Tag: rifiuti tossici

L’INCONTRO
Reati in presa diretta. Così nasce un’inchiesta

Un’inchiesta giornalistica raccontata dietro le quinte: il lavoro della redazione, la ricerca di fonti attendibili, interviste, sopralluoghi, ma anche dichiarazioni e frasi scottanti registrate con telecamere nascoste. A rivelare i segreti del mestiere arrivano a Ferrara tre inviati di “Presa diretta”, la trasmissione di Rai3 condotta da Riccardo Iacona.

I temi che verranno affrontati saranno quelli di inquinamento ambientale, smaltimento illegale di rifiuti, traffico e abbandono di materiale radioattivo. L’incontro – aperto a tutti – è in programma per domani, giovedì 8 ottobre 2015, a Ferrara con alcuni giornalisti del programma tv e con il parlamentare ferrarese Alessandro Bratti, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle Attività illecite legate al ciclo di smaltimento dei rifiuti.

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Lo studio di “Presa Diretta” con Ricardo Iacona e Giulia Bosetti durante la puntata sulle cooperative
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La giornalista di “Presa Diretta” Giulia Bosetti

Un’occasione sia per gli addetti ai lavori sia per i curiosi per scoprire il lavoro giornalistico svolto dalla redazione Rai nella cosiddetta “terra dei fuochi” (la zona tra le province di Napoli e Caserta), dove c’è stato un massiccio scarico illegale di rifiuti anche tossici da parte della criminalità organizzata. La definizione di questo tipo di reato, compiuto dalle ecomafie in quell’area della regione campana, è stata resa di dominio pubblico anche grazie alla popolarità del libro “Gomorra” in cui Roberto Saviano ne documenta la storia.

A spiegare come avviene e quali conseguenze ha questo traffico di materiali terribili che avvelenano appunto la “terra dei fuochi” saranno i giornalisti televisivi Giulia Bosetti, Federico Ruffo, Elena Stramentioli. Perché quelle sostanze che vengono gettate in campi e fossi finiscono per intaccare tutto l’ambiente intorno, dai prodotti agricoli alle falde sotterranee fino alle produzioni alimentari più rinomate. Un disastro che viene allo scoperto anche in seguito all’improvvisa e crescente diffusione di tumori precoci, soprattutto tra le donne che abitano in quel territorio.

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Scena del film “La mafia uccide solo d’estate” con Pif e Cristiana Capotondi

Coordina l’incontro il responsabile dell’ufficio stampa del Comune di Ferrara, Alessandro Zangara. L’appuntamento fa parte del calendario della “Festa della legalità e della responsabilità”, partita a fine settembre e che proseguirà anche con la proiezione di film sul tema al cinema Boldini, dove già stasera (ore 21) verranno proiettati alcuni documentari e sarà disponibile un banchetto (dalle 19,30) con i prodotti dell’associazione Libera.

Il programma dettagliato della “Festa della legalità e della responsabilità” si può consultare su CronacaComune, il quotidiano online del Comune di Ferrara.

“Le leggi sui delitti ambientali e le inchieste giornalistiche” è in programma per domani, giovedì 8 ottobre 2015, alle 18 in Sala della musica, Chiostro di San Paolo, via Boccaleone 19, a Ferrara. L’incontro – riconosciuto come formativo dall’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna – è gratuito e aperto a tutti.

IL FATTO
L’inchiesta sul sisma: il ciclo delle macerie, dove è facile nascondere i ‘cadaveri’

“Fra i vari personaggi, mi è capitato di incrociare anche Bianchini e la notizia del suo arresto a dir la verità non mi ha particolarmente sorpreso”. Augusto Bianchini è l’imprenditore centese di recente finito in manette a seguito dell’inchiesta sul terremoto in Emilia del 2012. Nel tessuto regionale la sua azienda, che ha sede a San Felice sul Panaro, è davvero un pezzo forte del settore, con 15 milioni di fatturato. Un paio di settimane fa, il 28 gennaio, a seguito degli sviluppi dell’inchiesta ‘Aemilia’ che ha portato al fermo di 117 persone, è finito in carcere il patron, con l’accusa di smaltimento illecito di amianto nelle zone terremotate.
“Era un tipo chiacchierato, con frequentazioni politiche eccellenti nell’area centrista e solidi appoggi. Gli appalti li vinceva spesso. La sua azienda si occupa di strade e possiede cave”. A ricordarlo è Tito Cuoghi, un ex sindacalista che dall’inizio degli anni Novanta opera nel settore ambiente e si occupa attivamente del riciclo di macerie.

