Tag: riforma costituzionale

Un referendum tutto sbagliato

Secondo i sondaggi i sì al Referendum del 20-21 settembre per la conferma della legge costituzionale sulla riduzione dei parlamentari, non dovrebbero avere problemi a vincere sui no.
Eppure.
Nel fronte della destra, ad esempio, non si capisce bene l’indicazione ufficiale della Lega per il sì. Faceva parte delle condizioni del contratto che avevano dato vita al governo giallo-verde, ma dal momento che quella maggioranza non c’è più non è chiaro perché non prevalga il “liberi tutti”.
Ci sarebbe una ragione in più, da quelle parti, per rimettere tutto in discussione.
Da destra, infatti, si attende con ansia l’esito delle concomitanti elezioni regionali e se il centrosinistra dovesse portare a casa la sola Campania (con la perdita di Puglia, Marche e Toscana e la conferma di Toti in Liguria e Zaia in Veneto), per il governo in carica non sarebbe un bel segnale.

Si dice che la prova regionale, da sola, non basterebbe a produrre la caduta del Conte bis (anche perché il presidente del Consiglio su questa partita non si è esposto in prima persona), ma se si dovesse aggiungere il risultato negativo del Referendum le cose potrebbero prendere un’altra piega. E a quel punto un semplice rimpasto di governo, dato per possibile in caso di sconfitta alle regionali, potrebbe non bastare più.

Se a destra i rebus non mancano, a sinistra la musica non cambia.
Nel Pd, ad esempio, pare tutto un ribollir di tini.
Accanto alla posizione ufficiale per il sì, si allarga giorno dopo giorno la schiera di quanti fanno pronunciare quella decisione sempre più a denti stretti.
Anche in questo caso, l’impegno risale al momento in cui si è formata la nuova maggioranza giallo-rossa che ha dato vita al governo Conte due. L’accordo è stato che il Pd, contrariamente a quanto fatto fino a quel momento in Parlamento, avrebbe votato favorevolmente in ultima lettura alla legge costituzionale per la riduzione dei Deputati da 630 a 400 e dei Senatori da 315 a 200.

Siccome era chiaro anche alla casalinga di Voghera che questa riforma, da sola, non stava in piedi, il partito di Nicola Zingaretti aveva strappato la promessa di ottenere il contrappeso di una nuova legge elettorale che però, a pochi giorni dalle urne, rimane una promessa.
Non ci voleva un oracolo per prevedere che, a questo punto, si sarebbero levate le voci di quanti hanno sottolineato la debolezza della linea del partito sul punto.
Comprese quelle, silenzi inclusi, che sono state in cabina di regia a tessere le ragioni della nuova alleanza, vincendo anche le iniziali resistenze del segretario nazionale, che non scartava l’ipotesi di andare a elezioni a costo di andare incontro a una sconfitta più che prevedibile.

Va bene che la politica non è uno sport per signorine, ma si fatica a non notare le singolari traiettorie di una strategia tutta celebrata, così pare lontano dai Palazzi, sull’altare della tattica. Anche perché i presupposti politici di non lasciare il Paese in mano ai populisti e di un’alleanza strutturale con i pentastellati, rimasta nel libro dei sogni nella preparazione delle prossime sfide regionali, stanno mostrando la corda.

Fin qui le mosse, almeno alcune, di una politica che, anche nel caso specifico, muove i pezzi su una scacchiera sempre più prossima allo stallo. Se poi si vuole dare un’occhiata ai contenuti della riforma, a fare acqua sono le ragioni dell’impostazione di partenza.

Molti ricorderanno l’esultanza in piazza Montecitorio dei 5 Stelle, a legge approvata, con Di Maio (un ministro della Repubblica) che con tanto di forbice simulava il taglio delle poltrone.

Prima ancora di qualsiasi tecnicismo costituzionale, una riforma di rango costituzionale si può basare sul risparmio dei costi?
Se si accetta la tesi che la democrazia sia un costo, prima o poi il problema sarà “il” Parlamento, non più solamente quello di adesso, certamente bisognoso di cambiamenti.
Dovrebbe preoccupare che le scorie di tante parole in libertà seminate negli anni si stanno sedimentando non solo nel dibattito politico, che è già un problema, ma anche nel quadro istituzionale, oltre che in tanta acquiescenza. E qui il danno diventa difficilmente calcolabile e dio solo sa se reversibile.

Se si prestasse attenzione allo stato di salute che gode la stessa cultura democratica sulla scena globale, oltre che nazionale, dovrebbe suonare come un allarme il fatto che con questa riforma, come fa notare anche l’Istituto De Gasperi di Bologna, il rapporto abitanti-deputati passerebbe dagli attuali 96.006 ai prossimi 151.210, vale a dire il numero più elevato tra tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, Regno unito incluso. Con tutte le conseguenze sulla rappresentanza di interi territori e di collegi così ampi da richiedere campagne elettorali alimentate con spese che solo pochi possono permettersi.

Diversi fanno notare che così il potere rischia di concentrarsi nelle mani dei capi e la partitocrazia farebbe festa. L’opposto di ciò che il movimento lanciato da Beppe Grillo ha sempre urlato, sublimato nello strampalato slogan di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno.

In letteratura si chiama eterogenesi dei fini: costruire inconsapevolmente (sic?) l’esatto contrario di ciò che si sbraita a parole.
Se non si comprende fino in fondo la posta in gioco, sarebbe bene che chi si è finora contraddistinto più per dire quello che pensa che per pensare a quello che dice, si astenesse nel mettere le mani a cose che vanno ben oltre le possibilità di certe teste inutili e dannose.

Il problema è che entrare in questo ordine d’idee richiederebbe una visione che, l’esperienza di anni ci racconta, pare fuori della portata di, almeno, buona parte di una classe dirigente che finora ha prodotto prevalentemente disastri.
Ma questo non fa che rendere più preoccupante la temperatura di un intero paese, pandemia a parte.

