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DIARIO IN PUBBLICO
Poltrone e posizioni

 

Una bellissima foto del raduno dei grandi in Cornovaglia per la foto ufficiale [Qui], con in mezzo the Quenn Elizabeth dà la visione plastica dell’importanza dei partecipanti. A lato della sovrana sulla destra del riguardante Johnson e dopo di lui Biden. A sinistra Macron e accanto a lui la Merkel. In piedi tra questi due Ursula von der Leyen e alla sua destra il ministro giapponese Yoshihide Suga. Quasi dietro la regina l’altissimo Justin Trudeau per il Canada quindi Mario Draghi e infine per l’Ue Charles Michel. La regina si è lasciata andare a un bon mot tipico della tradizione inglese “dobbiamo fare finta di divertirci?” che molto ci dice sullo spirito inglese.

Quale è stata la scelta delle posizioni?

Probabilmente si tratta di una sottile strategia che dovrebbe mettere in luce in che modo il vertice si rapporta con i maggiori rappresentanti del raduno. E lo dimostra la posizione di Biden (invitato) che siede all’estrema destra della fila di seggiole. Ancora una volta la vista supporta il discorso non detto e i gesti assumono un carisma che probabilmente viene indotto dalla lettura che ne viene fatta.

Tuttavia non sono quelli i rappresentanti del potere, ma lo sono i fantocci che attraverso una serie conosciuta solo a coloro che frequentano il calcio conoscono e apprezzano gesti, sudori, puzze e strofinamenti oltre naturalmente il gioco con le sue regole. L’uomo e la donna di media levatura giù, giù a scendere, s’identificano con questi ragazzotti, il cui potere mediatico e ideologico ha superato ogni confine di dignità e di consapevolezza.

E che nell’ignobile deturpazione della facciata dell’antica chiesa di San Giacomo in via del Carbone a Ferrara si legga “Maradona vive” ce la dice lunga sulla grandezza italiota. Se è vero – ma la leggenda fa parte della verità – che uno qualsiasi di loro abbia fatto una festa a Skorpios, lasciando 30 mila euro di mancia, ci rendiamo conto dove batte il cuore degli sportivi e non solo.

Così tra gesti scaramantici, ululi, asciugamenti di faccia, abbracci, saltelli tutti insieme appassionatamente, ecco dalle cronache sportive riappare il verbo magico: ‘soffrire’. Non appariva nemmeno nelle cronache dei peggiori momenti della pandemia; ma oggi un giornale nazionale così titola la vittoria «Agli europei soffre, lotta e vince 2-1 con l’Austria nei supplementari. Una lezione per il paese che da domani torna alla normalità». E in grandissimo: «L’Italia che ci piace». Però! Il Corrierone scrive «Cuore e grinta» e ancora «Sofferenza e felicità».

Poi a qualche pagina di distanza una delle confessioni più straordinarie del mio carissimo amico Riccardo Muti, su cui tornerò in un prossimo Diario. Qui basti il titolo: «Muti: “Mi sono stancato della vita. I direttori gesticolano e studiano poco» [Qui]. E alla domanda se crede in Dio, ad Aldo Cazzullo che lo intervista, dà questa strepitosa risposta: «Sento che l’universo è attraversato da raggi sonori che arrivano fino a noi; ed è la ragione per cui abbiamo la musica. I raggi sonori che hanno attraversato Mozart sono infiniti». Altro che inseguire una palla e ‘soffrire’! Sono consapevole che queste note amare diminuiranno la stima dei miei cinque lettori. Ma come diceva un grande “Ad ognuno il suo”. Ed il mio non passa attraverso la sofferenza di una palla.

Notizie stimolanti ci arrivano frattanto dal Palazzo. Le lettere, i fatti, gli intrighi dell’odierno governo ferrarese lasciano un sapore di deja vu. Ascolto con interesse anche le proteste della parte avversa, quella che un tempo consideravo mia. Ma non mi convincono. Vedo anche con tristezza consumarsi il ruolo delle associazioni culturali sempre meno incisivo. E mi domando se quel poco o molto che ho fatto per questa città sia un rimprovero o una dimenticanza.

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DIARIO IN PUBBLICO
La fatica di vivere oggi

Poche cose mi hanno colpito in questo momento storico, dove vanno ripensati tutti – o quasi – i valori e i delitti che si compiono, quanto questo fatto apparentemente minore che si è svolto all’ospedale di Rimini e che inconsciamente auspico sia una bufala, sapendo già che non lo è.

Leggo in QN di lunedì 26 ottobre 2020, p. 12 che all’ospedale di Rimini nel parcheggio riservato agli operatori sanitari settanta macchine, tutte accuratamente scelte tra quelle in possesso di chi lavora all’ospedale, sono state sfregiate, colpite, prese di mira da qualcuno che le aveva accuratamente scelte. Non una di chi non operava all’interno dell’ospedale. L’indizio che si trattava di una miserabile vendetta contro chi opera nel campo medico consiste nel fatto che nulla è stato asportato all’interno dell’abitacolo.

Un gesto così talmente amorale e terribile può essere messo purtroppo in corrispondenza con le convinzioni di coloro che in regimi totalitari operano per la miserabile soddisfazione di una vendetta pericolosa. E i miei connazionali italioti TUTTI,  anche coloro che sono innocenti, portano sulle loro spalle la spaventosa pandemia dell’immoralità. Vergogna a tutti noi che non sappiamo scrollarci di dosso simili immondi esseri.