La Bianchini costruzioni era stata ampiamente citata in un articolo sull’Espresso di Giovanni Tizian già nel luglio 2013 [leggi] in cui si faceva riferimento all’iniziativa della Procura di Modena che aveva escluso l’impresa dagli appalti con un’interdittiva antimafia. Scrive il giornalista, che da anni vive sotto scorta per il suo impegno professionale contro la malavita organizzata: “Ha trasportato più di mille tonnellate di detriti nel dopo terremoto dell’Emilia. E’ protagonista del maxi appalto Expo 2015. Ora però nero su bianco ci sono rapporti sospetti, i nomi dei dipendenti vicini alla ‘ndrangheta, le accuse di smaltimenti illegali di amianto nell’area del cratere sismico”. Elementi che già un anno e mezzo fa avevano determinato il primo intervento restrittivo dei magistrati.

“Fra le macerie è facile nascondere i cadaveri – afferma con efficace metafora Cuoghi –. E i cadaveri – chiarisce -sono i rifiuti tossici e inquinanti”. E allora seguiamolo nel suo ragionamento, per scoprire questo ‘mondo delle macerie’ sconosciuto ai più ma ben noto alle cosche malavitose.

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Tito Cuoghi

“La prassi di riutilizzare gli scarti dell’edilizia e i detriti delle demolizioni, in Germania, Olanda e Francia è consolidata da tempo. In Italia è stata avviata all’inizio degli anni Novanta per impulso di un lungimirante imprenditore emiliano del settore calcestruzzi, Angelo Toschi, che si pose un problema elementare, ma sino ad allora irrisolto: perché con una mano continuare a scavare il letto dei fiumi per recuperare ghiaia (con i costi e i rischi ambientali tragicamente evidenziati dalle cronache recenti poiché – precisa Cuoghi – l’alterazione dell’alveo fluviale è motivo di squilibrio del territorio) e con l’altra creare discariche da riempire con i detriti?”. Verificata la possibilità di riutilizzare le macerie e farne una componente dell’impasto usato in edilizia, a Sassuolo brevettò un impianto di trasformazione, il primo in Italia, dando avvio al ‘progetto Rose’ (acronimo di Recupero omegeneizzato scarti edilizia), che aveva per simbolo un cumulo di detriti dai quali spuntavano i fiori. “La mia collaborazione con Toschi e il mio impegno nel settore inizia allora. Dopo tanti anni nel sindacato avevo voglia di nuova esperienze, del comparto edile in Fillea mi ero appassionato proprio di cave e così accettai la proposta e iniziai a girare l’Italia per trovare appoggi al progetto che prevedeva il reimpiego degli scarti da demolizioni edili. Nel ’97 abbiamo creato Anpar, l’Associazione dei produttori di aggregati riciclati che portò avanti l’impegno di cui ero il responsabile delle relazioni esterne. E successivamente il Quasco, centro scientifico regionale. La Toscana è stata fra le prime regioni a sviluppare un serio impegno..

Il problema iniziale era la normativa. Per legno, plastica, rifiuti urbani esistevano già i protocolli, per le macerie no. “L’impasto prodotto viene proposto in tutte le pezzature. C’è un accurato trattamento tecnologico che rende il composto simili ai residui fluviali. A un occhio profano il composto prodotto da un impianto serio si confonde con sabbia e ghiaia naturali”.
“Fin da subito trovammo una valida sponda nel ministro all’Ambiente Edo Ronchi. La legge approvata allora è ancora sostanzialmente invariata e prevede l’impiego nei sottofondi stradali e l’obbligo di utilizzo di un 30% di materiali riciclati nelle opere di costruzione. “Si potrebbe arrivare al 40%, non di più però perché esigenze di stabilità impongono una predominante componente di calcestruzzo. Ma il problema vero è il fatto che la norma è spesso disattesa…”.
Al solito, si fanno le leggi e le si aggirano. “E’ molto semplice eludere la norma, spesso ‘banalmente’ non viene richiamata nei capitolati di gara. Alcuni enti pubblici si giustificano spiegando che nei rispettivi territori non ci sono impianti di riciclaggio che forniscano adeguate garanzie di qualità. Ma in molti casi si tratta di alibi”. Dietro ci sono gli interessi dei cavatori, un mercato che reclama e funzionari compiacenti. “E’ successo di recente anche a Ferrara, ne ho discusso con l’assessore Modonesi che alla fine ha dovuto prendere atto che alcuni suoi tecnici non indicavano come condizione l’impiego della quota di materiali di riciclo”.