La sindrome del colibrì:
il virus che ha infettato la politica

So che il direttore di Ferraraitalia ha scritto, giustamente, di non voler prendere parte al diluvio informativo che sta accompagnando questo difficile periodo contrassegnato dal tentativo di contrastare il diffondersi del Coronavirus.
Queste righe non vogliono entrare nel merito delle misure prese da Governo e Regioni colpite: troppo severe o sensate? Non ne sono capace.
Anche perché resta forte il dubbio che molte voci che ora puntano il dito su provvedimenti giudicati eccessivi (finiscono per aggravare una situazione economica già di suo sull’orlo della recessione), siano le stesse a gridare contro le istituzioni colpevoli, in caso contrario, di avere preso sotto gamba il problema.
Sono piuttosto i risvolti politico-istituzionali della vicenda a suscitare qualche impressione. Lombardia e Veneto, si sa, sono le regioni colpite per prime in Italia e con il maggior numero di casi. Dunque, i loro governatori si sono trovati in prima linea a dover far fronte alla diffusione dell’epidemia.
Sapendo come ragiona la politica, almeno dalle nostre parti, è difficile trattenere la sensazione che fin dall’inizio le due terre per antonomasia del buongoverno leghista, abbiano voluto dare conferma della loro esemplare amministrazione con provvedimenti pronti, chiari, decisi, efficienti e senza tentennamenti, per mettere le briglie alla diffusione del virus.
Di fronte a un governo nazionale ormai più simile a un morto che cammina, l’impressione è stata quella di prove tecniche di buongoverno, per dimostrare che… se si andasse al voto, meglio prima che poi, il Paese può essere messo in buone mani, senza altri inquilini coi quali scendere a patti.
Se, e sottolineo se, qualcuno ha fatto questi conti, ha dovuto scontrarsi con una situazione ben più complessa che ha finito per vanificare ogni ipotesi di blitzkrieg.
Non si spiegherebbero altrimenti alcune uscite singolari dei governatori Attilio Fontana (Lombardia) e Luca Zaia (Veneto).
Attilio Fontana, come scrive Marco Damilano (L’Espresso 1 marzo), prima paragona la sua regione alla città cinese di Wuhan, da cui tutto e partito, poi di fronte al pericolo paralisi della potente macchina produttiva lombarda cerca di correggere il tiro. Quando, in seguito, indossa in diretta video la mascherina anticontagio, persino Giorgia Meloni ha commentato che se la poteva risparmiare.
Il secondo, Luca Zaia, si è invece prodotto in un feroce paragone fra le normali condizioni igieniche del popolo veneto e i cinesi: Tutti abbiamo visto che i cinesi mangiano i topi vivi.
Non è stato da meno il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, quando, con un accenno che tutti hanno inteso diretto all’ospedale di Codogno, se l’è presa con alcune falle del sistema sanitario lombardo, notoriamente un modello in cima a tutte le statistiche nazionali.
La scivolata istituzionale ha prontamente provocato la reazione stizzita del governatore Fontana, che gli avrebbe dato del ciarlatano.
Come se non bastasse, mentre le borse perdono punti come la nostra Spal e lo spettro recessione è sempre più una dura realtà, Matteo Salvini, pare con la sponda dell’altro Matteo (Renzi), se ne viene fuori con la proposta di un Governo di Unità Nazionale per gestire meglio la crisi (il come non è dato sapere) e accompagnare il Paese a nuove elezioni.
Nel frattempo Giorgia Meloni, da Lilli Gruber, lamenta la totale assenza dell’Europa sull’emergenza in corso. La sovranista, nazionalista, italianissima leader di FdI chiama Bruxelles a battere un colpo? Per carità, è sacrosanto denunciare l’assenza di linee europee per evitare che si chiudano a capocchia i confini, ma proprio da quel pulpito dobbiamo sentire la predica?
Per inciso, dopo narrazioni martellanti secondo cui ondate di virus sembravano venire dai barconi dei migranti, con misure draconiane sui porti tricolori, ora sono proprio gli italiani (per giunta lombardo-veneti) ad essere rifiutati.
Chissà se il cuore immacolato di Maria, il crocefisso e la Madonna di Medjougorie, se la sono legata al dito?
Tanto per restare in area celeste: facevamo volentieri a meno anche del monito di don Livio Fanzaga di Radio Maria, secondo il quale Corona-virus ricorda la corona del rosario. Per farla breve, l’epidemia sarebbe un ammonimento divino a pregare prima che arrivi l’apocalisse.
Intanto che ciascuno è libero di immaginarselo all’inferno, condannato a trascorrere l’eternità in compagnia degli inventori delle statuette da giardino di Biancaneve e i sette nani e degli infissi in alluminio anodizzato, più acqua e molto meno vin santo nel calice della messa è il consiglio che mi sento di dare, spassionatamente.
Tornando fra i comuni mortali, sembra proprio che alla classe dirigente che ci ritroviamo manchi il senso della prudenza. Un elemento che dovrebbe essere suggerito dal fatto che un’emergenza come questa presenta più incertezze che certezze.
Non si spiega proprio la fiducia ottocentesca con la quale ci si ostina a chiedere risposte alla scienza. L’impressione è che si possono consultare tutti i virologi che si vuole, ma una risposta certa sul Coronavirus al momento non c’è. Ci sono tante risposte, ma non ‘la risposta’.
Dovrebbe essere noto che, dopo la sbornia positivista, la scienza è ricerca, processo, non ‘soluzione’. Dal principio di falsificabilità (Popper), a quello di indeterminazione (Heisemberg) e alla relatività (Einstein), il mondo scientifico nel Novecento si è ritirato dall’illusione apodittica ed è entrato nella dimensione probabilistica e delle ipotesi. Quindi, la scienza può continuare a essere utile sul piano dell’indagine razionale, ma non su quello fideistico-dogmatico della risposta univoca e definitiva.
In secondo luogo, il momento della decisione politica – chi fa cosa – cade su un assetto istituzionale nel quale le competenze, da troppo tempo, sembrano distribuite da un ubriaco.
E’ del Centrosinistra la riforma costituzionale del 2001, che ha finito per creare problemi in ordine alle competenze statali e regionali, con un’area di materie concorrenti fra i due livelli istituzionali, fonte di contenziosi e discussioni che tuttora attendono soluzioni.
E’ ancora del Centrosinistra una riforma costituzionale e istituzionale (peraltro fallita nel 2016), con la quale si è inteso semplificare il quadro istituzionale giudicato troppo complesso, composto da Comuni, Province e Regioni. Il risultato di questa furia riformatrice (della quale, naturalmente, nessuno rivendica la firma autografa), è un nuovo assetto, più semplice (?), composto da Comuni, Unioni di Comuni, Agenzie, Città Metropolitane e Regioni. Come se non bastasse, qualcuno ha pure ipotizzato le Aree Vaste, non si è mai capito se come livello istituzionale o non si sa bene cosa.
Terzo: dopo decenni di decentramento, sussidiarietà verticale e federalismo, il risultato finale è che mai come oggi le risorse, frutto dell’imposizione fiscale, sono centralizzate. Tanto che i sindaci sono come i soldati lasciati in trincea senza armi, munizioni e con le suole delle scarpe di cartone.
E il peggio è che chiunque voglia mettere ordine in questo tessuto istituzionale, pare lo faccia più per essere fotografato con la scopa in mano, piuttosto che concentrare l’attenzione sul pavimento che s’intende pulire. Così, sono più le scorie che si lasciano in giro, in un disordine crescente di compiti e di norme che, come le pezze, sono sempre peggiori del buco.
Come se non bastasse, l’emergenza Coronavirus grava su un sistema sanitario falcidiato da anni di tagli a risorse, strutture e personale. L’esempio degli ospedali Spallanzani e Sacco, nei cui laboratori sono stati isolati i virus per mano di ricercatori precari, è la cifra drammatica di un Paese ingrato, che chiede adesso a questi cervelli superstiti e maltrattati di compiere il miracolo.
Se questa, appena abbozzata, è l’istantanea di un Paese disordinato, sfibrato e bombardato, con quali velleità di protagonismo una classe dirigente può pretendere di governare un’emergenza, immaginando d’intestarsi qualsiasi vittoria?
Non sarebbe meglio, data la situazione, scendere dal pero della presunzione e cercare insieme le risposte migliori – non miracoli – nell’interesse comune?
Batta un colpo se c’è qualcuno disposto ad aiutare l’Italia a uscire dalla sindrome del colibrì: un Paese che spreca la gran parte delle proprie risorse per restare immobile.

