeva l’ex drogheria Bazzi: l’incessante scroscio delle onde interrotto solo da voci e grida.
Passeggiando fianco a fianco alle pareti ammirando le foto di Francesco Zizola ed entrando sempre più in quella bolla di suono e significato, ci si sentiva parte di una realtà, che può sembrare, solo erroneamente, molto lontana.

RIAPERTURE
Francesco Zizola: Ecco perché posso fare foto buone, non belle

Vincitore per sette volte del World Press Photo, uno dei più prestigiosi concorsi di fotogiornalismo mondiale organizzato con cadenza annuale dalla omonima fondazione che ha sede ad Amsterdam, Francesco Zizola è considerato uno dei maggiori fotoreporter contemporanei. Ospite del festival di fotografia ‘Riaperture’ (leggi QUI), in corso a Ferrara durante lo scorso fine settimana e in quello in arrivo, Zizola è stato protagonista domenica scorsa (8 aprile 2018) di un incontro pubblico sul palco dello spazio Grisù, in via Poledrelli a Ferrara, dove ha parlato del suo lavoro, sollecitato dalle domande del giornalista Stefano Lolli. A chiarire l’approccio che contraddistingue la fotografia di Zizola, ci riesce subito la considerazione di Lolli:

Io ti ho detto che le tue sono foto belle, ma tu mi hai corretto dicendo che non sono affatto belle, semmai buone.
“La foto bella – sottolinea Zizola – è quella che compiace il pubblico, ammicca a una realtà lontana e ne costruisce un’altra. Potrebbe essere bella la fotografia che dà corpo alla fantasia, all’immaginazione e alle capacità visionarie di un mondo interiore con poca attinenza coi fatti. Una foto, invece, che funziona da un punto di vista informativo, può essere buona, non bella; attraverso gli elementi che stanno dentro a questo rettangolo bidimensionale crea una sintesi tra la visione del fotografo e un primo grado di notizia. È buona una foto che riesci a leggere e la lettura di questo tipo di foto suggerisce il secondo grado di notizia, quello che trascende i fatti e ne fa un’icona di situazioni che gli esseri umani hanno vissuto e possono vivere. Questo credo che sia un buon servizio a un buon giornalismo.

Francesco Zizola, mostra ‘In the same boat’ per festival Riaperture 2018 all’ex Bazzi – Ferrrara (foto GM)

Cosa serve per essere un buon fotografo?
La capacità di fare una buona fotografia non è scontata, perché riguarda anche lo spessore umano. Il giornalismo esiste perché, sin dagli albori, gli esseri umani avevano la necessità di sapere cose che andavano oltre a ciò che potevano raggiungere con i loro sensi. È un bisogno dettato essenzialmente dalla paura. I graffiti, nelle caverne degli uomini primitivi, erano istruzioni precise trasmesse ad altri esseri umani. Spiegavano cose pratiche – da dove arrivavano i bisonti e come si inclinava l’erba in una certa direzione – fornendo informazioni essenziali per la sopravvivenza. Non è la macchina fotografica che fa il fotografo, ma il contrario; è chi c’è dietro all’obiettivo a fare la differenza. Alcune delle foto che ho fatto e che sono anche in mostra sono fatte con il telefonino. E quando lo dico vedo che le persone sussultano.

Il fotografo Francesco Zizola con Stefano Lolli e Giacomo Brini a Ferrara per il festival di fotografia Riaperture (foto GM)

L’uso del cellulare ha cambiato la fotografia?
Nei quasi 175 anni che sono passati dacché la fotografia è stata inventata noi, il mondo occidentale, siamo stati gli unici a usare le foto per auto-celebrarci, per raccontarci. Di recente, con quell’aggeggio lì, hanno iniziato a farlo anche in tante altre parti del mondo. Oggi, finalmente, la fotografia è usata, letta e prodotta dalla stragrande maggioranza degli esseri umani. In certi villaggi africani che non hanno nemmeno l’elettricità ho visto che ciascuno di loro andava in giro con al collo un sacchetto di cuoio con dentro una schedina Sim chiusa nel cellophane. Il cellulare, lì, ce l’aveva solo una persona, ma le donne grazie a quello e alla Sim potevano spedire la fotografia con le ceste di pomodori prima di mettersi in cammino per venderle a chilometri di distanza. Mandavano la foto e col cellulare qualcuno dall’altra parte dicevano loro se, di ceste di pomodori, ne servivano di più o di meno. L’uso del cellulare con dentro la lente fotografica sta cambiando molte realtà.

Francesco Zizola, mostra “In the same boat” per festival Riaperture 2018, spazio ex Bazzi – Ferrara (foto GM)

Internet e gli smartphone cambiano anche l’approccio all’informazione.
Due anni fa ho fatto una presentazione al ‘National Washington’, negli Stati Uniti, e loro mi dicevano che stanno cercando di capire come fare. Gli abbonamenti e le vendite del giornale stanno crollando. I lettori, per quanto interessati, non comprano più la carta. Io stesso mi rendo conto che leggo la maggior parte delle notizie online. Manca un ricambio generazionale e i vecchi abbonati non sono rimpiazzati da quelli nuovi. Le persone, poi, non si accontentano più della stessa pappa pronta. C’è anche un’esigenza narrativa. La formula che andava prima non basta più. Si è molto più liberi di esplorare la realtà usando più media. Se non ci fosse stato questo cambiamento tecnologico, non avrei portato quelle immagini con movimento e suoni che sono esposte nella mia mostra. Il nuovo pubblico vuole avere più dettagli e in un flusso continuo, in cui è il fruitore, non l’editore o il caporedattore, che decide in quale ordine prendere le notizie. Il mondo è complesso, le persone ne sono consapevoli, e questa complessità va trasmessa.

Francesco Zizola a Ferrara con Francesco Lolli e Giacomo Brini per il festival di fotografia Riaperture (foto GM)

La tecnologia è sempre più sofisticata, ma di foto come quelle di Zizola è difficile trovarne.
Di fotografi bravi ce ne sono tanti. Uno dei miei maestri di riferimento, Henri Cartier-Bresson, diceva che fotografare vuol dire porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore in una frazioni di secondi. Da dire è semplicissimo, per farlo servono l’intelligenza, le cose che leggi, i film che vedi. Bisogna riempirsi ed elaborare; sentire, provare, arrabbiarsi. Senza tutto questo la fotografia non viene fuori. Cioè, la fotografia viene fuori, ma non c’è tutto l’aspetto interiore. Senza questo allenamento, senza questa sensibilità, le cose non le vedi nemmeno se ti passano davanti. La mia disciplina è quella di affinare una visione. Questo non è semplice, e affinare questa dote spesso è causa di grandi sofferenze, soprattutto se hai a che fare con persone che soffrono.