Il settore fa evidentemente gola a chi ha materiali inquinanti da smaltire. I rifiuti tossici vanno trattati con speciali precauzioni e il loro smaltimento ha costi significativi. E’ facile mescolare ai detriti anche pannelli di amianto (come è successo in Emilia) o altri inquinanti. Tanto poi si macina e tutto si confonde. “Facile – commenta Cuoghi – se non ci sono adeguati controlli. Il paradosso è che gli enti preposti sono tanti: Arpa, Nos, Province e Guardia di finanza. Forse troppi”. Tutti responsabili, nessun responsabile si potrebbe parafrasare. “Competenze ripartite, ciascuno un ambito e talvolta viene a mancare l’indispensabile visione d’insieme. Alla fin fine quando un compito è condiviso non è sempre chiaro chi lo debba svolgere ed è agevole a posteriori sottrarsi agli addebiti”.

Ma veniamo specificamente a quel che è capitato in regione dopo il terremoto.

“In Emilia la vicenda era nata male con l’assurda decisione di Errani che, in veste di commissario straordinario per il sisma, destinò lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti a depositi di aziende compartecipate come Hera, che non avevano alcuna specifica preparazione nel trattamento delle macerie e che si sono quindi affidate a terzi attraverso meccanismi di subappalto, che il decreto consentiva senza neppure prevedere le garanzie minime, come l’iscrizione al registro delle imprese qualificate al trattamento”. Questo passaggio di mani ha generato una catena non virtuosa in cui i ‘furbi’ si sono facilmente insinuati e le cosche hanno potuto mettere a realizzo le loro strategie. “Si sarebbero dovuti fare piani concertati per individuare aziende competenti. Così invece un buon progetto, che prevedeva il riutilizzo totale delle macerie del terremoto, si è trasformato in una mina. Anzi, in un boomerang. Perché ora, di fronte al rischio che altri inquinanti abbiano corrotto le macerie non ancora smaltite e all’impossibilità di analizzare tutto, sarà impossibile percorrere il sentiero virtuoso del riutilizzo che era stato definito: non sappiamo cosa ci sia finito in mezzo”. Quel che invece si sa per certo è che i cortili scolastici di due istituti di Mirandola e Concordia sul Secchia sono stati realizzati con materiali di recupero inquinati da amianto.

Il problema non è nuovo per questo delicato comparto. “In giro c’è molta schifezza, scarsa qualità, residui nocivi. Così è fra le macerie, come fra i terreni di riporto, per questo la movimentazione terre fa gola alla mafia. Non servono grossi investimenti e sono un facile ‘nascondiglio’. Gli emissari delle cosche avvicina i piccoli operatori del settore, li tentano, li lusingano e così ottengono la complicità di tanti”.

“Certo è anche che se si rispettano le leggi i vantaggi del recupero macerie sono molteplici. Si evita di scavare il letto dei fiumi e si riducono i danni ambientali e il consumo di territorio, si utilizzano materiali che diversamente andrebbero smaltiti, creando appositamente discariche per lo stoccaggio, si determinano risparmi economici per le aziende. Con i riciclati da macerie si integra il calcestruzzo, si realizzano sottofondi stradali, ripristini ambientali, si riempiono le cave esauste…”.

Anche quest’anno Tito Cuoghi, che fra le varie e ricche esperienze maturate ha avuto la possibilità di conoscere e collaborare anche con Don Ciotti per i progetti di Libera in Sicilia, avrà la responsabilità organizzativa di ‘Inertia’ la fiera nazionale del settore rifiuti inerti e aggregati che si tiene a Ferrara all’interno di RemTech Expo. “Sarà come sempre un’ottima occasione di confronto e verifica fra operatori, legislatori, mondo accademico e scientifico”.