Mi rendo conto che la conclusione del discorso potrebbe e può colpire chi da sempre ha lottato e lotta contro il diritto del singolo a non essere chiamato in causa in quello che può parere un coinvolgimento totale nelle colpe di un’epoca pur restandone fuori. Penso ad esempio al giusto scatto reattivo dell’amico fraterno Fiorenzo Baratelli. Ma una lunga telefonata ha spiegato (in parte) la possibilità di una coincidenza tra i due pensieri. Non voglio certamente mettere in dubbio il generoso lavoro svolto da chi non vuole essere responsabilizzato in una generica e forse frettolosa sentenza di coinvolgimento. Guai se non ci fossero coloro che operano in quella direzione di distanziamento! Ma la mia provocatoria battuta riguardava chi, essendone venuto a conoscenza, non avesse potuto o voluto distaccarsene e condannarla.

Certo! Quante persone perbene nei paesi coinvolti nell’ideologia nazista ad esempio ignoravano la terribile realtà storica. Diventavano colpevoli solo quando, avendo saputo la verità, non avevano operato in conseguenza. Ecco in qual modo va inteso il giudizio che ho espresso e che si riferiva al fatto che in quanto  ‘a livello teorico’ tutti portiamo sulle spalle “la spaventosa pandemia dell’immoralità”.

Nel frattempo come diceva mia nonna “sono stato regalato” di un dono così prezioso che faccio ancor adesso fatica a rendermene conto: assistere al concerto di Riccardo Muti al Teatro Abbado di Ferrara. Lo attendevo, in quanto ancora una volta devo ribadire che Riccardo e Cristina Muti sono stati e sono tra gli amici più cari della mia lunga vita. La fraterna amicizia che ci lega non è stata mai scalfita da qualche fraintendimento, che nel mondo della cultura non è così difficile ad attuarsi. Il Maestro mi ha stretto in un abbraccio che tanto rivelava della gioia genuina di vedermi, mentre Cristina dagli splendidi capelli azzurri e avvolta in un manto di raso rosa degno (e probabilmente lo era) dell’inventore della moda, il proustiano Poiret, mi ricordava momenti straordinari del nostra giovinezza fiorentina.

A quel punto s’annuncia Vittorio Sgarbi che con la solita irruenza ricorda anche lui il comune tempo fiorentino. Rimango un po’ interdetto, ma gli amici Muti vogliono portare un modus vivendi tra le lontanissime convinzioni che si ergono tra la mia visione della cultura e quella del critico d’arte. Mi racconta di quello che intende fare per una mostra su Giorgio Bassani e l’arte; mi comunica che gli uffici di Ferrara Arte, l’organizzazione che presiede, si sistemeranno al primo piano di Casa Minerbi, lo splendido palazzo dove è situato anche il Centro Studi bassaniani. Chiede notizie di poter conoscere la curatrice del Centro, la professoressa Portia Prebys, che per un vezzo linguistico chiama Portìa e non Pòrtia; annuncia il progetto di una mostra canoviana da far assieme, tra me presidente dell’edizione nazionale delle opere di Canova e lui presidente della Fondazione Canova di Possagno. Si sa che ormai il giro culturale come da sempre si svolge tra presidenze e direzioni… E questo ritorno al passato, che non si spegne nel giro di un giorno o di un anno, ha la sua conclusione proprio in questi giorni, quando il Maestro indirizza una degnissima lettera al capo del Governo Conte, il cui senso è rinchiuso in queste parole:

Chiudere le sale dei concerti e i teatri è decisione grave. Definire come ‘superflua’ l’attività teatrale e musicale è espressione di ignoranza, incultura e mancanza di sensibilità.”
La riflessione di Muti non fa leva, o non solo, sul problema del lavoro, ma insiste su quel tesoro culturale che è il senso vero di ciò che la pandemia di corona virus non deve strappare alla nostra provata esistenza: la cultura come tesoro inalienabile della nostra vita.

Il presidente Conte ha saputo rispondere con altrettanta finezza alla richiesta del Maestro. Lo stesso incipit è diverso: “Gentile maestro Muti”; dove sottolineare la ‘gentilezza’ mi sembra un’ottima occasione d’incontro. Sottolineare poi la ‘gravità’ del problema ne dice il senso ed infine la necessità per ragioni di salute lo conclude. Termina Conte: ”Siamo costretti a fare questi ulteriori sacrifici. Ma non intendiamo affatto rinunciare alla bellezza, alla cultura, alla musica, all’arte, al cinema, al teatro” (Corriere della sera, 27 ottobre 2020, p. 1 e 17.)

E’ proprio leggendo questa corrispondenza che ancor più dolorose appaiono le proteste indubbiamente capibili che hanno sconvolto Napoli, Milano, Torino.
Ma non molliamo! Cerchiamo di essere degni della civiltà che ci ha generato.

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DIARIO IN PUBBLICO
Borse, borsoni, borselli e zaini

L’equipaggiamento della foemina et homo laidensi non può prescindere da una serie di accessori che ne fanno l’esatto ritratto del personaggio alla moda: dai tre ai novantacinque anni. Il nucleo del vestimento è dato da una serie di sacche e sacchetti che racchiudono tutto ciò che occorre alla specie marina. Ovviamente accompagnati da pantofole infradito, da berretto portato con la visiera dietro, da cui spuntano, in chi li possiede, una selvaggia massa di capelli (per lui) e da guizzanti e serpentine chiome rinserrate in fasce e calotte (per lei); da crani lucidi per sudore di chi ne è sprovvisto.

Ma torniamo al contenitore. Nella mia infanzia che si perde nella notte dei tempi si usava la borsa da mare, immensa, che conteneva di tutto: dagli asciugamani alla carta igienica, dai costumi di ricambio, alla merenda se non al pranzo, dalle pantofole da bagno alle cuffie e ai giornali e libri per i più colti. Un  peso enorme trascinato faticosamente dal ragazzotto, nelle famiglie era il pezzo forte, in spiaggia inseguito dalle urla materne che ne reclamavano il possesso, pieno di ormoni e che si supponeva fosse il più forte. Una rappresentazione efficace sta in Casotto il film del 1977 di Sergio Citti, l’allievo di Pasolini, abbastanza attendibile seppure velato dalla nostalgia tipica dell’ultima stagione neorealistica.