Ferrara, 29 febbraio 2020

Roberto Bin: sì a una riforma costituzionale che è meglio di niente

Roberto Bin, docente di diritto costituzionale a Unife e direttore della rivista on-line “Forum di Quaderni costituzionali” e dell’Istituto di Studi Superiori Iuss di Ferrara, è sempre stato a favore del sì alla riforma costituzionale della ministra Boschi, fin dall’inizio di questa campagna referendaria, che a suo parere “è andata oltre i livelli della decenza: si ragiona poco sulle cose e si straparla”. Non stupisce quindi di trovare un suo contributo nel volume intitolato “Perché sì” (Laterza), presentato nei giorni scorsi nella Sala dell’Oratorio San Crispino all’ultimo piano della libreria Ibs-Libraccio.

Roberto Bin
Roberto Bin

Il professor Bin è chiaro: al referendum del 4 dicembre bisognerebbe votare sì “per dare una svolta al modo con il quale questo paese affronta le politiche pubbliche”, dalla scuola al lavoro, all’assistenza alle famiglie, “non c’è un tavolo di discussione comune” e quindi “di fatto non ci sono politiche condivise perché non ci sono istituzioni per raggiungere accordi a livello legislativo e non amministrativo”. Il vero clou della riforma per Bin è, infatti, il cambiamento delle camere e del procedimento legislativo fra i due rami del Parlamento. “Siamo l’unico paese al mondo ad avere due Camere uguali che fanno le stesse cose”, sottolinea il costituzionalista: con la riforma ci sarà una camera che rappresenterà i territori e si metterà in moto così un “principio di collaborazione istituzionale” fra chi farà le leggi, la camera dei deputati, e chi poi le dovrà applicare, il Senato con i componenti provenienti dalle regioni. A suo parere su questo nuovo Senato c’è molta confusione: “non rappresenterà i territori nel senso che i rappresentanti del Molise cureranno gli interessi del Molise e quelli della Lombardia tuteleranno la propria regione. Il Senato servirà per la rappresentanza del sistema delle autonomie, assicurandosi che le leggi dello Stato non ne ledano gli interessi”. Insomma, spiega ancora Bin, “la seconda camera serve a portare la rappresentanza democratica locale: perché le leggi dovrebbero essere imposte alle istituzioni locali?”
Qui, a chi scrive, sorge un’obiezione: se, come afferma lo stesso professore, starà comunque alla Camera che legifera accettare o meno le istanze e le obiezioni del Senato, questo ‘principio di collaborazione istituzionale’ non è piuttosto precario?
“È affidato al buon senso della Camera legislativa, fra Istituzioni non ci pesta i piedi: la Camera dovrà tener conto seriamente e avere rispetto delle opinioni del Senato”, è la risposta di Bin. “Lei pensi a cosa è successo nei giorni scorsi con la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge Madia: è un vistoso esempio del Governo che ha proceduto senza una giusta consultazione delle regioni. La conseguenza è il conflitto, che non fa bene a nessuno: se la Camera decide di approvare una legge specialistica che scavalca il sistema delle autonomie, la reazione è di conflitto, mentre se passa la riforma il Senato potrebbe segnalare la cosa alla Camera”.

E proprio a proposito del contenzioso Stato-Regioni, altro punto caldo della campagna referendaria, Bin confessa: “non cambia niente” perché “la riforma non fa che riprendere ciò che quindici anni di giurisprudenza della Corte Costituzionale hanno sedimentato”. Però ci sono “due accorgimenti non da poco: lo Stato può dettare solo disposizioni generali e comuni e sono indicate alcune competenze regionali”. In altre parole se la tutela della salute è competenza dello Stato, la programmazione spetta però alle Regioni.
La riforma del Titolo V quindi “non distrugge le competenze regionali come dice il Comitato per il no, che sostiene che il centralismo non avrà più confini: il centralismo c’è già e la causa è che non c’è un Senato che intervenga nella formazione delle leggi per difendere le autonomie”.
Secondo Bin “la follia del nostro sistema è non aver immaginato e inserito un procedimento di collaborazione e concertazione fra Stato e Regioni”, costringendo la Corte a decidere a tal proposito solo in base “all’interesse prevalente, regionale o statale”, un criterio piuttosto “aleatorio”, afferma Bin.

Sicuramente per il professore “la produzione delle leggi non è un problema”, al contrario di quanti sostengono la riforma per “avere leggi in tempi più rapidi”, come si legge sul sito del Comitato per il sì. Bin però precisa: “se non c’è qualcosa di delicato”. Come nel caso “del testamento biologico, della legge sulla prescrizione, del reato di tortura”, tutti provvedimenti fermi al Senato. Un’altra osservazione interessante del docente Unife riguarda un aspetto meno immediato e meno citato del nuovo iter delle leggi: “democrazia non significa solo votare ed eleggere, significa anche far valere la responsabilità di chi fa le leggi. Avere due camere che si rimpallano le leggi significa non sapere chi ha la responsabilità delle norme”. E fa l’esempio proprio della tanto vituperata immunità per i senatori, mantenuta anche per il nuovo Senato: “non si sa chi l’ha voluta, è apparsa in commissione al Senato, poi è stata tolta e rimessa più volte”.
Ed ecco un’altra obiezione: siamo sicuri di approvare un riforma costituzionale scritta da politici così, che per stessa ammissione del docente Unife “non guardano al di là del proprio naso”? Non sarebbe meglio cambiare loro piuttosto che la Costituzione?
La risposta di Bin – ahinoi! – non sembra fare una piega: “Le riforme le fanno i politici, non possiamo aspettare di avere gli angeli in Parlamento: i politici sono quello che sono, questa riforma risolve qualche problema, nel senso che ci porta a delle soluzioni istituzionali che sono quelle che hanno tutti i paesi moderni. Che anche i nostri politici abbiano raggiunto questa consapevolezza fa piacere, non possiamo dire che perché non sono lungimiranti tutto ciò che fanno è meglio che non lo facciano: dovrebbero fare di più, ma quello che abbiamo è questo”.

