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Vaccini e Covid: la fiducia non si cripta

E’ curioso vedere che certi “rappresentanti eletti dal popolo” gridano contro l’attacco alle libertà solo quando la libertà di fare il cavolo che gli pare è la loro.
E’ di questi giorni la “rivolta” di alcuni europarlamentari (sei dei quali hanno indetto una conferenza stampa da guerriglieri, manco fossimo nel Chiapas) contro l’obbligo di Green Pass introdotto anche per loro dall’Europarlamento. L’episodio potrebbe essere rubricato come una manifestazione di folklore, se non fosse che il finale della dichiarazione ha richiamato un problema reale e niente affatto folkloristico: a fine conferenza,
i “ribelli” hanno mostrato le pagine, quasi completamente oscurate, che mostrano le clausole dei contratti stipulati tra Unione Europea e case farmaceutiche per la commercializzazione dei “vaccini” anti Covid-19. Ovviamente le clausole criptate non consentono di sapere quasi nulla delle condizioni economiche alle quali sono stati conclusi gli accordi, né sulle eventuali clausole di esonero da responsabilità delle case stesse per danni a lungo termine da vaccino.

Manon Aubry, copresidente del gruppo europarlamentare della Sinistra, già nel marzo scorso aveva puntato il dito contro l’esecutivo guidato da Ursula Von der Leyen (vedi qui), ipotizzando che la mancata trasparenza sul contenuto dei contratti celasse condizioni capestro per gli Stati (quindi la collettività) e favorevoli per le case farmaceutiche. Peccato che le case stesse abbiano ricevuto ingenti sovvenzioni pubbliche per le loro ricerche, che abbiano applicato prezzi differenziati e conseguenti forniture di favore agli Stati che pagavano di più (es.Israele) e di sfavore per gli Stati poveri.
Per non parlare dei brevetti, che continuano a non essere temporaneamente liberalizzati, nonostante la più grave crisi sanitaria mondiale dai tempi dell’epidemia di Spagnola. In questo modo si è autorizzati a pensare che lo Stato impone ai privati cittadini (ai privati “deboli”) le restrizioni delle libertà individuali più massive di sempre, almeno in regime di democrazia, e lo stesso Stato si fa imporre dai privati (i privati “forti”) le condizioni di utilizzo dei loro prodotti “salvavita”. E i cittadini non ne devono sapere nulla.

Il danno più grave che questa condotta omertosa produce nell’opinione pubblica è la sfiducia.
Sfiducia nelle dichiarazioni ufficiali, nelle notizie di fonte governativa, fino alla sfiducia nei confronti delle notizie provenienti dalla comunità scientifica. Non fidarsi del potere è sempre un buon esercizio critico, ma ci sono frangenti della storia in cui il “potere” dovrebbe capire che non può continuare ad essere opaco, pena la trasformazione dello spirito critico in complottismo.
Se qualcuno ti nasconde una cosa, pensi immediatamente che quello che ti racconta (coprendo il resto con una pecetta nera) siano un mucchio di balle. Questa non è una giustificazione per l’estremismo allucinogeno di alcune frange di invasati che giocano oscenamente coi parallelismi tra green pass e nazismo. La testa di costoro non la cambi, ci sarebbe voluta un’altra famiglia, un’altra scuola, forse un’altra testa. Quello che spaventa è la sfiducia delle persone perbene.
Ci sono individui preparati, dalla cultura strutturata, che non si fermano agli slogan, che sono cresciuti nutrendo lo spirito critico ma che sanno distinguere tra una fake new e una notizia vera: molti di costoro sono preoccupati per la piega che hanno preso le cose.

La radicalizzazione delle opinioni tra coloro che disprezzano gli scettici, e coloro che disprezzano gli ortodossi, accusandosi reciprocamente di attentare alla salute pubblica o di essere ciechi di fronte alla dittatura sanitaria, è un fenomeno di imbarbarimento del dibattito pubblico che produce solo veleno. E la causa è la sfiducia generalizzata nei confronti di quello che ci racconta il “potere”.

E’ appena stato pubblicato dalla rivista New Scientist (e ripreso da Internazionaleleggi qui) un interessantissimo articolo sulle possibilità che le tecniche basate sul Rna messaggero (tecnica utilizzata nella maggior parte dei vaccini contro il Covid) possano, in futuro, far produrre i medicinali al nostro corpo, con prospettiva di cura per tutto, dalle infezioni batteriche alle malattie autoimmuni, fino ai rari disturbi genetici e al cancro.

Quando il potere politico appone il “segreto di Stato” sui contratti stipulati con la cosiddetta Big Pharma, non fa altro che minare la credibilità di tutto, compreso quanto di buono viene dal mondo della ricerca scientifica.
Se questa epidemia mondiale (come abbiamo sentito ripetere fino alla nausea in uno stucchevole lockdown mediatico) deve far modificare alcuni paradigmi di relazione con i problemi, uno di questi paradigmi deve essere la fine della “ragion di Stato” come paravento per nascondere le cose ai cittadini.

Se si vuole che i cittadini accettino le restrizioni imposte dallo Stato, lo Stato deve essere autorevole, e la sua autorevolezza passa anche attraverso la trasparenza dei suoi atti, soprattutto quando vanno ad incidere sulla vita quotidiana dei cittadini.
Per far rispettare alla collettività con autorevolezza, e non con autoritarismo, i doveri legati ad uno stato di emergenza pubblica, i cittadini di questa collettività devono avere il diritto di essere informati in maniera trasparente e completa.
Solo in questo modo si può ricostruire un rapporto tra cittadini e autorità pubblica basato sulla fiducia.

TEST ANTIGENICI RAPIDI PER ABBASSARE I CONTAGI:
una nuova ricerca della Libera Università di Bolzano

da: Freie Universität Bozen – Libera Università di Bolzano

Una ricerca appena uscita mostra l’utilità delle campagne di screening con test antigenici rapidi per individuare positivi asintomatici nella popolazione. Curato da tre docenti della Facoltà di Economia (Davide Ferrari, Steven Stillman e Mirco Tonin) della Libera Università di Bolzano, lo studio, effettuato sulla base dei dati derivanti dall’esperimento condotto in Alto Adige a novembre 2020, indica un significativo abbassamento dei contagi (-39% nel tasso di crescita dell’infezione) nelle settimane successive.

A novembre dell’anno scorso, la popolazione della provincia di Bolzano venne invitata dalle istituzioni locali a prendere parte a una campagna di screening di massa, basata sulle adesioni volontarie, che durò un fine settimana (dal 20 al 22). L’operazione – organizzata dall’Azienda Sanitaria dell’Alto Adige e dall’Agenzia per la Protezione Civile in collaborazione con i Comuni, i Vigili del Fuocovolontari, la Croce Bianca e la Croce Rossa – mobilitò un intero territorio: in circa 300 strutture su tutto il territorio altoatesino, 362.050 persone di età superiore ai 5 anni hanno potuto sottoporsi al test.
Al termine, 3.615 furono rilevate positive al test e conseguentemente isolate. Nei mesi successivi l’Alto Adige precipitò tra le regioni di colore rosso scuro in Europa (quelle con la più alta incidenza di contagi su 100.000 abitanti) e ciò contribuì a sollevare non poche perplessità sull’effettiva utilità dello screening di massa.