Ma la borsa! La borsa era per le jeunes filles en fleur della mia giovinezza l’apice della maturità raggiunta. Leggere Bonjour tristesse della Sagan e portare con naturalezza la piccola trousse di Hermès o di Chanel, o partecipare ai moti studenteschi con i capelli avvolti in un foulard francese e sbattere la borsa preziosa contro gli scudi della polizia, qualificava le ragazze: intelligenti, belle – quasi sempre – semmai per le irrimediabili definite interessanti dai loro compagni capelluti, con il foulard alla Battisti al collo e i pantaloni a zampa d’elefante. Che tempi! Ricordo ancora, non potendo sfoggiare neppure un minimo scialo di capelli, i foulard che m’adornavano il collo un po’ gallinaceo, mentre davo il braccio alla mia dea, Elsa Morante, passeggiando a Roma per il Corso. Negli ambienti raffinatissimi fiorentini, dove tutto doveva apparire comodo, usato e mai nuovo le borse venivano comprate in piccoli negozi di via della Vigna nuova o in via Tornabuoni, tra Old England e Ferragamo. Mai esibite; semmai lasciate a maturare dalla stagione precedente. Nelle estati versiliesi le ragazze sfoggiavano piccole sacche di pezza da usare con moto rotatorio, quando si sorbiva il gelato da Fappani o più tardi al Lido di Camaiore ai Sorci verdi. Quando osai per la prima volta presentarmi a Bellosguardo dalla mia vice mamma con un borselletto comprato a prezzo carissimo venni accolto con strida e furore. Mi venne imposto immediatamente di lasciarlo a casa (era una prima del Maggio Musicale dove dirigeva l’amico Riccardo Muti) e di non permettermi mai più simili follie.

Ora dal mio osservatorio laidesco osservo l’assembramento delle sacche. Sull’esile spalla delle donne si contano: borsa normale, e una specie di sacca che contiene oggetti fondamentali per la vita di spiaggia o di discoteca; sull’altra alcune specie di tubi il cui contenuto non riesco a indovinare. I loro compagni maschi aggiungono al tutto uno zaino enorme rigorosamente infilato su una sola spalla e protetto, ovviamente davanti, dal racchettone. Più imbarazzante la mise dei diversamente giovani a cominciare dai quaranta/cinquantenni che si coprono le pudenda con un borsello esattamente posto sull’organo riproduttore. Naturalmente indossano slip anni Ottanta con cui passeggiano anche per viale Carducci. I loro bellissimi cani, indifferenti alle mode, piscicchiano stancamente dopo l’annusata di rito.

Sembra quasi che il fascino delle boutiques dei falsi sia fuorigioco. Provviste di borse, vestiti, orologi, scarpe accuratamente distanziate sulla battigia non attirano più le masse frementi del falso lusso. Ora vanno molto i negozi cinesi provvisti di tutto: dal cocomero al costume da bagno e naturalmente da batterie complete di borse, borsoni, borselli e zaini.

Nello studio, dove mantengo parte dei libri fiorentini, mi diverto la domenica a raccoglierne una decina e portarli alle signore, che hanno il loro banchetto fuori dalla chiesa e che li vendono per beneficenza. Ma anche qui le risposte sono diverse. Da alcune vengo ‘regalato’ di santino e rosario da altre – una in particolare – che mi caccia ululando “corona virus!”. E in questa strana estate anche i libri portano maleficio. All’edicola, dopo aver comprato l’ennesimo Camilleri o Carofiglio, penso con tenerezza ad un me ragazzetto, che sul viale a Viareggio davanti alla libreria accanto al caffè Margherita si scioglieva di commozione a leggere i titoli dei libri che avrebbe voluto leggere e che non poteva permettersi.

Arrivò poi la stagione fiorentina quando in via Tornabuoni la libreria ti permetteva di leggerli, di riportarli o di tenerli e di pagarli a rate. Che scorpacciate! Allora sì che i borsoni erano necessari!

DIARIO IN PUBBLICO. Vacanza pasquale

La ‘Pasqua con chi vuoi’ nei bei tempi andati era una minaccia che tentavo di esorcizzare ogni anno ricorrendo a trucchetti simil-ignobili che si riflettevano sulla scelta di sollecitare (figurando entusiasmo) ai miei parenti il prestito di un appartamento ai Lidi Comacchiesi. Loro, ben consapevoli della mia falsità, mi bloccavano, dandomelo generosamente  e pregustando quale sarebbe stata la mia débacle. Quello situato al sesto o ottavo piano del più alto edificio del Lido estense  aveva il vantaggio di non essere umido e bagnaticcio come l’altro, ficcato dentro la pineta, ma poteva riservare la sorpresa che l’ascensore si bloccasse e fosse necessario farsi il tragitto a piedi (oggi però, le scale al posto dell’ascensore, è un’ottima precauzione).
La meta più agognata era quella di potersi recare a Ravenna, a fare l’ennesimo giro delle basiliche o sostare presso la tomba di Dante leggendo qualche brano della Commedia. Non proprio entusiasmante specie per chi sedeva al fianco della mia bianca 124. Mentre l’universo mondo s’ingozzava tra merende, pranzi, festini caserecci, consumando enormi quantità di cibo, noi avevamo già prenotato i nostri ristoranti top tra Comacchio e la laguna. Scelta che permetteva di trascorrere ore su ore per essere serviti, condensando il tempo non in un brunch ma in un pranzo-cena. Altro che i giovanili e insulsi aperi-cena! Poi, mentre le ombre si allungavano, tornavamo al silenzio lidesco tanto simile a quello che oggi ci circonda.