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Vent’anni fa l’omicidio di Ilaria Alpi. La madre: “Sono rimasta sola ma combatto per lei”

di Silvia De Santis

Il 20 marzo 1994 morivano in Somalia, in circostanze ancora oscure, i due giornalisti del tg3 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Dopo vent’anni di muro di gomma, il governo toglie il segreto agli atti. La mamma di Ilaria: “La battaglia per la verità su mia figlia è la mia ragione di vita”.

Correva l’anno 1994. Correva in un’Italia sedotta e strangolata da Tangentopoli, mentre i contorni della Seconda Repubblica si profilavano nell’ombra. Correva a Mogadiscio, in Somalia, trascinata da tre anni nel caos di una guerra civile di fronte cui l’Onu alza bandiera bianca. “Restore hope”, la missione di polizia internazionale avviata nel 1992 per “ridare speranza” a questo Paese sconvolto da una “Cernobyl” politica, ha fallito e disertato il campo già da un anno. I cronisti, invece, non vanno via. Restano a documentare le stimmate del Corno D’Africa dilaniato dallo scontro tra fazioni, scivolato inesorabilmente nell’anarchia.
Ma due di loro, due giornalisti del Tg3, sbirciano dietro un sipario pericoloso. E per questo perderanno la vita: il 20 marzo di vent’anni fa Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vengono freddati da un commando somalo a Nord di Mogadiscio, in circostanze ancora poco chiare.

Un agguato o un’esecuzione? Il pendolo della giustizia finora non ha mai smesso di oscillare, anche se la decisione odierna del governo di desecretare i documenti del caso Alpi potrebbe determinare, finalmente, una svolta. Dopo vent’anni di indugi giudiziari, di silenzi colpevoli, di indagini mai effettivamente decollate, la verità latita ancora. Mancano i tasselli fondamentali di una nebulosa vicenda che incrocia signori della guerra con colletti bianchi ed imprenditori. Che lascia intravedere Italia e Somalia stretti in un abbraccio velenoso, mortifero. Triangolazioni d’armi in viaggio dall’Est europeo verso l’Italia attraverso la Somalia. Malattie strane, mai viste prima, che aggrediscono il continente nero. Scampoli di territorio che marciscono, terre di contadini e pastori consumate dal veleno. È la terra dei Fuochi africana e Ilaria l’ha intuito, ha studiato e ne ha le prove. In cambio di munizioni, la Somalia bisognosa di alleanze offre non solo denaro ai Paesi dell’altra sponda del Mediterraneo, ma anche la possibilità di nascondere sotto il tappeto di casa propria le scorie dei loro cortili. “Il mio regno per un Kalashnikof”. E così, a bordo di navi, giungono sulle coste africane carichi di rifiuti tossici e nocivi.

Il giorno prima di morire Ilaria era stata a Bosaso, nel nord della Somalia, a parlare con il sultano per avere conferme su quanto aveva saputo. “Devi fare delle ricerche – le aveva risposto lui, rifiutandosi di fare nomi importanti – Devi guadagnarti il pane”. E Ilaria il pane se lo guadagnava: si documentava molto prima di ogni servizio, studiava. Lo faceva sin da bambina. “Era una ragazza come tante. Le piaceva studiare, era brava a scuola, leggeva di tutto. Amava molto i libri di storia e i romanzi”. Nelle parole di sua madre Luciana, nessun lirismo altera il ricordo di Ilaria. “Ha studiato arabo all’Università e ha passato al Cairo tre anni e mezzo per imparare bene la lingua. Era molto curiosa e amava viaggiare. A un certo punto ha fatto un concorso ed è entrata in Rai”.

