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Occhi a cui non puoi sfuggire.
Perchè la giornata della memoria continua a interrogarmi

Non so se succede a tutti, ma ogni volta che arriva il 27 gennaio, giornata internazionale della memoria, provo una resistenza interiore forte. Guardare gli orrori accaduti soli 80 anni fa, perpetrati e voluti con una logica agghiacciante e premeditata, fa così male, fa così paura che viene voglia di sfuggire al ricordo, anche se è solo un ricordo che arriva tramite il racconto di altri.

Dunque mi interrogo: se io, che non ho parenti ebrei o comunque finiti nei campi di concentramento, provo una resistenza così forte a guardare quell’orrore inimmaginabile persino nei più terribili incubi, chissà quale resistenza deve aver accompagnato i sopravvissuti? Chissà il combattimento interiore che ha vissuto chi quell’orrore l’ha vissuto e ne è stato testimone. Chissà quanto avrà vacillato: da una parte il desiderio profondo, l’istintivo di rimuovere e cancellare, dall’altra il senso del dovere di urlare che l’indifferenza uccide quasi più della logica aberrante dello sterminio. Molti testimoni del lagher parlano del silenzio che ha sigillato, nel profondo di se stessi, quel pezzo della loro vita. L a stessa Liliana Segre con coraggio ha raccontato di un silenzio durato 40 anni e della rivelazione che fu per lei la lettura di “Se questo è un uomo“ di Primo Levi.

La battaglia, dunque, di chi ha voluto che non si seppellissero queste storie, di chi ha filmato, di chi ha raccontato e continua a battersi perché questi racconti circolino, vengano proiettati alla televisione e nelle scuole, diventino film (quante storie ci sono ancora da raccontare!) è una battaglia del coraggio che coinvolge tutti noi.
Parlare di sterminio attraverso i numeri non restituisce, non può restituire la realtà di quanto è avvenuto. È necessario vedere gli occhi di quei bambini, di quelle madri, di quei giovani e di quelle giovani, di quei padri, occhi, occhi e occhi. Occhi smarriti che quando ti fissano, ti terrorizzano perché ci vedi i tuoi stessi occhi.

Non so se succede a tutti, ma io mi sento quel bambino o quella bambina strappata alla mamma per pura ferocia, mi sento quella madre a cui strappano un figlio appena nato e lo affogano davanti ai suoi occhi, e l’urlo di disperazione mi muore ancora prima di giungere alla bocca, mi entra nelle viscere e me le attorciglia. Mi sento anche quei soldati guardiani, i loro occhi raramente sono inquadrati, eppure non oso guardarli, ho paura di vederci i miei occhi, vigliacchi. Avrei mai avuto il coraggio di ribellarmi agli ordini dei superiori?

Gli occhi che guardano dietro il filo spinato hanno fornito le parole a chi poi ha scritto e raccontato. Anche gli occhi spalancati dei morti ammucchiati come roba vecchia, ci parlano. A quegli occhi interrogativi anche se vitrei, non puoi sfuggire. Quegli occhi devono restare impressi dentro di noi perché orientano il nostro sguardo sulla vita presente, ci aiutano a individuare dove si insinua una narrazione che può portare alla giustificazione di tali orrori, a identificare i luoghi in cui, sotterranea, continua a sopravvivere. Ecco perché la giornata della memoria per me è così importante, perché mi mostra con chiarezza le mie paure, perché mi mette a nudo, ma anche perché mi conferma che non dimenticare è necessario non solo per onorare la sofferenza di tanti, troppi, bambini, donne e uomini, ma per l’oggi che viviamo, perché quell’indifferenza alla sofferenza umana non abbia il sopravvento.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Mnemosine e Lete

La dannazione di ricordare sempre tutto: Riccarda e l’amico Nickname discutono su chi, nella coppia, abbia la capacità di afferrare e chi rivendica il diritto all’oblio.

N: A cena un giovane amico coraggioso mi confessa che sta per sposare la sua morosa. “Che lavoro fa?” chiedo. “La psicologa. Discutiamo spesso. Lei scende sempre in profondità, e poi non dimentica. Non dimentica mai nulla. Ricorda tutto”. Coraggioso davvero, ai limiti dell’incoscienza. “Però se la sposi vuol dire che funziona, no? Come fai?” “Le dico che deve essere leggera, e farsi meno pippe!” Me lo dice senza tracotanza, da ragazzo, con un candore adamantino. Forse tra loro funzionerà.

R: La coraggiosa è lei, mica lui. È lei quella che candidamente si presenta così come è: capace di non dimenticare nulla, di approfondire, di essere scelta per come è. Lei gli sta dicendo: guarda che se mi sposi ogni parola non volerà via leggera, ma l’afferrerò e solo io la ricorderò quando tu non saprai neanche di averla detta. Se mi sposi, non ti sarà lecito dirmi ma sì è lo stesso perché tutto dovrà sempre avere un perché.

N: La capacità di non dimenticare nulla assomiglia a una dannazione, per chi ce l’ha e per chi la subisce. Non difendo certo l’indifferenza delle parole: ma proprio perché è la donna a saper voltare pagina, la donna che sa chiudere le porte, non giustifico l’impiccagione per parole dette mesi o anni prima. O si chiarisce al tempo, o diventa l’esercizio di un diritto al rancore al quale preferisco il diritto all’oblio.