Adesso, una ricerca frutto del lavoro di tre professori di unibz (Davide Ferrari, statistico, Mirco Tonin e Steven Stillman, economisti) contrappone la chiarezza dei numeri alle impressioni, sottolineando come lo sviluppo della pandemia sarebbe stato ancora peggiore in assenza del test di massa. Nell’articolo intitolato Does Covid-19 Mass Testing Work? The Importance of Accounting for the Epidemic Dynamics (Lo screening di massa contro la Covid-19 funziona? L’importanza di spiegare la dinamica dell’epidemia, ndt.), i tre docenti dimostrano – sulla base di un approccio statistico che permette di effettuare confronti con territori italiani simili per dinamiche di trasmissione del virus e misure di contenimento messe in atto, ad esclusione dello screening – che il fine settimana di test di massa effettuato in Alto Adige ha fruttato risultati più che positivi.

“L’approccio che abbiamo adottato nel nostro studio è basato su modelli che confrontano i cambiamenti nel tempo in un luogo in cui viene effettuato un certo intervento con quelli che avvengono nello stesso lasso temporale in luoghi simili, ma dove non si è intervenuti”, afferma il prof. Davide Ferrari, “così facendo siamo stati in grado di isolare l’impatto della campagna di test di massa in Alto Adige rispetto alle politiche nazionali riguardanti libertà di movimento, chiusura delle attività commerciali e delle scuole, misure igienico-sanitarie, poiché, nello stesso periodo, in provincia di Bolzano non era stata applicata nessuna altra misura che si differenziasse dal resto del Paese e che potesse giustificare una flessione nell’andamento dei contagi”.

un’immagine dei tre docenti (da sin. a dx, Tonin, Ferrari e Stillman)

Secondo le stime dei tre docenti, complessivamente, la campagna di screening di massa in Alto Adige ha portato a una diminuzione del tasso di crescita dei contagi da Covid-19 del 39% rispetto a quello che si sarebbe osservato in assenza dei test. “In particolare, senza lo screening, abbiamo appurato che a 7, 10, 30 e 40 giorni dalla data dell’intervento, avremmo avuto un ulteriore aumento dei casi di contagi rispettivamente del 14, 18, 30 e 56%”, aggiunge il collega Steven Stillman.
“L’efficacia di questo tipo di interventi dipende dalla partecipazione dei cittadini ed è importante notare che questo grande impatto è stato ottenuto anche se il test era volontario, segno che la popolazione ne aveva compreso l’importanza”, sottolinea Mirco Tonin.

In copertina: il grafico del confronto dell’andamento delle infezioni tra gruppo di controllo sintetico e Alto Adige.

IL FABBRICONE: IL LAVORO, LE PERSONE, LA STORIA
E’ uscito il 2° volume di “Ferrara e il suo Petrolchimico”.

di Sergio Foschi

Ferrara e il suo Petrolchimico, volume secondo, edito da CDS Cultura Edizioni, di Ferrara è un volume che illustra, attraverso una rappresentazione giornalistica, temi di attualità che, partendo dall’esperienza del Petrolchimico ferrarese, si irradiano in tutto il territorio.

La crisi del Covid 19 ha impedito la presentazione del libro, già programmata per il 27 febbraio u.s. presso il ristorante aziendale del Petrolchimico e riproposta per il prossimo autunno, mentre nel frattempo, allo scopo di coprire lo spazio temporale CDS Cultura ha avviato il Blog Voci dal Petrolchimico [Qui] che ripropone i temi del volume.

Lo Spheripol in costruzione – lo Splitter – 1983

Il volume, circa 600 pagine formato A4, è presentato dal Prof. Patrizio Bianchi (già Rettore di UNIFE), dal Dott. Alessandro Bratti (Direttore generale di ISPRA) e dall’Ing. Alan Fabbri (Sindaco del comune di Ferrara) ed è realizzato da circa 150 autori.
Fra gli autori 40 sono i dipendenti del Petrolchimico, 70 gli ex dipendenti e la restante quota è rappresentata da professionisti, docenti, giornalisti, amministratori, ecc.
Una numerosa gamma di interventi, oltre il 30%, è fornita da autori di genere femminile che svolgono attività professionali sia all’interno che all’esterno del Petrolchimico.
Obiettivo del libro, il secondo dopo quello uscito nel 2006, è la messa in evidenza delle diverse ‘buone pratiche’ sperimentate e adottate nel Petrolchimico di Ferrara (il primo stabilimento con tale tipologia di produzioni nato in Europa), grazie anche alle propizie relazioni stabilite, pure con un confronto spesso serrato, fra le aziende e i lavoratori, sui temi cruciali dello sviluppo industriale (innovazione e ricerca, formazione continua e rapporti con la scuola e la cultura, riorganizzazioni, valorizzazione del lavoro e livelli occupazionali, risanamento ambientale) e il contributo fornito dalle Amministrazioni pubbliche e dall’Università.

E’ appunto la storia il filo conduttore del libro poiché, come comincia il manifesto sottoscritto lo scorso anno da uno storico, Andrea Giardina, una senatrice a vita, Liliana Segre e uno scrittore, Andrea Camilleri, la storia è un bene comune.

L’impianto Catalloy MPX – il primo al mondo – 1990

La storia è un bene comune vuol dire che è come l’aria, il lavoro, la democrazia e questo bene se non viene continuamente alimentato è in pericolo. Chi non conosce la storia è destinato a ripeterne gli errori, così recita un proverbio ormai dimenticato, perché la storia è anche memoria di quel che siamo stati e quel che possiamo essere. Pertanto conoscere la storia significa soprattutto non dimenticare né gli errori di chi ci ha preceduto, né i loro insegnamenti e i loro successi o le loro “buone pratiche”. È sapere da che punto siamo partiti per misurare quanto ci siamo emancipati… o quanto siamo regrediti. È una categoria dello spirito che ci ricorda quanto sia precaria, incerta e non permanente la nostra condizione. È riconoscere dove va il futuro imparando dal passato.

Queste brevi considerazioni si adattano perfettamente ad un Petrolchimico, come quello di Ferrara, che ha visto trascorrere fra le sue mura decine di migliaia di lavoratori provenienti da ogni parte d’Italia e non solo, che ha prodotto ricchezza e benessere per diverse migliaia di famiglie, ha creato mestieri, competenze, sogni e delusioni, aspri conflitti e deficit ambientali nei primi anni di vita, momenti di intensa vita democratica e culturale, ha contribuito a valorizzare il lavoro indipendentemente dal genere di chi lo esercita, a rispettare l’ambiente nel posto di lavoro e nel territorio che lo accoglie, ha concorso sostanzialmente a trasformare in positivo il territorio ferrarese, immobilizzato da secoli in un destino di drammatico sottosviluppo.

Sergio Foschi è coordinatore del progetto “Ferrara e il suo Petrolchimico” per CDS Cultura

NON SENTO INCROCIAR DI SPADE
E non capisco questa guerra alla parola ‘guerra’

Diverse voci in questi giorni si sono levate a deprecare l’uso della parola ‘guerra’ a proposito della pandemia prodotta dal Covid-19. Sarebbe pericoloso e fuorviante, perché la parola guerra, insistentemente ripetuta, è destinata a diffondere un pericoloso clima bellico di contrapposizione, anziché alimentare i sentimenti di responsabilità e di solidarietà di cui ha bisogno ora il paese.
Perfino uno come Gesù Cristo usò termini violenti e, se vogliamo, anche inappropriati per un contesto che voleva significare la lotta contro il Male e contro Satana. Non sappiamo se effettivamente parlò così, o se queste parole gli sono state messe in bocca dagli evangelisti: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada.” (Mt 10,32).

