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bottiglie vetro riuso

Perchè il nostro impegno per il riciclo e il riuso è un atto politico

E’ chiaro a tutti che l’emergenza globale determinata dai cambiamenti climatici rappresenta il problema con cui tutti i Paesi a livello mondiale, in maggiore o in minor misura, stanno facendo i conti e li dovranno fare sempre più negli anni a venire.
La produzione di gas climalteranti, come la CO2 in primis, ma anche come il metano, il biossido d’azoto e altri derivati dalla combustione delle fonti fossili ai fini della produzione energetica, sono la causa principale del riscaldamento del pianeta.
La società capitalista e il modello liberista, che hanno preso il sopravvento ormai in tutti i Paesi, si fondano sullo sviluppo senza limiti del consumismo produttivista di una parte della popolazione, quella più ricca(cioè anche noi), e sullo sfruttamento delle popolazioni più povere e delle risorse naturali (acqua, aria, estrazione di minerali, distruzione di foreste, cancellazione di forme vegetali e animali con perdita di biodiversità ecc..).
La produzione di beni semplici e complessi, la trasformazione dei prodotti, la movimentazione delle merci e tutte le fasi, fino al consumatore finale, esigono un dispendio di energia enorme, un’altrettanto enorme disponibilità di risorse naturali e danno luogo a grandi sprechi sia di energia che di risorse. Tutto questo viene ottenuto attraverso forme di sfruttamento del lavoro e delle persone che si pensavano inimmaginabili in società avanzate e ‘civilizzate’ come i Paesi occidentali. Per non parlare delle condizioni “sotto il livello di sopravvivenza” in cui sono costretti i popoli di quelli che amiamo chiamare “Paesi in via di sviluppo”.
Sappiamo bene ormai, e da più di mezzo secolo, che le risorse del nostro pianeta sono ‘finite’, non infinite e inesauribili. Sappiamo anche che la velocità di consumo e di spreco delle stesse sembra diventata  inarrestabile. Eppure, sotto il dominio della finanza e del mercato, e con il silenzio assenso dei capi di governo, il motore consumista continua a girare a pieno regime.
La prima conseguenza del consumismo, quella che è davanti agli occhi di tutti, è l’incredibile produzione di rifiuti. Rifiuti che, per essere smaltiti, non solo richiedono un’altra grande quantità di energia, ma che provocano ulteriori forme di inquinamento delle risorse naturali e la  devastazione di aree e territori.
Si può fare qualcosa? Si può rompere la catena di questo circolo vizioso?
Forse sì. Almeno un piccola cosa, che possiamo fare tutti: allungare il più possibile la durata di vita di ogni bene prodotto (riuso) e impiegare qualsiasi bene-rifiuto quale risorsa per un nuovo processo (riciclo) e utilizzo.
Ogni volta che riutilizziamo qualcosa, stiamo risparmiando risorse naturali, evitiamo la produzione di beni inutili e ulteriori rifiuti, risparmiamo energia, evitando la produzione di gas climalteranti.
Se mi dite che è poco davanti a un sistema economico che sarebbe da ribaltare da cima a fondo, rispondo che – aspettando la rivoluzione e il sol dell’avvenir – l’impegno per il riciclo e riuso è comunque un atto politico. Una atto consapevole di rifiuto di una società che sfrutta persone, animali, beni comuni e minaccia la sopravvivenza del pianeta Terra.

Waste art – Creare dal rifiuto

@SCART a Brera

Recuperando, si p anche dare vita a nuova energia: dai rifiuti si può “creare”, plasmare materia che (ri)torna a nuova vita.

Si scrive molto, poi, di economia circolare, se ne parla su tutti i tavoli più importanti, in un mondo dove un’economia basata sui consumi e un benessere diffuso legato al consumare “facile” ha portato ad un’emergenza socio-ambientale che è ormai di fronte a noi ogni giorno, quella dei rifiuti. Un modello non più sostenibile, quello del Prendi-Produci-Getta (Take-Make-Dispose), che sembra poter essere sostituito, grazie anche a una crescente sensibilità dell’homo consumens, per usare un’espressione di Zygmunt Bauman, dal Riduci-Riusa-Ricicla (Reuse-Reduce-Recycle). E qui l’economia circolare può creare un modello di sviluppo nuovo, proficuo, in quanto riduce gli sprechi. In uno scenario in cui anche i rifiuti si trasformano da problema a risorsa.

Uno studio della Ellen McArthur Foundation (centro di ricerca sull’economia circolare) ha evidenziato come, solo in Europa, tale economia possa generare un beneficio economico da 1.800 miliardi di euro entro il 2030, dare una spinta al PIL di circa 7 punti percentuali addizionali, creare nuovi posti di lavoro e incrementare del 3% la produttività annua delle risorse. Il rifiuto è diventato simbolo dei nostri tempi nelle cose e spesso nelle persone (anche Papa Francesco ha parlato della “cultura dello scarto”) e in quanto fenomeno negativo di per sé va fronteggiato. Di fronte al ciò che non è più utile va abbandonato non si può restare spettatori ma bisogna divenire attori, ormai nemmeno più tanto per pura scelta. La vita e la cultura contadine non prevedevano il rifiuto. Perché quindi non riflettere sulla bontà di quel passato e di quei modelli? Di quei tempi più lenti e riflessivi?

Se riutilizzare (usare un oggetto che non è ancora diventato rifiuto) e riciclare (recuperare e riusare materiali di scarto e di rifiuto al fine di dare una seconda vita, uguale alla precedente o diversa, a oggetti o prodotti) si può, anche l’arte fa la sua parte.

Nel lontano 2011, avevo intravvisto una mostra a Palazzo Guidobono a Tortona, Waste – I rifiuti tra sostenibilità e arte, dove venivano esposte oltre cinquanta opere tra dipinti, sculture, opere performative e installazioni che riflettevano sulla ritrovata armonia tra uso e riciclo, tra sviluppo e sostenibilità, tra etica ed estetica, tra quotidiano e futuro. L’arte, con la sua poetica, riesce ad anticipare istanze sociali e di pensiero talora in nuce e dimostra che quando non si butta via nulla si possono fare miracoli. Anche la più piccola parte di un oggetto, quella infinitesimale, quella che pare inutile e non utilizzabile, alla fine può avere una sua ragione, un suo spazio e un suo ruolo. Può ritornare a nuova vita.

Team di Recycle Art

Ci aveva anche pensato un gruppo di artisti tedeschi, con Recycle Art, recuperando, inizialmente, tutti i componenti provenienti dalle carcasse di auto o motociclette per saldarli tra loro e creare sculture originali e uniche. Con un’attenzione maniacale per il dettaglio unita a una fervida e unica creatività, il team aveva creato autentici capolavori: un meraviglioso mondo di sculture, le cui dimensioni spaziano tra pochi centimetri e una decina di metri, fatto di fiori, animali, personaggi di fantasia, oggetti e complementi d’arredo, collocabili in una grande varietà di ambienti. Tanta creatività e bellezza al servizio del riuso.

Federico Uribe

Avevo scoperto anche un artista colombiano, un genio che trasforma rifiuti in animali, Federico Uribe, classe 1962, con il progetto Animal Farm, dove una mucca nasce dalle suole di vecchie scarpe da ginnastica, un asino riprende vita dai consumati tappi di sughero e un cane dalle mollette scolorite dalla luce del sole. L’arte dal riciclo di Uribe nasce dai suoi ricordi d’infanzia, trascorsa nella fattoria di famiglia in un villaggio vicino Bogotá. La vita in campagna ha creato in lui una particolare sensibilità per il mondo naturale, per gli animali e le creature che ci circondano, amore che l’artista riversa nelle sue sculture di rifiuti, straordinariamente dettagliate e coinvolgenti. Una rilettura del rapporto Uomo-Natura. Oggi sul suo sito si può esplorare anche la barriera corallina di plastica….

Bordalo II, Waste art fauna

Avete poi mai visto Bordalo II, l’artista portoghese, classe 1987, che crea, ricrea, assembla idee con materiale alla fine della loro storia, e prova ad infondergliene una nuova, che mira allo sviluppo della diffusione di coscienza sostenibile e del rispetto per la natura?

Anche il progetto, oggi marchio, promosso dal Gruppo Hera, SCART il lato bello e utile del rifiuto, presenta come frammenti di realtà invitino a ripensare i rifiuti.

Un percorso iniziato ormai da vent’anni e che continua oggi, con successo, con oltre 3300 artisti, designer e architetti coinvolti. Un homo faber che ritrova l’armonia tra uso e riciclo, tra sviluppo e sostenibilità, tra etica ed estetica, tra realtà e finzione, tra oggi e domani. Là dove un materiale inedito diventa spunto e nuova forma di espressione artistica e di utile comunicazione sociale. Con i rifiuti si sono interpretati contesti, ambienti e sfide sempre nuove, collaborando con artisti e studenti delle Accademie di Belle Arti come quelle di Bologna e Firenze, abili e capaci di lavorare su materiali di scarto per ricavarne opere d’arte dalle forme e dimensioni più svariate.

Le ultime mostre, di dicembre 2021, hanno visto come protagonisti l’albero di Natale di Pisa, costruito con la Fondazione Pisa, con il supporto di tanti ragazzi delle scuole secondarie di primo grado della città e Dante, a Peccioli, in provincia di Pisa.

Finzione-realtà. Opere di confine. Un bell’esperimento che riporta la bellezza, che trionfa sempre, al centro, che ricerca e ritrova un equilibrio perduto: l’arte di ricomporre il reale cercandone il futuro. Magia del divenire.

Immagine in evidenza a Parigi La Defense, 2021, tratta dalla pagina Facebook di Bordalo II

Hera preistorica

La novità è che la richiesta della tariffa agevolata per il conferimento dei rifiuti va rinnovata ad Hera ogni anno. Nessuno sapeva niente, anche perché all’atto della domanda non l’hai trovato scritto da nessuna parte e ti sei impegnato a comunicare ogni variazione che comportasse il venire meno del tuo diritto.
Così Hera, accorgendosi che nessuno si reca agli sportelli per chiedere il rinnovo, in data 4 marzo invia una lettera ai suoi utenti, tra i quali mia suocera, informandoli di aver prorogato la scadenza delle domande di rinnovo dal 31 gennaio al 31 di marzo.
La lettera fornisce all’utente gli orari degli sportelli a cui rivolgersi, il numero verde da chiamare e l’elenco dei documenti necessari alla richiesta, specificando che è sufficiente presentare la copia di uno solo tra quelli previsti.

La lettera altro non dice. Così quando ti rechi allo sportello di Hera, per rinnovare la tua richiesta, scopri che non hai la delega, modulo di cui ti fornisce diligentemente un solerte operatore addetto alla accoglienza. Considerare che chi necessita di presidi sanitari forse non è autonomo è uno sforzo che evidentemente i nostri tempi non consentono più alle menti umane addette alla comunicazione tra Hera e l’utenza.
Passi. Te ne torni a casa a far firmare la delega a tua suocera più che novantenne e nel frattempo ti sorge il dubbio che la lettera ricevuta oltre a tacere della delega possa aver taciuto anche su altro. Allora decidi di chiamare il numero verde, il quale sostiene che i documenti indicati nella lettera per il rinnovo della richiesta non sono a scelta, sono tutti da presentare, così scopri che l’operatore con cui stai parlando ne sa meno di te.

La prima cosa che mi chiedo è perché il rinnovo della agevolazione non si possa fare on line, tramite una semplice e-mail, allegando la scansione dei documenti richiesti. Si risparmia tempo, denaro, carta e anche mal di fegato.
E qui continuo a restare basito di fronte al persistere nel nostro paese del conflitto tra burocrazia e digitale. Si pretende di rivoluzionare la democrazia trasformandola in diretta attraverso le piattaforme on line, ma una questione di elementare democratizzazione dei servizi e delle utenze come il rinnovo di una richiesta non si riesce a digitalizzare.

Non c’è alternativa. Mi reco, con la mia delega e tutti i documenti necessari, al nuovo sportello Hera di viale Cavour, perché quello di via Diana è decisamente scomodo. Mi viene assegnato un numero. Altre dodici persone vengono prima di me. Fantasticare che avrei potuto fare tutto da casa con l’aiuto del mio computer, non fa che accrescere la mia ‘muffa’. Finalmente sul display, perché, ironia della sorte, le nuove tecnologie non possono mancare, compare il mio numero d’ordine.
L’operatrice di fronte alla quale mi siedo porta un nome che non voglio svelare, significa corona dei martiri, lei certo deve saperlo e non ha alcuna intenzione di essere martirizzata dalle mie domande e dalle osservazioni che nel frattempo ho accumulato, fatte di suggerimenti che vorrei comunicare ad Hera per vedere di migliorare il suo servizio.

Quando all’interlocutrice porgo il certificato dell’Asl attestante che mia suocera soffre di incontinenza stabilizzata, come previsto dalla lettera ricevuta, essa reagisce stizzita, informandomi che lei non è un medico.
Sfido chiunque a essere in grado di mantenere la calma. Per quale mai arcana ragione, io, recandomi allo sportello di Hera, quello di viale Cavour, avrei dovuto aspettarmi di incontrare di là dal tavolo un medico? Cara ragazza cos’è che ti ha fatto scattare una simile reazione? Il certificato dell’Asl è stato galeotto. Quello stesso compreso nell’elenco dei documenti a scelta. Lei ne ammetteva uno solo: la bolla di consegna dei pannoloni. Evidentemente è stata programmata così.
Perché le cose sono peggiorate quando, sebbene un po’ su di giri anch’io, le ho fatto notare che il certificato firmato dal medico dell’Asl dichiara per iscritto che mia suocera è un’incontinente “stabilizzata”. E se è “stabilizzata” che senso ha che Hera pretenda tutti gli anni il rinnovo della richiesta?