Per quanto riguarda il Cnel, secondo Bin “è un organismo superato nei fatti, non costa tantissimo, ma è sostanzialmente inutile”, mentre si dichiara “fortemente contrario alla logica di risparmiare sui costi della politica: è talmente importante che bisognerebbe investire in politica” dichiara il professore. Infine, per quanto riguarda la tanto paventata ‘deriva autoritaria’, il costituzionalista non ha dubbi: “i poteri del governo sono ristretti”.
Ed ecco la terza e ultima obiezione. Bin ha parlato di una maggioranza sottoposta al possibile ricatto delle minoranze con l’attuale sistema bicamerale, mentre con il nuovo procedimento la maggioranza di governo uscita dalle urne sarebbe meno soggetta ai veti delle minoranze: con il crescente astensionismo che si continua a registrare nelle ultime tornate elettorali – clamoroso il caso delle ultime amministrative nella nostra regione – si può davvero parlare di una maggioranza di governo che corrisponde a una maggioranza nel Paese?
“È un argomentazione un po’ strana: il drastico ridimensionamento di coloro che non vanno a votare si registra in tutto il mondo, non è un fenomeno solo italiano. Dopodiché chi non va a votare per definizione ha torto: se loro non vanno a votare la maggioranza è delegittimata? No, non vanno a votare e quindi preferiscono non esprimere la propria opinione. Ciò non toglie che dopo il voto una maggioranza esiste, non vedrei altra soluzione democratica. Il problema è cosa succede se i politici non sono in grado di mobilitare gli elettori”.

La Costituzione funziona. E’ il resto che non va

di Daniele Lugli*

Dal ginnasio giravo con la Costituzione in tasca. Credo un regalo della Cassa di risparmio. Stretta e sottile, con lettere piccole, piccole, che allora leggevo benissimo. E la leggevo spesso, ogni volta arrabbiandomi all’articolo 7. Alcuni articoli mi piacevano di più, altri di meno. Non ricordo me ne spiacesse qualcuno, tranne sempre l’articolo 7. La ricorrenza dei patti lateranensi era semifestivo: lectio brevis. Andavo a scuola con un piccolo segno di lutto, l’11 febbraio.
Anni dopo, la pretesa di un’amica femminista – scontenta della dizione “senza distinzione di sesso” del primo comma dell’articolo 3 – di mettere le mani sui primi articoli, sui principi, mi convinse che non era proprio il caso. Meglio considerarli intangibili: restasse pure l’articolo 7. L’esame di Diritto costituzionale sembrava fosse lì ad aspettarmi. Fu un vero piacere.

Poi ci sono stati alcuni ritocchi alla Costituzione. Se ne poteva anche fare a meno. Uno più imponente c’è stato con il nuovo millennio: la riforma del Titolo V, quello sulle Regioni, le Province, i Comuni. E ci fu un referendum e ho votato a favore. Vinse le mie perplessità un bravo costituzionalista, che ora vorrebbe votassi di nuovo a favore, distruggendo completamente la riforma di allora. Mi pare insensato. Negli anni, con qualche intervento anche della Corte costituzionale, si è infine assestato un modo di procedere tra Stato, Regioni, Autonomie locali. Cambiando si ricomincerebbe da capo con le incertezze, le dubbie interpretazioni, sino a raggiungere, dopo qualche anno, un nuovo assetto che non si preannuncia migliore.

Ma il pezzo forte non è questo: sarebbe il ridimensionamento del Senato, con la fine del ping pong delle leggi tra le due camere. Ai miei tempi si diceva che le leggi potevano, tra Camera e Senato, fare “navetta”, un congegno del telaio che va avanti e indietro, per attuare la tessitura. La tessitura delle leggi è divenuta nel tempo sempre più scadente. Il nuovo assetto garantirebbe, si dice, la possibilità di fare più leggi e in tempo minore.
E’ la cosa che ci serve di meno in assoluto per la proliferazione legislativa e la scarsa qualità di contenuti e forma che la caratterizzano. Questa qualità andrebbe migliorata e non trasposta in Costituzione, come attesta invece la formulazione dell’articolo sostitutivo dell’attuale 70.

Ho studiato a lungo questioni organizzative. C’è solo una regola della quale mi sono convinto: se una cosa funziona non l’aggiustare.

*Movimento Nonviolento, già Difensore Civico Regionale dell’Emilia Romagna

La scempio costituzionale dei figli destituenti

Un referendum rappresenta un momento di democrazia. Il 17 aprile abbiamo avuto un’occasione per esprimere il nostro punto di vista ma lo abbiamo fatto in pochi ed è stata un’occasione persa. Certo la non partecipazione è stata presentata come un’espressione di volontà valida quanto la partecipazione e illustri esponenti della politica italiana hanno giocato sulla stanchezza del popolo rispetto alla chiamata alle urne, stanchezza che loro stessi hanno ampiamente contribuito a creare.
Del resto assistiamo da tanti anni, forse troppi, a campagne elettorali dove si promette di tutto e poi, una volta conquistata l’agognata poltrona, si riprendono indirizzi di politica economica e sociale fatti di tagli alla spesa pubblica, ai servizi, al deficit, nonché di poca o scarsa attenzione alle problematiche sociali e occupazionali. E lo stesso succede per i referendum: se i cittadini votano per la fine dei finanziamenti pubblici ai partiti o perché l’acqua resti un bene pubblico i nostri rappresentanti al Parlamento o al Governo trovano il modo per ignorare la volontà popolare. Persino in Europa succede la stessa cosa: se gli olandesi e i francesi votano contro la costituzione europea, allora si evita di farla votare agli altri Paesi Europei e la si introduce direttamente sotto forma di Trattato (di Lisbona).
Insomma la politica che dribbla l’avversario, cioè il cittadino. Nel gioco però qualcuno che perde c’è sempre. E, infatti, abbiamo imparato che il cittadino viene chiamato a pagare il conto, sia che si tratti di banche che falliscono o di aziende che chiudono e disoccupazione che aumenta, sia che si tratti di famiglie sempre meno tutelate, di genitori sempre più precari e di figli che piano piano si abituano a stipendi da 800 euro al mese, ma solo quando va bene e magari in Germania. Nel nome del mercato, dell’Eurozona, del liberismo sfrenato e della finanziarizzazione dell’economia i cittadini perdono e pagano il conto.
Se il problema nasce dalla politica, allora anche la soluzione al problema è politica: la cattiva politica si combatte con la buona politica e non con altro. Il prossimo autunno abbiamo un altro appuntamento, il referendum costituzionale, partito male come tante altre cose nel nostro Paese, ma a cui forse, grazie all’informazione e a una partecipazione attiva, possiamo porre rimedio. Cogliamo quest’occasione per riprenderci la nostra sovranità, parlo di quella individuale di cittadini, per dire no al primo tentativo di una riforma costituzionale fatta in una democrazia occidentale da un Governo e non dal Parlamento, seguendo uno schema da Eurozona: un Parlamento messo in condizioni di non decidere nulla e una Commissione che decide tutto.