E ben che vada che non piovesse o la festività cadesse presto nel calendario!! Allora, muniti di ombrelli, trascinavamo gli stanchi passi per il viale: su e giù. Giù e su. La nota più eccitante era il mercato del sabato (e pensiamo adesso cosa significa quell’irraggiungibile luogo!) dove compravamo le cose più inutili, e che si concludeva, carichi di merci, al caffè. In tempi felicissimi c’era ancora il cinema, che ovviamente programmava i film più melensi della stagione, e talvolta, se mia madre era con noi, rivisti di seguito almeno due volte. Un evento clamoroso talvolta ci premiava. Poteva essere la presenza a Ravenna di Riccardo Muti, allora la festa era assicurata, nel suo salotto a parlare di Firenze e dei nostri amici. Ma l’occasione era sempre più rara, proporzionale alla fama mondiale del direttore.

Ora mi domando, dalla immobilità della mia postura di criceto, se il rifiuto dei Lidi fosse spiegato proprio  a causa di questo tempo sospeso, sonnolento, quasi inutile dovuto o  alla mancanza di ‘dané’, o perché le gite pasquali mi procuravano quel senso di tristezza dovuta proprio alla constatazione che Pasqua significava doversi divertire a ogni costo.
Nel ricordo però s’insinuano momenti dolcissimi: il borbottio di Eleonora amata amica/sorella che con me condivideva l’insofferenza del mare o l’arrivo di Romano con tutta la sua carica ed energia da scaricare in pranzi e cene nei luoghi più ‘buoni’ da lui conosciuti. Mi ricordo poi che dalla campagna avevo trasportato al mare l’intera collezione dei gialli di Agatha Christie, che venivano delibati tra l’umido delle lenzuola, avvolto in felpe mostruose.
Sono i ricordi che si fanno più vivi man mano che il tempo passa e il presente o il passato prossimo si sfumano e si falsificano, restituendo un passato remoto vivace, fresco, luminoso.

Quando poi arrivammo a permetterci i viaggi di lusso o a Parigi o in Egitto o negli States nei giorni prescritti, il silenzio si accordava al rumore delle città, alla grandiosità dei monumenti, alle notti bucate dalle stelle. Sarà vero, allora, che la pandemia ci obbligherà a ricostruire un presente/futuro che cancellerà quel passato a cui si rifà la vita di tutti noi? Mah!

Così mi compro la colomba pasquale, faccio l’ennesima telefonata alla farmacia per reclamare le introvabili mascherine, compio  una visita veloce al negozio di pesce in taxi per procurarmi le delizie ittiche, e… un colpetto di tosse mi mette subito in apprensione, ma passa presto e allora, scodinzolando a mo’di criceto, continuo il mio walk about  girando intorno, intorno al giardino, tra il prato fitto di margherite e le camelie trionfanti che se ne infischiano ormai delle ‘regolate’ del giardiniere ed esplodono selvaggiamente come un fiore dei tropici.
AVGURI come diceva la nonna.

IL SORRISO AI TEMPI DEL COLERA

Respiro ancora i balsami che emanano dagli ultimi fiori che al mercato sotto la statua di Savonarola i commercianti veneti portarono prima della chiusura totale. Delicati odori di fresie bianche e di gigli rosa con la nota acuta dei giacinti blu che oggi hanno esalato l’ultimo respiro. Al computer ascolto il disco con tutto Verdi diretto da Riccardo Muti e mentre qui in città si viola ogni convivenza civile tra piatti che volano, silenzi e urla, richieste di dimissioni, risposte di “ma quello/a chi è ?”, ripenso al termine eleganza che fino a poco tempo fa era, al di là di chi governava la città, una cifra stilistica, etica, storica della vita di Ferrara. Di una cara amica, importante rappresentante delle amministrazioni passate, rudemente attaccata da un noto critico e polemista, mi viene alla memoria la classe e la gentilezza.

Lei, erede della famiglia Tambroni la cui moglie giacque, immortale Grazia – quella di mezzo – tra le braccia di Antonio Canova che la scolpiva. La famiglia si limitò all’uscita della stampa del Gruppo a strapazzarne l’immagine, amorevolmente conservata poi, dalla stessa famiglia. Non dimentichiamoci che il padre della suddetta signora fu tra i più straordinari cultori della memoria e della forza culturale della città e a lui, Luciano Chiappini, la città intera deve – come nell’immediato ultimo Dopoguerra a Carlo Bassi, a Giorgio Franceschini , a Claudio Varese –  la memoria gentile, la qualità della cultura ferrarese. A questo non ci si può sottrarre se non negando quel poco o tanto che Ferrara ha saputo esprimere nel Secolo Breve e, in conseguenza, nell’oggi così poco gentile e pacato.

Mentre si svolge questo tempo oscuro dell’oggi, mi sovviene non l’eterno ma la declinazione della bellezza tra giardini e paesaggio, Dante, i poeti ferraresi e anche talvolta la rischiosa avventura sul terreno mobile della storia dell’arte di cui sono adepto e incurabilmente seguace.
Così, dopo il soggiorno ai Tatti o alle università americane a Firenze, Oxford, Harvard, San Francisco. Seattle, Smith College le Seven Sisters sino alla Julliard School, dove tenni la lectio magistralis per la laurea dell’amico Muti tornavo a Ferrara. Potevo dire tra me e me: “Sono qualcuno”, ma prevaleva la vita, l’eleganza dell’essere e del fare; poi, anche se le amministrazioni ferraresi mi davano lo sfratto dalle associazioni e luoghi che avevo fondato, a chi importava? Non certo a me che passavo nel giro di una settimana dall’abitare in una delle case più belle del mondo a Firenze, ritornando poi felice nei miei 80 metri quadrati in affitto, a fare i conti della spesa e, se me lo potevo permettermi, il cinema. Conclusione. Vale la pena sbraitare? Vale la pena di accapigliarsi se non pensando alla qualità della vita che puoi condurre con eleganza e civiltà? Molto spesso è quel che manca nelle dispute ‘fraresi’ odierne. L’urlo e la canea non dovrebbero risuonare nella la città del silenzio.