L’operatrice, che non ama la corona dei martiri di cui pure porta il nome, mi svela di essere debole nel lessico, non conoscendo il significato della parola “stabilizzata”, e che comunque sono le nuove disposizioni del regolamento comunale, di cui non c’è alcun riferimento nella lettera inviata agli utenti. Ma la nostra amica, carente d’ogni elementare nozione, evidentemente, a conferma delle sue parole, con un colpo di genio mi mostra che nella lettera ricevuta, oltre al logo di Hera, in alto a destra c’è lo stemma del comune di Ferrara, per poi abbandonare stizzita la sua postazione e farsi sostituire da una collega decisamente più abile nel front office.
In realtà mi rendo conto che alla mia interlocutrice allo sportello di viale Cavour devo le mie scuse, perché entrambi siamo vittime della preistoria, che ignora l’era digitale e le promesse del 5G, continuando a umiliarci con i suoi riti di sudditanza e di soggezione, e Hera che noi paghiamo è sua complice.

Roma e rifiuti: problema sin dagli antichi romani

Che Roma sia la capitale più affascinante del mondo non c’è dubbio alcuno, come è altrettanto vero che sia oggi fra le capitali occidentali meno rispettata dai turisti, e ahimè, anche da alcuni suoi abitanti.
Quando si passeggia per Roma ciò che per gli occhi è nutrimento puro lo è anche per la mente e per il cuore, che non possono rimanere insensibili ai 2.700 anni di storia (sperando di non far torto a nessuno) visibili nella loro panoramica interezza nella passeggiata sulla balconata del Gianicolo. Perdersi nella bellezza guardando ‘con gli occhi verso l’alto’: i quartieri cinquecenteschi, seicenteschi e via via quelli di tutti i secoli fino al Razionalismo novecentesco dell’Eur, un quartiere sfortunatamente non ultimato causa la tragedia della guerra, con quel poderoso Palazzo della Civiltà Italiana o ‘Colosseo quadrato’ di grande personalità, che non ha certamente eguali sul nostro globo.

Architetture, forme, decori e accostamento di stili nei secoli sono in un equilibrio perfetto; anche il discusso Vittoriano -conosciuto ai più come Altare della Patria – che alcuni intellettuali in cerca di pubblicità vorrebbero demolire si integra molto meglio di tanti interventi architettonici avvenuti negli anni del dopoguerra e fino agli anni Novanta del secolo scorso, quando molte costruzioni hanno subito il violento atto predatorio del buon gusto da parte di palazzinari e politici di ogni tendenza e di ben poco spessore, di nuovo alla ribalta alcuni mesi fa nella vicenda corruttiva del nuovo stadio.

Da almeno un anno Roma però è alla ribalta in Italia e nel mondo per un drammatico argomento che salta agli occhi quando passeggiando si guarda ‘verso il basso’: la spazzatura sulle strade. Un aspetto che a prima vista risulta semplice nella soluzione come spesso urlano radio, televisioni e giornalisti spesso frettolosi, ma forse non è proprio cosi. A Roma vi sono diversi fattori che, a mio avviso, convergono nel causare la situazione che abbiamo sotto gli occhi: spazzatura ovunque, uno spettacolo indegno, e questo è un fatto. Ma chi è o chi sono i responsabili di questo affronto alla città più affascinante del mondo?
Certo l’amministrazione comunale M5S in carica ha la responsabilità globale sull’efficacia del ritiro della spazzatura, sullo smaltimento della stessa, sull’operatività del personale insieme ad Ama, ma vediamo cosa ho osservato:
– in città circolano nell’area del centro centinaia di sbandati di ogni etnia e lingua, che bivaccano in ogni angolo fra monumenti millenari senza curarsi minimamente di ripulire il bivacco da carte, bicchieri, piatti, residui di cibo abbandonato per le strade e sotto le panchine, rifiuti che poi invadono ovunque.
– in città è quotidiano vedere bambini e ragazzi di etnie nomadi che aprono i sacchetti prelevati dai cassonetti del cartone, della plastica, degli abiti alla ricerca di cose utili, lasciando poi il contenuto tutto per strada e in un attimo il vento spande ovunque per le strade questi avanzi.
– centinaia e migliaia di turisti di diversa provenienza che in centro e presso i monumenti aprono bottiglie, lattine, sacchetti di pizze consumate in fretta e i contenitori abbandonati nei vasi, dietro gli angoli delle strade utilizzati spesso come latrine.
– mi hanno stupito le modalità con cui diversi romani riempiono i cassonetti del cartone senza piegare i contenitori e quindi i cassonetti son subito pieni. Inoltre ho visto cassonetti vuoti con sacchetti appoggiati fuori (che poi si rompono), quindi appoggiati li dopo lo svuotamento dei contenitori.
Alcuni amici romani mi hanno detto che diversi episodi riguardanti la spazzatura sono boicottaggi messi in atto per un contrasto politico contro la sindaca Raggi.
Non parliamo poi dell’utilizzo come cloache dei colonnati e degli angoli poco in vista da parte di varie categorie di soggetti.
Certo anche qui la principale responsabile è la sindaca Raggi, la quale, dovrebbe emettere nuove ordinanze o fare rispettare quelle in essere, se valide, punendo severamente attraverso la Polizia Municipale chi sporca e imbratta la città in quanto poi siamo noi italiani tutti a dover pagare il conto. In alcune strade a ridosso del centro ho visto un’iniziativa di ragazzi immigrati che puliscono tratti di marciapiede chiedendo qualche spicciolo; si rendono più vicini ai cittadini e certamente è più dignitoso che chiedere con il cappello in mano l’elemosina davanti ai bar o ai supermercati. Sorprende che i sindacati non abbiano già protestato per un po’ di visibilità.

Roma non è però nuova al problema della spazzatura: nel 20 a.C. fu stabilito per legge che i bottegai e i proprietari di case dovessero pulire la strada e i muri davanti alle porte dei loro locali.
Giovenale nel I secolo d.C. consigliava di fare testamento prima di uscire di notte perché “ti minacciano di morte tutte le finestre che si aprono”. Questa pessima abitudine era così difficile da far perdere ai Romani che nel II secolo Papiniano scriveva che occorreva pulire le strade per riportarle al loro reale livello liberandole dai cumuli d’immondizia che si erano nel tempo sovrapposti sul manto stradale.
Suggerirei di andare comunque a Roma e di fare attenzione a terra ma, a passeggio, di portare sempre “gli occhi verso l’alto”.

Ferrara: rifiuti e democrazia
Approda in Consiglio la delibera di iniziativa popolare

Raccontare “una prima volta” non capita tutti i giorni, specialmente a Ferrara. Dopo una lunga marcia durata quasi otto mesi e 955 firme raccolte tra i cittadini ferraresi, oggi 22 ottobre (segnatevi la data) approda in Consiglio Comunale qualcosa di importante, ma soprattutto di nuovo. Ne parlo con Marcella Ravaglia che, a nome dei promotori (l’Associazione Ferraraincomune e  il Comitato Mi rifiuto) presenterà ai consiglieri la proposta di delibera di iniziativa popolare. La richiesta: finanziare e dare il via a uno studio di fattibilità finalizzato alla ripubblicizzazione del Servizio di Raccolta dei rifiuti.

Partiamo da te Marcella, fai parte delle Associazione Politico-Culturale Ferraraincomune nata circa un’anno fa per approfondire temi e fare nuove proposte per la città di Ferrara, ma puoi dirci qualcosa di te e del tuo percorso?
Sono nata 42 anni fa ad Alfonsine, sono sposata con Nicola e abbiamo una meravigliosa figlia di 4 anni. Se invece mi chiedi “chi sono” politicamente… ecco, sono nata politicamente a Ferrara, nel meet up dei grilli estensi. Da assegnista di ricerca Unife, ho fatto parte della Rete Nazionale Ricercatori Precari e del Coordinamento Istruzione Pubblica di Ferrara, all’epoca della “Riforma” Gelmini. In quello stesso periodo mi sono avvicinata al Comitato Acqua Pubblica di Ferrara e da allora sono attivista del Forum italiano dei movimenti per l’acqua e membro di Attac Italia. Da quando la mia piccola pranza a scuola, faccio parte di un gruppo informale di genitori chiamato Mensana. Più di recente ho partecipato alla costituzione di Ferraraincomune.

Comitato Acqua Pubblica, Gestione in house del ciclo dei rifiuti, il focus è sempre lo stesso, quello dei Beni Comuni. Vorrei chiederti una tua definizione di Beni Comuni: perché è così importante  rivendicarli? E’ questa la frontiera per una nuova politica?
La crisi della democrazia rappresentativa da tempo ci sta portando verso tecnocrazie più o meno esplicite ma comunque disumane: la crisi ambientale ne è il segno tangibile. I beni comuni sono la via per una rinnovata democrazia, alla cui base stanno la partecipazione e l’accesso alla conoscenza. I beni comuni, materiali e immateriali, per la loro titolarità diffusa ed il loro essere essenziale alla vita dei singoli come della comunità, sono il terreno attorno al quale costruire civiltà, oltre che civismo. Il movimento per l’acqua in questo senso è (per me) uno spazio della politica e della democrazia indispensabile per avere una prospettiva desiderabile del futuro fatto di solidarietà e razionalità, giustizia e libertà.

L’anno scorso, senza consultare direttamente i cittadini, Hera ha introdotto il sistema Calotte, provocando molte proteste e molte polemiche. A dicembre la concessione a Hera è scaduta, siamo oggi in regime di proroga, mentre problemi e disfunzioni nel servizio di raccolta rifiuti permangono. Voi però non vi siete limitati a criticare la gestione in appalto al privato, avete avanzato una proposta alternativa. Qual è il vostro pensiero?
L’attuale gestione, essendo affidata a un’impresa privata quotata in borsa, ha come naturali obbiettivi fare profitti e distribuire dividendi agli azionisti. Le priorità devono invece essere altre: lo smaltimento dei rifiuti (oggi sparsi in giro per città), la riduzione generalizzata della produzione di rifiuti verso l’obbiettivo “rifiuti zero” (il solo aumento della differenziata non è sufficiente) e il governo trasparente e slegato dagli andamenti di borsa dell’azienda. Tutto questo per ottenere tariffe giuste, l’impiego virtuoso delle risorse ambientali, nonché il coinvolgimento attivo di tutti gli soggetti coinvolti: i lavoratori impegnati nel servizio e i cittadini utenti.

Come e quando è nata l’idea della raccolta firme? E perché ci sono voluti quasi 8 mesi per approdare in consiglio comunale? E come giudichi questa esperienza?
E’ la prima volta che, nonostante sia previsto dal regolamento del Comune di Ferrara, si percorre la strada della proposta popolare di delibera. E al di là dei contenuti, c’è un valore in sé, è la rivendicazione di una nuova forma di democrazia partecipativa.
Ferraraincomune fin dalla sua nascita approfondisce i temi dei beni comuni e dell’ecologismo, delle forme di democrazia partecipativa. La campagna sulla ripubblicizzazione del servizio di gestione dei rifiuti intreccia tutti questi temi. Perciò abbiamo pensato di impiegare uno strumento esistente nei regolamenti comunali -la delibera di iniziativa popolare- per praticare la partecipazione, oltre che invocarla. L’esperienza di raccolta firme è stata interessante e proficua, le persone si fermavano ai banchetti e non si limitavano a firmare: è stato un momento di ascolto e di dialogo. Invece il percorso con il Comune e i suoi uffici è stato veramente macchinoso, un po’ perché siamo stati pionieri (i primi ad usare questo strumento), un po’ perché i cittadini che cercano il confronto con l’Amministrazione con strumenti diversi da quelli canonici e istituzionali sono visti un po’ come degli intrusi, come degli usurpatori del diritto-dovere di amministrare. Penso tuttavia che la nostra esperienza porrà le basi per migliorare gli strumenti partecipativi del Comune di Ferrara.

I promotori hanno incontrato in questi giorni i gruppi consigliari per esporre il testo della proposta. Ora è il momento della verità: la delibera di iniziativa popolare viene discussa e votata dal Consiglio Comunale. Se verrà approvata – e i promotori ostentano un cauto ottimismo – si dovrà avviare lo studio di fattibilità per la Gestione in House (cioè totalmente pubblica)  del servizio di raccolta rifiuti. Ne risulteranno dati e cifre, vantaggi e svantaggi, da confrontare con quelli della attuale gestione affidata ad una azienda privata.
Sarebbe un modo di scegliere la forma migliore solo dopo aver studiato e valutato le due alternative, invece di decidere le cose dall’alto dello scalone del Comune.  Conclude Marcella Ravaglia: “Sarebbe un bel giorno per Ferrara e per la democrazia”.

La montagna di plastica

di Federica Mammina

L’Everest, situato nella catena dell’Himalaya, è nota come la vetta più alta del continente asiatico e della terra con i suoi 8848 metri di altitudine sul livello del mare. Un luogo che ha sempre esercitato un indiscutibile fascino: un luogo impervio, dove gli amanti della montagna possono apprezzare la natura nella sua essenza più pura, oltre che misurarsi con le proprie capacità. E probabilmente uno dei luoghi al mondo che, nell’immaginario collettivo, rappresentano la natura nel suo aspetto più incontaminato.
Condividerete quindi la mia delusione e incredulità nello scoprire che l’Everest è attualmente noto per un altro primato: essere la discarica più alta del mondo. Nei mesi scorsi, la Cina, in un tentativo di ripulire la vetta, ha recuperato ben 8,5 tonnellate di rifiuti. Rifiuti, prevalentemente plastica, lasciati da tutti quei sedicenti amanti della montagna che ogni hanno vanno a farle visita. Disastro ambientale amplificato dal fatto che oltretutto, a causa del riscaldamento globale, stanno riemergendo anche tutti i rifiuti passati, sepolti per decenni sotto i ghiacci.
D’altro canto per gli amanti del mare esiste già l’isola di plastica, quindi per gli amanti dell’altitudine ci stiamo attrezzando con una montagna di rifiuti.
Non è la prima volta che affronto il tema dell’inquinamento perché mi interessa particolarmente e nonostante io sia piuttosto informata sull’argomento, ancora mi scopro incredula e sgomenta.
Maledetta speranza che sei sempre l’ultima a morire.