Oggi ne parliamo con Giuseppe Palma, avvocato che ci aiuterà a evidenziare le criticità di questo costrutto. Palma vive e lavora a Milano, dove svolge la sua professione di avvocato. Ha scritto diversi libri, tra i quali “Il tradimento della Costituzione” e “Figli destituenti”, vari articoli  non solo su argomenti giuridici e costituzionali e ha pubblicato un progetto di riforma del codice di procedura civile (Diritti & Diritti, 2014) e due papers, l’uno sull’incompatibilità tra la Costituzione e i Trattati dell’Unione Europea (Diritto e Diritti, 2015), l’altro sull’incompatibilità tra la Costituzione e l’eventuale costruzione degli Stati Uniti d’Europa (Diritto Italiano, 2015). Scrive per il blog scenarieconomici.it e per le riviste Diritto & Diritti, Diritto Italiano, Diritto e Processo e Fanpage.it.
Insomma non gli si può certamente contestare di non essere un uomo e un professionista impegnato.

Avvocato non me ne voglia, ma parto un po’ a gamba tesa: ha senso una riforma fatta quasi in autonomia da un Governo e che addirittura prende il nome da un suo rappresentante? È opportuno?
Piero Calamandrei sosteneva, a ragione, che il Presidente del Consiglio dei ministri non dovrebbe neppure essere presente nelle aule parlamentari durante la discussione in materia di revisione costituzionale. L’art. 138 della Costituzione attribuisce la materia di revisione costituzionale solo alle Camere, tuttavia non esclude che sia il Governo a presentare un progetto di revisione. Ciò detto, sensibilità costituzionale vuole che il Governo non si occupi di questo tema. Ma si sa, la sensibilità costituzionale è cosa sconosciuta a chi ci governa. Tanto più che le necessarie e aspre discussioni avvenute nel corso del procedimento di revisione costituzionale sono sempre state ‘zittite’ dal Presidente del Consiglio, con la conseguenza che – a parte qualche importante modifica – il testo sul quale i cittadini saranno chiamati al referendum costituzionale è quello del ddl Boschi.

La Costituzione è la legge fondamentale dello Stato, dovrebbe unire tutti i cittadini e farli sentire a casa. Non sembra che il percorso di questa riforma sia stato condiviso, ci sono casi in cui le opposizioni sono uscite dall’aula.
È un aspetto gravissimo! La nostra Costituzione fu scritta e approvata con l’importante contributo di tutte e tre le principali forze politiche del dopoguerra: Dc, Psi e Pci. La revisione costituzionale portata a compimento nel corso di questa Legislatura è invece frutto del solo Partito Democratico (più qualche cespuglietto delle opposizioni), che alle ultime elezioni politiche ha ottenuto poco più del 25% dei voti. È un fatto gravissimo che mina le basi della convivenza democratica. Tanto più che la maggioranza parlamentare che ha votato la riforma è frutto di meccanismi elettorali dichiarati incostituzionali (Sentenza della Corte Costituzionale n. 1/2014, che ha dichiarato l’incostituzionalità del porcellum, sia nella parte in cui questo non prevedeva la possibilità per i cittadini di esprimere le preferenze, sia perché il premio di maggioranza scattava senza la previsione di una soglia minima di voti).

Cosa c’è secondo lei di diverso dal percorso affrontato dai Padri Costituenti?
Quelli erano Padri Costituenti. Questi sono ‘Figli Destituenti’. Oltre al metodo (nel biennio 1946-47 furono coinvolte tutte e tre le principali forze politiche di quel tempo), è mutata anche la legittimazione democratica: l’Assemblea Costituente fu eletta con sistema elettorale proporzionale puro e con le preferenze, l’attuale Parlamento che ha riformato la Costituzione è stato invece eletto con legge elettorale maggioritaria dichiarata incostituzionale. Ma poi, mi scusi, vuole mettere Calamandrei, Croce, Ruini e Mortati con Boschi, Verdini, Alfano e Rosato?

Ma chi le ha fatte davvero queste riforme? 
La riforma costituzionale l’ha scritta Maria Elena Boschi sotto la supervisione di qualche costituzionalista approdato poi in Corte Costituzionale. Il tutto sotto la supervisione del Presidente del Consiglio e di qualche referente di Bruxelles e Francoforte. In pratica è stato ucciso il metodo costituzionale!

Si parla molto dell’eliminazione del Senato, o della sua riformulazione in nome del risparmio: “basta un sì per ridurre i parlamentari del 33%”. Io non credo che ridurre i parlamentari sia una mossa del tutto sbagliata, ma non sono convinto che meno parlamentari voglia necessariamente dire più democrazia e più efficienza.
Ridurre il numero dei parlamentari passando dagli attuali 945 ai futuri 730 non è proprio una riduzione, semmai è una ‘sforbiciata di ciuffetto’. Battute a parte, il Senato non viene affatto eliminato: si passa da un sistema di bicameralismo paritario a un sistema di bicameralismo differenziato. Per quanto riguarda il risparmio, sono solo sciocchezze per dare in pasto al popolo una motivazione stupida e priva di senso. Il risparmio ci sarà in merito all’indennità dei senatori, ma resteranno salvi i costi più alti: quelli relativi ai dipendenti di Palazzo Madama. In ogni caso, il risparmio – di per sé – non è necessariamente sinonimo di miglioramento!

Passando alla velocizzazione del processo legislativo, si può fare l’esempio della norma sul pareggio di bilancio: è stata approvata in poco tempo e nonostante due Camere.
Non solo. Per ratificare il Fiscal Compact (che è un Trattato intergovernativo) ci vollero appena 8 giorni! Il problema italiano non è certo il bicameralismo perfetto. Il nostro Paese ha conosciuto il benessere, diventando la quinta potenza economica mondiale, dalla fine degli anni Cinquanta agli inizi degli anni Novanta, con in vigore la Costituzione del 1948, quindi col bicameralismo perfetto. Il problema non è tanto voler eliminare il bicameralismo paritario (che ci può anche stare), ma l’assenza di adeguati pesi e contrappesi, cioè di quel sistema di garanzie che il combinato disposto riforma costituzionale-Italicum non rispetta assolutamente. Per quanto riguarda la costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio, questa riforma costituzionale avrebbe potuto certamente abrogare la formulazione dell’art. 81 Cost. novellata dalla Legge costituzionale n. 1/2012, ma così non è stato. Ciò mi porta a concludere che la necessità di voler a tutti i costi riformare la Costituzione risponda esclusivamente a logiche sovranazionali di cui Parlamento e Governo sono soltanto vili esecutori.

Cosa vuol dire, invece, avere una sola Camera così come è stata inserita nel processo di riforma e soprattutto in contemporanea con la riforma elettorale che si vuole far passare?
Vuol dire che la funzione legislativa (cioè il potere di fare le leggi) spetterà unicamente (fatta eccezione per alcune materie) alla Camera dei deputati. L’aspetto più grave, come dicevo pocanzi, non è tanto il superamento del bicameralismo paritario, ma l’assenza di pesi e contrappesi: di fronte ad un sistema tendenzialmente monocamerale, con l’unica camera legiferante eletta con sistema elettorale maggioritario, che attribuisce il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione, sarebbe stato opportuno – a mio parere – prevedere l’elezione diretta (cioè da parte del popolo) del Presidente della Repubblica.