Esco pertanto nei dieci minuti concessi alle mie compere giornaliere nel breve tragitto tra casa mia, gli alimentari e la farmacia, bardato secondo le esigenze dettate dal maledetto morbo: palandrana scura, cappello avvolgente, occhiali e sciarpona che mi copre bocca e naso. A 20 metri, mia moglie cammina svelta, avvolta nella stessa mise ma con sciarpa bianca. Qualche breve notazione rompe il silenzio irreale. Arriviamo agli alimentari e scopriamo una discreta folla che s’aggira prudente, coperta da una, due, a volte tre mascherine. Ci si guarda un po’ in cagnesco, mentre i più sembrano inghiottire il cellulare per non sgarrare dalle inflessibili leggi. Dopo paziente attesa, dall’interno esce l’inappellabile grido scandito col nome di battesimo che uguaglia tutti, e quindi, con fare sottomesso e umile, raccogliamo la spesa. In breve raggiungiamo le fruttivendole. Compongo un inno con accenno di balletto alla loro insuperabile uva e quindi mi metto in fila lunghissima di fronte alla farmacia. Non più grida ma sussurri, mentre smarriti teniamo il doppio della distanza. Commentiamo seccamente l’atteggiamento inopportuno di chi non la tiene, mentre ectoplasmi che non rivelano il gender, guardano sospettosi i chiamati all’Eliso farmaceutico. Infine torniamo sempre a distanza dondolando borse e borsette per infilarci alla fine nel portone di casa che rivela, al di là dei vetri del giardino, la più bella fioritura di camelie che ricordi da decenni. Rispettosamente mi allontano per lasciar vivere il loro trionfo, breve ma indice di una bellezza indistruttibile.

Ed ecco, mentre svogliatamente mi aggiogo al carro del lavoro – due saggi uno su Magris, l’altro sulle Delizie ferraresi– scopro che alla sera verrà proiettato Il grande Caruso con Mario Lanza. Finalmente! Dopo anni ho la forza di rivedere quell’orrendo film che mi ha fatto sognare. Ecco allora risuonare la voce mediocre, ecco i vestiti strepitosi, ecco quel lusso pacchiano delle migliori produzioni hollywoodiane, ecco apparire Gatti che con un sussulto ricollego al sovrintendente Gatti Casazza che fece la fortuna di Caruso e del Metropolitan e che, ‘naturalmente’, era ferrarese. Un teatro mediocre e che, appunto,per la sua mediocrità mi affascinò nel 1982 quando lo frequentai.
E per finire,tra gli innumerevoli auguri ricevuti nel giorno del genetliaco, ecco il regalo più gradito tra gentilezza e nobiltà. Una delle mie pronipotine compie gli anni in questi giorni, il padre Francesco arriva a casa e viene abbracciato dalla figlioletta che gli si attacca al collo e comincia a urlare “Auguri!  Auguri!”. Le si viene fatto notare che domani sarà il suo compleanno. Risponde, la piccola Martina, che è sbagliato, poiché in quel giorno si celebrava la festa di San Francesco Rom. Da gran filologa, aveva fatto il maschile di Santa Francesca Romana e quindi progettiamo di fornire al padre un mantello/lenzuolo, cappello e piattino d’ottone per raccogliere soldi per i poveri. E da ora, Franz si chiama Francesco Rom.

La cupezza di questa città sembra irreversibile: non più indugiare in mirabili piazze, non più vivere in socialità. Solo reclamare nel silenzio irreale degli IO che attestino un valore. Quale valore? Certo, ci sarà, ma privo di eleganza, di discrezione.
Ma è questo che vogliono e pretendono gli ‘itagliani’. Quasi tutti.
Comunque da elogiare il comportamento dei miei concittadini, dei miei connazionali che hanno saputo e sanno aderire con matura civiltà alle dure leggi imposte per il bene di tutti.

 

Clap clap clap

Cammino in queste folgoranti giornate di sole tra una serie di zombies che, indifferenti alle presenze altrui ma chiusi nel loro universo tecnico, avanzano portando alla bocca il cellulare quasi volessero mangiarlo, o meglio, eseguire una specie di comunione laica celebrando una messa satanica che esclude tutti e preserva solo l’altro con cui si comunica. E nella pigrizia del dopo pranzo, in attesa del riposo riparatore, ascolto una trasmissione televisiva che invita a condividere tra persone note i loro momenti importanti di vita vissuta. Un’entusiasta platea e un certo numero di giudici a ogni, o quasi, parola dell’intervistato,. scatenano fragorosi applausi. Addirittura, la spigliata presentatrice non lascia un minuto il gesto dell’applauso, anzi, ne diventa schiava e protagonista: è l’applauso.
Così il dizionario Google lo definisce: “L’applauso è fin dall’antichità un modo per esternare la propria approvazione e il proprio consenso a una o più persone. Tale manifestazione consiste nel battere i palmi delle mani ripetutamente producendo un suono secco e forte che solitamente, unito agli applausi di altre persone, risulta simile a uno scroscio.”
Ma l’applauso, o più comunemente il battimani, diventa col tempo e nel tempo una forma di controllo del potere organizzato come rigido sistema di adesione. Le più perniciose tra queste manifestazioni ancora risuonano alle orecchie nei telegiornali delle adunate oceaniche organizzate per il dittatore di turno: Hitler, Mussolini, Stalin, e via enumerando negli infausti raduni del secolo breve, sostituiti poi dallo ‘scroscio’ di applausi che salutarono i concerti rock o qualsiasi altra forma di gradimento di massa. I più evidenti sono quelli che accolgono le ‘sparate’ dei veri e insostituibili eroi del nostro tempo: i calciatori. Il rituale che fa esplodere il boato è anche fisicamente una mimica sessuale quando il calciatore, dopo il goal o un’azione ben congegnata, scivola per terra con un urlo stampato in viso, le braccia che sembrano artigli e il ventre in avanti quasi ad offrire alla folla adorante il sogno della virilità perfetta. Altra metafora sessuale che induce all’applauso fino alla standing ovation sta nel confuso abbraccio di carni sudate che emanano odore/puzza di virilità e inconsapevolmente attraggono la folla per l’indistinguibile coacervo di corpi e odori scatenando l’applauso.