C’è chi dice – fa notare Lolli – che un fatto di cronaca parla da sé, che sia un incidente o una notizia eclatante.
A volte mi capita di fare workshop. Di recente, a uno di questi a Roma, c’era un ragazzo che aveva fatto foto durante una manifestazione dove c’erano stati scontri con la polizia. Era molto coinvolto e orgoglioso di mostrarmi quelle immagini e, mentre me le faceva vedere, mi raccontava le sensazioni che aveva provato: i gas lacrimogeni che gli bruciavano negli occhi mentre scattava, la concitazione. Ma lui stesso, credo, mano a mano che faceva scorrere davanti a me quelle immagini si deve essere reso conto che tutte quelle sensazioni, lì, non c’erano. Ti può succedere di tutto, davanti agli occhi. Ma bisogna saperlo tradurre in una visione più complessa; più complessa è la visione che trasmetti, più l’immagine è buona.

Francesco Zizola con Stefano Lolli a Ferrara per il festival di fotografia Riaperture (foto GM)

Ma di fotografie brutte, tu, non ne fai mai?
La maggior parte delle fotografie sono brutte. Serve un po’ di fortuna, ma per averla, di biglietti della lotteria ne devi comperare tanti. Ci deve essere una costanza nel porsi nel posto giusto al momento giusto. Costanza nel sapere anticipare un movimento, un evento. Perché sai che quella cosa potrebbe succedere. C’è una similitudine tra chi fa fotografia e il cacciatore. Chi caccia conosce le abitudini della sua preda, si predispone controvento nel posto giusto, nella stagione giusta, per poterla catturare con il minore sforzo possibile.

La mostra con le tue fotografie che è allestita nello spazio dell’ex drogheria Bazzi, in piazza Municipio a Ferrara, è dedicata ai migranti.
Girando per il mondo ho potuto vivere le tantissime differenze di trattamento degli esseri umani (documentando dalla fine degli anni Ottanta in particolare le condizioni dell’infanzia in diversi luoghi del mondo, dai figli delle guerre in Iraq, ai piccoli lavoratori dell’Indonesia, ai bambini di Los Angeles, ndr). E ho riflettuto sulla necessità di migrare da parte delle persone per cercare situazioni di vita migliori. Persone che provengono da luoghi molto remoti, rispetto alla nostra presunta centralità sia sociale sia politica. È stato un percorso di condivisione ed empatia.

Una delle foto di Francesco Zizola della mostra “In the same boat” all’ex Bazzi – Ferrara (foto GM)

Nelle fotografie esposte a Ferrara e nel video installato lì, si vedono le persone che salgono senza soluzione di continuità a bordo di una barca.
Sì, sono stato per tre giorni a bordo delle navi di salvataggio di ‘Medici senza frontiere’ e ho partecipato con loro alle operazione di recupero dei natanti in difficoltà, che l’associazione ha ottenuto di poter fare nell’agosto 2015. Negli anni precedenti questo non si faceva: quando le navi venivano avvistate, si metteva la prua in direzione opposta e questi natanti di solito affondavano con a bordo il loro carico di uomini, donne e bambini. Poi c’è stata la grande tragedia del naufragio di quella caretta strabordante di persone (il 18 aprile 2015 un peschereccio con oltre 700 migranti a bordo affonda al largo della costa della Libia, ndr). Così, in quel momento l’organizzazione di soccorso sanitario ottiene di poter operare sia nei salvataggi sia in veste di testimone degli interventi delle navi militari, affinché non potessero più dirigere le prue di questi barconi nella direzione contraria. Adesso hanno deciso che questo non si faccia più, e quindi in decine di migliaia riprenderanno a morire. Ma in quei giorni io ho potuto stare a bordo con loro. Ho visto salvare circa tremila persone. Il video filma un’operazione di salvataggio di un battello da pesca abilitato per portare 30 persone, che si trovava in mare con a bordo oltre 150 persone. Ho fatto video, foto, filmati per cercare di ampliare più che potevo il tentativo di racconto.

Foto di Francesco Zizola esposta negli spazi dell’ex drogheria Bazzi per festival Riaperture – Ferrara, aprile 2018

Come ti ponevi con le persone che avevi intorno e che fotografavi?
Nei momenti più salienti loro pensavano a tutt’altro che a me e io stesso ho dedicato molte ore non a fotografare, ma ad aiutare i volontari nell’assistenza, a distribuire le sostanze energetiche, a scartare coperte, a darle alle persone che salivano. Poi ci sono stati momenti in cui ho raccolto storie, ho fatto ritratti. Se loro non volevano, ho rispettato la loro volontà. Per questo motivo, ad esempio, si vedono così poche donne. Perché la loro religione vieta di essere riprese ed esposte.

Il fotogiornalismo implica che non ci sia manipolazione dell’immagine. Tu che tipo di post-produzione fai?
Fotografare è di per sé un processo manipolativo. C’è una trasformazione dell’energia, che è la luce, in un segnale luminoso. La necessità è quella di mantenere credibilità. E questo fattore non dipende dalla tecnologia, ma dalla cultura delle persone; è un elemento che passa attraverso l’etica. Io uso quella scala che va dal bianco al nero, eliminando tutti i colori. Il fotogiornalismo si distingue all’interno della fotografia per l’introduzione di alcune regole, che sono prima di tutto quelle di non manipolare la realtà; se arrivo che un fatto è già avvenuto, non posso chiedere ai protagonisti di riproporre una scena. Poi non posso con un software eliminare un pezzo di fotografia che non è funzionale e nemmeno aggiungere qualcosa che ho in un’altra immagine. Detto ciò, capita che l’intervento avvenga anche nelle redazioni e all’insaputa del fotografo. Come successe dopo l’attentato di Nassiriya a L’Espresso. Perché, oltre ai fotografi, ci sono anche i foto-editor. Ma in Italia chi manipola e mente spesso viene premiato, perché ha la fiducia di direttori e caporedattori. All’estero, invece, quando ciò viene fuori, l’editore licenzia tutti, dal direttore in giù, per far sì che il suo giornale sia credibile. Perché si ritiene che sia la credibilità a fare la differenza, a rendere un giornale degno di essere letto, cercato, creduto.

Riaperture Photofestival torna a Ferrara da venerdì 13 a domenica 15 aprile 2018, ore 10-19, con 15 mostre in 8 spazi tra chiese dismesse, palazzi in ristrutturazione e negozi chiusi aperti appositamente per l’occasione.