Da tempo all’uso semantico e sintattico delle parole si è aggiunto quello pragmatico, quello perlocutorio, per dirlo con Austin e Searle. Pertanto la scelta di una parola forte come guerra ha la sua giustificazione nel fine comunicativo di indurre tutti i cittadini a comprendere la pericolosità del momento e a combattere tutti insieme il nemico comune. E del resto perché mai edulcorare la realtà in un paese che, segregato nelle case, ogni giorno conta migliaia di vittime, con la sanità in trincea, sì ‘in trincea’, per difendere le nostre vite.
Mi sembra un esercizio futile, da chierici vaganti, da bacchettoni del linguaggio quello di preoccuparsi in questo momento di censurare una parola e di additarne un uso strumentale. Come se il termine guerra fosse, nella volontà di coloro che hanno dato inizio all’uso, un messaggio subliminale volto a renderci più violenti, o ad assuefarci all’idea di una guerra prima o poi.

Del resto lo spettro semantico della parola guerra è così ampio da comprendere diverse accezioni e sfumature. È sufficiente consultare un buon dizionario per rendersi conto che con la parola guerra si vuole significare la ‘lotta di forze contrastanti’, ad esempio la lotta dell’uomo contro gli elementi naturali e comunque tutte le azioni che mirano a rendere inefficace qualcosa. Esattamente quello che si sta facendo nel paese dall’inizio dell’epidemia. Se seguissimo il ragionamento di coloro che osteggiano l’uso della parola guerra, dovremmo pure condannare l’ossimoro della ‘lotta nonviolenta’ per la pace. Per i paladini anti bellum, termini come ‘pandemia’, ‘malattia’, ‘contagio’, ‘emergenza’ dovrebbero essere sufficienti al vocabolario del lessico, per descrivere questi giorni e il nostro impegno a debellare (ecco che ricado nel termine ‘guerra’) le cause di questa tragica parentesi della nostra vita.

Pandemia, malattia, contagio, emergenza sono tutti sintomi non sono le cause; la lotta intrapresa è appunto la guerra alle cause, che devono essere combattute, e quando si combatte si conduce una guerra, non il corpo a corpo della lotta, ma in questo caso con le armi della ricerca e della scienza. Allora anche l’uso del termine ‘armi’ a proposito di scienza e ricerca è inopportuno per i suoi rimandi. Il nemico va sconfitto, e per riuscire a sconfiggerlo bisogna combattere, che significa prendere parte attiva a una ‘lotta armata., Si combattono i virus e le malattie, è una guerra che non deve turbare gli animi troppo sensibili, perché si conduce con le armi della medicina.

In questo momento i sofismi non ci aiutano, all’appello è chiamata tutta la nostra intelligenza e la nostra forza d’animo. E che ci sia qualcuno, che pensa di vivere in un paese di sottosviluppati che non sanno attribuire significato alle parole a seconda del contesto in cui vengono usate, mi preoccupa molto di più dell’uso della parola guerra.
Il concetto di guerra non è la sua rappresentazione, non è la ‘guerra di religione’, come non è i ‘conflitti mondiali’. I significati sono quelli che noi attribuiamo alle parole nella costruzione della realtà, nella narrazione che ne facciamo. Adesso non si racconta di guerra ma semmai di ‘peste’, quale tra le due sia la peggiore nella portata semantica ed evocativa, nella diffusione del terrore, è difficile da stabilire. Comunque non si sente incrociare di spade o esplosioni d’armi, è invece un fiorire di citazioni dalla Tebe di Edipo al Decameron, da Manzoni a Camus, fino a Cecità di José Saramago.
In altre parole, più che nutrire spiriti belluini, questa guerra aiuterà qualcuno a farsi una cultura.

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

ALLA FINE, QUALE DEMOCRAZIA RIMARRA’?
Due virus e due emergenze a confronto: Covid-19 e Terrorismo

Le immagini di piazze e strade svuotate dal Covid-19, dove, ogni tanto, si vedono forze dell’ordine che, con diverse modalità, controllano spicchi di territorio fermando passanti e automobilisti, mi rimandano alla primavera del ’78.
Era l’inizio di aprile. Mi trovavo a Roma per alcuni giorni, per la Direzione Nazionale dei giovani delle ACLI. La prima sera, con alcuni amici veneti e romani, siamo usciti per mangiare qualcosa in un’osteria. Le strade del centro erano deserte, un silenzio spettrale. Girato l’angolo di un incrocio di Via Nazionale, ci siamo quasi scontrati con un gruppetto di soldati di pattuglia che camminavano nel mezzo della strada. Eravamo in pieno rapimento dell’on. Aldo Moro e il ‘virus del terrorismo’ si stava espandendo, facendo proseliti e, purtroppo, numerose vittime. Si cercavano covi clandestini, persone ‘infettate’ dal terrorismo, si cercava di liberare l’ostaggio Moro.

Oggi sappiamo una verità molto differente ma non ancora compiuta. Nonostante numerosi processi, commissioni e soprattutto importanti e approfondite indagini giornalistiche, mancano alcuni tasselli fondamentali che possano fare chiarezza su quell’epidemia politica, sugli ‘untori’ (e mandanti), sui diversi aguzzini.

L’emergenza virale che stiamo subendo in questi giorni, per essere vinta ha bisogno di comportamenti responsabili di tutti noi italiani, di lunga o breve appartenenza a questo amato/non amato Paese. Un Paese fatto di comunità dove il triste tributo di vittime è doloroso e sempre inaccettabile. Anche se sembra impossibile, vanno evitate altre ‘unzioni’ di comodo per trarre qualche temporaneo beneficio politico e, soprattutto, c’è bisogno di tempo per far sì che la ricerca scientifica trovi il vaccino che ci porti fuori da questa pandemia.

Diverso è lo scenario per quanto riguarda il 42esimo anniversario della morte dei componenti della scorta e del rapimento e uccisione di Moro, che ricorre in questi giorni. Il fattore tempo, per chi scrive queste brevi note ed è convinto che la parte più indicibile non sia stata svelata, sembra giocare a sfavore. Più ci si allontana dai fatti e meno testimoni restano. Mi si potrà obiettare che ci sono i documenti, le carte, ma ci dovrà essere qualcuno o qualcosa che ti permetta di poterle ‘leggere’ con cura ed intelligenza. La storia degli Anni di Piombo e delle Stragi di Stato è in gran parte una pagina vuota, un buco ancora da riempire di verità.

Molti si ricorderanno che, a suo tempo, una vulgata molto gettonata affermava che i corpi e gli ambiti infetti/infedeli erano stati debellati, sconfitti. Migliaia e migliaia di pagine dissero che il terrorismo, ‘il virus’, era stato sconfitto grazie alla politica della fermezza. Tutto si era risolto per il meglio, si diceva. La cura era stata efficace e la democrazia ne era uscita rafforzata. Una democrazia fatta di rinunce quotidiane anche dure, importanti, fatte per il bene del Paese.
Il giornalista e studioso Giovanni Fasanella, che ha scavato molto fra quelle carte, nei giorni scorsi sui social ha detto che il Caso Moro non fu solo una ’influenza’ e, se portò lo Stato a sconfiggere il “Partito armato’, a disarticolarlo: “vacillò, però, di fronte a un partito più potente, quello della ‘morte politica’ di Aldo Moro, il suo uomo più lucido […] e da allora il Paese è scivolato inesorabilmente verso il baratro”. Un virus che non ci ha aiutati ad uscire dall’emergenza.