I Centri di Raccolta: dove i rifiuti hanno una seconda occasione

È frequente l’espressione: “ho portato la mia vecchia lavatrice in discarica”. In realtà, la discarica è una cosa, il Centro di Raccolta comunale (o intercomunale, com’è per la maggior parte dei Centri di Clara Spa), un’altra, ben diversa. La discarica è, infatti, un impianto di smaltimento finale, cioè un luogo in cui il rifiuto chiude definitivamente il suo ciclo e dal quale non potrà più essere recuperato. Il Centro di Raccolta (talvolta denominato anche Stazione Ecologica) è, invece, un luogo dedicato alla raccolta differenziata, un’area recintata e controllata, attrezzata con contenitori adatti soprattutto per la raccolta di quei rifiuti che non è possibile gestire attraverso il servizio porta a porta o i contenitori stradali.

Clara ha sul territorio 14 Centri di Raccolta e altri sono in fase di progettazione: nei Centri di Raccolta si possono conferire rifiuti ingombranti (materassi, mobili, sedie, tavoli, ecc), elettrodomestici, apparecchiature elettriche ed elettroniche, tv e monitor, carta e cartone anche in grandi quantità, imballaggi in plastica, vetro, lattine e scatolette, olio minerale e vegetale, lampade a risparmio energetico e tubi al neon, cartucce da stampa elettronica, sfalci e potature, contenitori con residui di vernici e solventi, pile, batterie e accumulatori, farmaci scaduti. In alcuni Centri è possibile consegnare anche pneumatici e inerti di provenienza domestica, in piccole quantità. Sono mediamente oltre venti le tipologie di rifiuti che vengono raccolte nei CdR: materiali che vengono avviati a recupero, per essere trasformati in altri oggetti.

Oltre ai Centri di Raccolta, Clara mette a disposizione da alcuni anni l’Ecomobile, un servizio itinerante, rivolto alle sole utenze domestiche, che fa tappa nelle località sprovviste di Centro. L’Ecomobile è specificamente dedicata a quei ‘piccoli’ rifiuti particolari che, nonostante le dimensioni modiche, non devono assolutamente essere gettati nei sacchi o nei bidoni del porta a porta. Tra questi, i piccoli raee (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche), il pentolame e i casalinghi in metallo, i casalinghi in ceramica, le cartucce e i rifiuti di stampa, le lampade a basso consumo e al neon, l’olio vegetale, vernici, solventi, inchiostri, batterie ed accumulatori, pile esaurite, olio minerale, filtri olio minerale e filtri gasolio. Il calendario con i punti di stazionamento dell’Ecomobile è consultabile sul sito www.clarambiente.it.

Passando dai piccoli ai grandi rifiuti, per quanto riguarda gli ingombranti e le grosse quantità di sfalci e potature, Clara offre inoltre in tutti i Comuni soci i servizi di ritiro a domicilio, gratuiti fino a determinati limiti. In alcuni Comuni sono attivi anche servizi di ritiro di macerie e inerti da demolizioni domestiche e di pneumatici da auto e moto.
Oltre ai servizi di Clara, è utile ricordare che quando si acquista un elettrodomestico nuovo, c’è la possibilità per legge di lasciare presso il negozio il vecchio elettrodomestico, senza alcuna spesa aggiuntiva. Il negoziante (o il supermercato) ha infatti l’obbligo di ritirare gratuitamente l’usato al momento dell’acquisto secondo quanto previsto dal DM 65/2010, normativa “Uno contro Uno”. Il ritiro gratuito è previsto anche con la consegna a domicilio della nuova apparecchiatura elettronica.

Ferrara città verde non smeraldo

Sulla gestione del ciclo dei rifiuti Ferrara merita di meglio: andiamo oltre le calotte e percorriamo insieme un’altra strada

La ‘vicenda calotte’ ha occupato negli ultimi mesi, e ancora occupa, le pagine come le lettere dei quotidiani locali. Le foto dei cassonetti traboccanti sacchetti – foto aimè verissime, basta fare il giro del proprio isolato per rendersene conto di persona – ci ricordano ogni giorno quanto l’iniziativa di Hera e Comune di Ferrara sia stata malpensata o, perlomeno, mal gestita.
E’ inutile tapparsi gli occhi (e il naso), il risultato dell’operazione calotte è abbastanza chiaro. Una città che fino a qualche mese fa appariva relativamente pulita, oggi espone a ogni angolo sacchetti e spazzatura en plein air. Una situazione che ci viene continuamente raccontata come ‘temporanea’, ma che non accenna a normalizzarsi. Una vergogna, sia per i residenti, sia per chi viene a visitare una “città d’arte e di cultura”, che prima di tutto si aspetta ordinata e pulita.
E’ colpa dei cattivi cittadini ferraresi? O c’è una oscura banda di luddisti che si diverte a spargere pattume per protestare contro il progresso tecnologico? Qualcuno ha avanzato ragionamenti di questo tipo, ma mi sembrano delle spiegazioni un po’ surreali, se non addirittura offensive. Se prima dell’‘Era delle calotte’ – prendo in prestito il titolo di un interessante incontro promosso di recente dall’associazione Ferraraincomune – i cittadini si mostravano attenti e diligenti, coscienziosi e interessati alla pulizia e al decoro della città che abitano, gli stessi ferraresi non possono essere diventati improvvisamente svogliati, non collaborativi, anti-ecologici, ribelli o addirittura incivili.

Prendersela oggi con i cittadini (che non avrebbero compreso la novità) non è però solo ingiusto. E’ un bruttissimo segno: perché tutte le volte che i governanti, invece di fare autocritica, se la prendono con i governati, puntualmente si allarga il fossato tra la società e la politica, tra il cittadino soldato semplice e il palazzo.
Perché allora non ammettere che l’operazione calotte è stata ed è un mezzo fallimento? Forse l’intenzione era buona – aumentare di qualche punto la raccolta differenziata – ma sono stati sbagliati sia i modi sia i tempi. E’ stato sbagliato decidere dall’alto, invece di coinvolgere preventivamente – con pazienza democratica, prendendosi tutto il tempo che occorre – tutti i cittadini in un grande dibattito su come migliorare il servizio della raccolta rifiuti, come diminuire i rifiuti non riciclabili, come aumentare la raccolta differenziata. Ed è stato sbagliato seminare le calotte in tutta la citta senza aver fatto chiarezza sulle tariffe finali.
Qualche partito si è messo una calotta a mo’ di elmo per far guerra alla Giunta ed entrare in campagna elettorale con un anno di anticipo. Lo dico subito, a scanso di equivoci. A me sembra un’opposizione sterile, pretestuosa, senza idee. E senza amore per Ferrara. Non è certo con “lo sciopero delle calotte”, con la strumentalizzazione politica, con le marce di questo o quel Masaniello, che faremo un servizio alla nostra bella città. Non è così che la renderemo più pulita, più ecologica, più civile.
Occorre piuttosto riavvolgere il nastro. Partire dall’obiettivo comune a cui vogliamo arrivare, che non si esaurisce certo con il dilemma calotte sì o calotte no. L’obiettivo, anzi, gli obiettivi sono tre. Il primo: ridurre i rifiuti, tutti i rifiuti, come consapevole scelta ecologica. Il secondo: aumentare e di molto la quota della raccolta indifferenziata, che ora a Ferrara è ferma sotto il 60%. Il terzo: pensare e organizzare un servizio trasparente che veda il coinvolgimento e l’attiva collaborazione dei cittadini ferraresi. Ci sarebbe un punto quattro, non secondario: la riduzione della Tari, che a Ferrara è particolarmente pesante, ma una tariffa più bassa – almeno questa è la mia convinzione – potremo averla solo facendo passi avanti sui primi tre obiettivi.

Tutti e tre gli obbiettivi, anzi, tutti e quattro, non sono scritti nei libri dei sogni. E’ la strada che stanno percorrendo altre città e altri Consigli Comunali: in Emilia, in Veneto, in Lombardia. E con ottimi risultati. La drastica riduzione dei rifiuti (lo slogan è appunto ‘Rifiuti Zero’), una raccolta differenziata che si avvicina o arriva a superare l’80% (avete letto bene) con costi e tariffe più basse anche del 20% rispetto a Ferrara.
Tutto questo grazie a un coinvolgimento vero delle persone. Raccogliendo osservazioni, critiche e suggerimenti da tutti i cittadini: gli adulti, i giovani, i bambini, gli anziani non autosufficienti. Un lavoro informativo ed educativo capillare, da svolgere prima e non dopo aver deciso d’imperio le scelte sulla gestione, sulle modalità e sugli strumenti utili a migliorare la raccolta. Questo percorso, quello cioè della partecipazione e del coinvolgimento attivo della cittadinanza, a qualche decisionista potrà sembrare lungo e complicato, ma alla prova dei fatti è l’unica strada per incamminarsi verso una “ecologia cittadina”. Dove si è scelta questa strada – e non è in fondo la strada della vera democrazia? – i risultati si vedono. Perché tutti i cittadini si sono sentiti realmente partecipi delle scelte operate e tutti si sentono di collaborare quotidianamente al risultato comune:
I dati, secondo quanto pubblicato sulla pagina facebook Ferraraincomune, ci dicono che il sistema porta a porta, se applicato con, insieme e non ‘sopra’, i cittadini, consente di ottenere risultati di gran lunga migliori. Dobbiamo quindi ‘pattumare’ le calotte e le carte smeraldo? Non lo so, non sono un esperto della materia. Quello che so è che occorre guardare avanti, ‘oltre le calotte’.

Scade in questi giorni la concessione ad Hera Spa del servizio di raccolta rifiuti nel nostro comune. Seguirà l’immancabile proroga: un anno, due anni, non tanto di più perché l’Anac di Raffaele Cantone ha già bacchettato aziende ed enti pubblici. Dunque, mentre siamo in regime di proroga con Hera e le sue calotte, c’è tutto il tempo per imboccare la strada del confronto. Confronto con le altre esperienze e le Amministrazioni Comunali che hanno scelto di riprendere in mano direttamente la gestione del servizio rifiuti (come i comuni del Trevigliano o il comune di Forlì). Confronto con gli esperti che studiano come si possono ridurre di molto i rifiuti procapite, minimizzare i rifiuti non riciclabili e riciclare di più e meglio. Confronto infine, o prima di tutto, con i cittadini ferraresi, quartiere per quartiere, isolato per isolato, casa per casa. Non per proporre una soluzione preconfezionata, ma diverse alternative, e per ascoltare le esigenze concrete e i suggerimenti dei cittadini. Saremo infatti proprio noi cittadini che, se informati correttamente, consultati ed ascoltati che garantiremo un servizio sempre più efficiente. Diventeremo più coscienti, più ecologici, più “riciclatori”, più attenti a ridurre sempre di più i nostri rifiuti.
Se non ci fermiamo alle calotte, se sapremo imboccare un’altra strada – una strada da percorrere davvero tutti insieme – allora Ferrara meriterà un altro primato. Non solo la città del verde e dei giardini ma ‘la città verde’ tout-court, la città della coscienza ecologica e dei rifiuti zero. Sono sicuro che Alex Langer, l’indimenticato umanista cui abbiamo intitolato il ponte che collega le Mura al Parco Urbano, ne sarebbe felice.