La mostra ‘In the same boat’ di Francesco Zizola è visitabile negli spazi dell’ex drogheria Bazzi, piazza Municipio 18-22, Ferrara. Aperta 6-7-8 e 13-14-15 aprile 2018, ore 10-19

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RIAPERTURE
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Fotografare, per me, non è stata un’operazione artistica: è stato vivere, una specie di resistenza a quello che stava accadendo nella mia città, a Palermo. Quando fai le foto per la cronaca nera di un quotidiano hai pochi secondi per scattare prima che arrivino calci e pugni. Attimi che servono a mettere a posto cervello e obiettivo. Non si trattava di fare opere d’arte, ma di raccontare che noi stavamo soffrendo, che un governo italiano permetteva questo”. Letizia Battaglia, 83 anni compiuti il mese scorso, ha la vivacità anticonformista di una ventenne, i capelli color verde turchese, dritti a caschetto sotto la frangia che incornicia quel viso che si può vedere nelle foto delle schede biografiche, di solito in bianco e nero. Sabato pomeriggio, invece, nel cortile dell’ex caserma dei vigili del fuoco, a Ferrara in via Poledrelli, la “fotografa della mafia” è apparsa in tutta la sua colorata vivacità, combattiva e tenace con la disarmante sfacciataggine di chi è abituato a scendere in strada, ad andare dritto al punto senza girarci tanto attorno.

Il merito di averla portata in città va agli organizzatori del festival di fotografia ‘Riaperture’, che nel fine settimana appena concluso e anche il prossimo continuerà a invadere Ferrara con quindici mostre allestite aprendo temporaneamente sontuosi palazzi storici accerchiati dalle impalcature, spalancando porte chiuse da decenni e alzando serrande abbassate di negozi. A presentare la fotografa palermitana insieme con il direttore del festival Giacomo Brini è stata la giornalista Daniela Modonesi che l’ha intervistata sul palco allestito nell’area all’aperto di Spazio Grisù.

Letizia Battaglia con Daniela Modonesi e Giacomo Brini a Ferrara per festival di fotografia Riaperture 2018 (foto Giorgia Mazzotti)

Come inizia la professione fotografica di Letizia Battaglia?
“A 40 anni – ha raccontato la fotografa – dopo aver fatto fino ad allora la madre e la moglie, sono andata a Milano, ero inquieta, ho iniziato a fotografare senza saperne molto. Poi a ‘L’Ora’ di Palermo mi hanno chiesto di gestire l’organizzazione fotografica del giornale e sono andata con entusiasmo nella mia città. Lì però ho scoperto la violenza, i corleonesi, la droga, tanti ragazzi che per quella sono morti, gli uomini migliori (giudici, poliziotti) che sono stati ammazzati. Falcone e Borsellino sono stati solo gli ultimi di una lunga fila di eroi. C’è collusione e spesso i poliziotti sono stati uccisi a causa del tradimento di altri poliziotti. Non è vero che c’è un codice d’onore. Tutto sta nei soldi e nel potere, e non importa se per averli c’era da ammazzare donne e bambini. Veniva ammazzato chiunque si avvicinasse alla loro droga, alle loro rapinerie”.

La mostra con le fotografie di Letizia Battaglia – Palazzina Cavalieri di Malta, Ferrara (foto Luca Pasqualini)

Quali sono i segni che il tuo lavoro ha lasciato in te? Hai detto del sogno in cui bruciavi tutti i negativi delle foto.
“Vivendo quelle cose, mi è venuto da pensare che quelle foto non le volevo più vedere. È chiaro che non posso e non devo distruggere quelle foto. Però la rabbia per ciò che c’era mi ha fatto pensare di bruciare i negativi e ho fatto il video dove in realtà bruciavo le foto. Ma con quelle foto ho raccontato fatti, non menate intellettuali. Palermo non è una città normale, è una città simbolo dove è bello combattere. Quando con il mio compagno di allora, Franco Zecchin, decidemmo di fare una mostra contro la mafia che ancora stava sparando, nessun altro volle partecipare. Siamo andati a Corleone con i pannelli con sopra le foto dei mafiosi corleonesi arrestati e ammazzati. La piazza era piena di gente che si godeva il giorno di festa. Tutt’a un tratto la piazza si è svuotata; siamo rimasti solo noi con le nostre foto. Tutti hanno fotografato quello che ho fotografato io. Dove sono gli altri? Il punto è che i giornali non le chiedono più, quelle foto. Ora, non lo sapete, ma a Palermo c’è un grande processo. Il giudice Nino Di Matteo sta facendo un processo contro lo Stato, perché c’è stato un patto affinché la mafia non uccidesse più. Ma la mafia c’è ancora, c’è ancora il pizzo e c’è la droga. Circola non solo a causa dei nostri mafiosi, ma perché gli italiani fanno un affare con gli spacciatori. Eppure la mafia non è più fotografabile. Sono tutte persone pseudo perbene che dirigono banche, business, non sono più i cafonazzi che sono in galera. La mafia c’è ancora, c’è anche qui, anche se voi non ve ne accorgete”.

Letizia Battaglia sul palco (foto GM)

I programmi di Letizia adesso?
“Il prossimo anno farò una grandissima mostra a Venezia con foto mai viste. Il bianco e nero era una scelta per me, l’ho mantenuto come una necessità anche dopo che è arrivato il colore. Il rosso, il sangue, non me li volevo permettere. Un giorno avevo messo il colore e sono dovuta andare dove c’era un morto ammazzato e poi un altro, che era un bambino: il figlio di quello che avevano ammazzato, ucciso perché aveva visto i killer. La pellicola che avevo era a colori, ma la foto l’ho messa in bianco e nero; per me era più pudica. Nella mostra che farò ci saranno le mie foto che non si sono mai viste e che non si vedono più. L’unica a colori, grande grande, sarà quella di quel bambino. Perché quando si dice che la mafia non tocca i bambini non è vero. Come Giuseppe Di Matteo: fu rapito (23 novembre 1993, ndr) che era un bambino e l’hanno tenuto mesi e mesi sotto terra, poi l’hanno strangolato e bruciato perché suo padre si era pentito”.

L’esposizione di “Fotografie” di Letizia Battaglia, nella palazzina di corso Porta Mare 7, a Ferrara (foto Luca Pasqualini)

Su Facebook vengono censurate foto come quelle della bambina che scappa nuda dal Napalm, in Vietnam.
“Io spero che Facebook o qualcuno di loro vada in carcere. Chi pensa di censurare una bambina in quella situazione perché è nuda, deve avere la testa malata. Come quando hanno detto che non si doveva mostrare il bambino siriano, Aylan, morto annegato sulla spiaggia. La fotografa (la giornalista Nilufer Demir dell’agenzia di stampa turca Dogan, il 2 settembre 2015, ndr) ha fatto bene a scattarla. Quelle foto raccontano più di tanti libri. È importante fare vedere quello che accade. Come nel caso di Andreotti. Non è vero che è stato assolto, come a volte si legge sui giornali: questa è una gran balla. Lui andò in prescrizione, ma la polizia ha cercato nel mio archivio e ha trovato la sua foto insieme con i mafiosi e con Salvo, e io nemmeno sapevo di averla, quell’immagine. Le foto possono servire, anche dopo tanti anni, per raccontare qualcosa. Peccato che non ci sia un archivio, in Italia, dove i fotografi possano depositare i loro lavori”.