Anche in queste settimane, di fronte al Covid-19, le rinunce sono tante. Vengono chiusi molti luoghi della produzione, della socialità, dell’istruzione, dello stare e fare assieme. La democrazia sembra tenere, anche se molte libertà e molti diritti sono messi in sordina. Rimangono però sul tappeto molte domande aperte. Le persone che oggi perdono il lavoro avranno davvero il sostegno delle comunità in cui vivono, delle forze politiche e sociali, del Governo, per ritrovare una nuova stabilità economica? E, alla fine dell’emergenza, quale democrazia rimarrà? Questa situazione avrà fatto ritrovare a tutti noi il senso di essere parte di una comunità, oppure non ci avrà insegnato niente?

Immagine della cover: di Beppe Briguglio, Patrizia Pulga, Medardo Pedrini, Marco Vaccari http://www.stragi.it/index.php?pagina=associazione&par=archivio, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4490241

 

Prevedere il terremoto? Una ricerca italiana apre una nuova strada.
Ne parliamo con Angelo De Santis e Andrea Moccia

È di qualche settimana fa la pubblicazione di un articolo scientifico che apre la strada a nuove possibilità sulla previsione degli eventi sismici. La scoperta mira a far luce su un sistema di ‘comunicazione’ che ci sarebbe tra la litosfera, la parte “solida” più esterna della Terra, e la ionosfera, una regione dell’atmosfera che si trova tra i 60 e i 1000 km di altitudine. A spiegarci il perché dell’importanza di questa scoperta, e come si è arrivati, il professor Angelo De Santis, dirigente di ricerca dell’Ingv e primo firmatario dell’articolo apparso sulla rivista Nature, e Andrea Moccia, geologo e divulgatore scientifico, creatore della pagina socialGeologiaPop”.
Partiamo proprio da quest’ultimo, il quale ha dedicato proprio un video a questa scoperta (per vederlo cliccate qui), per avere un’infarinatura generale sui fenomeni sismici e sul perché in Italia ci sono tanti terremoti.

Puoi spiegarci cos’è, in parole semplici, un terremoto?
Ti rispondo in maniera “Pop”, cioè poco tecnica, così anche i non esperti potranno capire. Il terremoto è l’effetto, la conseguenza della rottura delle rocce. Sicuramente tutti hanno sentito parlare di faglie: bene, le faglie sono proprio quelle “rotture”. Perché avvengono? Beh, la risposta sarebbe complessa, ma riducendo ai minimi termini potremmo rispondere: “Perché le placche tettoniche si scontrano e si separano; lì dove si scontrano e separano avvengono rotture”. Quando avviene una rottura, cioè quando si muove una faglia, c’è liberazione di onde sismiche, che arrivano fino in superficie.

Perché è così difficile poterli prevedere?
Perché in realtà conosciamo ancora poco il sistema terrestre nel suo interno. Voglio dire che l’interno della terra e le sue dinamiche sono ancora per lo più sconosciute. Abbiamo fatto passi da gigante in poco più di un secolo, abbiamo teorie (vedi la deriva dei continenti), che in realtà spiegano tante cose, ma abbiamo ancora tanta strada da fare.
Spesso il pensiero comune tende a credere che conosciamo tutto, che abbiamo il controllo su tutto, anche sui fenomeni naturali. In realtà non è cosi e dovremmo ogni tanto mettere da parte il nostro egocentrismo.

Come mai in Italia ce ne sono così tanti?
Ho fatto un video a tal proposito, è piaciuto tanto. L’Italia si trova nel bel mezzo di un’area geologicamente complessa, fatta di tante placche e placchette tettoniche che si scontrano e si allontanano. Come vi ho detto nel filmato, dove ci sono placche che si allontanano e si avvicinano, ci sono faglie che si attivano. Dove ci sono faglie attive, ci sono terremoti.

Ci sono zone non sismiche?
Ci sono sicuramente zone con bassissimo rischio sismico. Un esempio è la nostra Sardegna. Guarda caso proprio in questi giorni ho pubblicato un video sul perché in Sardegna ci sono così pochi terremoti. La risposta è semplice: non ci sono scontri tettonici. La Sardegna non fa parte dell’Italia dal punto di vista geologico. Un tempo, infatti, era letteralmente attaccata alla penisola Iberica, per intenderci, alla Francia e alla Spagna. Questa differente origine fa sì che oggi la Sardegna non sia interessata dall’attivazione di faglie. In termini più generici, più siamo lontani dai cosiddetti “margini di placca”, meno terremoti avremo. Ovviamente ci sono eccezioni. Sappiate che esistono delle carte che mostrano dove sono situati i margini di placca. Per i più interessati, ho proposto un video anche su questo tema. Basta cercare su youtube.

A parere tuo, qual è la portata di questa recente scoperta?
Più grande di quel che si è percepito. È sicuramente un grande passo in avanti che ci permette di spingere i nostri orizzonti. Però si faccia ben attenzione a non credere che oggi i terremoti siano prevedibili. Abbiamo appena scoperto una relazione tra i terremoti e la ionosfera. Serviranno decenni per capirci qualcosa in più, e non è detto che potremo prevedere i terremoti cosi come prevediamo il meteo nell’arco di 48 ore.

Un giorno saremo in grado di poter prevedere un terremoto a parere tuo?
Personalmente sono fiducioso e sono sicuro che ce la faremo. Poco più di un secolo fa se avessimo detto a qualcuno che avremmo potuto telefonare in ogni punto della terra, avrebbe riso per ore. Oppure, se gli avessimo detto che avremmo creato un mondo digitale (internet) non avrebbe avuto neanche gli strumenti per capirci.
Sono dell’idea che le capacità umane hanno enormi potenzialità. Dobbiamo solo cercare di utilizzarle al meglio, cercando di distaccarci ogni tanto dai meccanismi e dalle dinamiche economiche.

Il professor De Santis ci ha, invece, spiegato più nel dettaglio come si è arrivati a questa scoperta, i suoi significati e quali sono le prospettive future.

Cosa significa questa scoperta e quali prospettive apre professore?
In poche parole abbiamo confermato che nella fase di preparazione di forti terremoti, con una magnitudo di 5.5 o superiore, la litosfera, attraverso dei fenomeni specifici, in qualche modo “comunica” attraverso l’atmosfera fino alla ionosfera, dove abbiamo analizzato i dati magnetici e di plasma ionosferico dai tre satelliti della missione “Swarm” dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa).

Come ha operato questa missione?
Sono stati lanciati dall’Esa tre satelliti gemelli, dotati di magnetometro e un misuratore di particelle di densità elettronica nella ionosfera. Questi satelliti volano a 500 km circa di quota, effettuando delle misure proprio all’interno di questa fascia. Quindi, con un approccio molto rigoroso, analizzando questi dati da satellite, abbiamo confermato, facendo una correlazione statistica, che c’è appunto corrispondenza tra anomalie ionosferiche e successivi terremoti. In pratica qualche mese prima del sisma ci sono delle concentrazioni di anomalie nella ionosfera che precedono i terremoti. E queste concentrazioni sono fortemente significative, in pratica non possono essere dovute ad un andamento casuale.

Può chiarire cosa sia la ionosfera?
La ionosfera è uno strato ionizzato dell’alta atmosfera, siamo oltre i 50 km. Ionizzato vuol dire che non abbiamo soltanto atomi neutri ma ci sono anche atomi ionizzati, cioè con ioni positivi ed elettroni.