Un libro importante di Norberto Bobbio, “La democrazia dell’applauso”,  segna i momenti in cui la stessa elezione politica si compie per applauso, da Craxi a Berlusconi ad esempio, siglando in tal modo la compartecipazione al potere attraverso l’uso dell’applauso e del suo derivato più conosciuto, la standing ovation, che afferma ancor più la sua forza se eseguita in piedi, tradotto nella nostra lingua col termine ‘ovazione’. Questa formula, molto usata nel mondo anglosassone e americano, sarebbe di grande forza suggestiva se riguardasse alti e nobili momenti dell’agire umano fosse eseguita, come lo è stata, dopo il discorso di Liliana Segre al Parlamento Europeo [qui] per commemorare il giorno della memoria o alla fine di un grande concerto o di altra straordinaria esecuzione artistica. In questo caso ciò che rende convincente l’ovazione è quel momento di perfetto silenzio che la precede. Ecco allora che l’applauso raggiunge il suo scopo. Eppure il declino di questa forma di consenso comincia quando l’applauso si rivolge alle persone morte, nel qual caso, chi lo fa umilia la morte e la persona a cui è diretta. Sei tu a sostituirti al morto riconoscendone i meriti che diventano i tuoi meriti. E i più scandalosi di questi applausi sono quelli rivolti o ai morti mafiosi, o quelli che si fanno ai santi, protetti e non protettori dalla stessa mafia o imilaria.

Un caro amico mi rimprovera per la mia assolutezza di pensiero, sostenendo che comunque l’applauso dovrebbe ripagare la compartecipazione di un pensiero e di un’azione e che, inoltre, nella società di massa non si sfugge alla totalizzazione del battimani. Forse è vero, ma mi si perdoni un atteggiamento selettivo a cui sono stato abituato per tutta una vita.
Andrea Minuz sul Foglio del 28 Dicembre 2017 scrive: “Il pubblico della televisione non esiste. Ci sono i pubblici, rigorosamente al plurale, e i pubblici si riconoscono dagli applausi. Gli applausi da stadio della finale di X Factor  Amici, gli applausi inferociti di Uomini e donne, gli applausi democratici di Che tempo che fa, quelli registrati di Striscia la notizia e il lungo, solenne applauso per l’Andrea Chénier in diretta su Rai Uno dalla Scala.”.

Ecco allora che ci si pone davanti al potere malvagio dell’applauso che ti accomuna alle più spaventose formule del potere televisivo. Quello che fu un tempo un bravo conduttore televisivo, ora conduce un programma dove si elogiano forme e aspetti di vecchi simboli del sesso che, dice lui, fecero sognare intere generazioni e che l’uso dell’applauso social, likes o altro, hanno riportato agli antichi splendori. E, per ricostruirne il potere, utilizza un tremendo e ambiguo personaggio che le critica, le assolve, le spiega, vestito da suora! Cattivo gusto, povertà di pensiero, comunanza/mancanza d’idee. Quelle che restano segnano spesso la stolidità umana e ci convincono della pericolosità insita dell’applauso. Basti ricordare come di fronte a bestiali atteggiamenti di violenza, anche al limite della crudeltà, scatti l’applauso come espressione di pensiero, o meglio, della sua totale assenza. Certo, sarebbe un bene che il battimani premiasse ciò che comunque è la genuinità del genere umano: i battimani ritmati dei bimbi, il premio ad azioni eroiche e artistiche, sociali ed etiche. Ovvero il premio all’impegno, sia pure sportivo, quando non cade nel consenso acritico e disumano, ad esempio l’applauso indotto alle battute allo stadio su Anna Frank o sul colore della pelle di alcuni giocatori, fino a giungere alla conferma dei più odiosi vizi umani.

All’applauso si associa anche il nascondimento: sia per celare l’identità di Elena Ferrante o del cantante invitato a San Remo o di chi non vuole apparire per confermarsi il più grande. In questi casi l’identità è cancellata del tutto: si veda quel programma Tv dove sotto il travestimento di animali si nasconde un cantante famoso che, una volta scoperto, viene eliminato. E l’applauso viene riservato al presunto acume con cui si procede allo svelamento.

Eppure, anche conoscendone la pericolosità, sarebbe altrettanto disumano negare l’applauso a chi ha esaltato o procede ancora ad esaltare l’ingegno umano. In questo caso sarei un infame se negassi l’applauso a Martha Argerich, a Riccardo Muti, a Liliana Segre, tanto per citare qualcuno a cui riservo il mio battimani incondizionato e la mia ovazione mentale.

Il Meridione ritrovato

Il tempo scorre come un fiume maestoso e solo a tratti il ricordo l’arresta per impedire di dissolvere al vento l’esperienza accumulata. Rivedo le puntate televisive del L’Amica geniale dal romanzo di Elena Ferrante in attesa della nuova stagione e i luoghi mi si stampano a fuoco nel cuore prima che nella mente. La mia Napoli, la Galleria Umberto dove siamo stati tante volte a mangiare e a far compere, Toledo, il molo Beverello raggiunto in macchina per imbarcarsi per Lipari ma anche per Ischia e soprattutto per Procida, l’Isola di Arturo, in adorante pellegrinaggio sulle orme di Elsa Morante.