Pubblico ad ascoltare Letizia Battaglia, a Ferrara per festival di fotografia Riaperture 2018 (foto GM)

L’attività di Letizia Battaglia adesso.
“A Palermo, le foto, io le sto raccogliendo. Ho fondato il Centro internazionale di fotografia dentro un edificio bellissimo, fatto da un’architetta donna e vecchia come me. Vorrei che fosse una specie di roccaforte di difesa (o forse di attacco). Per fortuna al Comune la mafia non entra, abbiamo il sindaco Orlando. È una città dove avvengono tutte le cose brutte e tutte le cose belle”.

Unica donna – ha commentato Daniela Modonesi – in mezzo a scene di delitti tra poliziotti, magistrati, giornalisti. Cosa ha significato?
“Per diciannove anni, sono stata molto orgogliosa di essere una fotoreporter, fotografa donna, l’unica in quegli anni a fare questo lavoro per un quotidiano. Essere donna, però, con i capelli che non erano verdi, ma sempre un po’ colorati, all’inizio mi ha creato qualche problema. Ricordo ancora con molta rabbia che sulle scene del delitto già transennate facevano passare tutti tranne me. Allora a un certo punto ho iniziato a gridare, come una cretina. Mi ha aiutato molto Boris Giuliani, il capo della polizia, che disse ai suoi che questa signora stava lavorando e andava fatta passare. Il giornale mi pagava per un servizio che doveva essere migliore di quello della concorrenza e io sentivo forte questo senso del dovere”.

“La bambina col pallone” di Letizia Battaglia, Palermo 1980

La Palermo che hai fotografato – ha ricordato l’intervistatrice – è anche quella delle donne e delle bambine. Qual è la situazione a cui sei più legata?
“C’è quella foto lì, della bambina, che poi è diventata la mia foto più famosa. Per spiegarla devo tornare a quando io avevo dieci anni. Fino ad allora ero vissuta a Trieste, perché mio padre era un marittimo, lui girava e noi, la famiglia, lo seguivamo. A Palermo ci sono arrivata che avevo, appunto, dieci anni. Una volta uscii e un uomo si esibì. Mi spaventai e tornai a casa piangendo. Mio padre decise che era meglio che rimanessi chiusa in casa. Allora divenni un po’ matta, una bambina ribelle. A 16 anni volli sposarmi. La bambina che cerco in ogni dove, magra, con le occhiaie scure – l’ho capito dopo molto tempo – sono io. Perché è quell’età che non sei ancora donna e non sei più bambina. È un momento intenso, bellissimo della vita, quando nascono i primi desideri, pensieri. La volta che ho fatto quella foto, trentotto anni fa, avevo incontrato in strada un gruppo di bambini normalissimi che giocavano, non avevano nessun fascino particolare. Poi ho visto la bambina, l’ho fatta andare verso quella porta chiusa, lei ha alzato il braccio col pallone, clic. E quella è diventata la foto per la quale tutti mi conoscono. Mi sono resa conto che ogni volta che incontravo delle bambine così, era come se ritrovassi la pace, la bellezza. Ora vorrei fare un libretto, una cosa a parte, con tutte le mie bambine”.

Letizia Battaglia sul palco a Spazio Grisù sabato 7 aprile 2018 (foto GM)

Oltre alla fotografia c’è l’impegno politico.
“Era il 1985 quando Lanfranco Colombo della galleria Diaframma Canon ha pensato di spedire le mie foto al Premio Eugene Smith, a New York. Io non lo sapevo nemmeno. Poi ricevo il telegramma che sono tra le finaliste. E alla fine vinco, ex aequo, insieme a un’altra donna (l’americana Donna Ferrato). È stata un’emozione enorme! Così ho capito che volevo fare di più. Allora c’erano i Verdi, che difendevano l’ambiente, le piante, erano il nuovo. Mi piacevano molto e con loro entro in Consiglio Comunale. Orlando, nel frattempo, lascia la Democrazia Cristiana e fa una giunta insieme con i Verdi e io divento assessore. Non sapete cosa ha significato per una fotografa con gli zoccoli ai piedi come me! Sono stati gli anni più belli in assoluto. Perché avevo come un potere: di fare, di levare le pietre brutte, aggiustare le strade, mettere le panchine, salvare una ragazza madre, pretendere il rispetto per la gente che era in carcere. Quattro anni importanti, in cui ho fatto cose piccole piccole, ma così importanti per me. Poi fui candidata a deputata e fu un errore. Avevo uno stipendio grandissimo, ma non potevo fare niente. Non ho fatto neanche fotografia. Il fatto è che non sono né una fotografa né una politica, ma una persona che ha cercato di fare il meglio, di mettercela tutta, con questa passione, e ora sono anche contenta di essere bisnonna di tre bambini meravigliosi. È tutto un circolo… Poi leggo che sono la ‘fotografa della mafia’. Ma che cos’è questa storia?! In italiano vuol dire che sei assoldato dalla mafia. Ma ho il mio Centro di fotografia a Palermo, è un periodo bello, ogni giorno dalle 4 alle 6 e un quarto sono là. Insieme con altre persone, tutte giovani, ho già fatto sei mostre. Non è facile, voi di ‘Riaperture’ lo sapete. C’è il sindaco qui? Sindaco, dagli i soldi a loro di ‘Riaperture’, per fare mostre e organizzare cose. Ci vogliono i soldi anche quando tu lavori gratis, perché servono le cornici, i microfoni, le assicurazioni. Questo rende viva la città. Ciao!”.

Grazie, ciao.

‘Fotografie’ di Letizia Battaglia in mostra per Riaperture Photofestival a Palazzina Cavalieri di Malta, corso Porta Mare 9 – Ferrara. Visitabile venerdì 6, sabato 7, domenica 8 e venerdì 13, sabato 14, domenica 15 aprile 2018, ore 10-19.

Info sul Riaperture Photofestival cliccando qui su CronacaComune del 3 aprile 2018

‘Riaperture’, il festival di fotografia che riapre i palazzi chiusi

‘Riaperture’ è il festival di fotografia ideato a Ferrara, dove ha debuttato l’anno scorso, con il proposito di portare in città le opere di fotografi internazionali mettendole in mostra dentro a palazzi che normalmente sono chiusi, dismessi o in attesa della fine di lavori di ristrutturazione. Ora, per due weekend, la manifestazione torna a Ferrara per la sua seconda edizione, da venerdì 6 a domenica 8 aprile e da venerdì 13 a domenica 15 aprile 2018 (ore 10-19). In programma per i sei giorni di apertura ci sono incontri, laboratori e quindici mostre di molti fotografi famosi come l’82enne palermitana Letizia Battaglia e il fotoreporter del World Press Photo Francesco Zizola, ma anche di uno studio di stampa e sviluppo come l’Agenzia Luce di Trieste, del lavoro di un gruppo di studenti dell’istituto comprensivo Cosmè Tura che si è misurato con un modo diverso di farsi i selfie e di un fotografo di un collettivo come lo spagnolo Antonio Xoubanova.