Le “concentrazioni” di cui parla, cosa sarebbero?
Generalmente le chiamiamo “anomalie”. Si analizzano il segnale magnetico e di densità elettronica: quando i segnali sono molto diversi da quelli tipici di fondo, allora li consideriamo anomali.
Per essere precisi: analizzando i dati pervenuti durante la semi-orbita dei satelliti (un’orbita completa è di circa un’ora e mezza), questi dati possono subire delle variazioni, quando queste superano due volte e mezzo la variazione tipica nella ionosfera, possiamo dire che si tratta di un’anomalia ed analizziamo questa piccola “finestra” nel tempo e nello spazio. Quello che rileviamo è che c’è una concentrazione di queste anomalie prima dei terremoti, come detto.

Come avviene l’analisi?
L’analisi è rigorosa perché la andiamo a confrontare con diverse centinaia di simulazioni analoghe, in cui confrontiamo sempre lo stesso ‘set’ di terremoti. Abbiamo analizzato 5 anni di dati satellitari su quasi tutta la superficie terrestre, considerando 1500 terremoti di magnitudo di 5.5 o superiori, eseguite le correlazioni e quindi confrontati i risultati dell’analisi di correlazione con quelli ottenuti andando a ridistribuire casualmente le anomalie negli stessi intervalli di spazio e tempo: si trova nettamente che gli indici di concentrazioni di anomalie reali sono una volta e mezza o due volte superiori alla norma. Non possono, perciò, essere una casualità.

Quindi questo apre la possibilità e la speranza nel prossimo futuro di poter prevedere e in qualche modo avvisare la popolazione di un possibile terremoto di forte intensità?
La cosa non è così semplice. Per fare ciò dobbiamo passare da un approccio statistico, che è quello che abbiamo applicato noi, ad un approccio deterministico. Si tenga conto che l’approccio statistico ci ha permesso di affermare con sicurezza che la litosfera comunica, in caso di forti terremoti, con la ionosfera. Ma non in tutti i casi, solo in gran parte di questi i due strati sono in comunicazione. Il passaggio dall’analisi statistica a quella deterministica è, però, molto complicato. Una cosa è dire che in media le anomalie sono legate ai terremoti, ma un’altra cosa riconoscere quali singole anomalie sono attribuibili ad un certo terremoto.

Quanto tempo ci vorrà per passare da un approccio statistico ad uno deterministico?
Questo è un passaggio che richiede molto tempo, non escludo che possa essere molto difficile o quasi impossibile da fare. Sicuramente il primo passo per fare delle conclusioni attendibili era quello di assicurarsi che, in occasione di forti terremoti, ci sia comunicazione tra la litosfera e la ionosfera, cosa che abbiamo fatto. Questo è quello che ha messo la parola fine a una serie di studi che duravano da almeno 20 anni, iniziati da diversi colleghi di team internazionali. Averlo fatto ci permette di avere le speranze, ma serve ancora molto lavoro.

Quindi un giorno avremmo la possibilità di fare delle previsioni sui terremoti?
Non ci sarà mai la possibilità di affermare con certezza dell’arrivo di un terremoto, ma comunque per avere dei dati sempre più attendibili penso che ci vorranno almeno altri 30 o 40 anni, sicuramente più di un’altra generazione di ricercatori, perché il problema è davvero molto complesso. Quello che posso prevedere è che si arriverà ad una soluzione simile a quella delle previsioni meteorologiche, dove si dà una probabilità che piova o che ci sia il sole, ad esempio. In questi termini credo che nel giro di una o due generazioni, gli scienziati potranno dire: “Tra una settimana o, al massimo tra un mese, potrà esserci in quella certa regione un terremoto forte (ad es. di magnitudo uguale o superiore a 6), con una probabilità dell’80-90% che realmente accada”. Probabilmente, tale previsione migliorerà tanto più ci si avvicinerà al momento dell’evento, proprio come per le previsioni meteo.

Da cosa è nata l’idea di guardare verso il cielo per studiare i terremoti?
In realtà quello che stiamo facendo ci fa capire che prima di un forte terremoto anche la ionosfera è perturbata, ma questo non vuol dire che sarà l’unica a fornire segnali precursori, ma invece che è una delle tante sentinelle possibili di un terremoto imminente. La sentinella più famosa, però, rimane il sismografo, che può indicare già l’inizio di una certa sismicità dopo un periodo di calma in una certa regione. Questo può essere un utile strumento per mettere in allerta la Protezione Civile e le popolazioni che vivono in zone a rischio. In tal senso ci sono già, negli Usa e in Giappone, delle procedure di “allerta precoce”, le quali si basano sull’arrivo di “onde P”, che sono le prime ad arrivare dall’ipocentro, dove avviene la “rottura” della faglia che causa i terremoti. A seconda poi della distanza dall’ipocentro, si può avere qualche decina di secondi di tempo, che non è molto, ma può far interrompere tutta una serie di attività a rischio, come far rallentare i treni super-veloci, o bloccarne il passaggio sui ponti.
Tornando alla ionosfera, questa zona si è fatta conoscere ancora prima di essere scoperta, poiché la sua esistenza ci permette di trasmettere da un punto all’altro della superficie terrestre senza perdere il segnale nello spazio, il principio che ha sfruttato Guglielmo Marconi nel 1901 con la prima trasmissione radio transcontinentale, anche se quest’ultimo non sapeva di cosa si trattasse, ma che lo portò al premio Nobel nel 1909. In tutto questo soltanto negli ultimi 10-15 anni si è appreso che la Terra non è affatto un pianeta fatto di tanti strati che non comunicano tra loro, in realtà è un sistema in cui, non solo la parte solida, ma anche le sue parti fluide, come l’atmosfera e la ionosfera, hanno un ruolo importante nella dinamica e nella sua evoluzione.
Quindi quando qualcosa di estremamente energetico, come un terremoto, avviene nella parte solida, la litosfera, in qualche modo, innesca meccanismi di comunicazione anche con i vari strati sovrastanti.

L’Italia è stata in prima fila in questo studio?
L’Ingv (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) è uno dei migliori istituti di ricerca a livello europeo. Abbiamo dato sempre priorità allo studio dei fenomeni fisici terrestri, non solo ai terremoti, ma anche alle eruzioni vulcaniche.
Abbiamo acquisito molta esperienza nello studio del campo magnetico terrestre, con esperti che hanno approfondito lo studio anche delle parti alte dell’atmosfera, il che ci ha permesso di arrivare a questo risultato.
È un lavoro che si è venuto a creare dagli investimenti che sono stati fatti sia a livello nazionale che internazionale. Devo dire che fondamentale è stato anche l’apporto dell’Agenzia Spaziale Europea, la quale ha messo a disposizione i dati dei satelliti ed ha anche finanziato il progetto, ma anche l’Agenzia Spaziale Cinese ha dato un contributo rilevante al nostro team di ricerca, coinvolgendoci nelle attività legate al primo satellite cinese (Cses, Chinese Seismo-Electromagnetic Satellite) per lo studio dei terremoti dallo spazio.