Risiedevamo nell’albergo sotto il penitenziario dove ancora sembrava esplodere l’urlo malvagio di “Parodia”. La Lilla fedele e pelosa compagna s’appropriava del giardino che invece era di pertinenza del gattone di casa, ma gli girava lontana emettendo (falsi) urletti di protesta eppure fondamentalmente rispettando le proprietà gattesche. A Procida veniva spesso Roberto De Simone, allora si ricordavano i tempi lontani della sua Gatta Cenerentola che il maestro Muti amava particolarmente e si scendeva a pranzo al ristorante che fu location del film Il postino a Marina di Corricella.  Ogni anno l’amico Sergio Gullini mi portava a Pollara di Salina quando si passavano le vacanze da lui a Lipari. A Procida si fece amicizia con un marinaio-poeta che ogni giorno con la sua barca ci portava in giro per l’incantato golfo. Quasi sempre ad Ischia dove le terme esercitavano su di me un fascino straordinario quasi come quelle di Abano. Poi a scoprire i giardini e la musica. E le vacanze si ampliavano anno dopo anno alla riviera amalfitana, alla sublime Sorrento tra Tasso e i succulenti ristoranti, alle spiagge,  alle isole fino ad approdare alla meta del desiderio quella Capri  che per sempre attrasse il mio spirito con l’esaltazione della decadence. E si arrivò anche  a Taormina dove, non ricordo più per quale occasione, fui invitato a parlare nel teatro e mi fu regalata una spilla di Musa che sempre mi accompagna dopo decenni messa all’occhiello quando devo affrontare discorsi non facili.

Tutti questi luoghi stanno racchiusi , scriverebbe Amos Oz, nella scatola nera dei ricordi. Basta che l’aereo mentale precipiti e solo allora la metaforica scatola  si riapproprierà di una/tante verità.

Quando queste note saranno pubblicate, nella stessa notte si saprà del destino politico della mia Regione. Quella scelta, come si può facilmente intuire, sarà fondamentale per capire quale sarà  il clima con cui affronterò il ‘percorzo’ (mi raccomando, pronunciato con la z secondo la dizione del politicume romano) che ribadirà o che cambierà il mio ‘train de vie’ socioculturale.

Che mi aspetterà dietro l’angolo? Unica cosa certa che non smetterò nonostante i diktat che arriveranno – e se arriveranno! – di studiare, capire, operare nel nome di due grandi Bassani e Canova.

E ora m’aspetta l’ascolto  di un’edizione meravigliosa della musica per due piano di Rachmaninov suonata dalla divina Martha. Ovviamente e solamente Argerich.

STORIE
Muti e il significato dell’amicizia

Al Festival di Roma Riccardo Muti ricorda il suo rifiuto alla regina Elisabetta, che lo avrebbe voluto a Buckingham Palace non per dirigere un concerto ma per avvallare con la sua presenza un’operazione mediatica. Da questo tema il regista Paolo Sorrentino ha tratto spunti per i suoi film. Oggi Francis Ford Coppola racconta il suo incontro con il Maestro nel 1962, quando suonava in casa di un cugino. Questo personaggio, che riscuote l’approvazione e l’ammirazione di milioni di persone famose o meno, è un amico vero e costante e per questo motivo mi sembra doveroso e nello stesso tempo gratificante ricordare il nostro ultimo incontro, guarda caso, proprio in occasione del concerto delle Vie dell’Amicizia al Ravenna Festival.
Nelle afose giornate che hanno caratterizzato questa torrida estate era imprescindibile recarsi al Ravenna Festival per il concerto che l’amico carissimo Riccardo Muti avrebbe tenuto nella sua città adottiva. Ma è da Ferrara che ha inizio questo fantastico viaggio dell’Amicizia, che da Ravenna si dirige verso Otranto dove in una cattedrale si celebra la fratellanza: segno della pietas per sempre espressa nell’immenso albero della vita del pavimento della chiesa, segno visibile della Gerusalemme terrena che si lancia nei misteri della Gerusalemme celeste dove trova la sua conclusione e la sua spiegazione.

A Ferrara chi si reca alla splendida Pinacoteca Nazionale dei Diamanti si imbatte in un misterioso e commovente dipinto di Simone de’ Crocefissi. Una giovane donna è stesa su un lettuccio, assopita, un’altra legge in un angolo col viso appoggiato al palmo della mano. Dal ventre della ragazza addormentata fuoriesce un immenso albero che nel suo centro porta il Cristo in croce e si conclude con il nido della fenice che risorge dalle proprie ceneri. Nella simbologia del dipinto troviamo non solo la storia dell’albero di Jesse da cui discende Cristo della stirpe di David, ma la sua funzione di salvamento e di redenzione simboleggiata dalla mano che accoglie e raccoglie i giusti nati senza battesimo e che Cristo salva, come si vede anche nel sublime affresco della terza cappella laterale del Monastero di Sant’Antonio in Polesine sempre a Ferrara.