Quindi in sintesi: una Camera potenzialmente dominata di un solo partito con deputati graditi alla segreteria che fa le leggi, decide sulla fiducia al Governo, che è sua espressione ed elegge anche il Presidente della Repubblica? Come funziona il meccanismo dell’elezione del Capo dello Stato? Nel suo “Figli Destituenti” lei spiega perché anche questa procedura potrebbe essere un altro punto a favore solo della maggioranza parlamentare.
Esatto. La riforma prevede che il Presidente della Repubblica continui a essere eletto dal Parlamento, cioè da Camera e Senato in seduta comune. Nelle prime tre votazioni sarà richiesta la maggioranza dei 2/3 dei componenti, dalla quarta alla sesta votazione la maggioranza dei 3/5 dei componenti, mentre dalla settima votazione in poi la maggioranza dei 3/5 dei votanti. Ciò detto, dalla settima votazione in avanti – qualora una minima parte delle opposizioni non partecipasse al voto – il Capo dello Stato potrebbe essere espressione del solo colore politico della mono-lista assegnataria del premio di maggioranza. Faccio un esempio: se anche la maggioranza del Senato fosse dello stesso colore politico della maggioranza premiale della Camera, dalla settima votazione in avanti – qualora i votanti fossero 650 – il Presidente della Repubblica risulterebbe eletto dalla sola lista assegnataria del premio. La matematica non è un’opinione: i 3/5 di 650 sono 390. Se sommiamo i 340 deputati della mono-lista camerale che ha ottenuto il premio di maggioranza ai 51 senatori del medesimo colore politico, abbiamo 391 voti. E il gioco è fatto! Tale situazione è tuttavia subordinata alla condizione che una parte delle opposizioni non partecipi al voto. Ma non è questo il punto. Il problema serio è dato dal fatto che, di fronte a un sistema tendenzialmente monocamerale con legge elettorale maggioritaria, che assegna il premio di maggioranza alla lista e non alla coalizione, il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto rappresentare un forte contrappeso sia alla maggioranza mono-lista (e forse anche monocolore) della Camera, sia alla figura del Presidente del Consiglio dei ministri, che è espressione diretta e fiduciaria di quella stessa maggioranza!

Mi sembra di capire che la combinazione tra la nuova legge elettorale e la riforma costituzionale ponga dei seri dubbi di funzionalità, evidenziate tra l’altro anche dal suo collega Marco Mori.
Si, Marco ha evidenziato questo aspetto come uno dei più gravi della riforma e ha ragione! Il combinato disposto riforma costituzionale-Italicum produrrà gravissimi squilibri anche in ordine alla composizione della Corte Costituzionale, trasformando la Consulta in un ‘braccio armato’ al servizio del Governo e della maggioranza camerale. Ma c’è di più: dei 5 membri della Consulta di competenza del Parlamento, 2 saranno di competenza esclusiva del Senato, organo eletto con sistema di secondo livello. Pazzesco, ma è così.

L’attuale Presidente del Consiglio afferma che con il sì al referendum si potranno abbassare gli stipendi ai consiglieri regionali. Serve una riforma della Costituzione per abbassare un po’ di stipendi e indennità sproporzionate?
No, per ridurre gli stipendi dei politici è sufficiente una legge ordinaria.

Cambia qualcosa con il nuovo art. 117 e il riferimento all’Unione Europea?
In realtà la subordinazione delle norme di diritto interno alle norme comunitarie è già prevista dalla Costituzione vigente, infatti, l’attuale disposizione dell’art. 117 della Costituzione parla di “vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali“. La riforma ha solo mutato il termine “comunitario” con “Unione Europea“, quindi è la stessa cosa. Del resto, la medesima subordinazione è già stata dichiarata da diverse pronunce della Corte Costituzionale, che tuttavia, in altre sentenze ha sottolineato che le norme europee e quelle internazionali trovano un limite invalicabile sia nei Principi Fondamentali dell’Ordinamento costituzionale sia nei diritti inalienabili della persona. Ciò detto, la norma introdotta dal Legislatore con questa riforma costituzionale avrebbe potuto fare menzione dei ‘controlimiti’ di cui sopra, fugando ogni dubbio. Ma così non è stato!

Quali altre modifiche sono previste al Titolo V?
La riforma del Titolo V introduce – tra le altre cose – una “clausola di supremazia”: lo Stato centrale (Governo e Parlamento) potrà legiferare in quelle materie non riservate alla sua potestà legislativa esclusiva qualora lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale.

Quindi si riportano più competenze allo Stato? È una cosa buona o forse qualcosa ci sfugge?
Le dico la verità: io sono per un maggior accentramento delle competenze nelle mani del potere centrale. La spesa pubblica italiana dal 2001 al 2016 è quasi raddoppiata. E questo soprattutto a causa della riforma del Titolo V realizzata nel corso della XIII Legislatura (1996-2001, maggioranza di centro-sinistra).

Quella riforma aveva attribuito più potere di spesa alle Regioni, aveva decentrato.
Agli inizi degli anni 2000 la spesa pubblica era di circa 550 mld di euro annui. Oggi, a distanza di appena 15 anni, siamo arrivati ad 800 mld. Secondo me l’aver attribuito maggiori competenze in materia di sanità pubblica alle Regioni è stato un errore gravissimo. L’aumento della spesa pubblica è dovuta soprattutto alla gestione decentrata della sanità. Se godessimo di sovranità monetaria ciò non costituirebbe un problema, ma con l’euro è una iattura.

L’attuale riforma del Titolo V non mette a rischio le utilities – cioè le società di proprietà dei Comuni e Regioni che gestiscono beni comuni e vitali tipo acqua, luce e gas – come paventato da qualcuno? Lo Stato si riserva una eventuale competenza per la tutela dell’interesse nazionale, la “clausola di supremazia”: non dobbiamo temere che attraverso queste modifiche si tenti di togliere agli Enti Locali responsabilità da attribuire all’ente centrale che poi li può mettere all’asta con meno difficoltà? Viste le riforme in gioco, per un Governo più attento alle regole di bilancio che all’interesse dei cittadini, l’interesse nazionale potrebbe essere l’abbattimento del debito pubblico o la diminuzione del deficit a tutti i costi.
Tutto è possibile. Anche quello che Lei dice. Ma gli aspetti di criticità della riforma sono molteplici: i più gravi sono quelli connessi alla mancanza di pesi e contrappesi dovuti principalmente al combinato disposto riforma costituzionale-Italicum.
Aggiungo che il vero problema italiano non è il bicameralismo perfetto. Il vero problema è rappresentato dall’euro, che per sopravvivere impone la svalutazione del lavoro, e dai parametri capestro contenuti nei trattati europei. Questa riforma costituzionale, diciamocela tutta, serve solo a Bruxelles e a Francoforte. L’Unione Europea e il capitale internazionale vedono nelle Costituzioni del dopoguerra un ‘elemento irritante’ per il perseguimento dei loro scopi. Fosse solo per questo, a ottobre votiamo no! Salviamo la Costituzione del 1948 e liberiamo l’Italia dai vili esecutori dei progetti sovranazionali.

