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Il ritorno della ricevuta

Perché poi uno deve fare una raccomandata online anziché usare i piccioni e per di più pretendere d’essere sicuro che sia stata ricevuta?
La raccomandata delle poste italiane, infatti, è online solo alla partenza, poi tutto viaggia come se tu con la tua lettera fossi andato all’ufficio postale dietro l’angolo di casa. Vuoi mettere la comodità di fartela a computer, di pagare con la tua prepagata, senza dover uscire e con il rischio della coda allo sportello? Poi se ad arrivare ci impiega più tempo di quanto ne avrebbe messo recandoti all’ufficio postale vicino casa, non lamentarti delle comodità offerte dalla tecnica.
Tu spedisci la tua raccomandata online da casa l’otto gennaio e lei arriva a destinazione dopo nove giorni, il diciassette, non a Sidney ma a quattrocento chilometri da casa tua, a Roma.
Se avevi fretta potevi fare un e-mail, un fax, ma il problema è che la semplificazione, sebbene predicata come il vangelo, non è di questo mondo e taluni vogliono proprio la raccomandata con tanto di ricevuta di ritorno, neppure la posta certificata, che già quella sarebbe un problema, e senza la quale manco ti puoi provare a dialogare con una amministrazione pubblica che nonostante la pec resta muta per principio, perché il silenzio, in virtù della burocrazia, riesce persino a parlare, comunicando per consuetudine il rigetto.
Uno in questo mondo di banda larga non sa proprio da che banda voltarsi.
Ora che tu spedisca online o by hand la tua creatura, puoi sempre tenerne traccia così da roderti la bile nel constatare per quanto tempo giace inutilmente nei singoli uffici postali nel suo percorso verso la destinazione, ma l’informazione e la trasparenza sono salve.
Nove giorni per una raccomandata online, neanche una settimana e mezzo, non vale neppure la pena lamentarsi.
È che la mia raccomandata non viaggiava da sola era accompagnata dalla ricevuta di ritorno, la quale, sapendo di non essere tracciabile, deve aver approfittato del viaggio per fare altro, per andare a far visite alle sue amiche, che so.
La disgraziata, incosciente, perché, se io nel frattempo avessi avuto bisogno della sua testimonianza, lei sarebbe stata contumace.
Arrivata a destinazione il 17 gennaio, firmata e timbrata, deve avere avuto una crisi di identità una volta separata dalla sua compagna, perché me la sono vista recapitare a casa tutta mal messa e bagnata un mese e mezzo dopo, il due marzo.
Di cosa le sia accaduto so poco o niente. Credo che come ogni clandestina sia stata condotta in un centro di accoglienza, come le valigie di una volta con gli adesivi dei luoghi visitati variamente incollati sulla loro superficie, tra i vari timbri uno riporta la data del 28 febbraio e la dicitura Bologna CMP, il Centro di Meccanizzazione Postale, dove evidentemente ha potuto dimostrare di non essere clandestina, ma di essere destinata a me.
Non ha viaggiato online. Credo che da Bologna a Ferrara sia giunta nel tradizionale sacco della posta caricato su un treno e poi sia finita finalmente nelle mani salvatrici della gentilissima signora che ogni giorno mi consegna la posta.
A conti fatti il viaggio di ritorno da Bologna a Ferrara è durato solo sei giorni, in proporzione con i nove impiegati per andare a Roma. Ma tutto il resto del tempo, i trenta giorni e più che mancano dove è stata, cosa avrà mai fatto? Lei mi guarda malconcia e non risponde.

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