Letizia Battaglia: una foto storica che sarà in mostra per Riaperture, Ferrara, 6-8 e 13-15 aprile 2018

Le mostre saranno allestite in otto spazi di Ferrara disseminati tra chiese, palazzi e negozi finora non visitabili. La nuova edizione – a cura sempre dell’associazione Riaperture e con il patrocinio di Regione Emilia-Romagna e Comune di Ferrara – è stata presentata martedì 3 aprile dal direttore del festival Giacomo Brini insieme con l’assessore Maisto e Fabio Zecchi dello staff organizzativo nella piccola chiesa di San Giuliano che si trova a pochi passi dal Castello estense.

Presentazione di Riaperture nella chiesa di San Giuliano (foto Giorgia Mazzotti)

Per vedere le mostre c’è un unico biglietto d’ingresso, valido in tutti gli spazi e per tutta la durata del festival. “Il pagamento del biglietto – ha sottolineato l’assessore alla Cultura Massimo Maisto alla presentazione – serve a finanziare un’attività con una sua forza autonoma che contribuisce alla volontà di rendere la città usufruibile in tanti suoi spazi che nel tempo potranno diventare accessibili in maniera più stabile, ma che è importante che si possano vedere e usare già in occasioni come queste”.

Riaperture Photofestival torna a Ferrara (foto GM)

Tra gli spazi che diventeranno visitabili in questa occasione ci saranno per la prima volta l’ex drogheria Bazzi di piazza Municipio, Casa Niccolini acquisita dal Comune e destinata a diventare una nuova ala della biblioteca Ariostea e la Palazzina dei Cavalieri di Malta accanto a Palazzo Massari in corso Porta Mare (entrambi finora chiusi per i lavori di restauro dopo il terremoto del 2012).

Ecco le mostre che saranno visitabili:
Letizia Battaglia – Fotografie (Palazzina Cavalieri di Malta)
Francesco Zizola – In the same boat (ex drogheria Bazzi)
Oleg Oprisco – Personale (Chiesa di San Giuliano)
Antonio M. Xoubanova – Graffiti (Casa Niccolini)
Arimasa Fukukawa – Triny (Palazzo Prosperi Sacrati)
Stuart Paton – Ersatz (negozio via Cortevecchia)
Roberto Boccaccino – Potenza 100 (Factory Grisù)
Camilla de Maffei – Delta (Palazzo Massari)
Marco Sconocchia – We could be heroes (Factory Grisù)
Nicolas Bruno – Parasomnia (negozio via Cortevecchia)
Arianna M. Sanesi – I would like you to see me (Casa Niccolini)
Alessandro Ruzzier – Custodia (Palazzina Cavalieri di Malta)
Lele Marcojanni con Riaperture – Agenzia Luce (Palazzina Cavalieri di Malta)
Concorso nazionale (Factory Grisù)
Istituto compensivo Cosmè Tura Ferrara – Autoritratti oggettivi (progetto scuole) (Casa Niccolini)

Francesco Zizola, “In the same boat”
Alessandro Ruzzier, “Custodia” sulle periferie di notte
Arianna M. Sanesi, “I would like you to see me”
Nicolas Bruno, “Parasomnia”
Marco Sconocchia, “We could be heroes”
Oleg Oprisco, “Personale”
“Riaperture 2018” mappa dei luoghi del festival

Questi i luoghi che ospiteranno vari eventi e rassegne del festival [cliccare sulla mappa a destra per ingrandirla]:
Factory Grisù – via Poledrelli 21
Caserma dei vigili del fuoco progettata da Luigi Barbantini fu inaugurata il 28 ottobre 1930 e abbandonata definitivamente nel 2004. È uno degli elementi architettonici che ridisegnarono il “Rione Giardino”. Nell’agosto 2012 l’immobile è stato concesso dalla Provincia di Ferrara in comodato d’uso gratuito all’Associazione no profit “Grisù” che ha partecipato alla gara indetta dal Comune di Ferrara per la nuova gestione della factory creativa ottenendo di potere gestire gli spazi fino al 2023.
Palazzo Prosperi-Sacrati – corso Ercole d’Este 23
Sontuoso edificio di Ferrara, costruito nel 1493, è posto di fronte al Palazzo Diamanti, al centro dell’Addizione Erculea disegnata dagli Estensi. Nel corso dei secoli ha subito modifiche significative: sono state demolite le due ali laterali e il cortile, su cui apre il loggiato rossettiano, è ridotto a una piccola striscia di terreno. L’interno ad oggi è in condizioni precarie in attesa di restauro, che – ha ricordato Maisto alla conferenza stampa – potrà essere realizzato grazie a un finanziamento nazionale, che però avrà bisogno di tempi lunghi. Per approfondire cliccare sulla pagina del Secondo palazzo più bello della città.
ex Bazzi e Coloniali – piazza Municipio 18-22
Sede dell’ex drogheria Bazzi e Coloniali, situata in pieno centro storico accanto al grandioso Scalone d’Onore come accesso al cortile d’onore del Palazzo Ducale Estense, oggi palazzo Municipale. Storica attività commerciale ferrarese di generi alimentari d’importazione, dopo la chiusura dell’attività dei Grigioni alla fine degli anni ’90, i locali sono sempre rimasti chiusi fino all’acquisto nel 2001 da parte del Comune. Tutelato dalla Soprintendenza, lo stabile è stato concesso in gestione per valorizzazione al gruppo Kofler, una catena di birrerie e ristoranti di origine padovana, con apertura annunciata entro fine anno.
Palazzo Massari – corso Porta Mare 7-9
Eretto alla fine del Cinquecento, venne commissionato dal conte Onofrio Bevilacqua nel 1591 tra il quadrivio degli Angeli, fulcro dell’ambizioso progetto urbanistico di Biagio Rossetti, e l’antica piazza Nova, oggi Ariostea. Dopo alcuni decenni di incuria e spoliazioni seguiti alle conquiste napoleoniche e al tramonto delle fortune dei Bevilacqua, il palazzo divenne proprietà della famiglia Massari nella seconda metà dell’800. Venduto nel 1936 al Comune di Ferrara che, a partire dagli anni Settanta, vi allestì le collezioni d’arte contemporanea (Museo Giovanni Boldini, Museo dell’Ottocento e il Museo d’arte moderna e contemporanea Filippo de Pisis). A causa del terremoto del maggio 2012 Palazzo Massari venne dichiarato inagibile e conseguentemente svuotato di tutte le opere e, da allora, è chiuso per lavori di restauro. Una selezione di opere del Museo Giovanni Boldini e del Museo d’arte moderna e contemporanea Filippo de Pisis ora vengono esposte nel Castello Estense.
Palazzina Cavalieri di Malta – corso Porta Mare 7-9
La palazzina venne edificata tra il 1775 ed il 1785 per volere del marchese Camillo Bevilacqua Cantelli come ampliamento di palazzo Massari. Considerata uno dei pochi esempi di architettura neoclassica a Ferrara, la struttura divenne sede dell’Ordine dei Cavalieri di Malta su scelta del papa Leone XII. Nel 1826 i Cavalieri presero alloggio nella Palazzina Bianca, dove rimasero per otto anni, fino al 1834. Dal 1936 il complesso seguì le sorti di Palazzo Massari: dapprima venduto al Comune, poi anch’esso sede dei Musei d’arte moderna e contemporanea ferraresi, tra cui il Padiglione esterno destinato alle esposizioni temporanee. Il 20 maggio del 2012 venne inaugurata qui la mostra del fotografo italo-palestinese Mustafa Sabbagh, poche ore prima che le scosse del terremoto rendessero inagibile l’edificio. Chiuso in occasione di una mostra fotografica, Palazzo Cavalieri di Malta riapre per la prima volta dopo quasi sei anni proprio in occasione di una mostra fotografica.
Casa Niccolini – via Romiti 11-13-15
Fabbricato di origine medievale trasformato tra l’Otto e il Novecento, quando assunse l’aspetto attuale. Lo storico edificio, fin dal 1669, è dotato di un cortile interno e di due corpi di fabbrica notevolmente modificati nel corso degli anni ma ancora riconoscibili. Come ricorda la targa posta a tutt’oggi sulla facciata, la casa acquisì interesse storico come dimora di Pietro Niccolini (1866–1939), fondatore della Società Dante Alighieri, sindaco della città, nonché giornalista e saggista. Niccolini alla sua morte lasciò l’immobile all’opera pia “Lascito Niccolini”, da lui fondata presso la Cassa di Risparmio di Ferrara. Alla fine degli anni ’80 il Comune di Ferrara decise di acquistare Casa Niccolini nonostante il pessimo stato di conservazione, peggiorato ulteriormente dagli eventi sismici del 2012. L’edificio al momento è sottoposto a lavori di ristrutturazione ma presto sarà annesso alla Biblioteca Ariostea. La destinazione prevista per la nuova ala della storica biblioteca sarà duplice: in parte deposito di oltre tredicimila volumi, e in parte nuova sede della sezione dedicata ai ragazzi.
Ex negozio via Cortevecchia – via Cortevecchia 18 b/c
Bottega, ex sede di attività commerciale, inserita nel contesto urbano del centro storico, appena fuori dalla centralissima piazza Trento Trieste, in cui si trova il Duomo e a pochi passi da piazza Cortevecchia. Nel XVI secolo questa piccola piazza ospitava la sala grande del Teatro di Alfonso II d’Este poi demolita per fare spazio a edifici di servizio della corte. Oggi la piazza ospita un parcheggio ed è direttamente collegata a via Garibaldi. Nonostante l’ottima collocazione sia urbanistica che commerciale, lo spazio ha cambiato spesso gestione ed è rimasto inutilizzato per lunghi periodi.