Per concludere possiamo dire che la parte più rilevante resta la prevenzione?
Certo! Proprio come nella vita, dove si deve essere pronti ad affrontare ogni problema possibile. La prevenzione è sicuramente la prima cosa che ci preoccupa, e in questo il nostro ente è sicuramente all’avanguardia perché prepara, per le istituzioni, la carta della pericolosità sismica. Prima di tutto bisogna conoscere quali siano le zone pericolose e quindi prepararci ad affrontare il problema nelle regioni riconosciute come sismiche. Dopo la conoscenza delle regioni dove ci possiamo aspettare maggiore sismicità, allora possiamo intraprendere lo studio della previsione. I modelli fisici che tentano di spiegare la fenomenologia che avviene in occasione di un terremoto, non potrebbero essere costruiti senza una dettagliata ed approfondita conoscenza dei terremoti.
La prevenzione resta la parte più importante.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Città: l’impresa della conoscenza

Barcellona, Delft, Dublino, Monaco, Montréal, Stoccolma sono oggi considerate a livello mondiale città della conoscenza di successo. Il loro cammino verso uno sviluppo fondato sulla conoscenza come risorsa ha preso avvio col tramonto del secolo scorso, come risposta di fronte alla crisi industriale ed alla crescente disoccupazione. Ormai costituiscono sei casi di studio intorno ai quali si è andata accumulando un’importante letteratura.
Ragionare di città della conoscenza, di uno sviluppo che faccia della conoscenza la sua risorsa prima da noi è ancora molto difficile, eppure ogni giorno tocchiamo con mano come sia arduo uscire dalle secche di una crisi che si estende come una lingua di lava e come i fatti siano terribilmente distanti da quanto un pensiero nuovo, una nuova intelligenza suggerirebbero di fare. Intanto il tempo è tiranno e con realismo spietato non fa che accumularci addosso gli anni del ritardo che scontiamo nei confronti delle città più avanzate.
La questione di fondo resta la volontà politica e sociale che sono indispensabili. Nei casi citati c’era il senso di un’urgenza sociale, credere nella necessità del cambiamento per riposizionare la città nell’era della conoscenza, come risposta alla situazione di difficoltà generata dal declino delle industrie tradizionali o dalla scarsità delle risorse locali. È questa volontà di cambiamento sociale la scintilla per ogni ulteriore azione, ma una città non si sviluppa come città della conoscenza senza un chiaro sostegno del governo e delle leadership locali.
Ogni tentativo di trasformare una città in città della conoscenza è destinato a fallire se non è guidato da una chiara visione strategica, una visione strategica che deve prendere le mosse da un esame disincantato e approfondito della propria condizione. Sarebbe compito del governo della città e degli attori sociali responsabili del suo futuro proporre obiettivi specifici, misure e azioni per una nuova stagione di sviluppo della città fondata sull’uso della conoscenza come leva e risorsa.
Le città che abbiamo citato all’inizio hanno scelto di indirizzarsi su alcuni settori piuttosto che altri, fissando obiettivi ambiziosi per ciascuno di essi. Hanno cercato di bilanciare gli interessi di questi settori in rapporto alle risorse disponibili e alla competitività delle loro aree metropolitane. Soprattutto hanno mirato a far crescere un sistema di alta qualità dall’istruzione di base a quella superiore, di elevare la qualità della vita dei cittadini e dei servizi sociali avanzati.
Certo, il sostegno finanziario e forti investimenti per la realizzazione degli obiettivi strategici costituiscono le condizioni indispensabili. Si tratta di operare azioni di marketing in grado di attrarre investimenti esterni, di mobilitare risorse pubbliche e private, anche mediante l’applicazione di vari regimi fiscali, attirando finanziamenti pubblici a livello nazionale e sovranazionale.
Parchi e poli della conoscenza vanno creati e animati, senza di essi oggi nessuna impresa grande e piccola che sia può sopravvivere, l’era della grande industria ormai è scaduta. Le agenzie di cui hanno bisogno le nostre città sono quelle in grado di promuovere aree qualificate e specializzate di conoscenza, poli della scienza, della ricerca e delle tecnologie.
Queste agenzie possono essere fondazioni, centri di ricerca, istituzioni e università da coinvolgere in diversi tipi di attività, come la progettazione e la realizzazione di piani, per la conduzione di ricerche, il rafforzamento della cooperazione scientifica e la condivisione delle conoscenze, attrarre e trattenere lavoratori della conoscenza, sostenere lo sviluppo economico, il marketing del concetto di città della conoscenza. Perseguire l’eccellenza esprimendo principalmente la capacità di creare nuove conoscenze nei settori della scienza e della tecnologia, ma non solo o esclusivamente, perché porsi l’obiettivo dell’eccellenza fornisce la piattaforma per nuovi beni e servizi basati sulla conoscenza.
Una città della conoscenza di successo è, dunque, soprattutto degna di nota per la sua ricchezza di conoscenze acquisite, che ruota essenzialmente attorno ai suoi centri di ricerca e alle istituzioni dell’apprendimento. La produzione di conoscenza procede in gran parte da quelli che sono conosciuti come i motori dello sviluppo economico della città, come i suoi centri di ricerca e le università.
È anche il carattere multietnico delle nostre città che ci chiama ad accogliere la sfida a trasformarci in città della conoscenza. Una città della conoscenza per avere successo deve essere costruita sulla diversità. Gli individui di talento creativo preferiscono vivere in città con popolazioni caratterizzate da diversità, tolleranza e apertura, in quanto una tale atmosfera stimola la fertilizzazione incrociata delle idee e delle pratiche e favorisce il flusso più veloce delle conoscenze. Le città della conoscenza sanno come ascoltare e trovare i modi per sostenere i diversi punti di visti, le differenti radici culturali e le esperienze dei loro cittadini contribuiscono realmente a nuove idee e innovazioni.
Una città della conoscenza ha senso se è in grado di offrire opportunità di creazione di valore per i propri cittadini. Esempi di tali pratiche sono la promozione di “microcosmi della creatività”, istituzioni di spazi per lo sviluppo del dialogo sociale, la costruzione di siti web di alta qualità e di reti tra città della conoscenza. Una città della conoscenza si distingue anche per il ritmo di assimilazione, l’uso, la diffusione e la condivisione di nuovi tipi di conoscenze, la promozione che a sua volta assicura che esse acquisiscano rapidamente un valore economico e sociale.
“Un motore di innovazione urbana” è un sistema che può innescare, generare, promuovere e catalizzare l’innovazione nella città. Si tratta di un sistema complesso che comprende le persone, i rapporti, i valori, i processi, gli strumenti e le infrastrutture tecnologiche, fisiche e finanziarie. Alcuni esempi di luoghi urbani che possono servire come motori di innovazione sono le biblioteche, i caffè, la camera di commercio, il municipio, l’università, le scuole, i musei, le istituzioni culturali, ecc. Tuttavia non tutti questi luoghi interpretano il ruolo, oggi indispensabile, di veri e propri motori di innovazione.
Una città fondata sulla conoscenza deve garantire, tra gli altri, i diritti all’informazione e alla conoscenza dei suoi cittadini, attraverso l’accesso facilitato alle reti a banda larga per tutti, l’accessibilità all’informazione per un’utenza amica, altamente comprensibile, completa, diversificata, una informazione pubblica trasparente. Il diritto all’istruzione e alla formazione. Tutti i cittadini devono avere il diritto alla formazione al fine di beneficiare in modo efficace dei servizi e delle conoscenze disponibili attraverso l’informazione e le tecnologie della comunicazione. Così come i cittadini hanno diritto ad una pubblica amministrazione trasparente a tutti i livelli del processo decisionale. La Pubblica amministrazione deve impegnarsi a favorire la partecipazione dei cittadini e il rafforzamento della società civile.
I benefici di una città della conoscenza su scala mondiale e locale sono realmente sostanziali ed attraenti, per cui non possono più a lungo essere ignorati dai decisori politici e dai ricercatori, ma soprattutto dai cittadini consapevoli del senso del loro abitare la città.