R: Anticamente per accedere agli Inferi, era necessario bere a due fontane, una dedicata a Mnemosine, che tutto ricorda, e una a Lete, che tutto fa dimenticare: le anime le avrebbero sapientemente dosate.

N: Io di solito bevo acqua Lete…

Voi a quale fonte vi abbeverate? Dimenticate e procedete leggeri o tendete a ricordare tutto?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

LA RIFLESSIONE
Prima Guerra Mondiale,
le ragioni per ricordare

Ci sono vari motivi per commemorare la Grande Guerra di cui ricorre il centenario. Un impegno civile orientato in senso pacifista: ricordare l’ecatombe fratricida dei soldati, in molti casi sepolti l’uno accanto all’altro nei cimiteri di guerra, e l’esperienza drammatica della popolazione civile per far sì che non si ripetano. Si aggiunge la motivazione europeista: l’Europa unita come alternativa alle guerre che hanno insanguinato per secoli il nostro continente, fino ad arrivare ai due terribili conflitti del Secolo Breve, senza dimenticare che sul fronte italo-austriaco hanno combattuto quasi tutti i paesi che oggi fanno parte dell’Unione Europea. Si può poi ricordare anche la narrazione memoriale che vuole la Prima Guerra Mondiale come l’ultima delle guerre risorgimentali italiane, che ha completato l’unità nazionale, trascurando la complessità degli eventi e delle esperienze umane nelle regioni di confine come il Trentino o il Friuli Venezia Giulia.

Abbiamo dunque a che fare con un quadro composito di motivazioni eterogenee, a cui bisogna aggiungere l’elemento di una memoria oramai senza ricordo, perché non è più possibile attingere alle testimonianze di coloro che hanno avuto esperienza diretta della Grande Guerra. Infine, senza nulla togliere al legittimo sforzo commemorativo, spesso da queste memorie manca la storia, con tutte le sue complessità e ambiguità. Il pur doveroso racconto delle esperienze e delle sofferenze sembra a volte prendere il sopravvento sull’analisi delle cause e degli effetti, che sono stati enormi dal punto di vista politico e sociale: la scomparsa degli imperi e la nascita o trasformazione di nuovi stati, la rivoluzione bolscevica e la guerra civile che ne è derivata, le crisi politiche in Italia e nella Repubblica di Weimar da cui si sono sviluppati i regimi dittatoriali che hanno trascinato nuovamente l’Europa nella tragedia. È proprio qui che i musei, come quello del Risorgimento e della Resistenza, assumono un’importanza fondamentale: i monumenti e i luoghi della memoria, come le trincee o i cimiteri di guerra, non hanno una specifica funzione didattica, il loro ruolo è evocare e la loro dimensione è simbolica. Al contrario i musei, in ragione della loro funzione pedagogica, richiedono una riflessione attenta ai contenuti: gli oggetti che raccolgono ed espongono sono sì dei segni, ma anche entità concrete con una propria storia e una propria capacità di comunicare significati. Intrecciando diverse forme di apprendimento, i musei devono quindi assolvere al compito di costruire la solida intelaiatura di un racconto storico il più completo possibile, affiancando la scuola, perché se è vero che i ragazzi sono i destinatari principali dell’appello a ricordare, è alle loro coscienze critiche che bisogna fare appello, non solo alle loro emozioni.

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Museo Storico Italiano della Guerra

Anche di questo si è parlato sabato nel corso della presentazione della “Guida ai documenti della I Guerra Mondiale”, conservati nel Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara. Daniele Ravenna, dirigente del Mibact, ha segnalato come il percorso “a tutela della memoria storica della Prima Guerra Mondiale” da parte delle istituzioni statali inizia con la legge 78 del 2001, quando per la prima volta “si sono fissati una serie di principi per affermare che esiste un patrimonio storico della Grande Guerra, formato da tutto ciò che è testimonianza materiale”, dai documenti ai monumenti, dalle trincee ai cimiteri di guerra, fino ad arrivare ad oggi, “al tema del centenario”. “Celebrazioni e tutela del patrimonio stanno procedendo insieme”, grazie anche alla collaborazione tra il Comitato scientifico della Presidenza del consiglio presieduto da Franco Marini e il Mibact. Secondo Ravenna, la caratteristica principale delle celebrazioni è “la valorizzazione delle diversità e delle specificità delle tante realtà italiane, sono quindi tantissime le iniziative in preparazione sul territorio”, a cui il ministero dei Beni culturali partecipa attraverso le Soprintendenze. A livello centrale, “la Presidenza del Consiglio ha promosso l’iniziativa Cento monumenti per il Centenario, che si propone di restaurare cento monumenti ai caduti in tutta Italia, mentre noi del Mibact abbiamo avviato due azioni: il censimento dei monumenti, con il quale abbiamo già realizzato circa seimila schede che saranno fra poco disponibili in rete, e il portale www.14-18.it, progettato per ospitare il materiale delle istituzioni pubbliche e dei privati, diventando così una grande banca dati nazionale sulla Prima Guerra Mondiale”.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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