Dentro alla chiesa di San Giuliano la presentazione di Riaperture con il direttore del festival Giacomo Brini, Fabio Zecchi e l’assessore Massimo Maisto

Chiesa San Giuliano – piazza della Repubblica
Nei pressi del castello Estense, in piazza della Repubblica all’angolo con largo Castello, si trova la piccola chiesetta di San Giuliano. Già nel Duecento esisteva qui una chiesa parrocchiale dedicata a san Giuliano, ma demolita nel 1385, quando prese il via l’edificazione del Castello Estense attorno alla Torre dei Leoni. Qualche anno più tardi, nel 1405, con gli stessi mattoni e materiali, il marchese Niccolò II ordinò la ricostruzione della chiesa nell’odierna posizione. Gli interni furono completamente rimaneggiati nel XVIII secolo secondo i gusti dell’epoca. Nel 1796 la chiesa cessò di essere officiata e restò chiusa per vari anni finché non fu restaurata e ripulita esternamente nel 1895 con un radicale intervento di ritorno all’antico. Oggi proprietà dell’arcidiocesi, è in fase di restauro. Per approfondire cliccare sulla pagina della Chiese dimenticate.

Per info e programma dettagliato si può consultare la pagina web riaperture.com/festival/programma/.

Ferraraitalia con FramE per “Internazionale a Ferrara”. Vinci visita guidata venerdì 29 settembre 2017 ore 17.30

Ferraraitalia, in collaborazione con il gruppo organizzatore del concorso fotografico FramE, offre una visita guidata gratuita al Museo archeologico di Ferrara con i reperti di Spina venerdì 29 settembre 2017 alle 17.30 (via XX Settembre 122) per i primi 5 lettori che scriveranno all’indirizzo redazione@ferraraitalia.it.
L’iniziativa è inserita nel calendario di “Internazionale a Ferrara” e vinceranno la visita guidata gratuita le prime 5 persone che invieranno nome e cognome entro domenica 24 settembre alla redazione di Ferraraitalia specificando nell’oggetto ‘Ferraraitalia_fotoContestFramE’.

Visita guidata gratuita per 5 lettori di Ferraraitalia con FramE al Museo Archeologico di Ferrara venerdì 29 settembre 2017

I vincitori dei 5 biglietti d’ingresso gratuito potranno ammirare i reperti dell’antica civiltà di Spina, conservati nel Museo archeologico nazionale di via XX Settembre 122 a Ferrara con l’accompagnamento di una guida speciale. In occasione del festival “Internazionale a Ferrara” (29 settembre-1 ottobre 2017), la visita sarà arricchita dalla mostra allestita da FramE nel loggiato davanti al giardino del museo. In esposizioni ci saranno le dodici fotografie vincitrici, legate a quattro temi descrittivi delle caratteristiche della città di Ferrara: il verde dei giardini, le origini agricole, l’arte e artigianato.

FramE2017 foto contest agosto “La nostra terra” – 1a classificata Viviana Carli

Il concorso FramE – partito a gennaio 2017 per concludersi a gennaio 2018 – è stato progettato per raccontare in tutte le sue sfaccettature una città antica e monumentale come Ferrara ma anche tutto il suo territorio con gli scatti selezionati tra quelli di un centinaio di partecipanti (tre vincitori per ogni mese, oltre alle menzioni speciali assegnate di volta in volta) per ogni argomento che viene lanciato mensilmente dagli organizzatori: gruppo FramE, associazione Riaperture, magazine online Listone Mag in collaborazione con diversi enti, associazioni e partner del territorio.