L’EVENTO
Una ricerca che protegge tutte le forme di vita

di Eleonora Rossi

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“Non vogliamo fermare la ricerca. Vogliamo promuovere una ricerca che protegga e rispetti tutte le forme di vita”, spiega Gianmarco Prampolini, presidente nazionale Leal, Lega Antivivisezionista, impegnata da 40 anni per una ricerca senza animali.
Il convegno nazionale “Perché è giunto il tramonto della sperimentazione animale” è il biglietto da visita della nuova sezione Leal di Ferrara (www.leal.it).
L’8 ottobre 2016 il Palazzo della Racchetta ha ospitato un’intera giornata di studi, aperta a tutti i cittadini, con oltre 70 partecipanti, organizzato da Leal Ferrara insieme a Riscatto Animale. Nei diversi interventi sono stati messi a confronto “gli aspetti scientifici, etici, giuridici e legislativi della sperimentazione animale”. Il convegno è stato pensato per approfondire questi aspetti con le autorità, le istituzioni e gli istituti di ricerca universitari.
“Abbiamo inaugurato la sezione ferrarese con un evento importante – prosegue Prampolini – che ci offre l’opportunità di entrare nel tessuto sociale della città, abbiamo invitato le istituzioni per avviare un dialogo e vorremmo entrare in contatto con le biblioteche per diffondere le nostre pubblicazioni scientifiche. La sensibilità nei confronti degli animali è diffusa, ma c’è molto ancora da fare per cambiare la mentalità e non lasciare più spazio alle strumentalizzazioni”.

“Un convegno per aprire le coscienze”, lo definisce Stefania Corradini, responsabile della sezione Leal di Ferrara dal 4 luglio 2016, attivista e volontaria; sue collaboratrici Beata Stawicka e Anna Barbieri, moderatrice del convegno. Per Stefania Corradini “molti non conoscono il problema. Ma non è semplice farsi ascoltare e scuotere l’indifferenza”. Da qui l’esigenza dei volontari di una giornata di riflessioni e analisi, dati e video alla mano, “per dimostrare come l’abbandono della sperimentazione animale non sia soltanto possibile, ma doveroso. Esiste una ricerca che non fa uso di animali ormai consolidata, scientificamente valida, innovativa ed etica, per la quale Leal e Riscatto Animale chiedono sostegno e implementazione”.

Dopo un’introduzione di Gianmarco Prampolini e Claudia Corsini, presidente di Riscatto Animale, la mattinata ha visto l’intervento di Bruna Annamaria Monami, vicepresidente LEAL, che ha illustrato “Il valore dell’etica nel tempo della Sperimentazione Animale”, evidenziando la “contrapposizione tra i termini ‘vivisezione’ e ‘sperimentazione’, sottolineando l’“urgenza di un cambiamento che metta d’accordo etica e scienza e protegga ogni forma di vita”. La Monami ha lanciato un appello “perché nessuno dimentichi mai quello che succede ogni giorno nei laboratori di tutto il mondo”.
Yuri Bautta, responsabile del settore Vivisezione di Lav Modena, ha portato la sua testimonianza: “I Macachi di Modena: una battaglia vinta”. Attraverso un’azione diplomatica durata anni, con manifestazioni, banchetti informativi, raccolta di firme, flash mob e un tavolo di confronto che ha coinvolto gli amministratori, i cittadini e la stampa, si è riusciti ad affermare una prospettiva diversa: “La nostra proposta è stata quella del superamento degli esperimenti sui primati. Alla fine di questa battaglia, nella primavera del 2015 l’Università si è arresa, accettando la chiusura dell’esperimento e la cessione di tutta la colonia di Macachi”.
Oriano Perata, dirigente medico di Chirurgia Generale dell’ospedale Santa Corona-Pietra Ligure si è soffermato sui “Test su animali in chirurgia”: “Le esercitazioni chirurgiche su animali non umani sono inutili, dannose e fuorvianti per la formazione dei chirurghi – ha osservato Perata -. Le reazioni degli animali non umani sono diverse e quindi prive di predittività per la specie umana. Abissali le differenze anatomiche, le complicanze intra e perioperatorie, differente la fisiologia e la fisiopatologia d’organo e sistematica tra gli animali e l’uomo. Fondamentali per la formazione dei chirurghi le esercitazioni su cadavere umano specie se inserito in un sistema di Cec, un sistema di Circolazione Extra-Corporea, che sostanzialmente riproduce le condizioni operative in vivo”. Ha riportato l’esempio del “Progetto Penco BioScience ONG” che prevede si possa studiare e testare su cellule e tessuti umani, e non su animali, per una ricerca dedicata alla specie umana”. La biologa Susanna Penco, ricercatrice all’Università di Genova, obiettrice di coscienza, ha apportato il suo contributo via Skype.
Marco Mamone Capria – matematico ed epistemologo dell’Università di Perugia e presidente della Fondazione Hans Ruesch -: nel suo intervento “Come (non) è finita l’iniziativa Stop Vivisection” ha descritto alcuni aspetti di tale iniziativa “nel contesto della critica della ricerca biomedica degli ultimi decenni, sottolineando alcuni insegnamenti che se ne possono trarre sul rapporto tra cittadini, associazioni e governi”. 
 L’avvocato David Zanforlini, del Foro di Ferrara e presidente nazionale dei Centri di azione giuridica di Legambiente, ha sviluppato il tema “Forse che gli animali hanno diritti?” attraverso un excursus legislativo dal Codice Civile al Codice della Strada, passando per il Trattato di Lisbona e la Costituzione, per arrivare ad affermare che “nel momento in cui si riconosce la qualifica di ‘essere senziente’ ad una forma di vita animata e se ne dichiari la tutela del suo benessere, cioè il suo diritto a stare bene, questo soggetto diventa titolare del diritto di vedere rispettata la sua sensibilità, a fronte del nostro dovere di rispettare gli animali non umani”.
Ha chiuso il convegno Paolo Bernini, onorevole del Movimento 5 Stelle; nel suo intervento: “La politica delle gabbie vuote e dei metodi sostitutivi” ha riportato i motivi dei “no” alla ricerca sperimentale sugli animali, la sua “pericolosità per l’uomo”, descrivendo “qual è la posizione della bioetica” e richiedendo “l’implementazione dei metodi sostitutivi alla sperimentazione animale”; pur “NON sostituendo la sperimentazione, obiettivo al quale dobbiamo puntare non solo per ragioni etiche, ma soprattutto per il vero progresso della scienza medica”.
Leal ha sostenuto Stop Vivisection e dal 1981 finanzia borse di studio per una ricerca con metodi sostitutivi. Ma “i metodi sostitutivi non godono di sufficienti sussidi che permetterebbero uno sviluppo tale da eliminare la vivisezione”.

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“Lo scopo dell’intero movimento di cui faccio parte dal 1975 è educare la popolazione: non si possono cambiare le cose se l’opinione comune è che gli animali servano per la ricerca e l’alimentazione”, ha spiegato Bruno Fedi, professore di Urologia, primario anatomopatologo, referente scientifico di Leal. “Credo senza presunzione di aver dato una svolta in senso scientifico al movimento animalista, con osservazioni genetiche e di tipo evoluzionista, oltrepassando l’interpretazione pietista e filosofica. La società deve totalmente cambiare prospettiva, adottando il punto di vista scientifico e globale”. Nel suo intervento “Vivisezione, Animalismo e Società” il professor Fedi ha sottolineato la necessità di una svolta anche in senso sociale, auspicando il superamento del principio “antropocentrico”, che vede l’uomo “misura di tutte le cose”.
“Questo principio ha generato una società competitiva, che è stata importante per il nostro successo biologico (insieme all’empatia), ma, attualmente, ci sta portando ad un mondo invivibile, al suicidio climatico. Dobbiamo sostituire i principi fossili ancestrali ed edificare una società che superi il sessismo, il razzismo, lo ‘specismo’. Non la società competitiva, ma la società fraterna”.