Le raccolte differenziate

È raddoppiata in dieci anni la raccolta differenziata in Italia; lo dice il Rapporto Ispra uscito pochi giorni fa: dal 25,8% del 2006 si è passati al 52,5% nel 2016 (+5% rispetto al 2015), anche se il Paese rimane in ritardo rispetto all’obiettivo fissato per il 2012 (65%).
In Provincia di Ferrara va meglio: il confronto tra alcuni dati sulla produzione di rifiuti e sulla raccolta differenziata nel territorio dei comuni ex Area mostra che in sei anni si è passati da una produzione di rifiuti complessiva di 634 kg/ab a 490 kg/ab e la raccolta differenziata è passata dai 273 Kg/ab ai 365 Kg/ab. Un bel segnale di miglioramento. Il confronto è tra il 2010, quando tutto il territorio era servito con sistema a cassonetti, e il 2016, primo anno di porta a porta a regime in tutti i Comuni soci. Nel primo semestre del 2017 sono stati raccolti 13.230.077 Kg e si è superata ampiamente la percentuale del 70% di raccolta differenziata: un grande risultato che ha permesso anche quest’anno di annoverare diversi Comuni soci di Clara tra gli esempi di buona gestione nella rassegna annuale di Legambiente Emilia Romagna sui Comuni Ricicloni (premiati a Carpi proprio lo scorso 27 novembre).
La credibilità del sistema di raccolta differenziata e delle aziende operanti nel settore è fondamentalmente basata sulla necessità di offrire garanzie circa il rispetto degli obiettivi non solo in termini di percentuali di rifiuti raccolti in modo differenziato, ma anche in termini di qualità del differenziato stesso. Confondere ancora tra raccolto e riciclato non conviene a nessuno, né utilizzare differenti criteri per definire le percentuali dei quantitativi raccolti.
Per coniugare questi vari fattori è necessaria l’adozione di strumenti collaudati e credibili, finalizzati ad aiutare le aziende ad organizzare le attività, razionalizzando i processi e riducendo le diseconomie ma, che al tempo stesso, offrano gli opportuni canali per valorizzare gli sforzi profusi e i traguardi raggiunti. Maggiore trasparenza deve essere posta ad esempio sui criteri con cui raggiungere dette percentuali, smascherando in alcuni casi risultati apparentemente positivi, ma ambientalmente discutibili. Clara infatti per l’organico, la carta e il vetro effettua delle periodiche gare per ottenere il miglior beneficio economico (che in una valutazione di mercato in crescita tende ad essere molo variabile). Questa analisi economica del valore del materiale serve anche per sfatare la leggenda metropolitana che il valore del materiale fa arricchire chi lo raccoglie (e dunque l’impresa).
È inoltre complesso stabilire quale sia la soglia oltre la quale i benefici del recupero di materia sia vantaggiosa rispetto ai costi da sostenere e dunque cercare di far emergere la convenienza delle forme di recupero; ciò dipende anche in buona misura dall’effettiva risposta dei cittadini alle raccolte differenziate, dalla praticabilità di soluzioni come la raccolta porta a porta o il compostaggio domestico, ma anche da altre circostanze. Rimane allora da valutare quali sia la migliore soluzione possibile e per fare questo serve una analisi di dettaglio sia del materiale immesso sia della capacità di raccolta differenziate e della possibilità di reale riciclo. A questo proposito vale la pena ricordare che per “raccolta differenziata” si intende quanto separato alla raccolta in base al tipo e alla natura dei rifiuti (anche alla fine di facilitarne il trattamento), mentre per “recupero” si intende ogni operazione utile all’utilizzo di materiale in sostituzione di altri.
Lo spirito guida della programmazione deve tendere alla ricerca del massimo riciclo (non della massima raccolta differenziata), indipendentemente o comunque senza limitarlo dal raggiungimento di uno specifico obiettivo generale che potrebbe essere non il massimo raggiungibile. E’ importante allineare tutti gli ambiti su livelli omogenei di raccolta differenziate, sempre però senza limitare le iniziative laddove tale obiettivo è stato raggiunto ed in cui è possibile ottenere risultati ancora migliori. Opportuno dunque definire con criteri innovativi le raccolte differenziate (possibilmente con obiettivi di riciclo per materiale, calcolato sulla base dell’immesso in sintonia con le direttive europee).
La composizione merceologica dei rifiuti urbani (in peso e in volume) sta cambiando negli ultimi anni con la crescita delle frazioni secche (carta, plastica, vetro, metalli) rispetto alla frazione organica. Da un confronto di diverse analisi sulla composizione in peso dei rifiuti, l’organico costituisce circa il 30% dei rifiuti urbani, la plastica e gomma circa il 13-15%, la carta e il cartone il 25-27%, il vetro il 5-7% , i metalli il 3-5%.
L’analisi della destinazione dei materiali derivanti dalle operazioni di raccolta differenziata è diventato un elemento fondamentale per la trasparenza del servizio prestato e per la garanzia di rispettarne le regole. I cittadini talvolta infatti sono scarsamente motivati alla collaborazione perché temono che poi il risultato finale non corrisponda a quello dichiarato; in troppi permane infatti ancora il dubbio che “tutto poi finisca in discarica”. Abbiamo dunque il dovere di certificare l’avvenuto riciclaggio con procedure e regole chiare, meglio se controllate e appunto certificate da terzi autorizzati per tale attività (vedi tracciabilità). Anche la qualità del materiale raccolto legato ai concetti di impurità e scarto è un tema che richiederebbe maggiore attenzione. Deve crescere la consapevolezza che il materiale pulito da impurità (altri materiali) ha una migliore possibilità di riciclo e dunque un valore maggiore. Argomento conseguente e di grande importanza è la realizzazione di concrete forme di incentivazione o di premio ai cittadini particolarmente virtuosi e dunque solo chi supera con il proprio contributo la media ottenuta sul territorio.

cassonetto bruciato

IN BREVE
La linea sottile fra disobbedienza e rivolta

No, avete passato ogni limite. Non siete d’accordo sulle decisioni di Hera? Agìte democraticamente. Un cassonetto dell’immondizia non si brucia, punto. I sacchetti dell’indifferenziata non si lasciano per strada, punto. La differenziata, se la fate, dovete farla bene, punto. Mi sembra estremamente logico che una bottiglia di vetro non vada in “sfalci e ramaglie”, o sbaglio? Con le nuove misure della tanto temuta Hera, chi prima differenziava a piacere ora ci pensa su due volte. Ma opinioni a parte, la bella vista di venerdì mattina in via Lucrezia Borgia è specchio di ignorante inciviltà. Pagate i danni, perché “una giusta punizione salda ogni debito”.

Dalla Cambogia, la spazzatura fashion…

di Federica Mammina

Le luci, i colori, gli abiti da sogno e le modelle algide e perfette, una gara a colpi di stranezze per stupire o di eleganza estrema per incantare. È il mondo della moda. Ed è corretto definirlo come tale per la sua varietà e ricchezza di aspetti, settori e persone. È un mondo che, concentrato sull’esteriorità e l’apparenza, spesso fa parlare di sé per aspetti molto negativi che lo caratterizzano, come la magrezza delle modelle o la poca eticità con cui il lavoro viene svolto.
Ma in un mondo così vasto per fortuna c’è spazio per tutti, e nella moda c’è anche altro: la capacità di lavorare nel rispetto delle persone, l’attenzione allo sviluppo di nuove tecnologie e materiali, la salvaguardia dell’ambiente e tanta creatività. E quando questi ultimi due aspetti si coniugano possono nascere progetti davvero audaci. Come quello di alcuni studenti di un college in Cambogia che, con lo scopo di ridurre sprechi e inquinamento, realizzano abiti meravigliosi solo con la spazzatura. Bottiglie, tappi, cd e qualsiasi altro materiale possa essere riutilizzato è ciò che compone le loro creazioni. Un esempio è l’abito tipico nazionale che hanno realizzato per Miss Mondo Cambogia 2017.
Si potrebbe definire “trash fashion”: apparentemente un ossimoro, ma che hanno dimostrato come possa diventare realtà. E il loro messaggio è tanto semplice quanto dirompente: la moda può educare le persone.

Turismo dell’indifferenziata? Autodifesa di un (buon) cittadino ferrarese contro le fatidiche calotte

Non ci si può arrabbiare subito subito. Proviamo allora a prenderla con ironia.
Nella nostra bella Ferrara, città d’Arte e di Cultura, sta prendendo piede un nuovo tipo di turismo. Non il turismo di massa dei nostri Lidi, o quello culturale del centro storico, o quello ‘dolce’ e ‘intelligente’, ma il turismo del pattume, più precisamente il ‘turismo Indifferenziato’.
Si tratta di un turismo locale, a corto raggio, e funziona pressappoco così. Dopo l’avvento improvviso, confuso, non documentato, delle fatidiche calotte, prima a Pontelagoscuro e a seguire in via Bologna e in altre zone urbane, il bravo cittadino ha davanti a sé quattro scelte. La prima: utilizzare la tessera personale, se ce l’hai, se ti è arrivata, se hai capito come funziona, e aprire la cassaforte della calotta. Ma è una scelta quasi impossibile. Rimangono tre alternative. Le prime due sono molto comode, anche se disdicevoli: lasciare il sacco della spazzatura ai piedi del cassonetto, o peggio, infilare il sacco del pattume indifferenziato nei cassonetti della carta e della plastica, essendo questi privi di calotte, quindi ad apertura libera.
Da ultimo, che altro può fare il buon cittadino, lo stesso cittadino che da anni fa diligentemente la sua brava raccolta differenziata e paga alla concessionaria Hera Spa la sua tassa?
Il buon cittadino ferrarese utilizza l’ultima alternativa, quella più civile, anche se fuori dalle regole. Non prende a picconate il cassonetto con in cima la calotta – anche se quel pensiero violento forse gli attraversa la mente – ma usa una specie di ‘difesa popolare non-violenta’. Prende il suo sacchetto di immondizia indifferenziata, inforca la bicicletta, o lo carica in macchina, oppure semplicemente cammina per qualche isolato verso… Verso il quartiere, la zona, l’isola ecologica dove ancora le calotte non sono state montate. Colà giunto, apre il cassonetto dell’indifferenziata e deposita il suo sacchetto. Pensate a una persona anziana o a un disabile, andare in cerca di un ‘cassonetto accogliente’ diventa una bella impresa, ma al paciug in qualche modo deve essere smaltito.
L’effetto è notevole. Se girate per Ferrara troverete che nelle zone senza calotte, la maggioranza, i cassonetti bollono, traboccano, eruttano sacchetti. Compresi quelli diligentemente e civilmente portati dai ferraresi che, ahi loro, abitano nelle zone di sperimentazione delle calotte.

Ma non si può continuare solo con l’ironia…
L’indecoroso e offensivo – per i ferraresi – spettacolo delle calotte merita qualche considerazione più seria.
Dopo svariati anni, proprio alla fine di questo 2017 scade la concessione a Hera Spa del ciclo dei rifiuti. La Giunta del Comune, compreso l’Assessore all’Ambiente Ferri, sembrano in difficoltà, anche se provano a difendere le scelte dell’azienda profit di cui sono ancora un piccolissimo azionista. Le minoranze sparse e i vari capipopolo non perdono l’occasione per incitare alla rivolta popolare; schiamazzano, promettono manifestazioni di piazza. Il solito copione.
C’è, invece, un’altra strada da percorrere. Più diretta, più intelligente, più democratica. Mettere in discussione la concessione in scadenza e procedere alla ri-pubblicizzazione del ciclo dei rifiuti. Il comune di Forlì, insieme ad altri dodici comuni del suo comprensorio, lo sta facendo. Ha già costituito una azienda pubblica – si chiama Alea – che a fine 2017 rileverà da Hera gli impianti e tutto il servizio rifiuti. Lo può fare anche il Comune di Ferrara. Basta volerlo. Basta organizzarsi.

I risultati della gestione Hera – questo nelle tardive assemblee informative di quartiere viene taciuto – sono più che deludenti. La raccolta differenziata a Ferrara è ferma attorno al 60%. Decisamente più bassa rispetto a molte realtà del Centro e Nord d’Italia.
Ma le calotte – è quello che ci viene raccontato – faranno innalzare questa percentuale. E’ possibile, forse probabile. Peccato che ‘la campagna delle calotte’ sia iniziata tardi e sia stata condotta malissimo. Nessuno ci dice quale sarà la tariffa che, a parità di rifiuti, una famiglia dovrà pagare con il nuovo sistema. Di meno? Quanto di meno? L’assessore Ferri dice che si stanno facendo dei calcoli, delle simulazioni. Ma non era più rispettoso – sempre verso il cittadino utente – che queste simulazioni fossero fatte prima di introdurre le calotte? Non era più civile e democratico informare per tempo i cittadini sul come e sul quanto? A oggi non è dato sapere nemmeno a quanti “conferimenti in calotta” (leggi: sacchetti del pattume) ogni famiglia avrà diritto, senza sfondare il tetto e quindi incorrere in una sovrattassa.
Il dubbio fondato è che questa tardiva, raffazzonata, mal gestita “campagna delle calotte” serva ad Hera Spa per dimostrare che è in grado di aumentare la percentuale della raccolta differenziata e quindi di meritare la conferma della concessione da parte del Comune di Ferrara.
Sinceramente a me non pare meritarsela. A fine 2017, salvo proroghe, scade la concessione a Hera per il trattamento del ciclo dei rifiuti. Hera Spa è una grande azienda animata da uno spirito privatistico, che fa utili per i suoi azionisti pubblici e privati. Hera pratica tariffe alte, a Ferrara le più alte di tutti gli altri capoluoghi emiliani.
I profitti di Hera Spa – anche se sul suo bilancio sono scritti con un altro nome – gravano sui cittadini utenti. In più, come si è detto, la qualità del servizio Hera e i suoi risultati sono tutt’altro che buoni. Nel ciclo dei rifiuti, ma sia detto per inciso, anche per l’acqua: a Ferrara si registra il 38% di perdite sull’acqua immessa in rete.
Non so come la pensino i cittadini ferraresi, a me pare che sul bene comune per eccellenza, l’acqua, o su un servizio essenziale come il trattamento dei rifiuti, sarebbe equo pagare non un euro di più rispetto al costo puro del servizio e dei necessari investimenti. Nessun profitto per favore.

Per ri-pubblicizzare l’acqua – come imponeva un referendum stravinto ma tradito – occorre un processo di una certa complessità. Si potrebbe almeno cominciare a pensarci. Ma sul ciclo dei rifiuti il processo è più semplice. E qualche città ha già fatto la scelta di assumere direttamente la gestione del servizio, per tutelare i diritti (e le tasche) dei suoi cittadini.
Un vero atto di coraggio e di sano realismo del Comune di Ferrara sarebbe questo. Far togliere le calotte. Ammettere di aver sbagliato i tempi e i modi. Chiedere scusa ai ferraresi per un metodo calato dall’alto, senza una vera consultazione e partecipazione. Ci pensi il sindaco: valuti seriamente la disdetta della concessione a Hera Spa del ciclo dei rifiuti.
Non sarebbe un piegarsi alle solite speculazioni di una minoranza dedita al cecchinaggio e al populismo di bassa Lega, ma un atto di responsabilità. Un modo per rispondere in modo civile e democratico ai buoni ferraresi che, giocoforza, si dedicano oggi al turismo del pattume.

DIARIO IN PUBBLICO
All’inseguimento… della carta smeraldo

Abbandonati i L(a)idi al declinare della vampa luciferina, cominciano a Ferrara le mansioni legate al faticoso avvio del dopo-vacanze, scandite da una lettera misteriosa in cui si parla di una ‘carta smeraldo’, di straordinari modelli di raccolta dei rifiuti “coerenti con quanto previsto dalla legge regionale per il raggiungimento del 70% di raccolta differenziata” (cit.).
Mi accorgo con disappunto che l’appuntamento che mi è stato dato, in quanto il mio nome brilla come titolare della tassa sulla raccolta rifiuti, coincide con la presentazione in Castello di un libro su Bassani. Perciò, a meno di non recarmi con l’illustre compagnia nel locale adibito all’ottenimento dello smeraldo, mi rassegno a recarmi subito in quel luogo, via Boccaleone, frequentato da decenni come direttore dell’Istituto di Studi Rinascimentali.