FramE2017 foto contest settembre “Atti Unici” – 3o Roberto Del Vecchio

I contenuti delle foto che saranno in mostra al Museo Archeologico riguardano l’aspetto artistico-artigianale e quello verde e rurale che caratterizzano da sempre Ferrara sia nella sua dimensione di città a misura d’uomo sia nel suo territorio provinciale più ampio. Arte e natura, tra l’altro, restano alla base dell’unicità di una città e di un’area che hanno ottenuto il riconoscimento dell’Unesco come patrimonio dell’umanità. Due gruppi di foto in mostra saranno a tema verde (quelle le vincitrici dei contest “L’erba del vicino” e “La nostra terra”) mentre altre due gruppi metteranno in primo piano i personaggi legati ai temi di “Arti e mestieri” e “Atti unici”.

FramE2017 foto contest marzo “Arti e mestieri” – 1a ValentinaTomasi

Scrivete subito e vincerete un giro nella storia tra antichità e presente! Ai primi 5 sarà inviata una mail di comunicazione del premio.

FramE2017 foto contest giugno “L’Erba del vicino” – 1o Francesco Sammaritani

Riaperture, a spasso per Ferrara tra foto e fotografi

La cosa più bella di “Riaperture Photofestival” – a Ferrara da venerdì 17 a domenica 19 marzo 2017, ore 10-19 – è vedere in faccia i fotografi e sentirli parlare delle loro foto e della loro scelta di fare questo mestiere. E poi è una grande occasione per guardare fotografie, sbirciate magari su blog o pubblicate sui giornali, che ora sono esposte qui, in spazi riaperti di Ferrara e altrimenti inaccessibili perché ci sono lavori in corso o perché sono negozi dismessi, uffici da affittare, palazzi e aree storiche in abbandono. L’aspetto negativo è che in alcuni di questi luoghi le foto non sono ben fruibili. A Palazzo Prosperi Sacrati di corso Ercole d’Este e nell’Auditorium del Conservatorio di piazzetta Sant’Anna, ad esempio, l’illuminazione è praticamente assente. Resta il bello di una sfilata di fotografi che attraversa gli spazi riaperti di una manifestazione che vuole invadere Ferrara un po’ alla maniera di Reggio Emilia e del suo festival di “Fotografia europea”. Ecco allora i luoghi e i protagonisti che ci sono dentro, attraverso le immagini appese in parete e, in diversi casi, attraverso gli autori che ti raccontano le foto che hanno fatto.

Un’immagine della serie “Monia” di Giovanni Cocco nel giardino segreto di Casa Romei a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
Giovanni Cocco (foto Giorgia Mazzotti)

Giovanni Cocco, il più emozionante. Composizioni quasi pittoriche, forti contrasti di luci e ombre, la materia sulla carta delle sue stampe così vera che ti sembra di poterla toccare. A Ferrara, Cocco espone le immagini del reportage dedicato alla sorella disabile “Monia”, un progetto che porta avanti da anni e che dà il titolo alla sua mostra allestita nel giardino segreto di Casa Romei, in via Savonarola 30. Lo spazio all’aperto del museo statale è perfettamente tenuto e curato, con due loggiati attorno al riquadro di prato con il classico pozzo in mezzo, ma di solito inaccessibile ai visitatori. Giovanni Cocco, nato 44 anni fa a Sulmona in Abruzzo, racconta che alle macchine fotografiche si avvicina già da bambino, perché il padre è un appassionato di fotografia. Così inizia usando la Canon di papà e impara presto a sviluppare in camera oscura i suoi lavori. Dalla Canon passa alla Nikon, ma comunque – racconta – “ancora adesso preferisco usare la macchina analogica. È un approccio diverso, più selettivo, quello della macchina con la pellicola, che scelgo soprattutto per i progetti di riscoperta di alcune città che sto portando avanti: a Venezia alla ricerca dei suoi luoghi solitari e non turistici, all’Aquila sventrata dal terremoto, ma anche a Berlino e Barcellona”. La scelta di diventare fotografo per professione, invece, la racconta ridendo: “A 25 anni l’ho scelto perché faceva figo! Poi è diventato il mestiere ideale perché in questo modo riesco a esprimere quello che non sono bravo a dire in altro modo, con le parole e nemmeno con la scrittura”.

Sara Munari racconta la sua mostra di foto allestita nell’ex Clandestino pub, in via Ragno a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
Sara Munari (foto Giorgia Mazzotti)

Sara Munari, la più comunicativa. Famosa per il suo blog di fotografia, oltre a scattare foto per progetti che le stanno a cuore, è docente all’Istituto di fotografia di Milano. A Ferrara espone nell’area dove fino a qualche anno fa aveva la sede il Clandestino pub, in via Ragno 37, immagini scattate in Israele e Palestina. Se non ci fosse la spiegazione, risulterebbe difficile riconoscere i luoghi, perché la scelta – spiega Sara stessa – è stata proprio quella di fare panoramiche di spazi che potrebbero essere ovunque (campi da calcio, un’arena, viali, marciapiedi), aggiungendoci l’espediente di colorare l’area vitale delle persone che ci sono dentro, in modo da evidenziare lo spazio di distanza minima che di solito si tiene con gli estranei e che qui separa o unisce i diversi abitanti. Curioso il fatto che anche lei racconta l’approdo a questo mestiere quasi come un fatto casuale. “Mio padre è pittore e quindi cercavo di tenermi alla larga da mestieri artistici, perché sapevo quanto sarebbe stata dura. Poi, però, siccome lavoravo in negozi e attività stagionali estive, mi ritrovavo sempre senza nulla da fare nei mesi invernali e così ho deciso di impiegare quel periodo per studiare. Avevo pensato di seguire un corso di restauro. Invece poi ho scelto il corso di fotografia, semplicemente perché a restauro le iscrizioni erano già chiuse e ho iniziato a frequentare le lezioni senza neanche possedere una macchina fotografica. Dopo un anno qualcosa in me è scattato, ho comprato la macchina fotografica e da quel momento non faccio che usarla: fotografo, insegno fotografia e tengo un blog per parlarne”.

La mostra “What?” di Danilo Garcia Di Meo in via Garibaldi 1 a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)
Danilo Garcia Di Meo (foto Giorgia Mazzotti)

Danilo Garcia Di Meo, il più empatico. Un foto-racconto dedicato a una ragazza che diventata quasi completamente sorda, quello allestito nel negozio vuoto di via Garibaldi 1. Delle cuffie sono a disposizione del pubblico. Ma se le indossi non senti nulla. “Servono proprio a sentire il silenzio – spiega Di Meo – così hai una sensazione di mondo ovattato molto simile a quella che circonda la vita di Ambra”. Non ha ancora 30 anni Di Meo, ma già parecchi lavori e riconoscimenti per un’attività a cui si è avvicinato da bambino. “Mio padre aveva una Rolleiflex, sì quella macchina a forma di scatola che guardavi dall’alto” (come quella di Vivian Maier, ndr). All’inizio dice che faceva soprattutto scatti di paesaggi e cose inanimate. “Una volta superata la barriera della timidezza, ho iniziato a fotografare le persone e a raccontare le loro storie.  E da quel momento non ho più smesso…”.