IL DIBATTITO
A Giurisprudenza testa o croce sul referendum costituzionale

La Spal è stata promossa in serie B e la data del referendum costituzionale è stata fissata: il 16 ottobre. Ed è partita la campagna referendaria: non una riflessione e un dibattito su temi e contenuti, ma una divisione fra tifoserie, pro e contro la riforma e pro e contro Renzi. O almeno questa è l’opinione espressa dal costituzionalista di Unife, Roberto Bin, all’incontro di mercoledì pomeriggio promosso dalla rete universitaria ferrarese Link nell’Aula Magna di Giuriprudenza. Ironia della sorte, anche in questo dibattito, dal titolo “Testa o croce”, sono state esposte le due opposte posizioni, anche se non si può certamente parlare di tifoserie: contraltare del professor Bin, Alessandro Somma, professore di sistemi giuridici comparati.

incontro-giurisprudenza
Un’immagine dell’incontro. Fonte: profilo fb di Link

Bin ha subito espresso in modo netto la sua posizione: lui voterà sì, anche se la riforma “fa schifo”. Altrimenti “sarebbe come dire che non si prende una medicina perché è amara”. “La riforma fa schifo perché è stata scritta in uno stadio e non in un Parlamento, dove si fa politica e si discute del merito delle cose. Il testo proposto dalla ministra e dal governo era migliore, è il lavoro del Parlamento a far schifo”, ha affermato Bin. Ed ecco perché il Parlamento “va urgentemente riformato”: “la situazione attuale non è solo schifosa, ma pericolosa, così non si può andare avanti”. Bin ha usato una metafora abbastanza anticonvenzionale per un docente universitario, ma di sicuro ha reso bene la sua opinione: per lui è come avere un gabinetto intasato, per sturarlo bisogna sporcarsi le mani e tapparsi il naso.
Il fatto che in questo paese poi “si discute sempre meno e sempre più ci si schiera come tifosi da una parte o dall’altra”, secondo Bin ha viziato il dibattito dando adito ad alcuni pre-giudizi.
In primis “non stiamo cambiando la Costituzione dei Padri Costituenti”, perché in effetti l’abbiamo già cambiata e poi perché per loro “le due camere dovevano essere due cose completamente diverse fra loro, con funzioni diverse”: “bisogna spaccare il sistema del bicameralismo perfetto”. Un Senato legato alle Regioni serve per “un confronto sull’applicazione delle leggi”: oggi, anche grazie alla riforma del Titolo V, il sistema “è basato sul conflitto”, inoltre “il Parlamento fa le leggi, ma non si preoccupa della loro applicazione, che grava su Regioni ed Enti locali”. Peccato che poi “i costi del contenzioso li paghiamo noi”. Il vero problema secondo Bin è la composizione del nuovo Senato: i nostri parlamentari hanno scelto “la peggiore delle soluzioni possibili”.
Per quanto riguarda, infine, il tanto temuto accentramento dei poteri nelle mani dell’esecutivo, che si avrebbe con in vigore questo testo e l’Italiacum, anche queste per Bin sono “balle”. Anzi nella riforma c’è “una limitazione dell’uso del decreto legge” e una norma a sul referendum che abbassa il quorum per la sua validità: se si raccolgono 800.000 firme “il quorum viene calcolato sui votanti alle ultime elezioni politiche, quindi per esempio il referendum sulle trivelle sarebbe passato”. Inoltre c’è “l’introduzione del sindacato preventivo della Corte Costituzionale sulla legge elettorale”, cioè la si può impugnare prima che entri in vigore: cosa che si potrebbe fare, per esempio, anche per l’Italiacum.

incontro-giurisprudenza
Un’immagine dell’incontro. Fonte: profilo fb di Link

Alessandro Somma, dal canto suo, ha preferito parlare “più da cittadino che da giurista” e valutare la riforma nel suo complesso e soprattutto nel suo contesto: “ci troviamo di fronte a una manovra tipica della nostra epoca nella quale i tempi che scandiscono la nostra quotidianità non sono quelli della politica, che impone riflessioni e valutazioni, ma quelli dell’economia”, che impongono decisioni, sembra voler dire Somma. Per lui ci sono si lati positivi, come “l’allargamento degli spazi della democrazia diretta” con la norma sul referendum, ma in altri la riforma è “pasticciata, se non dannosa”, per esempio “non sono chiare le competenze della Camera rispetto a quelle del Senato”. Infine la riforma costituzionale va letta “in stretta connessione con l’Italiacum”. In conclusione lui al referendum voterà no.
Somma ha concluso affermando che, con i referendum sociali su scuola, ambiente, lavoro, sul Ttip e sulla riforma della Costituzione, “stiamo vivendo una stagione importante di democrazia diretta”: si va oltre le singole questioni e in realtà “si contesta l’istanza efficientista renziana”.

L’INTERVISTA
Veronesi: “Giurisprudenza? Più aperta e dinamica. La riforma? Via il Senato, ma rafforzare i controllori”

Giurisprudenza bella e impossibile ha perso in questi ultimi anni quella sua patina di inaccessibilità che induceva molti studenti a iscriversi o a emigrare a Bologna. Merito anche di un appassionato nucleo di docenti che hanno reso meno austera e severa la facoltà e più permeabile al rapporto con la città. “E’ vero – riconosce Paolo Veronesi, professore associato di Diritto costituzionale – C’è una maggiore apertura nei confronti della comunità e sono stati introdotti percorsi di alta specializzazione che offrono nuove prospettive professionali, al di là degli sbocchi classici nell’avvocatura, nella magistratura e nel notariato. Vi sono corsi svolti in lingua inglese, rapporti di partenariato con Università straniere come Strasburgo e Granada (con percorsi che consentono il conseguimento del “doppio titolo”) e una particolare attenzione alle opportunità offerte dalle borse Erasmus. Inoltre è stata attivato il dottorato di ricerca in “Diritto dell’Unione europea e ordinamenti nazionali” che, tra l’altro, è frequentato anche da laureati stranieri”.
Di questo nuovo impulso sono in qualche modo artefici in prima linea i costituzionalisti della facoltà (oltre allo stesso Veronesi, Andrea Pugiotto, Giuditta Brunelli e Roberto Bin). Significativi sono anche i ruoli apicali ricoperti da alcuni ordinari della facoltà nell’ambito del governo di ateneo che proprio al vertice ha un giurista, il rettore Pasquale Nappi, e fra i prorettori il dinamico Alessandro Somma. Gli studenti apprezzano e la piccola emorragia di qualche anno fa è oggi completamente riassorbita.