Varco con baldanza la porta esattamente alle 10 e 27 e mi trovo coinvolto in una bolgia infernale dove vagano smarriti anziani/e, giovanotti, bambini in fasce, signore in gravidanza, qualche cane tra un minaccioso rumore di protesta. Mi rendo conto che il numero del display segna 68: il mio numero è il 146. Mi siedo titubante tra una seccatissima signora che protesta a bassa voce su questa indecenza, il cui risultato avrebbe naturalmente favorito i ‘negretti’ che occupano tutte le panchine disponibili nei giardini, e un severo signore che invita a non donare vestiti vecchi alla Caritas, chè li vendono per ottenere soldi. Ascolto almeno per mezz’ora le spiegazioni di una pazientissima addetta che ogni cinque minuti, illustra le meraviglie del nuovo contenitore che accoglierà la differenziata purché… purché ci si munisca di un sacchetto possibilmente di plastica biodegradabile e dalle dimensioni non eccedenti l’imboccatura della nuova macchina. Comincia, come una litania, a esemplificare il contenuto lecito del sacchetto: dai peli del gatto agli spazzolini usati, da ceramiche rotte a spazzole.
Il problema delle cacche del cane è assai dibattuto. Si può lasciare nel contenitore dell’umido, forse anche nell’indifferenziata oppure nei comuni cestini che in tutte le città del mondo le accolgono. Allora? In cosa consiste la grande novità? Restano intoccabili tutte le altre raccolte: carta, vetro, plastica e umido. Solo il macchinario nuovo si comporta come un ‘apriti Sesamo’ al tocco prima di un bottone poi, dopo misteriosi rovelli, al contatto con lo smeraldo. Geniale!

Ma un dubbio m’assale mentre il tempo nella soffocante sala sembra non progredire.
Tutto l’ambaradan a cui in egual misura hanno contribuito l’amministrazione comunale ed Hera non potrebbe qualificarsi come una violenza nei confronti del cittadino? E’ giusto che per una sciocchezza simile – a Firenze è bastato un mese perché tutte le differenziate vengano gettate in sportelli a livello del marciapiede e le scelte sono compito degli addetti – si obblighino i volonterosi cittadini a subire file interminabili e a provocare un clima di malcontento che certo non giova all’attuale amministrazione, che maldestramente ha mandato gli inviti nei mesi in cui la gente va in vacanza.
Scoppia dunque il principio primo della ‘ferraresità’, che spesso si confonde con la rancorosità. I vecchi anche se non tutti accusano l’amministrazione di aver fatto un simile casino (pardon!) per le elezioni, o per rendere le cose più difficili, o per trarne un dovuto compenso politico. E dalli con i migranti, con la Gad, come sbraita con approvazione dei più l’imponente signora che si è dovuta trascinare su tutta la via tra ciottoli sconnessi e livore mal sopito. La più bella sentita: “E già! Così si diffondono le malattie. A forza di manovrare l’impugnatura di chiusura!” A nulla vale ribadire che il contatto lo si ha comunque: sia che si maneggino soldi, o s’impugnino i sostegni nei mezzi pubblici o si pongano le mani nel salire. Nulla! O è colpa dei negri o quella di voler spillare più soldi.

E se mi sento frustrato nel constatare quanta rabbia covi tra il ‘popolo’ è altrettanto vero che si deve ammettere che comunque una violenza è stata perpetrata. Se si vuole che la differenziata regga non si rendano furibondi i ‘cives’ permettendo e fomentando una simile bolgia. La paziente addetta dice che non ci si lamenta se si fanno le code in ospedale o a ritirare analisi o alle banche o alle poste; ma si deve ribadire che per spiegare il funzionamento di una macchinetta ‘differenziata’ tanta violenta imposizione è un punto perso sia per Hera che per l’amministrazione comunale.

Da rifiuti a risorse: il settore ambiente de Il Germoglio

Nonostante quello che Donald Trump pensa e dice delle notizie, degli studi e delle preoccupazioni riguardo il global warming, a metà mese il maxi iceberg Larsen C si è staccato dall’Antartide: con i suoi 5.800 chilometri quadrati supera le dimensioni della Liguria e l’acqua che contiene è pari a tre volte quella del lago di Garda ed equivalente a quella consumata in media nel mondo nell’arco di cinque anni.
Nel frattempo, per tornare – letteralmente – al giardino di casa nostra, l’Italia è alle prese con la siccità: il nostro Paese si trova a dover fronteggiare la mancanza di 20 miliardi di metri cubi d’acqua, una quantità pari all’intero lago di Como.
Per fortuna le istituzioni europee sembrano non pensarla come il Presidente Usa. Ecco perché, nell’ambito della strategia Europa 2020, il programma di azione per l’ambiente si chiama “Vivere bene entro i limiti del nostro pianeta”. Al suo interno particolare attenzione è posta sulla trasformazione dei rifiuti in una risorsa, favorendo la prevenzione, il riutilizzo e il riciclaggio e rinunciando a metodi inefficienti e nocivi, come le discariche.

Ma in tutto ciò la domanda che sorge spontanea è: noi che possiamo fare?
Ecco un piccolo esempio, proprio su ciò che con ogni probabilità state usando per leggere questo articolo. Lo sapevate che si può smaltire gratuitamente il proprio smartphone, il proprio tablet o qualsiasi Raee – rifiuti da apparecchiature elettroniche ed elettriche – di piccole dimensioni nei punti vendita senza alcun obbligo di acquisto? È quanto prevede da luglio 2016 il decreto legislativo ‘uno contro zero’: consegna gratuita dei raee di dimensioni inferiori a 25 cm presso i punti vendita con superfici superiori a 400 mq (il servizio è facoltativo per i negozi più piccoli) senza alcun obbligo di acquisto.
I rifiuti da apparecchiature elettroniche ed elettriche rappresentano la categoria di rifiuti in più rapido aumento a livello globale, con un tasso di crescita del 3-5% annuo, tre volte superiore ai rifiuti normali. Ed è così anche nell’Unione Europea, dove i raee hanno un tasso annuo di crescita stimato tra il 2,5 e il 2,7%. Eppure secondo una ricerca realizzata da Ipsos Italia per Ecodom – consorzio italiano che si occupa del recupero e riciclaggio di elettrodomestici – e Cittadinanzattiva sui comportamenti degli italiani nella gestione dei raee, meno di un intervistato su 4 (18%) li riconosce correttamente e due su cinque (40%) ne hanno solo un’idea approssimativa, mentre la maggioranza relativa (42%) non li conosce affatto. La percezione sul grado di rischio di queste apparecchiature appare comunque elevata, anche tra chi non le conosce, per le conseguenze dannose che il mancato trattamento può avere sull’ambiente e per le sostanze inquinanti contenute in alcuni componenti.

A Ferrara e provincia, per lo smaltimento corretto dei raee secondo le normative vigenti, basta contattare il Settore Ambiente della Cooperativa Il Germoglio: “oramai una sicurezza” per imprese e privati, scherza Tania Gamberini, referente del settore insieme a Nicola Cirelli. La raccolta dei raee è “una delle attività storiche” di questo settore della cooperativa, insieme a quella di carta e cartone e allo smaltimento di ingombranti (per esempio armadi e scaffali) e alla raccolta e ritiro dei prodotti esausti della stampa elettronica (toner, cartucce e nastri per stampanti, fax e fotocopiatori). Il Germoglio è l’unica realtà sul territorio di Ferrara e Rovigo e relative provincie a fornire gratuitamente quest’ultimo servizio alle aziende pubbliche e private. Avete presente gli ecobox verdi che si vedono spesso negli uffici? Con ogni probabilità sono distribuiti e ritirati dalla cooperativa. Nel 2016 il Settore ambiente ha raccolto 51 mila kg di toner e 366 mila kg di raee.

Ma non è finita qui: l’obiettivo da raggiungere è ‘rifiuti zero’. Ecco perché ciò che viene raccolto spesso viene anche recuperato e riutilizzato, per esempio facendone arredi per i locali 381 del Settore ristorazione oppure, quando possibile, fornendo materiale per le attività dei Settori infanzia e minori. Tania mi mostra la legge regionale 16/2015, che non a caso si intitola “Disposizioni a sostegno dell’economia circolare, della riduzione della produzione dei rifiuti urbani, del riuso dei beni a fine vita, della raccolta differenziata”: “più recupero significa meno smaltimento, che dovrebbe essere ‘l’estrema ratio’, solo l’ultima fase della gestione dei rifiuti, prima vengono: prevenzione, preparazione per il riutilizzo, riciclaggio, recupero”. In più “noi qui differenziamo e smaltiamo separatamente anche ciò che non è possibile recuperare, riducendo al minimo l’impatto ambientale di rifiuti, come per esempio i toner o i raee, che se smaltiti a livello indifferenziato avrebbero un alto livello inquinante”. Ma in realtà Il Germoglio cerca di ridurre al minimo l’impronta ecologica in ogni aspetto della sua attività: “tutte le luci degli uffici e del magazzino di via Boito – la sede della cooperativa, ndr – sono state sostituite e ora sono a led, il 43% dell’energia che utilizziamo nelle nostre attività proviene da fonti rinnovabili, prodotta per esempio tramite gli impianti fotovoltaici che abbiamo realizzato qui e al nido Don Dioli fra 2008 e 2010”.

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Tania mi spiega poi che, proprio partendo dal tema dell’economia circolare, ora il Settore ambiente sta cercando di ampliare “l’attività più recente, quella dei prodotti rigenerati, anche attraverso uno shop online che sarà attivo sul sito della cooperativa entro la fine del 2017”. “L’elemento su cui dobbiamo fare ancora molta strada è l’importanza della componente della scelta ambientale”: “un toner rigenerato da noi costa circa il 50% del suo prezzo originale, se si acquistano i compatibili si scende al 15-20%”, spiega Tania, per questo è importante far aumentare la consapevolezza sulla loro pericolosità e l’importanza del loro recupero.
Una lavatrice, per esempio, può rappresentare una fonte d’inquinamento, per la presenza di sostanze dannose (come mercurio e PCB), ma se viene smaltita correttamente si possono ricavare molte materie prime utili. Da una lavatrice, composta in media per il 61% da ferro, per il 6,4% da plastiche di diverso genere, per l’1,7% da rame e per l’1,3% da alluminio, possono ‘rinascere’ 40 kg di ferro, pari a 19 pentole da cucina, 1 kg di alluminio, pari a 52 lattine, 1 kg di rame, con cui realizzare 2 metri di cavo elettrico e 4 kg di plastiche, con cui si potrebbe produrre una comoda sedia da giardino. Inoltre, il riciclo di una lavatrice permette di evitare l’immissione in atmosfera di 7,5 kg di anidride carbonica e il risparmio di 36,7 kWh di energia elettrica.

Inoltre, i prodotti de Il Germoglio – dalle bici con pedalata assistita alle lavatrici, ai pc, ai toner – hanno anche un altro valore aggiunto: “si fanno rientrare in circolo cose con un alto livello qualitativo, riducendo l’impatto ambientale e accrescendo invece l’impatto a livello sociale”.
Tutto il lavoro del Settore Ambiente viene svolto “con progetti di integrazione sociale” attraverso la legge 381 o la legge Smuraglia. Il Germoglio fa parte, infatti, del progetto regionale ‘Raee in carcere’, che permette di realizzare una parte del processo di trattamento-smontaggio dei raee provenienti dalle isole ecologiche e successivamente inviati agli impianti di trattamento rifiuti: “abbiamo due persone assunte in carcere che fanno tutto il lavoro di separazione dei materiali dei raee R2-grandi bianchi, le lavatrici per esempio”, spiega Tania. Nel solo laboratorio della casa circondariale di Ferrara dal febbraio 2010, anno della sua attivazione sono state assunte 12 persone e sono stati lavorati 1.584.782 kg di raee.
Quindi in un certo senso “si recuperano e si riattivano non solo le cose e i materiali, ma anche le persone” scherza Tania.

Per maggiori info
Il Germoglio-Settore Ambiente
ambiente@ilgermoglio.fe.it

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Dal 23 giugno arriva Clarafestival: la festa che unisce musica e ambiente

Sei tappe in tre mesi nei Comuni del ferrarese serviti da Clara, la nuova società per la gestione e la raccolta dei rifiuti frutto della fusione tra Area e Cmv raccolta: è il ‘ClaraFestival’, presentato venerdì nella residenza comunale di Copparo. Alla conferenza stampa hanno preso parte Alida Padovani, consigliera di amministrazione di Clara spa, Mirna Schincaglia, responsabile delle relazioni esterne dell’azienda, inoltre Rossano Scanavini, direttore organizzativo ClaraFestival per Made Eventi, e alcuni amministratori dei Comuni che ospiteranno le tappe della manifestazione delegati dell’azienda sia i componenti dell’organizzazione artistica dell’evento, che si propone di essere un’iniziativa culturale che coinvolga anche i territori.

Mirna Schincaglia ha spiegato che ClaraFestival “si propone di essere una nuova festa, che coinvolga tutti ma soprattutto i giovani, una vera e propria valorizzazione dei territori”. Una competizione musicale attraverso una serie di concerti volti a unificare, tramite il forte linguaggio della musica, varie generazioni e magari scovare anche qualche talento, come si augura Alida Padovani, consigliere di Clara: Clarafestival si rivolge ai ragazzi appassionati di musica e di canto che potranno partecipare come singoli o in gruppo. Il premio finale consisterà nella registrazione e produzione di un inedito con videoclip.
Naturalmente non mancheranno le occasioni per parlare di ambiente, gestione dei rifiuti, di cosa Clara fa e di cosa vorrebbe fare in futuro.
Anche Rossano Scanavini di Made Eventi, direttore artistico di ClaraFestival, è certo della riuscita, e sottolinea come “molta importanza sarà riservata alla scoperta di nuovi talenti”, che verranno anche sponsorizzati e rilanciati attraverso i social network.
Un festival quindi dalle mille sfaccettature, ma che al centro pone la riscoperta dei territori e la loro tutela, proprio mediante la conoscenza dell’azione di Clara.