“Era una persona seria che faceva seriamente il suo mestiere. Era una che andava sui luoghi, incontrava la gente, conosceva le situazioni, cercava riscontri. Forse è per questo che ha perso la vita”. Francesco Cavalli, direttore del premio Ilaria Alpi istituito nel 1995, ha appena scritto un libro, “La strada di Ilaria”, in cui riporta alla luce le trame di questo caso insabbiato dalla giustizia italiana. “Là dove i fatti non sono comprovati, ma restano nondimeno ragionevolmente possibili, è lecito tendere dei fili per cercare di colmare i vuoti” scrive Pietro Veronese nella premessa al libro. E i fili di Ilaria si perdono in Somalia, perciò è lì che Francesco ha deciso di andare. “Negli anni è maturato in me il desiderio di approfondire le motivazioni che stanno dietro a questo duplice omicidio. Sono stato tre volte in Somalia proprio per cercare di indagare sulle stesse piste su cui Ilaria stava indagando”. Ilaria l’ha conosciuta solo nei ricordi e nei racconti dei genitori di lei, Giorgio e Luciana, ma questo non è un buon motivo per indulgere a glorificazioni postume: “Non credo che debba essere raccontata come un santino o un eroe. Non so dire se avesse una marcia in più o una marcia in meno. Sicuramente era una brava giornalista”.

Il giornalismo è una passione che fa capolino nella vita di Ilaria a dodici anni. “Frequentava una scuola sperimentale a tempo pieno e il pomeriggio c’erano dei corsi extrascolastici. Lei aveva scelto giornalismo e se ne andava in giro per il quartiere a fare domande – racconta Luciana -. Chiedeva alle persone che giornali leggevano e perché. Domande da bambina, insomma. Così le è rimasta questa voglia di fare la giornalista”.

Dopo Bosaso, Ilaria torna a Mogadiscio. Il contingente italiano sta facendo le valigie e i giornalisti sono già partiti, ma lei e Miran vogliono restare qualche giorno in più per vedere come evolve la situazione nel Paese subito dopo la partenza dei caschi blu. Lo comunica alla madre Luciana. Non sa che quella sarà la sua ultima telefonata. Poche ore dopo, di fronte all’hotel Amana, dall’altra parte della città, oltre i posti di blocco e la linea verde supervisionata dall’Onu, verrà uccisa brutalmente. Qualcuno le aveva passato un’informazione sbagliata: le aveva riferito che lì c’era il collega dell’Ansa ad attenderla. Ma non era vero. Luciana non ha dubbi, è stata una trappola.
A corroborare l’idea che non si tratti di un incidente, ma che dietro il duplice omicidio sia in atto un piano preordinato lo conferma una serie di misteriose sparizioni: tre taccuini, cinque cassette di materiale girato di Ilaria non saranno più ritrovati. Sparisce anche il suo certificato di morte, ritrovato, prima di perdersi un’altra volta, nel corso di una perquisizione tra le carte di un ingegnere italiano, autore di un progetto per sparare rifiuti sul fondale marino spinti da missili.

Due commissioni parlamentari di inchiesta e una governativa non riescono a dipanare la matassa. Fino ad oggi, per l’omicidio di Ilaria e Miran c’è solo un colpevole, Hashi Omar Hassan, che si è sempre professato innocente. Luciana gli crede. “Ha pagato con 26 anni di carcere perché qualcuno lo ha indicato come membro del commando che aggredì e uccise mia figlia e Miran. Circostanza che lui continua a negare con forza. Io so perché Ilaria e Miran sono stati uccisi. Dopo 20 anni di indagini inutili e faticose, di menzogne, depistaggi, sparizioni, altre morti sospette, ho bisogno solo di conoscere i nomi dei mandanti di quel duplice omicidio. Non li voglio vedere dietro le sbarre. Mi basta guardarli in faccia”. Basterebbe scalfirlo questo muro di gomma, per dare tregua a una battaglia che è diventata una ragione di vita. “Sono quasi quattro anni che mio marito non c’è più. Sento moltissimo la sua mancanza perché andavamo molto d’accordo, e poi perché in quella triste vicenda ci davamo una mano molto affettuosa, molto forte – confessa Luciana, emozionata. – Purtroppo sono sola ora, e devo andare avanti. Ogni tanto passo qualche momento di scoramento, ancora oggi. Però poi mi riprendo, e mi dico che Ilaria, in fondo, è morta. Io, invece, alla mia età sono ancora viva. Se non facessi questo non saprei che cosa farmene della mia vita, alla mia età”.

[© www.lastefani.it]

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