L’Arbor vitae come idea di fratellanza e di possibilità di riunione nel segno del Cristo. Cosa ci potrebbe essere di più simbolico di questo segno che dovrebbe siglare la dolorosa odissea dei migranti?
Il significato dell’Albero della vita ha tradizioni molteplici: da quella ebraica legata alla Qabbalah a quella cristiana, senza dimenticarne i riflessi nelle religioni orientali, fino ad arrivare allo straordinario fregio dipinto da Gustav Klimt per la sala da pranzo di palazzo Stoclet a Bruxelles del 1909. I significati, dunque, rimandano a una complessa iconografia che raggiunge la sua massima espressione nel pavimento della Cattedrale di Otranto, dove questa Via dell’Amicizia ha raggiunto il suo traguardo

Il pavimento della Cattedrale di Otranto fu commissionato nel 1163 dall’arcivescovo di Otranto Gionata e fu eseguito dal monaco Pantaleone. “Suo intendimento è riprodurre con immagini quanto i suoi confratelli insegnavano e studiavano nel suo Monastero”, scrive don Grazio Gianfreda. “Rivela che Oriente e Occidente sono una distinzione richiesta dal tempo e dalla storia; che non rappresentano lo scontro di due culture, bensì il compendio di una sola cultura che sa conservare la propria identità anche attraverso le mutazioni imposte dagli eventi”.
Ecco il punto nevralgico: ricordare, di fronte all’intransigenza di certe forme d’intolleranza dettate dal credo religioso, come la cultura da cui nascono e si sviluppano i segni della storia sia unica e si leghi a quel concetto di amicizia e di fraternità tra i popoli sempre e continuamente messa in discussione dalle avidità mentali, culturali, economiche di cui conosciamo assai bene i riflessi.
E come dimenticare l’orrore delle crudeltà dell’Isis verso uomini e monumenti che ne è purtroppo la palpabile conferma? O il flusso inarrestabile di chi fugge da luoghi un tempo patria e ora ridotti a campi di battaglia? Come del resto testimonianza storica sono i martiri che riposano nella cappella a loro dedicata nella cattedrale di Otranto e che s’immolarono per difendere la città dall’assalto musulmano soggetto del bellissimo romanzo, “L’ora di tutti” di Maria Corti.

riccardo-muti
Riccardo Muti

Riccardo Muti ha concepito un programma di severa intransigenza musicale, senza nulla concedere alla notorietà dei brani o al virtuosismo della sua magistrale conduzione. Risentirlo anno dopo anno, dagli esaltanti tempi fiorentini fino a questa potenza della maturità, fa pensare non solo al valore e alla necessità dell’esperienza che affina e arricchisce chi è dotato di una genialità che non è, come mi hanno insegnato i miei maestri, dono inconsapevole, ma duro lavoro e coscienza del fare.
All’abbraccio in camerino dopo il concerto ravennate mi chiede: “E allora cosa pensi del vecchio Muti?” La risposta non può che essere “Sei unico”. Eppure nella dedizione totale alla musica che ha siglato il suo percorso artistico c’è un nota fonda che si esprime in quella specie di intransigente culto per la filologia e per la parola autoriale. Basterebbe sentire la sua esecuzione ravennate del “Te Deum” di Verdi, un pezzo facilmente conducibile all’emozione del sentimento. Ma sentire l’uso dei pianissimo che ne fa il Maestro ci induce a riconoscere una maturità di pensiero che si ottiene dopo anni di strenuo lavoro sui testi e contestualizzando la musica nel suo tempo e nella scelta autoriale.

Nella straordinaria esperienza fiorentina che ho potuto condividere con Riccardo Muti l’impeto della giovinezza si sommava con un serissimo e irrinunciabile rispetto per la scrittura. E non era da tutti i giovani musicisti, per quanto geniali, partire da questo principio. Non a caso nella sua autobiografia racconta come il senso della sua direzione partisse dalla scrittura autoriale per capirne il senso e per ritornare, nel rispetto della musica, al significato originale che l’autore ha voluto esprimere. Mai in Muti ho potuto notare qualsiasi propensione che rimandasse alla spietata analisi con cui un altro genio come Federico Fellini aveva giudicato il ruolo del direttore in “Prova d’orchestra”. Negli anni Ottanta in America a Muti venne conferita l’ennesima laurea honoris causa ed io dovevo tenere una conferenza sul rapporto tra Manzoni, Verdi e il Romanticismo italiano. In inglese! Per me difficilissimo da parlare, specie per l’uso di quei tecnicismi che solo un grande amico scomparso, il musicologo Thomas Walker, seppe risolvermi. La sera prima della laurea arrivò Philip Glass con la revisione filologica del Don Carlos di Verdi. Ricordo quella nottata passata nei corridoi dell’albergo a sentire quei discorsi, per me quasi incomprensibili, intervallati da scoppi di sana allegria che così spesso rendono umanamente straordinaria la vena partenopea del direttore.

A Firenze poi il trionfo di Muti fu siglato nel 1976 dalla straordinaria esecuzione di “Orfeo ed Euridice” di Gluck. Regia di Ronconi, scenografia di Pier Luigi Pizzi, costumi di Umberto Tirelli. Credo che Muti ricordi ancora oggi con emozione quello spettacolo. Lui, che a volte – giustamente – pensa che la regia dell’opera remi contro la filologia dell’esecuzione, si misurò con il genio di Ronconi. Quel regista a cui Ferrara deve tanto non solo per gli spettacoli ariosteschi, ma per il “Viaggio a Reims di Rossini” o per un capolavoro come “Amor nello specchio”, massimo risultato della regia novecentesca, che provocò mugugni e accuse dai non proprio entusiasti ferraresi.
Nel 1977 il binomio Muti-Ronconi allestì il “Nabucco” verdiano le cui scene erano letteralmente inquadrate da enormi cornici dorate. E che emozione quando al momento del “Va pensiero” la cornice lentamente calava sulla folla degli ebrei schiavi e li fissava in una atemporalità fatta di silenzi e di pianissimo.

Auguro al caro amico Riccardo una maturità ancora più compresa nella consapevolezza che la musica non è solo bellezza o rispecchiamento del tempo, ma straordinaria capacità di saper costruire, guidati dalla sua bacchetta, l’heimat, la casa dello spirito, a cui si giunge dopo rigorose esperienze per affermare mannianamente la nobiltà dello spirito.

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