Tag: ribellione

Ciao Gigo

La notizia della recente scomparsa di Alberto Gigante – a Ferrara e altrove, per più o meno tutti Gigo – mi ha lasciato (come tanti altri) spiazzato e con le gomme abbastanza a terra.
Ci tengo a precisare che scrivo queste righe da semplice fan degli Impact, gruppo di cui Gigo fu fondatore, batterista e per un breve periodo anche cantante.
Purtroppo, per motivi anagrafici, non ho avuto modo di far parte di quella grande esperienza a cui gli Impact – uno dei gruppi hardcore punk italiani più amati e rispettati in patria e all’estero – hanno dato un contributo così grande e peculiare.
Non posso quindi dire di essere un “insider” di quella stagione unica e irripetibile che fu l’hardcore a Ferrara (e in Italia) ma questo non mi ha impedito di entusiasmarmi anni dopo ascoltando gli Impact, vedendoli dal vivo quando si sono riuniti e imparando tanto dalle loro preziose testimonianze messe nero su bianco nel loro libro “Realtà mutabili” (LineaBN Edizioni, 2011) lettura che a mio avviso (anche solo se si è di Ferrara e si ha a cuore la musica) rimane imprescindibile pur non essendo così fissati col punk e l’hardcore dei primi anni ’80 come magari posso essere io.
Mentre cercavo di ragionare per scrivere mi sono per forza di cose ritrovato a sfogliare nuovamente “Realtà mutabili” e mi sono dovuto fermare più volte perché altrimenti avrei finito per non scrivere più niente.
La loro è una storia che mi appassiona sempre e quel libro l’avrò letto almeno 3 volte.
Ovviamente rileggerlo in questi giorni mi fa un effetto straniante.
I contributi di Gigo al libro sono forse i più “disincantati” – a volte quasi “spietati” – ovviamente secondo me in senso buono.
Rileggendoli mi è partita in testa la sua voce e mi sono ritrovato a ricordare le volte in cui ho avuto il piacere di fare delle chiacchiere con lui, a volte incrociandolo anche solo per caso per strada finendo poi in delle gran pezze che capitava di attaccarsi a vicenda.
A questo punto direi che quindi – come pezzo della settimana – mi sembra il minimo far partire la sua batteria.

Ps: Se a qualcuno interessa “Realtà mutabili” è scaricabile gratuitamente al link che si trova all’interno di questo esaustivo articolo della rivista specializzata Rumore: https://rumoremag.com/2021/03/22/impact-alberto-gigo-gigante-morto-rip/

Ribellione (Impact, 1995)

ECONOMIA E SFRUTTAMENTO, IL VIZIO CHE NON PASSA
Oggi più di ieri: sono oltre 40 milioni gli schiavi nel mondo, soprattutto donne

Non ci sono mai stati così tanti schiavi nel mondo. Un documentato articolo del Guardian lo scorso anno – si trova facilmente su Internazionale – snocciola cifre che dovrebbero far riflettere. Sono oltre 40 milioni – secondo le stime migliori – le persone ridotte, oggi, in schiavitù.

Tra il Cinquecento e l’Ottocento la tratta degli schiavi è giunta forse a 13 milioni. Meno di un terzo della consistenza attuale. Un quarto è di bambine e bambini. Nel complesso risulta un primato delle donne: ogni 10, 7 sono schiave e 3 schiavi. Una persona è ritenuta in schiavitù se costretta a lavorare contro volontà, se appartiene a uno sfruttatore o “datore di lavoro”, se ha limitata libertà di movimento, se trattata come merce, comprata e venduta come bene mobile. Ne ho già, sia pur brevemente, scritto in passato su Azione Nonviolenta [Vedi qui].  Ripropongo il tema perché la schiavitù resta un grande affare: 150 miliardi di dollari all’anno di profitti, più di un terzo nei paesi sviluppati, compresa l’Unione europea. Anzi un affare migliore di un tempo. Due, tre secoli fa 1/5 moriva durante il trasporto e un altro 1/5 nell’anno successivo, secondo Thomas Piketty. I moderni schiavisti guadagnerebbero trenta volte più dei loro predecessori, secondo Siddhart Kara. Per l’esperto – in italiano credo vi sia solo un suo libro, Sex Trafficking, ormai datato – uno schiavo ha un costo medio di 450 dollari, ma produce circa 8mila dollari di profitti annui, 36mila nell’industria del sesso! La schiavitù, illegale in tutti i paesi del mondo, resta, comprensibilmente, largamente diffusa.