Il concorso e i concerti partiranno il 23 giugno a Bondeno, per concludersi con la finale di Copparo il 23 settembre.
All’interno ci saranno anche momenti di magia, affidati al mago Roberto Ferrari, che promette di fare “sensibilizzazione sulla raccolta differenziata attraverso la magia, per far emozionare e dare un messaggio su questo tema”.
Le iscrizioni si sono aperte proprio venerdì 9 giugno e prevederanno una preselezione se il numero degli iscritti dovesse essere molto alto. E’ possibile scaricare il modulo dalla pagina facebook ‘Clara Festival’ e sul sito www.clarambiente.it.

Il dettaglio delle tappe di Clarafestival:

1° tappa: Bondeno, LocalFest, venerdì 23 giugno
2° tappa: Comacchio, Fiera di san Cassiano, sabato 12 agosto
3° tappa: Codigoro, Fiera di santa Croce, venerdì 8 settembre
4° tappa: Cento, Fiera campionaria, domenica 10 settembre
5° tappa: Portomaggiore, Antica Fiera, domenica 17 settembre
Finale: Copparo, Settembre copparese, sabato 23 settembre

Per maggiori informazioni sul regolamento e per scaricare il modulo di iscrizione [clicca qui]
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Nasce Clara, nuova azienda e nuovo modello di gestione dei rifiuti a vantaggio di cittadini e ambiente

Venerdì 24 marzo nasce ufficialmente Clara. La nuova società, frutto della fusione tra AREA e CMV Raccolta, si occuperà della gestione e della raccolta dei rifiuti in 21 dei 23 comuni della provincia di Ferrara. Stakeholder e rappresentanti istituzionali si incontreranno per l’evento costitutivo, subito dopo l’assemblea dei soci che delibererà l’atto di fusione, al Palazzo del Governatore di Cento.
Alla presentazione interverranno anche Tiziano Tagliani, in veste di presidente Atersir, l’Assessore all’Ambiente della Regione Emilia-Romagna Paola Gazzolo, con le conclusioni del Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti.

La nascita di CLARA porterà notevoli vantaggi sia di carattere gestionale che economico per i cittadini. A partire dal miglioramento delle prestazioni relative ai servizi offerti grazie all’integrazione e alla condivisione del know how in un’unica società che si arricchisce così delle competenze maturate da entrambe le imprese costituenti. Inoltre, la condivisione del modello di acquisizione dati per la “Tariffa su misura” si tradurrà in una riduzione dei costi a favore dei cittadini virtuosi e in un miglioramento dell’impatto ambientale, grazie all’incremento della raccolta differenziata e a una corretta gestione dei rifiuti. Infine il mantenimento di un soggetto locale preposto al controllo pubblico sulla gestione dei rifiuti: i cittadini, infatti, pur relazionandosi con una nuova società potranno contare sull’impegno e sulla qualità dei servizi che hanno sperimentato già con AREA e con CMV, soggetti presenti da anni sul territorio e a loro ben noti e vicini. La prospettiva è la predisposizione di un sistema integrato in grado di favorire la creazione di un unico bacino provinciale.

In occasione dell’evento di venerdì 24 verrà illustrato il percorso di integrazione che ha portato alla nascita della nuova società, e sarà presentato il “manifesto per la rinascita dei rifiuti”, un documento che intende rappresentare un primo passo per condividere con altre aziende pubbliche linee ed obiettivi comuni, per una presa di coscienza, a livello nazionale, delle buone pratiche attuate nella gestione dei rifiuti.

 

Vicina all’ambiente e ai cittadini: Area-Clara, l’amica virtuosa della porta accanto

Migliorare la qualità dell’ambiente in cui viviamo ottimizzando il ciclo dei rifiuti e promuovendo un sistema virtuoso che coinvolga attivamente i cittadini. Questo l’impegno di CLARA, la società che sta per nascere dalla fusione di AREA e CMV Raccolta, i due gestori del ciclo dei rifiuti che attualmente servono 21 dei 23 Comuni della provincia di Ferrara, con le sole eccezioni di Ferrara e Argenta.

Nell’ottica dei princìpi dell’economia circolare, per CLARA è fondamentale generare consapevolezza oltre che nei cittadini, anche fra soci e dipendenti e agire di concerto con le istituzioni per favorire la creazione di un condiviso modello di sviluppo sostenibile, sostenibile sotto il profilo sociale ed economico. Per raggiungere questo traguardo è indispensabile rendere la collettività cosciente dell’interesse comune in gioco; ed è altresì opportuno premiare i cittadini per incentivare i loro comportamenti, ad esempio garantendo la possibilità di tangibili risparmi sulle bollette.

La consolidata esperienza maturata nei lunghi anni di attività sia di AREA sia di CMV, unitamente alla conoscenza dettagliata delle necessità e delle esigenze del territorio e dei suoi abitanti, costituiscono la base di partenza di CLARA, che si qualifica così già come azienda specializzata e responsabile, impegnata per il progressivo miglioramento delle performance.
Grazie a una evoluta organizzazione del servizio, basato sul sistema di raccolta porta a porta, CLARA punta ad aumentare le percentuali di raccolta e di materiali avviati a recupero, e a ridurre la produzione di rifiuti urbani per raggiungere i massimi livelli di efficienza, minimizzando l’impatto ambientale.

La genesi di CLARA trae avvio nel maggio 2015 dal processo di fusione operato fra AREA e CMV (le due società oggi attive nella gestione e raccolta dei rifiuti rispettivamente nei territori del Basso e Alto Ferrarese). Un percorso intrapreso allo scopo di creare una società capace di rispondere a tutti i requisiti richiesti dalle normative comunitarie, regionali e nazionali per l’in-house, azionalizzare risorse e attività, e apportare maggiori benefici ai cittadini in termini di attenzione e cura dell’ambiente.

Nome e logo di CLARA sono stati presentati ufficialmente a media e cittadini già nel marzo dello scorso anno, l’operatività è imminente: l’assemblea costitutiva è infatti programmata per il mese di marzo 2017.
La nascita di CLARA assicurerà anche notevoli miglioramenti e benefici sia di carattere gestionale che economico per i cittadini: miglioramento delle prestazioni nella gestione dei servizi offerti attraverso l’integrazione e la condivisione in una società unica di know-how, esperienze e competenze appartenenti a entrambe le imprese costituenti; condivisione del modello di misurazione per la “Tariffa su misura” che si traduce in una riduzione dei costi a favore dei cittadini virtuosi e in un miglioramento dell’ambiente, grazie all’incremento della raccolta differenziata e a una corretta gestione dei rifiuti; mantenimento di un soggetto locale preposto al servizio e del controllo pubblico sulla gestione dei rifiuti: i cittadini, infatti, pur relazionandosi con una nuova società potranno contare sull’impegno e sulla qualità dei servizi che hanno sperimentato già con AREA e con CMV, soggetti presenti da anni sul territorio e a loro ben noti e vicini. La prospettiva è la predisposizione di un sistema attrattivo anche per i comuni di Ferrara e Argenta, che favorisca la creazione di un unico bacino provinciale.

Al vertice di AREA oggi c’è il presidente Gian Paolo Barbieri, laureato in sociologia, con master di formazione manageriale nella gestione dell’economia e dell’impresa. Sindaco di Portomaggiore dal 2001 al 2011, ha svolto incarichi di rilievo all’interno di amministrazioni pubbliche anche a livello regionale.
Direttore generale è Raffaele Alessandri, laureato in Ingegneria, ha lavorato al Comune di Codigoro come responsabile dell’ufficio Tecnico municipale, e successivamente al Comune di Cento come responsabile del servizio gas. Dal 2000 entra a far parte dell’azienda CMV Servizi come Direttore Generale. Dal 2009 è direttore generale di AREA. Dal gennaio 2009 è ad AREA S.p.A.

ECOLOGICAMENTE
Accordo Anci-Conai sulla raccolta differenziata

da Rifiutilab del 02/11/2016

È stato presentato lo scorso 24 ottobre a Roma il VI Rapporto Banca Dati Anci-Conai su raccolta differenziata e riciclo dei rifiuti. Dal rapporto emerge una costante crescita della percentuale di raccolta differenziata con nove Regioni italiane hanno raggiunto, con ben 5 anni di anticipo, l’obiettivo UE del 50% di avvio a riciclo fissato per il 2020. Permangono differenze sulle percentuali tra nord e sud anche se, rispetto agli anni scorsi, in queste aree migliora la raccolta differenziata. Al crescere della quantità di rifiuti differenziati raccolta non cresce la qualità dei materiali conferiti sinonimo di costante necessità di informazione ai cittadini. Dal rapporto in sintesi emerge che:
• 3.549 Comuni hanno già superato l’obiettivo della Direttiva Europea in aumento del 13% rispetto al 2014 e del 58,29% rispetto al 2013;
• lieve aumento (+0,78%) della produzione dei rifiuti urbani nel 2015, 512 kg per abitante;
• percentuale di raccolta differenziata (+3,32%) che cresce più velocemente rispetto a quella di avvio al riciclo (+1,77%), differenza dovuta alla qualità dei materiali raccolti;
• Le Regioni che nel 2015 hanno già superato la percentuale del 50% di materiali avviati a riciclo sono Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Marche, Sardegna e la “new entry” Valle D’Aosta; la Campania, la Toscana e l’Abruzzo sono invece prossime al raggiungimento dell’obiettivo;
• L’intercettazione pro capite di raccolta differenziata segna un +7,90% con 253 kg per abitante, sia pur con grandi differenze fra Regione e Regione: si passa dai 357 kg della Liguria ai 54,81 della Sicilia;
• Grazie all’incremento delle quantità di rifiuti avviati al riciclo, si sono evitate emissioni di CO2 equivalenti pari a 1.792.064 tonnellate, un dato in aumento del 32,75%;
• un aumento della quantità dei materiali conferiti ai Consorzi del Conai e reimmesso nei cicli produttivi, ma anche un leggero peggioramento della qualità dei materiali raccolti sinonimo di costante necessità di informazione ai cittadini.
Il rapporto completo è disponibile al seguente link: http://www.conai.org/notizie/presentazione-del-vi-rapporto-anci-conai

Tari 2016: dove i servizi vanno peggio si paga di più

Dal 10° Report nazionale di Federconsumatori sui “Servizi e Tariffe Rifiuti” emerge come la Tari nel 2016 sia stabile, con però un aumento del 23% dal 2010.
Federconsumatori ci ricorda che “La spesa media annua della tassa dei rifiuti TARI 2016 della famiglia tipo composta di 3 persone in un appartamento di 100 mq per un campione di 109 Comuni capoluogo di provincia con una popolazione di circa 17.904.000 abitanti, è stata mediamente di 296 euro annui, stesso importo del 2015, a fronte di una deflazione su base annua dato ISTAT del -0,1 % a luglio 2016. Per una famiglia mononucleare con un appartamento di 60 mq la spesa media annua comprensiva delle riduzioni (laddove previste sempre per il 2016) si attesta in media a 129 euro. 
Se confrontiamo la spesa annua media nel periodo 2010-2016 riferite ad un campione di 105 città l’aumento è stato del 23% a fronte di una inflazione ISTAT nel medesimo periodo del 7,4%; se lo confrontiamo con il periodo 2013-2016 caratterizzato da una situazione di deflazione, l’aumento è stato  del 4,2% a fronte di una inflazione nel medesimo periodo del 0.2%. E’ evidente come nel primo caso l’aumento del tributo nel periodo 2010-2016 sia triplicato se invece lo guardiamo nel periodo 2013-2016 l’aumento è stato di 20 volte in più rispetto l’inflazione del periodo.”

“Volendo gettare uno sguardo sulla spesa media regionale nei comuni capoluogo di provincia abbiamo che a Bolzano e Trento la famiglia tipo paga mediamente 178,50 euro, seguono in ordine il Friuli con 227 euro, il Molise e Veneto con €228, Marche e Lombardia con 232 euro mentre quelle con la spesa media più elevata risultano essere la Campania con 427 euro, a seguire Sicilia €381, Puglia €343, Toscana €332, Lazio €331 a fronte di una media nazionale di 296 euro.”

Insomma dove i servizi vanno peggio si paga di più…

E’ sempre l’indagine della Federconsumatori a ricordarci che “la gestione dei rifiuti in Italia riguarda un settore la cui produzione annua è di 29,6 milioni di tonnellate di rifiuti, con un calo del -8,7% nel quadriennio 2010-2014. Si rilevano cali più significativi al Sud (-10,5 %) ed al Centro (-9,8%) a seguito della recessione e di una cultura e processi produttivi più attenti nel produrre e consumare meno rifiuti; si arriva così ad una produzione procapite media nazionale di 488 Kg per abitante (496kg al Nord, 547kg al Centro e 443kg al Sud ) a fronte di una media UE su 28 paesi di 481 kg/abitante.
Nel 2014-15 la percentuale di raccolta differenziata ha raggiunto il 45,2 % dato medio nazionale con il miglior risultato al Nord (56,7%) seguito dal centro (40,8%) e dal sud il (31,3 %). Durante il periodo 2010-2014 la percentuale di raccolta differenziata è aumentata mediamente del 28% con punte del 50% di incremento al Centro Italia.”