IL FATTO
Scoprono una molecola che può combattere il cancro ma mancano i soldi per la sperimentazione

Hanno scoperto, sviluppato e brevettato una classe di molecole potenzialmente in grado di combattere le cellule cancerogene. Tutta la serie è stata ottenuta modificando sinteticamente una molecola naturale, il maltolo (presente in vari alimenti), ottenendo così un nuovo composto. Secondo gli studi condotti da Mirco Fanelli, biologo, e Vieri Fusi, chimico, entrambi docenti all’università di Urbino, il maltonis (la molecola al momento in stato più avanzato di studio) avrebbe la capacità di contrastare le cellule responsabili dei tumori.

Le indagini di laboratorio e le successive prime sperimentazioni “in vivo” (topolini da laboratorio) hanno corroborato l’ipotesi scientifica, che ora però va posta al vaglio di nuovi e più probanti test. Sulla base delle prime risultanze la molecola messa a punto in laboratorio da Fusi e Fanelli ha ottenuto il brevetto italiano, il successivo accreditamento europeo ed è ora al vaglio delle apposite commissioni scientifiche per avere anche il riconoscimento degli Stati Uniti.
Si tratta con ogni evidenza di una ricerca importante che deve essere ora adeguatamente finanziata per poter verificare l’affidabilità e l’efficacia del rimedio. Un eventuale successo potrebbe imprimere una svolta decisiva alla lotta contro il cancro e aggiungere una nuova freccia all’arco delle strategie terapeutiche già disponibili. Le risorse che sarebbero necessarie al momento non sono nella disponibilità dei gruppi di ricerca interessati e, visto l’andazzo degli ultimi anni nei finanziamenti alla ricerca in Italia, non sarà certo semplice trovarle. E’ il solito paradosso ed è l’eterno dramma della ricerca scientifica.

“I finanziamenti, fra il 2001 e il 2012 – spiega con amarezza Mirco Fanelli – sono calati drasticamente. Si può ragionevolmente stimare in una riduzione di circa il 70% (da circa 125 milioni di euro siamo passati a 38 milioni). A conti fatti, quindi, quando si partecipa a un bando si ha meno dell’uno per cento di probabilità di essere finanziati. Aggiungiamo poi che i Prin (Progetti di rilevante interesse nazionale, ndr) non vengono banditi da due anni. E’ ovvio che, in un sistema sempre più povero, dove gli investimenti nella ricerca (personale, attrezzature, etc) non si fanno da troppo tempo, solo quei pochi centri particolarmente qualificati hanno la maggiore probabilità di essere sovvenzionati, gli altri si devono arrangiare con gli spiccioli che raccattano in giro… Può essere anche una scelta strategica, ma se è così va dichiarata”.

Frattanto continua a circolare, in rete e attraverso il circuito degli smartphone, un video prodotto da un sedicente giornalista che, celando la propria identità, denuncia il silenzio omertoso della stampa e la presunta congiura della lobby farmaceutica.
Ormai è una persecuzione – commentano in coro Fusi e Fanelli – è un anno che questa cosa gira, non sappiamo nemmeno chi sia questo signore che l’ha realizzata, non ci ha mai contattato. Il fatto che i nostri studi possano ledere gli interessi economici di qualcuno è una cosa che non si può né affermare né escludere. Non ci sono prove. Ma il punto non è questo. Il problema sono i finanziamenti, se non arrivano soldi per sviluppare la ricerca c’è poco da fare. Il rischio è che questo video alimenti speranze e illusioni. E questo non si può fare quando in gioco c’è la vita o la salute. Ci vuole tatto e prudenza. Ci hanno telefonato centinaia di persone malate e loro familiari. Questo perché si spaccia la nostra scoperta come se fosse già un farmaco pronto all’uso. Invece non è così. Dobbiamo ancora completare i test per verificarne la reale efficacia.

Però forse un po’ di visibilità mediatica non guasterebbe e vi aiuterebbe nella ricerca dei fondi necessari…
Non ho timore ad affermare che lo stesso progetto, presentato da un istituto più importante (e magari, con autocritica, da uno scienziato più titolato dei sottoscritti), probabilmente riceverebbe i finanziamenti necessari – afferma Fanelli -. Sono convinto che uno scienziato stimato in campo oncologico come il professor Umberto Veronesi sarebbe in grado di trovarle queste risorse… noi invece facciamo molta più fatica. Non è tutto nero però. La Fondazione Umberto Veronesi, appunto, quest’anno ha finanziato un anno di borsa di studio per un ricercatore del mio laboratorio (il dottor Stefano Amatori, 37 anni… classico esempio di precario della ricerca) proprio su questa progettualità. E’ la dimostrazione che lavorando bene si riesce a spendere la propria credibilità scientifica.
Ci può stare – commenta Fusi – che chi ha una credibilità consolidata sia trattato con riguardo, ma anche i giovani ricercatori andrebbero incoraggiati. Nella fase della ricerca pre-clinica, quella in cui ci troviamo noi, i canali di sostegno sono essenzialmente istituzionali. L’industria farmaceutica si muove solo dopo, a seguito degli eventuali risultati ottenuti nella fase pre-clinica, gli studi ad un livello precedente per loro non sono appetibili. Su questo fronte in Italia nessuno fa ricerca. Ci sono solo cinque o sei multinazionali farmaceutiche in grado di intervenire perché le somme da investire sono ben diverse. Per la sperimentazione clinica serve qualche milione di euro e a volte può non bastare. Ma l’industria farmaceutica può permetterselo per alimentare il proprio business.
Noi siamo ancora un passo indietro: dobbiamo allargare e approfondire la sperimentazione su modelli animali – precisa Fanelli -. So che il discorso è delicato ma, oggi, non si può prescindere dalla sperimentazione in vivo. Qualcosa infatti abbiamo già fatto e i risultati sono stati incoraggianti. Ora servono altre verifiche e i finanziamenti per svolgerle.

Ma di quanto avete bisogno?
In questa fase basterebbero alcune centinaia di migliaia euro – afferma Fanelli.

E non intravvedete alcuna concreta prospettiva?
Da un anno attendiamo una risposta dalla Regione Marche – dice Fanelli -. Siamo stati convocati in commissione Sanità, ci hanno espresso apprezzamento e gratitudine, c’è stata una promessa di impegno, la cosa è andata sui giornali… Poi è cambiato il presidente di commissione, con il quale ci siamo incontrati, ma al momento tutto tace. Ma la ricerca non aspetta, ci sono mille cose da fare… ed il rischio, senza risorse, è chiudere il progetto (sostenere i brevetti ha un costo e le Università italiane sono agli sgoccioli)…
Molti anni fa, quando il progetto era ancora allo stadio embrionale, ci siamo rivolti all’Associazione italiana per la ricerca sul cancro che non ci ha dato credito e lo ha respinto. Però è successo che quelle molecole che allora solo ipotizzavamo ora esistono e hanno mostrato anche una certa efficacia. Ma all’epoca non ci hanno creduto… Eravamo all’anno zero ed era lecita la loro scelta. Ma questo fa capire quanto è difficile ottenere finanziamenti.

E adesso?
Stiamo partecipando a un bando del ministero della Salute in staff con la clinica Ematologica di Ancona e con il San Raffaele di Milano che offre i modelli animali – conclude Fusi -. Siamo in attesa che il ministero pubblichi i risultati… per noi ha un’importanza quasi vitale, speriamo di conoscere presto il destino del nostro progetto.

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