Questo dice l’attualità. Diamo un’occhiata alla storia. Faticosa ne è stata, in tempi diversi e modalità differenti, l’abolizione negli Stati. Sempre Thomas Piketty, in Capitale e ideologia, dedica un capitolo a un’attenta ricognizione. Indennizzati non sono gli schiavi, che hanno sofferto, ma i proprietari. Sono ben risarciti per la perdita di beni legittimamente posseduti. Solo a Lincoln, poteva venire in mente di promettere agli schiavi una volta emancipati – la Guerra Civile era ancora in corso – “un mulo e 40 acri di terra”, equivalenti a circa 16 ettari. Morto Lincoln del mulo gli schiavi hanno avuto solo i calci e terra niente, se non quella in cui sono stati sepolti i linciati dal Ku Klux Klan.

Prima è abolito il commercio degli schiavi: 1807 in Gran Bretagna e nel 1815, al Congresso di Vienna, si aggiungono Olanda, Francia, Spagna e Portogallo. I trafficanti debbono dedicarsi a trasporti meno redditizi e senza alcun indennizzo. Ai padroni va meglio. In Gran Bretagna l’abolizione del 1833, avviata concretamente cinque anni dopo e integrata da successive disposizioni fino al 1843, è accompagnata dall’integrale indennizzo dei proprietari. In 4mila ricevono 20 milioni di sterline, 5% delle entrate del regno (dieci volte la spesa all’epoca per l’istruzione). La stessa quota di entrate darebbe oggi 120 miliardi di euro: 30 milioni in media per proprietario, Il tutto è finanziato con entrate gravanti sui contribuenti medi e poveri, data la scarsa progressività delle imposte. In compenso gli schiavi liberati nelle colonie hanno contratti di lavoro semiforzato. Si è detto di chiedere indietro le somme ai discendenti dei risarciti. Naturalmente non se ne è fatto nulla.

In Francia vi è una doppia abolizione: nel 1794 e nel 1848. La prima, propiziata dalla ribellione degli schiavi delle piantagioni di Saint-Domingue, condotti da Toussaint L’Ouverture – Tuttisanti L’Apertura, bel nome augurale, quasi capitiniano – non ha praticamente applicazione se non in quella colonia, ridenominata Haiti. Se ne discutono le condizioni: Condorcet propone abolizione senza indennizzi. Muore un mese dopo l’approvazione della legge. Napoleone vuole riprendere Saint-Domingue e ristabilisce in ogni possedimento la schiavitù. Il cognato, generale Charles Leclerc, comanda la spedizione all’inizio del 1802. Toussaint è catturato e tradotto in Francia, dove muore l’anno successivo.
Resistenza e febbre gialla – anche Leclerc ne muore – sconfiggono la spedizione. Nel 1804 Haiti proclama l’indipendenza. Il re di Francia Carlo X, nel 1825, riconosce Haiti, contro un risarcimento che eviti la guerra e indennizzi i padroni per la perdita degli schiavi. Il debito è stato pagato fino al 1950! Senza interessi sono 30 miliardi di euro. Haiti li chiede ancora inutilmente indietro alla Francia, che pure ha solennemente dichiarato la schiavitù crimine contro l’umanità. La Repubblica francese, nel 1848, abolisce la schiavitù, in tutte le sue colonie, con un indennizzo inferiore a quello ipotizzato dal monarca e rifiutato dai proprietari. Il finanziamento sarà un po’ debito pubblico e un po’ lavoro forzato degli ex schiavi, se vogliono evitare carcere e deportazione come vagabondi. Al re Luigi Filippo Alexis de Tocqueville aveva proposto un’equa formula di risarcimento per i proprietari: metà dallo stato – debito pubblico – e metà dagli ex schiavi, con lavoro di 10 anni sottopagato.

La storia ci dice che tutte le prediche contro la schiavitù, in nome della religione, dell’etica, dei diritti – indispensabili a contestarne il fondamento – l’hanno solo scalfita, finché i padroni non hanno temuto, o visto in atto, la ribellione degli schiavi. Questa ha avuto successo quando ha trovato sostenitori decisivi, tra gli sfruttatori, diretti e indiretti.
Anche ora occorrono la consapevolezza e l’azione congiunta di chi si trova in una condizione di schiavitù e dei lavoratori ‘liberi’ per una comune emancipazione. Sono sottoposti, in grado diverso, alla stessa violenza di un sistema padronale, senza limiti alla proprietà privata, ai profitti, alla rendita. La loro liberazione è compito comune. Ci sembrava di averlo imparato e sentito perfino cantare.