Un segnale importante ci viene dalla Regione Emilia Romagna che ci ricorda come la situazione di miglioramento continua a crescere. “Nel 2015 tocca quota 60,7%, facendo registrare, con 1.796.765 t (403 kg per abitante), un incremento del 2,5% rispetto all’anno precedente. Si conferma dunque il trend in continua crescita degli ultimi 15 anni, in cui la raccolta differenziata è più che raddoppiata, passando dal 25,3% del 2001 all’attuale 60,7%. Parma, Bologna e Modena le Province in cui si registrano gli incrementi più significativi. Contemporaneamente, cala quindi la produzione di rifiuti urbani indifferenziati. Nel 2015 la riduzione è stata del 5%, in linea con il costante decremento registrato a partire dal 2002: allora la produzione annua era di 1.901.063 t, nel 2015 è scesa a 1.165.311 t. I rifiuti conferiti in discarica scendono dall’11,1% del 2014 all’8,5% del 2015. Un dato che colloca l’Emilia-Romagna al di sotto della soglia prevista a livello comunitario per il 2030 (pari al 10%) nel nuovo pacchetto di misure sull’economia circolare. In leggero aumento (+1,1%) la produzione complessiva dei rifiuti urbani, pari a 2.962.076 t, che a livello pro capite passa da 657 a 665 kg per abitante. I dati sono stati elaborati dalla Regione e dall’Agenzia regionale per la prevenzione, l’ambiente e l’energia dell´Emilia-Romagna (Arpae).”

Anche per questo la Regione ER ha dato il via all’utilizzo del fondo incentivante previsto dalla legge regionale sull’economia circolare e dal Piano dei rifiuti, a vantaggio dei Comuni più virtuosi. Cinque milioni e mezzo di sconti in bolletta per i cittadini e le imprese dei comuni dell’Emilia-Romagna che nel 2015 sono stati più virtuosi nella gestione dei rifiuti. Il fondo incentivante mette a disposizione, nel 2016, 11 milioni di euro, di cui 4 stanziati dalla Regione e la parte restante da Atersir, l’Agenzia territoriale dell’Emilia-Romagna per l’esercizio associato dei servizi idrici e dei rifiuti. 5,5 milioni sono destinati appunto ai Comuni che nel corso del 2015 hanno raggiunto le performance migliori; la parte restante sarà assegnata, entro marzo del prossimo anno, a tutti gli altri Comuni della regione per accrescere l’efficienza del servizio.
L’obiettivo che hanno raggiunto i 75 Comuni più virtuosi è quello di far scendere sotto il 70% della media regionale la produzione di rifiuti indifferenziati, calcolata per abitante equivalente. Il numero di abitanti equivalenti è definito sulla base della popolazione residente, ma anche di occupanti seconde case, turisti, studenti universitari e attività commerciali e produttive che conferiscono parte dei propri rifiuti al servizio pubblico di raccolta.  
I Comuni più virtuosi: al vertice della classifica, per quanto riguarda la riduzione dei rifiuti prodotti, si trova il comune di Medolla, nel modenese, che con 37 chilogrammi per abitante equivalente beneficerà per l’anno 2015 di oltre 121 mila euro. Nelle altre province, il primo a Parma è Mezzani (58 chilogrammi per abitante equivalente); a Bologna è Monte San Pietro(69); a Ferrara Voghiera (76); a Piacenza è Besenzone (85); a Reggio è Brescello (93), a Rimini Montescudo (102) e a Forlì-Cesena Bertinoro (104). 

ECOLOGICAMENTE
Milano sì, Roma no

Notizia di questi giorni: Milano è la seconda città d’Europa (pare dopo Vienna) per la raccolta differenziata. Sono a quota 54%; bravi. Sono senza cassonetti e hanno importanti impianti sia per riciclare che per incenerire. Anche a Torino hanno chiuso la più grande discarica pubblica d’Italia e hanno costruito il più recente inceneritore. A livello regionale la percentuale di raccolta differenziata maggiore è però in Veneto (67,6), Trentino Alto Adige (67%) e Friuli Venezia Giulia (60,4%). Ma torniamo al livello europeo. L’anno scorso (su dati 2014) Atia Iswa ha fatto una interessante ricerca sulle principali città europee presentando i seguenti dati:
– Parigi, dati 2014: recupero energetico al 70%. Raccolta differenziata al 18%, Il servizio di raccolta e trattamento rifiuti è esternalizzato dal Comune di Parigi ad aziende private all’85% e costa in media 90 euro ad abitante. La tassa sul servizio rifiuti che finanzia l’intero servizio (incluso lo spazzamento), è pari, in media, a 121 euro l’anno per abitante.
– Berlino, propria azienda 100% pubblica. Raccolta differenziata al 39% (2015). Capacità di trattamento del 100% in impianti presenti nel proprio bacino di riferimento, soddisfacendo pienamente il principio di prossimità. Al 39% il recupero termico dei rifiuti. I costi del servizio coperti dalla tariffa puntuale, quota fissa e sulle frequenze degli svuotamenti stabiliti dall’utente. I costi di raccolta e trattamento degli imballaggi è svolto da aziende private selezionate con procedure di appalto pubblico competitivo. Costi medi del servizio 74€ per abitante.
– Vienna, recupero energetico al 60% del 2015. La raccolta differenziata al 32% (dunque non è la prima…) mentre solo il 18% dei rifiuti, per lo più scorie da incenerimento e inerti, vengono smaltiti in discarica (601 kg pro-capite). Il sistema di tariffazione puntuale calcolato sulla base del volume dei contenitori e la frequenza di svuotamento (si passa da 4,41€ per contenitore da 120 litri a 176,40€ per il cassonetto da 4.400 litri). La raccolta degli imballaggi e dei rifiuti elettronici è a carico dei recuperatori che ne sostengono gli oneri economici. L’affidamento del servizio è 100% pubblico.
– Varsavia, ricorso massivo alla discarica al 63% dei rifiuti prodotti. La raccolta differenziata si attesta attorno al 20%, i restanti rifiuti vengono prevalentemente trattati in impianti di selezione meccanica o di recupero biogas. L’affidamento del servizio di raccolta e trattamento avviene tramite gara pubblica ogni tre anni e per il triennio 2014-2017 è stato affidato a tre aziende diverse.
– Roma, 603 kg pro capite; raccolta differenziata al 43% del 2015; il “porta a porta” offerto al 30% della popolazione e la raccolta stradale con cassonetti per il restante 70%. Tariffa 162 € per abitante/anno.
Ma ci dobbiamo credere ai dati di Roma? La situazione romana risulta essere ben più critica. Ci sono 5 mila tonnellate al giorno da smaltire, di cui 2 mila differenziati e 3 mila indifferenziati che dovrebbero andare per un terzo nell’impianto di trattamento meccanico biologico di Ama, altrettanto in un impianto privato e gli altri ad Aprilia, Frosinone e Abruzzo; però si parla anche di altri impianti (in Emilia Romagna, Puglia e Lombardia) oltre a Portogallo, Bulgaria e Romania (fonte articolo Repubblica del 30 luglio).
In sintesi la situazione è complessa e ci sono problemi ovunque, anche nel resto dell’Europa. In media in Europa infatti si sprecano il 16% degli alimenti. Lo dice lo studio Lost water and nitrogen resources due to EU consumer food waste che ha analizzato i dati statistici provenienti da sei stati membri, Regno Unito, Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Germania e Romania, dove modelli di consumo sono molto diversi a causa di differenti stili di vita e potere d’acquisto (per altri stati non è stata possibile l’indagine a causa delle lacune di dati). Per l’analisi sono stati considerati sia i rifiuti alimentari generati a livello familiare (principale) che i rifiuti generati nel settore della ristorazione (ad esempio, ristoranti e scuole). I dati evidenziano come gli europei sprechino una media di 123 kg pro capite all’anno di cibo, quasi l’80% (97 kg) di questi sarebbe evitabile in quanto è commestibile che si traduce in 47 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari evitabili ogni anno. Verdura, frutta e cereali sono sprecati più di altri gruppi alimentari in quanto tendono ad avere una durata più breve e sono spesso troppo acquistati.

Dato che ho citato anche qualche dato tariffario e poichè il tema sarà di grande attualità anche a Ferrara per l’avvio il prossimo anno della tariffa puntuale, credo possa interessare il confronto di quanto si paga in Europa e in Italia. Il C.R.E.E.F, Centro Ricerche Economiche Educazione e Formazione Federconsumatori ha realizzato un primo report della IX indagine nazionale sui “Servizi e Tariffe Rifiuti”, in cui sono stati presi in esame gli importi della TARI 2015 nelle 90 su 104 città capoluogo. A grandi linee per un appartamento di 100 metri quadri con un nucleo familiare di 3 persone il rapporto evidenzia un aumento medio nel quinquennio 2010-15 del 21,49% (pari a +51 euro), a fronte di un’inflazione nazionale nello stesso lasso di tempo del +7,5% (dato ISTAT). La spesa media nazionale riferita alle 104 città campione è di 287 Euro.

IL DOSSIER SETTIMANALE
Ambiente: la cura della casa comune

Ambiente. Acqua. Rifiuti. Comunicare, conoscere, capire, ascoltare, leggere. Troppi professionisti del no ed ecofurbi da contrastare con la cultura dell’anche come proposta per la sostenibilità. Qualche contributo si è cercato di dare con le rubrica “ecologicamente” di cui si propone qualche articolo.
Quando si affronta il tema della comunicazione ambientale si deve partire dal principio di dover soddisfare il bisogno di informazione, di assicurare trasparenza, di offrire uno strumento sociale di partecipazione attiva ambientale. Bisogna mantenere alta la sensibilità e la domanda di sostenibilità e qualità sui servizi pubblici ambientali e più in generale di ambiente; è allora importante poter dialogare informando, facendo conoscere i pro e i contro di ogni soluzione tecnica e gestionale, coinvolgendo sugli obiettivi e sui principi, ricercando la collaborazione dei cittadini affinché gli impianti possano trovare collocazione, i servizi possano essere utilizzati nel modo migliore e le modalità di informazione siano percepite, diffuse e corrette. Invece crescono i conflitti ambientali ed il problema ha assunto un notevole peso economico, sociale, ambientale e tecnico: opposizioni, scontri politici, nascita di comitati di difesa, azioni spontanee di cittadini che bloccano, ritardano e talvolta modificano i progetti.
Il cittadino-cliente si aspetta di essere informato (ed è intelligente); solo attraverso il consenso e la legittimazione può aumentare il coinvolgimento. Spesso comunichiamo troppe cose (talvolta anche problemi, paure, ansie). Occorre un modo nuovo di impostare i rapporti e di comunicare: più attento, più indirizzato e personalizzato, più responsabile e coinvolgente, più finalizzato verso la società dei portatori d’interessi. Conoscere come la gente pensa, desidera, spera, apre scenari strategici fondamentali per la comunicazione nei servizi pubblici locali. Allo stesso modo la capacità di comunicazione, intesa come abilità, deve divenire patrimonio di tutti coloro che operano nel settore; comunicare, anche nei servizi pubblici, diventa una professione strategica e richiede sempre maggiori professionalità. Nella società contemporanea e nel futuro prossimo acquisteranno crescente valore la trasparenza e dunque il diritto del cittadino di “capire” le logiche usate per amministrare le risorse pubbliche, di poter essere appoggiato, protetto, considerato e di avere qualità.

 

abiti-usati

Per fare un abito ci vuole un… abito

Un paio di jeans, una t-shirt in cotone, una felpa primaverile con cappuccio, un paio di slip e un paio di calze di cotone pesano circa 1 kg. 1 kg di abiti recuperati equivale a 3,6 kg di Co2 non emessa, 6.000 litri di acqua risparmiata, 0,2 kg di pesticidi e 0,3 kg di fertilizzanti non utilizzati. Benché in percentuale nettamente inferiore a quanto accade nel resto d’Europa, in Italia si intercetta il 22% degli abiti usati e buttati via; secondo i dati Ispra, nel 2014 sono stati raccolti poco più di 124.000 tonnellate, circa 2 Kg di abiti pro capite.

A oggi, la raccolta di abiti usati e dismessi avviene attraverso il conferimento nei grandi contenitori collocati in strada, il deposito presso le parrocchie o le associazioni di volontariato. A Ferrara e provincia sta per partire R.I.T.A., un ambizioso progetto per la creazione di un circuito virtuoso di raccolta, riutilizzo e riciclo di abiti e materiali tessili, ideato e promosso da Area/Clara assieme all’ Opera don Calabria – Città del Ragazzo e all’Azienda Servizi Ospedalieri, che mira a coinvolgere le Cooperative Sociali e le Amministrazioni pubbliche fra le quali al momento ha dato adesione il Comune di Voghiera.

Il progetto di Riuso Intelligente Tessili Abbigliamento, presentato allo Ferrara Sharing Festival, mira a recuperare il materiale di qualità evitando lo speco prima ancora che divenga rifiuto, coinvolgendo diverse realtà del ferrarese per la creazione di reti territoriali strutturate che permettano la raccolta sistematizzata di prodotti tessili, per l’inserimento di persone svantaggiate attraverso l’adesione a percorsi formativi e stage ed esperienze di lavoro all’interno dei laboratori di produzione recuperando e valorizzando le competenze di persone espulse dal mercato del lavoro. Tutto questo all’insegna della sostenibilità ambientale, economica e sociale.

L’operatività di R.I.T.A. vedrà nei prossimi mesi la messa in opera di due filoni di intervento: uno che si muoverà verso la raccolta e il riutilizzo di tessili ospedalieri per la creazione di nuovi prodotti, l’altro verso il riutilizzo di materiali tessili di scarto familiare. In parallelo fra i due c’è la necessità di individuare e creare dei centri di riuso, secondo le indicazioni della legge regionale n.16/15 a sostegno dell’economia circolare.