Gabriele Basilico, quello che manca di più. La mostra dedicata al reportage nelle discoteche è allestita all’Auditorium del Conservatorio di Ferrara, in piazzetta Sant’Anna. Basilico è uno dei maestri della fotografia italiana (milanese classe 1944, morto nel 2013) che firma reportage memorabili su architetture, persone, realtà sociali. Di suo, in mostra, c’è un’unica bellissima fotografia in bianco e nero di grande formato della serie “Dancing Emilia” del 1978: il ritratto a figura intera di una coppia d’altri tempi, pronta a esibirsi su una pista da ballo. Per il resto sono tutti scatti di fotografi che hanno voluto proseguire idealmente questa indagine (Andrea Amadasi, Hyena e Arianna Lerussi), e che hanno rinchiuso le loro immagini catturate tra le luci bluastre di discoteche dentro a plexiglass riflettenti, appesi nella penombra un po’ catacombale del teatro in rifacimento.

Gabriele Basilico, foto della serie Dancing in Emilia del 1978 in mostraa Ferrara per Riaperture Photofestival

Fotografi-visitatori li trovi anche tra il pubblico qua e là, in giro per la mostra diffusa. Nel cortile della factory Grisù-ex caserma dei vigili del fuoco di via Poledrelli 21, c’è il grafico e responsabile del periodico online Listone mag Eugenio Ciccone. In sella alla bicicletta e con mega macchina fotografica Canon al collo: è autore di diversi scatti di documentazione del festival “Riaperture” diffusi e postati sui social. Nelle vecchie aule-ambulatori di corso Isonzo 21 il fotografo professionale Luca Pasqualini si aggira tra i ritratti saturi di colore e oggetti degli ambulanti del luna-park ritratti da Barbara Baiocchi. A vedere e ascoltare Sara Munari ci sono la fotografa Jessica Morelli, titolare di uno studio fotografico aziendale-industriale ferrarese, l’appassionato ed esperto di fotografia Paolo Soriani e l’autore presente in mostra Danilo Garcia Di Meo. Fotografo per passione, grafico e tra gli ideatori della bellissima iniziativa “Interno verde” che ha riaperto e presto riaprirà giardini pubblici e privati di Ferrara è Francesco Mancin, in giro tra le mostre diffuse insieme con Martina Stevoli, altra anima della manifestazione che tornerà a Ferrara in maggio.

La fotografa Jessica Morelli (foto Giorgia Mazzotti)
Luca Pasqualini guarda le foto di Barbara Baiocchi (foto Giorgia Mazzotti)
Eugenio Ciccone nel cortile della Factory Grisuù (foto Giorgia Mazzotti)
Francesco Mancin e Martina Stevoli in giro per Riaperture Photofestival
Sara Munari fuori dall’ex Clandestino pub (foto Giorgia Mazzotti)

L’associazione culturale Ferrara Off torna con “Fuori Pista”
ricco programma di eventi nel 2017

L’associazione culturale Ferrara Off ha deciso: questa volta si va “Fuori pista”. E’ quindi necessario indossare entusiasmo, coprirsi di curiosità ed essere pronti ed attenti ad ogni evento, non lasciarsi sfuggire i workshop e se il terreno sotto i piedi dovesse cedere, lasciarsi travolgere senza timore dalla ‘valanga’ di iniziative che avranno inizio sabato 21 Gennaio e proseguiranno fino a marzo.

Nel corso della conferenza stampa, svoltasi giovedì 12 gennaio presso il teatro Ferrara Off a Ferrara, i responsabili dell’organizzazione Roberta Pazi, Monica Pavani, Marco Sgarbi e Giulio Costa hanno presentato il programma culturale dell’associazione che prevede nuovi laboratori e spettacoli, organizzati in collaborazione con altre associazioni culturali attive sul nostro territorio: Ferrara Jazz Club, Ferrara Marathon e Riaperture. Questi sono solo alcuni nomi delle realtà che fonderanno con Ferrara Off le proprie energie, per creare qualcosa di nuovo e coinvolgente capace di travolgere gli appassionati di cinema, teatro, musica, fotografia: un programma dal quale nessuno è esente.

Come spiega Marcello Garbato, portavoce di Ferrara Musica: “All’interno del nostro spettacolo, si creerà il rapporto tra musica e poesia con un’alta qualità degli esecutori ed un alto profilo del progetto”.
Non mancheranno gli eventi per over e per piccini, come gli incontri di danza rivolti a madri con i figli di tutte le età, per “stimolare la sensibilità comunicativa non verbale ed affinare la percezione e l’ascolto dell’altro”. Elisa Mucchi che curerà in prima persona il laboratorio sprona ad essere curiosi e a cercare di mettersi in gioco senza paura di andare oltre la conoscenza di sé stessi. “È importante avere un luogo come questo che permetta la ricerca e la profondità. Anche io cerco sempre di mettermi in una condizione di apertura e quindi di rischio”.

Le iniziative comprenderanno anche chi preferisce stare a guardare ed ascoltare come le rassegne “L’antica essenza del teatro” di Sabato 28 gennaio che vedrà la partecipazione degli studenti del Conservatorio Frescobaldi o “Nostra Italia del miracolo” di sabato 4 febbraio con un monologo di Maura Pettorusso. Si affronteranno anche temi come l’integrazione delle persone uscite dal carcere e la funzione educativa della pena sabato 11 febbraio con lo spettacolo “Il mio vicino”.

Non mancherà una serata interamente dedicata alla fotografia con “Anatomia dei sentimenti” dove racconti e immagini sono legati a doppio filo ad una lettera dell’alfabeto e ad un dettaglio anatomico, come spiega il volantino.
Gli organizzatori non possono che ritenersi soddisfatti per l’affluenza ai corsi di Ferrara Off. “Abbiamo una lista d’attesa bella piena. Il nostro teatro sta crescendo e questo ci rende veramente fieri” spiega Marco Sgarbi, responsabile della programmazione e dell’organizzazione.

Sul finire della conferenza stampa la parola passa a Massimo Maisto, Assessore alla cultura di Ferrara, il quale sottolinea come “ Ferrara Off è uno degli spazi più importanti, caldi e interessanti della nostra città, infatti, ho spesso chiesto agli organizzatori di fare più cose possibili anche da portare al di fuori del teatro off. Spero che la città continui a dimostrare che questo è un posto importante e aiuti le persone che ci lavorano a trovare non solo le idee, ma anche le risorse per realizzarle”.

(Tutte le foto sono di Valerio Pazzi)

Conferenza stampa Ferrara Off
Presentazione programma Ferrara Off
Presentazione programma Ferrara Off
Assessore Maisto alla conferenza stampa
Conferenza stampa Ferrara Off
Conferenza stampa Ferrara Off
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