Questo articolo è apparso con altro titolo anche sull’edizione in rete della storica rivista del Movimento Nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
I fari sulla scena collettiva si sono spenti

Sembra che abbiamo rinunciato all’uomo. Non ci sono più uomini nuovi all’orizzonte. Tramontati quelli di ispirazione marxiana e i cristiani di Paolo di Tarso, il nostro futuro promette ominazioni per clonazione e la robotica dal volto umano. Ma l’uomo come orizzonte è scomparso insieme alle utopie per lasciare spazio alle distopie delle war stars.
Non sappiamo più allevare, non sappiamo più crescere, le culle sono vuote perché preferiamo tenerci distanti da queste incombenze.
I giovani si ribellano ai loro formatori e gli educatori, genitori e insegnanti, tra loro si fanno battaglia. L’educazione è divenuto un recinto in cui le individualità ci stanno troppo strette e sempre meno sono coloro disposti ad essere piegati, a farsi plasmare. Neppure l’educazione come partecipazione alla cultura della propria comunità funziona più. Si tenta di intervenire sugli attori: studenti, insegnanti, genitori, senza rendersi conto che il copione è cambiato, ma quello nuovo non è ancora stato scritto. Non sono ancora trascorse sufficienti stagioni per poterlo riscrivere.
Sembra quasi che manchi una vita migliore da desiderare, che la storia debba proseguire senza “storia”, una registrazione notarile di esistenze senza una vita da vivere.
Chi ha compiuto il furto dell’uomo, chi ha sottratto l’uomo a se stesso? Ridateci il disegno di un futuro da desiderare, perché noi non sappiamo più dipingerlo.
Cultura, saperi e conoscenza vanno ripresi in mano perché abbiamo bisogno di tornare a narrare, di imparare a narrare la narrazione ai giovani che devono continuare a scriverla. Qui più nessuno narra e più nessuno scrive. I fari sulla scena collettiva si sono spenti, a fare gli attori sul palcoscenico della vita siamo rimasti soli.
Abbiamo dimenticato l’anima, non quella da dare a dio, ma quella dovuta agli uomini, a quelli come noi, ai nostri simili. L’anima che anima lo stare insieme, il condividere, la lotta per un progetto, l’impegno per un avvenire.
Individualità a contratto per un mondo senza visioni perché non abbiamo una visione del mondo. Non ci restava che contrattare il futuro, perché improvvisamente ci siamo resi conto di vivere senza futuro, senza le idee, i saperi, le conoscenze, le ricerche, l’impegno necessari a poter immaginare e crescere un futuro. Ed allora finisce che il futuro si contratta ad un tavolo di governo e si vota in rete.
Siamo rimasti soli con l’autosufficienza della nostra ignoranza. Non abbiamo coltivato la persona, non abbiamo nutrito la cittadinanza con la cura dei saperi necessari a crescere generazioni colte, consapevoli, capaci di maturare nel difficile percorso dello stare insieme, soprattutto quando nuovi compagni di viaggio, sconosciuti, venuti da un altrove, chiedono di affiancarsi al nostro cammino. Nell’ignoranza le culture si temono e diffidano l’una dell’altra.
Si può rinascere dal basso se abbiamo l’idea di un uomo nuovo che non è quello che ora siamo, ma che potremmo essere. “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”, scriveva Salvatore Quasimodo, il problema è ancora qui, e si misura nei passi che abbiamo compiuto nella nostra umanizzazione. È questa la sfida e la scommessa che rimangono aperte.
Dov’è il testimone della nostra vita, del nostro essere umani da lasciare ai giovani, da trasmettere alle nuove generazioni? Non è che non sappiamo, è proprio che non ce l’abbiamo. E allora perché stupirsi che il nostro sistema di formazione non funziona più. Gli manca il modello a cui aspirare, il testimone da imitare.
Il futuro non fa paura se il futuro ritorna a promettere. Ma la promessa bisogna costruirla e non può che essere la promessa della civiltà dello stare e del crescere insieme in una società e in un mondo aperti. Prendersi cura del crescere e dello stare insieme come condizione per disegnare orizzonti e futuri per cui valga la pena di vivere. È questo l’uomo nuovo di una nuova umanizzazione, l’uomo che si fa umanità con i suoi simili per vivere insieme quest’unica e comune avventura terrena. Le politiche per la natalità stanno tutte qui, in un futuro di cui non si abbia timore ma per il quale valga la pena crescere e impegnarsi.
È un problema che passa attraverso la rifondazione delle nostre scuole capaci di restituire l’uomo intero a se stesso, aprirlo alla cultura della umanizzazione per umanizzare la narrazione della vita.
Si può rinascere dal basso perché niente meglio delle nostre città può divenire la culla capace di crescere ed allevare con cura l’uomo nuovo di un nuovo orizzonte umano.