Particolare visibilità esterna e notevoli consensi, anche in termini di pubblico, hanno ricevuto i cinque incontri del ciclo “Passato prossimo” che si sono svolti fra novembre e dicembre alla libreria Ibs. “E’ stato un bel momento di confronto fra esperti di varia provenienza, storici, intellettuali e città – commenta Veronesi –. Stiamo lavorando per cercare di riproporre questo format anche per il prossimo autunno. Non c’è ancora nulla di certo se non la volontà di proseguire su questa strada, mantenendo una formula che è risultata vincente. Ma già in precedenza c’erano state altre iniziative di successo, in quel caso su temi attinenti alla realtà carceraria: i materiali sono stati raccolti in due volumi pubblicati dalla casa editrice Ediesse. Però ritengo sia stato importante il cambio di paradigma: avere affrontato snodi e momenti fondamentali della vita costituzionale italiana e i conseguenti risvolti sulla realtà politica e sociale del Paese ha generato attenzione. Per il futuro stiamo vagliando diverse possibilità: io comunque credo si debba mantenere questo sguardo trasversale e diacronico”. E possibilmente riproporre anche l’associazione con forme di espressione artistica che attraverso differenti canali di comunicazione rafforzano il messaggio, come è avvenuto per il ciclo “Passato prossimo” accompagnato dalle piece teatrali di Mauro Monni che hanno saputo coinvolgere ed emozionare il pubblico attorno alle vicende di Gian Giacomo Feltrinelli e Aldo Moro.

In tema di snodi costituzionali, la domanda ad uno studioso attento come Veronesi sull’attuale riforma in discussione al Parlamento è d’obbligo. Qual è la sua valutazione?
Si tratta di riforme attese da tempo: il dibattito è iniziato già negli anni ottanta. Negli anni novanta il Parlamento, nel modificare il titolo V, non ha dato buona prova di sé e, successivamente, la pessima legge di modifica costituzionale messa a punto dal governo Berlusconi è stata fortunatamente affossata dal referendum del 2006. Devo riconoscere che, nonostante le strumentalizzazioni politiche, l’attuale progetto ha ben poco a che fare con quello bocciato nove anni fa. Anche se, com’è naturale, al suo interno si trovano scelte decisamente apprezzabili ed altre che appaiono invece più problematiche in vista della loro applicazione.
Ci fa qualche esempio?
Complessivamente la proposta ha una sua dignità, una sua ‘ratio’. Positivo è il fatto che si affrontino congiuntamente i nodi della riforma elettorale e di quella costituzionale. Apprezzabile è che la soglia per conseguire il premio di maggioranza sia stata fissata al 40 per cento (prima nel Porcellum non c’era alcuna soglia). Importante è che si superi il bicameralismo perfetto, un meccanismo molto diffuso nel secondo dopoguerra come risposta alle derive parlamentari che determinarono gli orrori del fascismo e del nazismo. Ma oggi quell’esigenza va tutelata in maniera diversa, tant’è che prima o poi tutti gli altri Stati se ne sono allontanati: tale modello dilata infatti enormemente i tempi di approvazione delle leggi e tende a non funzionare affatto come una garanzia. Noi siamo rimasti gli unici a mantenere in vigore questo meccanismo.
E qual è oggi la forma corretta di tutela?
Oggi c’è la necessità di accelerare i tempi di decisione, quindi i parlamenti debbono poter deliberare in fretta. Al contempo va preservata (se non rafforzata) la solidità degli organi di controllo: Presidente della Repubblica, Corte costituzionale e Magistratura. Proprio quelli che Berlusconi con la sua riforma (e con leggi collegate) voleva indebolire.
Cosa invece non va?
Negativo è che, nella legge elettorale, resti ancora quell’assurdità che è la pluri-candidatura, una presa in giro per gli elettori: non è serio consentire di presentarsi in differenti collegi; i cittadini hanno diritto di sapere chi stanno eleggendo. Perlomeno, rispetto alla sconcezza della legge approvata nel 2005, è stato limitato il numero dei collegi nei quali ci si può candidare. Poi, io personalmente avrei preferito altri sistemi elettorali, ma – da giurista – valuto quel che si sta approvando e mi pare complessivamente accettabile, anche se potrebbe qua e là insorgere qualche problema di applicazione in relazione al procedimento legislativo così come si delinea dalla riforma.
Che giudizio dà del controverso nodo Province?
La riforma costituzionale prevede l’abolizione delle Province dopo che la legge Del Rio ha messo un tampone al pasticcio combinato dal governo Monti, il quale pensava di eliminarle senza prima modificare le norme costituzionali che le contemplano. Personalmente la loro cancellazione mi lascia perplesso, anche se occorreva senz’altro rimeditarle a fondo. E’ un ente che ha una sua storia e i cui si incardina un sentimento comunitario. Sono in fondo il gradino appena più alto a quello dei Comuni, un’invenzione tipicamente italiana, piena espressione della nostra storia. Sotto il profilo del riconoscimento identitario le province mi sembrano più significative e riconosciute delle Regioni, frutto di una concezione federalista che non ci è mai appartenuta.
La scelta al vertice dello Stato di un presidente come Mattarella che viene dal mondo giuridico ed è stato sino a ieri membro della corte Costituzionale la rassicura?
E’ significativa. Il Presidente della Repubblica è un organo di garanzia i cui poteri aumentano considerevolmente nelle fasi di crisi. Lo abbiamo visto bene con Napolitano. Si potrà discutere il merito di talune sue scelte, non certo la loro legittimità. Ciò che ha fatto rientra pienamente nel dettato costituzionale. Qualcuno polemizza perché i recenti governi “non sono stati eletti dal popolo”. E’ quando mai in Italia lo sono stati? Da noi il corpo elettorale elegge il Parlamento che assegna la fiducia al governo, ed è ciò che è sempre avvenuto in questi anni. Napolitano non ha tracimato dalle sue competenze, gli attacchi che gli sono stati rivolti erano finalizzati a raccogliere facili consensi, così come accadde con Ciampi e Scalfaro prima di lui. Guardando a figure di Presidenti del passato, molti più dubbi, al contrario, sollevano i comportamenti di Cossiga, l’interventismo di Gronchi, le ambiguità di Segni e di Saragat.
Tutti temi che potranno essere oggetto di futuri incontri pubblici…
Ci stiamo ragionando per l’autunno.
A proposito del vostro lavoro, quali iniziative avete in programma a breve termine?
Il 10 marzo, in aula magna a Giurisprudenza, abbiamo organizzato un convegno dal titolo “Stati e crimini contro l’umanità” in cui discuteremo della recente sentenza costituzionale che ha affermato la risarcibilità dei danni provocati dai crimini di guerra e contro l’umanità di cui s’è macchiata la Germania del Terzo Reich: un tentativo di modificare quella consuetudine internazionale che ha sino ad ora impedito il risarcimento delle vittime e dei loro eredi. In aprile affronteremo invece il tema della “galera amministrativa” degli stranieri in Italia, in cui approfondiremo la realtà dei Centri di identificazione ed espulsione.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi