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L’APPUNTAMENTO
‘Se Gesù non fosse mai nato’: riflessioni sul destino dell’uomo nel nuovo libro di Gian Pietro Testa

da Organizzatori

Contiene riflessioni sulla vita e sulla morte il libro di Gian Pietro Testa ‘Se Gesù non fosse mai nato’ che martedì 21 gennaio 2020 alle 17 sarà presentato nella sala Agnelli della biblioteca comunale Ariostea (via delle Scienze 17, Ferrara). Modererà l’incontro il direttore di Estense.com Marco Zavagli.

LA SCHEDA (a cura degli organizzatori)
Questo breve racconto prende spunto da un fatto di cronaca a cui lo scrittore ha partecipato per una riflessione sulla vita e sulla morte, destino ultimo di ognuno di noi.
Gian Pietro Testa, giornalista ha lavorato in diversi quotidiani nazionali, tra cui Il Giorno, l’Unità, Paese Sera. Terminata l’attività di cronista, ha insegnato alla scuola di giornalismo di Bologna e al Carid dell’Università di Ferrara. Dal 1985 al 1992 è stato capo ufficio stampa del Comune di Ferrara e direttore del mensile “Ferrara”.

DIARIO IN PUBBLICO
Meditazioni da festività

Ce ne sono tante.
Quasi tutte tristi, alcune orride, pochissime fondamentali.
Cominciamo da quest’ultime, che si riassumono nella foto che fissa le lacrime di Emma Bonino all’approvazione del biotestamento. Rimarranno nella storia e nel cuore.

Alla rinfusa quelle orride, dalla cattura dell’assassino Igor alla decisione del Sindaco di Como, che proibisce di dare bevande ai poveri. Poiché disturba il Natale e lo shopping: “ogni mattina un gruppo informale di volontari porta un po’ di latte e pane ai senza dimora, che vivono sotto i portici dell’ex chiesa di San Francesco. Ma ora non possono più farlo, dopo che il sindaco di Centrodestra, Mario Landriscina, ha emesso un’ordinanza per la “tutela della vivibilità e del decoro del centro urbano””.
Le banche e i pasticci della femme fatale dal nome emblematico, Maria Elena. Si scatena la nuova Iliade. Non si tratta di conquistare Troia, ma Arezzo….
La guerra delle calotte. Siamo alla Batratomiomachia (per i non intendenti la “guerra tra i topi e le rane”) dove i topi ci stanno in quanto razzolano tra i rifiuti sparsi attorno ai monumenti della città delle 100 (facciamo mille dai!!!) meraviglie e al posto delle rane il servizio offerto da Hera.

Quelle tristi.
A cominciare dal fallimento della fabbrica dei cappelli Borsalino. Un mito che scompare non solo per l’abbigliamento ma per la cultura.
Insomma, in attesa di un orrido abbinamento (e qui il maestrino esibisce un perfetto aggettivo radical chic: teratologico…) tra i M5 stelle e Liberi e uguali con un Pd derenzizzato godiamoci il Natale oeconomicus tra sbandieramenti da bancarella e furtivi saldi nei negozi ‘su’ in attesa di concludere la festa con l’incendio del Castello, pratica orrida consumata tra le maledizioni della mia Lilla che in quell’occasione ripudia, la strada, il quartiere, la città.

L’altra sera, smesso i panni del casalingo, mi concedo il gusto d’andar al cinema da solo, come un tempo quando a Firenze barattavo il buono pasto della mensa a 50 lire in meno e me li spendevo al cinema. Naturalmente la scelta si rivolge all’ultimo Woody Allen, ‘La ruota delle meraviglie’. Un film bellissimo e disperato, come solo i geni sulla via del tramonto sanno fare, e naturalmente per nulla natalizio. Woody sta entrando nel film, sbaglia l’opera, ma dall’errore esce un capolavoro aiutato dalla strepitosa fotografia di Vittorio Storaro e dalla recitazione di Kate Winslet e Jim Belushi. Come è stato scritto: “Chissà da dove arriva questo equilibrio dell’ottanduenne regista, forse dalla dolorosa, – lui direbbe semplicemente “fastidiosa” – percezione che gli anni avanzano, la prospettiva si è accorciata e sì, si può ancora scherzare, ma qualche indicazione diversa, profonda, è bene darla, a sé stesso e agli altri”?
Un avvertimento che chi scrive ed è così vicino d’età al grande regista riesce a capire in tutta la sua complessità e letterarietà. Si sono sprecati i nomi di Tenessee Williams, perfino di Jane Austen, esplicitamente citata nel colloquio del bagnino con il collega filosofo a proposito di ‘Ragione e sentimento’, per arrivare a Shakespeare, tappa finale di una contemplazione dell’esistenza non più recitata o sperimentata nelle stanze del potere o del lusso, bensì in un rifugio da topi di fronte alla ruota delle meraviglie sulla spiaggia di Coney Island. Chi scende dalla ruota delle meraviglie sembra aver perduto la chance di essere per un momento veri e si ritrova in un mondo alienato che con la durezza e la disperazione tipica della american way life il cui perno ora si attesta sul suo presidente Trump e che inesorabilmente lo conduce a condurre una vita dimezzata. E non a caso sempre più la vita di Ginny assomiglia a quella di Blanche di ‘Un tram chiamato desiderio’. Nella tarda età capisco l’angoscia di vivere nell’America dei miei sogni giovanili perché so che comunque qui in Europa quando si discenda dalla ruota delle meraviglie ci sono sempre Venezia, Parigi come l’anziano Woody ben sa.

Ripartiamo o perlomeno io ripartirò da letture bellissime come lo strepitoso ‘Keyla’ di Singer o ‘Il viaggio di Yash’ che mi attende. Arriverà con la posta il librone – 800 pagine – degli Atti su ‘Gli intellettuali/ scrittori ebrei e il dovere della testimonianza’, a cura di Anna Dolfi, ennesimo omaggio a Giorgio Bassani che verrà presentato a gennaio qui a Ferrara, ribadendo da parte del Centro Studi bassaniani l’amicizia e il rispetto per il Meis e la Biblioteca Ariostea, che rendono Ferrara degna capitale della cultura e della memoria storica.
Buone feste! Sparisco per un po’ ma spero di ritrovarvi alla ripresa dei giorni feriali.

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LA RICORRENZA
Testimonianza sulle foibe, orrido frutto della degenerazione ideologica

Alba del 14 maggio 1945. La salvezza contro l’impossibile. Graziano Udovisi e Giovanni Radeticchio (detto Nini) riescono a risalire dalle viscere della terra e ritornare nel mondo dei vivi.
Ecco la testimonianza di Udovisi, sopravvissuto all’infoibamento quando aveva solo 19 anni.

“…Eravamo in sei. Dopo una lunga notte di tortura ci fecero camminare verso la Foiba, una voragine dal fondo ricolmo d’acqua, nei pressi di Fianona. Camminammo tra rovi spinosi e sassi appuntiti, quasi nudi, riuniti in un assurdo gruppo con il filo di ferro che serrava e segava la carne dei polsi e delle braccia, picchiati con il calcio e le canne dei mitragliatori. Poi, sull’orlo della voragine… il crepitio assordante della mitraglia… Vedo la fiamma uscire dalla canna… Con lo slancio dei miei 19 anni mi butto nell’orrido ‘buco’ prima che la fiamma si faccia pallottola. Volo nell’abisso di calcare… Madonna… Madonna mia…
Cado su di un ramo sporgente che sembra rallenti quel precipitare nell’oscurità e voglia trattenermi… ma subito si strappa e rovina con me… Sono come piombo che cade… Giù, giù, giù in un sepolcro senza fine… Un tonfo… tanti altri tonfi. E l’acqua si chiude sopra sei poveri esseri umani. Sprofondo… annego… soffoco… o Dio.
Mi divincolo, scalcio, strappo con forza il filo di ferro legato al braccio, ai polsi. Annaspando nell’acqua, tocco una grossa zolla d’erba… No, tra le mia dita ci sono dei capelli. Li afferro e tiro verso di me un corpo quasi inerte… E’ il povero Giovanni Radeticchio, che io sollecito sottovoce con il nome di Nini. Gli metto un braccio attorno al collo e lo trascino, nuotando, alla ricerca di qualsiasi appiglio…Il rumore dell’acqua genera lassù, un’imprecazione: ” Maledetti, ancora non siete morti!”
La voce rabbiosa ci arriva da un universo dantesco che ormai avvolge tutto: l’inferno è quaggiù ed è ancor più terrificante lassù, in superficie, sopra la nostra agonia.
Urla e bestemmie giungono sottoterra, nella tomba dei vivi, assieme a una bomba a mano, che va ad esplodere nella profondità. Ancora un’altra bomba, questa volta scoppia a pelo d’acqua. Il viso e la testa sono colpite dalle schegge… le ossa spezzate. Adesso, Nini e io, non osiamo fare il minimo movimento, neanche quello che obbliga il respiro… La nostra tomba di calcare e acqua è ormai fatta di orrido silenzio. Restiamo in ascolto. Anche da lassù, dall’inferno sopra di noi, non giunge alcun rumore.
I nostri carnefici se ne sono andati?! Nini intravede una rientranza nella roccia. Ci trasciniamo. Ci arrampichiamo piano con immensa fatica. Nel buio. Nel freddo. In un tempo cancellato, perchè il nostro tempo è ormai diventato quello dei morti. Come solo Iddio sa, vediamo all’improvviso una fessura di cielo e portiamo in superficie una pietà infinita: per noi che abbiamo l’aspetto dei cadaveri e per i criminali titini.
Mi sono salvato e con me ho tratto a vita un ‘fratello’, Radeticchio Giovanni detto Nini. Sul fondo della foiba, dove sono precipitati, vivi assieme a noi, resteranno, scomparsi nell’acqua: Cossi Felice, Mazzucha Natale, Radolovich Carlo, Sabath Giuseppe. Pace, pace a voi, vittime inconsapevoli di un genocidio”.
(Testimonianza di Graziano Udovisi, sopravvissuto degli eccidi compiuti dai partigiani di Tito)

I politologi e gli storici ricordano che i grandi sconvolgimenti che hanno segnato il destino di masse di uomini, donne e bambini, sono stati originati, sempre e ovunque, da un disegno ideologico, di cui la politica è sempre stata informata. Le Leggi razziali di Norimberga del 1935 furono lo sbocco tragico della teoria e del ‘mito del sangue’ sul quale si esercitarono da L.Jahn fino ad Hitler.
“Il Capitale” di Karl Max generò la Rivoluzione d’ottobre e degenerò, ovunque si sia attestata quell’ideologia, in regimi dittatoriali.
Molti studiosi condividono l’opinione che la base ideologica del razzismo comunista jugoslavo e il know-how operativo (cioè le istruzioni per portare a buon fine le pulizie etniche compiute nell’area balcanica e in quelle del versante orientale dell’Adriatico), siano contenute in quel famoso trattato di pianificazione territoriale e umana che porta il titolo di “Piano di espulsione degli albanesi”. Quest’opera teorico-pratica venne elaborata dal bosniaco Vaso Cubrilovic, uno dei congiurati dell’assassinio a Sarajevo dell’erede al trono austriaco Francesco Ferdinando, e presentata nel 1937. Nel secondo dopoguerra Cubrilovic divenne la ramazza che ripulì dell’etnia italiana, con rigore scientifico e in maniera pressochè radicale, tutto il versante orientale dell’Adriatico.
Il Piano dette talmente fama all’autore da fargli meritare più volte la carica di ministro in diversi governi del maresciallo Tito. Il manuale Cubrilovic, venne tradotto, nel secondo dopoguerra, in azioni devastanti, in atti legislativi nelle terre dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Esso si stampò come stimmate sulla pelle di migliaia di esseri umani, di cultura italiana, che vivevano pacificamente da sempre.
L’esodo istriano, fiumano e dalmata non avvenne insomma solo per la rivalsa dei vincitori sui vinti o per l’urto di due mondi culturalmente diversi: le tecniche di quell’esodo erano state minuziosamente pianificate, sul pregiudizio razziale già nel 1937. E così si capirà anche che a determinare tale drammatico evento e a renderlo aberrante non fu solo una questione di ‘foibe’: voragini carsiche, profonde anche 200 metri, usate per gettare i ‘nemici del popolo’, dopo un processo sommario o addirittura con un processo fittizio fatto in data posteriore all’infoibamento…
Riflessioni da “Il Libro Bianco di Antonietta Marucci Vascon, ex Presidente del Consiglio della Provincia di Trieste.

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