Vivere e morire a Kabul, la discriminazione vista con gli occhi degli afgani

Ispirato ad una storia vera, “Osama” è il primo film prodotto in Afghanistan dopo la caduta del regime talebano del 2002, interamente girato a Kabul, con attori non professionisti e pochissimi mezzi. Un film duro, spietato, tragico, crudo e rigorosamente preciso nel documentare uno dei momenti storici più difficili e violenti del paese. Il regista Siddiq Barmak si ispira alla storia vera di una bambina che era stata barbaramente giustiziata dal regime talebano per essersi travestita da maschio e aver frequentato le scuole da cui le donne erano estromesse. Se la notizia fece più scalpore sulle nostre televisioni e giornali che in quel Paese abituato a storie di ordinaria violenza e di terrore, il cineasta afgano ne era rimasto profondamente turbato e aveva deciso di rielaborare la vicenda per farne un film, coraggioso e tremendo. Era il 2003, le manifestazioni in piazza delle donne venivano disperse con violenti getti d’acqua, repressioni feroci che soffocavano il grido di “dateci lavoro, non vogliamo fare politica, abbiamo fame”. Cartelli, mare di veli azzurri, centinaia di donne che marciavano lungo strade fangose e sterrate. Povertà, dolore e rassegnazione obbligavano a dover rinnegare la propria identità. Si arrivava a maledire il giorno della propria nascita, se si aveva la terribile (e temibile) sventura di venire al mondo in un mondo di uomini, dominato solo da uomini, in un mondo fatto di devastazione, ferite, dolore e grigiore. Donne cui era vietato uscire se un uomo non le accompagnava. Figuriamoci lavorare (non che oggi la situazione sia profondamente cambiata).

osama
La locandina

Maria (Marina Golbahari), la protagonista senza sorriso e senza amore, ha dodici anni e vive, con la madre (Zubaida Sahar) e la nonna, nella più totale miseria ed emarginazione, dopo essere sopravvissute alle dure repressioni di piazza del regime talebano. Il padre e lo zio, uniche presenze maschili in grado di assicurare la sussistenza, sono morti in guerra e così è costretta a fingersi un maschio per poter lavorare e mantenere la famiglia. Maria diventa Osama. Spaurita e sofferente, viene condotta insieme a molti suoi coetanei, nella scuola talebana, la Madrasa, per imparare il Corano e la guerra. Oltre alla sua fragile voce, sarà proprio la palese manifestazione della sua natura biologica a offrire a tutti l’inoppugnabile prova della sua vera identità e a condurla al patibolo. Continuerà a sbagliare, non riuscirà a nascondere la sua femminilità e ad adattarsi a regole, gesti, modi e pensieri da maschio. Nonostante i tentativi di aiuto di un ragazzino, amico più grande.

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Maria, la protagonista costretta a celare la sua identità

Rispetto alla bambina che ha ispirato Barmak, a Maria verrà risparmiata la vita, ma non la libertà. Una terribile condanna, infatti, la priverà brutalmente della sua infanzia e la escluderà per sempre dal mondo. Il vecchio Mullah la “salverà” barbaramente, chiudendola in casa per farne la più giovane delle mogli. Una trappola che sarà per sempre, un orrore; epilogo terrificante, che non necessita di parole. I volti dei protagonisti sono segnati dalle rughe profonde della paura, dalle lacrime della disperazione, dalla polvere di un Paese perso, dal grigio della mancanza di libertà, dal nero di una voce che non può parlare, dalla miseria creata da un regime e da una guerra che non perdonano. Intensa la recitazione degli attori che hanno ancora vivi i ricordi delle devastazioni umane e materiali patite; tra tutti, indimenticabile la protagonista, i cui occhi vitrei, persi e malinconici bastano da soli a raccontare la sofferenza delle donne oppresse, quella di un intero popolo. Una sofferenza che attraversa lo schermo, occhi senza gioco, gioventù e spensieratezza, simili a quelli di un cerbiatto ferito, che quasi rimproverano lo spettatore per restarsene lì immobile a non fare nulla. Quello sguardo scuote stanchezza, noia e indifferenza, paure, problemi, ambizioni e incertezze di ogni giorno che diventano nulla, se confrontate a quel grido di dolore. Ci si sveglia, si rimane scossi, si pensa, si riflette, non si è più come quando si è entrati in sala. Per non dimenticare, per non essere più tanto distratti, per poter riparare a quegli errori, magari, un giorno, non ripetendone di uguali.

Osama“, di Siddiq Barmak, con Marina Golbahari, Arif Herati, Zubaida Sahar, Gol Rahman Ghorbandi, Mohamad Haref Harati, Mohamad Nader Khadjeh, Khwaja Nader, Hamida Refah, Afghanistan/ Giappone/Irlanda, 2003, 82 mn

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