Per quanto riguarda l’utilizzo dei tessuti tessili ospedalieri, R.I.T.A. eredita i risultati positivi dei protocolli Lowaste (Local waste forsecond life products), importante progetto Life conclusosi nel 2014, che aveva visto protagonisti il Comune diFerrara e la Servizi Ospedalieri S.p.A, insieme a Hera S.p.A e Impronta Etica.
Il tessuto tecnico ospedaliero (quello dei camici e teli per sale operatorie) e la biancheria di cotone (lenzuola, federe, coperte) per regole sanitarie possono essere utilizzati solo per 50 lavaggi; esaurita la loro esistenza “ospedaliera” possono però essere reimpiegati in altri settori, vista l’alta qualità del materiale stesso. R.I.T.A. si propone di acquisire questi materiali – già opportunamente sanificati – e di metterli a disposizione dei laboratori per la produzione di altri oggetti tessili. Per quanto riguarda gli abiti dismessi, la raccolta porta a porta fornirà materiale “fresco” da lavorare, riadattare, rimodellare, reinventare.

“Alla Città del Ragazzo abbiamo già dei laboratori tessili ben attrezzati da utilizzare per R.I.T.A. – ha spiegato Silvia Cavicchi che collabora al progetto – e siamo in dirittura di arrivo per l’individuazione di un primo Centro di Riuso. Coinvolgeremo operatori e operatrici del settore tessile attualmente fuori dal mondo del lavoro per formare giovani in difficoltà alla progettazione e realizzazione di nuovi oggetti e al recupero di abiti dismessi. Questi beni nuovi ma provenienti da materiali riutilizzati verranno immessi sul mercato per sostenere economicamente il progetto, ma l’idea è di arrivare a creare un brand da distribuire, magari in collaborazione con aziende del territorio”.

“Per il primo circuito di abiti usati si prevede l’avvio di un progetto sperimentale in ambito intercomunale di ridotte dimensioni nei primi mesi del 2017, con la raccolta porta a porta in accordo con le associazioni del volontariato che oggi si occupano della raccolta stradale. – ha spiegato poi Gian Paolo Barbieri, presidente di Area/Clara – Snodo fondamentale del progetto saranno i centri di raccolta e riuso: essi possono ricoprire un ruolo importante a livello locale, nei confronti della cittadinanza se concepiti come luoghi di lavoro aperti al pubblico, per la crescita della consapevolezza e la prevenzione alla produzione di rifiuti, anche in ambito tessile”.

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ECOLOGICAMENTE
La carta

Parliamo di carta: quanta ne buttiamo e soprattutto quanta ne raccogliamo? Proviamo a rendercene conto. La frazione cellulosica e quella organica rappresentano, nel loro insieme, il 66,2% del totale della raccolta differenziata. Sono 10 milioni di tonnellate. Sistemati carta e organico, avremmo quindi risolto buona parte dei problemi. Nella nostra regione (fonte: Arpa) si producono 637.000 tonnellate di carta e cartone e se ne avviano al riciclo 342.000, il 54% del totale, una buona percentuale. Data l’importanza del materiale però, dobbiamo arrivare a risultati migliori nel breve tempo.

La composizione delle materie prime per l’industria cartaria in Italia vede la carta da macero al 49%, la fibra vegetale al 35% e gli additivi non fibrosi al 16%.
Il processo è questo: dalla carta da macero si esclude per pulizia un 5-10% di scarti di pulper, poi si separano fibre corte e fanghi da disincrostazione (per un valore variabile tra il 20 e il 40%) il resto va alla produzione della carta. Bisogna anche ricordare che la percentuale dei residui della industria cartaria che va a recupero energetico è del 25% (in Europa la percentuale è il doppio), il resto va in discarica e per ripristini ambientali.
Però mi chiedo (e non ho una risposta): se stiamo aumentando la raccolta differenziata perché il settore della cartiere è in crisi e soprattutto perché continuiamo a importarla?

Analizzando il rapporto 2015 di Ispra sui rifiuti urbani si legge che mediamente in Italia si raccolgono circa 50 kg all’anno per abitante, però c’è grande differenze fra territori, tra nord e sud: nella nostra regione, per esempio, siamo oltre gli 80 kg/abitante; mentre la raccolta pro capite si colloca a 63 kg per abitante per anno nel Nord, a 62 kg per abitante per anno nel Centro e a 31 kg per abitante per anno nel Sud. A livello di macro-area territoriale, il costo di gestione risulta pari a 13,97 euro centesimi/kg al Nord e 16,43 euro centesimi/kg al Centro, al Sud invece la cifra sale molto. Per quanto riguarda il valore del materiale dobbiamo distinguere tra carta e cartone, quest’ultimo vale molto di più e per questo si trova spesso chi lo raccoglie senza autorizzazione.

Nel 1997 nacque Comieco per raggiungere gli obiettivi nazionali di recupero e riciclo degli imballaggi di carta e cartone (in riferimento alle norme europee). Oggi raccoglie oltre tre milioni di tonnellate di carta e sostiene che in questi anni il saldo netto dei benefici per la comunità, derivati dalla raccolta differenziata di carta e cartone, sia superiore ai cinque miliardi di euro: solo nel 2014 sarebbero stati trasferiti ai Comuni corrispettivi per 94,6 milioni di euro. Anche la qualità del raccolto in questi anni sta migliorando (dice Comieco che divide il raccolto in prima fascia, con impurità inferiori al 3%, e di 1,5% per la raccolta selettiva). Però permettetemi di ricordarvi che non dovete buttare parti di plastica nei contenitori della carta; otteniamo dei rifiuti e non del riciclo.

La produzione cartaria in questi ultimi anni è rimasta invariata sopra gli otto milioni di tonnellate. La produzione di imballaggi si attesta sul 33% e il suo tasso di riciclo è vicino all’80%.
Un tema molto importante da sviluppare in futuro (e non solo per la carta) è ricercare un packaging sostenibile, identificando nuovi spazi di innovazione e di ricerca soprattutto nella grande distribuzione e nel consumo finale. Cito dal rapporto Ispra: “Colore, texture, spessori, forma e tecnologia sono gli elementi che contraddistinguono le soluzioni proposte per architetture, ambienti domestici, uffici, tempo libero e negozi. Negli ultimi dieci anni le fibre di carta e cartone riciclate sono state oggetto di numerosi interventi innovativi finalizzati a nobilitare il materiale attraverso applicazioni che coprono molteplici comparti merceologici”.
Infine credo sia importante citare l’ultima iniziativa europea. E’ stato avviato un nuovo progetto di ricerca, “Impact Paper Rec”, che ha l’obiettivo di aumentare il riciclo della carta promuovendo azioni di raccolta contro lo smaltimento nel rispetto della circular economy. Con i bandi di Horizon 2020 sono stati messi a disposizione anche finanziamenti per migliorare le procedure di raccolta in molti paesi europei, tra cui però non è compresa l’Italia. Ed è stato creato pure uno specifico manuale di buone prassi.

bottiglie-vetro

ECOLOGICAMENTE
Il vetro: interamente riciclabile all’infinito

Il vetro in terminologia chimica diventa tante cose, ma per gli imballaggi si parla prevalentemente di ossido di silicio (vetri silicei) e di vetro cavo (il vetro piano lo lasciamo all’edilizia). Le tipologie di imballaggio sono soprattutto bottiglie, ma anche flaconi (per esempio di cosmesi), fiale e vasi.
Le preferenze dei consumatori sulle bottiglie in vetro (di acqua, birra e vino) sono in leggero aumento soprattutto per la fascia medio-alta di prodotti.
Il vetro è un materiale riciclabile al 100% e all’infinito. Inoltre, al contrario di molti altri materiali riciclabili, la materia prima che si ottiene, tecnicamente chiamata materia prima seconda e, nel nostro caso, “vetro pronto al forno”, ha le stesse caratteristiche e proprietà della materia prima vergine.
Qualche giorno fa è stato presentato il rapporto “Il riciclo del vetro e i nuovi obiettivi europei per la circular economy”, realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile per conto di Assovetro.
In sintesi:
– l’industria del riciclo del vetro dà lavoro a 20.200 occupati e produce 1,4 miliardi di Pil;
– il settore ha generato 125.000 posti di lavoro e ha ridotto del 48% l’utilizzo di materie prime;
– la raccolta differenziata di questo materiale è arrivata al 77% e il tasso di riciclo è al 70,3%;
Esiste anche un percorso di ricondizionamento dei contenitori vuoti e di riutilizzo industriale di difficile quantificazione (parliamo di birre e acque per una quota di circa 200 mila tonnellate).
Il sistema della ripresa dei vuoti prevede che il cittadino, una volta consumato il contenuto della bottiglia, possa restituire quest’ultima al distributore e scegliere se riprendere la cauzione eventualmente versata o ottenere uno sconto sul prossimo acquisto dello stesso prodotto. Scopo di questo metodo, generalmente conosciuto come “vuoto a rendere”, è riutilizzare gli stessi contenitori per essere riempiti e rivenduti più volte.

Dice il Conai che sono stati immessi 2,3 Kton di vetro nel 2014 e ne sono stati avviati al riciclo 1,6 Kton, quindi oltre il 70 %: un importante risultato. Si sostiene che così si è ridotta l’importazione; tuttavia il settore ha molte questioni ancora da risolvere, a partire dalla crisi dei trasformatori (basta guardare lungo la via Emilia), nonostante l’aumento delle raccolte differenziate.
Grazie al vetro riciclato, ogni anno vengono prodotti in Italia circa 10 miliardi di contenitori, che portano il proprio valore aggiunto di trasparenza, inalterabilità nel tempo, igiene, impermeabilità e sostenibilità ambientale in innumerevoli aspetti della vita quotidiana.
Ma c’è un problema: dal rottame di vetro di colore misto – il solo generato in Italia dalla raccolta differenziata – non è possibile creare contenitori di colore bianco-trasparente. Infatti, per quanto riguarda la raccolta del solo vetro bianco siamo ancora molto indietro rispetto a paesi come Germania e Francia, costringendo così le nostre aziende ad importarlo.
Il Comune di Ferrara e la società Hera, con il patrocinio di Coreve, hanno avviato nel febbraio 2007 un progetto pilota per la raccolta monocolore del vetro, prevedendo la separazione del vetro bianco o incolore, dalle altre tipologie di vetro colorato. Non credo che il progetto abbia avuto successo.
Alle vetrerie conviene utilizzare il vetro usato, perché consente di risparmiare il 25% circa di energia nel processo di produzione. Il vetro usato è certamente un materiale di qualità, ma non consente di avere ricavi elevati. Per poter avere delle opportunità di vendita sul mercato internazionale, è necessario operare una raccolta differenziata per colori. Esportare vetro frantumato ha senso solo se può essere riutilizzato per la produzione di bottiglie. A questo scopo, si utilizzano preferibilmente cocci di vetro separato per colori. Sul mercato del vetro usato sono particolarmente richiesti cocci di vetro marrone o bianco.

Dall’ultimo rapporto Ispra sui rifiuti urbani (novembre 2015) risulta che il costo medio di gestione per kg di materiale, valutato a livello nazionale, è di 11,15 eurocent, in corrispondenza di un conferimento pro capite di 31,3 kg/abitante per anno, mentre il costo annuo pro capite risulta di 3,49 euro/abitante per anno. Nella Rd del vetro di imballaggio (Cer 150107) i costi di raccolta e trasporto incidono per il 90,1% sui costi totali.
Un altro problema è dato dalla presenza indesiderata della ceramica. Ci sono, infatti, materiali che sembrano vetro, ma vetro non lo sono. Il caso più insidioso è forse quello dei materiali inerti che fondono a temperature più alte del vetro, come la vetroceramica. È però importante ricordarsi di tenere la vetroceramica (tipo il “pirex”) – così come i piatti, le tazzine in ceramica o porcellana – ‘alla larga’ dal vetro perché è sufficiente un solo frammento di questi materiali mescolato al rottame di vetro pronto al forno per vanificare il processo di riciclo, dando origine a contenitori destinati irrimediabilmente a infrangersi. Per questo tra Coreve e Anci è stato siglato un accordo per abbattere i quantitativi di ceramica nella raccolta del vetro, annunciando la temporanea modifica delle le specifiche tecniche previste dall’Accordo Quadro, relativamente alla quota di inerti presenti nella raccolta differenziata del vetro.
In Emilia Romagna nel 2014 sono state raccolte in maniera differenziata 153.912 tonnellate di vetro, che corrispondono a 35 kg per abitante. Di queste, 152.503 t sono state raccolte dai gestori del servizio pubblico (60.868 t monomateriale e 91.635 t nel multimateriale) e 1.409 t sono rifiuti vetrosi assimilati che il produttore ha avviato direttamente a recupero. Una prima analisi dei flussi evidenzia che, rispetto al totale raccolto, pari a 153.912 t, il 5% dei rifiuti vetrosi ha seguito la via del libero mercato, mentre il 95% è stato avviato a effettivo riciclo tramite il sistema consortile CoReVe (Consorzio Recupero Vetro).

Poi c’è l’alluminio. Il vetro e l’alluminio riciclati mantengono quasi del tutto inalterate le proprie qualità, consentendo di risparmiare sia le materie prime sia l’energia necessaria a produrli. Per questo in molti casi si raccolgono insieme. Per la raccolta e il riciclo dell’alluminio è stato costituito uno specifico consorzio, il Cial. L’alluminio – identificato con il simbolo Al – è un elemento comune che costituisce l’8% della crosta terrestre e si presenta in natura sotto forma di minerale: la bauxite. E’ un metallo fondamentale dell’era dello sviluppo tecnologico. Da molti anni ormai l’industria italiana del riciclo dell’alluminio detiene una posizione di rilievo nel panorama mondiale per quantità di materiale riciclato. Il nostro Paese è infatti terzo nel mondo, insieme alla Germania, dopo Stati Uniti e Giappone.

Leggi il rapporto Il riciclo del vetro e i nuovi obiettivi europei per la circolar economy: Dossier-Assovetro

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